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	<title>Cesare Pavese Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>Cesare Pavese Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Una filosofia della metafisica dell&#8217;anima. Il meriggio e il crepuscolo di Cesare Pavese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 13:43:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Decadente e esistenzialista, chiaramente fuori dagli schemi ideologici marxisti, Pavese lega il mito al pensare filosofico perché intuisce che il mito è l’unica forma che rende sopportabile l’essere. Senza mito,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p><p><em>Decadente e esistenzialista, chiaramente fuori dagli schemi ideologici marxisti, Pavese lega il mito al pensare filosofico perché intuisce che il mito è l’unica forma che rende sopportabile l’essere. Senza mito, resta solo la cronaca. E la cronaca, per Pavese, uccide.</em><br />
<em>Pierfranco Bruni</em></p>
<p>Spesso mi sono posto in un chiaroscuro filosofico entrando tra le pagine di Cesare Pavese. Dalle radici greche ma non platoniche, certamente omeriche, intreccia Saffo all&#8217;esilio di Ovidio e sa che il mito è abitare il tempo dentro la visione del nostos. C&#8217;è un petcorso filosofico. Metafisico.<br />
Una lettura filosofica non può essere sistematica. Pavese non costruisce trattati, non fonda categorie, non disputa con i filosofi di professione.<br />
Eppure ogni suo verso, ogni riga di diario, ogni dialogo con il mito è attraversato da una tensione metafisica antistorica che ha importanza notevole proprio perché sfugge agli schemi. È una filosofia che nasce dal corpo, dalla collina, dal lavoro, dalla solitudine. I capisaldi restano Kierkegaard e Nietzsche, non come autorità da citare ma come sangue. Il primo gli insegna l’angoscia della scelta, il secondo la necessità del divenire e la fedeltà alla terra. Decadente e esistenzialista, fuori chiaramente dagli schemi ideologici marxisti, Pavese lega il mito al pensare filosofico perché intuisce che il mito è l’unica forma che rende sopportabile l’essere. Senza mito, resta solo la cronaca. E la cronaca, per Pavese, uccide.</p>
<p>«Lavorare stanca». Non è uno slogan. È ontologia. Il lavoro, in Pavese, non redime. Pesa. «Traversare una strada per scappare di casa / lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira / tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo / e non scappa di casa». L’uomo pavesiano è l’adulto che ha capito che non si scappa. Che le piazze d’estate «sono vuote, distese / sotto il sole che sta per calare» e che «val la pena esser solo, per essere sempre più solo?». Metafore nella vita e oltre la storia. Qui è già la sua filosofia: l’essere è solitudine, ma la solitudine non basta. «Bisogna fermare una donna / e parlarle e deciderla a vivere insieme. / Altrimenti, uno parla da solo». Il dialogo come argine al nulla. Non l’amore romantico: l’amore come necessità metafisica, come unico modo per non «sentire solo il selciato, che han fatto altri uomini / dalle mani indurite, come sono le sue». Il lavoro stanca perché non dà senso. Il senso va cercato in un volto, e il volto è sempre a rischio di non esserci. «Non è giusto restare sulla piazza deserta. / Ci sarà certamente quella donna per strada / che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa». Pregata, non posseduta. Pavese è antistorico perché non crede al progresso: crede all’attesa. E l’attesa è la forma più alta del tragico. In ciò un mondo labirintico che vive in attesa del cerchio.<br />
Il &#8220;Mestiere di vivere&#8221; è il laboratorio in cui la filosofia di Pavese si fa carne senza farsi sistema. «Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi». L’antistoricità è tutta qui: la storia misura i giorni, la vita accade negli attimi. E gli attimi non si lasciano ridurre a dialettica. Si subiscono. «L’unico modo di sfuggire all’abisso è di guardarlo e misurarlo e sondarlo e discendervi». Nietzscheano, certamente. Ma con la pietà di Kierkegaard. Pavese non salta nell’abisso: lo misura. E misurandolo, lo rende abitabile. Entra nel gioco quella metafisica dell&#8217;esilio caratterizzante in Maria Zambrano.</p>
<p>«Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola». È la sua etica. Non c’è salvezza nella fuga, non c’è innocenza nell’ignoranza. Bisogna attraversare la noia, il sesso, il fallimento, la città. Bisogna attraversare la morte. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». La morte non è concetto, è sguardo. «Questa morte che ci accompagna / dal mattino alla sera, insonne, / sorda, come un vecchio rimorso». Kierkegaardiano fino al midollo: l’angoscia è la vertigine della libertà, e la libertà in Pavese ha sempre il volto della fine. Comunque resta sempre un attraversamento dell&#8217; aut aut.</p>
<p>«Scenderemo nel gorgo muti». Non c’è redenzione, non c’è sistema che tenga. C’è il gorgo. E il gorgo è la verità. Per questo Pavese è fuori dagli schemi marxisti: rifiuta la storia come salvezza. La storia è «i problemi che agitano una generazione si estinguono per la generazione successiva non perché siano stati risolti ma perché il disinteresse generale li abolisce». Antistorico, dunque. Ma non reazionario. Semplicemente fedele al tragico. Il tragico è nel mito. Ma anche nella sua ermeneutica. Se la filosofia sistematica non basta e non serve, resta il mito. I &#8220;Dialoghi con Leucò&#8221; sono il tentativo di rifondare il pensiero a partire dal racconto. «Che cos’è il mito?» si chiedevano gli antropologi che Pavese leggeva negli anni ’30. Lui risponde: è la forma che dà nome all’angoscia. «Pubblicati nel 1947, i &#8220;Dialoghi con Leucò&#8221; appartengono alla singolare categoria dei libri tanto famosi… quanto negletti». Negletti perché scomodi.<br />
Perché Pavese osa dire che l’uomo è mito, che «il solo essere che, gardando in sé la forza primordiale del germe mitico, è capace di lottare per guadagnare margini di libertà al di là del cerchio opprimente del destino». L&#8217;altra dimensione sta nel legame tra destino e pensare al destino. Qui il decadente diventa esistenzialista. Il destino c’è, ma si può nominare. E nominandolo, lo si ferisce. «La forma dialogica diventa l’espressione formale della filosofia sottesa al contenuto di Leucò che promuove il potere salvatore del discorso dell’uomo verso l’uomo». Non la rivoluzione, non la classe: la parola. La parola che ricorda, che racconta, che trasfigura. «Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta».</p>
<p>Il mito è memoria che diventa conoscenza. È l’unico antidoto alla banalità del tempo. Ciò in Pavese é ermeneutica del pensiero vissuto. Ovvero abitato. In Pavese, stile ed esistenza coincidono. La sintassi è secca, le colline sono frasi, i ritorni sono anafore. «È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla». Scrivere è il modo di stare nella piazza deserta e non impazzire. È costruire la casa con le parole quando la donna per strada non c’è. L’estetica della solitudine è nel viaggio. Il viaggio è l&#8217;imprevisto. L’accadere.</p>
<p>L’estetica che ne deriva è un’estetica dell’edificazione. Edificare significa mettere una pietra sopra l’altra sapendo che crollerà. Ma intanto la casa sta in piedi, e ci ripara. Lo stile pavesiano è fatto di questo: di tetti che riparano per una notte, di versi che trattengono il gorgo per un attimo. «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante». Cominciare è già edificare. Anche se «quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire». Già. È quel verrà la morte&#8230; Per questo Pavese lega il mito al pensare filosofico: perché il mito è la prima edificazione. Dà un nome al caos, traccia un recinto nel selvaggio. Dopo, si può pensare. Ma prima bisogna cantare. E Pavese canta. Canta le Langhe, canta il mare, canta la morte con gli occhi di una donna. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. / Sarà come smettere un vizio». Appunto. Smesso il vizio, resta lo stile. E lo stile, in Pavese, è l’ultima forma di resistenza al nulla. Perché nello stile c&#8217;è l&#8217;uomo con le sue cadute e la rivolta comusiana.</p>
<p>Cosa c’è di filosofia in Pavese?<br />
C’è la domanda che non cerca risposta ma forma. C’è l’antistorico come unica possibilità di non essere macinati dalla cronaca. C’è il mito come metodo, la solitudine come categoria, la morte come sintassi.<br />
C’è Kierkegaard quando scrive «la morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo».<br />
C’è Nietzsche quando dice «quale mondo giaccia di là di questo mare non so, ma ogni mare ha l&#8217;altra riva, e arriverò». Certo. La donna mare è donna tragedia. È crepuscolo che attende il tramontare. E c’è Pavese, finalmente, quando tace. Perché «aspettare è ancora un&#8217;occupazione. È non aspettare niente che è terribile».</p>
