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	<title>digital forensics Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>USPI informa. AI e digital forensics: cosa cambia con il reato di deepfake</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 15:20:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/uspi-.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/uspi-.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/uspi--300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>AI e digital forensics: cosa cambia? È una domanda sempre più urgente per chi si occupa di diritto penale e indagini digitali. L’AI, infatti, trasforma sia il modo in cui si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>AI e <em>digital forensics</em></strong>: cosa cambia? È una domanda sempre più urgente per chi si occupa di diritto penale e indagini digitali. L’AI, infatti, trasforma sia il modo in cui si commettono i reati sia quello in cui li si deve provare in tribunale. Un caso emblematico è quello del <a href="https://www.giuridicamente.com/l/reato-deepfake-art-612-quater-cp/#google_vignette" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>nuovo</strong> <strong>reato di <em>deepfake</em> illecito</strong></a>, introdotto in Italia con la <strong><a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2025-09-23;132" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Legge n. 132/2025</a></strong>.</p>
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Il nuovo reato: l’art. 612-quater del Codice penale</strong></h4>
<p>Dal 10 ottobre 2025 è in vigore l’<a href="https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xii/capo-iii/sezione-iii/art612quater.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>articolo 612-<em>quater </em>del Codice penale</strong></a>. Chi diffonde, senza consenso, immagini, voci o video falsificati con l’AI, causando un danno alla persona ritratta, rischia da uno a cinque anni di <strong>reclusione</strong>. Il reato scatta quando il <strong>contenuto falso</strong> è talmente<strong> convincente</strong> da trarre in inganno chi lo vede o lo ascolta.</p>
<h4 class="wp-block-heading"><strong>La prova digitale non è più quella di una volta</strong></h4>
<p>Per decenni, la digital forensics ha poggiato su tre pilastri: la <strong>copia <em>bit-per-bit </em></strong>del<strong> dispositivo</strong>, il <strong>calcolo </strong>dell’<strong><a href="https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/tecniche-di-acquisizione-delle-evidenze-digitali-copia-bit-a-bit-e-funzione-di-hash" target="_blank" rel="noreferrer noopener">hash</a></strong> per garantire l’integrità del dato, la <strong>catena di custodia </strong>dalla scena del crimine all’aula di tribunale. Con i <em>deepfake</em>, però, questo schema mostra tutti i suoi limiti. Infatti, chi crea un falso video su una piattaforma cloud lascia tracce — <em>log</em> di sistema, metadati, ID di sessione, indirizzi IP — che, però, scompaiono in fretta. I sistemi cloud sovrascrivono automaticamente i dati in pochi giorni, a volte in poche ore. L’investigatore forense deve, quindi, intervenire quasi in tempo reale: ogni ora persa può significare la <strong>perdita irreversibile della prova</strong>.</p>
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Il problema della “scatola nera”</strong></h4>
<p>Anche quando si riesce ad acquisire i dati, però, resta un nodo ancora più difficile da sciogliere: come si dimostra in tribunale che un video è falso? Se l’unico strumento disponibile è un altro algoritmo — un “<strong><a href="https://notiziario.uspi.it/la-paura-della-tecnologia-diventa-notizia-il-rischio-dei-deepfake/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rilevatore di <em>deepfake</em></a></strong>” — che non sa spiegare come arriva alle sue conclusioni, si crea un circolo vizioso pericoloso.</p>
<p>Si ricordi che il processo penale italiano richiede che ogni <strong>prova sia verificabile e confutabile</strong>. L’avvocato difensore deve, infatti, poter interrogare la logica che ha prodotto la conclusione accusatoria. Se quella logica è una rete neurale che elabora milioni di parametri senza lasciare traccia comprensibile del suo ragionamento, il <strong>diritto di difesa </strong>rischia di svuotarsi di contenuto. Per questo molti esperti chiedono che la cosiddetta <strong>Explainable AI (XAI)</strong> diventi un requisito di ammissibilità della prova, non un optional tecnico.</p>
<h4 class="wp-block-heading"><strong>L’AI come autore, strumento o vittima</strong></h4>
<p>AI e digital forensics: cosa cambia emerge con chiarezza anche quando si analizza il ruolo che l’AI può ricoprire in un reato. Non sempre è solo uno “strumento” nelle mani di un essere umano. In alcuni casi, <strong>l’AI agisce in autonomia</strong> e la responsabilità ricade su chi l’ha progettata o addestrata con dati distorti. In altri casi, è l’AI stessa a subire un attacco, per esempio attraverso <strong><em>input</em> manipolati</strong> che la inducono a prendere decisioni sbagliate. Ogni scenario richiede, quindi, un <strong>approccio investigativo diverso</strong> e competenze che vanno ben oltre la tradizionale informatica forense.</p>
<h4 class="wp-block-heading"><strong>Serve un cambio di paradigma</strong></h4>
<p>La digital forensics del futuro non può limitarsi ad acquisire file e calcolarne l’hash. Deve essere in grado di <strong>analizzare dataset di addestramento</strong> distribuiti su server in tutto il mondo e di ricostruire le interazioni tra un utente e un modello generativo. Inoltre, deve saper tradurre in linguaggio giuridico comprensibile la logica di algoritmi complessi. Questo richiede <strong>obblighi di conservazione dei log</strong> imposti per legge ai fornitori di servizi AI; nuove figure di <strong>esperti forensi</strong> capaci di muoversi tra ingegneria informatica e diritto penale. E, infine, <strong>procedure di acquisizione d’urgenza</strong> applicabili anche in ambienti cloud e su giurisdizioni straniere.</p>
<p>Non si tratta, dunque, di bloccare il progresso tecnologico. La sfida è quella di fare in modo che la giustizia riesca a tenere il passo, ma senza sacrificare le <strong>garanzie fondamentali del processo</strong>.</p>
<p>Articolo di M.P.</p>
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