Pierfranco Bruni
Paolo e Agostino sono Cristocentricità. Non sono personaggi tristi. Sono un viaggio Verso. Costituiscono la conversione dell’uomo tra spiritualità e successivamente teologia.
La conversione è l’inquietudine dell’anima. Travolge. Rivoluziona. Angoscia ed edifica. Da un senso nuovo alla vita. In entrambi ci sono cammini in cui il tempo assume uno sconvolgimento totale.
Da uomini di terra che si portano dentro un vissuto di sconvolgimento a esseri di una vibrante metafisica. La quale viene completamente superata per una voce molto più alta, ovvero elevata, che è la Fede in Cristo.
Entrambi vedono il volto di Cristo in un’immagine solare, ovvero di Luce. Dal luogo della completa fisicità alla completezza dello Spirito. Sono uomini di immensa cultura. Una cultura laica e filosofica. Nella quale si pone al centro il pensare per Ragione.
In loro l’identità dal radicamento greco le cui radici sono fortemente mediterranee si intrecciano con il Vetbo evangelico e messianico.
Con Paolo siamo nella temperie semechiana. Con Agostino si annuncia un Medioevo delle immense cattedrali della piena religiosità. Per loro il viaggio è marcatamente il Mediterraneo.
Francesco d’Assisi attingerà alla loro esperienza e alle loro testimonianze. Ma ci sono capitoli di vita completamente diversi.
Anche Francesco avrà la sua conversione e diventa Uomo di Cristo e in Cristo ma non ha la formazione e la possente cultura di Paolo e di Agostino.
Francesco sin dal suo accostamento alla fede camminerà con la segnatura della fede. Sarà un Cantico in cui gli uomini verranno considerate immediatamente Creature.
Il volto di Cristo si erigerà subito a bellezza. Chiaramente Bellezza Divina. La Parola stessa verrà considerata Divina. Il suo dialogare non sarà con le Genti ma con la Natuta. Il Creato è Natura.
Paolo e Agostino hanno l’obiettivo di convertire con la Parola. Francesco di dialogare con la Natuta. Il Reale di Francesco è il Crocefisso.
Paolo e Agostino non hanno un Reale come incipit ma appunto si focalizzeranno sul convertire.
Comunque tutti e tre foderanno principi fondamentali: la carità la pietà il perdono.
Francesco spesso insisterà, mutuando da Paolo, sul senso caritatevole per costruire quella Città di Dio esaltata da Agostino. Non sarà però la sola Città di Dio ma le Città di Cristo.
È importante questo passaggio proprio sul piano sia teologico e soprattutto spirituale.
Francesco non si pone una questione metafisica. Va immediatamente oltre. In lui non ci sono parametri filosofici. Bensi ontologici. Di una ontologia dello spirito che lo conduce agli occhi viventi di Cristo. Non c’è un Risorto.
C’è sostanzialmente la costante Rivelazione petche ogni atto ogni gesto ogni azione è il Cristo vivente che pur restando in Croce non ha mai lo sguardo spento ma Rivelato e parlante. C’è la Figura. O meglio l’immagine come Icona della Grazia ovvero della Ilarità. Non c’è mai il tragico o il drammatico. C’è il sorriso. Il riso. L’allegoria della allegria. Un dato significante.
Una (la) voce permanente della Grazia – Luce. È il mistero che permea tutto il suo Andare verso. Qui è il suo cristologico centro dell’Assoluto.
Francesco oltre a essere predica è sempre Preghiera. Così è anche il Cantico di frate Sole:
Laudato sii, o mio Signore,
per quelli che perdonano per amor tuo
e sopportano malattia e sofferenza.
Beati quelli che le sopporteranno in pace
perchè da te saranno incoronati.
Laudato sii, o mio Signore,
per nostra sora Morte corporale,
dalla quale nessun uomo vivente può scampare.
Guai a quelli che morranno nel peccato mortale.
Beati quelli che si troveranno nella tua volontà
poichè loro la morte non farà alcun male.
Laudate e benedite il Signore e ringraziatelo
e servitelo con grande umiltate”.
Ecco. La Lode. C’è dunque la Lode. C’è la Benedizione. C’è la morte come sorella. C’è la grande umiltà. La “popolarità” del Cantico è una prospettiva antropologica.
Da qui nasce la religiosità come antropologico orizzonte dell’Umanesimo in cui Cristo è profezia ma anche destino.