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	<title>politica Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>politica Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Essere conservatori non basta più. Essere tradizionalista è ben oltre l&#8217;ideologia. La mia anti-ideologia</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/07/essere-conservatori-non-basta-piu-essere-tradizionalista-e-ben-oltre-lideologia-la-mia-anti-ideologia/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=essere-conservatori-non-basta-piu-essere-tradizionalista-e-ben-oltre-lideologia-la-mia-anti-ideologia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 20:03:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Conservatorismo]]></category>
		<category><![CDATA[custodia]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[mito]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[tradizionalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="817" height="511" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2.jpg 817w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-300x188.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-768x480.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-585x366.jpg 585w" sizes="(max-width: 817px) 100vw, 817px" /></p>
<p>Da Burke a Leopardi, fino al Pavese del mito, Pierfranco Bruni attraversa le idee che separano conservatorismo e tradizionalismo. E si chiede che cosa possa restare di una civiltà quando&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/07/essere-conservatori-non-basta-piu-essere-tradizionalista-e-ben-oltre-lideologia-la-mia-anti-ideologia/">Essere conservatori non basta più. Essere tradizionalista è ben oltre l&#8217;ideologia. La mia anti-ideologia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="817" height="511" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2.jpg 817w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-300x188.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-768x480.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-585x366.jpg 585w" sizes="(max-width: 817px) 100vw, 817px" /></p><p><em>Da Burke a Leopardi, fino al Pavese del mito, Pierfranco Bruni attraversa le idee che separano conservatorismo e tradizionalismo. E si chiede che cosa possa restare di una civiltà quando smette di riconoscere le proprie radici</em></p>
<p>Nonostante le confusioni della nostra temperie ho il dovere di proporre alcune considerazioni. Dunque. Credo sia necessario chiarire la vera diversità tra Tradizionalismo e Conservatorismo. Più volte, negli anni Ottanta e Novanta, ne ho parlato con Francesco Grisi. In convegni e in incontri privati. In epoche di macerie servono distinzioni precise. Perché confondere le due cose è l&#8217;errore più comune della cultura politica contemporanea. È un errore metafisico. Chi confonde la radice con il ramo non ha compreso né l&#8217;una né l&#8217;altro.</p>
<p>Ho sempre pensato, leggendo Vico, che la storia proceda per corsi e ricorsi e che ogni parola, usata fuori dal suo campo etimologico, diventi ideologia. Così per Tradizione e Conservazione.</p>
<p>Il Conservatorismo ha dentro l&#8217;etica della custodia. Nasce nel 1790, quando Edmund Burke pubblica le Riflessioni sulla Rivoluzione francese. Burke non è un reazionario. È un Whig che ha paura che la ragione astratta tagli la testa non solo al re ma all&#8217;uomo. Il suo è un pensiero del limite, della prudenza. Conservare non significa non cambiare. Significa cambiare come un albero, mantenendo lo stesso tronco.</p>
<p>Una linea attraversa l&#8217;Europa. In Francia è De Maistre e De Bonald, è Chateaubriand che rende il conservatorismo estetico con il Génie du christianisme. In Spagna è Donoso Cortés. In Germania è Möser e Burckhardt. In Inghilterra è Coleridge, Disraeli, poi Oakeshott. In America è Russell Kirk e Scruton con la sua oikofilia, l&#8217;amore per la casa. In Italia non ha avuto partito, ma letteratura: Cuoco, Leopardi che è conservatore perché classico, Manzoni, poi Prezzolini, Longanesi, Montanelli, Del Noce che capisce che il nemico non è il progressista ma il borghese nichilista. Il conservatore custodisce istituzioni, famiglia, Chiesa, Nazione, paesaggio. Ma nel tempo storico. Non interroga l&#8217;eternità. Interroga la durata.</p>
<p>Il Tradizionalismo è altra cosa. Per me è la metafisica dell&#8217;Origine. Non è dottrina politica. È iniziatica. Non nasce nel 1790. Nasce prima della storia. Se gli devo un fondatore moderno dico René Guénon con Orient et Occident e La crise du monde moderne. Ma Guénon non inventa. Ritrova. Con lui Coomaraswamy, Schuon, Eliade, Evola nella fase migliore, De Giorgio, Zolla. Tradizione non è ciò che si tramanda. È ciò che è sempre stato. Philosophia Perennis. Verità non umana che si manifesta nel Veda, nel Tao, nell&#8217;Islam esoterico, nel Cristianesimo delle origini.</p>
<p>Il tradizionalista non conserva. Ricorda. In greco anamnesis. Il conservatore dice difendiamo la civiltà cristiana. Il tradizionalista dice quella civiltà è l&#8217;ultima forma decaduta di una Tradizione più antica, da ritrovare oltre il Cristianesimo sociologico.</p>
<p>Per questo Rivolta contro il mondo moderno di Evola del 1934 non è un libro conservatore. Considera conservatorismo, liberalismo e socialismo tre volti dello stesso mondo moderno, tre materialismi del Kali Yuga.</p>
<p>La differenza è abissale. Il conservatore crede nella Storia. Il tradizionalista nel Mito. Uno nel progresso limitato, l&#8217;altro nella decadenza ciclica dall&#8217;Età dell&#8217;Oro all&#8217;Età del Ferro. Pavese, a me caro, era un tradizionalista. Il conservatore difende la religione come istituzione. Il tradizionalista ne cerca la dottrina segreta. La mia posizione è cristocentrica.</p>
<p>Vico ci aiuta: il conservatore vive nel tempo degli uomini e cerca di non farlo cadere nel tempo dei mostri. Il tradizionalista vive nel tempo degli dèi e giudica gli uomini da lì.<br />
Fino alla Seconda Guerra Mondiale potevano marciare insieme contro modernità radicale, comunismo e nichilismo. Oggi la divaricazione è totale. Il conservatorismo è diventato conservatorismo liberale. Difende mercato e Occidente tecnologico. Thatcher diceva di essere conservatrice e ha privatizzato tutto. È ciò che Del Noce chiamava conservatorismo senza Tradizione.</p>
<p>Il tradizionalismo oggi ha preso due strade estranee al conservatore: quella estetizzante da biblioteca, simboli e rune senza ascesi, e quella della radicalizzazione politica che usa Evola e Guénon come ideologi, mentre disprezzavano l&#8217;ideologia.<br />
Il vero tradizionalista è solo. Vale il Pensiero. Come un monaco. Non ha partito. Sa che la politica non può salvare la Tradizione perché è figlia della modernità. Il conservatore che volesse ritrovare un&#8217;anima dovrebbe tornare un po&#8217; tradizionalista: ricordare che ciò che conserva gli è stato affidato. E il tradizionalista dovrebbe tornare un po&#8217; conservatore: accettare che l&#8217;eterno ha bisogno di casa, paesaggio, lingua. Senza casa la Tradizione è gnosi. Senza Tradizione la casa è albergo.</p>
<p>Resta la mia posizione. Un viaggio dal mito al sacro. L&#8217;ideologia non ha anima. È senza anima. La Tradizione ripropone l&#8217;anima della Civiltà. Mai persa. Sempre sul davanzale. Sulla soglia. Occorre il Salto. Una visione che mi riporta al mio Kierkegaard.</p>
<p>Nonostante le confusioni della nostra temperie ho il dovere di proporre alcune considerazioni. Dunque. Credo sia necessario chiarire la vera diversità tra Tradizionalismo e Conservatorismo. Più volte, negli anni Ottanta e Novanta, ne ho parlato con Francesco Grisi. In convegni e in incontri privati. In epoche di macerie servono distinzioni precise. Perché confondere le due cose è l&#8217;errore più comune della cultura politica contemporanea. È un errore metafisico. Chi confonde la radice con il ramo non ha compreso né l&#8217;una né l&#8217;altro.</p>
<p>Ho sempre pensato, leggendo Vico, che la storia proceda per corsi e ricorsi e che ogni parola, usata fuori dal suo campo etimologico, diventi ideologia. Così per Tradizione e Conservazione.</p>
<p>Il Conservatorismo ha dentro l&#8217;etica della custodia. Nasce nel 1790, quando Edmund Burke pubblica le Riflessioni sulla Rivoluzione francese. Burke non è un reazionario. È un Whig che ha paura che la ragione astratta tagli la testa non solo al re ma all&#8217;uomo. Il suo è un pensiero del limite, della prudenza. Conservare non significa non cambiare. Significa cambiare come un albero, mantenendo lo stesso tronco.</p>
<p>Una linea attraversa l&#8217;Europa. In Francia è De Maistre e De Bonald, è Chateaubriand che rende il conservatorismo estetico con il Génie du christianisme. In Spagna è Donoso Cortés. In Germania è Möser e Burckhardt. In Inghilterra è Coleridge, Disraeli, poi Oakeshott. In America è Russell Kirk e Scruton con la sua oikofilia, l&#8217;amore per la casa. In Italia non ha avuto partito, ma letteratura: Cuoco, Leopardi che è conservatore perché classico, Manzoni, poi Prezzolini, Longanesi, Montanelli, Del Noce che capisce che il nemico non è il progressista ma il borghese nichilista. Il conservatore custodisce istituzioni, famiglia, Chiesa, Nazione, paesaggio. Ma nel tempo storico. Non interroga l&#8217;eternità. Interroga la durata.</p>
<p>Il Tradizionalismo è altra cosa. Per me è la metafisica dell&#8217;Origine. Non è dottrina politica. È iniziatica. Non nasce nel 1790. Nasce prima della storia. Se gli devo un fondatore moderno dico René Guénon con Orient et Occident e La crise du monde moderne. Ma Guénon non inventa. Ritrova. Con lui Coomaraswamy, Schuon, Eliade, Evola nella fase migliore, De Giorgio, Zolla. Tradizione non è ciò che si tramanda. È ciò che è sempre stato. Philosophia Perennis. Verità non umana che si manifesta nel Veda, nel Tao, nell&#8217;Islam esoterico, nel Cristianesimo delle origini.</p>
