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	<title>Gustavo Vitali, Autore presso lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Quando a Venezia fu inventato il ghetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Oct 2023 06:35:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1912" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-scaled.jpeg 1912w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-224x300.jpeg 224w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-765x1024.jpeg 765w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-768x1028.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1147x1536.jpeg 1147w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1530x2048.jpeg 1530w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1920x2571.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1170x1566.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-585x783.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1912px) 100vw, 1912px" /></p>
<p>Un rapporto complesso quello tra la comunità ebraica e l’antica Venezia, ma proficuo per entrambe: per le le casse della Serenissima da una parte e per la tolleranza sconosciuta nel&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un rapporto complesso quello tra la comunità ebraica e l’antica Venezia, ma proficuo per entrambe: per le le casse della Serenissima da una parte e per la tolleranza sconosciuta nel resto d’Europa che gli ebrei trovarono a Venezia. L’ approfondimento tratto da “Il Signore di Notte” il giallo storico ambientato nella Venezia del 600 scritto da  Gustavo Vitali.</p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Le prime comunità in terraferma</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pare che una prima testimonianza della presenza ebraica nel territorio veneziano risalga al 932 a Mestre dove nel 1152 si censirono circa milletrecento membri. Invece, recenti studi hanno confutato la presenza degli ebrei nell’isola della Giudecca, come erroneamente e a lungo ritenuto. Infatti il nome non deriva da “giudeo”, ma da “zudec</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">á</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”, cioè “giudicati” in veneziano, perché sull’isola venivano confinati i patrizi giudicati colpevoli di reati minori verso la Serenissima.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Da Mestre gli ebrei si recavano a Venezia per i loro commerci ed esercitavano anche la tradizionale attività di prestare denaro. Infatti, siccome tra cristiani era vietato esigere interessi sul denaro prestato, difficilmente chi ne aveva bisogno trovava un prestatore. Quindi questo lavoro “sporco” per i cristiani era stato lasciato ai giudei. Per altro costoro non erano considerati cittadini della Serenissima e nel 1298 venne imposta loro una tassa specifica del 5% sull’attività commerciale e stabilito un tetto massimo del 10% al tasso d’interesse sul denaro prestato.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78625" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-224x300.jpeg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-224x300.jpeg 224w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-765x1024.jpeg 765w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-768x1028.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1147x1536.jpeg 1147w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1530x2048.jpeg 1530w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1920x2571.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1170x1566.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-585x783.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-scaled.jpeg 1912w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel 1384 agli ebrei era stato concesso il soggiorno a Venezia per quindici giorni ogni quattro mesi, ridotti poi a quindici l’anno. Tuttavia l’imposizione non era stata applicata sempre con rigore, motivo per cui se ne trovavano un poco ovunque in città anche se in numero sparuto.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Dopo il 1509: conseguenze della guerra di Cambrai</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Poi era venuta la disfatta di Agnadello, nel maggio del 1509, e le cose erano cambiate. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Gli eserciti della Lega di Cambrai promossa da papa Giulio II con gli Asburgo, Francia, gli Este, i Gonzaga, i Savoia, il re di Napoli erano giunti a un passo dalla laguna. In fuga dagli invasori, gli ebrei di terraferma avevano ottenuto temporaneo rifugio in città. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In seguito le cose si erano messe meglio e, man mano che le armate venete avevano liberato i territori occupati dai nemici, erano stati rimandati a casa, ma non tutti avevano lasciato Venezia. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel frattempo la guerra, benché vinta, aveva consumato fino all’ultimo spicciolo delle casse statali e la necessità aguzzò l’ingegno. Qualcuno aveva osservato che quella gente avrebbe potuto rendere allo stato più di quanto aveva fatto fino ad allora standosene in terraferma.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Tempi di dialogo e di … tasse</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Era così iniziato il difficile dialogo tra le comunità giudaiche e le magistrature preposte al loro controllo, gli Ufficiali al Cattaver in primo luogo, ma anche i Savi alla Mercanzia e l’onnipresente Consiglio dei Dieci ci avevano messo del loro. Verso la metà del 1513 quest’ultimo aveva stipulato un primo accordo, diventato definitivo tre anni dopo.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In cambio di questa “condotta” era stato richiesto il versamento di una imposta salata alla quale i giudei avevano fatto fronte pur lagnandosi. Erano stati loro permessi il commercio in roba usata, la “strazzaria”, però tramite intermediari cristiani, e la professione medica nella quale era nota la loro competenza. A questi ricorrevano anche i cristiani a dispetto della proibizione ecclesiastica, ma la salute, se non la pelle, era evidentemente più importante dell’osservanza delle regole.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Agli ebrei era stato imposto di gestire i banchi di prestito su pegno con l’occhio vigile dello stato a controllare che i tassi praticati non sconfinassero nell’usura, cosa tutt’altro che rara. Vietate le attività manifatturiere riservate alle arti e alle corporazioni alle quali non erano ammessi. Gli ebrei avrebbero potuto vendere, non produrre, ma talvolta si era chiuso benevolmente un occhio, come nel caso dei bottoni in osso d’animale, bottoni di poco prezzo che i giudei producevano senza far troppo chiasso.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>L’istituzione del ghetto</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Sancito l’accordo, il governo aveva preso le sue brave precauzioni affinché gli ebrei non si spargessero ovunque, magari in coabitazione con i fedeli di Santa Madre Chiesa, e girovagando “zorno e note dove li piace… con offension gravissima di la Maestà Divina”, come qualcuno aveva detto. Sicché i cancelli della segregazione si erano chiusi alle loro spalle quando una legge del 1516 aveva prescritto per i giudei l’obbligo di “andar immediate ad Habitar unidi in la corte de’ case che sono in Geto appresso San Hironimo, luogo capacissimo per sua habitatione”.<img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78626" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1024x765.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-768x574.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1536x1147.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-2048x1530.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1920x1434.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1170x874.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-585x437.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Era stato così istituito il primo ghetto in contrada San Girolamo, zona dove un tempo venivano gettati gli scarti della fusione dei metalli, secondo alcuni, oppure dove avevano funzionato delle fonderie per la costruzione di bombarde, secondo altri. Il “geto” sarebbe stato il colare del metallo fuso, oppure il “getar” gli scarti. Invece, per altri ghetto sarebbe derivato da “ghettare”, cioè affinare il metallo con la “ghetta”, un ossido di piombo piuttosto tossico. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I primi a trovare alloggio in Ghetto Nuovo erano stati gli “Ebrei Aschenaziti”, cioè tedeschi. Costoro avevano storpiato il termine veneziano “geto” in “gheto” a causa della pronuncia della “g” dura propria della lingua germanica. Da questo al vocabolo “ghetto” sarà un passo breve e da allora il termine varrà per tutto il mondo e per sempre.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Regolamentazione del ghetto</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il ghetto aveva le sue leggi, precise, severissime: due porte, l’una presso “un ponteselo piccolo e similmente dall’altra banda”, aperte all’alba al suono della Marangona, cioè una delle campane di San Marco che chiamava al lavoro  i “marangoni”, cioè i falegnami dell’Arsenale, e chiuse al tramonto; multa di cento lire, raddoppiata e poi quintuplicata, più due mesi di cella, a chi persisteva nel chiedere permessi per uscire durante la notte; a guardia delle porte quattro custodi residenti in loco, cristiani, senza famiglia e scelti dal governo, ma pagati dagli ebrei senza curarsi dell’umiliazione per il recluso obbligato a mantenere il proprio carceriere; murate le rive dei canali e tutte le porte e finestre che davano su questi con due barche di ronda per un vigile controllo, sempre a spese dei relegati; permessa un’osteria e dapprima vietate le sinagoghe che saranno autorizzate in seguito; nessuna esenzione all’obbligo di soggiorno nel ghetto neppure dietro pagamento; facoltà di uscita notturna per i ricercatissimi medici giudei, previa consegna ai guardiani della lista dei loro impegni, trasmessa poi agli Ufficiali al Cattaver che si sarebbero premurati di “diligente inquisition se l’è vero che siano stati a li lochi dicti”.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le porte del ghetto “Nuovo”, che nel frattempo erano diventate quattro con l’aggiunta dei ghetti “Vecchio” e “Nuovissimo” e senza che nessuno si stupisse se qualcosa di “nuovo” fosse preesistito a qualcos’altro di vecchio, saranno definitivamente aperte nel maggio del 1797 da un generale francese, Napoleone Bonaparte.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Con il tempo le regole erano diventate più miti: dopo il permesso per le sinagoghe, sul finire del XVI secolo era stato concesso il funzionamento di una tipografia. Si era sorvolato su qualche piccola attività artigianale alla faccia del divieto di produrre alcunché. Avevano goduto di qualche privilegio suonatori, maestri di musica, di canto e letterati.<img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78629" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-224x300.jpeg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-224x300.jpeg 224w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-765x1024.jpeg 765w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-768x1028.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1147x1536.jpeg 1147w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1530x2048.jpeg 1530w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1920x2571.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1170x1566.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-585x783.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-scaled.jpeg 1912w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Allargamento del ghetto e nuovi accoglimenti</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il Ghetto Nuovo si era allargato e poi congiunto al Ghetto Vecchio, istituito su iniziativa dei Savi alla Mercanzia per far posto ai Levantini, ebrei espulsi dalla penisola iberica nel 1492.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Costoro erano così chiamati perché prima di emigrare a Venezia avevano trovato rifugio nell’Impero Ottomano. Il governo li aveva accettati nella prospettiva che rafforzassero il commercio con l’Oriente danneggiato da guerre e altri guai occorsi nella prima metà del Cinquecento. Ogni tanto c’era stata anche della tolleranza, soprattutto quando di mezzo c’erano fior di zecchini.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Alla fine del secolo ai Levantini si erano aggiunti i Ponentini, i discendenti degli ebrei spagnoli e portoghesi che avevano evitato la cacciata con il battesimo, ma erano finiti braccati dalla Santa Inquisizione per il sospetto di praticare il giudaismo in segreto, cioè di essere “vili marrani”. Come quelli di un secolo prima, se ne erano andati anche loro prima in terra turca e in altre città italiane, infine a Venezia.</span></span></p>
<p class="s2"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78627" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-300x224.jpeg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-300x224.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1024x765.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-768x574.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1536x1147.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-2048x1530.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1920x1434.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1170x874.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-585x437.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>L’urbanistica nei ghetti</b></span></span></p>
<p class="s2">L’istituzione dei ghetti aveva imposto anche una questione urbanistica. Gli spazi ristretti avevano spinto a innalzare immobili fino a otto piani. Per alleggerire il peso di tali costruzioni poggiate su infidi terreni sabbiosi le pareti esterne erano piuttosto sottili, quelle interne in legno, i soffitti molto bassi. Per sfruttare ogni spazio interno disponibile, le scale giravano all’esterno degli edifici con una disinvoltura che teneva conto solo del profitto, tanto che furono chiamate “scale matte”.<img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78626" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1024x765.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-768x574.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1536x1147.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-2048x1530.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1920x1434.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1170x874.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-585x437.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Al pianterreno erano posti i magazzini degli straccivendoli e i banchi dei pegni che prendevano nome dal colore delle ricevute rilasciate: banco rosso, banco verde, ecc. Ai tempi del primo insediamento degli ebrei tedeschi erano stati quantificati in una decina, poi erano cresciuti di numero dietro esborso di diecimila ducati per ottenere il permesso dalle autorità sempre pronte ad allungare le mani nelle scarselle dei giudei.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Poiché agli ebrei non era concesso possedere case, certuni avevano goduto di ampi vantaggi ad affittare loro alloggi infliggendo canoni superiori anche di un terzo rispetto a quelli di mercato.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>La forza del ghetto</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il ghetto rinchiudeva, ma anche proteggeva. Venezia di notte per un ebreo poteva diventare pericolosa, una città che covava un rancore spesso manifesto nei confronti degli uccisori del Cristo, come ovunque nella cristianità. E se non era questo il motivo, c’era il risentimento di chi si era indebitato con qualche banchiere ebreo a interessi che non sempre rispettavano i limiti di legge. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Perfino la sepoltura dei defunti di fede ebraica non era rispettata dai cristiani: impensabile tumularli in terra consacrata, nel 1386 era stato concesso loro di acquistare un terreno a San Nicolò di Lido come cimitero, teatro peraltro di frequenti profanazioni. Per lo più le barche che traslavano le salme dal ghetto verso l’estrema dimora e i loro accompagnatori erano oggetto di insulti, scherni, minacce, lanci di immondizie, pitali e tutto un corollario di bravate con le quali il popolino sfogava il suo rancore nei confronti del popolo di Mosè. Proprio non si riusciva a dimenticare quella croce sul Calvario.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Solo nel 1668, a spese della comunità giudea, fu autorizzato l’escavo del “canale degli hebrei” per facilitare il transito dei cortei funebri verso il cimitero sottraendoli agli insulti della plebaglia.</span></span></p>
<p class="s2"><strong><span class="s3"><span class="bumpedFont15">Rinnovo delle “condotte”</span></span></strong></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Se quasi inesistenti agli inizi del Cinquecento, il numero totale degli ebrei residenti in città crebbe con gli accoglimenti di Levantini e Ponentini. Circa settecento nel 1516 all’apertura del primo ghetto, più che raddoppiato quindici anni dopo, sceso a 1043 per le pestilenze nella seconda metà del secolo, il numero si era impennato in 1694 nel 1586.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Al periodico rinnovo delle condotte si apriva puntualmente un capitolo doloroso per le borse dei giudei, con l’introduzione di clausole sempre più vessatorie che avevano finito con il soffocare i banchi dei prestiti su pegno. Per altro nel corso del Cinquecento non se l’erano cavata meglio le stesse banche dei cristiani travolte da difficoltà economiche. Si era così giunti alla revisione degli accordi con la comunità ebraica. Il gravoso tributo era stato abolito, ma in cambio gli ebrei si erano dovuti accollare una volta per tutte la gestione dei banchi dei pegni, un’attività inevitabilmente in perdita e che nascondeva sotto sotto della buona usura a dispetto del rigido controllo. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Invece avevano fatto un buon affare quei ricchi patrizi ai quali si rivolgevano gli ebrei quando restavano a secco di denaro, perché in questo caso era consentito ai cristiani percepire interessi da chi cristiano non era.</span></span></p>
