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		<title>Non ci avete fatto niente e la storia non si pignora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 20:12:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="654" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-300x166.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-1024x568.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-768x426.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-1170x649.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-585x325.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
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<p>Se si vuole fare un’inchiesta che scavi sotto la superficie, bisogna smetterla di cercare la mafia dove non c’è più e rintracciarla dove ha scelto di mimetizzarsi. Come analizza Saverio Lodato nel suo spietato <em>Quarant’anni di mafia</em>, l’errore più marchiano e funzionale al sistema è stato quello di considerare Cosa Nostra come un corpo estraneo, un’anomalia militare da confinare nelle dinamiche di sangue dei corleonesi. La mafia ha cercato di farsi Stato, di farsi codice d’accesso ai salotti finanziari, di sedersi ai tavoli dove si decidono i flussi di denaro pubblico, i grandi appalti, la logistica, i trasporti e il destino industriale delle nostre terre. Ha provato a trasformare la violenza in un’infrastruttura invisibile del quotidiano.</p>
<p>Ma i registi di quel colpo di Stato hanno fallito il calcolo più elementare, scontrandosi con una resistenza che non era scritta nei loro verbali.</p>
<p>Oggi i clan non hanno bisogno di sparare, perché il piombo attira l’attenzione. Preferiscono infilarsi nel silenzio viscido dell’economia legale, ripulire miliardi nei fondi d’investimento e colonizzare i subappalti, tentando di occupare militarmente la zona grigia della precarietà sociale e dell’isolamento economico. Ma questa ritirata strategica non è il segno di una vittoria. È la prova di una sottomissione a un’onda d’urto civile che non si è mai fermata.</p>
<p>La dimostrazione plastica di questo fallimento ha un indirizzo preciso: quel lembo di terra a Capaci, il Giardino della Memoria, che proprio oggi riceve lo status ufficiale di Parco Regionale. Su quel prato, per la ferrea e ostinata volontà di Tina Montinaro e dei ragazzi dell’Associazione QS15, campeggia una frase che taglia le gambe a qualsiasi pretesa di onnipotenza criminale: <strong>“Non ci avete fatto niente”</strong>.</p>
<p>In quelle quattro parole non c’è la rassegnazione del superstite, ma la rivendicazione di chi ha vinto la guerra culturale. Dire “non ci avete fatto niente” significa guardare in faccia i colletti bianchi, i boss storici e i mandanti occulti — quelli che Falcone definiva le menti raffinatissime e che ancora oggi frequentano le stanze del potere — e dirgli che il tritolo ha solo accelerato la loro fine. Hanno ucciso gli uomini, ma hanno reso il loro metodo investigativo, la loro pretesa di trasparenza e la loro dignità amministrativa un patrimonio genetico inattaccabile.</p>
<p>Domani, su quel ponte e in quel parco, non si va a piangere. Si va a fare un esame di coscienza collettivo. Si va a ricordare che la lotta alla mafia non è una delega da dare alla magistratura una volta all’anno, ma una pratica quotidiana che si fa con i fatti: con la trasparenza degli atti amministrativi, con il rigore nella gestione delle risorse collettive, con la difesa della dignità del lavoro contro il ricatto del bisogno.</p>
<p>Quel cartello a Capaci è il promemoria più doloroso per chi sta dall’altra parte: vi siete presi cinque vite, ma avete perso il Paese. Non ci avete fatto niente.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
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		<title>Zen, il quartiere conteso: quando la mafia perde ordine e resta la paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 15:19:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Dagli spari contro le attività commerciali ai blitz interforze, Palermo torna a guardare lo Zen non come un luogo da condannare, ma come una ferita urbana e sociale dove criminalità&#8230;</p>
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<div class="mh-meta entry-meta">
<p class="pip-lead">Lo Zen non è il problema. Lo Zen è il luogo dove il problema si vede meglio.</p>