<p>Il tradizionalista non conserva. Ricorda. In greco anamnesis. Il conservatore dice difendiamo la civiltà cristiana. Il tradizionalista dice quella civiltà è l&#8217;ultima forma decaduta di una Tradizione più antica, da ritrovare oltre il Cristianesimo sociologico.</p>
<p>Per questo Rivolta contro il mondo moderno di Evola del 1934 non è un libro conservatore. Considera conservatorismo, liberalismo e socialismo tre volti dello stesso mondo moderno, tre materialismi del Kali Yuga.</p>
<p>La differenza è abissale. Il conservatore crede nella Storia. Il tradizionalista nel Mito. Uno nel progresso limitato, l&#8217;altro nella decadenza ciclica dall&#8217;Età dell&#8217;Oro all&#8217;Età del Ferro. Pavese, a me caro, era un tradizionalista. Il conservatore difende la religione come istituzione. Il tradizionalista ne cerca la dottrina segreta. La mia posizione è cristocentrica.</p>
<p>Vico ci aiuta: il conservatore vive nel tempo degli uomini e cerca di non farlo cadere nel tempo dei mostri. Il tradizionalista vive nel tempo degli dèi e giudica gli uomini da lì.<br />
Fino alla Seconda Guerra Mondiale potevano marciare insieme contro modernità radicale, comunismo e nichilismo. Oggi la divaricazione è totale. Il conservatorismo è diventato conservatorismo liberale. Difende mercato e Occidente tecnologico. Thatcher diceva di essere conservatrice e ha privatizzato tutto. È ciò che Del Noce chiamava conservatorismo senza Tradizione.</p>
<p>Il tradizionalismo oggi ha preso due strade estranee al conservatore: quella estetizzante da biblioteca, simboli e rune senza ascesi, e quella della radicalizzazione politica che usa Evola e Guénon come ideologi, mentre disprezzavano l&#8217;ideologia.<br />
Il vero tradizionalista è solo. Vale il Pensiero. Come un monaco. Non ha partito. Sa che la politica non può salvare la Tradizione perché è figlia della modernità. Il conservatore che volesse ritrovare un&#8217;anima dovrebbe tornare un po&#8217; tradizionalista: ricordare che ciò che conserva gli è stato affidato. E il tradizionalista dovrebbe tornare un po&#8217; conservatore: accettare che l&#8217;eterno ha bisogno di casa, paesaggio, lingua. Senza casa la Tradizione è gnosi. Senza Tradizione la casa è albergo.</p>
<p>Resta la mia posizione. Un viaggio dal mito al sacro. L&#8217;ideologia non ha anima. È senza anima. La Tradizione ripropone l&#8217;anima della Civiltà. Mai persa. Sempre sul davanzale. Sulla soglia. Occorre il Salto. Una visione che mi riporta al mio Kierkegaard.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/07/essere-conservatori-non-basta-piu-essere-tradizionalista-e-ben-oltre-lideologia-la-mia-anti-ideologia/">Essere conservatori non basta più. Essere tradizionalista è ben oltre l&#8217;ideologia. La mia anti-ideologia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>Epstein Files, ora anche l’Italia chiede gli atti segreti: la trasparenza alla prova della giustizia</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/10/epstein-files-ora-anche-litalia-chiede-gli-atti-segreti-la-trasparenza-alla-prova-della-giustizia/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=epstein-files-ora-anche-litalia-chiede-gli-atti-segreti-la-trasparenza-alla-prova-della-giustizia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 16:12:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Epstein files]]></category>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="394" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/9aa27da6-9115-4bf7-b490-c63cc9c64be6-e1789057669757.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>La Procura di Roma apre un fascicolo contro ignoti e chiede agli Stati Uniti anche documenti non ancora pubblicati. Polonia, Norvegia e Lettonia riferiscono di attendere risposte alle proprie richieste&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/10/epstein-files-ora-anche-litalia-chiede-gli-atti-segreti-la-trasparenza-alla-prova-della-giustizia/">Epstein Files, ora anche l’Italia chiede gli atti segreti: la trasparenza alla prova della giustizia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="394" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/9aa27da6-9115-4bf7-b490-c63cc9c64be6-e1789057669757.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p><p><em>La Procura di Roma apre un fascicolo contro ignoti e chiede agli Stati Uniti anche documenti non ancora pubblicati. Polonia, Norvegia e Lettonia riferiscono di attendere risposte alle proprie richieste di assistenza giudiziaria. Dopo milioni di pagine desecretate, il nodo non è più soltanto sapere cosa contengono i file, ma capire se potranno diventare strumenti reali di indagine</em></p>
<div class="mh-meta entry-meta">
<p class="pip-intro">Il 19 agosto avevamo scritto che la trasparenza sugli Epstein Files stava finendo davvero in tribunale.</p>
<p>Allora il punto era il contenzioso aperto negli Stati Uniti sull’accesso ai documenti non oscurati, insieme alle nuove iniziative investigative in Europa.</p>
<p>Oggi quella domanda arriva anche in Italia.</p>
<p>La Procura di Roma ha aperto un fascicolo, al momento <strong>contro ignoti</strong>, sugli Epstein Files e ha trasmesso una rogatoria alle autorità statunitensi per acquisire documentazione relativa alla vicenda, compresi atti che non sono stati resi pubblici.</p>
<div class="pip-evidenza">Non significa che le persone italiane i cui nomi compaiono nei documenti siano accusate di qualcosa. Significa che la magistratura vuole verificare se dietro alcune delle tracce contenute nell’immensa mole di documentazione possano emergere fatti penalmente rilevanti perseguibili in Italia.</div>
<p>Ed è una distinzione essenziale.</p>
<h2>Dalle carte a un’indagine italiana</h2>
<p>L’inchiesta romana, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, nasce dall’esposto presentato il 26 marzo dall’associazione Differenza Donna.</p>
<p>L’associazione aveva chiesto di verificare l’esistenza di eventuali reati transnazionali collegati alla tratta, alle violenze sessuali e allo sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minorenni, partendo proprio dai documenti pubblicati negli Stati Uniti.</p>
<p>Nei file sono presenti riferimenti a persone, relazioni, spostamenti e località italiane.</p>
<p>Ma ancora una volta occorre fermarsi prima del salto più semplice — e più pericoloso.</p>
<div class="pip-domanda">Essere citati in un documento non significa essere coinvolti in un reato.</div>
<p>Una rubrica telefonica non è una sentenza.</p>
<p>Una fotografia non è automaticamente una prova di complicità.</p>
<p>Un incontro, un viaggio o una corrispondenza devono essere inseriti nel loro contesto e verificati.</p>
<p>È precisamente questo il lavoro della magistratura.</p>
<p>Ed è per questo che la rogatoria inviata agli Stati Uniti rappresenta il passaggio più importante.</p>
<h2>Il punto sono gli atti che non vediamo</h2>
<p>All’inizio del 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato la pubblicazione di circa <strong>3,5 milioni di pagine</strong> nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act.</p>
<p>Il materiale comprende anche migliaia di video e decine di migliaia di immagini. Il Dipartimento di Giustizia ha spiegato di avere applicato oscuramenti per proteggere le vittime e altre informazioni sensibili e continua a mantenere una propria Epstein Library ufficiale.</p>
<p>Una quantità di materiale enorme.</p>
<p>Ma il caso Epstein sta dimostrando qualcosa che avevamo già evidenziato nella nostra precedente inchiesta:</p>
<div class="pip-evidenza">Pubblicare non significa necessariamente rendere tutto investigabile.</div>
<p>Perché un conto è ciò che un cittadino può consultare su un sito.</p>
<p>Un altro è ciò che un magistrato può acquisire formalmente, utilizzare, verificare e incrociare con testimonianze, documenti bancari, spostamenti e altre prove.</p>
<p>Ed è proprio per questo che Roma ha chiesto anche materiale che non è stato ancora pubblicato.</p>
<h2>Non è soltanto un problema italiano</h2>
<p>Il nodo della cooperazione con gli Stati Uniti sta emergendo anche altrove in Europa.</p>
<p>Secondo quanto dichiarato da autorità giudiziarie e investigative al <em>Washington Post</em>, Polonia, Norvegia e Lettonia hanno inviato richieste di assistenza giudiziaria agli Stati Uniti nell’ambito delle rispettive indagini collegate agli Epstein Files.</p>
<p>La Procura nazionale polacca ha chiesto, tra l’altro, documenti non oscurati relativi agli eventuali aspetti polacchi del caso.</p>
<p>L’unità norvegese per i reati economici Økokrim ha confermato di avere richiesto materiale agli Stati Uniti, mentre la polizia lettone ha riferito di avere inviato più richieste di assistenza giudiziaria senza avere ancora ricevuto risposta.</p>
<p>Anche le autorità britanniche hanno cercato di ottenere documentazione originale e non oscurata per le proprie indagini.</p>
<div class="pip-nota"><strong>Una precisazione necessaria.</strong><br />
Il Dipartimento di Giustizia statunitense non afferma di avere rifiutato la cooperazione. Ha dichiarato di non commentare lo stato delle singole richieste di assistenza giudiziaria e ha sostenuto di non avere rifiutato assistenza alle giurisdizioni che stanno indagando su possibili reati collegati a Epstein.</div>
<p>Dunque non possiamo parlare, allo stato degli atti, di un rifiuto americano.</p>
<p>Possiamo però registrare un fatto:</p>
<div class="pip-evidenza">Diverse autorità europee sostengono di non avere ancora ottenuto il materiale richiesto.</div>
<p>Ed è una differenza giornalisticamente decisiva.</p>
<h2>La trasparenza incontra la cooperazione giudiziaria</h2>
<p>Questa è forse la nuova frontiera degli Epstein Files.</p>
<p>Per mesi il dibattito pubblico si è concentrato su una domanda:</p>
<div class="pip-domanda">Quali documenti verranno pubblicati?</div>
<p>Poi è arrivata una seconda domanda:</p>
<div class="pip-domanda">Quali parti saranno oscurate?</div>
<p>Adesso ne emerge una terza, forse ancora più importante:</p>