<p>Lui non ha aspettato. Ha scritto. Ha edificato nel gorgo. E l’edificio, anche se muto, resta come punto di una impareggiabile attesa. La filosofia di Pavese non consola. Misura l’abisso, lo attraversa, e torna a dirci che «non si desidera di godere. Si desidera sperimentare la vanità di un piacere, per non esserne più ossessionati». È una filosofia feroce, decadente, esistenzialista. Fuori da ogni ideologia perché dentro la vita.<br />
La vita, per Pavese, è il mestiere più duro. Quello di vivere, sapendo che «chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce». La croce però non è quella di legno. La si porta dentro. Sulla croce, alla fine, non restano che lo stile il pensiero e il silenzio. Il silenzio dappertutto non è una resa. Ma l’esilio che è comunque solitudine. La metafisica è un pensare oltre l&#8217;oblio. È quel gorgo muto che lo ha accompagnato. Sino a fare di Leucò il mistero.</p>
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		<title>Cesare Pavese nel dubbio e alla ricerca di Dio. Verso una filosofia della metafisica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 19:08:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Progetto-senza-titolo-10.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Progetto-senza-titolo-10.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Progetto-senza-titolo-10-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Un viaggio nella scrittura di Pavese tra mito e sacro, fino alla domanda ultima su Dio e sul senso della vita Pierfranco Bruni Si può leggere sul piano filosofico Cesare&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un viaggio nella scrittura di Pavese tra mito e sacro, fino alla domanda ultima su Dio e sul senso della vita</em></p>
<p><em>Pierfranco Bruni</em></p>
<p>Si può leggere sul piano filosofico Cesare Pavese? Quando in mezzo c’è il religioso e non solo una strada verso la filosofia, si può leggere. Anche perché in Pavese c’è una costante domanda di Dio che lo allontana dalla ragione e lo immette in quel filo che lega il dubbio alla ricerca della verità. Entrambi si intrecciano con il tempo come metafisica del viaggio tra l’essere e il mito. Ma è soprattutto la ricerca della “dolcezza di Dio” che lo introduce in una visione filosofica. Anzi, Pavese irrompe nella filosofia sia con il Diario, sia con i Dialoghi (il mito incontra la filosofia), sia con le poesie di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. In fondo, quando il tema della morte si fa pensiero tra Dio e il tempo, si è già dentro una visione filosofica, chiaramente non sistematica.<br />
Il religioso dentro il dubbio filosofico: “Entrai qualche volta da solo in cappella, nel freddo buio mi raccolsi e cercai di pregare… Uno che prega, quando prega è come sano”, da La casa in collina.<br />
Il 29 gennaio 1944, su Il mestiere di vivere, Pavese annotava: “Ci si umilia nel chiedere una grazia e si scopre l’intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto godere sempre quello sgorgo di divinità. È questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di esser fedele. Una rinuncia a tutto, una sommersione in un mare di amore, un mancamento al barlume di questa possibilità. Forse è tutto qui: in questo tremito del ‘se fosse vero!’. Se davvero fosse vero…”.<br />
Ci sono attesa e speranza. È come un viaggiare alla ricerca di una salvezza, una salvezza cristiana. Tullio Pinelli, molto amico di Cesare, in un’intervista a Jesus nel 1996 non tralasciò di dire: “Era uno spirito religioso, tormentato dal dubbio, dall’incertezza. Il punto terminale, su questa terra, della nostra discussione è stato sulla religione e su Dio”.<br />
È naturale che l’attesa e la speranza abbiano come punto di incontro il senso del religioso. Inquieta l’attesa, ma è una dimensione spirituale che avvolge le nostre coscienze, le coscienze del linguaggio. Il linguaggio dell’essere e del non essere. Il linguaggio che è spazialità del tempo dentro una visione che va chiaramente oltre il virtuale.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-53987" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/04/Cesare_Pavese.jpg" alt="" width="150" height="225" /></figure>
</div>
<p>Sempre in La casa in collina, Pavese annota: “… prima, passando davanti a una chiesa, non pensavo che a zitelle e a vecchi calvi inginocchiati, a fastidiosi borbottii. Che tutto questo non contasse, che una chiesa, un convento fossero invece un rifugio dove si ascolta, con le palme sul viso, calmarsi il battito del cuore?”. “…Mi soffermai presso la porta, poggiato alla fredda parete. C’era in fondo, sotto l’altare, un lumicino rosso…”.<br />
Credo che la letteratura possa offrire una chiave di lettura importante e particolare del senso e dell’orizzonte che si vivono nella “stazione” di una spiritualità che ha voce e destino. Siamo immersi nella letteratura. Siamo partecipi del dolore che traccia un viaggio indelebile, fatto dall’uomo e dalla persona. La letteratura parla con la parola della religiosità. Scriveva don Luigi Giussani: “Il senso religioso è la capacità che la ragione ha di esprimere la propria natura profonda nell’interrogativo ultimo; è il locus della coscienza che l’uomo ha dell’esistenza”.<br />
Lo sguardo dell’uomo è lo sguardo dell’attesa che, vissuta senza pazienza, può trasformarsi in disperante solitudine. Due concetti forti: la solitudine e la disperazione.<br />
La ricerca di Dio. La memoria di Cristo. Vivono nella letteratura. Don Giussani: “La forma quotidiana della decisione per l’esistenza è il ricordo del destino che ogni cosa ha, che è uno solo: il mistero di Dio; è il ricordo che questo mistero è diventato un uomo. Perciò la forma quotidiana della decisione per l’esistenza è vivere la memoria di Cristo”.<br />
Lo scavo nella letteratura porta direttamente a Cesare Pavese. Quel Pavese che ha vissuto e interiorizzato un modello dostojevskiano dell’inquieto esistere, e che non ha mai dato una ragione di senso alla morte sentita come attrazione della fine. Quel Pavese che ha chiesto, sino agli ultimi istanti di vita, un varco di consolazione e di pazienza affinché potesse giungere un barlume di luce, di grazia, di ancoraggio.<br />
Pavese: “Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia”.<br />
Don Giussani stabilisce proprio con Pavese un colloquio e osserva che è mancato, in lui, ciò che potesse colmare lo spazio inevitabile tra l’attesa e la pazienza. Quando questo spazio diventa decisivo nella vita e negli scritti di Pavese, la luce si affievolisce e la fede che lo avrebbe potuto salvare lo trova già disperso. Disperso e non smarrito. Disperso in quel gorgo muto che è l’inevitabile nulla. Ma Pavese portava nella sua parola e nel suo sguardo un senso religioso che diventa incisivamente pietas.<br />
Diego Fabbri riesce a interpretare, in teatro, un Pavese esasperato ma alla ricerca di Dio. Con uno splendido Luigi Vannucchi porta in scena quel suo mestiere di esistere che lo conduce verso uno scavo profondo, che avrebbe dovuto condurlo a una Verità. Una verità che non trova. Intorno al Vizio assurdo, lavorato con Davide Lajolo, si apre una polemica innescata dal mondo marxista che non farà bene a Pavese uomo e tanto meno scrittore. Il laicismo trionfa, ma Fabbri, nonostante tutto, fa emergere per oltre quattro anni nei teatri e poi in TV un Pavese alla costante ricerca del sacro. Mito e sacro si combattono, diventano conflittuali. Pavese, in fondo, si ferma al mito e costruisce una antropologia del mito, nonostante le pagine finali de La casa in collina.<br />
Nel venir meno dell’appiglio al religioso subentra l’abisso. Non raggiungere il filo del sacro significa che il vuoto si apre. E nell’abisso Pavese è scivolato, pur tendendo le mani verso la salvezza. In quale significato di non senso è precipitato? Eppure le sue ultime parole oltrepassano il nulla e cercano di condensarsi in un monito di speranza.<br />
Ho sempre cercato di individuare, nei miei scritti su Pavese, questo bisogno di speranza o la necessità della dissolvenza del nulla per aggrapparsi alla speranza che emerge in molti passaggi dei suoi romanzi. Pavese è sempre al limite tra speranza e sacralità, e poi giungono le distrazioni, le infinite distrazioni.<br />
Don Giussani parla di un venir meno di quella esigenza che è “la totalità dello sguardo dell’umana coscienza”. Anche nel linguaggio religioso dello scrittore ci sono opzioni tragiche. Ma ci sono opzioni religiose nel linguaggio e nell’essere tragico dello scrittore?<br />
Nel 1968 don Divo Barsotti, molto attento alla letteratura e al tragico, osservava: “Pavese è stato consapevole di essere un vinto: ma da chi? L’impotenza a costruire una sua vita può essere stata la condizione, per lui, di abbandonarsi a Dio. Allora l’atto dell’abbandono avrebbe concluso la sua vita meglio di come egli poteva aver sognato”.<br />
Pavese viveva la ricerca di Dio ma è andato oltre. “La massima sventura è la solitudine; tant’è vero che il supremo conforto – la religione – consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio. La preghiera è lo sfogo come con un amico”.<br />
