Semaglutide fa dimagrire ma conta la genetica, ecco chi perde più chili Sulle persone con intestino affamato funziona il doppio, la scoperta in uno studio condotto con l’Ai

Milano, 20 mag. (Adnkronos Salute) – Quanto fa dimagrire semaglutide, farmaco nato contro il diabete ed efficace per combattere l’obesità? La risposta è anche una questione di Dna: chi ha un particolare profilo genetico, detto fenotipo dell’intestino affamato, in un anno arriva a perdere quasi il doppio del peso. Ebbene, le persone con ‘intestino affamato’ si possono individuare attraverso un test. Un esame che potrebbe aiutare a mirare la terapia con semaglutide sui pazienti che possono trarne i benefici maggiori. Lo suggeriscono gli autori di una ricerca discussa in occasione della Digestive Disease Week (Ddw) 2024, condotta con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Gli scienziati hanno utilizzato un processo di apprendimento automatico per identificare un punteggio di rischio genetico in grado di prevedere il fenotipo ‘hungry gut’, associato a un dimagrimento maggiore dopo la somministrazione di semaglutide. Usando le informazioni contenute in una banca multicentrica che registra i risultati ottenuti in pazienti adulti trattati per perdere peso, i ricercatori si sono concentrati su quelli che avevano assunto semaglutide, effettuando per ognuno studi genetici. Dopo 9 mesi di terapia, hanno osservato gli autori, “i pazienti con fenotipo dell’intestino affamato avevano perso 14,4 libbre (circa 6,5 chili), rispetto agli altri che ne hanno perse 10,3 (4,7 kg). A 12 mesi, i pazienti con intestino affamato erano dimagriti 19,5 libbre (8,8 kg), rispetto alle 10 (4,5 kg) degli altri. Il test del fenotipo – concludono gli autori – potrebbe essere impiegato nella pratica clinica per selezionare i soggetti che più rispondono al semaglutide”.

Related posts

Infanzia: Milano (Save the Children), ‘Polo ricerche è ponte tra lavoro sul campo e comunità scientifica’ Alla cerimonia di premiazione del Premio Save the Children per la ricerca: “Riconoscimento che valorizza conoscenze su infanzia e adolescenza”

Gli occhi ammalati delle donne, rischio cecità più alto del 54% Rizzo, ‘scarsi gli studi di genere, serve colmare gap’

Emofilia B, primo paziente curato in Italia con terapia genica Al Policlinico di Milano, ‘tappa storica per il trattamento della patologia’