<div class="pip-domanda">Quando una magistratura chiede quei documenti per svolgere un’indagine, riesce realmente ad averli?</div>
<p>È qui che la trasparenza smette di essere soltanto un principio politico e diventa uno strumento concreto di giustizia.</p>
<p>Perché una democrazia non è trasparente soltanto quando permette ai cittadini di vedere milioni di pagine.</p>
<p>Lo è quando consente alle istituzioni chiamate a indagare di accedere alle prove necessarie per verificare ciò che quelle pagine suggeriscono.</p>
<h2>Intanto negli Stati Uniti lo scontro continua</h2>
<p>Anche sul fronte americano restano aperte forti tensioni.</p>
<p>Il finanziere Leon Black, che aveva avuto rapporti economici con Epstein, non si è presentato il 3 settembre alla deposizione richiesta dalla House Oversight Committee e ha contestato davanti a un tribunale la legittimità dei subpoena emessi dalla Commissione.</p>
<p>Black nega qualsiasi coinvolgimento negli abusi di Epstein e sostiene che l’indagine congressuale abbia oltrepassato i propri poteri. La Commissione difende invece la legittimità della propria attività investigativa.</p>
<p>Anche qui non siamo davanti a una prova di responsabilità personale.</p>
<p>Siamo davanti a un altro conflitto sull’accesso alle informazioni.</p>
<p>Ed è questo il filo che continua a tenere insieme pezzi apparentemente differenti della vicenda.</p>
<h2>Dai nomi alle responsabilità</h2>
<p>La tentazione degli Epstein Files è sempre stata quella della lista.</p>
<p>Chi c’è?</p>
<p>Quale politico?</p>
<p>Quale imprenditore?</p>
<p>Quale personaggio famoso?</p>
<p>È comprensibile.</p>
<p>Ma è anche il modo più semplice per perdere il centro della storia.</p>
<div class="pip-evidenza">La domanda giornalisticamente più importante non è quante persone potenti abbiano conosciuto Jeffrey Epstein. È capire <strong>chi sapeva, chi eventualmente partecipò, chi facilitò, chi avrebbe dovuto controllare e non lo fece e perché un sistema di relazioni e potere abbia potuto sopravvivere così a lungo.</strong></div>
<p>E per rispondere non bastano milioni di documenti pubblicati online.</p>
<p>Servono indagini.</p>
<p>Cooperazione tra Stati.</p>
<p>Prove utilizzabili.</p>
<p>Testimonianze.</p>
<p>E soprattutto il rispetto di quelle donne e ragazze che non possono essere trasformate, ancora una volta, in comparse di una storia costruita intorno ai nomi dei potenti.</p>
<p class="pip-finale">Il 19 agosto concludevamo la nostra inchiesta con una domanda:</p>
<div class="pip-domanda">Quanto siamo davvero disposti a conoscere?</div>
<p class="pip-finale">Oggi possiamo aggiungerne un’altra.</p>
<div class="pip-domanda">Quanto siamo disposti a collaborare perché ciò che conosciamo possa diventare giustizia?</div>
<p class="pip-finale">Perché gli Epstein Files non sono più soltanto un archivio da aprire.</p>
<p>Sono diventati una prova per le istituzioni che devono decidere cosa fare di ciò che quell’archivio contiene.</p>
<div class="pip-fonti">
<h3>FONTI E DOCUMENTI CONSULTATI</h3>
<ul>
<li style="list-style-type: none;">
<ul>
<li><strong>U.S. Department of Justice</strong> – Epstein Files Transparency Act ed Epstein Library.</li>
<li><strong>ANSA</strong> – aggiornamenti sull’indagine della Procura di Roma e sulla rogatoria trasmessa agli Stati Uniti.</li>
<li><strong>RaiNews</strong> – sviluppi dell’indagine italiana sugli Epstein Files.</li>
<li><strong>The Washington Post</strong>, 9 settembre 2026 – richieste di assistenza giudiziaria di Polonia, Norvegia, Lettonia e sviluppi europei.</li>
<li><strong>Reuters</strong> – procedimento relativo a Leon Black e House Oversight Committee.</li>
</ul>
</li>
</ul>
<p>Francesco Mazzarella @riproduzione riservata</p>
<ul>
<li style="list-style-type: none;">
<ul>LEGGI ANCHE</ul>
</li>
</ul>
<p>19 agosto: Epstein Files, adesso la trasparenza finisce davvero in tribunale</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="kN4v0gz6ru"><p><a href="https://www.lafrecciaweb.it/amp/2026/08/23/epstein-files-adesso-la-trasparenza-finisce-davvero-in-tribunale1/">Epstein Files, adesso la trasparenza finisce davvero in tribunale</a></p></blockquote>
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		<title>Epstein Files, il caso non è più il passato: è la reazione del potere</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/09/epstein-files-il-caso-non-e-piu-il-passato-e-la-reazione-del-potere/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=epstein-files-il-caso-non-e-piu-il-passato-e-la-reazione-del-potere</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 19:27:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[epsteinfiles]]></category>
		<category><![CDATA[inchieste]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Esce oggi la prima parte di un dossier in 5 articoli. Non solo passato. Non solo scandalo. Ma una domanda che riguarda tutti: come reagisce il potere quando la trasparenza&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>Esce oggi la prima parte di un dossier in 5 articoli. Non solo passato. Non solo scandalo.<br />
Ma una domanda che riguarda tutti: come reagisce il potere quando la trasparenza diventa scomoda?Le carte pubblicate dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti hanno aperto una fase nuova: il punto, oggi, non è soltanto chi compare nei file, ma come governi, apparati e istituzioni stanno gestendo trasparenza, omissioni, pressioni politiche e credibilità pubblica.</em></p>
<p><strong>DOSSIER | EPSTEIN FILES, IL POTERE SOTTO SCOSSA</strong><br />
<strong>Parte 1 di 5</strong><br />
Un’inchiesta sui riflessi politici e istituzionali globali emersi dal caso Epstein: non il racconto del voyeurismo, ma la mappa di ciò che oggi si muove tra documenti, potere, dimissioni e indagini.</p>
<p>Ci sono casi che, a un certo punto, smettono di appartenere solo alla cronaca giudiziaria e diventano altro. Diventano specchio. Diventano sintomo. Diventano domanda pubblica. Il caso Epstein, nel marzo 2026, è entrato esattamente in questa fase.</p>
<p>Per anni è stato raccontato soprattutto come scandalo, come vicenda torbida, come materiale da indignazione e da consumo mediatico. Oggi, invece, il suo cuore politico è un altro. Non sta solo nei nomi che emergono, nei legami che vengono riletti, nelle prossimità che imbarazzano. Sta nel modo in cui il potere reagisce quando una massa documentale così vasta irrompe nello spazio pubblico e costringe istituzioni, governi e classi dirigenti a misurarsi con la trasparenza.</p>
<p>Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato la pubblicazione di quasi 3,5 milioni di pagine in applicazione dell’<em>Epstein Files Transparency Act</em>. Nella documentazione ufficiale il DOJ ha spiegato che il materiale rilasciato comprendeva anche più di 2.000 video e circa 180.000 immagini, con ulteriori cautele e redazioni per proteggere dati sensibili e privacy delle vittime. Questo passaggio, già di per sé enorme, non ha chiuso il caso: lo ha riaperto in modo più profondo, perché ha trasformato un dossier giudiziario in una questione politica internazionale.</p>
<p>Ed è qui che bisogna fermarsi un momento. Perché se continuiamo a guardare Epstein soltanto come il nome di un uomo già morto, rischiamo di non vedere ciò che davvero si sta muovendo oggi. Il punto non è più soltanto il passato. Il punto è la qualità democratica del presente. È la tenuta dei sistemi istituzionali. È la credibilità degli apparati pubblici quando promettono verità e poi devono dimostrare di saperla reggere fino in fondo.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Cosa sta emergendo davvero</h2>
<p>La prima verità scomoda è questa: la pubblicazione dei file non è stata lineare. Dopo l’annuncio di gennaio, nelle settimane successive sono emerse contestazioni politiche sulla completezza del rilascio. Reuters ha riferito il 25 febbraio 2026 che un importante esponente democratico al Congresso ha accusato il Dipartimento di Giustizia di avere trattenuto documenti rilevanti. Il 6 marzo 2026 lo stesso DOJ ha poi diffuso ulteriori atti, spiegando che alcune carte non erano state incluse in precedenza per un errore di codifica e classificazione come duplicati.</p>
<p>Questa correzione non è un dettaglio tecnico. È il cuore del problema politico. Perché quando un governo o un apparato statale promette trasparenza totale e poi deve ammettere che una parte dei documenti è rimasta fuori per errore, il danno non è solo procedurale. È reputazionale. È istituzionale. È il genere di crepa che allarga il sospetto pubblico: ciò che è stato escluso è stato escluso davvero per errore? Chi controlla il controllore? Chi garantisce che il racconto ufficiale della trasparenza non diventi, a sua volta, una forma raffinata di gestione del danno?</p>
<p>La questione si è aggravata perché, secondo Reuters, il Congresso ha intensificato la pressione sulla gestione dei file, fino a spingere verso una convocazione della procuratrice generale Pam Bondi per chiarire omissioni, redazioni e criteri adottati dal Dipartimento di Giustizia. In parallelo, anche altre ricostruzioni giornalistiche hanno sottolineato che la libreria pubblica dei documenti resta un archivio enorme, complesso, soggetto a revisioni e correzioni. In altre parole: il rilascio c’è stato, ma il caso è tutt’altro che chiuso.</p>
<p>E qui si apre un passaggio decisivo. La domanda non è semplicemente “chi compare nei documenti?”. La domanda più seria è: “come viene costruita, gestita e corretta la verità pubblica quando tocca i circuiti del potere?”. È una differenza enorme. E, forse, è la sola che oggi impedisce a questo dossier di scivolare nel voyeurismo.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Il riflesso politico internazionale</h2>