In Pavese questi estremi si scontrano creando un conflitto estetico ed esistenziale. Infatti, l’inquietudine in Leopardi, su cui riflette don Giussani, non giunge al “gorgo muto” perché in Leopardi il senso religioso non è così contrastante come nella vita di Pavese.<br />
Così Don Giussani: “L’estremo lembo dell’audacia è amare umilmente se stessi”. Nei suoi romanzi e nelle poesie ultime la consolazione giungeva sempre come solitudine. La solitudine era consolazione. Pavese si pone le domande care a don Giussani: “Per che cosa vale la pena che io viva? Qual è il significato della realtà? Che senso ha l’esistenza?”.<br />
A tali interrogativi risponde il Pavese de La casa in collina (religiosa attrazione verso il sacro) e soprattutto il Pavese di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (accoglienza della fine).<br />
“I tuoi occhi”: quegli occhi che ha sempre cercato e che non ha trovato, o non ha avuto la pazienza di attendere. Il rischio della pazienza consiste nel non saper raccogliere l’attesa nella speranza. Forse è qui che bisogna scavare per dare un senso all’uomo e allo scrittore Cesare Pavese.<br />
Oltre il mito e più vicini al sacro. Un viaggio che resta nei solchi del destino e della memoria.<br />
Nel febbraio 1990 padre Baravalle, in una conferenza a Milano, disse: “Io ero padre spirituale. Ogni mattina raccoglievo i ragazzi della media, li portavo nella cappella del collegio… Pavese si metteva tutte le mattine di fianco, a metà. E osservava i ragazzi. E mi disse: ‘Vengo proprio a sentire come fa lei a cercare di rendere comprensibili a questi ragazzi le grandi verità della sua religione’”.<br />
Pavese, in una lettera a padre Baravalle, scrisse: “Forse non sono degno di avvicinarmi a Dio”.<br />
Ma è lo stesso Pavese che consegna ai Dialoghi con Leucò questo convincimento: “… gli uomini non sapranno il destino e saranno immortali… e carne e sangue gronderanno, non più per placare la morte, ma per raggiungere l’eterno che li aspetta”.<br />
Alla ricerca della religiosità, Pavese non cerca un’antropologia di Cristo, bensì una fede verso Cristo. Un passo che lo avrebbe forse salvato da quel silenzio e dal gesto finale.<br />
Ai primi di agosto del 1950 scriverà a Pinelli e alla moglie: “Invidio la vostra cristiana testardaggine. Vivete allegri e speriamo di rivederci, chissà, magari in cielo”.<br />
È una confessione disperata. Una confessione che è insieme genere letterario e filosofico, come in Pascal, Kierkegaard e María Zambrano. C’è una linea estetica che attraversa il percorso fino al religioso. Stadi dell’essere e dell’esistere che si ritrovano compiutamente in Pavese.</p>
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		<title>A 90 anni dell&#8217;arrivo di Cesare Pavese in Calabria.  Una rilettura necessaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jul 2025 12:20:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Pierfranco Bruni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/3F460FB7-35C2-4BC4-94FD-C762F36B6901-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/3F460FB7-35C2-4BC4-94FD-C762F36B6901-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/3F460FB7-35C2-4BC4-94FD-C762F36B6901-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/3F460FB7-35C2-4BC4-94FD-C762F36B6901-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/3F460FB7-35C2-4BC4-94FD-C762F36B6901-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/3F460FB7-35C2-4BC4-94FD-C762F36B6901-1536x864.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/3F460FB7-35C2-4BC4-94FD-C762F36B6901-2048x1152.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/3F460FB7-35C2-4BC4-94FD-C762F36B6901-1920x1080.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/3F460FB7-35C2-4BC4-94FD-C762F36B6901-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/3F460FB7-35C2-4BC4-94FD-C762F36B6901-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>Bastano pochi mesi in terra calabra per far comprendere a Cesare l’importanza del mito, dei riti, della grecità profonda. La grecità e la Magna Grecia restano nell&#8217;anima di Pavese in&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/07/12/a-90-anni-dellarrivo-di-cesare-pavese-in-calabria-una-rilettura-necessaria/">A 90 anni dell&#8217;arrivo di Cesare Pavese in Calabria.  Una rilettura necessaria</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Bastano pochi mesi in terra calabra per far comprendere a Cesare l’importanza del mito, dei riti, della grecità profonda. La grecità e la Magna Grecia restano nell&#8217;anima di Pavese in una comparazione stretta con le sue Langhe. Pavese vive la Calabria con i suoi fichi d&#8217;India, con quella quarta parete che è il mare, con la bellezza della feste e della gente sempre ospitale e con le donne con l&#8217;anfora in testa.</p></blockquote>
<p style="padding-left: 200px;"><b>Pierfranco Bruni</b></p>
<p class="p1"><span class="s1"><br />
4 agosto del 1935. Cesare Pavese arrivava a Brancaleone. Calabria. Doveva scontare tre anni di confine per accusa rivelatesi<span class="Apple-converted-space">  </span>poco fondata. Tanto che dopo diverse lettere che Cesare indirizza a Mussolini viene completamente graziato e resta a Brancaleone soltanto alcuni mesi. <img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-106388" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/65e8c006-9e6e-46a6-b633-60ac3abd6188-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/65e8c006-9e6e-46a6-b633-60ac3abd6188-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/65e8c006-9e6e-46a6-b633-60ac3abd6188-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/65e8c006-9e6e-46a6-b633-60ac3abd6188-585x439.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/65e8c006-9e6e-46a6-b633-60ac3abd6188.jpeg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Prosciolto. Cesare scrive a Mussolini. Lui e la sua famiglia non sono mai stati antifascisti. La sorella Maria conferma in un&#8217;altra missiva al Duce tutto ciò (di questo ho scritto abbondantemente nei miei libri).</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Bastano pochi mesi in terra calabra per far comprendere a Cesare l&#8217;importanza del mito, dei riti, della grecità profonda. Nasceranno da questa sua permanenza in Calabria romanzi e poesie fondanti come &#8220;Il carcere&#8221;, &#8220;Lo stendazzu&#8221;, una poesia significativa del suo vocabolario lirico, &#8220;Il mestiere di vivere&#8221; e di scrivere che a Brancaleone annota i primi passi e quei &#8220;Dialoghi con Leucò&#8221; che resta l&#8217;unicum del Novecento oltre a diversi racconti pubblicati poi sulla rivista di Giuseppe Bottai &#8220;Primato&#8221; e su altre riviste fasciste. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La grecità e la Magna Grecia restano nell&#8217;anima di Pavese in una comparazione stretta con le sue Langhe. Pavese vive la Calabria con i suoi fichi d&#8217;India, con quella quarta parete che è il mare, con la bellezza della feste e della gente sempre ospitale e con le donne con l&#8217;anfora in testa. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Scriverà &#8220;Qui ho trovato una grande accoglienza. Brave persone, abituate a peggio, cercano in tutti i modi di tenermi buono e caro. (…) Che qui siano sporchi è una leggenda. Sono cotti dal sole. Le donne si pettinano in strada, ma viceversa tutti fanno il bagno.&#8221;<img decoding="async" class="size-medium wp-image-106390 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/f4ca374d-1496-485d-bb32-86166d63090d-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/f4ca374d-1496-485d-bb32-86166d63090d-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/f4ca374d-1496-485d-bb32-86166d63090d-585x780.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/f4ca374d-1496-485d-bb32-86166d63090d.jpeg 720w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La vita di Pavese è nello scrivere la vita.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il 27 agosto del 1950 Pavese viene trovato morto in un albergo di Torino. Il suicidio come discesa nel Regno dell’infinito con accanto Tiresia. Senza mito non ci sarà mai poesia. La poesia è la ripetizione di senso. Cesare Pavese. Uno scrittore che ha attraversato le malinconie dell’amore in un vissuto di esistenze e di parole. Lo scrittore che non ha mai creduto nel <img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-106391 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9440-220x300.jpeg" alt="" width="220" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9440-220x300.jpeg 220w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9440-752x1024.jpeg 752w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9440-768x1046.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9440-585x796.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9440.jpeg 866w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" />realismo, e non credendoci, non lo ha mai accettato sia nel linguaggio che nelle forme. La metafora di Leucò è una costante nei suoi scritti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Uno scrittore osteggiato e, anche, temuto perché la sua poesia e il suo romanzo hanno fatto scuola, ovvero hanno creato degli indirizzi letterari, metaforici e linguistici sul filo di una profonda metafisica in linea con la grecità dell’ulissismo e dei simboli.<br />