<p class="s2"><strong><span class="s3"><span class="bumpedFont15">Da straccivendoli a ricchi mercanti</span></span></strong></p>
<p class="s2">Nel contempo la “strazzaria” si era trasformata in un’attività ben più lucrosa di quanto il nome avrebbe lasciato intendere. Poi verso il 1590 erano stati ammessi al grande commercio con il Levante, attività tradizionalmente riservata a patrizi e cittadini. I capitali veneziani si andavano progressivamente ritirando dai commerci per essere investiti in terraferma, lasciando un vuoto assolutamente da colmare.</p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I risultati non si erano fatti attendere: sei anni dopo l’ambasciatore di Costantinopoli informava il governo che due terzi del commercio con la capitale turca era in mano a mercanti ebrei e Francesco Sansovino aveva annotato che essi “per il negotio sono opulentissimi”.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15">Le “nationi” e l’autogoverno della comunità</span></span></p>
<p class="s2">La comunità era retta da un “Capitolo”, o Consiglio degli Ebrei, una sorta di autogoverno dal quale, tuttavia, tutti tentavano di defilarsi e avevano le loro brave ragioni. Infatti, a questo consesso era stato affidato il fastidioso incarico di mantenere i rapporti con le autorità, incarico mai facile e dagli esiti spesso oggetto di lamentele da parte della comunità suddivisa in quattro “nationi”: tedesca, italiana, ponentina e levantina. Ciascuna aveva la propria assemblea per occuparsi degli affari religiosi e la propria sinagoga con funzioni celebrate secondo i rispettivi riti. Le questioni più delicate, come quella riguardante le imposte da versare allo stato, erano demandate a un’assemblea generale di circa ottanta membri.</p>
<p class="s2">Degli anni successivi al 1605 francamente so poco in quanto mi sono occupato degli ebrei veneziani e del ghetto in modo funzionale al giallo Il Signore di Notte, nome mutuato da una magistratura veneziana di sei membri incaricati di mantenere l’ordine pubblico in città. In pratica magistrati e insieme capi di una delle polizie che operavano nella Serenissima.</p>
<p><i><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Nell’articolo alcune foto</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> scattate</span></span> <span class="s8"><span class="bumpedFont15">dall&#8217;autore nel 2013 nel ghetto di Venezia dove anticamente certe case raggiungevano anche i sette piani e oltre</span></span></i></p>
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		<title>Quando a Venezia si remava sulle galee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 05:14:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Galee]]></category>
		<category><![CDATA[giallo storico]]></category>
		<category><![CDATA[Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="800" height="529" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA.jpeg 800w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-300x198.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-768x508.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-780x516.jpeg 780w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-585x387.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>L’antica Venezia e le sue galee. Un approfondimento di Gustavo Vitali, autore del giallo storico “Il Signore di Notte” La protagonista assoluta della politica commerciale ed espansionistica dell’antica Venezia è&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’antica Venezia e le sue galee. Un approfondimento di Gustavo Vitali, autore del giallo storico “Il Signore di Notte”</p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La protagonista assoluta della politica commerciale ed espansionistica dell’antica Venezia è stata soprattutto la galea, detta anche galera nel senso più detentivo del termine.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Per alcuni l’etimologia sarebbe derivata dal greco “galeos”, squalo, per la forma lunga, sottile e filante, ma c’era anche chi lo faceva derivare da altro. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Un’immagine abusata</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Distorta e abusata l’immagine della galea che navigava a forza di remi. In realtà la navigazione avveniva prevalentemente a vela per risparmiare i rematori, pena trovarsi con uomini esausti di fronte al nemico o in condizioni di tempo avverse. In generale su una galea “sottile”, le più diffuse, si vogava per circa un quarto del tempo trascorso in mare impegnando un terzo della ciurma a rotazione; tutta durante le manovre nei porti o in combattimento. Sulle galee “grosse”, o “da merchato”, cioè adibite prevalentemente a uso commerciale, i tempi al remo calavano di dieci volte. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le vele latine issate sugli alberi, da uno a quattro secondo le dimensioni della nave, erano quindi di gran lunga preferite ai remi, salvo che questi ultimi, a differenza dei velieri, permettevano alla galea di muoversi anche in assenza di vento.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le galee duravano bene dieci anni, una dozzina o poco più a essere fortunati. Poi sopravveniva ineluttabile il degrado e finivano in disarmo. Erano prodotte in serie principalmente nell’Arsenale di Venezia con pezzi intercambiabili per facilitare costruzione e manutenzione, un naviglio insuperabile per velocità e maneggevolezza. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-73187" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-300x248.jpeg" alt="" width="300" height="248" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-300x248.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-1024x845.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-768x634.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-585x483.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A.jpeg 1126w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Al momento del varo veniva assegnato un numero progressivo, ma nel gergo della marineria finivano con il prendere i nomi dei Sopracomiti al comando scelti nella classe patrizia: “la barbarigo”, “la priula”, “la mocenigo”, ecc. rispettivamente se il comandante proveniva dalle casate Barbarigo, Priuli, Mocenigo e così via. Invece le galee fornite dalle città di terraferma, comandate da nobili locali, prendevano il nome dalla città che le armava: “la trevisana”, “la padovana”, ecc.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Armata “grossa” e armata “sottile”</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La flotta delle galee era identificata come l’“armata sottile”, quella a vela come l’“armata grossa”. I velieri all’inizio erano stati noleggiati o comprati all’estero, soprattutto in Olanda e in Inghilterra, poi costruiti in proprio. Tuttavia le galee per le loro caratteristiche erano preferite alle navi a vela e avevano costituito a lungo il nerbo della flotta della Serenissima. Alla caduta della Repubblica nel 1797 i francesi ne troveranno ancora 20 in servizio e tre in costruzione su un totale di 184 navigli. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-73186" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-300x203.jpeg" alt="" width="300" height="203" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-300x203.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-768x518.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-585x395.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE.jpeg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Una galea “sottile” era lunga circa 45 m. e larga 5. Si vogava alla “sensile”, vale a dire che i 25 o 30 banchi di voga sulle triremi, ospitavano ciascuno tre rematori con un remo a testa. Alta la velocità se si otteneva un buon coordinamento. Con la progressiva introduzione dei forzati si era passati alla voga a “scaloccio”, cioè cinque rematori agenti su un unico remo, fino a otto sulle galee più grandi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le più veloci quadriremi erano adibite a particolari scopi militari o come navi ammiraglie. Senza avvenire le quinqueremi, ancora più veloci, ma che richiedevano ciurme troppo numerose. Esse già ammontavano a 150 uomini sulle sottili, che salivano a 200 e oltre sulle grosse e ancora di più sulle galeazze.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>L’Arsenale, “officina del mondo”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’Arsenale era un dispositivo tecnico e militare dove la suddivisione in corporazioni era applicata rigidamente. Una prima ripartizione delle maestranze annoverava i “marangoni”, cioè i falegnami, che attendevano alla costruzione di chiglia e mura della nave, i “calafati” che ricoprivano lo scafo di pece e i “remieri” per la costruzione dei remi. Queste tre categorie, capeggiate da “proti”, cioè maestri o architetti, coadiuvati da “sotto proti”, sorta di capi squadra, erano incluse in senso stretto tra gli Arsenalotti, letteralmente i “figli dell’Arsenale”, prima corporazione e simbolo della città. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Questa categoria di operai-soldati godeva di certi privilegi: trasmettere il posto ai figli, diritto alla pensione e garanzie in caso di malattia. All’inizio del XVI secolo un arsenalotto percepiva circa venti zecchini annui di paga e ben cento i capi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In cambio erano stati imposti loro servizi di ordine pubblico in particolari occasioni, montare la guardia nella loggetta in piazza San Marco durante le riunioni del Maggior Consiglio e la sorveglianza della Zecca. Secondo le diverse incombenze, venivano armati di un bastone rosso, di alabarda, o del “brandistocco”, una massiccia arma inastata a tre lame. Accorrevano poi a spegnere i frequenti incendi in città e fornivano un certo numero di rematori per le galee, obbligo che le frequenti esenzioni avevano fatto finire nel dimenticatoio. Remavano inoltre sulle imbarcazioni di stato nelle cerimonie pubbliche, come sul Bucintoro, la lussuosa galea del doge.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Agli arsenalotti si aggiungevano gli addetti alle attività collaterali: gli “alboranti” per l’approntamento degli alberi, i “tagieri” per fabbricare carrucole e pulegge, gli “intagliatori” per curare le decorazioni, i “botteri” per le botti, i “filacanevi” filatori di cime di canapa al lavoro nella “tana”, dove erano impegnate anche maestranze femminili e duecento fanciulli circa fino al secolo XVI. Altre ottanta donne lavoravano a cucire le vele. C’erano poi i fonditori di cannoni e altri lavoratori ausiliari: facchini, muratori, fabbri, “segadori”, raffinatori di polvere da sparo, fabbricanti di corazze e armi varie e altri ancora. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tutti insieme nei momenti di massima efficienza della struttura, secondo alcuni, erano arrivati a duemiladuecento persone. Per altri sarebbero stati oltre quattromila e probabilmente l’aveva sparata grossa il doge Mocenigo quando, nel 1423, aveva valutato in seimila le unità impiegate. In ogni caso l’Arsenale era la maggiore unità produttiva d’Europa, definita l’«officina del mondo», capace in caso di guerra di varare venticinque navi al mese, tra le quaranta e le sessanta all’anno di norma.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>I “bonevoglie”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Fino alla metà del ‘500 per la voga sulle galee erano stati imbarcati uomini liberi chiamati “bonevoglie” che avevano costituito il nerbo principale delle flotte veneziane. La ferma durava tre anni; indispensabili robusta costituzione ed età compresa tra i diciotto e quarant’anni.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Purtroppo con il trascorrere del tempo racimolare braccia da mettere ai remi era diventato sempre più difficile. Inaridite le principali fonti di arruolamento, Grecia, Albania, Istria, il Levante e le coste dalmate, i bonevoglie, detti anche “galioti di libertà”, erano diventati merce rara. Neppure erano bastati a rinfoltire i ranghi i cosiddetti “zontaroli”, un’aggiunta di uomini fornita dai domini di terraferma, scelti a sorteggio per sei mesi, con esclusione di ecclesiastici, nobili locali ed ebrei. Questi ultimi non ebbero scampo dal metter mano alla borsa in cambio dell’esenzione, nonostante questa fosse d’ufficio. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il rendimento delle ciurme reclutate in terraferma, che non godevano di gran fama come uomini di mare e che crepavano di stenti a un ritmo impressionante, era scarso. Invece a Venezia chiunque poteva trovare miglior paga senza marcire a un banco di voga, un lavoro mai abbastanza retribuito di fronte a un’esistenza sacrificata e a tutti i rischi connessi alla vita di mare. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La paga e il vestiario</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I rematori prendevano circa dieci lire al mese quando ci volevano sei lire e quattro soldi per fare uno zecchino, mentre i comandanti ne guadagnavano novanta di zecchini. Neppure bastava a lenire gli affanni delle ciurme della flotta mercantile il beneficio di portare con sé una certa quantità di merce da vendere al ritorno per conto proprio e in esenzione di dazio, diritto inesistente sulle galee militari che pure all’occasione trasportavano merci, soprattutto le più pregiate e meno ingombranti.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il bonavoglia incassava un anticipo al momento dell’arruolamento e il saldo al rientro. Però l’anticipo, ancorché congruo per invogliarlo, non doveva essere eccessivo per non spingerlo a sparire con i soldi e in barba alle pene comminate a chi non si fosse presentato all’imbarco.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">D’altra parte, una volta rientrati a casa, costoro incorrevano talora nell’amara sorpresa del mancato pagamento del saldo pattuito. Erano così costretti a un nuovo imbarco per incassare quei soldi insieme a un nuovo anticipo, ma senza la certezza di intascare poi l’ulteriore saldo. Il calcolo funambolico e dei più biechi aveva suscitato le proteste di quei poveracci e clamorose rivolte, scontri di piazza, in un caso l’assalto ai forni al grido di “fame, fame”, ma si era perseverato nel pagarli il meno possibile, meglio ancora non pagarli affatto.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Si forniva loro un vestiario ridotto all’essenziale: un cappelletto, una casacca, braghe e calze di panno ordinario, un cappotto con cappuccio per difendersi dalla pioggia e coprirsi durante il sonno, una cintura di cuoio e un coltello. Sistemati a cielo aperto, esposti alle intemperie, pressati in spazi angusti, mangiavano, dormivano e talvolta svolgevano pure le funzioni fisiologiche al posto di voga. Pare che il lezzo emanato da questi navigli fosse percepibile anche a grande distanza nonostante ogni mattina al sorgere del sole si provvedesse a lavare le galere con abbondante acqua di mare e sottoporre gli imbarcati a identico trattamento. In generale gli stenti di una vita di gravi fatiche e pessima alimentazione scavavano vuoti spaventosi nei ranghi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Alla voga prigionieri di guerra, detenuti, schiavi e altra marmaglia.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Oltre ai bonevoglie, quando maggiore era la necessità di braccia, alla voga si mettevano in catene i prigionieri catturati su navi nemiche, predoni di mare, traditori, furfanti, ladri e compagnia cantando, disertori fuggiti dalle galere della Serenissima, da quelle del papa, di Napoli e chissà da dove ancora. Poi si compravano schiavi turchi da corsari cristiani come gli Uscocchi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nonostante ciò la penuria di vogatori era diventata cronica e aveva spinto il governo fin dal 1542 a riempire i banchi di voga con condannati per reati comuni, facendo scontare le pene in mare invece che in cella. In più, pur di racimolare braccia, si era chiesta la consegna di detenuti anche agli altri stati. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Cristoforo Da Canal, uno dei più validi uomini di mare della Serenissima, aveva persuaso il Senato a equipaggiare in tal modo parte della flotta, costituendo uno speciale reparto di galee mosse esclusivamente da “sforzati”. Assoluto divieto dal servirsi di galeotti per la voga sulle galeazze, evoluzione delle galee grosse, enormi, irte di artiglierie e cariche d’armati, invenzione tutta veneziana e protagonista della battaglia di Lepanto. Stesso divieto anche per le “bastarde”, una via di mezzo tra le sottili e quelle grosse, dove si imbarcavano i “Capi da Mar”, cioè alti ufficiali della flotta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il Senato aveva inoltre stabilito che la condanna al remo variasse dai diciotto mesi ai dodici anni ed era invalso l’uso di commutare la pena di morte in dieci anni di buona voga. Andando oltre il poveraccio diventava spesso inabile al servizio e cercava con ogni mezzo di fuggire. Tanto valeva liberarlo. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nelle galee mosse dai condannati il numero dei bonevoglie calò drasticamente fino a soli sei per unità e impiegati per regolare i ritmi di voga. Cristoforo Da Canal aveva riformato la flotta veneziana.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il rancio</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il punto debole della vita di bordo era l’alimentazione. Piatto principale l’eterna brodaglia di pan biscotto, cioè gallette ammollate in acqua di mare con aggiunta di olio. Veniva somministrata alla sera per non far vedere cosa conteneva la scodella, brontolavano i poveri cristi nel trangugiare il misero rancio, termine derivato da “rancido”, il che dice molto.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il pan biscotto era prodotto dallo stato nei 32 forni dell’Arsenale, ricetta segreta e con una complicata serie di cotture, durissimo, indeperibile anche nelle condizioni più estreme, durava anni senza alterarsi. I condannati ne avevano diritto a ventidue once al giorno, ridotte a diciotto per gli schiavi turchi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Poi zuppa di fave al mattino, una tazza di vino a giorni alterni, abbondante in caso di grossi sforzi, immancabile prima della voga arrancata durante i combattimenti. Limitate le scorte di carne rappresentate da animali vivi destinati alla macellazione a bordo, verosimile appannaggio di comandanti e ufficiali.