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	<title>stretto di Hormuz Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>stretto di Hormuz Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>INDIA: IL PIVOT MULTILATERALE DEL MAGGIO 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 19:20:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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<p>Nuova Delhi consolida il proprio ruolo tra BRICS, Stati Uniti, Golfo, Regno Unito e Indo-Pacifico.Diplomazia, commercio, sicurezza energetica e tecnologia diventano i principali terreni di una strategia estera sempre più&#8230;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’attuale configurazione della politica estera indiana delinea un paradigma di multi-allineamento asimmetrico, dove Nuova Delhi non si limita a oscillare tra blocchi contrapposti, ma agisce come il pivot necessario per la stabilità del sistema internazionale. La simultaneità del vertice dei Ministri degli Esteri dei BRICS (14-15 maggio) e della missione diplomatica del Segretario di Stato USA, Marco Rubio, non è una coincidenza temporale, bensì l’espressione plastica della dottrina della Strategic Autonomy (Autonomia Strategica) elevata a sistema di governo globale.</p>
<p>In qualità di presidente pro tempore della compagine BRICS, l’India sta esercitando un soft power di tipo transazionale e diplomatico volto a decongestionare le tensioni nel Golfo Persico. Il dato di maggior rilievo è la facilitazione del dialogo bilaterale tra Seyed Abbas Araghchi, capo della diplomazia iraniana, e i vertici degli Emirati Arabi Uniti. Questa iniziativa risponde a una necessità logica stringente: la protezione del corridoio energetico e commerciale che transita per lo Stretto di Hormuz, vitale per la sicurezza energetica indiana e per la stabilità dei prezzi delle commodity sui mercati globali. Nuova Delhi si pone dunque come l’unico interlocutore capace di integrare le istanze del “Sud Globale” senza alienarsi le potenze occidentali.</p>
<p>Parallelamente, il dialogo con gli Stati Uniti attraverso la missione di Marco Rubio si focalizza sulla cooperazione tecnologica e militare avanzata, nell’ambito dell’iniziativa iCET (Initiative on Critical and Emerging Technology). Il cuore del negoziato riguarda la resilienza della supply chain dei minerali critici e delle terre rare. L’India si candida ufficialmente a diventare l’alternativa infrastrutturale e produttiva al monopolio cinese, offrendo agli USA un partner con capacità di scala industriale e stabilità democratica. Questo asse viene ulteriormente rafforzato dal coordinamento nel Quad, dove la sicurezza marittima nell’Indo-Pacifico rimane la priorità per il contrasto alle proiezioni egemoniche nell’area.</p>
<p>A completare questo quadro di centralità è l’entrata in vigore dello storico Free Trade Agreement (FTA) con il Regno Unito. Questo trattato rappresenta una pietra miliare per la diplomazia commerciale post-Brexit e post-pandemica: eliminando le barriere tariffarie in settori chiave come il tech, l’automotive e il farmaceutico, l’India si garantisce un afflusso massiccio di capitali e competenze britanniche, offrendo in cambio l’accesso al mercato più dinamico e giovane del pianeta.</p>
<p>L’India di questo maggio 2026 si manifesta come una Potenza Ponte. La capacità di accogliere contemporaneamente le delegazioni di paesi sanzionati dall’Occidente e i massimi rappresentanti dell’amministrazione statunitense, dimostra che Nuova Delhi ha superato la fase del non-allineamento passivo per approdare a un protagonismo attivo. In un mondo frammentato, la stabilità internazionale dipende oggi dalla capacità indiana di tradurre le diverse istanze geopolitiche in un linguaggio comune di cooperazione economica e sicurezza integrata.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
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		<title>Hormuz, il fronte che può cambiare la guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella La Mantia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 18:57:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="343" height="192" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6340-edited-e1778515173214.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6340-edited-e1778515173214.jpg 343w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6340-edited-e1778515173214-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 343px) 100vw, 343px" /></p>
<p>L’Iran rafforza il controllo sullo stretto da cui passa il 20% del petrolio mondiale. Gli Stati Uniti aumentano la presenza navale nel Golfo. L’Italia chiede una soluzione diplomatica per evitare&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’Iran rafforza il controllo sullo stretto da cui passa il 20% del petrolio mondiale. Gli Stati Uniti aumentano la presenza navale nel Golfo. L’Italia chiede una soluzione diplomatica per evitare una nuova crisi energetica globale</em></p>
<p>Il <strong>conflitto</strong> che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran sta già producendo effetti concreti su economie occidentali e mercati energetici. Al centro della crisi c’è lo <strong>Stretto di Hormuz</strong>, il passaggio tra Iran e Oman da cui dipende una quota cruciale di petrolio e gas destinati al mondo.</p>
<p>Il <strong>blocco navale</strong> non è più un’ipotesi: è in corso. Teheran ha imposto nuove misure di controllo sul traffico, gli Stati Uniti hanno rafforzato la presenza militare nel Golfo Persico e i prezzi del greggio sono già saliti per il timore di interruzioni alle forniture.</p>
<p>Come riporta il Wall Street Journal, le autorità iraniane ora obbligano le navi commerciali a coordinarsi con le proprie strutture militari prima di attraversare lo stretto. La decisione arriva nel pieno dell’<strong>escalation militare tra Israele e Iran</strong>, con il coinvolgimento diretto di Washington. Per gli analisti, è il tentativo di Teheran di usare lo stretto come leva strategica in risposta agli attacchi subiti.</p>