Non esiste realismo con Pavese. Il labirinto azzera ogni forma di rappresentazione e la vita è uno scavo perso nei meandri infiniti che cercano di comprendere il finito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il<span class="Apple-converted-space">  </span>racconto su Pavese, che porto avanti da decenni, è un percorso in cui gli archetipi della sua infanzia ritornano costantemente a fare luce all’interno della sua inquietudine – foresta. I miei sette otto libri su Pavese con gli ultimi <span class="Apple-converted-space">  </span>“Amare Pavese” e il recentissimo &#8220;La profezia del bosco&#8221;<span class="Apple-converted-space">  </span>(Zaffiri, Pellegrini) sono un <img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-106387 alignnone" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9441-300x205.jpeg" alt="" width="300" height="205" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9441-300x205.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9441-1024x700.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9441-768x525.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9441-1536x1050.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9441-1170x800.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9441-585x400.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9441.jpeg 1690w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />attraversare il mio “gorgo” per raccogliere la consolazione dei distacchi che, diversamente delle lontananze, feriscono il cammino.<span class="Apple-converted-space">  </span>Si racconta degli amori e, in particolare, di Constance Dowling, il suo ultimo amore, che darà i versi di “verrà la morte…”.<span class="Apple-converted-space">  </span>Ma c’è una presenza importante nella sua vita che è quella di Bianca Garufi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Una presenza forte che va oltre certamente sia Constance che la Tina Pizzardo dalla voce roca. Con Bianca Garufi ha scritto il libro chiave che è l’incompiuto “Fuoco Grande” e a lei ha dedicato non solo le poesie de “La terra e la morte”, ma i “Dialoghi con Leucò”, l’unico libro del Novecento italiano in cui il mito, il mistero e la profezia si incontrano lungo la traccia di una antropologia metafisica. Pavese scese con Leucó nel Regno dei morti per catturare il mito della fine. Trovò lo sguardo di Bianca e cercò di farsi raccontare la fantasia dell’infanzia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Una originalità straziante che Pavese mette in evidenza attraverso un sostegno mistico e antropologico &#8211; umanistico che tenta di percorrere i labirinti dell’anima. Comprese che la nostalgia è un viaggio interminabile e indefinibile. &#8220;Fuoco grande&#8221; è il falò del tempo. Con “La luna e i falò” riemerge il viso del gorgo e diventa sguardo dentro l’anima. Il volto specchiato è fisicità. Il silenzio è metafisica ancestrale. È scendere nel gorgo muto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il Novecento letterario, nella sua complessità, si apre con Pirandello &#8211; D’Annunzio e si chiude con Pavese. Si vive un viaggio tra l’estetica e il mito in una saggezza tra Mediterranei e Oceani. La donna è il mito ed incarna la vita e la morte, il mistero e la finzione, la bellezza e l’indefinibile. Ed è Bianca che intreccia il canto dell’esistere e del morire perché in essa c’è la discesa negli Inferi, ovvero il mito che si abita nel rito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questo navigare tra la grecità e i miti ancestrali dei popoli primitivi, il linguaggio pavesiano<span class="Apple-converted-space">  </span>incontra, soprattutto, la differenza tra il senso di disperazione e di tragico, il cui centro è dato dalla conoscenza profonda di Nietzsche, sul quale Pavese ha dedicato molto suo lavoro, e l’umanesimo della nostalgia che diventa viaggio verso il centro &#8211; labirinto. È Omero che diventa la definizione del viaggio pavesiano. Leucò – Bianca è la metafora di Penelope – Circe – Calipso. È una terra e un mare. Da qui inizia l’ultima fase della creatività di Pavese. Siamo nel 1945. Si conclude con il suo suicidio, 1950,<span class="Apple-converted-space">  </span>e con il dire che il suo dovere è stato fatto. Ha dato poesia agli uomini. Non scrisse per testimoniarsi. Ma per sfidare la morte in ogni pagina. Come con i “Dialoghi” nei quali il dialogare è un confrontare le griglie simboliche che affollano la morte nel vivere. Il mio Pavese non conosce la storia. Si vive scendendo nelle stanze della nostalgia abitate dai porti al centro dei mari.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Cesare Pavese era nato a Santo Stefano Belbo il 9 settembre del 1908. Muore, suicida, il 27 agosto del 1950 nell’Albergo “Roma” di Torino. Sul comodino i “Dialoghi con Leucò”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In Calabria scopre il senso del selvaggio e quel mito fatto di tragico e di tempo. Incontra Concia e le altre donne che hanno nomi omerici in un paesaggio di tramonto rosso sulle rocce e quelle onde che hanno i colori del vento. La Casa del Confine a Brancaleone è una testimonianza vibrante e Tonino Tringali<span class="Apple-converted-space">  </span>il proprietario e innamorato di Cesare ha reso punto nevralgico per approfondire il Pavese calabro. Sono passati 90 anni dal suo arrivo in Calabria e si ricorda e non si dimentica la necessità e il dovere di continuare a discutere su Pavese. Perché? Ebbe a scrivere: &#8220;La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono «Este u’ confinatu», lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’è contento.”</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il resto è visitare i luoghi calabresi abitati dal mio, nostro Cesare.</span></p>
<p><b>Cesare Pavese negli scritti di Pierfranco Bruni.</b></p>
<p><b>Il video a cura di Anna Montella.⬇️</b><br />
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<p>&nbsp;</p>
<p>….</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-91287" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/07/Pierfranco-Bruni.-.jpg" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/07/Pierfranco-Bruni.-.jpg 536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/07/Pierfranco-Bruni.--300x165.jpg 300w" alt="" width="536" height="294" /></figure>
</div>
<p><strong>Pierfranco </strong><strong>Bruni</strong> è nato in Calabria. Vive tra Roma e la Puglia.<br />
Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, presidente del Centro Studi “ Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.<br />
Nel 2024 Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.<br />
Incarichi in capo al  Ministero della Cultura</p>
<p>• presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>• presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>• segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.<br />
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse”, presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.<br />
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra linguaggio poetico e musica. Un tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>QUEL 25 APRILE NON E’ UNA STORIA VERA. Per tutte le morti non condivise. PAVESE NE SAPEVA QUALCOSA e lo ha raccontato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 10:14:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="281" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>La centralità dell’uomo oltre ogni ideologia. Un messaggio di tolleranza e di pacificazione. Pavese, nonostante tutto, resta uno di quegli scrittori che ha raccontato gli anni della Resistenza, la guerra&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/04/25/86839/">QUEL 25 APRILE NON E’ UNA STORIA VERA. Per tutte le morti non condivise. PAVESE NE SAPEVA QUALCOSA e lo ha raccontato</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="281" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p><p><i>La centralità dell’uomo oltre ogni ideologia. Un messaggio di tolleranza e di pacificazione. Pavese, nonostante tutto, resta uno di quegli scrittori che ha raccontato gli anni della Resistenza, la guerra partigiana e repubblichina con angoscia e pathos.Pavese non si disimpegnò. Si impegnò come scrittore. Questo impegno non è chiaramente a misura ideologica. E’ qualcosa di diverso anche se non manca una precisa affermazione culturale</i></p>
<p>E Fu Cesare Pavese ad avvertirci con quel suo essere intellettuale e scrittore: “Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione” (Cesare Pavese)</p>