<p>A rendere ancora più evidente la portata del terremoto non è stato solo ciò che è accaduto negli Stati Uniti, ma ciò che è successo fuori dagli Stati Uniti. Reuters ha raccontato che in Europa l’effetto politico del rilascio dei file è stato in diversi casi più rapido e più visibile che in America. Il 6 febbraio 2026 l’agenzia ha riferito che la Norvegia si stava preparando a indagare sulle proprie strutture diplomatiche dopo le rivelazioni emerse dai file, in un clima di forte pressione pubblica e istituzionale.</p>
<p>Nelle stesse settimane, testate internazionali e agenzie hanno descritto un effetto-domino fatto di dimissioni, verifiche interne, crisi reputazionali e inchieste. Il <em>Washington Post</em> ha parlato esplicitamente di una “wave of resignations and investigations”, una ondata di dimissioni e indagini che ha travolto figure pubbliche e istituzionali dopo la pubblicazione di comunicazioni e rapporti con Epstein e con Ghislaine Maxwell. Reuters e AP hanno raccontato come l’onda d’urto abbia toccato diplomatici, esponenti politici, figure del mondo globale e istituzioni di rilievo, mostrando una fragilità che va oltre i singoli nomi.</p>
<p>Questo elemento è fondamentale, perché cambia completamente l’angolo del dossier. Non siamo più davanti soltanto a un archivio imbarazzante. Siamo davanti a un test di reazione delle democrazie. Alcuni sistemi hanno risposto con verifiche e dimissioni. Altri hanno reagito con prudenza estrema, o con una gestione più difensiva e più politica del caso. Altri ancora sembrano muoversi in una zona grigia, dove la presenza di un nome nei documenti non produce automaticamente responsabilità, ma neppure può essere liquidata come irrilevante.</p>
<p>Bisogna essere rigorosi. Comparire nei file non equivale a colpevolezza. Essere menzionati in un documento non significa aver commesso reati. Lo stesso Dipartimento di Giustizia, nella comunicazione ai legislatori riportata da Reuters il 14 febbraio, ha precisato che nei materiali compaiono anche “politically exposed persons” citati in contesti diversi, inclusi ritagli stampa o riferimenti indiretti. È proprio per questo che il lavoro giornalistico serio deve distinguere tra presenza di un nome, frequentazione documentata, responsabilità politica e eventuale rilievo penale.</p>
<p>Ma il fatto che tale distinzione sia necessaria non riduce la portata del problema. La amplifica. Perché ci dice che il vero nodo non è l’elenco. È il sistema. È la trama di accessi, relazioni, prossimità e protezioni entro cui per anni si sono mosse élite politiche, diplomatiche, economiche e culturali, spesso senza che la sola frequentazione di certi ambienti producesse allarme istituzionale sufficiente.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Washington e il sospetto di una trasparenza selettiva</h2>
<p>Negli Stati Uniti questo passaggio è ancora più delicato, perché il DOJ ha dovuto difendere non solo il contenuto del rilascio, ma la credibilità stessa del processo di rilascio. Quando un archivio viene presentato come una grande operazione di trasparenza e poi, a distanza di settimane, emerge che alcuni documenti sono stati esclusi per errore, il dibattito cambia tono. Non si discute più solo dei file. Si discute del filtro. Del criterio. Della selezione. Del margine di opacità che continua a restare dentro un’operazione costruita, ufficialmente, per ridurre l’opacità.</p>
<p>Reuters ha evidenziato che l’ultima correzione documentale è arrivata dopo forti contestazioni politiche. Non è un elemento secondario. Significa che la trasparenza, in questo caso, non è apparsa come un gesto autosufficiente dello Stato, ma come un processo spinto anche dal conflitto istituzionale e dalla pressione dell’opinione pubblica. In una democrazia questo può essere letto in due modi. Da una parte come segno che i contrappesi funzionano. Dall’altra come indizio del fatto che, senza pressione esterna, alcune omissioni sarebbero potute restare invisibili più a lungo.</p>
<p>E forse è proprio qui che il caso Epstein, oggi, ci riguarda tutti molto più di quanto sembri. Non perché tutti siano coinvolti. Non perché ogni nome debba essere letto come colpa. Ma perché il rapporto fra potere e verità pubblica è uno dei luoghi più delicati di una società democratica. Quando questo rapporto si incrina, il danno supera il singolo scandalo. Tocca la fiducia. Tocca la possibilità stessa di credere che le istituzioni siano in grado di raccontare i fatti senza proteggere nessuno e senza proteggere sé stesse.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Le domande che restano aperte</h2>
<p>A questo punto il caso Epstein pone domande che non possono più essere evitate.</p>
<p>La prima è se la trasparenza, quando arriva troppo tardi o con troppe correzioni successive, resti davvero trasparenza o diventi piuttosto una verità a rilascio controllato.</p>
<p>La seconda è se i sistemi democratici siano capaci di distinguere con equilibrio tra prudenza giuridica e autodifesa politica. Perché è giusto non costruire colpevolezze automatiche. Ma è altrettanto giusto chiedere conto delle relazioni, dei silenzi, delle rimozioni e delle eventuali responsabilità istituzionali quando queste emergono.</p>
<p>La terza riguarda il diverso comportamento dei Paesi. Reuters ha mostrato che in Europa il contraccolpo ha generato verifiche e pressioni immediate in più contesti. Negli Stati Uniti, invece, il cuore del dibattito si è concentrato molto sulla gestione del rilascio documentale e sulla battaglia politica che ne è derivata. Non è ancora possibile trarre un giudizio definitivo, ma il confronto tra questi modelli di reazione sarà uno dei nodi più importanti da osservare nelle prossime settimane.</p>
<p>Infine, resta una domanda più profonda, quasi morale prima ancora che politica. Che cosa accade a una democrazia quando il potere frequenta per anni le proprie zone opache e poi, una volta costretto a mostrarle, prova a governarne il ritmo, il linguaggio, i margini e perfino gli errori? Non è una domanda da tribunale mediatico. È una domanda da cittadini.</p>
<p>Per questo il caso Epstein, oggi, non è più soltanto il caso di Jeffrey Epstein. È il caso delle istituzioni che devono dimostrare se sanno attraversare la verità senza manipolarla, senza centellinarla e senza ridurla a strategia di contenimento. È il caso di una politica mondiale che si scopre vulnerabile non solo per i fatti emersi, ma per il modo in cui li ha lasciati sedimentare, e per come adesso prova a raccontarli.</p>
<p>Ed è proprio qui che il dossier comincia davvero. Non dal buio di ciò che è stato, ma dalla qualità della luce con cui il potere, oggi, decide di lasciarsi guardare.</p>
<p><strong>In questo dossier</strong></p>
<ul>
<li>Parte 1 – <em>Epstein Files, il caso non è più il passato: è la reazione del potere. </em></li>
</ul>
<p><strong>Prossimi articoli</strong></p>
<ul>
<li>Parte 2 – <em>Quando i file fanno cadere i potenti</em></li>
<li>Parte 3 – <em>Washington, i file e il sospetto di una trasparenza selettiva</em></li>
<li>Parte 4 – <em>Non solo governi: la rete che tocca diplomazia, finanza e potere globale</em></li>
<li>Parte 5 – <em>Il dossier ancora aperto</em></li>
</ul>
<p><strong>Fonti principali</strong><br />
U.S. Department of Justice; Reuters; Associated Press; Washington Post.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/09/epstein-files-il-caso-non-e-piu-il-passato-e-la-reazione-del-potere/">Epstein Files, il caso non è più il passato: è la reazione del potere</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Cambio di paradigma della Regione Calabria sulla politica dei diritti e dei servizi sociali</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/01/25/cambio-di-paradigma-della-regione-calabria-sulla-politica-dei-diritti-e-dei-servizi-sociali/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=cambio-di-paradigma-della-regione-calabria-sulla-politica-dei-diritti-e-dei-servizi-sociali</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Demetrio Fortunato Crucitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Jan 2026 08:03:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Regione Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="657" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2198.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2198.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2198-300x167.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2198-1024x571.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2198-768x428.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2198-1170x652.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2198-585x326.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>Fondi disponibili ma poco spesi, la Regione avvia un nuovo corso sui diritti sociali e sull’inclusione Regione Calabria – Palazzo Jole Santelli Il celebre saggio cinese che ha introdotto il&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Fondi disponibili ma poco spesi, la Regione avvia un nuovo corso sui diritti sociali e sull’inclusione</em></p>
<p><em>Regione Calabria – Palazzo Jole Santelli</em></p>
<p>Il celebre saggio cinese che ha introdotto il concetto del “primo passo” è Lao Tzu (o Laozi), figura fondamentale del taoismo e autore del classico Tao Te Ching.<br />
La massima, spesso citata e riportata anche in lingua cinese, recita:<br />
“Un viaggio di mille miglia comincia con un solo (primo) passo”<br />
(千里之行，始於足下 – Qiānlǐ zhī xíng, shǐ yú zú xià).<br />
Questa frase conserva ancora oggi un significato profondamente attuale, soprattutto quando ci si riferisce al cambiamento, tanto invocato quanto difficile da avviare. Sembra paradossale, ma il saggio ci invita a concentrarci sul presente, proprio in un’epoca in cui è altissimo il livello di “paralisi dell’azione”. All’inizio non sappiamo da dove cominciare: siamo sovraesposti, bloccati dalla vastità dell’obiettivo.<br />