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Cristoforo Da Canal si era sfiatato per convincere il governo a passare agli equipaggi quelle “minestre di herbette” già in uso in altre marine per favorire le funzioni intestinali, ma si era continuato a remare con lo stomaco gonfiato dalle solite zuppe mal nutrienti. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Con a bordo viveri per circa un mese, era soprattutto l’acqua a preoccupare perché chi stava ai remi ne consumava parecchia. Gli spazi ristretti non consentivano scorte oltre i quattro giorni, massimo 12 sulle galee più grandi. Sicché si era destinati a una navigazione sotto costa con frequenti soste per l’“acquata” e altri rifornimenti essenziali. Si navigava possibilmente dalla primavera all’autunno per evitare guai con il brutto tempo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il resto dell’equipaggio</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’equipaggio di una galea comprendeva anche “compagni”, cioè marinai addetti ai servizi di bordo, turni al timone, di vedetta, manovra delle vele e altro. Costituivano la cosiddetta “marinarezza”, punta di diamante della marina veneziana. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Invece gli uomini di spada, detti “scapoli”, si occupavano della vigilanza a bordo e costituivano il principale nucleo di combattimento, una razza poco stimata comprendente pure banditelli e falliti, questi ultimi a mezza paga. Tiravano a campare svolgendo un servizio penoso, esposti a ogni sorta di rischio, cause che ne rendevano difficile l’arruolamento.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Addetti alla navigazione erano l’Uomo di Consiglio, il Comito, il Sottocomito e il Pilota; alle cure sanitarie provvedeva l’Eccellente, detto anche Cerusico, coadiuvato dal Barbierotto per la rasatura delle teste; il Cappellano era tristemente addetto alla sepoltura dei defunti oltre alle funzioni religiose. Poi si imbarcavano il Padrone, il Sottopadrone, il Padroncino, il Capo dei Provvisionati, Capi e Sottocapi Bombardieri, l’Agozzino e gli Agozzinotti, le maestranze per la manutenzione della nave con i rispettivi garzoni, lo Scalco e il Caverner addetti a carni e cambusa, il Fante di Pizzuol, cioè la camera di poppa destinata al comandante e infine lo Scrivano coadiuvato dallo Scrivanello che, quali persone di lettere e computo, annotavano in appositi libri i rapporti di tutti gli altri. In buona sostanza, si viveva pigiati l’uno sull’altro e si facevano salti mortali per tenere infoltiti i ranghi.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Di tutto ciò parlo più diffusamente nel libro</span></span> <a href="https://www.ilsignoredinotte.it/"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il Signore di Notte</span></span></a><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> un giallo nella Venezia del 1605.</span></span></p>
<p>Photocover:<span class="s4"><span class="bumpedFont15">&#8211;</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> Il dipinto del XVI secolo raffigura lo scontro tra galere cristiane e ottomane a Lepanto. National Maritime Museum, Greenwich, Londra, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">foto tratta dal sito Storica  (National Geographic).</span></span></p>
<p><span class="s4"><span class="bumpedFont15">nelle foto: modelli di galea veneziana tratto dal sito </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Veneto Storia</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> e a tre alberi e cinque bocche di fuoco tratto dal sito </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Ars Value</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> </span></span></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F06%2F27%2Fquando-a-venezia-si-remava-sulle-galee%2F&amp;linkname=Quando%20a%20Venezia%20si%20remava%20sulle%20galee" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F06%2F27%2Fquando-a-venezia-si-remava-sulle-galee%2F&#038;title=Quando%20a%20Venezia%20si%20remava%20sulle%20galee" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2023/06/27/quando-a-venezia-si-remava-sulle-galee/" data-a2a-title="Quando a Venezia si remava sulle galee"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/06/27/quando-a-venezia-si-remava-sulle-galee/">Quando a Venezia si remava sulle galee</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Quando a Venezia ci si giocava la camicia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 May 2023 19:21:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Redazione]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[giallo storico]]></category>
		<category><![CDATA[Gioco d’azzardo]]></category>
		<category><![CDATA[Gustavo Vitali]]></category>
		<category><![CDATA[Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-scaled.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-768x1024.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-1170x1560.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-585x780.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dicono che tutto ebbe inizio nel </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">1172.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Un capo mastro di origine bergamasca, tale Nicolò Barattieri, riesce a rizzare due enormi colonne trasportate dall’Oriente </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">come bottino di guerra. Erano </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">rimaste abbandonate per decenni sul molo di San Marco perché nessuno sapeva come fare.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A lavori conclusi alle loro sommità svetteranno le statue </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">di San Totaro, cioè San Teodoro, e del leone alato di San Marco, segnando per sempre l’accesso all’area marciana per chi proveniva dal mare. Ci sarebbe stata anche una terza colonna, ma andò perduta nel fango della laguna durante le operazioni di scarico.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Il Barattieri si era già segnalato </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">per la realizzazione della cella del campanile di San Marco mettendo in campo tutto un marchingegno di casse di legno mosse da carrucole che agevolarono il trasporto dei materiali sino alla cima della torre. Resterà nella storia anche per aver costruito il primo Ponte di Rialto, tutto in legno. Anche nel caso delle colonne</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> impiegò </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">un ingegnoso e complicato sistema di corde bagnate, paranchi e zeppe. </span></span></p>
<p class="s3"><b>Una zona franca per il gioco d’azzardo</b></p>
<p class="s3">A lavoro ultimato ebbe pure il suo bravo tornaconto: ottenne dal doge Sebastiano Ziani che attorno alle colonne fosse decretata una zona franca dove praticare il gioco d’azzardo fino ad allora proibito ovunque nella Serenissima. Pare fossero molto di moda i dadi, tanto che entreranno a far parte dello stemma di famiglia, fino che un discendente dell’ingegnoso bergamasco deciderà di abiurarli come simboli di un deprecabile passato connesso con il vizio. Infatti, con il tempo il termine “barattieri” era <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-71619" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-2048x1536.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-1920x1440.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />finito per designare i gestori di banchi per il gioco d’azzardo, una consorteria regolata da norme fisse, tacitamente riconosciute e accettate dai biscazzieri, cioè i padroni delle bische.</p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><b>Barattieri, biscazzieri e allocchi</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Cosicché il malaffare prese a dilagare ovunque.</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">Il gioco era per lo più favorito dal calendario veneziano che segnava un’infinità di feste, numerose ricorrenze di santi protettori di parrocchie e corporazioni, sagre e altro, una manna per i barattieri di ogni parte che piovevano in città per svuotare le tasche agli allocchi. Nel 1487 era stato poco saggiamente permesso il gioco in occasione delle feste nuziali e durante il lungo periodo del carnevale quando tutta la città indossava la “bauta”, cioè la maschera, anche bari e truffatori. Il doge Andrea Gritti lo aveva revocato, ma il danno era fatto. Le colonne di piazza San Marco erano oramai diventate il ritrovo della peggior feccia. Ma carte e dadi sbucavano dappertutto, per strada, nelle case e nei cosiddetti “Casin dei Nobili”, case da gioco contrabbandate per salotti da conversazione. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Ci si rovinava anche nei “redutti”, ovvero bische clandestine, e più di un’attività nascondeva sotto vesti legali quella dell’azzardo. Biscazzieri per antonomasia erano i barbieri, poco importando loro dei pochi ducati di multa o di qualche settimana di carcere perché l’azzardo fruttava più del mestiere di “conzateste” o radere barbe. Famosa tra Rinascimento e Barocco la bisca nascosta nella bottega di barberia di Vincenzo Gobbo a San Stin nel sestiere di San Polo, in calle del Magazen. Il Gobbo era pure finito in carcere, ma la bisca aveva continuato a prosperare. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><b>La difficile opera di contrasto al gioco d’azzardo</b></span></span></p>
<p class="s3">Giocatori, bari, biscazzieri, “tagliatori” e tutto il serraglio di prostituzione e lenoni connesso si beffava di guardie e zaffi, quando addirittura non venivano presi a botte e talvolta anche peggio. Alcuni bari godettero di grande fama, come Zuane Martini, detto “Balla” o “Balletta”, tanto noto che ho deciso di farne un personaggio del mio libro giallo “Il Signore di Notte” ambientato nella Venezia del 1605. Anche la bisca del Gobbo nel racconto diventa meta delle indagini.</p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">L’insanabile piaga infestò in modo trasversale la società veneziana in ogni epoca e senza distinzione di rango. L’azzardo era nell’aria, compenetrato nella città stessa, amalgamato con i traffici commerciali e con gli arricchimenti, connesso alla storia di Venezia fin dai tempi più remoti e non solo dal 1172. Le sentenze degli Esecutori Contro la Bestemmia e quelle delle altre magistrature che li avevano preceduti per competenza in materia non incutevano alcun timore. Il male non era regredito d’un passo neppure di fronte alle più severe sentenze di bando, messa alla berlina e carcere.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><b>I modi per rovinarsi alla ricerca della fortuna</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’elenco dei modi per buttar via soldi era davvero lungo: piastrelle, primiera, gilé col bresciano, trappola, stusso, cricca, minoreto, trentaun per forza, sequentia, chiamare, dar la cartaccia e banco fallito. Un gioco molto diffuso era la basseta, un vero flagello. Il proverbio veneziano </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">“</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">la matina una messeta, dopo pranzo una basseta e la sera una doneta”, cioè alla mattina la messa, al pomeriggio il gioco della “basseta” e la sera una donna, l’avrebbe detta lunga, ma c’era poco da ridere perché il gioco era una peste che divorava i pochi denari dei poveracci e interi patrimoni dei ricchi. Susciterà clamore la disavventura di un giovane patrizio che al gioco aveva perso ogni avere, perfino le fibbie d’oro che adornavano le sue calzature. Nel tentativo di rifarsi alla fine si era giocato pure la propria promessa sposa. Nessuno ha tramandato come si era chiusa la vicenda della poveretta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><b>Conseguenze finanziarie per lo stato</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Il gioco aveva pesato anche sulle casse dello stato. Tra il 1776 e il 1788 per rimpinguarle il governo aveva deciso di aprire le porte del patriziato a quaranta famiglie, vendendo il titolo per 100.000 ducati. In precedenza, tra il 1646 e il 1669, questa misura era già stata adottata con successo in altre due occasioni quando c’era stata la corsa per accaparrarselo. Questa volta non fu così: solo tredici famiglie furono disponibili a scucire la somma. Tra le ragioni di tanta disaffezione alcuni studiosi hanno individuato nel gioco del lotto la rovina di molte famiglie</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">. Bersaglio di numerose proibizioni, come quella del 7 luglio 1603 con la quale il Consiglio dei Dieci aveva tentato di non “permetter alcuna sorte di Loti”, perché evidentemente ce n’era più di un tipo, era stato infine regolamentato dal governo nel 1734.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">“</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Chi è causa del suo mal …” si potrebbe concludere. Invece, preferisco sottolineare la grandezza dell’antica Repubblica di Venezia, oltre undici secoli di gloria, retta in generale da governi avveduti, quando non geniali, da personaggi responsabili e quasi sempre all’altezza delle situazioni. Va bene! Qualche vizietto glielo possiamo concedere</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">…</span></span></p>
<p class="s3">
<p class="s3">
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Nelle foto scattate dall’autore</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">: </span></span></p>
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">1 &#8211; calle del Magazen </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">a San Stin nel sestiere di San Polo, </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">dove era nascosta la bisca</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> nella bottega di barberia di Vincenzo Gobbo.</span></span></p>
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">2 – il portego che si apre su Corte Canal nel quale è stata posta la casa di un personaggio della storia, il baro Zuane Martini, detto “Balla” o “Balletta”</span></span></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F05%2F29%2Fquando-a-venezia-ci-si-giocava-la-camicia%2F&amp;linkname=Quando%20a%20Venezia%20ci%20si%20giocava%20la%20camicia" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F05%2F29%2Fquando-a-venezia-ci-si-giocava-la-camicia%2F&#038;title=Quando%20a%20Venezia%20ci%20si%20giocava%20la%20camicia" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2023/05/29/quando-a-venezia-ci-si-giocava-la-camicia/" data-a2a-title="Quando a Venezia ci si giocava la camicia"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/05/29/quando-a-venezia-ci-si-giocava-la-camicia/">Quando a Venezia ci si giocava la camicia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Quando a Venezia la si faceva a cazzotti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Mar 2023 06:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Dorsoduro]]></category>
		<category><![CDATA[Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/8B833204-D800-4420-A2E3-286578975192.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/8B833204-D800-4420-A2E3-286578975192.jpeg 1600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/8B833204-D800-4420-A2E3-286578975192-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/8B833204-D800-4420-A2E3-286578975192-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/8B833204-D800-4420-A2E3-286578975192-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/8B833204-D800-4420-A2E3-286578975192-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/8B833204-D800-4420-A2E3-286578975192-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/8B833204-D800-4420-A2E3-286578975192-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p>Nel giallo storico il Signore di Notte, di Gustavo Vitali, sono numerose le  curiosità, i fatti e fatterelli che hanno costituito la storia  dell’antica Repubblica di Venezia e dei suoi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Nel giallo storico il Signore di Notte, di Gustavo Vitali, sono numerose le  curiosità, i fatti e fatterelli che hanno costituito la storia  dell’antica Repubblica di Venezia e dei suoi undici secoli di vita. Nell’articolo la storia dell’antico sestiere  della Serenissima, Dorsoduro, e dei suoi rissosi abitanti.</i></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><br />
<b>Castellani e Nicolotti</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il sestiere di Dorsoduro a Venezia resta affacciato a settentrione sul canale della Giudecca, isola una volta chiamata Spinalonga per la sua forma di pesce. Il cambio del nome era dovuto al fatto che il governo dell’antica Serenissima un bel giorno decise di confinare lì chi veniva condannato per reati minori contro lo stato, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">“</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">zudecá” in lingua veneta, cioè “giudicato”.</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> Invece recenti studi hanno smentito definitivamente la credenza popolare che vi fossero vissuti degli ebrei, cioè giudei. Infatti costoro erano confinati altrove, precisamente nei tre ghetti, quello Nuovo, quello Vecchio e infine quello Nuovissimo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Barcaioli e pescatori per tradizione, gli abitanti di Dorsoduro erano chiamati Nicolotti, una delle due fazioni nelle quali era diviso il popolo veneziano. L’altra, quella dei Castellani, abitava prevalentemente la zona orientale della città, in particolare il sestiere di Castello, quello dell’Arsenale. Tra loro la maggioranza era costituita da marinai e da carpentieri addetti a quella che era considerata la più grande industria d’Europa. I Castellani portavano berretto e “fusciacca” rossa, mentre il copricapo e la fascia dei Nicolotti era di color nero. Ancora oggi le magliette dei gondolieri osservano la tradizione: righe bianche e rosse, oppure bianche e nere.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Un’altra suddivisione era costituita dai sestieri di qua e di là del canale rispetto Palazzo Ducale: Castello, San Marco e Cannaregio i tre “de çitra”, Dorsoduro, Santa Croce e San Polo quelli “de ultra”. A loro volta, per motivi fiscali, questi erano stati ripartiti in contrade che nel corso dei secoli aumenteranno fino a 69 per la città, più una per l’isola della Giudecca. Credo siano rimaste le stesse ancora oggi.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il “Ponte di Pugni”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tra Nicolotti e Castellani non correva buon sangue, frequenti le risse, un residuo delle antiche lotte civili. La tradizione voleva che si sfidassero in regate e altre gare di abilità fisica, ma i cimenti prediletti delle due fazioni erano ben più violenti, ancorché riconosciuti e addirittura codificati. Le più impegnative erano le cosiddette “guerre dei ponti”, cioè la conquista di certi ponti armati di canne o a mani nude, giochi brutali, ma ciò nonostante accettati comunemente e senza remore. Il più celebre di questi, sul rio Santa Barnaba nella parrocchia Carmini, aveva preso il nome di “Ponte dei Pugni”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Sulle scazzottate tra le due fazioni si diceva aleggiasse la longa manu del potere, pronto a favorire e addirittura alimentare le contese come sfogo degli umori popolari, ma anche come esibizione di fierezza. Infatti una guerra dei pugni era stata offerta nel 1574 in onore di Enrico III di Francia in visita alla città. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Qualcuno sosteneva pure che nei tempi antichi la rivalità tra sestieri “de citra” e “de ultra”, quindi tra Castellani e Nicolotti, facesse comodo ai governanti che, in caso di sollevazione di una parte, avrebbero potuto contare sull’altra.</span></span></p>