<p>Quel 25 aprile coinvolse anche uno scrittore come <b>Cesare</b> <b>Pavese</b>? Restano emblematiche alcune pagine di un romanzo straordinario dal titolo <b>La casa in collina</b>: “…ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato…”. Non è vero che Pavese è da annoverare tra gli scrittori che si sono rifugiati fuori dalla Resistenza o fuori dalla lotta politica tra il 1943 – 1945. Pavese non condivise la lotta armata. Leggere i suoi scritti per credere. Non la condivise né come uomo né come intellettuale.</p>
<p>E non è neppure vero che scrisse “Il compagno” per farsi perdonare qualcosa. Scrisse questo romanzo per denunciare una situazione ideologica. Così come “ <b>La casa in collina</b>”e “<b>La luna e i falò</b>”. In questi due romanzi non c’è assolutamente il disimpegno. C’è invece l’impegno dell’intellettuale e in modo particolare dello scrittore che riusciva a guardare e ad osservare uno spaccato storico non con le lenti dell’ideologia e della demagogia ma con una capacità critica che va oltre ogni pur semplicistica posizione ideologica.<br />
Ho lavorato per oltre quarant’anni su Cesare Pavese pubblicando numerosi libri , cfr anche il video realizzato da Anna Montella https://www.youtube.com/watch?v=nXshZL7E1vA.<br />
​<br />
Pavese non si disimpegnò. Si impegnò come scrittore. Questo impegno non è chiaramente a misura ideologica. E’ qualcosa di diverso anche se non manca una precisa affermazione culturale. Il travaglio di Pavese è stato un travaglio tutto esistenziale e intellettuale ma che chiedeva una voce, un approccio, un riferimento cristiano. In Pavese questa necessità di dare risposta alla sua coscienza si avvertiva. La letteratura era un attraversamento mitico e simbolico. E questo percorso verso il mito, comunque, costituiva l’altra faccia di una medaglia la cui interpretazione aveva una valenza sacrale.<br />
C’è pathos proprio in “La casa in collina”. La centralità dell’uomo oltre ogni ideologia. Un messaggio di tolleranza e di pacificazione. Occorre rileggere certe pagine: “Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificarne chi l’ha sparso”.</p>
<p>Il 1936 è l&#8217;anno di “<b>Lavorare stanca</b>”. Poi vennero i &#8220;paesi&#8221; della rievocazione dei miti sino al 1947 con “<b>Dialoghi con Leucò</b>”. E poi ancora il mito della casa, come memoria di un luogo e dell&#8217;anima, e della collina. Poi ancora la metafora &#8211; simbolo della luna e il richiamo ancestrale del falò. Ma l’anno precedente al 1950 è un anno chiave per Pavese. Il 1949 è stato uno degli anni più intensi, e forse più faticosi anche sul piano esistenziale, della vita e della ricerca letteraria di Cesare Pavese. L’anno successivo, nell’agosto del 1950, si uccide in un albergo di Torino, lasciando sul comodino uno dei libri, certamente, più significativi che abbia scritto.<br />
Mi riferisco a “<b>Dialoghi con Leucò”</b> . Un libro simbolo nel quale si ripercorre tutto un viaggio all’insegna del mito e del simbolo. <b>Mito</b> e <b>simbolo</b> hanno caratterizzato una chiave di lettura che ha trovato proprio in Pavese un riferimento per quei valori che si identificano nelle radici, nella riscoperta di una appartenenza, nel bisogno di memoria che le civiltà, i popoli, gli uomini hanno. Vita e letteratura dunque nel dramma di un poeta e di un uomo.<br />
Pavese, nonostante tutto, resta uno di quegli scrittori che ha raccontato gli anni della Resistenza, la guerra partigiana e repubblichina con angoscia e pathos. Sempre da La casa in collina: “E verrà il giorno che nessuno sarà fuori dalla guerra; né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso…”. Certo non si può parlare di un Pavese disimpegnato. Si serviva degli strumenti della letteratura. Si pensi a “<b>La luna e i falò</b>”. Un romanzo dichiarazione. Proprio all’inizio del dodicesimo capitolo c’è un inciso di una forza stravolgente: “…quanti poveri italiani che avevano fatto il loro dovere fossero stati assassinati barbaramente dai rossi. Perché, dicevano a bassa voce in piazza, sono i rossi che sparano nella nuca senza processo…”.</p>
<p>E’ inutile ormai spingere verso una letteratura dell’impegno o viceversa. La letteratura non è impegno politico o sociale. Non è neppure divagazione. E’ sostanzialmente dentro il processo esistenziale dell’uomo in una temperie in cui si ha bisogno di nuovi radicamenti. Fare i conti con questo Novecento letterario, e i critici militanti o la critica osservante devono certamente non trascurare, significa aprirlo nella sua globalità e nella sua interezza. Significa, tra l’altro, confrontarsi con i testi e con gli autori tralasciando le teorie precostituite che tuttora hanno una valenza ideologica. La letteratura non va letta con le lenti dell’ideologia.<br />
L’inquietudine di Pavese era profondamente un’inquietudine dettata da principi religiosi. La speranza e la preghiera erano i due “continenti” di cui Pavese si era impossessato proprio negli ultimi anni della sua vita. Una inquietudine religiosa che soltanto agli animi cristiani è dovuta. In merito a questo sono state scritte della pagine sublimi da <b>Carlo Bo, da Geno Pampaloni, da Divo Barsotti</b>. Per Pavese la vita stessa era scrivere. In un suo scritto sottolineava: “Accade coi libri come con le persone. Vanno presi sul serio. (…) I libri non sono gli uomini, sono mezzi per giungere a loro; chi li ama e non ama gli uomini, è un fatuo o un dannato. (…) … non si vede con che diritto, davanti a una pagina scritta, dimentichiamo di essere uomini e che un uomo ci parla”.<br />
Non bisogna dimenticare i processi esistenziali che vivono dentro il travaglio letterario e viceversa di uno scrittore. Soprattutto quando questo scrittore si chiama Cesare Pavese. Gli ultimi due capitoli del romanzo “<b>La casa in collina</b>”sono una testimonianza spirituale di alto valore. E’, comunque, il romanzo della riconciliazione.</p>
<p>Nel penultimo capitolo ancora del romanzo citato la chiesa non è soltanto una struttura o un rifugio. Rappresenta il simbolo, lo si dice chiaramente, dell’attesa, della speranza, della riconcialiazione alla vita. appunto. Rappresenta il bisogno di sacro e di fede per l’uomo contemporaneo che è incarnato da quell’io narrante che è proprio lo scrittore: “Mi fermai contro la chiesa, sotto il sole. Nella luce e nel silenzio ebbi un’idea di speranza. Mi parve impossibile tutto ciò che accadeva…”.<br />
1949. La Seconda guerra mondiale era finita ormai da quattro anni. Il clima della speranza, la ricostruzione della democrazia, il bisogno di riprendere un cammino pur non dimenticando il recente passato: dalla caduta del fascismo alla spaccatura tra due Italie. Quella della Resistenza e quella di Salò. I giovani di allora vivevano ancora tragicamente una divisione proprio nel ricordo di ciò che Pavese aveva raccontato in romanzi come La casa in collina o La luna e i falò. Romanzi in cui la metafora e la realtà sono un intreccio che si esprimono nella visione delle storie e dei personaggi.<br />
Non è vero che Pavese non volle prendere una posizione durante il fascismo e negli anni della Resistenza. La prese e come se la prese. Chi avrebbe potuto scrivere le pagine del diario inedito (pubblicato qualche anno fa con grandi polemiche: ce lo siamo dimenticati di già?) fino a qualche tempo fa e ora pubblicato? Chi avrebbe potuto scrivere quei capitoli de La luna e i falò come sono stati scritti da Pavese con quella crudezza? Capitoli dove si parla che i “rossi” sparano alla nuca o l’ultimo capitolo nel quale si descrive l’uccisione di Santa? Chi avrebbe scritto quelle pagine &#8211; simbolo de La casa in collina con quel pathos e con quella umanità che soltanto uomini e scrittori come Pavese hanno saputo fare. Pavese ha raccontato con molto anticipo una “antiresistenza” all’insegna però della riappacificazione.</p>
<p>Il Pavese che continua nella scoperta costante del mito e, attraverso il mito, si va alla rivelazione di una infanzia nella quale si vive l’iniziazione alla vita. Non c’è un Pavese dell’impegno politico. La poesia era tutto e grazie alla poesia cercava di leggere non la storia ma la memoria dei popoli e delle civiltà.<br />
Il paese, i paesaggi, i luoghi e poi la grecità o la mediterraneità, il mare, non amato, ma presente, e le colline non sono un contrasto. Sono un ennesimo richiamo ai valori del tempo che si riconosce nel sogno. Sottolineava: “Senza mito – l’abbiamo già ripetuto &#8211; non si dà poesia: mancherebbe l’immersione nel gorgo dell’indistinto, che della poesia ispirata è condizione indispensabile”.</p>
<p><b>Geno Pampaloni</b> in un suo scritto di alcuni anni fa affermava: “In che senso era religioso Pavese? Non in senso positivo, nel senso di una fede vissuta e indirizzata. Lo era quando identificava la poesia con l’ ‘essere’ (e contrapponeva lo ‘stile di fare’ di Vittorini al proprio ‘stile di essere’). Lo era quando scriveva che ‘la religione consiste nel credere che tutto quello che ci accade è straordinariamente importante. Non potrà mai sparire dal mondo’, e introduceva l’eternità nella storia. Lo era quando confessava che, alla luce dell’idea di Dio, ‘il tuo travaglio verso il simbolo s’illumina d’un contenuto infinito’”.<br />
