Sicilia, il conto del “dopo Harry”: oltre mezzo miliardo stimato e una costa da ricucire

Tra voragini, lungomari distrutti e collegamenti interrotti, l’Isola misura i danni in milioni mentre la Regione prepara gli atti per l’emergenza nazionale. La vera sfida, adesso, è trasformare la ricostruzione in prevenzione

La Sicilia sta facendo i conti con il “dopo Harry” mentre le mareggiate si ritirano e resta, sulla linea di battigia, una geografia nuova: tratti di lungomare strappati via, voragini nell’asfalto, sottoservizi scoperti, impianti turistici compromessi, case e negozi allagati, collegamenti ferroviari e stradali interrotti. Tra il 19 e il 21 gennaio 2026 il ciclone Harry ha colpito con particolare violenza la fascia ionica e parte della Sicilia orientale; oggi, mercoledì 21 gennaio, i numeri cominciano a consolidarsi in una prima stima che, nelle dichiarazioni istituzionali, si aggira già nell’ordine di “oltre mezzo miliardo”.

Il punto, però, non è soltanto la cifra – che in questa fase è inevitabilmente provvisoria – ma ciò che compone quella cifra. Dentro ci sono infrastrutture pubbliche (strade, ferrovie, porti, reti idriche ed elettriche), patrimonio privato (abitazioni, condomìni, magazzini, negozi), economia della costa (turismo, balneazione, ristorazione, piccole imprese di servizio) e, in parallelo, l’entroterra agricolo che ha pagato vento e pioggia con serre danneggiate, coperture divelte, tetti scoperchiati. È un mosaico di danni “a strati”: i primi sono subito visibili e misurabili; gli altri – quelli indiretti – emergono nei giorni successivi, quando si sommano chiusure forzate, lavoro perso, catene logistiche spezzate.

Le immagini che arrivano dal litorale tra Messina e Catania dicono una cosa semplice e dura: l’acqua non è arrivata “dentro” la costa, in molti tratti la costa è diventata acqua. A Letojanni, nel Messinese, si parla di un primo conteggio tecnico superiore ai 10 milioni di euro: per circa 300 metri risultano distrutti muretto di protezione e sede stradale del lungomare, e le voragini avrebbero danneggiato in modo serio i sottoservizi – rete idrica, elettrica e del gas. Non è solo una strada da rifare: è un sistema di servizi da ricostruire sotto pressione, con tempi e costi inevitabilmente più alti.

Poco più a nord e a sud, nello stesso corridoio costiero, le cronache raccontano piattaforme sulla spiaggia e strutture leggere divelte, ristoranti e ritrovi danneggiati, tratti di litoranea cancellati o resi impraticabili. A Santa Teresa di Riva, Roccalumera, Mazzeo e nell’area taorminese la “conta” si somma alla gestione dell’emergenza: strade invase da sabbia e detriti, accessi alle spiagge compromessi, interventi ripetuti per liberare tombini e sottopassi, ripristinare i primi servizi essenziali. In alcuni centri, la giornata dopo la tempesta è fatta di sopralluoghi e ordinanze, più che di normalità.

Nel Catanese, la scena più ricorrente è quella del mare che supera i limiti e risale: onde e burrasca sul lungomare, tratti della carreggiata e della pista ciclabile interessati da cedimenti, allagamenti nelle zone più esposte. Il sindaco di Catania, Enrico Trantino, ha parlato della necessità di avviare la procedura per lo stato di calamità naturale e di una prima stima “su decine di milioni di euro” di danni, precisando che il conteggio definitivo richiederà tempo e verifiche.

C’è poi la partita dei collegamenti, che in Sicilia non è mai un dettaglio. Una delle notizie più allarmanti riguarda la linea ferroviaria tra Messina e Catania: i resoconti parlano di danni in più punti e, nel tratto di Scaletta Zanclea, di binari sospesi nel vuoto per alcuni metri. È un’immagine potente, ma è anche una diagnosi: lì non basta “ripulire”, serve ripristinare sicurezza e stabilità del sedime, con interventi che richiedono progettazione e tempi non banali. Ogni interruzione, in un territorio dove le alternative non sono infinite, diventa immediatamente costo sociale ed economico.

Sul versante istituzionale, la Regione ha messo in chiaro due priorità: gestione dell’emergenza e preparazione degli atti per chiedere al governo nazionale lo stato di emergenza. Renato Schifani, dopo le ore più critiche, ha ringraziato Protezione civile, volontari e amministrazioni locali, rivendicando che l’allerta e l’azione sul campo hanno contribuito a evitare vittime; contemporaneamente, ha richiamato la gravità dei danni su “oltre 100 chilometri di litorale ionico” e l’ordine di grandezza di “oltre mezzo miliardo” già nelle prime valutazioni.

