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		<title>Gaza: la fine della misura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Di Stanislao]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Jul 2025 07:41:47 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="660" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9632.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9632.png 660w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9632-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9632-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9632-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></p><blockquote><p><em>“Chi tace di fronte al male, lo favorisce. Chi non denuncia l’ingiustizia, ne diventa complice.”</em><br />
— Dietrich Bonhoeffer</p></blockquote>
<p>Da mesi assistiamo a ciò che è ormai impossibile definire semplicemente una “crisi” o un “conflitto”. <strong>Quello che accade a Gaza è un crimine continuo, metodico e impunito.</strong> Non può essere descritto come una guerra convenzionale, né ridotto alle sue cause storiche o alle violenze del 7 ottobre. Si tratta di <strong>una strategia sistematica di punizione collettiva, di devastazione totale, di distruzione della vita civile.</strong></p>
<p>Non è un “danno collaterale”, come ipocritamente lo definiscono molti sostenitori del governo israeliano. È <strong>un progetto di annientamento</strong>, condotto con lucida intenzionalità, davanti agli occhi del mondo.</p>
<p>I numeri parlano da soli: <strong>quasi il 5% della popolazione di Gaza è stata uccisa</strong>. La stragrande maggioranza dei morti sono civili, tra cui <strong>migliaia di bambini</strong>. Più di 3.000 minori hanno subito amputazioni. “Come farò ad abbracciare mia madre?”, ha chiesto un bambino senza più le braccia. <strong>Questa non è una tragedia accidentale. È una volontà politica.</strong></p>
<p>A Gaza <strong>la fame è diventata un’arma</strong>, distribuita con il contagocce, accompagnata dal tiro al bersaglio durante la consegna degli aiuti. Si colpiscono i civili per spingerli alla fuga. Si distruggono ospedali, scuole, reti idriche, panifici. <strong>Si mira a rendere impossibile la vita.</strong></p>
<p><strong>L’intento non è più soltanto militare. È etnico. È sociale. È simbolico.</strong> L’obiettivo non è la sconfitta di Hamas, ma <strong>la disintegrazione della società palestinese, la sua cancellazione dallo spazio storico e geografico.</strong> Questo configura, secondo i criteri dell’ONU e del diritto internazionale, <strong>le condizioni oggettive del genocidio.</strong></p>
<p>Le parole contano, e oggi sono abusate per mascherare la verità. Parlare di “equivocità”, “complessità”, “asimmetria” senza nominare la sostanza di ciò che sta accadendo significa <strong>diventare complici del silenzio internazionale che ha consentito il massacro.</strong></p>
<p><strong>Non si può più accettare che la critica all’operato di Israele venga sistematicamente neutralizzata come antisemitismo.</strong> Questo riflesso condizionato serve solo a proteggere l’impunità. Le leggi internazionali, le convenzioni di Ginevra, i principi fondamentali dell’umanità non si fermano davanti a nessuna bandiera. Non esistono Stati “oltre la legge”.</p>
<p>L’occupazione israeliana non è un’emergenza recente. La memoria di Sabra e Chatila, del Libano, delle offensive a Gaza del 2008, 2014, 2021 è viva e tragicamente coerente. Ma ciò che distingue la violenza attuale è la sua <strong>intensità assoluta</strong>, <strong>l’uso pianificato della fame e del terrore</strong> come strumenti di governo, <strong>l’assenza di qualsiasi limite morale o giuridico.</strong></p>
<p>In Cisgiordania i coloni, spalleggiati dalle autorità, agiscono come pionieri del Far West: incendi, espropri, violenze quotidiane. E mentre gli anziani muoiono di fame facendo la fila per un sacco di farina, <strong>Netanyahu parla di “città umanitarie” — ovvero riserve etniche per i sopravvissuti.</strong></p>
<p><strong>Il punto è chiaro: Israele non riconosce più altro linguaggio che quello della forza.</strong> Ogni appello al dialogo, ogni timida pressione diplomatica, ogni risoluzione delle Nazioni Unite è stata ignorata, derisa, contraddetta da nuove bombe.</p>
<p><strong>E allora, se Israele comprende solo la forza, va fermato con la forza.</strong> Non quella delle armi, ma <strong>quella del diritto applicato con decisione</strong>. Servono <strong>sanzioni economiche vincolanti, embargo sulle armi, sospensione dei rapporti commerciali, processi internazionali per crimini di guerra.</strong> Servono misure concrete, proporzionate alla gravità dei fatti.</p>
<p>Non è più accettabile che Paesi che si dichiarano “difensori dei diritti umani” continuino a <strong>fornire copertura politica e militare</strong> a chi bombarda convogli umanitari e campi profughi. Non è più accettabile che l’Unione Europea resti inerte, che gli Stati Uniti continuino a blindare Israele nel Consiglio di Sicurezza, che la stampa mainstream attenui o eluda la realtà.</p>
<p><strong>L’Occidente deve smettere di essere complice.</strong> Smettere di fornire armamenti, copertura diplomatica, narrazioni ambigue. Ogni giorno in più di passività <strong>è un giorno di morte per centinaia di innocenti.</strong></p>
<p><strong>Gaza non è una zona grigia. È il termometro morale del nostro tempo.</strong> Continuare a osservare, a spiegare, a commentare, senza agire, significa arrendersi al peggio della storia.</p>
<p>Oggi non c’è spazio per la neutralità. <strong>Non c’è terza via tra giustizia e complicità.</strong> Non si può essere equidistanti tra chi bombarda i bambini e chi raccoglie i corpi. Le democrazie che non sanno più distinguere tra il diritto e l’orrore diventano esse stesse parte dell’orrore.</p>
<p>Ogni persona che difende il diritto alla vita, ogni cittadino che crede nel valore della dignità umana, ogni istituzione che si proclama democratica deve <strong>alzare la voce, agire, rompere l’invisibile patto del silenzio</strong>.</p>
<p><strong>Fermare Israele oggi significa salvare ciò che resta dell’idea stessa di civiltà giuridica.</strong></p>
<p>E se questo linguaggio è duro, è perché più duro è stato il suono delle bombe, delle urla, dei corpi mutilati. <strong>Più insopportabile è il silenzio dell’ipocrisia.</strong></p>
<p><strong>È ora di scegliere da che parte stare.</strong></p>
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