<p class="s3"><b><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Il “Doge dei Nicolotti</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”</span></span></b></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Disgraziatamente Dorsoduro era un sestiere per nulla ricco. Più che barcaioli, in prevalenza era abitato da poveri pescatori che praticavano la minuta pesca lagunare senza che le reti fossero mai abbastanza gonfie da migliorare le loro condizioni. In particolare, era povera la gente della contrada di San Raffaele Arcangelo, ma anche quelli di Santa Marta e San Nicolò dei Mendicoli non se la cavavano meglio.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-68182" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/25355789-64EC-4F48-A45E-2427B40B9C62-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/25355789-64EC-4F48-A45E-2427B40B9C62-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/25355789-64EC-4F48-A45E-2427B40B9C62-768x1024.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/25355789-64EC-4F48-A45E-2427B40B9C62-585x780.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/25355789-64EC-4F48-A45E-2427B40B9C62.jpeg 1125w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’arte dei pescatori era costituita in confraternita, detta “fraglia”, dotata come tutte le altre corporazioni veneziane di uno statuto, detto “mariegola” approvato dal magistrato dei Giustizieri Vecchi e presieduta da un Gastaldo eletto alla presenza di un notaio ducale che raccoglieva il suo giuramento. Per antica tradizione quello dei pescatori era chiamato “Doge dei Nicolotti” o “Doge dei Pescatori”. Godeva di alcuni privilegi, come l’invito a pranzare con il doge, quello vero, una volta all’anno insieme a dodici dei suoi e al cancelliere dell’arte, e affiancare su una barchetta il Bucintoro con a bordo il collega più importante durante la cerimonia dello Sposalizio con il Mare nel giorno della “Sensa”, cioè la festa dell’Ascensione. Questi “privilegi” erano davvero poca cosa se paragonati alle prebende delle cariche di governo e dell’alta burocrazia, ma erano accettati con fierezza dalla gente di quelle contrade. Meglio poco che niente!</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dopo l’elezione il prescelto indossava calze, scarpe, toga e berretto rossi e percorreva l’intera città in corteo fino a Palazzo Ducale, accompagnato dai suoi pescatori al suono di trombe, tamburi e scoppi di mortaretti. Qui il Serenissimo Principe, cioè il doge, lo abbracciava e baciava come fosse un suo parigrado, ma quello era solo un povero pescatore che il giorno dopo sarebbe tornato a sfamarsi con i pesci della laguna.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il</b> <b>Malcanton e i contrabbandieri<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-68179" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/4A823A6E-1657-4129-91F4-7A7B4A3C9C61-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/4A823A6E-1657-4129-91F4-7A7B4A3C9C61-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/4A823A6E-1657-4129-91F4-7A7B4A3C9C61-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/4A823A6E-1657-4129-91F4-7A7B4A3C9C61-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/4A823A6E-1657-4129-91F4-7A7B4A3C9C61-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/4A823A6E-1657-4129-91F4-7A7B4A3C9C61-2048x1536.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/4A823A6E-1657-4129-91F4-7A7B4A3C9C61-1920x1440.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/4A823A6E-1657-4129-91F4-7A7B4A3C9C61-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/03/4A823A6E-1657-4129-91F4-7A7B4A3C9C61-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Anche Dorsoduro, come altri luoghi di Venezia, dal punto di vista storico aveva qualche scheletro nell’armadio. Per esempio, il rio e la fondamenta Malcanton, al confine con il sestiere di Santa Croce, dovevano il tristo nome alla cruenta fine del vescovo Ramperto Polo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il prelato si era recato in loco per intimare a don Bartolomeo Dandolo, parroco di San Pantalon, di versare le decime sui morti della parrocchia come d’uso ai tempi. Il parroco, invece, si era ritenuto esentato dal predecessore del Polo, ma costui non ne aveva voluto sapere. Così era stato affrontato da una folla schierata dalla parte del parroco, povera gente per la quale anche pochi soldi di decima avrebbero rappresentato un esborso gravoso. Per questo erano stati saggiamente esentati e per questo detta folla inferocita aveva linciato il vescovo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dopo il cruento episodio, fondamenta e canale avevano goduto della peggior fama, ma c’era dell’altro.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A Dorsoduro, lungo le fondamenta delle Zattere affacciate sul canale della Giudecca, frammisti a navi e imbarcazioni di ogni tipo, era facile trovare nella baraonda degli attracchi “trabacoli” e “brazere”, imbarcazioni tradizionali della laguna e del piccolo cabotaggio. Per condurre questi piccoli navigli, adibiti di norma alla navigazione sotto costa, bastava un equipaggio di una mezza dozzina di uomini. Venivano utilizzati per la pesca, per il trasporto, ma anche per il contrabbando, più redditizio e meno faticoso del calar reti in mare o il carico e scarico di merci.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Non lontano c’erano i Saloni del Sale, emporio dov’era custodito il prezioso prodotto trasportato in città dalle navi tonde, le grosse imbarcazioni a vela adibite ai traffici commerciali e pesantemente tassato prima della vendita al pubblico. Quello illecito proveniva soprattutto dall’Istria o dalle saline di Cervia, ma anche da altrove. Il popolo, di norma fieramente veneziano e favorevole al governo, in questo caso e per ragioni di saccoccia stava, invece, dalla alla parte dei contrabbandieri: il loro sale costava meno!. Una di queste imbarcazioni caricava circa 20 mila libbre grosse di sale per viaggio che fruttava attorno agli ottocento ducati, rivendendo il sale a cinque soldi la libbra e pagandola tre all’acquisto.</span></span></p>
<p class="s3">Queste notizie le ho apprese per scrivere il libro Il Signore di Notte, un giallo nella Venezia del 1605, che, pur essendo un thriller con tutte le caratteristiche del genere come omicidi, agguati, ecc. contiene anche brevi divagazioni su curiosità, usi, costumi, fatti e fatterelli dell’antica Repubblica di Venezia e dei suoi undici secoli di vita. Diciamo pure che mi è costato più tempo a documentarmi che non a scrivere, come testimonia la vasta bibliografia in coda al volume. Poi ci sono state le lunghe scarpinate per Venezia alla ricerca dei luoghi dove erano vissuti i principali personaggi nel 1605 e ambientare la trama che, al contrario, è di pura invenzione.</p>
<p class="s3">
<p class="s3"><em><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Nelle foto scattate dall’autore nel sestiere veneziano di Dorsoduro nel 2013: uno scorcio del Rio de l’Anzolo Rafael, la chiesa omonima e le fondamenta Barbarigo.</span></span></em></p>
<p class="s3">
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		<title>La strana storia di un palazzo di Venezia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Feb 2023 16:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[Palazzo di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo storico]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/B68A5050-A74F-45AF-9B1E-14335F7E089A-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/B68A5050-A74F-45AF-9B1E-14335F7E089A-scaled.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/B68A5050-A74F-45AF-9B1E-14335F7E089A-180x300.jpeg 180w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/B68A5050-A74F-45AF-9B1E-14335F7E089A-614x1024.jpeg 614w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/B68A5050-A74F-45AF-9B1E-14335F7E089A-768x1280.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/B68A5050-A74F-45AF-9B1E-14335F7E089A-922x1536.jpeg 922w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/B68A5050-A74F-45AF-9B1E-14335F7E089A-1229x2048.jpeg 1229w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/B68A5050-A74F-45AF-9B1E-14335F7E089A-1170x1950.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/B68A5050-A74F-45AF-9B1E-14335F7E089A-585x975.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Ho fotografato questa “vera da pozzo” e uno scorcio del palazzo  alcuni anni or sono durante la ricerca di luoghi dove ambientare il libro Il Signore di Notte, un giallo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho fotografato questa “vera da pozzo” e uno scorcio del palazzo  alcuni anni or sono durante la ricerca di luoghi dove ambientare il libro Il Signore di Notte, un giallo nella Venezia del 1605. Il pozzo è quello della corte interna di Palazzo Balbi che a sua volta è la location dell’epilogo del thriller.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-66730" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/029AB56C-D0BF-411D-B1CC-C210A3896E22-180x300.jpeg" alt="" width="180" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/029AB56C-D0BF-411D-B1CC-C210A3896E22-180x300.jpeg 180w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/029AB56C-D0BF-411D-B1CC-C210A3896E22-614x1024.jpeg 614w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/029AB56C-D0BF-411D-B1CC-C210A3896E22-768x1280.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/029AB56C-D0BF-411D-B1CC-C210A3896E22-922x1536.jpeg 922w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/029AB56C-D0BF-411D-B1CC-C210A3896E22-1229x2048.jpeg 1229w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/029AB56C-D0BF-411D-B1CC-C210A3896E22-1170x1950.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/029AB56C-D0BF-411D-B1CC-C210A3896E22-585x975.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/029AB56C-D0BF-411D-B1CC-C210A3896E22-scaled.jpeg 1536w" sizes="(max-width: 180px) 100vw, 180px" /></p>
<p><strong>Perché la costruzione è avvenuta a tempo di record</strong></p>
<p>Si tratta di un edificio rinascimentale che vanta un primato e una curiosità. Primato: fu costruito in soli otto anni dal 1582 al 1590. Curiosità: tanta urgenza era dettata dall’impellenza del committente, Nicolò Balbi, di trovare una sistemazione e aveva un’ottima ragione per essere tale.</p>
<p>Infatti fino ad allora i Balbi avevano vissuto in affitto. Senonché le fonti riferiscono che un bel giorno Nicolò fu affrontato rudemente dal padrone di casa e accusato di essere in ritardo con la pigione. Si era trattato di una banale distrazione, ma l’intenzione di umiliare l’inquilino da parte del locatario era stata lampante, visti i loro rapporti già poco cordiali. Il Balbi l’affronto se lo legò al dito. Pagò all’istante il dovuto e diede contemporanea disdetta del contratto. Trasferì poi la famiglia, composta solo dalla moglie Chiara Barbaro e dalla sorella nubile Cornelia, su un “bucentoro” o forse un “Burchiello”, comunque un naviglio di grandi dimensioni. Nessuna preoccupazione per un’altra sorella, suor Prudentia, sparita dietro le mura di un monastero e della quale si stava occupando il buon Dio.</p>
<p><strong>Sistemazione provvisoria in barca</strong></p>
<p>Per i veneziani risiedere su barconi all’ormeggio anche per lunghi periodi era una situazione abbastanza usuale. Un fatto clamoroso di adattamento a tale vita era avvenuto durante la terribile pestilenza tra il 1575 e il 1577. Ben ottomila, forse diecimila, persone supposte portatrici del contagio avevano vissuto su oltre tremila natanti ormeggiati accanto al Lazzaretto Nuovo.</p>
<p>Soprattutto ai benestanti non erano mai mancate imbarcazioni di vario tipo e stazza e quella adibita a residenza dal Balbi doveva essere di notevole mole tanto da oscurare la residenza dell’odiato ex locatario. Infatti Nicolò per ritorsione aveva ormeggiato la sua provvisoria dimora proprio davanti alla casa del rivale, levandole la luce del sole. Nessun cronista ha riferito se tanto fosse bastato a placare la sua stizza.</p>
<p><strong>L’incarico all’architetto Alessandro Vittoria</strong></p>
<p>A questo punto una sistemazione più comoda era diventata urgente e Nicolò si dovette decidere a metter su casa, anzi palazzo. In contrada San Pantalon, tra Rio de la Frescada e Rio di Ca’ Foscari, possedeva un terreno con una catapecchia così malridotta che aveva scartato l’idea di andarci ad abitare facendola abbattere. Il progetto del nuovo edificio era stato affidato al trentino Alessandro Vittoria, architetto e scultore giunto a Venezia da Trento nel 1543 per lavorare nello studio del grande Jacopo Sansovino fino a subentrargli dopo ventisette anni. Cosicché, quando il Balbi aveva affidato al Vittoria la progettazione del palazzo, il trentino, ormai maturo come architetto, si era buttato a capofitto nell’impresa. Peraltro i grandi maestri del secolo erano ormai passati a miglior vita e solo lui era rimasto ancora attivo, una scelta quasi obbligata da parte del committente.</p>
<p><strong>Caratteristiche architettoniche e critiche</strong></p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-medium"><figcaption class="wp-element-caption">Palazzo Balbi, pozzo</figcaption></figure>
</div>
<p>La prima pietra era stata posata nel 1582 e nel 1590 l’edificio era pronto per essere abitato, otto anni, un primato nell’erezione di un palazzo a Venezia. A costruzione ultimata erano apparse manifeste nel prospetto ispirazioni al Sansovino, quali le sei monofore ovali del sottotetto, e al Palladio, ma anche ad altri maestri come lo Scamozzi e Guglielmo dei Grigi. Tradizione rispettata nei pilastri angolari a ordini sovrapposti e svoltanti nelle facciate laterali; però alcune novità avevano precorso i tempi suscitando critiche: qualcuno si era azzardato a definirne una di queste “scorretta e licenziosa”. Verosimilmente si era riferito ai timpani ad arco o rette che rifinivano porte e finestre laterali, interrotti da eleganti anfore e da pannocchie stilizzate. La ricchezza dei Balbi era stata simboleggiata dagli stemmi infilati tra composizioni di frutta con piena soddisfazione del committente.</p>
<p><strong>Un matrimonio coraggioso</strong></p>
<p>Tuttavia Nicolò aveva goduto poco di quella che aveva chiamato la “ca’ granda” perché morto a cinquantuno anni nel luglio del 1591. In precedenza, nel 1572, aveva preso in moglie Chiara Barbaro, matrimonio deciso con grande coraggio. Infatti Chiara si era lasciata alle spalle una famiglia paurosamente trafitta dalla tragedia perché suo padre Zaccaria, allora luogotenente nell’isola di Cipro, nel 1561 era stato ucciso insieme al figlio Daniele da Lucrezia Minio, sua moglie da trent’anni.</p>
<p>Nicolò aveva nutrito grande affetto per Chiara, un affetto misto a compassione per la tragedia che aveva segnato la vita della consorte. Per lo più avevano dovuto affrontare a loro volta la sfortuna di non avere figli.</p>
<p><strong>Testamento</strong></p>
<p>Circa il patrimonio, sentendosi vicino alla morte, Nicolò aveva steso un testamento meticoloso chiuso pochi giorni prima di spirare per un non meglio precisato malanno, tanto che nei necrologi di sanità del poveretto si era scritto “… da febre”, formula usuale quando non si sapeva a cosa dar la colpa di un decesso. Aveva disposto con pignoleria come suddividere beni mobili e immobili e a chi, dopo la scomparsa delle congiunte, sarebbe spettata la proprietà dei diversi piani del palazzo in San Pantalon e di un altro edificio di più modeste dimensioni che aveva preso a costruire sullo stesso terreno a ridosso della ca’ granda, così chiamata proprio per distinguerla dalla seconda. Sul ridotto sviluppo verticale di quest’ultima era stato categorico: non sarebbe dovuta “esser alzata in niun tempo in maggior summa di altezza di piedi trenta”. Non sarà ascoltato.</p>
<p><strong>Il palazzo oggi</strong></p>
<p>Il palazzo nel corso dei secoli è passato in più mani e ha subito numerosi restauri. Dal 1971 è sede ufficiale del Presidente della Regione Veneto e della Giunta ma pare che sia stato messo all’asta. Base 26,4 milioni di euro.</p>
<p>Gustavo Vitali</p>
<p><a href="https://www.ilsignoredinotte.it/palazzo-balbi.html">articolo originale</a></p>
<figure class="wp-block-embed">
<div class="wp-block-embed__wrapper">https://www.ilsignoredinotte.it/palazzo-balbi.html</div>
</figure>
<p>Photocredit Gustavo Vitali: la “vera da pozzo” del cortile interno di Palazzo Balbi e uno scorcio del medesimo</p>
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		<title>Rossellana, la schiava che il sultano amò</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2023/01/26/rossellana-la-schiava-che-il-sultano-amo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=rossellana-la-schiava-che-il-sultano-amo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2023 06:29:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Gustavo Vitali]]></category>