Dentro quel mezzo miliardo convivono, inevitabilmente, più prospettive: politica, tecnica, economica. E qui è utile fare chiarezza. Una stima regionale tende a includere soprattutto costi di ripristino e messa in sicurezza di infrastrutture e impianti. Le stime settoriali aggiungono perdite economiche: chiusure forzate, merci rovinate, impianti compromessi, giornate di lavoro perse, prenotazioni cancellate. Confcommercio Sicilia, ad esempio, ha rilanciato una valutazione dei “danni diretti e documentabili” nell’ordine di mezzo miliardo, sottolineando l’impatto su commercio, turismo, servizi e artigianato.

Il turismo balneare, in Sicilia, vive di equilibri fragili: erosione costiera, manutenzione ordinaria spesso insufficiente, investimenti concentrati su pochi mesi. Harry ha reso questo fragile evidente. Le cronache parlano di stabilimenti turistici e balneari gravemente danneggiati o “spazzati via” lungo tratti di litorale, di accessi alle spiagge compromessi, di infrastrutture leggere distrutte. E quando saltano servizi e viabilità, salta anche la stagione: non tanto perché “mancano le sdraio”, ma perché manca la continuità di un territorio che deve essere raggiungibile, sicuro, funzionante.

Accanto alla costa, l’agricoltura ha pagato un prezzo che spesso finisce in coda alle notizie, ma nei territori significa reddito e sopravvivenza. Coldiretti ha avviato un monitoraggio dei danni: dal vento che abbatte serre e coperture, alle aziende agroittiche colpite, fino alla viabilità interna in tilt in varie aree dell’isola. È un fronte meno “fotografabile” del lungomare divelto, ma economicamente delicatissimo: una serra distrutta non è solo un danno strutturale, è una filiera che si interrompe, con effetti che arrivano settimane dopo.

Nel Siracusano e in altri tratti dell’interno, le cronache parlano anche di frane, smottamenti e alberi caduti su strade provinciali, con interventi ripetuti e chiusure temporanee. Presi uno a uno, questi episodi potrebbero sembrare “ordinari” in un inverno instabile; sommati, diventano un indicatore di resilienza territoriale: quante strade alternative esistono? Quanto rapidamente si ripristina un collegamento? Quanta manutenzione era già arretrata prima del ciclone?

Anche il dato meteorologico, pur non essendo il centro della cronaca economica, aiuta a capire perché i danni siano così elevati: si è parlato di mareggiate eccezionali e onde molto alte – in alcuni resoconti oltre i 10 metri – capaci di erodere in poche ore ciò che normalmente si consuma in anni. Quando un evento di questo tipo colpisce una costa già fragile, con tratti urbanizzati a ridosso del mare e opere di difesa non sempre adeguate, il risultato è una “spesa concentrata”: il territorio incassa insieme, in pochi giorni, ciò che non ha potuto prevenire in tempo.

Ecco perché la cifra “mezzo miliardo” non è un titolo ad effetto: è un indicatore di scala. Dice che l’impatto supera la capacità di risposta ordinaria di comuni e regione e richiede un salto di livello, amministrativo e finanziario. Ma proprio per questo, la fase che si apre adesso è la più delicata: quella in cui l’emergenza rischia di trasformarsi in un cantiere infinito. La Sicilia, in passato, ha già conosciuto la differenza tra “riparare” e “mettere in sicurezza”. Riparare rimette in piedi ciò che c’era; mettere in sicurezza riduce la probabilità che la prossima mareggiata produca lo stesso identico conto.

Le domande operative sono già sul tavolo, e dovrebbero guidare anche la discussione sui “milioni”. Prima: come si certificano i danni in modo uniforme, comune per comune, per non perdere tempo e non lasciare indietro chi non ha uffici tecnici strutturati? Seconda: quali interventi sono immediatamente cantierabili (messa in sicurezza, ripristino sottoservizi, protezioni provvisorie) e quali richiedono progettazione complessa (tratti ferroviari, consolidamenti, opere di difesa costiera)? Terza: come si protegge l’economia quotidiana, quella delle piccole attività che non possono permettersi settimane di stop? In mezzo a queste domande c’è uno snodo politico-amministrativo: la giunta regionale straordinaria convocata per giovedì 22 gennaio a Palazzo d’Orléans, che segna il passaggio dalla notte del soccorso ai mesi della ricostruzione.

