Oltre il perlage: il viaggio di Cantina Bellavista tra radici e avanguardia

Ci sono luoghi che, prima ancora di diventare cantina, sono un’ idea di convivialità.

Bellavista nasce così: nel 1977 Vittorio Moretti decide di trasformare una passione personale in un vino pensato per la condivisione, da vivere in famiglia e tra amici. La produzione è familiare, poco più di cento bottiglie. Un gesto semplice, ma già orientato a un’idea precisa di tempo, di misura e di stile.  

La scelta del luogo non è casuale. La collina morenica da cui tutto prende avvio, chiamata non a caso Bellavista, domina il Lago d’Iseo e si apre verso la Pianura Padana; la sua origine glaciale e la vicinanza delle Prealpi Bresciane contribuiscono a creare un microclima equilibrato, mitigato da correnti fresche che favoriscono lente maturazioni e preservano l’acidità delle uve. È qui che il sogno si radica e comincia a prendere forma, alimentato da quell’“ingegno che ha molte forme ma sempre la stessa scintilla”, espressione della visione di Vittorio Moretti.

Il passaggio decisivo arriva all’inizio degli anni Ottanta. Nel 1981 il progetto si struttura e prende ufficialmente avvio la produzione di Franciacorta Metodo Classico. Fondamentale è l’incontro tra Vittorio Moretti e l’enologo Mattia Vezzola, una collaborazione destinata a segnare profondamente l’identità della cantina. Da quel dialogo nasce uno stile riconoscibile, fondato su finezza, freschezza e precisione espressiva, che negli anni diventerà la cifra distintiva di Bellavista nel panorama delle bollicine italiane.

La filosofia produttiva parte, inevitabilmente, dalla vigna. La Franciacorta è una terra “inventata dal ghiaccio”: un anfiteatro morenico modellato dalle glaciazioni, caratterizzato da una straordinaria varietà pedologica. Suoli ricchi di limo, sabbie e scheletro, poveri di argilla, capaci di dare espressioni diverse e complementari. Bellavista interpreta questa complessità attraverso una viticoltura di precisione, rigorosamente manuale, nel pieno rispetto del disciplinare Franciacorta.

Qui prende senso la figura del vigneron: uomini che, anno dopo anno, si prendono cura delle stesse piante, leggendo segnali impercettibili a occhi meno esperti. “Noi alleviamo le vigne”, si dice a Bellavista, a sottolineare un rapporto che va oltre la tecnica e diventa responsabilità quotidiana. Anche la potatura è un mestiere, affidato a mani esperte che operano sugli stessi filari, in una continuità rara nel mondo contemporaneo.

La vendemmia è il momento della decisione finale. Camminare la terra, assaggiare gli acini, incrociare dati analitici e sensibilità umana per decretare l’istante perfetto. La raccolta manuale impone tempi rigorosi: le uve devono giungere in cantina entro poche ore, integre, per preservarne l’identità. È da qui che nasce la complessità dei vini base, fondamentali per l’equilibrio delle cuvée.

In cantina, l’enologia si fa “gentile”. Le fermentazioni avvengono sia in acciaio inox, per mantenere tensione e purezza aromatica, sia in piccole botti di rovere, scelte con attenzione per conferire profondità senza sovrastare il carattere del vino. Ogni base ha una voce propria e richiede un’interpretazione diversa: nessuna formula fissa, ma un ascolto costante della materia. L’assemblaggio delle cuvée diventa così una vera e propria partitura, riscritta ogni anno nel rispetto della vendemmia e dello stile della casa.

La seconda fermentazione e il lungo affinamento sui lieviti avvengono nel silenzio delle gallerie sotterranee: oltre due chilometri di tunnel scavati nel cuore della collina, dove temperatura e umidità restano naturalmente costanti, senza ricorrere a condizionamenti artificiali. È qui che il tempo lavora lentamente, lontano dalla luce e dal rumore, fino alla sboccatura tradizionale. Il remuage, eseguito prevalentemente a mano, e la sboccatura alla volée delle riserve raccontano una scelta precisa: mettere l’uomo, e non la macchina, al centro del processo creativo.

Anche l’identità visiva contribuisce a rendere Bellavista immediatamente riconoscibile. La bottiglia dalla forma iconica, brevettata da Vittorio Moretti alla fine degli anni Settanta, è diventata nel tempo un simbolo di eleganza e coerenza stilistica nel panorama internazionale del Metodo Classico. In questa ricerca si inserisce anche l’attenzione ai grandi formati: Bellavista è stata tra le prime realtà italiane a investire con decisione nelle bottiglie superiori ai 75 cl, in particolare nelle Magnum, affrontando e superando le complessità tecniche legate alla pressione e alla tenuta del vetro, senza rinunciare alla forma iconica della cuvée.

Oggi Bellavista si estende su oltre 200 ettari vitati e produce circa 1,8 milioni di bottiglie all’anno, distribuite in tutto il mondo. Etichette come Alma Grande Cuvée, Satèn, le Riserve e i grandi formati Magnum raccontano una visione che non ammette compromessi sulla qualità, ma che sa rinnovarsi restando fedele alle proprie radici. 

Dal 2021 la cantina ha vissuto un passaggio cruciale con il ricambio generazionale: la guida dell’azienda è affidata a Francesca Moretti, già da tempo coinvolta nelle scelte strategiche del gruppo. Una continuità naturale, che guarda al futuro custodendo l’eredità del fondatore. Accanto a lei, nel ruolo di mentore e consigliere strategico, Richard Geoffroy, storico Chef de Cave di Dom Pérignon fino al 2018: un dialogo ideale tra Franciacorta e Champagne, nel segno dell’eccellenza.

La degustazione permette di cogliere con      chiarezza la coerenza stilistica della cantina: il Satèn si distingue per la sua trama setosa e la precisione del perlage; il Teatro alla Scala esprime equilibrio e compostezza, con un profilo elegante e misurato; il Rosé unisce intensità e finezza senza mai perdere tensione; il Pas Operé, infine, rappresenta la sintesi più alta della filosofia Bellavista, capace di restituire il territorio con rigore e profondità, senza mediazioni.

Nel calice, le diverse espressioni di Bellavista parlano la stessa lingua: quella dell’equilibrio, della continuità e del rispetto del tempo. Una filosofia che rifugge le scorciatoie e affida alla pazienza il compito di completare ciò che l’uomo ha solo iniziato.

Perché, come afferma Vittorio Moretti, “l’ingegno ha molte forme ma sempre la stessa scintilla”.

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