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		<title>Iran, la guerra rimandata: due settimane per scegliere tra escalation e diplomazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 17:17:25 +0000</pubDate>
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<p>Trump rinvia l’ultimatum e apre uno spiraglio fragile: non è pace, ma un tempo sospeso in cui la diplomazia torna a essere l’unico vero argine Ci sono momenti nella storia&#8230;</p>
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<p>Ci sono momenti nella storia in cui il tempo non scorre: si sospende.<br />
Non è pace, non è guerra. È attesa.</p>
<p>La decisione di rinviare di due settimane l’ultimatum all’Iran si colloca esattamente qui, in questo spazio fragile e denso. Donald Trump ha scelto di non affondare il colpo adesso. Non perché il conflitto sia risolto, ma perché il sistema globale non è ancora pronto a reggerne il peso.</p>
<p>Due settimane.<br />
Non sembrano molte.<br />
Eppure, in geopolitica, possono valere quanto un decennio.</p>
<p>Il cuore della tensione resta lo stesso: lo Stretto di Hormuz. Non è solo un passaggio marittimo, è una vena aperta del mondo. Da lì passa una quota enorme del petrolio globale. Chi lo controlla, non controlla solo il traffico navale: controlla gli equilibri economici, politici, perfino psicologici dei mercati.</p>
<p>Ed è proprio qui che emerge, con forza, il ruolo indispensabile della diplomazia.</p>
<p>Perché quando tutto sembra spingere verso lo scontro, la diplomazia è l’unico spazio che permette ancora di tenere insieme ciò che rischia di spezzarsi. Non è debolezza. È responsabilità. Non è lentezza. È profondità.</p>
<p>Come ha ricordato l’ambasciatore Pasquale Ferrara, la diplomazia è «la prima infrastruttura della pace».<br />
Senza questa infrastruttura, ogni crisi scivola inevitabilmente verso il conflitto.</p>
<p>E questo non è solo un principio etico. È anche un dato scientifico.</p>
<p>Da decenni, studiosi di relazioni internazionali spiegano che la minaccia non è semplicemente un preludio alla guerra. Può diventare, se gestita, uno strumento di negoziazione.</p>
<p>Il premio Nobel Thomas Schelling ha dimostrato che nel mondo contemporaneo la forza non serve solo a vincere una guerra, ma soprattutto a <strong>influenzare il comportamento dell’altro senza arrivare allo scontro</strong>. La capacità di fare male — o anche solo di far credere di poterlo fare — diventa una leva negoziale.</p>
<p>In altre parole, la minaccia funziona quando resta sospesa.</p>
<p>È ciò che la teoria della deterrenza descrive con chiarezza: convincere l’avversario che il costo di un’azione sarà troppo alto, così da evitarla senza combattere.</p>
<p>E ancora: la coercizione, spiegava Schelling, non consiste nel prendere qualcosa con la forza, ma nel far sì che sia l’altro a concederlo, proprio per evitare quella forza.</p>
<p>È esattamente ciò che stiamo vedendo oggi.</p>
<p>Il rinvio dell’ultimatum non è una pausa neutra.<br />
È una fase di negoziazione sotto pressione.</p>
<p>Una “minaccia attiva”, potremmo dire, che serve a spingere l’altra parte a fare una scelta senza arrivare allo scontro diretto. È una partita di equilibrio, dove ogni mossa comunica qualcosa: forza, apertura, limite.</p>
<p>Dietro le dichiarazioni ufficiali si muovono diplomazie parallele, interessi incrociati, pressioni che non trovano spazio nei comunicati stampa. Non è un caso che si parli di incontri riservati, di canali aperti in Paesi terzi, di mediazioni silenziose. La guerra, oggi, non si gioca solo con le armi. Si gioca nelle stanze dove qualcuno ha ancora il coraggio di negoziare.</p>