<p>Perché quando una città torna a sentire il rumore degli spari, delle intimidazioni, delle bottiglie incendiarie, delle saracinesche colpite, delle vetrine crivellate, la tentazione più semplice è sempre la stessa: puntare il dito contro il quartiere. Dire “è lo Zen”, come se bastasse un nome per spiegare tutto. Come se dentro quel nome non vivessero famiglie, bambini, anziani, giovani che studiano, madri che resistono, padri che lavorano, persone che non hanno nulla a che fare con chi prova a trasformare un territorio in una zona di comando.</p>
<p>Ma un quartiere non spara. Un quartiere non chiede il pizzo. Un quartiere non gestisce piazze di spaccio. Un quartiere non organizza intimidazioni. A farlo sono uomini, reti criminali, gruppi in cerca di potere, pezzi di Cosa nostra che cambiano pelle, arretrano, tornano, si riorganizzano, perdono controllo e generano nuove violenze.</p>
<p>Lo Zen, semmai, è una ferita aperta. Una ferita sociale, urbanistica, educativa, economica. E dentro le ferite, quando lo Stato arriva tardi o arriva solo con le divise, la criminalità prova a costruire il suo alfabeto: paura, favore, silenzio, debito, appartenenza forzata.</p>
<p>Negli ultimi giorni Palermo è stata attraversata da una nuova tensione. Le indagini citate da RaiNews collegano gli attacchi contro esercizi commerciali e imprese a una strategia di pressione legata al racket delle estorsioni e al controllo del territorio. Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026 si sarebbe registrata un’escalation di colpi d’arma da fuoco contro attività tra centro e periferie; nelle zone di Sferracavallo, Barcarello e Tommaso Natale sarebbero state lasciate bottiglie incendiarie davanti ai locali. In alcuni casi, come al ristorante “Al Brigantino”, si sarebbe arrivati a raffiche di kalashnikov contro le vetrine. Gli investigatori sospettano che il gruppo armato provenga dallo Zen 2, dove da mesi si concentra la pressione delle forze dell’ordine.</p>
<p>È qui che il racconto deve farsi serio. Non basta dire “emergenza sicurezza”. Non basta invocare più pattuglie, più controlli, più telecamere. Tutto questo può essere necessario, ma non è sufficiente. Perché quando si parla dello Zen, di Tommaso Natale, di San Lorenzo, di Partanna Mondello, non si parla soltanto di cronaca recente. Si entra dentro una geografia criminale precisa, documentata da inchieste, processi, arresti, sentenze, richieste di condanna, ricostruzioni investigative.</p>
<p>Il quadrante è quello del mandamento mafioso di Tommaso Natale-San Lorenzo. Nel gennaio 2021 l’operazione “Bivio”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo ed eseguita dai carabinieri, mise nel mirino proprio quel mandamento e le famiglie di Tommaso Natale, Partanna Mondello e Zen-Pallavicino. I 16 fermati furono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, tentato omicidio, estorsioni consumate e tentate aggravate, danneggiamento seguito da incendio, minacce aggravate e detenzione abusiva di armi da fuoco.</p>
<p>In quella operazione comparivano nomi precisi: Francesco Adelfio, Andrea Barone, Carmelo Barone, Marcello Bonomolo, Pietro Ciaramitaro, Giuseppe Cusimano, Francesco Finazzo, Salvatore Fiorentino, Sebastiano Giordano, Francesco L’Abbate, Andrea Mancuso, Francesco Palumeri, Giuseppe Rizzuto, Baldassare Rizzuto, Antonino Vitamia e Michele Zito. Sono nomi da maneggiare con rigore, citandoli solo per ciò che risultava dagli atti e dalle cronache giudiziarie dell’epoca, perché la responsabilità penale resta sempre personale e perché per ogni posizione valgono i gradi di giudizio e la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.</p>
<p>Ma dentro quell’inchiesta emerse un elemento ancora più inquietante della violenza: il cosiddetto “welfare mafioso”. Secondo gli investigatori, Giuseppe Cusimano avrebbe tentato, durante la prima fase del lockdown del 2020, di organizzare una distribuzione alimentare per le famiglie indigenti dello Zen, accreditandosi come punto di riferimento per chi aveva bisogno. I carabinieri parlarono del tentativo di Cosa nostra di ottenere consenso sociale e riconoscimento sul territorio, elementi considerati indispensabili per l’esercizio del potere mafioso.</p>
<div class="pip-quote">La mafia non comanda soltanto quando minaccia. Comanda quando si sostituisce allo Stato. Comanda quando trasforma un pacco di pasta in debito morale. Comanda quando un favore diventa appartenenza.</div>
