Via i figli ai genitori: quando la tutela diventa violenza

La storia della famiglia nel bosco è purtroppo diventata un manuale pratico di tutela al contrario: prima il trauma, poi la giustificazione

La famiglia nel bosco non è più solo una storia di scelte di vita non conformi. È diventata il racconto di un meccanismo che, una volta messo in moto, sembra non voler più tornare indietro.

I bambini oggi si trovano in una comunità non perché siano stati accertati abusi, violenze o reali condizioni di pericolo, ma perché qualcuno ha deciso che quelle vite non rientrano in un modello ritenuto accettabile.

E qui nasce il sospetto più inquietante. Che giudici e servizi sociali non stiano più cercando il benessere dei minori, ma il pretesto. Il famoso pelo nell’uovo, scavato con ostinazione, quasi con accanimento, fino a trasformare ogni reazione emotiva in una prova, ogni disagio in una conferma, ogni lacrima in una giustificazione retroattiva.

È un paradosso crudele. I bambini vengono allontanati “per tutelarli” e poi messi in una condizione di sofferenza tale da produrre esattamente quel disagio che serve a dire: vedete, stanno male. Stanno male perché sono stati separati. E la separazione diventa così la causa e allo stesso tempo la prova della sua presunta necessità.

Il risultato è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare senza ideologia. Due genitori che soffrono. Tre bambini che soffrono. Bambini che iniziano a prendersela con la madre, non perché lei li abbia abbandonati, ma perché non capiscono perché non li porti via. Una dinamica psicologica elementare, prevedibile, studiata da chiunque abbia mai messo piede in un’aula di psicologia dell’età evolutiva.

Eppure proprio questa sofferenza rischia di diventare l’argomento finale per chi ha già deciso. Più cresce la tensione, più aumenta la distanza emotiva, più diventa facile dire che il legame si sta deteriorando. Un legame che si sta deteriorando perché è stato forzatamente spezzato. Un cortocircuito che assomiglia sempre meno a una tutela e sempre più a un atto di forza.

Un atto non necessario. Non richiesto. Non urgente. Ma arrogante. Figlio di una ideologia radical chic che pretende di “salvare” i bambini da famiglie povere, atipiche, fuori standard, mentre chiude entrambi gli occhi davanti a disagi ben più gravi purché ben confezionati, benestanti, ben inseriti.

Qui non c’è prevenzione. C’è imposizione. Non c’è protezione. C’è esercizio di potere. Un potere che sembra quasi nutrirsi del caos emotivo che esso stesso produce, perché dal caos trae legittimazione.

E allora la domanda, scomoda ma inevitabile, va posta. A chi giova tutto questo. Di certo non ai bambini. Di certo non ai genitori. Forse solo a un sistema che, una volta avviato, non sa più fermarsi senza ammettere di aver sbagliato.

E ammettere l’errore, si sa, è l’unica cosa davvero imperdonabile in certi uffici.

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