Il pensiero di Lao Tzu ribadisce che il vero cambiamento parte esattamente dal luogo in cui ci si trova. Nel caso specifico, il luogo è la Cittadella Regionale, dove il 23 gennaio 2026 è stato presentato il primo passo del nuovo paradigma della politica della Regione Calabria sui diritti e sulle azioni sociali. Azioni che trovano fondamento nell’articolo 3 della Costituzione, laddove si afferma che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena promozione della persona e dei suoi diritti socio-economici.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-101943" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/Pasqualina-Straface-.jpg" sizes="(max-width: 716px) 100vw, 716px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/Pasqualina-Straface-.jpg 716w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/01/Pasqualina-Straface--250x300.jpg 250w" alt="" width="716" height="859" /><figcaption class="wp-element-caption">Dott.ssa Pasqualina Straface – Assessore con competenze di indirizzo politico in materia di inclusione sociale, sussidiarietà e welfare, pari opportunità, benessere animale.</figcaption></figure>
</div>
<p>Tutto questo potrebbe sembrare teoria, ma non lo è. Dal comunicato stampa della Regione emerge infatti, con grande umiltà – altro elemento coerente con la massima del “primo passo” – che i fondi disponibili ci sono, ma non sono stati spesi, con percentuali di utilizzo sorprendentemente basse. Il comunicato regionale descrive in modo esaustivo i diversi fondi disponibili e il loro scarsissimo impiego. La risposta della Regione non si è fatta attendere: la creazione di un Dipartimento dedicato all’Azione Sociale, che non è poco.<br />
È però necessaria una premessa. All’inizio del mese di gennaio di quest’anno, a Roma, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel corso di un incontro nazionale con la stampa (carta stampata, radio, televisione e testate online), ha sottolineato come le ideologie non debbano falsare la realtà.<br />
Al termine della due giorni del 22-23 gennaio 2026, dedicata alle problematiche sociali della Calabria e al loro impatto su persone, famiglie e caregiver, sono giunte diverse dichiarazioni di sindaci. In particolare, il sindaco di Taurianova, Tony Biasi, si è detto soddisfatto della nuova politica regionale, che finalmente riconosce come protagonisti e responsabili anche gli operatori delle nuove Aziende Territoriali Sociali (la definizione “speciali” appare quantomeno discutibile).<br />
Navigando, navigando… ho però trovato singolare che l’on. Pasquale Tridico, europarlamentare e candidato alla Regione per il “campo” della sinistra, abbia denunciato – proprio al termine della due giorni in Cittadella – la mancata attenzione e il ritardo nella copertura delle spese sostenute dalla famiglia Radu-Carrozza di Taurianova, nonché nel riconoscimento dei costi relativi all’attività svolta dal marito in qualità di caregiver. La notizia, datata 24 gennaio 2026 alle ore 18.00, è stata riportata da un quotidiano online.<br />
Il dubbio ha avuto il sopravvento e, navigando ancora… (parafrasando Gigi Proietti), mi sono imbattuto in un’atroce verità: la Presidente Meloni aveva ragione, nel mettere in relazione ideologia e realtà.<br />
I fatti sono questi. La nuova Giunta Occhiuto si insedia ufficialmente il 3 novembre 2025, con la nomina e l’assegnazione delle deleghe, tra cui quelle politiche su inclusione sociale e welfare all’on. Straface. Il 18 novembre 2025 l’assessore Straface fa visita alla famiglia Radu-Carrozza di Taurianova per rendersi conto delle difficoltà reali vissute quotidianamente. Le immagini della degente allettata, supportata da ausili tecnici per la comunicazione, non lasciano spazio a commenti.<br />
Il 25 novembre 2025 i giornali riportano, correttamente, i ringraziamenti della famiglia Radu-Carrozza all’on. Straface e alla Regione Calabria, poiché i fondi tanto attesi erano finalmente arrivati.<br />
Ed ecco la sorpresa: il 24 gennaio 2026, alle ore 18.00, compaiono su alcune testate online dure critiche dell’on. Tridico alla Regione per la mancata copertura dei costi e per il mancato riconoscimento dell’attività svolta dal marito come caregiver.<br />
Tutto è bene quel che finisce bene. A questo punto si conferma la massima nostrana: “dare a Cesare quel che è di Cesare”.<br />
L’onestà intellettuale e la verità, alla fine, vincono sempre.<br />
<em>Frascati, 24 gennaio 2026</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/01/25/cambio-di-paradigma-della-regione-calabria-sulla-politica-dei-diritti-e-dei-servizi-sociali/">Cambio di paradigma della Regione Calabria sulla politica dei diritti e dei servizi sociali</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Dalla società liquida alla cultura smarrita</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2025/11/22/dalla-societa-liquida-alla-cultura-smarrita/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=dalla-societa-liquida-alla-cultura-smarrita</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2025 09:27:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Untitled-design-4.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Untitled-design-4.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Untitled-design-4-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Da termini come società liquida a resilienza il conformismo del vocabolario italiano diventa politicamente corretto. La scuola sarà in grado di salvarci? Spesso diamo responsabilità alla politica anche per i&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/11/22/dalla-societa-liquida-alla-cultura-smarrita/">Dalla società liquida alla cultura smarrita</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><b>Da termini come società liquida a resilienza il conformismo del vocabolario italiano diventa politicamente corretto. La scuola sarà in grado di salvarci?</b></em></p>
<p>Spesso diamo responsabilità alla politica anche per i linguaggi che si sono adottano. La politica in questo nostro tempo vive di mediocrità e leggerezza da destra a sinistra. In questi ultimi anni è entrato in scena un vocabolario comune e conformista che usa dei termini che sembrano slogan. Almeno per questa volta non è colpa solo della politica. Anche se la politica è sempre coinvolta.</p>
<p>Da termini come società liquida a resilienza il conformismo del vocabolario italiano diventa politicamente corretto. Cosa significa tutto ciò?</p>
<p>Allora.</p>
<p>In questi ultimi anni abbiamo usato un vocabolario linguistico a forma di slogan. Slogan che hanno toccato tutte le istituzioni comprese le belle università e il cliché degli istituti scolastici. Sembrano provenire dalla filosofia, dalla pedagogia avanzata e dalla psicologia sempre d’avanguardia ormai su tutti i settori e gli ambienti.</p>
<p>Mi riferisco a: Secolo breve, Fine della della storia, Società liquida ed ora di attuale modernismo si usa ad ogni occasione Resilienza. Presi isolatamente non significano nulla. Scemenziario di un abc delle parole dette per non farle diventare linguaggio compiuto anche se ci si illude che dietro ci sia un pensiero o un processo culturale.</p>
<p>Sono concetti, da soli, astratti ed estranei da una visione complessa con alla base una ragione e un sentire complesso? È la dilatazione nel dilagante conformismo del politically corretto? Il corretto e l’incorretto politico si sono preannunciati stagioni di vita che dovevano contrapporsi alla struttura della tradizione.</p>
<p>Cosa significa Società liquida? Friabile nel pensiero? Scivolosa? Scorrevole? Apparente e sparente? Fine della storia?</p>
<p>Un americanismo storico nipponico «scemenziato» dalla non conoscenza fenomenologia della storia stessa del linguaggio mediterraneo. Secolo breve o corto. Sulla base di cosa? O anche secolo lungo che senso avrebbe? Per le guerre? Per i diversi mutamenti? Per i cosiddetti regimi? Per il tempo che si è accorciato? O per la storia che è finita nel momento in cui sono finite le ideologie?</p>
<p>Tutto evanescente. Resilienza. È divento un termine ridicolo. Ormai lo trovi dappertutto. Dalla psicologia alla economia. Dal calcio alla alimentazione bio dinamica. Il fatto, direbbe Hegel, è che siamo caduti così in basso nel linguaggio che più insignificante non si può.</p>
<p>Ma il dato più grave è che sono termini entrati velocemente nel vocabolario comune e soprattutto in quello creduto alto che hanno creato e stanno creando una omologazione terrificante. Aveva ragione Pasolini, in questo, che quando si entra nella omologazione diffusa, come in questo caso, una Nazione non ha più cultura.</p>
<p>Infatti l’Italia non produce più cultura tranne se non ritorna a quel passato a volte ferocemente bistrattato che riporta volente o nolente alla civiltà del linguaggio. La lingua di oggi è una neo-bruttezza di codici che lascerà macerie e rovine nel vocabolario delle nuove generazioni. Tanto siamo in una società liquida in un secolo breve dove la storia è finita ma la resilienza ci salverà?</p>
<p>Non ci resta che pregare perché siamo ormai belli e rovinati dalle banalità pronunciate da una dotta cultura che però non sa che la civilizzazione è un tempo irrinunciabile. Insomma, in sintesi: siamo allo scemenziario della lingua adottata. Da società liquida a resilienza e il conformismo del vocabolario italiano diventa politicamente corretto. Dovrebbe intervenire la scuola a rieducarci alla lingua italiana e allo scrivere bello. Ci riuscirà?</p>
<p>Se la politica della mia generazione è finita tocca alla cultura. Ma la cultura di questo tempo non ha pensiero. È cronaca. Mi affiderei alla scuola. Anche se con pochissime speranze. Svegliatevi tutti dal torpore e dal conformismo dilagante.</p>
<p><strong><img decoding="async" class="wp-image-111761 size-thumbnail alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.</p>
<p>Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.</p>
<p>Incarichi in capo al Ministero della Cultura:</p>
<p>Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.</p>
<p>È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.</p>
<p>Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.<br />