<p>Eppure, la domanda resta: è davvero una tregua o solo un respiro prima dell’impatto?</p>
<p>Perché la verità è che l’ultimatum non è stato ritirato. È stato solo spostato.<br />
Come una scadenza che incombe, come una promessa che può trasformarsi in minaccia.</p>
<p>In questo scenario, il ruolo dell’Europa appare ancora una volta sospeso tra possibilità e limite. Potrebbe essere protagonista di una diplomazia nuova, multilaterale, capace di ricucire. Ma spesso resta spettatrice, più attenta a contenere gli effetti che a incidere sulle cause.</p>
<p>Ma c’è un livello più profondo, che spesso sfugge alle analisi tecniche.</p>
<p>Questa crisi non parla solo di Iran, di Stati Uniti o di petrolio.<br />
Parla di un modello di potere.</p>
<p>Un modello in cui la tensione non è un errore del sistema, ma una sua funzione. In cui la minaccia diventa linguaggio politico. In cui il conflitto viene gestito, modulato, talvolta persino “utilizzato” per ottenere equilibri diversi.</p>
<p>E qui si inserisce un elemento ancora più delicato: il potere oggi è reticolare. Finanza, politica, sicurezza si intrecciano in modi che raramente emergono in superficie. I dossier che negli ultimi mesi hanno attraversato ambienti internazionali — tra silenzi, rivelazioni e ambiguità — mostrano quanto queste connessioni siano profonde.</p>
<p>Il potere non è mai isolato.<br />
È sempre connesso.</p>
<p>E quando il potere è connesso, anche le crisi lo sono.</p>
<p>Per questo le prossime due settimane non sono solo un tempo tecnico.<br />
Sono un banco di prova per la diplomazia globale.</p>
<p>Un banco di prova per capire se il mondo ha ancora la capacità di fermarsi prima dell’irreversibile.<br />
Un banco di prova per verificare se esiste una leadership capace di scegliere il dialogo invece della forza.<br />
Un banco di prova, soprattutto, per noi.</p>
<p>Perché mentre i grandi decidono, i popoli vivono le conseguenze. Sempre.</p>
<p>La storia recente ci ha insegnato che le guerre non iniziano mai davvero quando vengono dichiarate. Iniziano molto prima, nelle parole, nelle tensioni accumulate, nelle paure alimentate. E finiscono molto dopo, nei traumi, nelle fratture sociali, nelle generazioni segnate.</p>
<p>Per questo oggi non basta osservare.<br />
Serve comprendere.</p>
<p>Comprendere che ogni rinvio è un’occasione. Ma non infinita.<br />
Comprendere che ogni tregua è una responsabilità.<br />
Comprendere, soprattutto, che senza diplomazia la minaccia smette di essere strumento e diventa tragedia.</p>
<p>Due settimane.<br />
Il mondo trattiene il respiro.</p>
<p>E forse, proprio in questo respiro sospeso, si gioca qualcosa di più grande della geopolitica: la possibilità, ancora una volta, di scegliere tra la scorciatoia della forza e la fatica, necessaria, del dialogo.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2026%2F04%2F08%2Firan-la-guerra-rimandata-due-settimane-per-scegliere-tra-escalation-e-diplomazia%2F&amp;linkname=Iran%2C%20la%20guerra%20rimandata%3A%20due%20settimane%20per%20scegliere%20tra%20escalation%20e%20diplomazia" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2026%2F04%2F08%2Firan-la-guerra-rimandata-due-settimane-per-scegliere-tra-escalation-e-diplomazia%2F&#038;title=Iran%2C%20la%20guerra%20rimandata%3A%20due%20settimane%20per%20scegliere%20tra%20escalation%20e%20diplomazia" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/08/iran-la-guerra-rimandata-due-settimane-per-scegliere-tra-escalation-e-diplomazia/" data-a2a-title="Iran, la