<p>Hormuz è il più grande collo di bottiglia energetico del pianeta. Secondo la U.S. Energy Information Administration, ogni giorno vi transitano <strong>20-21 milioni di barili di petrolio</strong> — circa un quinto del consumo globale — oltre a un terzo del commercio mondiale di gas naturale liquefatto, diretto soprattutto verso Asia ed Europa. La stessa EIA avverte: qualsiasi interruzione ha “effetti sostanziali sui prezzi energetici globali”.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-108349 alignright" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6340-edited.jpg" alt="" /></figure>
</div>
<p>Gli effetti sono già visibili. Reuters segnala che diverse compagnie marittime hanno cambiato rotta o inasprito i protocolli di sicurezza per le petroliere dirette nel Golfo. Gli operatori sono in <strong>allerta per il rischio</strong> di incidenti o stop alla navigazione. Le piattaforme internazionali di monitoraggio navale rilevano un traffico instabile, con meno attraversamenti del solito: alcune petroliere rallentano o restano ferme in attesa di istruzioni.</p>
<p>Per rispondere, Washington ha intensificato le <strong>operazioni di sorveglianza e sicurezza</strong> marittima. La Quinta Flotta americana, di base in Bahrein, presidia da anni lo stretto proprio per garantire la libertà di navigazione.</p>
<p>Il timore delle cancellerie occidentali è che lo scontro militare si traduca in una <strong>crisi energetica globale</strong>. Anche limitazioni parziali al traffico avrebbero ripercussioni immediate sul greggio e sulle forniture di gas all’Europa, già sotto pressione dopo la guerra in Ucraina.</p>
<p>L’Italia mantiene una linea di <strong>prudenza diplomatica</strong>. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito la necessità di “evitare una spirale incontrollabile” e di rilanciare il dialogo tra Stati Uniti e Iran, con la mediazione dell’Oman. Tajani ha precisato che Roma valuterebbe missioni di sicurezza marittima solo in una cornice multilaterale, “sotto l’egida dell’ONU o dell’Unione Europea”, escludendo azioni unilaterali.</p>
<p>La presidente del Consiglio <strong>Giorgia Meloni</strong> ha definito Hormuz “una questione fondamentale per l’Italia e per l’Europa”, ricordando che la libertà di navigazione è “un principio essenziale del diritto internazionale”. Palazzo Chigi monitora le ricadute economiche: un rincaro prolungato dell’energia rischia di frenare crescita, spingere l’inflazione e far salire i costi industriali.</p>
<p>Anche l’International Energy Agency sottolinea la <strong>vulnerabilità delle rotte mediorientali</strong>: Hormuz resta uno dei punti più sensibili del sistema energetico globale. Tensioni prolungate possono destabilizzare i mercati.</p>
<p>Il vero nodo è capire <strong>fin dove si spingerà </strong>la crisi prima di diventare uno shock globale per commercio e sicurezza.</p>
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		<title>Mediterraneo al capolinea: se Hormuz chiude la Sicilia resta al buio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 19:21:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[stretto di Hormuz]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p>Dimentichiamo il Mar Rosso che abbiamo raccontato finora perché la realtà che emerge oggi, mercoledì 18 marzo 2026, è molto più brutale e ci riguarda da vicino. Mentre a Ginevra si chiudono in queste ore i tavoli tecnici dell’UNCTAD sulla logistica globale, il verdetto per l’Italia è un isolamento che non si vedeva da decenni. Il problema non è più solo la minaccia dei droni, ma il collasso totale dei nervi dello shipping mondiale dopo che lo Stretto di Hormuz è diventato, dall’inizio di marzo, un buco nero della navigazione.</p>
<p>I giganti del mare come MSC e Maersk non stanno più a guardare le mappe: hanno già cancellato le prenotazioni per il Golfo Persico e la motivazione è scritta nei bilanci delle assicurazioni. Oggi, far passare un container nel Mediterraneo costa una “tassa di guerra” che tocca i 4.500 dollari a carico, una cifra folle che rende più conveniente circumnavigare l’Africa e puntare direttamente ai porti del Nord Europa come Rotterdam e Anversa. Per la Sicilia, questo significa lo sfratto esecutivo dalle rotte che contano. I nostri porti, da Augusta a Palermo, stanno subendo quella che i tecnici chiamano “paralisi del piccolo cabotaggio”: le grandi navi madre non entrano più nel bacino del Mediterraneo per evitare di restare intrappolate in un vicolo cieco, preferendo scaricare altrove e lasciando la nostra isola ai margini di un deserto logistico.</p>
<p>Il dato politico è altrettanto amaro. Il governo italiano ha appena blindato la missione Aspides fino al 2027 con un nuovo stanziamento da 15 milioni di euro, ma la verità è che stiamo cercando di svuotare il mare con un cucchiaino. Mentre noi presidiamo Suez con un mandato solo difensivo, la “porta sul retro” di Hormuz è in fiamme e l’Europa non ha la forza politica di intervenire senza rischiare lo scontro diretto con l’Iran. Risultato? Il petrolio Brent balla sopra i 91 dollari, i supermercati siciliani iniziano a vedere i primi scaffali vuoti per la mancanza di imballaggi e carta, e noi restiamo a guardare un orizzonte dove le navi non passano più. A Ginevra stasera si firmano verbali pieni di buone intenzioni, ma nelle tasche dei siciliani l’unica cosa che arriva è un’inflazione del 4,5% figlia di una guerra che abbiamo finto di poter gestire con la diplomazia dei corridoi.</p>
<p><strong>@Riproduzione riservata</strong></p>
<p>Foto di mostafa meraji da Pixabay</p>
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