@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La politica pone fine all’amore fra Musk e Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 19:55:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[America Party Elon Musk]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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<p>di Domenico Maceri* “Amo Donald Trump quanto un eterosessuale può amare un altro uomo”. Così scriveva Elon Musk su X (ex Twitter) lo scorso febbraio. Oggi, però, dopo la rottura&#8230;</p>
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<p>“Amo Donald Trump quanto un eterosessuale può amare un altro uomo”. Così scriveva Elon Musk su X (ex Twitter) lo scorso febbraio. Oggi, però, dopo la rottura tra i due, il 47esimo presidente ha lasciato intendere che potrebbe perfino espellere dagli Stati Uniti l’uomo più ricco del mondo, che ha speso quasi 300 milioni di dollari per aiutarlo a vincere le elezioni. In realtà, il sostegno a Trump è costato ben di più: l’impegno politico di Musk ha causato un crollo del valore della Tesla e ha avuto ripercussioni anche su altre sue aziende.</p>
<p>Dallo scontro avvenuto il mese scorso, Trump e Musk si sono scambiati insulti a raffica. Il patron di Tesla, SpaceX e Starlink ha duramente criticato la manovra di bilancio definendola “un’abominazione disgustosa” che avrebbe danneggiato l’occupazione, aumentato il deficit e il debito pubblico, e colpito l’innovazione – in particolare a causa dell’abolizione dei crediti d’imposta per le auto elettriche. Musk ha inoltre affermato che senza il suo aiuto l’attuale presidente non avrebbe vinto le elezioni, insinuando che Trump meriterebbe l’impeachment. Dal canto suo, Trump ha replicato con toni altrettanto duri, minacciando di annullare i contratti governativi con le aziende di Musk e accusandolo di essere “impazzito” e “un disastro”.</p>
<p>In seguito è sembrata emergere una tregua, anche perché Musk ha riconosciuto di aver esagerato, offrendo delle scuse poco convincenti. Tuttavia, l’annuncio del suo nuovo partito – l’America Party – in questi giorni ha riacceso le tensioni. L’intento dichiarato del nuovo soggetto politico è combattere la corruzione dilagante e superare il sistema bipartitico degli Stati Uniti. Musk ha promesso di impiegare le sue enormi risorse economiche per influenzare le elezioni di midterm del 2026 e quelle presidenziali del 2028. Ha anche annunciato che si vendicherà dei parlamentari repubblicani responsabili dell’approvazione della recente manovra di bilancio firmata da Trump. Tuttavia, il piano dell’America Party appare ancora vago, benché Musk abbia rivelato l’intenzione di concentrarsi su due o tre seggi al Senato e una decina alla Camera. L’obiettivo sembra essere quello di acquisire abbastanza potere da ostacolare Trump, approfittando della fragile maggioranza repubblicana in entrambe le Camere.</p>
<p>L’attuale presidente degli Stati Uniti ha commentato affermando che i partiti minori non fanno parte del sistema americano. Un’affermazione non priva di fondamento, anche se secondo i sondaggi il 58% degli americani sarebbe favorevole alla presenza di un terzo partito. Storicamente, a livello presidenziale, i partiti minori hanno avuto scarsa fortuna, sebbene nel 1992 il libertario Ross Perot ottenne il 19% dei consensi. Vale la pena ricordare, tuttavia, che nelle elezioni del 2024 l’allora candidato Trump riuscì ad allearsi con Robert J. Kennedy Jr., che correva per la presidenza con un partito minore. I due raggiunsero infine un accordo e Kennedy offrì il proprio endorsement a Trump, che lo “ricompensò” nominandolo ministro della Sanità.</p>
<p>Anche Musk ricevette una ricompensa da Trump: per tre mesi gli fu affidata la guida del DOGE, il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, con piena libertà d’azione per tagliare la spesa pubblica. Tuttavia, i risultati ottenuti furono deludenti, nonostante i numerosi danni provocati da tagli indiscriminati.</p>
<p>L’imprenditore sudafricano è considerato da alcuni analisti un genio, e il suo successo economico sembrerebbe confermarlo. Ma per quanto riguarda le sue capacità politiche, il discorso cambia. Persino il nome scelto – America Party – potrebbe rivelarsi problematico, dal momento che nello Stato di New York l’uso del nome “America” e dei suoi derivati è vietato alle elezioni. Da segnalare anche il crescente malcontento tra gli investitori di Tesla per il rinnovato impegno politico di Musk. Il consiglio di amministrazione ha espresso preoccupazione, come dimostra il calo del 7% del titolo Tesla in Borsa dopo l’annuncio del nuovo partito.</p>
<p>I soldi sono parte integrante della politica americana, ma non garantiscono necessariamente il successo elettorale. Lo dimostra l’elezione di un giudice alla Corte Suprema del Wisconsin lo scorso maggio: Musk spese oltre 20 milioni di dollari per sostenere il candidato repubblicano Brad Schimel, che però fu sconfitto dalla democratica Susan Crawford. Considerando il patrimonio di Musk, che si aggira intorno ai 230 miliardi di dollari, non è stata una grande perdita economica. Tuttavia, l’episodio è emblematico del capitalismo sfrenato che consente ad alcuni individui di concedersi ogni capriccio – dai matrimoni veneziani di Jeff Bezos, ai viaggi nello spazio, fino alle ambizioni politiche. Forse ha ragione “il comunista” Zohran Mamdani, vincitore delle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York, che in un’intervista alla NBC ha dichiarato: “I miliardari non dovrebbero esistere”, perché viviamo in un’epoca di “profonda disuguaglianza”.</p>
<p><i>*Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.</i></p>
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		<title>Trump riaccende la guerra commerciale: chi paga davvero il prezzo dei dazi?</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2025/04/09/trump-riaccende-la-guerra-commerciale-chi-paga-davvero-il-prezzo-dei-dazi/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=trump-riaccende-la-guerra-commerciale-chi-paga-davvero-il-prezzo-dei-dazi</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Apr 2025 14:09:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Dazi]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1050" height="591" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847.jpeg 1050w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1050px) 100vw, 1050px" /></p>
<p>Tra inflazione globale e riposizionamenti strategici, si riapre lo scontro tra potenze. Ma nel caos può nascere un nuovo equilibrio internazionale, più equo e sostenibile? 2 aprile 2025 il presidente&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/04/09/trump-riaccende-la-guerra-commerciale-chi-paga-davvero-il-prezzo-dei-dazi/">Trump riaccende la guerra commerciale: chi paga davvero il prezzo dei dazi?</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1050" height="591" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847.jpeg 1050w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_7847-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1050px) 100vw, 1050px" /></p><p><em>Tra inflazione globale e riposizionamenti strategici, si riapre lo scontro tra potenze. Ma nel caos può nascere un nuovo equilibrio internazionale, più equo e sostenibile?</em></p>
<p>2 aprile 2025 il presidente Donald J. Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone nuovi dazi sulle importazioni provenienti dalla Cina, dal Messico e, sorprendentemente, anche da alcuni Paesi dell’Unione Europea. Una mossa che ricorda da vicino quanto già avvenne nel 2018, quando durante il suo primo mandato avviò una guerra commerciale con Pechino e altri partner economici. Ma questa volta, il contesto è profondamente diverso: il mondo post-pandemico, sconvolto dalla crisi energetica del 2022 e dalle tensioni geopolitiche in Ucraina, Medio Oriente e Taiwan, è molto più fragile e interconnesso.</p>
<p>Trump giustifica la misura con lo slogan “Bring Jobs Back, Again”, puntando il dito contro l’eccessiva dipendenza americana dalle filiere globali e promettendo una rinascita industriale “patriottica”. I nuovi dazi colpiscono in particolare il settore dell’automotive elettrico cinese, l’acciaio europeo e alcune componenti tecnologiche provenienti dal Messico. Il valore medio dei dazi varia tra il 25% e il 50%, ben al di sopra delle soglie WTO.</p>
<p>Nel 2018, Trump aveva adottato una strategia simile con l’intento di ridurre il deficit commerciale americano e “punire” la Cina per pratiche scorrette di dumping e furto di proprietà intellettuale. Ma i risultati furono ambigui: le esportazioni cinesi calarono inizialmente, ma poi si riorientarono verso altri mercati; le industrie americane non tornarono in patria in massa, e il costo maggiore lo pagarono i consumatori, con un incremento medio dei prezzi sui beni colpiti fino al 20%.</p>
<p>Nel 2025, però, l’amministrazione Trump II si muove in un contesto di maggior nazionalismo economico globale. L’UE ha già adottato meccanismi di carbon border adjustment, l’India ha aumentato le barriere tariffarie e perfino il Canada ha adottato una linea più protezionista. Il mondo interdipendente del 2010-2020 sembra ormai un ricordo.</p>
<p><strong>Quali sono le differenze rispetto al 2018:</strong></p>
<ol>
<li><strong>Tempismo post-crisi</strong>: la misura arriva in un’economia mondiale ancora convalescente dopo choc multipli (Covid, guerra in Ucraina, crisi climatica).</li>
<li><strong>Obiettivi più politici che economici</strong>: i dazi diventano uno strumento di pressione strategica, non solo economica.</li>
<li><strong>Reazioni più rapide e coordinate degli alleati USA</strong>: l’Unione Europea ha già annunciato controdazi su prodotti agroalimentari e tecnologici americani.</li>
</ol>
<p><strong>Ma questi dazi chi li paga realmente </strong></p>
<p><strong>1. I consumatori americani:</strong><br />
