Caffè e cioccolato volano: Bruxelles, norme e rincari

di Mimma Cucinotta e Vincenzo Lisciani

Cosa c’è dietro alla lotta alla deforestazione sullo sfondo del regolamento UE 2023/1115, su caffè e cacao. Multinazionali e grandi industrie privilegiate, piccoli coltivatori del Sud del mondo e PMI schiacciati. Per i consumatori  prezzi ad alta quota

24 gen. 2026  –  Negli ultimi ventiquattro mesi caffè e cioccolato hanno preso il volo… ma purtroppo solo nei prezzi. Nei supermercati, al bar e nelle pasticcerie, le tavolette e il caffè costano diversi euro in più rispetto al 2022, e non solo per i grandi brand o le marche storiche. Il rincaro colpisce tutti, dai prodotti sugli scaffali ai caffè serviti al tavolo, mentre piccoli coltivatori e piccole imprese si trovano a fare i conti con regole complesse e certificazioni sempre più impegnative.
Molti indicano la borsa di Amsterdam come responsabile, ma oggi quella borsa non esiste più come mercato fisico e non decide direttamente i prezzi del cacao o del caffè. Resta un punto logistico e finanziario per futures e derivati legati alle materie prime, dove la scarsità può facilmente spingere i prezzi verso l’alto. Dietro tutto questo ci sono mercati internazionali, multinazionali e il regolamento europeo UE 2023/1115.
L’Europa ha deciso di intervenire nella battaglia contro la deforestazione. Con il regolamento UE 2023/1115, Bruxelles vieta l’ingresso nel mercato europeo di caffè, cacao e altre materie prime senza una certificazione rigorosa sulla provenienza dei terreni di coltivazione.
Qui sta un punto decisivo. Non si tratta di una direttiva, che lascia ai singoli Stati margini di adattamento e tempi di applicazione, ma è stato emanato un regolamento che vale subito e allo stesso modo per tutti. Le regole entrano in vigore contemporaneamente in tutta l’Unione e si applicano lungo l’intera filiera del caffè e del cacao, senza distinzioni tra grandi gruppi industriali e piccoli produttori, tra economie forti e contesti fragili.
L’obiettivo è fermare l’avanzata delle piantagioni sulle foreste tropicali e ridurre l’impatto dei consumi occidentali.
Spieghiamo meglio il concetto.  Per deforestazione non si intende il semplice taglio degli alberi, ma la conversione permanente di foreste naturali in terreni agricoli o produttivi, con perdita irreversibile di biodiversità e capacità di assorbire CO₂. Il fenomeno riguarda soprattutto le aree tropicali e subtropicali, dove l’espansione agricola rappresenta spesso l’unica risposta alla povertà.

Per il cacao, i Paesi maggiormente coinvolti sono Costa d’Avorio e Ghana, che insieme producono oltre il 60% della produzione mondiale, seguiti da Nigeria e Camerun. Per il caffè, le aree più sensibili sono Brasile, Vietnam, Colombia, Etiopia, Honduras e Perù.
È qui che negli anni la domanda ha spinto le coltivazioni a espandersi a scapito delle foreste.

Eppure, come spesso accade, le buone intenzioni non coincidono sempre con i buoni risultati.

Dietro la parola chiave della nuova normativa – sostenibilità – si nasconde una realtà più complessa. Il regolamento non vieta in quanto tali il caffè o il cacao, ma ne condiziona l’accesso al mercato europeo al rispetto di una procedura di controllo estremamente articolata, che richiede certificazioni, tracciabilità e documentazione tecnica avanzata. Un sistema che, nei fatti, risulta inaccessibile per milioni di piccoli coltivatori del Sud del mondo.

Per vendere in Europa, oggi, non basta più coltivare. Bisogna dimostrare, con mappe satellitari, coordinate geografiche, documentazione legale e tracciabilità digitale, che ogni chicco o fava non provenga da terreni deforestati dopo il 2020.
Per una multinazionale si tratta certamente di un investimento.  Invece per un contadino in Etiopia o in Costa d’Avorio un processo così articolato si trasforma in un ostacolo.  Sovente l’azzeramento di una micro attività. Che si traduce nell’affamare i coltivatori e le loro famiglie.
Una barriera dunque, che
colpisce anche le piccole e medie imprese europee che importano, trasformano e lavorano caffè e cacao su scala artigianale o semi-industriale. Torrefazioni indipendenti, piccoli importatori, aziende familiari del cioccolato non dispongono delle strutture legali, finanziarie e tecnologiche delle grandi industrie. Per loro, la compliance significa costi elevati, dipendenza da consulenti esterni, riduzione dei fornitori e spesso rinuncia ai rapporti diretti con cooperative e piccoli coltivatori.

Spesso l’unica alternativa diventa rifornirsi dai grandi gruppi già certificati, perdendo autonomia, identità e margini.
Chi non può permettersi la certificazione viene escluso dal mercato europeo o costretto, quando va bene,  a vendere a intermediari e grandi gruppi che dispongono degli strumenti necessari.
In questo modo una norma pensata per tutelare l’ambiente finisce per concentrare il mercato, rafforzando il potere delle grandi industrie del cacao e del caffè e riducendo l’autonomia dei produttori locali e delle PMI.

È chiaro, anche a chi di economia possiede poche conoscenze che limitare l’offerta crea scarsità.
E,  guarda un pò, nei mercati internazionali, la scarsità alimenta la finanza. Qui entra in gioco un altro elemento.
I grandi gruppi e gli investitori istituzionali operano sui futures, contratti finanziari che scommettono sui prezzi futuri delle materie prime. Meno prodotto certificato circola, più i prezzi oscillano e più la speculazione trova spazio. Il prezzo del cacao e del caffè può salire senza che aumenti il reddito di chi li coltiva e senza che le PMI ne traggano benefici.
La sostenibilità diventa una variabile finanziaria, non sociale. In pratica, si tutela la foresta, ma non chi vive ai suoi margini e chi lavora lungo la filiera corta.

Nessuno mette in discussione l’importanza di fermare la deforestazione. Ma una transizione che ignora le disuguaglianze rischia di escludere chi già vive ai margini.
Il regolamento UE in questione, non prevede fondi per aiutare i piccoli coltivatori, né strumenti per sostenere le PMI, né tutele sui prezzi, né controlli reali sull’uso speculativo delle materie prime agricole. Il risultato è un ambientalismo normativo dominante, con standard europei applicati a economie fragili, spesso segnate da povertà, instabilità politica e assenza di infrastrutture.
Emerge dunque, una sostenibilità che funziona nei palazzi di Bruxelles e nei consigli di amministrazione, ma devasta campi e laboratori delle piccole imprese.

L’Unione Europea si atteggia a leader della transizione verde, ma lo fa imponendo nuove norme che strangolano piccoli coltivatori e piccole imprese, sia nel Sud del mondo sia in Europa. I più penalizzati sono chi lavora con mezzi limitati, mentre i privilegiati restano le multinazionali e i grandi gruppi industriali.
Così il caffè e il cioccolato che arrivano sulle nostre tavole appaiono  “ verdi e puliti ” sulla carta, ma amari per chi li produce e per chi li trasforma fuori dalle logiche dei grandi gruppi.

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