Un altro elemento che emerge dalle cronache è la disomogeneità dell’impatto: l’Isola non è stata colpita “in modo uguale”. Nelle ricostruzioni giornalistiche si evidenzia che il previsto “colpo di coda” sul Nord-Ovest non si è materializzato come temuto e che Palermo e Trapani sono state sostanzialmente graziate rispetto agli scenari più pesanti, mentre l’urto si è concentrato lungo il corridoio ionico e sull’area orientale. Questo non riduce la gravità complessiva; la rende più chiara. Perché significa che i danni si addensano dove costa, viabilità e urbanizzazione sono più esposte e più ravvicinate.

L’emergenza, nelle ore più dure, ha avuto anche un volto umano e amministrativo: famiglie evacuate in alcune zone costiere, scuole chiuse in diversi comuni, servizi pubblici a singhiozzo. In vari centri dell’area ionica si sono sommati allagamenti e danni a strade e abitazioni, e in alcune zone si sono registrate criticità su luce e acqua. È la dimensione che spesso non entra subito nelle stime economiche, ma che pesa sulla vita quotidiana: quando mancano energia e servizi, si ferma tutto, e ogni giorno perso diventa costo aggiuntivo.

Nel frattempo, attorno ai numeri, si muove anche la politica. In queste ore si parla di emendamenti e proposte di stanziamento, come la richiesta di 100 milioni a favore dei Comuni danneggiati avanzata in sede regionale da esponenti del M5S. È un dibattito legittimo, ma qui la qualità sta nei criteri: dove vanno le risorse, con quale priorità, con quali vincoli di rendicontazione, e con quale equilibrio tra ristori e prevenzione. Perché un ristoro ripara una perdita; una prevenzione riduce la probabilità che la perdita si ripresenti identica alla prossima tempesta.

Il tema delle opere costiere è, infatti, la cartina di tornasole. Le mareggiate hanno colpito lungomari e litoranee, ma hanno messo sotto stress anche reti idriche, elettriche e del gas che corrono sotto l’asfalto, spesso in prossimità del mare. Quando un sottoservizio viene lesionato, non basta riasfaltare: bisogna intervenire sotto, coordinare gestori diversi, garantire sicurezza, e nel frattempo gestire disagi prolungati. È per questo che i “milioni” non sono soltanto il costo della ricostruzione visibile: sono il costo della complessità tecnica e amministrativa.

E poi c’è la mobilità, che tocca anche l’economia “di terra”. La ferrovia Catania–Messina non è solo un servizio per pendolari: è un asse per studenti universitari, lavoratori, turismo interno. Quando si interrompe, la pressione si riversa sulle strade già provate, e il costo sale: carburante, tempi, stress, ritardi. Nel breve periodo è una questione di viabilità; nel medio periodo è un fattore economico, perché influenza la capacità di un territorio di restare connesso.

È per questo che, oggi, parlare di “milioni di danni” non deve ridursi a una cifra tonda. I 10 milioni stimati per il solo lungomare di Letojanni sono un esempio: un comune che da solo non ha margini per un intervento di questa scala, soprattutto se deve anche sostenere le spese ordinarie e gestire altri danni diffusi. Allo stesso modo, “decine di milioni” per Catania – se confermati dalle perizie – implicano procedure complesse, perché riguardano un capoluogo con reti e infrastrutture stratificate e con un’interfaccia diretta tra città e mare.

La vera sfida, dunque, è evitare che il dopo Harry diventi un inventario sterile. Servono mappe pubbliche dei danni, cronoprogrammi, responsabilità chiare tra comuni, Città metropolitane, Regione, gestori di reti, RFI, autorità portuali, e una cabina di regia che non viva di comunicati, ma di verifiche periodiche. È anche un tema di fiducia: quando i cittadini vedono cantieri che durano anni e promesse che si sfilacciano, la frattura non è solo nell’asfalto, è nel rapporto tra comunità e istituzioni.

In questo senso, la notizia più importante non è soltanto che i danni “possono arrivare” a mezzo miliardo: è che, per una volta, il sistema ha dimostrato che l’allerta può salvare vite, ma adesso deve dimostrare che la ricostruzione può salvare futuro. Harry ha offerto una tregua sul fronte umano, evitando una tragedia; ma ha aperto un conto economico e infrastrutturale che, se non governato, rischia di trasformarsi in una nuova forma di fragilità permanente.

Ecco perché, mentre si stimano i milioni, vale la pena trattenere una lezione operativa: l’emergenza non finisce quando smette di piovere. Finisce quando il territorio torna sicuro, quando i servizi tornano stabili, quando le imprese possono lavorare senza paura del prossimo vento, quando una strada e una ferrovia non sono solo riparate, ma rese meno vulnerabili. Il dopo Harry, in Sicilia, sarà il banco di prova non solo della capacità di spesa, ma della qualità delle scelte.

E se c’è un punto da cui ripartire, è il legame tra persone e luoghi: perché una comunità che si organizza, segnala, controlla e partecipa è la prima vera opera di difesa costiera.

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