Nel breve termine, il prezzo dei beni colpiti dai dazi aumenta. Questo effetto si trasmette a tutta la catena del valore, alimentando inflazione. Secondo uno studio della <em>Brookings Institution</em>, i nuovi dazi 2025 potrebbero causare un aumento del costo della vita per una famiglia media americana di circa 1.200 dollari all’anno.</p>
<p><strong>2. Le imprese esportatrici nei Paesi colpiti:</strong><br />
In particolare la Cina, che vede penalizzati i suoi veicoli elettrici e componenti tecnologiche, ma anche il Messico (automotive e agroalimentare) e la Germania (macchinari e acciaio). Tuttavia, la risposta cinese è rapida: Pechino ha già annunciato investimenti straordinari per rafforzare i legami con Africa e Sud America, riducendo la dipendenza dal mercato USA.</p>
<p><strong>3. Le economie emergenti:</strong><br />
Queste ultime rischiano di diventare “danni collaterali” della guerra commerciale, poiché si ritrovano stritolate tra due blocchi protezionisti, senza potere negoziale. Paesi africani o del Sud-est asiatico potrebbero subire volatilità nei prezzi delle materie prime e riduzione dell’accesso ai mercati.</p>
<p>I dazi 2025 hanno un impatto immediato su settori chiave: energia, automotive, semiconduttori. Aumentano i costi di produzione e logistica, e questo effetto a cascata rischia di generare una nuova fiammata inflazionistica a livello globale, proprio mentre le banche centrali si stavano muovendo verso una politica più accomodante.</p>
<p>Parallelamente, molte aziende accelerano il processo di <em>reshoring</em> o <em>friendshoring</em>, ovvero la rilocalizzazione delle produzioni in Paesi politicamente più vicini. Questo potrebbe aprire opportunità per economie come India, Brasile, Vietnam e, in parte, Italia.</p>
<p>Se nel 2018 la guerra commerciale era un braccio di ferro tra due superpotenze, nel 2025 si configura come uno scontro tra blocchi. Da un lato l’asse USA–UK–India–Giappone, dall’altro Cina–Russia–Iran e alcuni Paesi africani. L’Unione Europea si trova nel mezzo, oscillando tra alleanze economiche e pressioni politiche.</p>
<p>Questo scenario comporta rischi ma anche possibilità: l’eventuale crisi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), oggi in stallo, potrebbe spingere per una sua riforma. Allo stesso tempo, si aprono spazi per una nuova governance economica multipolare, più equa e meno centrata sui rapporti di forza.</p>
<p>Per l’Italia, la situazione è ambivalente. Le imprese esportatrici – soprattutto nel comparto meccanico e alimentare – potrebbero soffrire dei controdazi europei. Ma se il governo sarà capace di sfruttare il momento, ci sono margini per diventare <em>hub</em> manifatturiero nel Mediterraneo, attrarre investimenti e ridisegnare le catene di approvvigionamento in chiave locale e sostenibile.</p>
<p>La storia insegna che dalle crisi possono nascere cambiamenti profondi. I dazi di Trump 2025, per quanto discutibili, stanno costringendo il sistema internazionale a ripensare regole e alleanze. Gli Stati più lungimiranti – e le imprese più resilienti – non cercheranno solo di sopravvivere, ma di <em>evolversi</em>.</p>
<p>L’economia mondiale ha bisogno di nuove coordinate, fondate su sostenibilità, equità e cooperazione. E forse, nel mezzo di questo ritorno alla tensione commerciale, possiamo trovare il coraggio per scrivere un nuovo capitolo della globalizzazione. Uno in cui il costo del cambiamento non sia pagato solo dai più deboli.</p>
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		<title>Etica, politica e amministrazione: a Martina Franca il dibattito con Pierfranco Bruni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2025 19:50:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[convegno]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Etica]]></category>
		<category><![CDATA[Martina Franca]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="1666" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-212x300.jpeg 212w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-725x1024.jpeg 725w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-768x1085.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-1087x1536.jpeg 1087w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-1170x1653.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-585x827.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>Il 22 marzo 2025, alle ore 18:00,  l’incontro dedicato a un tema di grande attualità che coinvolge riflessioni su valori, cultura e responsabilità istituzionale. Etica, politica e amministrazione. È il&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/03/17/etica-politica-e-amministrazione-a-martina-franca-il-dibattito-con-pierfranco-bruni-il-22-marzo/">Etica, politica e amministrazione: a Martina Franca il dibattito con Pierfranco Bruni</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1179" height="1666" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-212x300.jpeg 212w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-725x1024.jpeg 725w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-768x1085.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-1087x1536.jpeg 1087w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-1170x1653.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/03/7f0373df-f6b9-420d-b733-9b1ba3385e3a-585x827.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p><p><i>Il 22 marzo 2025, alle ore 18:00,  l’incontro dedicato a un tema di grande attualità che coinvolge riflessioni su valori, cultura e responsabilità istituzionale.</i></p>
<p class="p2"><span class="s1"><br />
Etica, politica e amministrazione. È il tema di un articolato convegno che si svolgerà il prossimo 22 marzo a Martina Franca alle ore 18.00 nella Sala della Società Mutuo Soccorso. Un percorso che mette insieme esperienze e testimonianze sia sul piano giuridico sia in termini di politica culturale, tanto che  l’incontro sarà valido per il riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dopo i saluti degli avvocati <b>Terrulli</b>, <b>Di Maggio</b>, <b>Donvito</b> seguiranno le relazioni di <b>Pierfranco Bruni</b>, Ministero della Cultura, del prof. <b>Antonio Scialpi</b>, docente in Filosofia, dell&#8217;avvocato <b>Giuseppe Chiarelli</b>, docente Uniba. I lavori saranno coordinati dall&#8217;ingegnere <b>Giovanna Salvatore</b>, responsabile della sezione Centro Studi e Ricerche Grisi di Martina Franca.</span></p>
<p>L’evento sarà un’occasione di confronto su questioni fondamentali che riguardano il rapporto tra etica, politica e la capacità di amministrare, sulle competenze e su linee culturali progettuali.</p>
<p>Le personalità che parteciperanno provengono da esperienze diverse ma anche da scuole di  pensiero molto diverse. Si prospetta una serata interessante e ricca di confronti.</p>
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		<title>La sinistra senza idee ha dato il peggio di sé</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Feb 2025 22:37:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[dibattito]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="2048" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486-768x768.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486-1536x1536.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486-1920x1920.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486-1170x1170.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_6486-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Una farsa da circo Pierfranco Bruni Ho assistito a quasi tutto il dibattito di oggi in Parlamento. In presa diretta. Credo che si ha una sensazione diversa essere dentro che&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<hr />
<p>Una farsa da circo</p>
<p>Pierfranco Bruni</p>
<p>Ho assistito a quasi tutto il dibattito di oggi in Parlamento. In presa diretta. Credo che si ha una sensazione diversa essere dentro che assistere in TV a una scena da circo. Da una parte l&#8217;eleganza della parola o meglio del linguaggio. Dall&#8217;altra l&#8217;arroganza, la scostumatezza, la conoscenza reale dei fatti. È questione di stile.  Il Governo che doveva essere messo alla gogna da una sinistra senza idee, senza progettualità, senza una politica, che sia politica nel termine alto del termine, ne è uscito a testa alta con la volontà e la potenza delle idee.</p>
<p>Invece la sinistra tutta, che resta sempre e ancora comunista, ha testimoniato il nulla tranne la capacità di urlare senza portare uno straccio di ipotesi, di tesi e di rappresentazione logica.</p>
<p>L&#8217;esplosione della rabbia e dell&#8217;ira, come le intende anche Vittorino Andreoli nel suo recente splendido libro, nasce dal fatto che non si è competitivi in nulla. Perché chi non ha idee, come la sinistra, non può essere competeva in nessun argomento. La sinistra lo sa bene.  C&#8217;è un altro aspetto. Da una parte non solo politica fatta con i dati e la conoscenza, ma anche formazione sul piano giuridico (forse qualcuno dimentica che sono uomini di giurisprudenza personalità come Nordio, Piantedosi e Mantovano).</p>
<p>Dall&#8217;altra parte ci sono scolaretti ai primi studi o alle prime pagine o studentelli che vogliono dimostrare di aver letto professionalmente libri di diritto. Gli interventi lo hanno dimostrato. Interventi completamente vuoti di contenuti ovvero di campagna elettorale bassa.  Qui si aprirebbe un&#8217;altra questione che è quella di una destra che ha una funzione anche culturale e una sinistra che naviga a vista proprio in termini culturali. Non entro nel merito del fattore immigrazione soprattutto dopo gli scheletri dell&#8217;armadio della sinistra.  Questa farsa la sinistra poteva risparmiarsela perché ha dato in Parlamento il peggio di sé. Era prevedibile. Ancora non riesce a metabolizzare la sconfitta, una sconfitta &#8220;democratica&#8221;, che la dice lunga su come il popolo italiano si è espresso. Sul fatto che non hanno idee non nasce da oggi.</p>