		<category><![CDATA[Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[Rossellana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="535" height="379" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/01/946DBE22-D14E-43FA-8ABF-47A267D5C722.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/01/946DBE22-D14E-43FA-8ABF-47A267D5C722.jpeg 535w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/01/946DBE22-D14E-43FA-8ABF-47A267D5C722-300x213.jpeg 300w" sizes="(max-width: 535px) 100vw, 535px" /></p>
<p>Schiavitù, passione, amore, intrighi, potere, sangue e poesia, nella storia di Rossellana, ispiratrice di scrittori, artisti e dello scrivente Gustavo Vitali,  autore del libro Il Signore di Notte, un “giallo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Schiavitù, passione, amore, intrighi, potere, sangue e poesia, nella storia di Rossellana, ispiratrice di scrittori, artisti e dello scrivente Gustavo Vitali,  autore del libro Il Signore di Notte, un “giallo storico” ambientato a Venezia nel 1605.</em></p>
<p>Quella di Rosselana è una storia di schiavitù, passione, amore, intrighi, potere, sangue e poesia.</p>
<p><strong>Origini</strong></p>
<p>“Donna di nation Rossa, giovane non bella ma grassiada”, aveva scritto di lei Pietro Bragadin in un rapporto diplomatico al governo di Venezia.</p>
<p>Sulle origini di questa donna tra verità e leggenda c’era solo l’imbarazzo della scelta, tutte ben confuse a partire dal nome: Roxolana, Roksa, Roksolana e in occidente Roxelana o “la Rosselana” per i suoi capelli rossi. Infine Hürrem Haseki Sulṭān o Khurrem Sulṭān, in turco la sultana ridente. Il suo vero nome pare fosse stato Alexandra Anastasia Lisowska, almeno prima di finire nell’harem di Costantinopoli.</p>
<p>Oltre che nativa della Russia, che allora neppure esisteva, una terra chamata Moscovia semmai, era stata avallata anche come ucraina, polacca, persiana, perfino come un’improbabile contessa italiana. Verosimilmente era ucraina, figlia di di Hawryło Lisowski, un prete ortodosso, nata a Rohatyn forse tra il 1502 e il 1506, quando gran parte dell’Ucraina faceva parte del Granducato di Lituania, confluito poi nella confederazione con la Polonia.</p>
<p><strong>Nell’harem del sultano</strong></p>
<p>Confuse pure le notizie su come Rosselana fosse finita nell’harem di Costantinopoli: rapita dai tartari, venduta a mercanti genovesi e portata al mercato di schiavi della capitale turca, secondo la più probabile. Pare l’abbia poi comprata l’albanese Ibrahim Pascià, gran visir e cognato di Solimano il Magnifico e donata al vecchio Selim I, padre di Solimano. Costui, ormai troppo anziano per certe prestazioni, l’avrebbe ceduta al figlio quando la schiava aveva circa quindici anni. Insomma, nomi, paesi d’origine e rotte commerciali non aiutano a fare chiarezza.</p>
<p><strong>Amore a prima vista</strong></p>
<p>Fatto sta che Solimano è attratto dalla sorridente Roksolana: i due diventano intimi, confidenti, infine amanti. Lui, quando è lontano da corte perché impegnato nelle frequenti campagne militari, si fida solo delle notizie da palazzo ricevute da lei. Non è solo amore, ma anche convenienza: ha bisogno di qualcuno di affidabile che gli fornisca informazioni sulla situazione a palazzo e sceglie l’amata.</p>
<p>Dell’harem in occidente si aveva, e ancora si ha, uno stereotipo lontano dal vero, vale a dire un luogo di perdizione con schiave licenziose e discinte pronte a soddisfare i sollazzi di sultani debosciati. Invece l’harem era per molti versi tutt’altro: si faceva politica, si pianificava il futuro, si intrigava, oltre che tutto il resto. Era governato dalle madri e dalle mogli dei sultani e le concubine educavano i propri figli progettando per loro un avvenire migliore, cosa che poteva accadere. Nell’impero ottomano perfino uno schiavetto genovese, prediletto di un sultano, da uomo diventerà capo della flotta turca, come la schiava ucraina diventerà sultana.</p>
<p><strong>Da schiava a sultana</strong></p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-medium is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-51302" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/01/rosellana-sultana-anonimo-239x300.jpg" sizes="(max-width: 174px) 100vw, 174px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/01/rosellana-sultana-anonimo-239x300.jpg 239w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/01/rosellana-sultana-anonimo-768x964.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/01/rosellana-sultana-anonimo.jpg 800w" alt="" width="174" height="219" /></figure>
</div>
<p>Un giorno scoppia un incendio nell’harem ubicato nel cosiddetto Palazzo Vecchio, una costruzione staccata dal Topkapi, letteralmente “Porta del Cannone”, che era invece quello da cui si governava l’impero. Rosselana si trasferisce al Topkapi in attesa che la struttura venga ripristinata, ma nell’harem non farà più ritorno. È diventata una “haseki”, cioè la concubina preferita del sultano, scalzando ogni altra donna dal suo cuore.</p>
<p>Solimano aveva già avuto chissà quanti figli, di sicuro il primogenito Sehzade Mustafà designato quale erede legittimo, figlio della sua prima moglie, Mahi Debran Gulbahar, chiamata anche Gyulbahar, o Mahidevran. Per ironia della sorte e per sottolineare una pratica consolidata, anche questa proveniva dal mercato degli schiavi di Costantinopoli, ma è il solo aspetto che le due donne hanno in comune.</p>
<p>Mahidevran è rosa dalla gelosia per l’ascesa della rivale dai capelli rossi. Tra loro scoppia un alterco, vengono alle mani e Rosselana ha la peggio. Interviene Solimano con il quale la ex schiava gioca d’astuzia e dapprima si rifiuta di mostrare le ferite; Solimano insiste e lei cede solo dopo una lunga manfrina. Mahidevran viene immediatamente allontanata da corte e lui prende Rosselana come moglie ufficiale forse nel 1534. La corte ottomana è contraria al matrimonio, ma il sultano fa quello che vuole.</p>
<p>In verità la tradizione voleva che le preferite dei sultani avessero sostanzialmente due ruoli mai sovrapposti: amante e madre dell’erede al trono. Dopo aver dato alla luce il maschio, cessavano di essere le favorite e dovevano andarsene da palazzo con il figlio per allevarlo fino a quando avrebbe preso il posto del padre. Non sarà così per Roksolana che resterà a corte nonostante sei maternità, prima a rompere la tradizione e con grande scandalo dei dignitari della Sublime Porta, ma non sono loro a comandare.</p>
<p><strong>Rosselana e le lotte per il potere</strong></p>
<p>Come Hürrem Haseki Sulṭān, Rosselana si è insediata nel centro del potere dove intrighi e complotti non finiscono mai. Tra leggende e verità, sempre ben confuse, in Occidente sulla sua fama ci si atteneva al peggio, cioè più o meno quanta ne godeva pure tra i suoi. Era dipinta come spregiudicata, assetata di potere, dedita a ogni genere d’intrallazzo. Al contrario, altre fonti ne parlano come una persona impegnata in opere di bene, protettrice degli studiosi e della religione, una delle donne più istruite e colte del tempo: riceveva ambasciatori, intratteneva corrispondenze con sovrani, nobili e artisti di tutto il mondo. Un personaggio controverso, esattamente come la sua storia.</p>
<p>Secondo i nemici tra le sue vittime c’era stato Ibrāhīm Pascià, gran visir nominato da Solimano: era stato ucciso e le sue proprietà confiscate. Pare che Hürrem mal tollerasse l’influenza di Ibrahim sul sovrano e il suo appoggio per la successione al trono di Sehzade Mustafa, a sua volta messo a morte con l’aiuto di un altro gran visir, Rustem Pascià. Secondo voci più benevole, invece, Rosselana avrebbe scoperto un complotto di Mustafà contro il padre e il sultano non ci aveva pensato due volte a farlo strangolare, salvo poi vegliarne il corpo per giorni impedendo a chiunque di toccarlo. In realtà Solimano amava i figli tanto quanto la moglie, ma la questione della successione alla Sublime Porta, con eredi che tentavano di prendere anzitempo il posto dei padri ammazzandoli, stava diventando una situazione imbarazzante per la monarchia ottomana e qualcosa andava fatto. Decise per le spicce.</p>
<p>Per altro, in assenza di norme precise per regolare la successione, la legge del fratricidio inserita nel Kanunname, in pratica il codice delle leggi, sanciva che, con l’assenso dei dottori garanti della legge coranica, detti Ulema, il sultano potesse uccidere i propri parenti in modo da sbarazzarsi di possibili pretendenti. Insomma, pare valesse il detto nostrano “poca brigata, vita beata”.</p>
<p><strong>Molti figli</strong></p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-medium is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-51303" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/01/rosellana-solimano-anton-hickel--209x300.jpg" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/01/rosellana-solimano-anton-hickel--209x300.jpg 209w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/01/rosellana-solimano-anton-hickel-.jpg 535w" alt="" width="158" height="226" /><figcaption class="wp-element-caption">.</figcaption></figure>
</div>
<p>Solimano e Rosselana violeranno un’altra legge della corte ottomana: la concubina, infatti, non avrebbe potuto avere più di un figlio maschio, ma Hürrem ne avrà ben cinque, più una femminuccia. Incapaci di spiegare come possa aver raggiunto tanto potere, i suoi contemporanei l’accuseranno addirittura di aver stregato il sultano.</p>
<p>Tristissima la sorte dei figli: l’ultimo maschio, Cihangir, muore di dolore per la sorte toccata al fratellastro Mustafà al quale evidentemente era molto legato; Mehmet di vaiolo, Abdallah e la piccola Mihrimah in tenera età. Rimangono Selim e Bayezid.</p>
<p>Quest’ultimo si comporta come se fosse già sul trono scavalcando il padre, dispone, comanda, riceve ambasciatori come se il sultano vero non contasse nulla. Ma la goccia che fa traboccare il vaso è quando tenta di far fuori il fratello Selim, l’ultimo nato e, pare, prediletto da Roksolana. Il tentativo fallisce e Bayezid con dodicimila armati si rifugia in Persia, un traditore per i suoi, a quel tempo in guerra con i persiani. Per lui le cose volgono presto al peggio perché i due imperi firmano la pace e Solimano impone come condizione che gli uomini di Bayezid vengano tutti uccisi. Lui e i suoi cinque figli gli sono invece consegnati e sarà il sultano in persona a ordinare l’esecuzione dell’intera famiglia nel 1561. Costo dell’operazione quattromila monete d’oro che lo shah persiano Tahmasp incassa a lavoro ultimato.</p>
<p><strong>La fine</strong></p>
<p>Nel frattempo Rosselana si è ammalata. Solimano non si allontana un solo giorno dal suo capezzale, ordina perfino il rogo di tutti gli strumenti musicali di corte per non disturbare la sua quiete, ma la sposa spira tra le sue braccia il 18 aprile del 1558. Viene inumata in un mausoleo decorato con scene del Paradiso Terrestre. Poco distante sarà eretto quello del marito ed entrambi annessi alla moschea che porterà il suo nome.</p>
<p>Dopo la morte di Roksolana, Solimano il Magnifico, che qualche pecca se l’era dovuta pur riconoscere, vivrà il resto dei suoi giorni distrutto dal dolore, in solitudine, triste, sempre più lontano dalla gestione del potere. Scriverà poesie dedicate all’amata. Morirà il 6 settembre 1566 durante l’assedio di Szigetvár in Ungheria. Aveva annunciato che quella sarebbe stata la sua ultima campagna militare e che non sarebbe tornato.</p>
<p>Sarà di parola.</p>
<p>Nei secoli soprattutto l’aspetto amoroso di questa storia ha ispirato scrittori e artisti e pure lo scrivente  ha pensato di accennarne nel suo libro Il Signore di Notte, un giallo ambientato a Venezia nel 1605.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ilsignoredinotte.it/rossellana.html">Articolo originale</a> –</p>
<p><a href="https://www.ilsignoredinotte.it/rossellana.html">https://www.ilsignoredinotte.it/rossellana.html</a></p>
<p>Immagini tratte da Wikipedia: Roxelana e Solimano nel dipinto del pittore barocco tedesco Anton Hickel (1780) – Roxelana nelle vesti di Khurrem Sulṭān, la sultana ridente, nel ritratto di un pittore anonimo esposto al Topkapi di Istambul (probabile XVIII secolo).</p>
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		<title>Quando a Venezia si praticava la tortura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Dec 2022 21:28:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="800" height="1200" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA.jpeg 800w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-200x300.jpeg 200w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-683x1024.jpeg 683w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-768x1152.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/12/96D94E0C-91AE-49CA-817A-76D22A9676AA-585x878.jpeg 585w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>L’elenco dei metodi  di tortura per estorcere confessioni erano molti  e venivano praticati nel corso dei secoli non solo a Venezia ma in tutto l’Occidente.   L’ articolo di Gustavo&#8230;</p>
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<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
Non solo a Venezia, ma ovunque per secoli la tortura è stata concepita come funzionale al concetto stesso di giustizia. Solo l’Illuminismo e la rivoluzione francese porteranno a una sua progressiva messa al bando.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>I “tratti di corda” e la “camera del tormento”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Se l’elenco dei metodi di tortura per estorcere confessioni è piuttosto lungo e variegato, pare che quello più diffuso in occidente consistesse nei cosiddetti “tratti di corda”, detti anche “scassi di corda” e Venezia non faceva eccezione. Tuttavia</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> ci si arrivava per gradi, un supplizio per nulla scontato, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">con regole ben precise e le sue brave esenzioni.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il famigerato supplizio era praticato nella cosiddetta “camera del tormento”, posta in Palazzo Ducale fino alla fine del ‘500 e trasferita poi alle Prigioni Nuove, insieme alla stanza della magistratura de’ I Signori di Notte. Quella vecchia rimase di uso esclusivo del Consiglio dei X e degli Inquisitori di Stato, altre magistrature del complesso organigramma della Serenissima.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il crudele trattamento, applicato per gradi, si prefiggeva di aprire anche le bocche meglio cucite, fungendo da pressione psicologica prima ancora che al malcapitato fosse applicata la tortura stessa. Nel caso le urla e i lamenti del disgraziato svolgevano pure la non secondaria funzione di terrorizzare altri disgraziati in attesa di interrogatorio, creando un clima di tensione e paura e inducendoli così a confessare le proprie colpe senza troppe storie. In pratica si catturavano più piccioni con la stessa fava.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Destinatari della tortura</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Non si torturava a casaccio, ma solo gli imputati fortemente sospettati e i testimoni ritenuti poco credibili o reticenti il cui silenzio costituiva un ostacolo alla conoscenza della verità. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I giudici dovevano innanzi tutto valutare se le argomentazioni prodotte dai soggetti fossero idonee a scagionarli e nel caso soprassedere. Niente tortura anche quando la colpevolezza fosse provata “per testimonij, per inditij indubitati, o pur confesso”. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Si passava all’atto estremo quando gli elementi di colpevolezza formavano gravi indizi, ma non ancora prove certe e quindi fosse necessaria la confessione; oppure se l’imputato si rifiutava di denunciare i complici. In ogni caso la tortura non pregiudicava il riconoscimento dell’innocenza di fronte a elementi a discarico. L’inquisito era altresì prosciolto con formula dubitativa se resisteva ai tormenti senza che nuove imputazioni fossero emerse a suo danno. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In genere dovevano sussistere contestualmente tre imprescindibili presupposti per ricorrere alla tortura: l’imputato doveva apparire come responsabile del delitto, gli indizi contro di lui dovevano essere gravi, il reato doveva contemplare pene peggiori della tortura. Vietato il tormento se la pena prevista era d’ordine pecuniario. Il giudice che avesse torturato ingiustamente un innocente rischiava di vedersela con il patibolo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Esentati i ragazzi sotto i quattordici anni, le donne incinte, le puerpere per quaranta giorni dopo il parto, gli ultra sessantenni, dottori, avvocati, religiosi, alti dignitari e cavalieri. Nessuno poteva essere torturato nei giorni dedicati al culto e mai prima che fossero trascorse dieci ore dal suo ultimo pasto.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Tempi di applicazione della tortura</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I gradi di applicazione dei “tratti di corda” prevedevano forme di pressione crescenti per intensità, in modo da evitare inutili sofferenze. Si partiva dalla semplice minaccia, accompagnando l’accusato nella camera del tormento e mostrandogli l’armamentario pronto all’uso. Questo consisteva nel legare i polsi del reo dietro la schiena e pi a una corda per poi issarlo per mezzo di una carrucola. Il peso del corpo veniva così a gravare tutto sulle giunture delle spalle con danni spesso irreversibili. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pare non fosse in uso, come da altre parti, legare pesi ai piedi del malcapitato per aumentare l&#8217;efficacia del trattamento. </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Anche l’Inquisizione utilizzava la tortura della corda poiché la Chiesa voleva evitare spargimento di sangue, ma senza aggravi di pesi, limitandosi alla sola sospensione.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A ogni modo le conseguenze comportavano spesso la storpiatura a vita e non era raro il caso che bastasse </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">la sola vista dell’apparato per indurre imputati e testimoni a mutare rotta, perché le tremende conseguenze del supplizio erano ben note.