Le strade dell’Iran sono teatro di manifestazioni di massa da giorni, mentre una parte sempre più ampia della popolazione scende in piazza per protestare contro la grave crisi economica e la repressione del regime.

Le proteste, iniziate il 28 dicembre 2025, sono scoppiate in un contesto segnato da anni di difficoltà economiche, aggravate dalle sanzioni internazionali e da una corruzione diffusa che ha indebolito il sistema produttivo del paese. La drastica riduzione delle esportazioni di petrolio e gas, principali fonti di entrata dell’Iran, ha avuto conseguenze dirette sulle condizioni di vita della popolazione.

Secondo il Centro Statistico dell’Iran, l’inflazioneha raggiunto il 45% annuo a novembre 2025, mentre la svalutazione della valuta nazionale ha colpito duramente il potere d’acquisto dei cittadini. Il rial iraniano ha perso oltre il 70% del suo valore rispetto al dollaro statunitense nell’ultimo anno, rendendo per molti iraniani impossibile acquistare beni di prima necessità. Iprezzi di cibo, carburante e affitti sono aumentati in modo vertiginoso e la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ha raggiunto livelli critici: circa un giovane su quattro è senza lavoro, nonostante spesso possieda una laurea.

In questo contesto è nato un movimento di protesta eterogeneo, che coinvolge lavoratori, studenti, giovani laureati, donne, abitanti delle periferie urbane e membri di minoranze etniche. A unire queste diverse componenti sociali è una profonda rabbia nei confronti di un sistema percepito come incapace di garantire condizioni di vita dignitose e diritti fondamentali. Le richieste dei manifestanti vanno oltre l’emergenza economica: accanto alla domanda di salari più alti e di opportunità lavorative, emergono rivendicazioni politiche e civili, come maggiori libertà individuali, la fine della repressione, la lotta alla corruzione e riforme strutturali dell’assetto di potere.

La risposta delle autorità iraniane è stata dura e repressiva. Le forze di sicurezza e le milizie fedeli al regime sono intervenute per disperdere le proteste, ricorrendo a arresti di massa, all’uso della forza e a blackout informativi volti a impedire la diffusione delle notizie. Il bilancio delle vittime rimane tuttavia incerto. Le cifre variano sensibilmente a seconda delle fonti: mentre i dati ufficiali tendono a minimizzare, organizzazioni non governative e gruppi per i diritti umani parlano di migliaia di morti e di oltre diecimila arresti. L’assenza di trasparenza e le restrizioni imposte all’informazione rendono impossibile una verifica indipendente e definitiva dei numeri.

Tra le vittime figura anche Yassin Mirzaei, studente iraniano dell’Università di Messina, ucciso durante una protesta a Kermanshah il 9 gennaio. Mirzaei, 30 anni, aveva studiato Scienze Geofisiche per il rischio sismico a Messina e aveva deciso di partecipare alle manifestazioni nonostante i rischi. La sua morte ha suscitato profondo cordoglio nella comunità accademica e nella città siciliana, che ha espresso vicinanza agli studenti iraniani.

Un ruolo centrale nelle proteste è svolto dalle donne, la cui condizione resta uno degli aspetti più simbolici della repressione del regime. Dopo la caduta dello Scià di Persia nel 1979 e l’instaurazione della Repubblica islamica, molte libertà di cui avevano goduto in precedenza sono state progressivamente limitate. L’obbligo del velo, le restrizioni nella vita pubblica e privata e un sistema giuridico discriminatorio hanno segnato profondamente la società iraniana. Negli ultimi anni, e in modo ancora più evidente durante le proteste attuali, le donne sono diventate protagoniste della contestazione, sfidando apertamente le imposizioni e reclamando diritti, dignità e uguaglianza.

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La comunità internazionale ha reagito con dichiarazioni di condanna e appelli alla moderazione. In particolare, l’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Canada e diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno denunciato l’uso della violenza contro i manifestanti e chiesto il rilascio dei prigionieri politici. Anche le Nazioni Unite hanno espresso forte preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese, mentre alcuni governi hanno evocato l’ipotesi di nuove sanzioni mirate. Altri attori internazionali mantengono invece un atteggiamento più cauto, privilegiando considerazioni geopolitiche ed economiche.

La risposta del governo iraniano sarà determinante per il futuro del paese.

Le proteste rappresentano un momento cruciale della storia recente dell’Iran, in cui una parte significativa della popolazione chiede cambiamenti profondi e la fine di un sistema autoritario. Tuttavia, il potere sembra deciso a mantenere il controllo con ogni mezzo. Il futuro dell’Iran resta così appeso a un filo, sospeso tra la richiesta di riforme e la rigidità di un regime sempre più isolato.

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