<p>Il ritorno in scena, proprio di questi giorni, del &#8220;prode&#8221; Prodi è una ulteriore sconfitta di tutti i sinistrati scolaretti.  La sinistra dovrebbe prendere lezioni non solo del fare politica in una società come la nostra ma dovrebbe leggersi qualche testo di Hegel e prima ancora di Voltaire, Rousseau (autori che non fanno parte della mia formazione ma li leggo) e Burke  per cominciare a capire la politica come senso di orizzonti e dialettica vera.  La sinistra esce da una tale situazione molto bastonata proprio sul piano culturale, sul piano di uno stile, sul piano di una non proposta. E poi pensiamo che i ragazzi di oggi dovrebbero approcciarsi alla politica? La sinistra, ripeto, ha dato il peggio di sé .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-99061" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_4148-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" />Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria.<br />
Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, presidente del Centro Studi “Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.<br />
Nel 2024 Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.<br />
Per il Ministero della Cultura è attualmente:</p>
<p>• presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>• presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>• segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.<br />
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse”, presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.<br />
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra linguaggio poetico e musica. Un tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Oltre i confini dell’identità: perché unire i cattolici in politica è un’illusione pericolosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 18:13:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="630" height="343" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6423.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6423.jpeg 630w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6423-300x163.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6423-585x319.jpeg 585w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /></p>
<p>In un mondo sempre più diviso, la politica non ha bisogno di nuove chiusure ma di alleanze ampie e concrete. Il sogno di un partito cattolico unitario rischia di essere&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/01/31/oltre-i-confini-dellidentita-perche-unire-i-cattolici-in-politica-e-unillusione-pericolosa/">Oltre i confini dell’identità: perché unire i cattolici in politica è un’illusione pericolosa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="630" height="343" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6423.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6423.jpeg 630w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6423-300x163.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6423-585x319.jpeg 585w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /></p><p><em>In un mondo sempre più diviso, la politica non ha bisogno di nuove chiusure ma di alleanze ampie e concrete. Il sogno di un partito cattolico unitario rischia di essere un vicolo cieco: ecco perché il vero impegno deve guardare oltre.</em></p>
<div class="mh-meta entry-meta"></div>
<p class="p2"><span class="s1">Nel dibattito politico italiano e internazionale, l’idea di unire i cattolici in un’unica forza politica riemerge periodicamente come una suggestione nostalgica, una sorta di rimedio alle crisi della rappresentanza e ai mutamenti della società. Si tratta di un’operazione che, per quanto comprensibile sotto certi aspetti, rischia di rivelarsi inefficace e persino dannosa, soprattutto in un’epoca di forte polarizzazione.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">L’unità politica dei cattolici non solo è un obiettivo irrealizzabile, ma è anche una strategia miope rispetto alle reali sfide della contemporaneità. Oggi, piuttosto che cercare di costruire un partito confessionale o una coalizione strettamente identitaria, il vero compito del pensiero politico cattolico dovrebbe essere quello di promuovere alleanze più ampie e trasversali, capaci di incidere sui problemi reali e di favorire il bene comune.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">L’idea di una “casa comune” dei cattolici in politica ha radici profonde nella storia italiana. La Democrazia Cristiana fu per decenni il riferimento principale del voto cattolico, unendo diverse sensibilità sotto la stessa sigla. Tuttavia, quel modello era reso possibile da un contesto molto specifico: il mondo bipolare della Guerra Fredda, la forte influenza del Vaticano, il ruolo centrale della Chiesa nelle dinamiche sociali del Paese.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Oggi quel contesto non esiste più. La società è cambiata profondamente: la secolarizzazione ha ridotto il peso della Chiesa nelle scelte politiche dei cittadini, e gli stessi cattolici si trovano divisi su molteplici questioni, dalla bioetica all’accoglienza dei migranti, dalla giustizia sociale alla laicità dello Stato. Pensare di riunire tutto questo sotto un’unica bandiera politica è una forzatura irrealistica.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Inoltre, la pluralità di sensibilità esistenti all’interno del mondo cattolico rende impossibile definire un’agenda politica coerente e condivisa. Esistono cattolici progressisti e cattolici conservatori, cattolici favorevoli a un maggiore intervento dello Stato nell’economia e cattolici liberisti, cattolici attenti alle questioni ambientali e cattolici più concentrati sulle tematiche etiche. Forzare una sintesi unitaria significa sacrificare una parte di queste visioni, rendendo l’intero progetto inefficace o incoerente.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Un altro problema cruciale è che un partito o un movimento politico dichiaratamente cattolico rischia di rimanere marginale nello scenario politico attuale. La storia recente dimostra come le formazioni esplicitamente ispirate al cattolicesimo abbiano avuto scarso successo. Dai vari tentativi di rifondare una “nuova DC” fino a esperienze come l’UdC o il Popolo della Famiglia, il risultato è stato sempre lo stesso: percentuali elettorali modeste e un’influenza limitata sulle scelte di governo.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Questo accade perché l’elettorato cattolico non è un blocco monolitico: molti cattolici votano secondo criteri che vanno oltre l’appartenenza religiosa, scegliendo i partiti in base a valori più ampi come la giustizia sociale, il lavoro, la lotta alle diseguaglianze, la sicurezza o la difesa dell’identità culturale. Un partito che si presenti come esclusivamente cattolico finirebbe per rivolgersi a una nicchia, senza riuscire a incidere sulle dinamiche politiche generali.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Anzi, in un contesto di polarizzazione come quello attuale, un partito cattolico rischierebbe di diventare un elemento divisivo, invece che un fattore di coesione. Potrebbe venire strumentalizzato da una parte dello spettro politico contro l’altra, perdendo di vista l’obiettivo di lavorare per il bene comune.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Se unire i cattolici in un’unica forza politica è una strategia fallimentare, la strada più efficace è quella delle alleanze ampie e trasversali, basate su valori condivisi piuttosto che su un’identità religiosa specifica.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">I cattolici impegnati in politica dovrebbero cercare interlocutori anche al di fuori del loro ambito tradizionale, costruendo ponti con chiunque condivida battaglie di giustizia sociale, di tutela della dignità della persona, di promozione della pace e della solidarietà. Questo significa, ad esempio, lavorare insieme a chi si occupa di diritti dei lavoratori, di ambiente, di lotta alla povertà, di riforma della giustizia, indipendentemente dalla loro fede religiosa.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">In un’epoca di frammentazione e conflitti ideologici, l’unico modo per avere un impatto reale è superare i confini rigidi delle appartenenze e costruire percorsi comuni. Questo non significa annacquare i principi, ma declinarli in un contesto più ampio, cercando il dialogo e il compromesso su questioni concrete.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">La dottrina sociale della Chiesa stessa offre un modello per questo approccio: non chiede di costruire partiti confessionali, ma di promuovere il bene comune attraverso l’impegno nelle istituzioni e nella società. Il pensiero di Papa Francesco, con la sua insistenza sul dialogo e sulla costruzione di ponti, va proprio in questa direzione.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">L’idea di un partito unico dei cattolici può sembrare allettante per alcuni, ma è un’illusione che non tiene conto della complessità della società attuale. In un mondo sempre più polarizzato, la politica non ha bisogno di nuove chiusure identitarie, ma di spazi di dialogo e di collaborazione.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il vero ruolo dei cattolici in politica oggi non è quello di rinchiudersi in un recinto separato, ma di contribuire alla costruzione di alleanze più larghe, capaci di affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Questa non è solo una scelta strategica, ma anche una scelta morale: significa mettere al centro il bene comune, piuttosto che gli interessi di una parte.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il futuro della politica cattolica non sta nell’unità forzata, ma nella capacità di essere lievito nella società, influenzando le decisioni pubbliche attraverso il dialogo e l’apertura, piuttosto che attraverso la chiusura in un’identità autoreferenziale.</span></p>
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