Donald Trump ama vantarsi. D’altronde è un vezzo tutto americano, anche Obama, Biden, Clinton, Bush e chi li ha preceduti facevano lo stesso.
Il Tycoon, dicevamo: dice che l’America ha armi segrete, soldati imbattibili, operazioni chirurgiche. Dice che il colpo in Venezuela è stato un capolavoro militare. Dice tutto, tranne l’unica cosa vera. Che non è servito sparare. Perché la guerra era già stata vinta prima. A tavolino. A colpi di accordi. Di soldi. Di impunità promessa.
In Venezuela non c’è stata una battaglia. C’è stata una consegna. Il presidente Maduro non è caduto sotto il fuoco nemico. È stato ceduto. Consegnato dai suoi stessi vertici militari, quelli che Trump oggi chiama “pragmatici”, “responsabili”, “collaborativi”. Gli stessi che fino al giorno prima venivano descritti come fedelissimi del regime. Fedelissimi, sì. Al denaro. E all’amnistia.
Perché questa è la vera arma segreta americana. Non i droni invisibili, non le forze speciali, non le tecnologie fantascientifiche che Trump ama evocare per impressionare i suoi elettori. L’arma è sempre la stessa da settant’anni: comprare chi comanda, promettere impunità a chi ha le mani sporche, garantire potere a chi accetta di cambiare padrone senza cambiare uniforme.
I generali venezuelani non hanno difeso il loro presidente. Non perché fossero pacifisti. Non perché credessero nella democrazia. Ma perché avevano un accordo. Un accordo chiaro: Maduro consegnato, nessuna resistenza, nessun colpo sparato. In cambio, amnistia totale. Immunità per i crimini passati. Potere intatto. Poltrone salve. Gradi confermati. Carriere garantite.
Crimini quali. Quelli per cui gli stessi vertici militari venezuelani erano stati accusati dalle Nazioni Unite di crimini contro l’umanità. Torture. Repressioni. Esecuzioni. Sparizioni. Tutto cancellato con un colpo di spugna. Non da un tribunale. Ma da Washington.
E Trump, coerente come sempre, non fa nemmeno finta di indignarsi. Anzi. Si vanta del rapporto “eccellente” con il nuovo leader venezuelano scelto dagli Stati Uniti. Lo loda. Lo accredita. Lo benedice. Perché non serve che sia legittimato dal popolo. Basta che sia legittimato dal Dipartimento di Stato.
La narrativa ufficiale parla di “transizione democratica”. È la stessa parola usata in Iraq. In Siria. In Libia. Ovunque gli Stati Uniti abbiano esportato democrazia lasciando dietro macerie, petrolio e governi telecomandati. La democrazia, quando passa dagli USA, arriva sempre dopo il conto economico.
Trump parla di abilità militare. Ma se davvero l’operazione fosse stata militare, qualcuno avrebbe sparato. Invece no. Le caserme sono rimaste chiuse. I carri fermi. Gli ufficiali al loro posto. Perché il vero lavoro lo aveva fatto la CIA. Non sul campo. Nei conti correnti. Nelle trattative riservate. Nei dossier di ricatto. Nelle promesse di salvezza personale.
Altro che armi segrete. Qui l’unico segreto è che non c’è nessun segreto. È il solito format americano: corruzione, pressione, finanziamenti all’opposizione, legittimazione del tradimento, amnistia per i carnefici utili, retorica democratica per i giornali. Il tutto condito con qualche conferenza stampa muscolare per uso interno.
Il Venezuela non è stato liberato. È stato ristrutturato. Come un’azienda acquisita. Si cambia l’amministratore delegato, si lasciano intatti i quadri dirigenti, si azzera il passato e si riparte come se nulla fosse successo. Tranne per chi ci ha creduto davvero. Per il popolo. Che non ha deciso niente.
Trump può continuare a raccontare la favola dei soldati invincibili. Ma la verità è più semplice e più sporca. Gli Stati Uniti non vincono perché combattono meglio. Vincono perché pagano meglio. E perché promettono ciò che nessun tribunale internazionale concede: l’oblio.
Questa non è geopolitica. È compravendita di Stati.
E la chiamano democrazia solo perché suona meglio di “occupazione con ricevuta”.