<p>Qui si capisce il cuore del problema. Il potere mafioso più pericoloso non è solo quello che spara. È quello che si presenta come aiuto.</p>
<p>Per questo lo Zen non va raccontato come una periferia “perduta”. Va raccontato come un territorio conteso. Conteso tra chi lo abita onestamente e chi prova a usarlo. Conteso tra chi chiede diritti e chi offre favori. Conteso tra chi vorrebbe scuola, lavoro, servizi, spazi pubblici, cultura, sport, presenza educativa, e chi invece preferisce il vuoto, perché nel vuoto il controllo criminale cresce meglio.</p>
<p>Le cronache più recenti confermano che il nodo non è chiuso. LiveSicilia, nel marzo 2025, ha raccontato il quadro di tensione interna allo Zen e nel mandamento, collegando le vicende all’arresto dei fratelli Nunzio e Domenico Serio e a contrasti legati anche allo spaccio. Nell’articolo vengono citati, tra gli altri, Francesco Stagno, Domenico Ciaramitaro, Giovanni Cusimano, Gennaro Riccobono e Michele Micalizzi, all’interno di dialoghi e ricostruzioni investigative che descrivono un quartiere attraversato da conflitti, paura e tentativi di “rimettere ordine”.</p>
<p>Nel febbraio 2026, ancora LiveSicilia ha scritto che le vicende di San Lorenzo sono strettamente connesse a quelle dello Zen, parte del mandamento mafioso, dove gruppi giovani e violenti si sarebbero ritagliati spazi di potere. Nello stesso articolo si riportano le richieste di condanna per 37 imputati, tra cui Nunzio e Domenico Serio, Francesco Stagno, Giovanni Cusimano, Mariano Lo Iacono, Mirko Lo Iacono, Paolo Lo Iacono e altri. Il processo, viene precisato, si svolge con rito abbreviato davanti al giudice per l’udienza preliminare.</p>
<p>Sono dati che non autorizzano semplificazioni, ma impongono una domanda: che cosa accade quando la criminalità organizzata perde il suo “ordine” interno e il territorio resta esposto a una violenza più disordinata, più giovane, più imprevedibile?</p>
<p>Per anni siamo stati abituati a immaginare Cosa nostra come una struttura verticale, disciplinata, silenziosa. Ma le inchieste degli ultimi anni mostrano anche altro: frammentazioni, tensioni, nuove leve, gruppi che si contendono spazi, droga, estorsioni, riconoscimento criminale. Quando il potere mafioso tradizionale viene colpito, arrestato, indebolito, non sempre nasce automaticamente libertà. A volte nasce una fase intermedia, sporca, caotica, in cui diversi soggetti provano a occupare il vuoto.</p>
<p>Ed è in quel vuoto che possono arrivare gli spari.</p>
<p>Gli spari contro le attività commerciali non sono solo atti intimidatori. Sono messaggi. Dicono: “Noi ci siamo”. Dicono: “Possiamo colpire”. Dicono: “Il territorio deve ricordarsi di chi comanda”. La vetrina infranta diventa un manifesto criminale. La bottiglia incendiaria diventa una firma. Il kalashnikov diventa un linguaggio. Un linguaggio brutale, primitivo, ma chiarissimo.</p>
<p>Eppure la domanda più scomoda resta un’altra: perché quel linguaggio trova ancora spazio?</p>
<p>Trova spazio quando un commerciante si sente solo. Quando denunciare fa paura. Quando il lavoro manca. Quando il quartiere è raccontato solo come emergenza. Quando i servizi arrivano a intermittenza. Quando la scuola combatte da sola. Quando le associazioni restano isolate. Quando la politica si ricorda delle periferie solo dopo gli spari. Quando lo Stato entra con i lampeggianti, ma non sempre resta con continuità.</p>
<p>La sicurezza è necessaria. I blitz sono necessari. Le indagini sono necessarie. Gli arresti sono necessari. Ma se dopo il blitz non resta una presenza stabile, quotidiana, sociale, educativa, culturale, economica, il territorio torna a essere esposto.</p>
<div class="pip-quote">Perché la mafia non occupa solo le strade. Occupa le assenze.</div>
<div class="pip-list">
<p>Occupa l’assenza di lavoro.</p>
<p>Occupa l’assenza di fiducia.</p>
<p>Occupa l’assenza di ascolto.</p>
<p>Occupa l’assenza di futuro.</p>
<p>Occupa l’assenza di una comunità che si senta protetta senza dover chiedere protezione ai peggiori.</p>
</div>