guerra rimandata: due settimane per scegliere tra escalation e diplomazia"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/08/iran-la-guerra-rimandata-due-settimane-per-scegliere-tra-escalation-e-diplomazia/">Iran, la guerra rimandata: due settimane per scegliere tra escalation e diplomazia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Il colloquio tra Francesco e Kirill e quel viaggio a est del 1992</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Mar 2022 07:15:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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<p>La lezione di Dossetti, missionario Emiliano a Zhytomyr Roma &#8211; &#8220;Quello tra Papa Francesco e il patriarca Kirill è stato un colloquio straordinario, a quasi sei anni dall&#8217;ultimo, l&#8217;incontro a&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2022/03/19/il-colloquio-tra-francesco-e-kirill-e-quel-viaggio-a-est-del-1992/">Il colloquio tra Francesco e Kirill e quel viaggio a est del 1992</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p><span data-originalfontsize="16px" data-originalcomputedfontsize="16">Roma &#8211; &#8220;Quello tra Papa Francesco e il patriarca Kirill è stato un colloquio straordinario, a quasi sei anni dall&#8217;ultimo, l&#8217;incontro a Cuba del 2016; ora bisogna far sì che quella frase, &#8216;la Chiesa non deve usare la lingua della politica ma il linguaggio di Gesù&#8217;, diventi un impegno condiviso e concreto&#8221;. A parlare con l&#8217;agenzia Dire è don Giuseppe Dossetti, parroco di San Pellegrino e del Buon Pastore, da 40 anni presidente della onlus Centro di solidarietà di Reggio Emilia. È il nipote di un italiano illustre, un altro Giuseppe Dossetti, partigiano, poi padre costituente, infine monaco in Terra Santa. Lui, il sacerdote, che prima di prendere i voti ha lavorato in fabbrica, ha 79 anni. Gli parliamo di ritorno dall&#8217;Ucraina, dopo un viaggio che ha preceduto di pochi giorni l&#8217;inizio dell&#8217;offensiva militare russa del 24 febbraio. Le conversazioni in realtà sono tre. Differenti tra loro perché bastano pochi giorni, con oltre tre milioni di profughi che hanno già lasciato l&#8217;Ucraina, a cambiare tutto.<br />
L&#8217;ultima telefonata segue il videocollegamento di mercoledì scorso tra Francesco e Kirill. &#8220;Il papa mostra di voler parlare con tutti, senza schierarsi ma allo stesso tempo dando un giudizio netto sulla guerra&#8221; sottolinea don Dossetti. &#8220;La sua forza spirituale è stata riconosciuta dal patriarca, che pure evidentemente non ama l&#8217;Occidente&#8221;. Il riferimento è anche a un sermone pronunciato nella cattedrale di Cristo salvatore a Mosca il 6 marzo, nella domenica del Perdono. Dopo l&#8217;inizio dei bombardamenti russi, Kirill aveva denunciato &#8220;il mondo del consumo eccessivo e della libertà apparente&#8221; e i &#8220;tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass, dove c&#8217;è un rifiuto di fondo dei cosiddetti valori che oggi vengono offerti da chi rivendica il potere mondiale&#8221;.<br />
Don Dossetti riparte da quelle parole. &#8220;Quando dice che l&#8217;Occidente è il consumismo, il patriarca si esprime in maniera rozza e rivela anche una debolezza, ma un esame di coscienza dovremmo farlo&#8221; sottolinea. &#8220;Questi cittadini ucraini in fuga dalla guerra adesso sono un banco di prova&#8221;.<br />