Ma c’è una riflessione di <b>Divo Barsotti</b> apparsa sulla rivista dei frati di Santa Croce “Città di vita” nel gennaio del 1968 che dovrebbe far riflettere con molta serenità pur nello strazio della vicenda umana di Pavese. Ecco: “Dio sembra definitivamente morto per lui. E’ nell’atto in cui egli si dà la morte che Dio ritorna a farsi vivo e presente nell’umile preghiera che invoca pietà”.<br />
Un viaggio tra la luna e i falò nella memoria di un tempo che si raccoglie tra i destini e i miti. Pavese fu un vero scrittore. E resta tale pur in un processo dialettico in cui si può discutere di impegno o disimpegno anche se Pavese ha speso la sua vita per la letteratura. Io sto con Pavese. Seppe raccontarci un 25 aprile vero.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/04/25/86839/">QUEL 25 APRILE NON E’ UNA STORIA VERA. Per tutte le morti non condivise. PAVESE NE SAPEVA QUALCOSA e lo ha raccontato</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Pierfranco Bruni a Cosenza per il suo saggio in anteprima su Cesare Pavese,</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2024 14:16:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Pierfranco Bruni]]></category>
		<category><![CDATA[saggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1131" height="1600" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/DC86613D-D35A-4C37-A9AB-176C9E912E8D.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/DC86613D-D35A-4C37-A9AB-176C9E912E8D.jpeg 1131w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/DC86613D-D35A-4C37-A9AB-176C9E912E8D-212x300.jpeg 212w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/DC86613D-D35A-4C37-A9AB-176C9E912E8D-724x1024.jpeg 724w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/DC86613D-D35A-4C37-A9AB-176C9E912E8D-768x1086.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/DC86613D-D35A-4C37-A9AB-176C9E912E8D-1086x1536.jpeg 1086w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/DC86613D-D35A-4C37-A9AB-176C9E912E8D-585x828.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1131px) 100vw, 1131px" /></p>
<p>Giovedì 29 febbraio il presidente della commissione Capitale italiana Città del Libro Pierfranco Bruni presenterà in anteprima a Cosenza la sua nuova opera:La profezia del bosco. Cesare Pavese&#8221; Pellegrini editore.Studioso da&#8230;</p>
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<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"></div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">
<p>Il Presidente della Commissione della Capitale Italiana Città del Libro del Ministero della Cultura Pierfranco Bruni sarà a Cosenza il prossimo giovedì 29 Febbraio alle ore 17.30 per presentare,  in anteprima, il nuovo libro, dedicato a Cesare Pavese, dal titolo &#8220;La profezia del bosco. Cesare Pavese&#8221; edito Pellegrini. <br dir="auto" />L&#8217;incontro si svolgerà nel Terrazzo culturale Pellegrini di Cosenza, in via Luigi Pellegrini, 41 (già  via Camposano), e interverranno la Delegata alla Cultura del Comune di Cosenza Antonietta Cozza, che dialogherà con Pierfranco Bruni.</p>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Interverranno il Direttore della Università della Terza Età di Cosenza Mario De Bonis, la Prefatrice al volume la saggista Marilena Cavallo e la Presidente Acli di Cosenza e provincia.<br dir="auto" />Studioso da decenni dell&#8217;opera pavesiana, Pierfranco Bruni, con questo nuovo testo, sembra chiudere una stagione dopo ben sei volumi dedicati allo scrittore piemontese, che con la Calabria ha avuto uno stretto legame. <br dir="auto" />Anche di questi aspetti, ovvero Pavese-Calabria, si parla nel testo.</div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il titolo ha una visione simbolica. Richiama, chiaramente, il senso del mito tra la solitudine e la metafora del labirinto, temi che hanno sempre accompagnato l&#8217;opera di Pavese.</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/02/28/pierfranco-bruni-a-cosenza-per-il-suo-saggio-in-anteprima-su-cesare-pavese/">Pierfranco Bruni a Cosenza per il suo saggio in anteprima su Cesare Pavese,</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Cesare Pavese al Polofunzionale dell&#8217;università di Bari: la lectio magistralis di Pierfranco Bruni</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2024/02/25/cesare-pavese-al-polofunzionale-delluniversita-di-bari-la-lectio-magistralis-di-pierfranco-bruni/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=cesare-pavese-al-polofunzionale-delluniversita-di-bari-la-lectio-magistralis-di-pierfranco-bruni</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Feb 2024 17:03:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[lectio magistralis]]></category>
		<category><![CDATA[Pierfranco Bruni]]></category>
		<category><![CDATA[Polofunzionale dell'università di Bari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="344" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/13BB92BE-1994-4870-9007-5FA987CCF6E8.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/13BB92BE-1994-4870-9007-5FA987CCF6E8.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/13BB92BE-1994-4870-9007-5FA987CCF6E8-300x206.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>Ideologia e intolleranza i temi al centro dell’evento che si terrà lunedì 26 febbraio 2024. Lunedì 26 febbraio prossimo si parlerà di Cesare Pavese al Centro Polifunzionale dell&#8217;Università degli Studi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/02/25/cesare-pavese-al-polofunzionale-delluniversita-di-bari-la-lectio-magistralis-di-pierfranco-bruni/">Cesare Pavese al Polofunzionale dell&#8217;università di Bari: la lectio magistralis di Pierfranco Bruni</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="344" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/13BB92BE-1994-4870-9007-5FA987CCF6E8.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/13BB92BE-1994-4870-9007-5FA987CCF6E8.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/02/13BB92BE-1994-4870-9007-5FA987CCF6E8-300x206.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p><div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Ideologia e intolleranza i temi al centro dell’evento che si terrà lunedì 26 febbraio 2024.</div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"></div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Lunedì 26 febbraio prossimo si parlerà di Cesare Pavese al Centro Polifunzionale dell&#8217;Università degli Studi di Bari alle ore 17.00.</p>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Si discuterà di &#8220;Cesare Pavese, oltre l&#8217;intolleranza ideologica&#8221; con una Lectio Magistralis di Pierfranco Bruni, uno dei massimi studiosi dello scrittore piemontese e ora Presidente della Commissione Capitale Italiana del Libro 2024.</div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Diversi sono gli Istituti e le associazioni patrocinanti compresa la stessa Uniba. L&#8217;incontro, organizzato da La Stargate Universal Service Adv, sarà presentato e coordinato da Mariella Ragnini de Sirianna, presidente Stargate.</div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La Lectio di Pierfranco Bruni affronterà la problematica di un Pavese nella contemporaneità partendo proprio degli anni del Confine in Calabria nell&#8217;anno 1935. A questo tema Bruni ha dedicato uno dei suoi sei libri  pavesiani.</div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Un tema che si intreccia alla solitudine e al mito greco sul quale Pavese ha scritto diversi saggi e la cui poetica è completamente infarcita.</div>
<div dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Pierfranco Bruni nel suo ultimo Pavese, &#8220;Il bosco e la foresta&#8221;, apparso in questi giorni, scava tra la solitudine e il mito in una visione esistenzialista e antropologica ininea con gli studi di Bruni.</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/02/25/cesare-pavese-al-polofunzionale-delluniversita-di-bari-la-lectio-magistralis-di-pierfranco-bruni/">Cesare Pavese al Polofunzionale dell&#8217;università di Bari: la lectio magistralis di Pierfranco Bruni</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Cesare Pavese si uccideva nella notte tra il 26 e 27 agosto del 1950 in una stanza di Albergo di Torino</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2023/08/27/cesare-pavese-si-uccideva-nella-notte-tra-il-26-e-27-agosto-del-1950-in-una-stanza-di-albergo-di-torino/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=cesare-pavese-si-uccideva-nella-notte-tra-il-26-e-27-agosto-del-1950-in-una-stanza-di-albergo-di-torino</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Aug 2023 09:25:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="414" height="276" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/6AB77948-DF0A-4FC3-B899-3DB91E47D6BD.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/6AB77948-DF0A-4FC3-B899-3DB91E47D6BD.png 414w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/6AB77948-DF0A-4FC3-B899-3DB91E47D6BD-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/6AB77948-DF0A-4FC3-B899-3DB91E47D6BD-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 414px) 100vw, 414px" /></p>