<p>E allora Palermo deve smettere di guardare lo Zen solo quando fa paura. Deve guardarlo prima. Deve guardarlo quando i ragazzi lasciano la scuola. Quando una famiglia non arriva a fine mese. Quando un giovane trova più riconoscimento in una piazza di spaccio che in un percorso formativo. Quando un commerciante capisce che denunciare è giusto, ma teme di restare solo. Quando un quartiere viene nominato dai media solo per essere associato alla cronaca nera.</p>
<p>Lo Zen non ha bisogno di pietismo. Ha bisogno di giustizia.</p>
<p>Ha bisogno che si faccia piena luce sui collegamenti criminali, sui nomi, sulle reti, sui mandamenti, sulle famiglie, sulle responsabilità individuali. Ma ha anche bisogno che chi non c’entra nulla con la criminalità venga liberato da un marchio collettivo che pesa come una condanna sociale.</p>
<p>Perché criminalizzare un quartiere è un favore alla mafia. Significa consegnarle il racconto. Significa dire agli abitanti onesti: “Voi siete quel problema”. E quando una comunità viene identificata con la sua parte peggiore, chi vuole dominarla ha già vinto metà della battaglia.</p>
<p>Il vero articolo da scrivere, allora, non è soltanto sulla violenza allo Zen. È sulla responsabilità di Palermo davanti allo Zen. Una responsabilità che riguarda le istituzioni, la politica, la scuola, le parrocchie, le associazioni, l’impresa, l’informazione, la società civile. Perché ogni territorio lasciato solo diventa più vulnerabile al potere criminale.</p>
<p>Le inchieste ci dicono che il mandamento Tommaso Natale-San Lorenzo ha avuto una storia criminale strutturata, fatta di capi, reggenti, estorsioni, droga, armi, tentativi di consenso. Le cronache recenti ci dicono che quella storia non è semplicemente archiviata. Cambia forma, cambia nomi, cambia equilibri, ma continua a interrogare Palermo. Il processo “Bivio”, secondo La Voce di Palermo, ha visto nel dicembre 2024 la conferma in appello di diverse condanne legate ai mandamenti di San Lorenzo e Tommaso Natale, con riduzioni per alcuni imputati ma con un quadro generale di responsabilità mafiose ritenuto confermato dalla Corte d’Appello.</p>
<p>Questo non significa che tutto sia uguale a prima. Significa che il passato criminale non passa davvero se non viene trasformato il terreno su cui quel passato ha potuto mettere radici.</p>
<p>E il terreno non si trasforma solo con le retate. Si trasforma con una presenza lunga. Con investimenti seri. Con scuole aperte. Con doposcuola, sport, biblioteche, lavoro vero, sostegno alle imprese sane, protezione concreta per chi denuncia, percorsi per i giovani, urbanistica intelligente, case dignitose, spazi comuni curati, relazioni istituzionali non episodiche.</p>
<p>Lo Zen non chiede di essere assolto. Chiede di essere visto interamente.</p>
<p>Visto nelle sue ombre, certo. Nei nomi delle inchieste. Nei legami con il mandamento. Nelle piazze di spaccio. Negli spari. Nel racket. Nei tentativi di controllo.</p>
<p>Ma anche nella sua umanità. Nei cittadini che non vogliono piegarsi. Nei ragazzi che non vogliono essere arruolati. Nelle madri che provano a proteggere i figli. Nei commercianti che vorrebbero lavorare senza paura. Negli educatori che restano. In chi ogni giorno abita quel quartiere senza appartenere al suo racconto peggiore.</p>
<div class="pip-quote">La domanda vera, oggi, non è se lo Zen sia un quartiere pericoloso. La domanda vera è chi ha avuto interesse, per anni, a lasciarlo diventare un territorio dove la paura potesse sostituire la fiducia, il favore potesse sostituire il diritto e il silenzio potesse diventare una forma di sopravvivenza.</div>
<p>Palermo deve rispondere a questa domanda senza ipocrisie.</p>
<p>Deve colpire i clan, ma proteggere il quartiere. Deve fare i nomi dei responsabili, ma non infangare una comunità intera. Deve chiedere sicurezza, ma anche giustizia sociale. Deve pretendere arresti, ma anche alternative. Deve sostenere chi denuncia, ma anche costruire le condizioni perché denunciare non significhi sentirsi abbandonati il giorno dopo.</p>
<p>Perché una città non si libera dalla mafia solo quando arresta i mafiosi. Si libera davvero quando toglie alla mafia il potere di apparire utile. Quando nessuno deve più chiedere un favore per ottenere un diritto. Quando nessun giovane trova nella violenza l’unico modo per sentirsi qualcuno. Quando nessun commerciante pensa che il silenzio sia più sicuro della verità. Quando nessun quartiere viene guardato solo attraverso il lampeggiare delle volanti.</p>
