Manuale del Nation Shaping: come si cambia un Paese senza dichiarare guerra

Nation shaping: plasmare un Paese altrui affinché smetta di essere un problema e diventi uno strumento

C’è un manuale non scritto che Washington conosce a memoria. Non lo trovi nelle biblioteche, ma funziona da decenni. Si chiama nation shaping: non occupi un Paese, lo pieghi. Non lo governi, lo orienti. Non lo distruggi (almeno all’inizio), lo rendi compatibile. Il tutto, ovviamente, in nome della democrazia. Sempre. Anche quando non c’è.

Nation building: “costruzione della nazione”

Capitolo 1 – Scegli il bersaglio (meglio se piccolo, meglio se ricco).
Ideale è uno Stato con risorse strategiche, istituzioni fragili e un passato coloniale irrisolto. Funziona benissimo se ha pochi abitanti e molta importanza geopolitica. Se poi è formalmente alleato di qualcuno, ancora meglio: la sorpresa moltiplica l’effetto.

Capitolo 2 – Dai un nome nobile all’operazione.
Mai chiamarla ingerenza. Usa parole che scaldano i cuori: “stabilità”, “riforme”, “valori”, “anticorruzione”. Se serve, aggiungi “sicurezza nazionale”. Con quella ci passa tutto. Anche ciò che non c’entra niente.

Capitolo 3 – Arruola gli intermediari.
ONG, fondazioni, programmi di scambio, think tank. Nessuno in divisa, nessun timbro ufficiale. Meglio se parlano la lingua dei diritti e dei workshop. Servono a mappare il territorio umano: chi conta, chi può contare, chi è comprabile.

Capitolo 4 – Seleziona l’élite locale.
Trova volti presentabili, possibilmente giovani, “riformisti”, con un inglese fluente e un curriculum internazionale. Non devono vincere subito: devono esistere. Il resto lo faranno i media.

Capitolo 5 – Allena la narrativa.
Costruisci un racconto semplice: il Paese è corrotto, inefficiente, in ritardo. Qualcuno dall’esterno può “aiutare”. Chi si oppone è “illiberale”, “autoritario”, “filo-qualcosa”. Funziona sempre. In Guatemala, in Iran, in Iraq, in Romania.

Capitolo 6 – Tocca l’economia, non il Parlamento.
Sanzioni mirate, aiuti selettivi, investimenti condizionati. La politica segue il denaro come l’ombra segue il corpo. Se serve, prometti sviluppo. Non importa mantenerlo: importa crederci il tempo necessario.

Capitolo 7 – Usa l’intelligence, ma senza far rumore.
Pochi uomini, contatti discreti, messaggi calibrati. Niente CIA con cappello e sigaro: meglio consulenti, analisti, “advisor”. In Afghanistan ci hanno messo vent’anni per capirlo. In Groenlandia hanno provato a far prima.

Capitolo 8 – Spingi verso elezioni “giuste”.
Giuste nel senso corretto. Monitorate, accompagnate, raccontate. Se vince il candidato sbagliato, ricomincia dal Capitolo 5. Se vince quello giusto, parla di “svolta storica”.

Capitolo 9 – Se qualcosa va storto, cambia nome.
Il nation shaping fallisce? Chiamalo “errore di valutazione”. O “complessità locale”. In Ucraina la complessità è diventata guerra. Ma il manuale non prevede autocritica: prevede reset.

Capitolo 10 – Non restare per i danni.
Quando il Paese implode, ritirati. Dì che “non era pronto”. Lascia il conto a chi vive lì. Il nation shaping non contempla manutenzione.

Appendice – La regola d’oro del Nation Shaping

La sovranità è sacra. Ma solo finché non intralcia. Se intralcia, diventa negoziabile. Se resiste, diventa un problema. Se crolla, una statistica. Questo manuale non è una teoria del complotto. È una prassi storica. Cambiano i presidenti, resta il metodo. Oggi l’Artico, ieri l’America Latina, domani chissà. E ogni volta ci dicono che è diverso. Ogni volta è uguale.

Il nation shaping non costruisce nazioni. Le usa. E quando non servono più, le archivia. Con una nota a piè di pagina: mission accomplished.

Related posts

Tre agenti, un’isola, una bugia: la Groenlandia come laboratorio CIA

Tutto pronto per UMBRIACON Festival Comics Arts & Games

Francesco. Da Nikos Kazantzakis a Francesco Grisi. La sacralità del mistero