<p>Il tempo non cancella. Il tempo resuscita istanti di cuore chiamati ricordi. Scrisse fino a qualche giorno prima. Scrisse per non scrivere più quel mestiere di vivere che è stato&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/08/27/cesare-pavese-si-uccideva-nella-notte-tra-il-26-e-27-agosto-del-1950-in-una-stanza-di-albergo-di-torino/">Cesare Pavese si uccideva nella notte tra il 26 e 27 agosto del 1950 in una stanza di Albergo di Torino</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="entry-title" style="text-align: left;"><strong><i>Il tempo non cancella. Il tempo resuscita istanti di cuore chiamati ricordi. Scrisse fino a qualche giorno prima. Scrisse per non scrivere più quel mestiere di vivere che è stato un vivere scrivendo. </i></strong></p>
<p>Ci fu il silenzio in quella notte assordante di una vuota città che respirava la solitudine di un fine agosto. 1950. 26/27 agosto. Cesare sciolse le bustine di sonnifero in un bicchiere. Aggiunse l’acqua. Attese di scendere nel gorgo muto. La dolce morte che si annunciò soltanto il giorno dopo. Albergo Roma. Torino.Quel rito che divenne mito del vivere e del rinascere degli dei da Leucò greca che dialogò nelle notti bianche dostoevskijane toccò il Vico dell’uomo antropologico. Cesare (Pavese) non chiese di restare nella tristezza. Cercò. Non sapeva forse che non occorre cercare come insegnò Maria Zambrano. O forse lo sapeva bene. Ecco perché cercò. Non trovò. Forse sapeva di non trovare in quella notte torinese. Scese nella solitudine che abita il limite e smette di stanziare nel nostos. Così infarcito di mito, di grecità conosciuta, oltre le letture, tra le sponde del greco mar di Brancaleone, in cui le donne portavano le anfore in testa e il vento cantava Ibico negli echi e nei passi della rugiada sulla battigia. Il tempo non cancella. Il tempo resuscita istanti di cuore chiamati ricordi. Scrisse fino a qualche giorno prima. Scrisse per non scrivere più quel mestiere di vivere che è stato un vivere scrivendo. Si impadronì di Nietzsche fino a tradurlo nelle viscere del bene e del male e si immaginò un Zarathustra tra le rive di Siddartha. Si impadronì di Junger tanto da recuperarlo in un mediterraneo del sogno e della follia comparandolo al Vico della scienza oltre il barocco.</p>
<p>Sottolineò il senso della tradizione fino a diventare un impolitico come il suo Thomas Mann che fece della montagna un incantesimo. Non ebbe timore di nulla. Non si considerava un maestro. Era un maestro nel linguaggio delle memorie delle civiltà tanto da raccogliere le testimonianze di Mircea Eliade in una visione in cui il labirinto non ha nulla del caos perché il suo Ulisse ha bisogno del focolare domestico. Il paese. Un’isola che ha radici e profezia. La sua Itaca nel destino del religioso sentire la morte dentro la vita.</p>
<p>Si fermò con Circe e con Calipso e non accettò, come Odisseo, l’immortalità. Pavese non è soltanto lo scrittore delle Langhe. È il poeta che visse con gli dei nella Parola e seppe tessere quella ragnatela che dal suo esilio in Calabria creò e intrecciò l’insieme dei mari del sud e un fuoco grande con Bianca Garufi recitando la terra e la morte e e quegli occhi che avranno la morte. Confessò costantemente la sua sapientia partendo dalla caverna platoniana, rifugio dalla modernità, sino ad Alessandro Manzoni tanto che ebbe modo di scrivere nel suo Diario in data 15 maggio 1944: “… il primo romanzo riuscito -I Promessi Sposi- è la maturità di un grande lirico. Ciò deve aver lasciato tracce nel nostro ideale narrativo”. Il senso tragico di Manzoni lo coinvolse proprio in una definizione lirica. La Tradizione come rappresentazione non del reale, bensì della coerenza di una memoria non storica. Sublime. Estetica. Inquieta nel dipanamento del nostos che raccolse nei nostoi del suo pellegrinaggio umano e non cantos greco in piena scena patica.</p>
<p>Si suicidò per dissolvenza di estremi e di involontario ordine. Se avesse navigato disordinatamente anche in quella sera di agosto del 1950 non avrebbe cercato e non trovato. Sarebbe rimasto in una attesa oltre la religiosità soltanto, perché i suoi passi verso la cristianità erano in punto di arrivo.</p>
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<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-75759" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/1BD94D49-D82D-4AA4-BDF1-5F4B69468750-300x169.png" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/1BD94D49-D82D-4AA4-BDF1-5F4B69468750-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/1BD94D49-D82D-4AA4-BDF1-5F4B69468750-585x329.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/08/1BD94D49-D82D-4AA4-BDF1-5F4B69468750.png 678w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Ma il 25 APRILE NON E’ UNA STORIA CONDIVISA. Lo disse anche Cesare Pavese.  CREDEMMO MA FU UN’ILLUSIONE.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Apr 2023 07:43:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Perfranco Bruni]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="755" height="522" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F.jpeg 755w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F-300x207.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F-585x404.jpeg 585w" sizes="(max-width: 755px) 100vw, 755px" /></p>
<p>Un discorso aperto e ingannevale come tutti i fatti ambigui che dal 1945 in poi si fanno strada&#8230; Non esiste una storia condivisa e tanto meno una &#8220;Storia siamo Noi&#8221;.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/04/23/ma-il-25-aprile-non-e-una-storia-condivisa-lo-disse-anche-cesare-pavese-credemmo-ma-fu-unillusione/">Ma il 25 APRILE NON E’ UNA STORIA CONDIVISA. Lo disse anche Cesare Pavese.  CREDEMMO MA FU UN’ILLUSIONE.</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="755" height="522" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F.jpeg 755w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F-300x207.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F-585x404.jpeg 585w" sizes="(max-width: 755px) 100vw, 755px" /></p><p>Un discorso aperto e ingannevale come tutti i fatti ambigui che dal 1945 in poi si fanno strada&#8230; Non esiste una storia condivisa e tanto meno una &#8220;Storia siamo Noi&#8221;. Chi sono i &#8220;Noi&#8221;?</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">“Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione” (Cesare Pavese).<br dir="auto" /><br dir="auto" />Quel 25 aprile coinvolse anche uno scrittore come Cesare Pavese? Restano emblematiche alcune pagine di un romanzo straordinario dal titoloLa casa in collina: “…ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato…”. Non è vero che Pavese è da annoverare tra gli scrittori che si sono rifugiati fuori dalla Resistenza o fuori dalla lotta politica tra il 1943 – 1945. Pavese non condivise la lotta armata. Leggere i suoi scritti per credere. Non la condivise né come uomo né come intellettuale.<br dir="auto" />E non è neppure vero che scrisse Il compagno per farsi perdonare qualcosa. Scrisse questo romanzo per denunciare una situazione ideologica. Così come La casa in collina e  La luna e i falò. In questi due romanzi non c’è assolutamente il disimpegno. C’è invece l’impegno dell’intellettuale e in modo particolare dello scrittore che riusciva a guardare e ad osservare uno spaccato storico non con le lenti dell’ideologia e della demagogia ma con una capacità critica che va oltre ogni pur semplicistica posizione ideologica.<br dir="auto" />Ho lavorato per oltre quarant’anni su Cesare Pavese pubblicando numerosi libri , cfr anche il video realizzato da Anna Montella <a href="https://www.youtube.com/watch?v=nXshZL7E1vA" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.youtube.com/watch?v%3DnXshZL7E1vA&amp;source=gmail&amp;ust=1682174213972000&amp;usg=AOvVaw1iNwrMlJN7Y0LaKV2SQ9yZ" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">https://www.youtube.<wbr />com/watch?v=nXshZL7E1vA</a>. <br dir="auto" />​   Pavese non si disimpegnò. Si impegnò come scrittore. Questo impegno non è chiaramente a misura ideologica. E’ qualcosa di diverso anche se non manca una precisa affermazione culturale. Il travaglio di Pavese è stato un travaglio tutto esistenziale e intellettuale ma che chiedeva una voce, un approccio, un riferimento cristiano. In Pavese questa necessità di dare risposta alla sua coscienza si avvertiva. La letteratura era un attraversamento mitico e simbolico. E questo percorso verso il mito, comunque, costituiva l’altra faccia di una medaglia la cui interpretazione aveva una valenza sacrale.