<p>Lo Zen, oggi, è una prova per Palermo.</p>
<p>Non perché sia il simbolo del male. Ma perché mostra, più di altri luoghi, il punto in cui la città deve decidere che cosa vuole essere: una città che interviene solo dopo gli spari, o una città che costruisce presenza prima che gli spari arrivino.</p>
<p>La mafia conosce bene le periferie dell’anima. Entra dove trova fame, paura, solitudine, bisogno, rabbia, mancanza di futuro. Per questo la risposta non può essere solo militare. Deve essere anche relazionale, educativa, civile, economica, culturale.</p>
<div class="pip-list">
<p>Servono indagini.</p>
<p>Servono processi.</p>
<p>Servono condanne quando le responsabilità vengono accertate.</p>
<p>Servono controlli.</p>
<p>Servono pattuglie.</p>
<p>Ma serve anche una città che non lasci lo Zen da solo appena si spengono le telecamere.</p>
</div>
<p>Perché il contrario della mafia non è soltanto la legalità.</p>
<p>Il contrario della mafia è una comunità che non lascia nessuno in ostaggio del bisogno.</p>
<p>E Palermo, se vuole davvero vincere questa sfida, deve partire proprio da qui: non dal marchio infame su un quartiere, ma dalla liberazione concreta delle persone che lo abitano.</p>
<div class="pip-note"><strong>Nota di metodo:</strong> tutti i nomi citati sono riportati esclusivamente in relazione ad atti giudiziari, inchieste, processi o fonti giornalistiche qualificate. Per le persone indagate o imputate vale sempre la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.</div>
<div class="pip-source-box">
<h2>Fonti principali consultate</h2>
<ul>
<li><a href="https://www.rainews.it/tgr/sicilia/articoli/2026/05/kalashnikov-operazione-di-polizia-e-carabinieri-allo-zen-2-d99f6ad1-b1ee-4315-b18e-a35d422eee69.html" target="_blank" rel="noopener">RaiNews Sicilia – Operazione allo Zen 2 e intimidazioni con armi da fuoco</a></li>
<li><a href="https://www.dire.it/26-01-2021/597612-mafia-operazione-bivio-a-palermo-16-fermi/" target="_blank" rel="noopener">Agenzia Dire – Operazione “Bivio” sul mandamento Tommaso Natale-San Lorenzo</a></li>
<li><a href="https://livesicilia.it/palermo-mafia-faida-zen-arresti/" target="_blank" rel="noopener">LiveSicilia – Mafia, faida e tensioni allo Zen</a></li>
<li><a href="https://livesicilia.it/mafia-san-lorenzo-boss-palermo-zen-chieste-le-condanne/" target="_blank" rel="noopener">LiveSicilia – Richieste di condanna nel processo sul mandamento San Lorenzo-Zen</a></li>
<li><a href="https://www.lavocedipalermo.it/mafia-a-san-lorenzo-e-tommaso-natale-confermate-condanne-nel-processo-bivio/" target="_blank" rel="noopener">La Voce di Palermo – Processo Bivio, conferme in appello </a></li>
</ul>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/15/zen-il-quartiere-conteso-quando-la-mafia-perde-ordine-e-resta-la-paura/">Zen, il quartiere conteso: quando la mafia perde ordine e resta la paura</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Morto Nitto Santapaola, storico capo di Cosa Nostra catanese protagonista della stagione stragista e delle guerre di mafia</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/02/morto-nitto-santapaola-storico-capo-di-cosa-nostra-catanese-protagonista-della-stagione-stragista-e-delle-guerre-di-mafia/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=morto-nitto-santapaola-storico-capo-di-cosa-nostra-catanese-protagonista-della-stagione-stragista-e-delle-guerre-di-mafia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 09:23:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[cosa nostra]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Nitto Santapaola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="659" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-300x168.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-1024x572.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-768x429.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-1170x654.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-585x327.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>Dai salotti d&#8217;élite come snodo centrale di un modello organizzativo capace di coniugare controllo militare del territorio e penetrazione nei circuiti economico-finanziari, alla lunga latitanza tra Catania e la fascia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dai salotti d&#8217;élite come snodo centrale di un modello organizzativo capace di coniugare controllo militare del territorio e penetrazione nei circuiti economico-finanziari, alla lunga latitanza tra Catania e la fascia tirrenica messinese all’arresto del 1993, dai rapporti con i corleonesi alle condanne per le stragi di Capaci e via D’Amelio: si chiude a 87 anni la parabola criminale di Benedetto &#8220;Nitto&#8221; Santapaola, detenuto al 41-bis nel Carcere di Opera, figura centrale di Cosa Nostra e riferimento storico del clan Santapaola-Ercolano</em></p>