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Lo stesso termine &#8220;tortura&#8221; deriva appunto dalla pratica di torsione delle braccia quale mezzo coercitivo per estorcere una confessione.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>I passi successivi</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Se il soggetto non cantava con le buone, dopo avergli ripetuto le domande, veniva denudato, polsi legati dietro la schiena e poi alla corda pendente dal soffitto, ma senza issarlo. Il terzo passo consisteva nella sospensione del corpo per non oltre un’ora. Infine si passava alla “cavalletta” e poi allo “squasso”, ma per non più di tre volte nello stesso giorno. La prima consisteva nel sollevare il corpo ad altezza d’uomo e lasciarlo piombare a terra; l’altra e più tremenda fase si eseguiva arrestando la caduta a un paio di braccia dal pavimento. Il tutto poteva ripetersi per un massimo di tre giorni distinti, i cosiddetti “collegi di corda”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Era altresì obbligatorio consultare prima un medico per accertare l’idoneità fisica dei destinati al crudele trattamento. Questo doveva avvenire in presenza di due chirurghi pronti a verificare il corretto allacciamento degli arti alla corda, curare gli inevitabili traumi che ne sarebbero derivati e dare un parere sul proseguimento. Obbligatoria la presenza dei magistrati, sei nel caso dei Signori di Notte, che si davano il cambio con estrazione a sorte. Assolutamente non ammessi gli avvocati.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La confessione</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tra una fase e l’altra era d’obbligo sollecitare il soggetto alla confessione e riproporgli le domande. Si verbalizzava tutto, parola per parola, perfino le urla, le imprecazioni, come sopportava la tortura, se era svenuto o meno, se chiedeva di farla finita e se era pronto a vuotare il sacco. Tuttavia lo si slegava solo al termine della confessione per poi rimandarlo ai “cameroti”, come erano chiamate le celle a Venezia.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La confessione resa sotto tortura, detta “in tormentis”, doveva essere confermata il giorno dopo, quando il poveraccio veniva ricondotto davanti ai giudici che gli leggevano il verbale prima della ratifica.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Un metodo riconosciuto come imperfetto</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I giudici ricorrevano ai “tratti di corda” come extrema ratio, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">consapevoli dei limiti di questo mezzo istruttorio considerato imperfetto e nonostante q</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">ualcuno avrebbe voluto applicarlo senza troppe remore, magari con la malvagità di infliggere sofferenza per amor di sofferenza. Infatti era risaputo come dai supplizi uscissero sovente confessioni rilasciate solo per metter fine al dolore, non necessariamente la verità. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Per lo più nell’applicare la tortura si badava bene a non causare danni eccessivi, dissesto di braccia e spalle a parte che già avveniva di suo. Assolutamente da evitare la morte del malcapitato, perché con essa sarebbe venuta meno la possibilità di ottenere informazioni o l’ammissione delle colpe.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Una voce solitaria contro la tortura </b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Caso unico e innovativo nella storia del diritto medievale contro l&#8217;uso della tortura è stata una sentenza del 1311 al termine di un processo contro i Templari di Veneto, Lombardia, Romagna e Istria, falsamente accusati di aver abbracciato la fede mussulmana. L’arcivescovo di Ravenna, Rinaldo da Concorezzo, aveva assolto gli imputati, rigettando come prove processuali le confessioni estorte sotto tortura, da lui esplicitamente condannata come strumento di indagine. Tuttavia, fino al “secolo dei lumi” questo episodio è rimasto un&#8217;eccezione senza alcun seguito.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Abolizione della tortura in Occidente</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In occidente la tortura è rimasta in vigore fino a inizio Ottocento dopo che molti intellettuali già nel secolo dell’Illuminismo avevano cominciato a denunciarla come pratica barbara. Tra costoro è rimasto nella storia Cesare Beccaria e il suo trattato del 1764 “Dei Delitti e delle Pene”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A Venezia i “tratti di corda” cominciarono a entrare in disuso all’inizio del ‘700, ma pare non del tutto. Il  primo sovrano ad abolire la tortura è stato Federico II di Prussia nel 1740. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dopo i primi decenni del XIX secolo la tortura era quasi scomparsa almeno in Europa. Solo il codice penale austro-ungarico ha previsto fino al 1918 la facoltà da parte degli  inquisitori di ricorrere alla “bastonatura” dell’imputato, pratica per altro raramente utilizzata. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Su tutto questo ho dovuto documentarmi per scrivere il libro Il Signore di Notte, un giallo ambientato nella Serenissima del 1605, con protagonista l’aristocratico Francesco Barbarigo, personaggio realmente vissuto in quel periodo. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Secondo il verbale di un processo dell’estate di quell’anno e rintracciato presso l’Archivio di Stato di Venezia, il Barbarigo ricopriva allora la carica di Signore di Notte al Criminal insieme ad altri cinque colleghi. Infatti questi magistrati per tradizione fin dal 1260 venivano scelti uno per ciascuno dei sei sestieri di Venezia. A loro veniva affidato il mantenimento dell’ordine pubblico in città.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Photocover : la camera del tormento presso Palazzo Ducale tratta dal sito Fondazione </span></span><a href="https://palazzoducale.visitmuve.it/"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Musei Civici Venezia</span></span></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quando a Venezia fu inventato il “bacalà”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Nov 2022 00:23:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Bacala’ origini]]></category>
		<category><![CDATA[Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="641" height="653" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/A93FA229-0D16-41E7-ABCA-506A6D75B4CE.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/A93FA229-0D16-41E7-ABCA-506A6D75B4CE.jpeg 641w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/A93FA229-0D16-41E7-ABCA-506A6D75B4CE-294x300.jpeg 294w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/A93FA229-0D16-41E7-ABCA-506A6D75B4CE-585x596.jpeg 585w" sizes="(max-width: 641px) 100vw, 641px" /></p>
<p>È stato un terribile naufragio a introdurre sulle tavole veneziane il baccalà, che in lingua locale si scrive rigorosamente con una sola “c”: bacalà, il piatto re della cucina veneta.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2022/11/12/quando-a-venezia-fu-inventato-il-bacala/">Quando a Venezia fu inventato il “bacalà”</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">È stato un terribile naufragio a introdurre sulle tavole veneziane il baccalà, che in lingua locale si scrive rigorosamente con una sola “c”: bacalà, il piatto re della cucina veneta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Incerta l’origine della parola</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">che pare derivare dal portoghese “bacalhau” e dallo spagnolo “bacalao”, termini che trovano la loro etimologia nel latino “baculus”, cioè bastone.</span></span></p>
<p class="s3"><b>Pietro Querini e la “caracca”</b></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pietro Querini era un raffinato nobile di antica famiglia veneziana, senatore della Serenissima e signore dei feudi di Catel Temini e Dafnes nell’isola di Candia, l’odierna Creta allora possedimento veneziano. In detti feudi si produceva la Malvasia, un vino molto apprezzato originario di un paese del Peloponneso, Monemvasia o Monemvaxia, che significa “porto con una sola entrata”, annesso alla Repubblica di Venezia nel 1419.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il 25 aprile 1431 Querini salpa da Candia a bordo della sua Gemma Querina, una “caracca”, cioè un grande veliero di 700 tonnellate di stazza adatto alle lunghe navigazioni oceaniche. Suoi subalterni sono </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nicolò de Michele, patrizio veneto, e Cristofalo Fioravante nelle funzioni di “comito”, dal latino “comes, comitis”, cioè compagno di viaggio, oggi diremmo nostromo, primo dei sottufficiali di bordo e secondo solo al “sopracomito”, detto anche “patrono”, che era il comandante, in questo caso lo stesso Querini.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Trasporta 80 barili della sua Malvasia che di norma vende nei Paesi Bassi. Completano il carico legni aromatici, s</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">pezie, cotone, cera, allume di rocca e altre mercanzie di valore per un peso totale di circa 500 tonnellate.</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> L’intento è ancora una volta quello di raggiungere le Fiandre per vendere la preziosa mercanzia.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La navigazione</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Si è trattato di un viaggio zeppo di imprevisti fin da cinque giorni prima della partenza quando era morto all’improvviso un figliolo del Querini che comunque non aveva rinunciato all’impresa.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La caracca attraversa una parte del Mediterraneo e naviga poi lungo un tratto della costa Berbera, all’incirca tra Algeria e Marocco fino a superare lo stretto di Gibilterra. Il 2 giugno, manovrando in bassi fondali nei pressi di San Pietro sulla costa atlantica della Spagna, toccano uno scoglio riportando danni alla chiglia e al timone. Tuttavia il 5 giugno raggiungono Cadice dove la caracca viene messa in carenaggio e in venticinque giorni i danni sono riparati.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel frattempo scoppia una nuova guerra tra Venezia e Milano, una delle cosiddette “guerre di Lombardia”, che però coinvolge anche Genova da alcuni decenni sotto il dominio milanese dei Visconti. Sebbene nella battaglia al largo di San Fruttuoso, detta anche battaglia di Rapallo, la Superba sarà sconfitta dai veneziani nell’agosto del 1431, per prudenza Querini decide di arruolare nuovi armati, formando così un equipaggio di 68 uomini di varie nazionalità. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il 14 luglio la Gemma Querina salpa nuovamente navigando lontano dalle coste per evitare incontri indesiderati con vascelli nemici. Invece venti contrari da nord est spingono il vascello attorno alle isole Canarie dalle quali dopo quindici giorni, cambiato finalmente il vento, riescono faticosamente a risalire attraccando a Lisbona ad agosto inoltrato.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Qui sono obbligati a nuove riparazioni, oltre che ai necessari rifornimenti e ad attendere venti favorevoli fino al 14 settembre quando possono riprendere il mare. Costeggiando il Portogallo, giungono a Muros nei pressi de La Coruña nel nord della Spagna quando è oramai ottobre. A poco servirà la visita di Pietro Querini, uomo molto devoto, al locale santuario di San Giacomo per scongiurare l’imminente tragedia che sta per abbattersi su di lui e sul suo equipaggio.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il naufragio</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Lasciata Muros e doppiato il vicino capo Finisterre, la caracca attraversa quasi tutto il golfo di Biscaglia percorrendo oltre 200 miglia con l’intento di dirigersi verso le Fiandre. Invece, mentre stanno per imboccare La Mancia, il 9 novembre vengono investiti da una tempesta che li spinge a nord ovest verso le isole Scilly e l’Irlanda. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il giorno dopo, per la furia del mare, si rompono i sostegni del timone, lasciando il vascello senza governo. Poi, con il trascorrere dei giorni, le condizioni del veliero sono sempre più disperate: la furia degli elementi strappa le vele e sfonda le mura, l’acqua penetra nello scafo riducendolo a un relitto che si mantiene a stento a galla e</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> va alla deriva per settimane. L’albero è tagliato dallo stesso equipaggio nel tentativo di alleggerirlo, invece la situazione peggiora ulteriormente. Gli uomini a bordo non si perdono d’animo e tentano di salvare il disastrato natante, ma la tempesta non si placa e vanifica i loro sforzi, fintanto che il Querini decide di abbandonarlo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">È il 17 dicembre del 1431 e l’equipaggio viene diviso in due gruppi per sorteggio: 44 marinai e i tre ufficiali si imbarcano su una grossa lancia, mentre i restanti 21 su una più piccola scialuppa, detta “schifo”. L’intento è quello di raggiungere l’Irlanda. Le due barche vengono calate in mare costruendo un paranco di fortuna e abbattendo una parte delle mura.  Dello “schifo” si perderà presto ogni traccia. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La lancia, invece, una volta placatosi le intemperie, va a lungo alla deriva con morti continue tra l’equipaggio. Dei 47 uomini solo 16 riusciranno a sopravvivere alle dure condizioni climatiche e al razionamento dei viveri dopo che gran parte delle vettovaglie erano state buttate a mare per alleggerire la barca. A tormentare i naufraghi è soprattutto la sete, tanto da essere costretti a bere l’acqua salmastra della sentina o le proprie urine.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il 6 gennaio 1432 i superstiti riescono fortunosamente a toccare terra più di 100 miglia oltre il Circolo Polare Artico, nell’isola di Sandøy nell&#8217;arcipelago norvegese delle Lofoten, isola completamente coperta di neve e del tutto disabitata. Cinque marinai si buttano in acqua per raggiungere la riva e finalmente dissetarsi mangiando la neve. La notte trascorre tentando di salvare quello che resta della lancia, che, invece, sbatte contro gli scogli e affonda definitivamente.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-62317" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/965E1FD6-72C0-432D-BD46-4FED6F0DD08A-250x300.jpeg" alt="" width="250" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/965E1FD6-72C0-432D-BD46-4FED6F0DD08A-250x300.jpeg 250w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/965E1FD6-72C0-432D-BD46-4FED6F0DD08A.jpeg 458w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></span></span></p>
<p class="s3"><b><span class="s2"><span class="bumpedFont15">“</span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15">100 giorni in paradiso”</span></span></b></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il Querini e i suoi compagni vivono per undici giorni al bivacco, infestati dai pidocchi, costruendo ripari di fortuna con remi e avanzi delle vele della lancia, bruciando il fasciame per scaldarsi cosa che gli causerà gonfiore agli occhi per il fumo emanato dalla legna bagnata. Bevono neve sciolta, si nutrono di molluschi e di un grosso pesce trovato in una capanna sulla costa fino a essere avvistati dal pescatore di un’isola distante solo otto miglia da quella dove sono naufragati i veneziani. Per gli undici superstiti è la salvezza, perché nel frattempo si sono verificati ulteriori cinque decessi.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il 3 febbraio partirono della vicina isola di Røst, in veneziano Rustene, i primi soccorsi. Insieme un sacerdote di origini tedesche che, parlando in latino, apprenderà dal Querini le loro disavventure. I soccorritori li accolgono nella loro piccola comunità di Røst, che il navigatore definirà “luogo forian ed estremo è chiamato in suo lenguaggio culo mundi”. Si tratta di una dozzina di case abitate da circa 120 abitanti dediti alla pesca nei mesi di giugno, luglio e agosto quando non tramonta mai il sole. Qui i naufraghi trascorrono un soggiorno che, dopo tante traversie, chiameranno “100 giorni in paradiso”, dove possono curare ferite e denutrizione.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pietro Querini racconterà al ritorno dei liberi costumi di questa gente del nord che, come non si cura di custodire i propri averi (evidentemente non c’erano ladri!), così le loro donne non si curano di spogliarsi tutte nude per andare a letto nelle stesse camere dove, insieme alla loro famiglia, alloggiavano anche i veneziani. Lo stesso fanno ogni giovedì: si spogliano a casa e poi vanno di corsa nel locale comune del villaggio dove si pratica una specie di antenata della sauna, mescolandosi agli uomini. Scriverà. “«I 120 abitanti dell’isola sono tutti cattolici fedelissimi e devoti, senza alcuna lussuria, tanto è la region fredda e contraria a ogni libidine.» </span></span></p>
<p class="s3"><b>Lo stoccafisso</b></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Durante questo soggiorno Pietro Querini nota che la principale attività dei suoi salvatori è la pesca di passere di enormi dimensioni, ma soprattutto del merluzzo che viene mangiato fresco oppure essiccato e poi, a suo tempo, battuto con il rovescio della scure prima di essere consumato condito con il burro. Nella sua relazione al Senato, obbligatoria per tutti i comandanti di navi che rientravano dai loro viaggi, il veneziano chiamerà questi pesci essiccati “stocfisi”, stoccafisso, parola pare derivante dagli olandesi </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">“</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">stock”, cioè bastone, </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">ma anche scorta</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, e visch, pesce, nel senso di pesce essiccato sul bastone come di fatto avveniva, retaggio delle relazioni commerciali tra la Serenissima e i Paesi Bassi.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Incuriosito e affascinato dal metodo di conservazione di questo pesce a lui poco noto, quando ripartirà per Venezia, ne porterà con sé pare una sessantina, scambiandoli lungo il tragitto con vitto, alloggio, cavalli e quant’altro.</span></span></p>