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">C’è pathos proprio in La casa in collina. La centralità dell’uomo oltre ogni ideologia. Un messaggio di tolleranza e di pacificazione. Occorre rileggere certe pagine: “Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificarne chi l’ha sparso”.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">  Il 1936 è l&#8217;anno di Lavorare stanca. Poi vennero i &#8220;paesi&#8221; della rievocazione dei miti sino al 1947 con Dialoghi con Leucò. E poi ancora il mito della casa, come memoria di un luogo e dell&#8217;anima, e della collina. Poi ancora la metafora &#8211; simbolo della luna e il richiamo ancestrale del falò. Ma l’anno precedente al 1950 è un anno chiave per Pavese. Il 1949 è stato uno degli anni più intensi, e forse più faticosi anche sul piano esistenziale, della vita e della ricerca letteraria di Cesare Pavese. L’anno successivo, nell’agosto del 1950, si uccide in un albergo di Torino, lasciando sul comodino uno dei libri, certamente, più significativi che abbia scritto.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> Mi riferisco a Dialoghi con Leucò .  Un libro simbolo nel quale si ripercorre tutto un viaggio all’insegna del mito e del simbolo. Mito e simbolo hanno caratterizzato una chiave di lettura che ha trovato proprio in Pavese un riferimento per quei valori che si identificano nelle radici, nella riscoperta di una appartenenza, nel bisogno di memoria che le civiltà, i popoli, gli uomini hanno. Vita e letteratura dunque nel dramma di un poeta e di un uomo.<br dir="auto" /> Pavese, nonostante tutto, resta uno di quegli scrittori che ha raccontato gli anni della Resistenza, la guerra partigiana e repubblichina con angoscia e pathos. Sempre da La casa in collina: “E verrà il giorno che nessuno sarà fuori dalla guerra; né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso…”. Certo non si può parlare di un Pavese disimpegnato. Si serviva degli strumenti della letteratura. Si pensi a La luna e i falò. Un romanzo dichiarazione. Proprio all’inizio del dodicesimo capitolo c’è un inciso di una forza stravolgente: “…quanti poveri italiani che avevano fatto il loro dovere fossero stati assassinati barbaramente dai rossi. Perché, dicevano a bassa voce in piazza, sono i rossi che sparano nella nuca senza processo…”.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">   E’ inutile ormai spingere verso una letteratura dell’impegno o viceversa. La letteratura non è impegno politico o sociale. Non è neppure divagazione. E’ sostanzialmente dentro il processo esistenziale dell’uomo in una temperie in cui si ha bisogno di nuovi radicamenti. Fare i conti con questo Novecento letterario, e i critici militanti o la critica osservante devono certamente non trascurare, significa aprirlo nella sua globalità e nella sua interezza. Significa, tra l’altro, confrontarsi con i testi e con gli autori tralasciando le teorie precostituite che tuttora hanno una valenza ideologica. La letteratura non va letta con le lenti dell’ideologia.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">L’inquietudine di Pavese era profondamente un’inquietudine dettata da principi religiosi.<br />
La speranza e la preghiera erano i due “continenti” di cui Pavese si era impossessato proprio negli ultimi anni della sua vita. Una inquietudine religiosa che soltanto agli animi cristiani è dovuta. In merito a questo sono state scritte della pagine sublimi da Carlo Bo, da Geno Pampaloni, da Divo Barsotti. Per Pavese la vita stessa era scrivere. In un suo scritto sottolineava: “Accade coi libri come con le persone. Vanno presi sul serio. (…) I libri non sono gli uomini, sono mezzi per giungere a loro; chi li ama e non ama gli uomini, è un fatuo o un dannato. (…) … non si vede con che diritto, davanti a una pagina scritta, dimentichiamo di essere uomini e che un uomo ci parla”.<br dir="auto" />Non bisogna dimenticare i processi esistenziali che vivono dentro il travaglio letterario e viceversa di uno scrittore. Soprattutto quando questo scrittore si chiama Cesare Pavese. Gli ultimi due capitoli del romanzo La casa in collina sono una testimonianza spirituale di alto valore. E’, comunque, il romanzo della riconciliazione.<br dir="auto" /> Nel penultimo capitolo ancora del romanzo citato la chiesa non è soltanto una struttura o un rifugio. Rappresenta il simbolo, lo si dice chiaramente, dell’attesa, della speranza, della riconcialiazione alla vita. appunto. Rappresenta il bisogno di sacro e di fede per l’uomo contemporaneo che è incarnato da quell’io narrante che è proprio lo scrittore: “Mi fermai contro la chiesa, sotto il sole. Nella luce e nel silenzio ebbi un’idea di speranza. Mi parve impossibile tutto ciò che accadeva…”.   1949. La Seconda guerra mondiale era finita ormai da quattro anni. Il clima della speranza, la ricostruzione della democrazia, il bisogno di riprendere un cammino pur non dimenticando il recente passato: dalla caduta del fascismo alla spaccatura tra due Italie. Quella della Resistenza e quella di Salò. I giovani di allora vivevano ancora tragicamente una divisione proprio nel ricordo di ciò che Pavese aveva raccontato in romanzi come La casa in collina o La luna e i falò. Romanzi in cui la metafora e la realtà sono un intreccio che si esprimono nella visione delle storie e dei personaggi.<br dir="auto" /> Non è vero che Pavese non volle prendere una posizione durante il fascismo e negli anni della Resistenza. La prese e come se la prese. Chi avrebbe potuto scrivere le pagine del diario inedito (pubblicato qualche anno fa con grandi polemiche: ce lo siamo dimenticati di già?) fino a qualche tempo fa e ora pubblicato? Chi avrebbe potuto scrivere quei capitoli de La luna e i falò come sono stati scritti da Pavese con quella crudezza? Capitoli dove si parla che i “rossi” sparano alla nuca o l’ultimo capitolo nel quale si descrive l’uccisione di Santa? Chi avrebbe scritto quelle pagine &#8211; simbolo de La casa in collina con quel pathos e con quella umanità che soltanto uomini e scrittori come Pavese hanno saputo fare. Pavese ha raccontato con molto anticipo una “antiresistenza” all’insegna però della riappacificazione.<br dir="auto" />   Il Pavese che continua nella scoperta costante del mito e, attraverso il mito, si va alla rivelazione di una infanzia nella quale si vive l’iniziazione alla vita. Non c’è un Pavese dell’impegno politico. La poesia era tutto e grazie alla poesia cercava di leggere non la storia ma la memoria dei popoli e delle civiltà.<br dir="auto" />  Il paese, i paesaggi, i luoghi e poi la grecità o la mediterraneità, il mare, non amato, ma presente, e le colline non sono un contrasto. Sono un ennesimo richiamo ai valori del tempo che si riconosce nel sogno. Sottolineava: “Senza mito – l’abbiamo già ripetuto &#8211; non si dà poesia: mancherebbe l’immersione nel gorgo dell’indistinto, che della poesia ispirata è condizione indispensabile”.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> Geno Pampaloni in un suo scritto di alcuni anni fa affermava: “In che senso era religioso Pavese? Non in senso positivo, nel senso di una fede vissuta e indirizzata. Lo era quando identificava la poesia con l’ ‘essere’ (e contrapponeva lo ‘stile di fare’ di Vittorini al proprio ‘stile di essere’). Lo era quando scriveva che ‘la religione consiste nel credere che tutto quello che ci accade è straordinariamente importante. Non potrà mai sparire dal mondo’, e introduceva l’eternità nella storia. Lo era quando confessava che, alla luce dell’idea di Dio, ‘il tuo travaglio verso il simbolo s’illumina d’un contenuto infinito’”.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">  Ma c’è una riflessione di Divo Barsotti apparsa  sulla rivista dei frati di Santa Croce “Città di vita” nel gennaio del 1968 che dovrebbe far riflettere con molta serenità pur nello strazio della vicenda umana di Pavese. Ecco: “Dio sembra definitivamente morto per lui. E’ nell’atto in cui egli si dà la morte che Dio ritorna a farsi vivo e presente nell’umile preghiera che invoca pietà”.<br dir="auto" /> Un viaggio tra la luna e i falò nella memoria di un tempo che si raccoglie tra i destini e i miti. Pavese fu un vero scrittore. E resta tale pur in un processo dialettico in cui si può discutere di impegno o disimpegno anche se Pavese ha speso la sua vita per la letteratura. Io sto con Pavese. Non mi inteinteressa una storia condivisa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/04/23/ma-il-25-aprile-non-e-una-storia-condivisa-lo-disse-anche-cesare-pavese-credemmo-ma-fu-unillusione/">Ma il 25 APRILE NON E’ UNA STORIA CONDIVISA. Lo disse anche Cesare Pavese.  CREDEMMO MA FU UN’ILLUSIONE.</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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