<p>È morto il 2 marzo 2026, a 87 anni, Benedetto “<strong>Nitto” Santapaola</strong>, storico capo della mafia etnea e figura apicale di <strong>Cosa Nostra</strong>durante la stagione più sanguinaria dello scontro tra mafia e Stato. Era detenuto al <strong>41-bis</strong>nel Carcere di Opera e negli ultimi giorni era stato trasferito nel reparto detentivo dell’Ospedale San Paolo per l’aggravarsi delle condizioni cliniche. La magistratura ha disposto gli accertamenti sanitari previsti in questi casi.<br />
Nato a Catania il 4 giugno 1938 e cresciuto nel quartiere di <strong>San Cristoforo</strong>, Santapaola iniziò la propria ascesa criminale negli anni Sessanta, consolidando progressivamente la propria influenza nella famiglia mafiosa catanese. Dopo l’uccisione del boss <strong>Giuseppe Calderone</strong> nel 1978, assunse la guida del gruppo stringendo un’alleanza strategica con i corleonesi guidati da <strong>Totò Riina,</strong> inserendo Catania nel nuovo asse dominante di Cosa Nostra durante la seconda guerra di mafia.</p>
<p><strong>Negli anni Ottanta il clan Santapaola-Ercolano</strong>consolidò un controllo capillare sul territorio etneo, con un radicamento documentato nei traffici di stupefacenti, nelle estorsioni, nel condizionamento degli appalti pubblici e nell’infiltrazione in settori strategici dell’economia locale.<br />
<strong>La sua latitanza iniziò nei primi anni Ottanta</strong> e si protrasse per undici anni, durante i quali riuscì a sottrarsi a numerosi blitz e operazioni di polizia. <strong>Venne arrestato il 18 maggio 1993 a Catania</strong>, in un appartamento dove si nascondeva sotto falsa identità, al termine di un’intensa attività investigativa coordinata dalla <strong>Direzione Distrettuale Antimafia</strong>.</p>
<p>La cattura avvenne <strong>pochi mesi dopo l’arresto di Riina</strong> e rappresentò un passaggio decisivo nella strategia di smantellamento dei vertici storici di Cosa Nostra. Le immagini dell’arresto e il trasferimento in carcere segnarono simbolicamente la fine della lunga invisibilità del boss etneo.<br />
<strong>Nel corso della latitanza,</strong> secondo ricostruzioni investigative e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, <strong>Santapaola</strong> avrebbe trovato <strong>rifugio anche nell’area tirrenica della provincia di Messina</strong>, in particolare nella zona di <strong>Portorosa</strong>, complesso turistico situato nel territorio di Furnari, a ridosso di Falcone. <strong>L’area</strong>, insieme al vicino centro di <strong>Barcellona Pozzo di Gotto</strong>, è stata più volte indicata dagli inquirenti come <strong>territorio strategico </strong>per gli <strong>equilibri mafiosi</strong>della f<strong>ascia tirrenica messinese.</strong> Le indagini hanno evidenziato nel tempo rapporti e sinergie tra esponenti riconducibili al clan Santapaola-Ercolano e gruppi criminali operanti nell’area barcellonese, delineando un sistema di alleanze e interessi comuni che avrebbe garantito protezione logistica e coperture durante la latitanza del boss.<br />
Negli anni successivi Santapaola è stato condannato a diversi ergastoli per associazione mafiosa, <strong>omicidi</strong> e <strong>stragi</strong>. Le sentenze definitive lo hanno riconosciuto tra i vertici coinvolti nella strategia che <strong>portò alle stragi del 1992,</strong> tra cui la <strong>Strage di Capaci</strong>, in cui furono assassinati il giudice <strong>Giovanni Falcone,</strong> <strong>Francesca Morvillo</strong> e tre agenti della scorta, e la <strong>Strage di via D’Amelio,</strong> in cui perse la vita il magistrato <strong>Paolo Borsellino </strong>insieme ai cinque agenti della scorta. Il suo nome compare inoltre in numerosi procedimenti legati a omicidi eccellenti e a fatti di sangue che hanno segnato la storia criminale della Sicilia orientale.</p>