La prima conversazione con il sacerdote risale a qualche settimana fa. E le domande riguardano anche una piccola storia riscoperta nella città di Zhytomyr, cuore della diocesi cattolica di rito latino più a oriente d&#8217;Europa, dove ancora questa notte sono cadute bombe. Al telefono don Dossetti ricorda un viaggio del 1992, dopo la caduta del Muro di Berlino: &#8220;Ero soprattutto curioso di sapere cosa ci fosse, dietro quel Muro&#8221;. Insieme con Sofia Beliak, una prigioniera di coscienza scarcerata ai tempi della perestrojka dopo essere stata condannata a dieci anni da un tribunale sovietico, il parroco ha fondato proprio a Zhytomyr la Scuola ucraino-italiana. &#8220;Era il 1994&#8221;, dice. &#8220;Sofia sognava potesse nascere una generazione nuova&#8221;. Anche grazie alle donazioni dei parrocchiani dell&#8217;Emilia, l&#8217;istituto è divenuto sempre più grande. Prima del 24 febbraio scorso, quando l&#8217;abbiamo visitato, era frequentato da 200 ragazzi e offriva anche corsi di sostegno per oltre 20 alunni con disabilità. Oggi ci risponde con un messaggio sui social l&#8217;insegnante di italiano, Natalya Nagalevska, che ha aiutato ad allestire il rifugio antiaereo della scuola. &#8220;La sera arrivano da tutto il quartiere&#8221; scrive, riferendo dei bombardamenti in centro città e nella zona industriale, in corso anche mentre Kirill teneva il suo sermone.<br />
Torniamo a interrogare don Dossetti. &#8220;Nelle parole pronunciate dal patriarca il 6 marzo&#8221;, dice, &#8220;c&#8217;è la grande debolezza dell&#8217;Oriente cristiano, il cesaropapismo, vale a dire la stretta unione tra la Chiesa e il potere politico con la prima che chiede protezione e il secondo fedeltà e alleanza&#8221;. L&#8217;ortodossia russa non è però solo questo, come conferma una lettera aperta di 236 tra sacerdoti e diaconi che hanno denunciato il &#8220;calvario&#8221; al quale sono &#8220;sottoposti ingiustamente fratelli e sorelle in Ucraina&#8221;.<br />
&#8220;La ricchezza spirituale della sua prospettiva sta nella &#8216;Leggenda del grande inquisitore&#8217;, nei &#8216;Fratelli Karamazov&#8217; di Fedor Dostoevskij&#8221;, riprende don Dossetti: &#8220;E&#8217; una Chiesa che soffre in unione con Cristo e che fa come da spugna per il male del mondo&#8221;.</span></p>
<p>Secondo padre Maksim Ryabukha, che ci ha ospitato nella casa salesiana a Kiev, il colloquio di mercoledì tra Kirill e Papa Francesco è un fatto positivo. &#8220;E&#8217; importante confrontarsi e cominciare a dire le cose ad alta voce&#8221; sottolinea il religioso. &#8220;Indipendentemente da quello che sia il pensiero delle parti, è bene che ci sia un&#8217;attenzione mondiale e che nessuno possa più fare finta che non stia accadendo nulla&#8221;. Ma quali saranno, anche sul piano religioso, le conseguenze delle devastazioni e delle vittime in Ucraina per la Chiesa ortodossa russa? &#8220;Mosca&#8221;, risponde don Dossetti, &#8220;rischia di perdere molte parrocchie, che considereranno l&#8217;alternativa del patriarcato di Kiev riconosciuto da Costantinopoli&#8221;. Il resto è speranza, oltre vecchie e nuove divisioni, con anche la diplomazia vaticana al lavoro e il sogno di Giovanni Paolo II, un&#8217;Europa capace di respirare appieno con i suoi due &#8220;polmoni&#8221;, l&#8217;ovest e l&#8217;est. &#8220;Sono convinto che la via della diplomazia è sempre aperta e che, anche se è difficile dirlo, la pace la si fa con il nemico&#8221; sospira don Dossetti. Poi si scusa e al telefono saluta: insieme con i parrocchiani di Reggio Emilia sta ristrutturando una villa per ospitare 20 persone in arrivo dall&#8217;Ucraina.</p>
<p>Fonte: “Agenzia DIRE”</p>
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