<p class="s3"><strong><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Il ritorno</span></span></strong></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Arriva la fine di maggio, il tempo quando i pescatori scendono verso meridione con una nave carica di stoccafissi fino al mercato di Bergen dove li barattano con altri prodotti provenienti dal continente e dall’Inghilterra. Caricano anche legna da ardere per tutto l’anno. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Questa volta, invece, arrivati dopo quindici giorni a Trondheim con il vento quasi sempre in poppa, vengono a sapere che la Norvegia è in stato di guerra con la Germania e decidono di non proseguire oltre. Cercano anche informazioni per consentire ai veneziani di raggiungere il continente o l’Inghilterra e viene loro suggerito di andare presso un certo Zuan (Giovanni) Franco, un veneziano fatto cavaliere dal re di Svezia dove era rimasto a vivere. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dopo oltre cinquanta giorni di cammino i superstiti giungono a Stichimborgo in Svezia e restano al castello del Franco trattati con ogni riguardo, fintanto che vengono a sapere che dal porto di Lodesa (Lödöse) stavano per salpare due navi, una per la Germania e l’altra per l’Inghilterra. Preso congedo dal Franco il 17 agosto e raggiunta Lödöse, sulla prima si imbarcano </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nicolò de Michele, Cristofalo Fioravante e Gherardo da Lione, mentre il 14 settembre Querini salpa verso l’Inghilterra con i restanti sette compagni.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La separazione e un… doppio matrimonio</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Accolti da sier Vittore Cappello e dalla fiorente comunità di mercanti veneziani di Londra, vengono vestiti di tutto punto e dotati di cavalcature e guide che li conducono ad attraversare la Manica per poi dirigersi verso Venezia. Del gruppo sono rimasti solo in tre: Pietro Querini con il suo fidatissimo servitore, lo schiavo tartaro Nicolò, e Alvise Nascimben di Zara. Il viaggio in terraferma dura 24 giorni attraverso la Germania e Basilea fino a Venezia raggiunta nell’ottobre del 1432. Gli altri avevano scelto altre vie e rientreranno alla spicciolata alle loro case, gli ultimi nel gennaio del 1433. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Singolare la vicenda del nocchiero Bernardo da Caglieri che aveva lasciato a casa una moglie fresca di matrimonio alla quale era stato fatto intendere che il marito fosse oramai morto. La donna si era risposata e alla ricomparsa di Bernardo avrebbe voluto chiudersi in convento per espiare la propria colpa. Perdonata dal marito, vivranno insieme fino alla fine dei loro giorni.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il baccalà consigliato dal Concilio di Trento</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Lo stoccafisso importato dal Querini e lavorato come baccalà assurgerà presto a grande successo come bontà gastronomica. Inoltre per le sue caratteristiche di cibo a lunga conservazione diventerà molto utile nei viaggi di mare e di terra. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il baccalà sarà uno dei piatti consigliati per affrontare gli oltre 200 giorni di magro, fissati, assieme ai cibi, il 4 dicembre 1563 dal Concilio di Trento. </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Entrerà così </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">di diritto nella cucina quotidiana e non solo veneziana, consumato il mercoledì e il venerdì, con un ruolo salvifico nelle mense della popolazione meno abbiente vessata dalle intransigenti regole alimentari imposte dalla Riforma. Piatto popolare e conservabile, di larga resa e costo contenuto, il merluzzo viene consacrato a piatto della cucina italiana dal cuoco Bartolomeo Scappi (1500 &#8211; 1577) che lo inserisce tra le sue ricette.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La lapide commemorativa e il ritorno culturale</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel 1932, a commemorazione dei 500 anni dall’evento, gli abitanti di Røst hanno eretto sull’isolotto del naufragio alla presenza di Alberto De Marsanich, allora ambasciatore italiano in Norvegia, una lapide in memoria di Pietro Querini e dei suoi uomini.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel 2012 ancora a Røst è stata rappresentata l’opera lirica “Querini”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le storie dell’avventuroso viaggio (ce ne sono altre oltre al diario del Querini) hanno aiutato i norvegesi a ricostruire quella che era la vita dei pescatori dell’epoca e su quelle isole. Infatti nel medioevo la cultura locale era tramandata sostanzialmente in modo orale.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Oggi Røst fa parte di un progetto internazionale, la “Via Querinissima”, volto a favorire la collaborazione nel turismo e la tutela dell’ambiente e della cultura. Da circa vent’anni è gemellata con Sandrigo, comune del vicentino famoso per il suo “bacalà”… quello con una sola “C”!</span></span></p>
<p class="s3">L’input a scrivere questa storia me lo hanno dato le ricerche sulla cucina veneta che mi sono servite per scrivere il libro Il Signore di Notte, un giallo nella Venezia del 1605. Nella trama si aprono brevi finestre su usi, costumi, aneddoti, fatti e fatterelli della vita quotidiana di allora.</p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">la </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">foto </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">di Piero Querini è</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> tratta da </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">&#8220;</span></span><a href="https://caterina.altervista.org/"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il Blog di Caterina</span></span></a><span class="s6"><span class="bumpedFont15">&#8220;</span></span></p>
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		<title>Quando a Venezia hanno inventato le prigioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Oct 2022 07:03:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-scaled.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-768x1024.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-1170x1560.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/AA94A731-883D-4425-A861-544952FA98FA-585x780.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Tra le mete turistiche veneziane più gettonate c’è il solenne immobile delle Prigioni Nuove, primo esempio al mondo di una struttura dedicata esclusivamente alla detenzione. Carceri improvvisate in strutture nate&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s3"><i><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tr</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">a</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> le mete turistiche veneziane più gettonate c’è il solenne immobile delle Prigioni Nuove, primo esempio al mondo di una struttura dedicata esclusivamente alla detenzione.</span></span></i></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Carceri improvvisate in strutture nate per altri scopi</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Fino alla fine del Rinascimento ovunque i governi usavano adattare a carceri strutture nate per altri scopi e avrebbero continuato a farlo anche in periodi successivi. Un esempio per tutti, la Bastiglia di Parigi, nata tra il 1367 e il 1382  come fortezza per difendere le mura della città presso la porta Sant’Antonio, trasformata poi in prigione e abbattuta dal popolo parigino il 14 luglio 1789, era allora in minima parte utilizzata ancora come prigione. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Valeva il duro principio che il colpevole espiasse la colpa nel modo più atroce, quando non sul patibolo. Le prigioni erano luoghi davvero infami dove i carcerati vivevano in condizioni disumane, in ambienti umidi, oscuri e con igiene azzerata. Difficilmente sopravvivevano fino alla scarcerazione, se mai fosse avvenuta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Le prigioni di Palazzo Ducale</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Venezia non aveva fatto eccezione con l’uso del piano terra e del mezzanino di Palazzo Ducale, cercando di recuperare tutti gli spazi disponibili, perfino i sottoscala. In certe gattabuie con spazi talmente esigui i reclusi facevano perfino fatica ad allungare le gambe o a tenersi dritti in piedi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Addirittura le cosiddette celle chiamate “Prigioni dei Signori Capi”, conosciute in seguito come “Pozzi”, avevano la triste fama di essere poste sotto il livello dell’acqua. Erano invece a pian terreno e probabilmente devono l’immeritata nomea all’accesso tramite una stretta e buia scaletta di sedici gradini. Alcune avevano finestre sul Rio di Palazzo, altre, dette “orbe”, erano buie e umide. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Insieme a quelle dei  “Piombi” nel sottotetto, dove, a causa dei questo materiale usato come copertura, si pativa il freddo in inverno e la peggiore canicola d’estate, erano destinate ad accogliere gli ospiti del Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori di Stato, ma non tutte. Di sicuro lo erano due celle segrete dei Pozzi, dette “giardini”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il secolo scorso, nella cella numero 10 dei Pozzi durante un restauro, sotto una coltre di calce malandata, saltarono fuori dei graffiti rappresentanti la Vergine con bambino attorniata da santi, un Cristo crocifisso e altro ancora. Si sono poi rivelati come affreschi opera di tale Riccardo Perucolo in carcere per ordine del Sant’Uffizio in quanto sospetto di eresia luterana. Li aveva dipinti per convincere i giudici della sua buona fede, ma, dopo varie peripezie, finirà sul rogo vent’anni dopo a Conegliano perché luterano lo era davvero.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dalle gattabuie dei Piombi e dei Pozzi non si poteva avere contatti con l’esterno, mentre le altre sotto la loggia del palazzo erano dotate di ampie finestre chiuse da sbarre e rivolte sulla pubblica piazza.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Trattamento dei carcerati</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A parte le suddette celle dei Pozzi e dei Piombi, rispetto al resto del mondo, le carceri della Serenissima erano quasi un salotto. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Ai detenuti era concesso intrattenersi liberamente con chi stava fuori, ricevere conforto morale e materiale, addirittura chiedere l’elemosina per pagare poi il conto dell’indesiderato soggiorno. Di tanta liberalità era rimasta memorabile una serenata di musici virtuosi offerta dai familiari a conforto di tale Antonio Grimani, detenuto in attesa di giudizio.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Cronisti stranieri avevano annotato l’umanità delle prigioni veneziane dove i reclusi si dedicavano a lavoretti artigianali, giocavano a dadi o a scacchi, si intrattenevano con amici e parenti presso i cancelli, oppure&#8230; organizzavano piani di fuga, perché ogni prigione è pur sempre prigione. Anche da quelle di Palazzo Ducale non erano mancate le evasioni, a volte eclatanti, addirittura di massa con il popolo a tener la parte dei fuggiaschi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Manica larga anche in materia di esigenze sessuali, tolleranza che prevedeva addirittura lo sgombero di celle e corpi di guardia per consentire gli incontri dei prigionieri con mogli e amiche. Peraltro la reclusione era quasi promiscua. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I colpevoli dei delitti più gravi venivano rinchiusi nelle celle cosiddette “orbe”, oscure e isolate, e con incatenamento di mani o piedi ai ceppi nei casi di riconosciuta pericolosità. Riguardo, invece, per i debitori e per coloro che si presentavano spontaneamente a seguito dell’ordine di comparizione. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Per un certo periodo era stata concessa ad alcuni la libertà di movimento all’interno dell’area marciana delimitata dai canali. Inevitabile che qualcuno ne avesse approfittato per diventare uccel di bosco, tanto che, verso la metà del ‘500, vigeva la licenza che chiunque potesse uccidere impunemente gli evasi.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Un caso oltre il tollerabile</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Grazie al diarista Marin Sanudo (1466 &#8211; 1536)  resteranno negli annali i banchetti dello scrivano Zuane Ferman, finito in cella per grosse truffe commesse nell’espletamento delle funzioni e che lo avevano letteralmente ricoperto d’oro, tanto da poter tranquillamente corrompere il capitano delle prigioni Giovanni Batochio. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Costui lo lasciava uscire di notte e tornare con tutto il necessario per banchettare allegramente insieme a donne di moralità non impeccabile. Purtroppo la bella vita dietro le sbarre durò solo una manciata di giorni. Infatti la cosa era giunta alle orecchie delle autorità. A Marco Zambotto, che svolgeva le funzioni di “Missier Grande”, vale a dire una specie di collettore di tutte le informazioni raccolte dagli “zaffi”, cioè i confidenti della polizia, era stato ordinato di sorvegliare le porte delle prigioni durante la notte.  </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il mattino dopo furono arrestati il Ferman, il Batochio e due meritrici alle quali sarà inferta una dose di venti scudisciate sulla pubblica piazza. Al capitano sarà revocato il grado e mandato in esilio a Candia, cioè Creta, per cinque anni, mentre il Ferman aveva già la sua bella pena da scontare e senza bagordi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La giustizia aiuta i reclusi</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Notevole era lo sforzo per evitare il protrarsi di indebite carcerazioni, garantire solleciti processi e verificare la situazione giudiziaria dei detenuti. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A vigilare sulle carceri e ascoltare le lagne dei reclusi erano chiamate svariate magistrature, gli onnipresenti Avogadori di Comun in primis, seguiti dai capi della Quarantia Criminal e dall’</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">“avvocato de’ </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">poveri prixoni”, un funzionario obbligato a visitare le carceri, comprese le celle di sestiere, dette “cameroti”, e  curare le esigenze dei detenuti, raccoglierne le lagne e perorare i loro diritti davanti ai tribunali. Erano due che, con avvicendamento quadrimestrale, dovevano pure assistere i bisognosi di patrocinio l’uno presso la Quarantia e il secondo presso le altre magistrature che trattavano materia criminale.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><b>I tre capi del Consiglio dei Dieci vigilavano sulle celle dei Piombi e dei Pozzi.</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Durante i processi l’accusato, se non poteva permettersi un avvocato che a Venezia abbondavano, era assistito da un difensore d’ufficio, perché la</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> difesa dell’imputato era intesa come cardine imprescindibile dell’ordinamento giudiziario, senza eccezioni. </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Le lamentele dei guardiani</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Alla lunga, tra affollamento in spazi ricavati alla meglio e pericolo d’incendi provocati da fuochi accesi dai detenuti per scaldarsi mettendo a rischio la soprastante sala del Maggior Consiglio, se non l’intero palazzo, la situazione era diventata insostenibile.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Per lo più i sorveglianti, insieme alle suppliche perché fossero aumentati i loro miseri salari, lamentavano la fatica di svolgere il loro servizio in una struttura drammaticamente inadeguata, obbligati a sedare risse dove a volte ci scappava il morto, “tenir li rei in cepi” se pericolosi, scongiurare fughe e fornire la collaborazione agli interrogatori. Questa si espletava principalmente nel condurre l’accusato alla presenza dei giudici che, se non cantava con le buone, lo sottoponevano ai “tratti di corda”. Dopo alle guardie era imposto di aiutare i medici a “radrizar i brazi”, se mai fosse stato possibile porre rimedio alle conseguenze di quella devastante tortura. Questa prevedeva di legare i polsi del malcapitato dietro la schiena e issarlo con una fune pendente dal soffitto per poi lasciarlo piombare fin quasi a terra. Non ne potevano più.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il progetto delle Prigioni Nuove</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Riconosciuta la improrogabilità della situazione, si era deciso per un intervento drastico e risolutivo con la costruzione del nuovo carcere in un’area attigua a Palazzo Ducale e divisa da questo dall’omonimo rio. La prima delibera del Consiglio dei X risale al marzo del 1563 e prevedeva una struttura mono funzionale, cioè adibita a solo scopo detentivo come mai nessuno al mondo aveva pensato prima. Tempo massimo concesso “non più tardi del 1610”, ma i tempi sforeranno di qualche anno.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nella progettazione e costruzione ci metteranno le mani parecchi architetti: Antonio da Ponte il primo insieme a Zamaria dai Piombi, poi Tommaso e Antonio Contin, autore del cosiddetto “Ponte dei Sospiri” che collega il nuovo blocco detentivo con Palazzo Ducale, e infine Bartolomeo Manopola. Ne verrà fuori un edificio dalle forme austere e solenni affacciato sulla Riva degli Schiavoni, con un profondo porticato a piano terra e ampie finestroni al primo piano dove saranno alloggiati in una apposita stanza I Signori di Notte, magistrati e insieme capi della polizia ai quali era stato affidato l’ordine pubblico in città e altro ancora. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il proposito iniziale di migliorare la vita dei detenuti con celle più grandi, bene areate e illuminate, sarà realizzato quasi per intero, salvo alcune sezioni dell’edificio, come i gruppi di celle disposti verso l’interno. Particolarmente <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-61791" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-768x1024.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-scaled.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-1170x1560.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/EB4D415E-8AB4-4F36-A3A3-2FF0FB34BCBB-585x780.jpeg 585w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />critica la vivibilità dei settori con un corridoio di ronda lungo i quattro lati. Ogni cella era rivestita con tavole di legno di larice incrociate e inchiodate fittamente alle pareti, sul pavimento e sulla volta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Trasferimento dei detenuti</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il cantiere andrà avanti fino al 1614 con la realizzazione del cosiddetto “Ponte dei Sospiri”, denominazione che non <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-61795" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/BA01BC98-3B59-445D-A2AF-95B8AFD6E565-300x225.jpeg" alt="" width="225" height="169" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/BA01BC98-3B59-445D-A2AF-95B8AFD6E565-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/BA01BC98-3B59-445D-A2AF-95B8AFD6E565-585x439.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/BA01BC98-3B59-445D-A2AF-95B8AFD6E565.jpeg 640w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />si riferisce ai sospiri degli innamorati che oggi lo fotografano dal Ponte della Paglia, come qualcuno potrebbe pensare. Erano invece quelli dei detenuti che andavano verso il giudizio e tornavano poi in cella per scontare la pena. Infatti il ponte è diviso in due corridoi dai quali i poveracci potevano dare un’occhiata all’esterno, al Rio di Palazzo da un lato e dall’altro al Ponte della Paglia che separa i sestieri San Marco e Castello dove sorgono le Prigioni Nuove.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Già a lavori in corso si attiveranno progressivamente le celle disponibili. Cosicché alla fine del 1601 la maggior parte dei detenuti risultavano “accomodati” nelle prigioni “Nuovissime”; nel 1603 i carcerati che si trovavano ancora a Palazzo Ducale erano stati tutti spostati e gli spazi liberati destinati ad altri uffici. Erano rimasti in funzione Piombi, Pozzi e una cella al piano dell’armeria, detta “Torresella”, perché alle celle i carcerati avevano dato i nomi più curiosi e pittoreschi: “Liona”, “Fresca Zoia”, “Armamento” e così via, nomi che si erano portati dietro alle Prigioni Nuove. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le Prigioni Nuove, che a lavori ultimati conteranno ben 400 posti, resteranno in funzione fino al 1919, sopravvivendo alla Serenissima, alle dominazioni francese e austriaca e a un pezzo del Regno d’Italia.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Gustavo Vitali</span></span></p>