<p><strong>Prima dell’arresto, </strong>avvenuto nel 1993 dopo un periodo di latitanza, <strong>Santapaola</strong> <strong>conduceva una vita</strong> che gli inquirenti hanno descritto come apparentemente “normale” e perfino <strong>mondana</strong>. <strong>Frequentava ambienti imprenditoriali e salotti cittadini</strong>, curava relazioni con professionisti e uomini d’affari, e si muoveva in contesti che contribuivano ad alimentarne l’immagine di imprenditore di successo più che di capo mafioso. Questa dimensione pubblica, fatta di presenze in locali e incontri riservati, si intrecciava con una fitta rete di protezioni e complicità.<br />
<strong>Proprio su questo intreccio tra potere mafioso ed élite economica</strong> si era concentrata l’inchiesta giornalistica di <strong>Giuseppe “Pippo” Fava</strong>, che dalle pagine del mensile<strong> I Siciliani</strong> denunciò l’esistenza dei cosiddetti “<strong>cavalieri del lavoro</strong>” catanesi — grandi imprenditori insigniti di onorificenze ufficiali ma, secondo le sue ricostruzioni, contigui agli interessi di Cosa Nostra.</p>
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<figure class="alignright size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-104040" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--779x1024.jpg" sizes="(max-width: 779px) 100vw, 779px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--779x1024.jpg 779w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--228x300.jpg 228w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--768x1009.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava-.jpg 1080w" alt="" width="779" height="1024" /></figure>
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<p><strong>Fava indicava in Santapaola </strong>il perno di un sistema di <strong>relazioni che saldava mafia, politica e finanza.</strong> Il <strong>giornalista</strong>venne <strong>assassinato il 5 gennaio 1984 a Catania; </strong>per quell’omicidio la <strong>magistratura ha individuato in Santapaola il mandante</strong>, nell’ambito delle responsabilità attribuite alla mafia catanese.</p>
<p>Sul piano familiare, la moglie di Nitto Santapaola era <b>Carmela Grazia Minniti</b>, assassinata nel 1995 a San Gregorio di Catania. La sua morte segnò un evento eclatante nella storia della mafia catanese, poiché violava le regole non scritte secondo cui donne e bambini non dovevano essere colpiti. Grazia Minniti non era direttamente coinvolta nelle attività criminali del marito, ma la sua posizione di moglie del capo clan la rese un obiettivo nelle faide interne. Ha condiviso con lui gli anni precedenti e i due successivi alla cattura, segnati da processi e detenzione al regime di 41 bis. La vicenda ha avuto risonanza anche nei processi e negli articoli di cronaca che documentano le dinamiche interne a Cosa Nostra a Catania.</p>
<p>I <strong>figli</strong> sono stati oggetto di attenzione investigativa nel corso degli anni, in particolare per presunti tentativi di mantenere rapporti e interessi economici collegati al contesto familiare, pur in assenza di condanne definitive equiparabili a quelle del padre. <strong>La dimensione familiare</strong> ha rappresentato <strong>per il boss un elemento centrale</strong> di protezione e continuità, come spesso accade nelle strutture mafiose tradizionali.<br />
Un ruolo rilevante <strong>nella galassia criminale</strong>collegata al clan è stato attribuito al fratello Aldo <strong>Santapaola, </strong>ritenuto dagli inquirenti uno dei referenti del gruppo in fasi diverse della sua evoluzione. Le inchieste degli ultimi anni hanno inoltre evidenziato l’influenza di soggetti legati al nucleo familiare allargato, compresi nipoti e parenti, in <strong>attività criminali operanti tra Catania e la provincia di Messina.</strong> In particolare, alcune operazioni antimafia hanno documentato l’esistenza di <strong>articolazioni territoriali collegate al clan Santapaola-Ercolano</strong> con interessi anche nell’area messinese, confermando la capacità di proiezione interprovinciale dell’organizzazione e la storica rilevanza strategica della <strong>fascia tirrenica tra Falcone e Barcellona Pozzo di Gotto</strong>.</p>
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<figure class="alignright size-full is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-97878" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/sebastiano-ardita-magistrato-sostituto-procurato-a-catania.jpg" alt="" width="275" height="183" /></figure>
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<p><strong>Su questa zona grigia tra mafia e colletti bianchi</strong> si è soffermato anche il <strong>magistrato antimafia </strong>catanese <strong>Sebastiano Ardita</strong>,sostituto procuratore  presso la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA)  della Procura della Repubblica  del Tribunale  di Catania, autore di numerosi saggi, fra i quali  <strong>Catania bene</strong> e <strong>Cosa Nostra S.p.A..</strong></p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" class="wp-image-104037" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-656x1024.jpg" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-656x1024.jpg 656w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-192x300.jpg 192w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-768x1198.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-985x1536.jpg 985w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita.jpg 1000w" alt="" width="656" height="1024" data-id="104037" /></figure>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-104038" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Catania-Bene-libro-Sebastiano-Ardita--777x1024.jpg" sizes="(max-width: 777px) 100vw, 777px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Catania-Bene-libro-Sebastiano-Ardita--777x1024.jpg 777w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Catania-Bene-libro-Sebastiano-Ardita--228x300.jpg 228w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Catania-Bene-libro-Sebastiano-Ardita--768x1013.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Catania-Bene-libro-Sebastiano-Ardita-.jpg 1077w" alt="" width="777" height="1024" data-id="104038" /></figure>
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<p>Nei suoi lavori <strong>Ardita ricostruisce il sistema di relazioni </strong>che per anni avrebbe <strong>consentito alla mafia catanese di consolidare il proprio potere </strong>attraverso il sostegno e la complicità di segmenti dell’imprenditoria e delle professioni. In particolare, viene analizzato <strong>il ruolo del clan Santapaola come snodo centrale di un modello organizzativo</strong> capace di coniugare <strong>controllo militare</strong> del territorio e <strong>penetrazione nei circuiti economico-finanziari,</strong> evidenziando come la forza dell’organizzazione non risiedesse soltanto nella violenza, ma nella capacità di intrecciare affari, politica e istituzioni.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-104045" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--770x1024.jpg" sizes="(max-width: 770px) 100vw, 770px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--770x1024.jpg 770w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--226x300.jpg 226w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--768x1021.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola-.jpg 963w" alt="" width="770" height="1024" /></figure>
</div>
<p>La <strong>morte di Santapaola</strong>segna la scomparsa di uno degli <strong>ultimi protagonisti diretti della stagione stragista</strong> e di una fase in cui <strong>Cosa Nostra scelse lo scontro frontale con lo Stato.</strong> La sua parabola criminale attraversa oltre mezzo secolo di storia mafiosa, dalla fase delle guerre interne alla strategia delle bombe, fino alla successiva riorganizzazione orientata verso una minore esposizione mediatica e una maggiore attenzione agli interessi economico-finanziari. La vicenda personale del boss si conclude oggi, mentre resta aperta <strong>l’analisi storica e giudiziaria </strong>su un sistema di potere che <strong>ha inciso </strong>profondamente <strong>sulla Sicilia orientale e sull’intero Paese.</strong>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/02/morto-nitto-santapaola-storico-capo-di-cosa-nostra-catanese-protagonista-della-stagione-stragista-e-delle-guerre-di-mafia/">Morto Nitto Santapaola, storico capo di Cosa Nostra catanese protagonista della stagione stragista e delle guerre di mafia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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