<p class="s3"><a href="https://www.ilsignoredinotte.it/prigioni-nuove.html"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">articolo originale</span></span></a><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> &#8211; https://www.ilsignoredinotte.it/prigioni-nuove.html</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nelle foto: due immagini degli interni scattate dall’autore</span></span></p>
<p>il ponte dei sospiri- Pixabay</p>
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		<title>Il Signore di Notte &#8211; Prostitute e cortigiane nella Venezia del Rinascimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Oct 2022 16:17:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cortigiane]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="778" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/36BDDEE4-D4D8-4B19-88BE-3D06E5DCBC6A.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/36BDDEE4-D4D8-4B19-88BE-3D06E5DCBC6A.jpeg 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/36BDDEE4-D4D8-4B19-88BE-3D06E5DCBC6A-270x300.jpeg 270w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/36BDDEE4-D4D8-4B19-88BE-3D06E5DCBC6A-585x650.jpeg 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Una delle particolarità della società veneziana in ogni sua epoca, e in particolare durante il Cinquecento, è stato il gran numero di donne dedite alla prostituzione. Gli storici hanno giustificato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Una delle particolarità della società veneziana in ogni sua epoca, e in particolare durante il Cinquecento, è stato il gran numero di donne dedite alla prostituzione. Gli storici hanno giustificato questo fenomeno con la stessa connotazione di una città tutta orientata verso il commercio e con molti “foresti”, mercanti soprattutto, che vi si recavano per curare i propri affari. Si trattava per lo più di uomini soli … il resto potete immaginarlo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Eros a pagamento nel secolo dello splendore Veneziano</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A favore delle “femene publiche” ci si erano messi pure i costumi del tempo: le ragazze di buona famiglia, ma anche le figlie di comuni cittadini, vivevano sotto controllo dei genitori e godevano di ben poche libertà fino al giorno delle nozze. Quindi gli scapoli avevano rare occasioni di trovare compagnia femminile: circuire qualche poveraccia chiusa contro voglia in convento (casi come quello manzoniano della monaca di Monza e del “tristo” Egidio erano tutt’altro che eccezioni e non solo in Lombardia!) oppure darsi all’amore prezzolato.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Fatto sta che a metà del 1500 ne furono censite 11.654 in una città già popolosa di suo, passata dai 130.000 abitanti nel 1540 ai quasi 170.000 nel 1563, terza d’Europa dopo Parigi e Napoli che verso la fine del secolo ne contavano più di 200.000.</span></span></p>
<p class="s3"><strong><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Il governo della Serenissima controlla e tassa la prostituzione</span></span></strong></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La prostituzione a Venezia era fortemente controllata dal governo a partire da dove ammessa e dove no. In pratica era stata confinata entro certi limiti toponomastici, o almeno così avrebbe voluto chi governava la Serenissima. Per accalappiare i forestieri le meretrici fin dal XIV secolo avevano esercitato la professione nei dintorni di Rialto dove la presenza di mercanti e denaro era scontata. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel 1421 il governo aveva deciso un giro di vite: le donne dedite al mestiere erano state relegate nel quartiere Castelleto, un vero e proprio ghetto vigilato dalle guardie e aperto dal mattino fino all’ultima campana della sera. Poi tutte a casa, pena la frusta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Neanche mezzo secolo dopo il giro della prostituzione si era trasferito nelle case del patrizio Priamo Malipiero, sempre in zona Rialto, per poi dilagare un poco ovunque, tanto che dopo il decesso del nobiluomo gli eredi avevano chiesto sgravi fiscali: affittare alloggi alle prostitute rendeva oramai assai poco visto che nel frattempo erano sparse in mezza città.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Se regolamentare la prostituzione aveva dato scarsi risultati, al contrario tassarla ne aveva dati di ottimi. Dalle imposte sull’amore prezzolato ogni anno pareva uscissero i soldi per allestire quattro galee e nel 1514 le meretrici erano state bersaglio di una pesante tassa straordinaria destinata a finanziare il dragaggio dei fondali dell’Arsenale.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Misure per combattere l’omosessualità</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Come detto poc’anzi, un uomo solo aveva poche scelte per soddisfare certe voglie. Questo aveva determinato un ulteriore aspetto della società veneziana: l’omosessualità, tanto diffusa che al fenomeno si era fatta perfino una certa abitudine. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tuttavia, contro quello che era ritenuto un vero flagello, ancorché generato dagli stessi costumi che tagliavano i ponti verso rapporti eterosessuali fuori dal matrimonio, e sollecitate dall’incessante tuonare della Chiesa, le istituzioni ne avevano pensate di ogni, ma c’era stato anche dell’altro. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pareva che un bel giorno, tra omosessualità dilagante e nutrita concorrenza, i proventi delle prostitute avessero subito una forte contrazione, al contrario delle gabelle che erano rimaste intatte. Le “donnacce” avevano sollevato un gran polverone e animate proteste a seguito delle quali il Consiglio dei Dieci, una delle tante magistrature dell’organigramma della Serenissima, era prontamente intervenuto. Ecco la sua “illuminata” delibera: facendo leva sulle attrattive più arrapanti della bellezza femminile, aveva imposto alle prostitute di esibirsi alle finestre di casa a seno scoperto o gambe nude per invogliare gli uomini alla loro frequentazione. Accertata una conseguenza: un ponte di Venezia aveva preso il nome di Ponte delle Tette.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Questo ponte esiste ancora oggi nella zona delle Carampane in contrada San Cassiano, dove era stato infine confinato il grosso della prostituzione sulla quale avevano continuato a piovere restrizioni. Carampane con il tempo diventerà anche l’epiteto per designare una donna avanti con l’età e dalla bellezza sfiorita: vecchia carampana!</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Donne colte, affascinanti e disinibite per i ricchi, “donnacce” per il popolo </b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Allora come oggi nella professione più antica del mondo si potevano individuare livelli d’ogni sorta: c’erano donne che rimediavano giusto un boccone, magari rischiando la morte per malattie orribili, e quelle che potevano permettersi paggi e servitori, tanto che tra le restrizioni di cui poco soprai una imponeva il divieto di assumere domestici minori di anni trenta. Per altro le limitazioni erano spesso allegramente disattese e senza nessun mal di testa da parte degli organi di controllo. La funzione sociale della prostituzione e il suo cospicuo gettito fiscale facevano chiudere un occhio al governo, anzi tutti e due. Probabilmente più per quest’ultimo motivo che non per il primo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Un discorso a sé meritano le cortigiane, da non confondersi con le normali prostitute con le quali bastava pagare per entrare nel loro letto, anche a prezzi stracciati e squallore incluso. Al contrario le prime erano disponibili solo per persone di un certo rango e con le tasche ben provviste; per nulla scontato ottenerne i favori, perché non accettavano chiunque nelle proprie grazie. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Erano spesso vere e proprie dame di buona educazione che sapevano intrattenere i loro amanti, oltre che soddisfarne gli ardori. Spesso vantavano una cultura raffinata e tra loro non erano rari i talenti in ambito letterario e artistico. Frequentavano i salotti e gli uomini non disdegnavano affatto farsi accompagnare da loro in momenti conviviali. Erano definite “cortigiane honeste” per distinguerle dalle normali meretrici, dette “cortigiane di lume”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La “zaffetta”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Circa le prime, avevano avuto notorietà i componimenti di Pietro Aretino celebranti le lodi di Angela Dal Moro, alla quale era rimasto appiccicato il nomignolo di “zaffetta” perché figlia di uno “zaffo”. Gli zaffi erano gli informatori della polizia e questo tradisce le umili origini della donna dalle quali si era affrancata grazie al lavoro di cortigiana, ma anche con lo studio, abbinando profonde conoscenze d’arte, musica, letteratura ad attrattive fisiche, modi amatori raffinati ed eleganza. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Aveva goduto di un fascino capace di suscitare forti emozioni negli uomini che la avvicinavano. D&#8217;altronde, senza fascino e tutto il resto non si poteva svolgere questa professione che poteva garantire agi e ricchezze, ma anche dolori, come per una sua collega della quale leggerete poco avanti. Ripugnante lo stupro nei confronti della Dal Moro da parte di trentuno uomini in una sola notte organizzato per vendetta dal nobile Lorenzo Venier per essere stato da lei rifiutato.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Pittori affascinati dalla “zaffetta”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Della “zaffetta” era rimasto ammaliato il grande Tiziano Vecellio che la ritrasse nuda e, nel 1515, pare le abbia assegnato il ruolo di  … amore sacro nel celebre dipinto “L’Amor Sacro e l’Amor Profano”. <img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-60676" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/6597FA62-DD4A-4032-A849-52AC13EB21DB-300x119.jpeg" alt="" width="300" height="119" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/6597FA62-DD4A-4032-A849-52AC13EB21DB-300x119.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/6597FA62-DD4A-4032-A849-52AC13EB21DB-1024x406.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/6597FA62-DD4A-4032-A849-52AC13EB21DB-768x305.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/6597FA62-DD4A-4032-A849-52AC13EB21DB-1170x464.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/6597FA62-DD4A-4032-A849-52AC13EB21DB-585x232.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/6597FA62-DD4A-4032-A849-52AC13EB21DB.jpeg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Niente in confronto dell’ossessione avuta per lei dal collega Paris Bordon che la utilizzò come modella in un numero impressionante di opere. Il che è tutto dire per un pittore che aveva realizzato capolavori come la “Sacra Famiglia”, la “Sacra Conversazione”, il “Sant&#8217;Ambrogio” e una pala per la chiesa di Sant&#8217;Agostino a Crema.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Veronica Franco</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Veronica Franco (1546 – 1591) di certo la più famosa, poetessa oltre che cortigiana d’alto rango. Su di lei si sono spesi fiumi di inchiostro e dedicati anche dei film. Appare anche nel recente documentario “</span></span><a href="https://www.ilsignoredinotte.it/venezia.html"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Io sono Venezia</span></span></a><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”, più volte trasmesso sui canali RAI, una carrellata sulle origini e storia della Serenissima.<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-60677" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/DF742E5A-957F-4176-A6D8-9B3BD22F3B51-300x169.jpeg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/DF742E5A-957F-4176-A6D8-9B3BD22F3B51-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/DF742E5A-957F-4176-A6D8-9B3BD22F3B51-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/DF742E5A-957F-4176-A6D8-9B3BD22F3B51-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/DF742E5A-957F-4176-A6D8-9B3BD22F3B51-1536x864.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/DF742E5A-957F-4176-A6D8-9B3BD22F3B51-1170x663.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/DF742E5A-957F-4176-A6D8-9B3BD22F3B51-585x329.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/10/DF742E5A-957F-4176-A6D8-9B3BD22F3B51.jpeg 1920w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La Franco, donna affascinante, bellissima, era diventata tanto conosciuta da essere richiesta perfino dai monarchi in visita al governo, come Enrico III di Francia che soggiornò a Venezia nel 1574. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il “Catalogo delle principali e più honorate cortigiane di Venezia”, un opuscolo del 1565 con nomi, indirizzi e tariffe delle donne dal letto facile più in vista, a suo proposito aveva annotato che un suo bacio sarebbe costato sei scudi, cinquanta il servizio completo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Ovviamente non aveva potuto godere del rispetto dato alle donne “normali” e aveva dovuto farsi strada da sola. Aveva studiato da autodidatta e cercato i propri mecenati tra uomini colti ed entrando a far parte di circoli culturali. Dopo la pubblicazione e il successo dei suoi lavori letterari, aveva fondato un&#8217;istituzione caritatevole a favore delle cortigiane e dei loro figli.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Lasciata Venezia per sfuggire alla peste del 1575, aveva avuto un rientro amaro: i suoi beni erano stati saccheggiati. Per lo più nel 1580 era stata processata dall’Inquisizione per incantesimi, un’accusa comune per le cortigiane dell&#8217;epoca. Ne era uscita assolta, ma la sua vita non sarebbe tornata a essere quella di prima. Perse tutte le ricchezze, dopo la morte del suo ultimo benefattore, si ritrovò priva di sostegno finanziario. Dei suoi ultimi anni si sa poco.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Di questo mondo ora oscuro, ora sfavillante, dell’amore mercenario e dell’erotismo a tariffe variabili troveranno molto altro i lettori de’ </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il Signore di Notte</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, un giallo con importanti risvolti storici. Altre informazioni nella pagina facebook e nel sito del libro dove alla voce “approfondimenti” sono pubblicati altri articoli sulla Venezia dei dogi.</span></span></p>
<p><span class="s5"><span class="bumpedFont15"><a href="https://www.gustavovitali.it/">Gustavo Vitali</a></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">https://www.ilsignoredinotte.it/venezia.html</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> Nelle foto: Veronica Franco in un ritratto del Tintoretto</span></span></p>
<p class="s3">il dipinto di Tiziano “L’Amor Sacro e l’Amor Profano” (1515) –</p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">l’attrice che interpreta Veronica Franco nel documentario RAI “</span></span><a href="https://www.ilsignoredinotte.it/venezia.html"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Io sono Venezia</span></span></a><span class="s4"><span class="bumpedFont15">” &#8211;</span></span></p>
<p>leggi anche <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2022/09/11/il-signore-di-notte-il-giallo-storico-nella-venezia-del-600-di-gustavo-vitali/">il-signore-di-notte-il-giallo-storico-nella-venezia-del-600-di-gustavo-vitali/</a></p>
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