La grazia, secondo Sorrentino: quando il potere chiede di tornare umano

Sotto la superficie della politica, un film che parla di coscienza, fragilità e responsabilità: la “grazia” come scelta che non tradisce le persone

Ci sono film che raccontano una storia e film che, con la scusa di una storia, ti consegnano una domanda. La grazia di Paolo Sorrentino appartiene alla seconda categoria: non cerca l’effetto, non rincorre lo slogan, non si accontenta di dire “come va il mondo”. Preferisce chiederti che cosa succede dentro una persona quando la responsabilità supera l’ego, quando il ruolo diventa una corazza e, allo stesso tempo, una prigione.

Sorrentino, qui, sembra interessato a un paradosso preciso: più un uomo sale in alto, più rischia di perdere contatto con ciò che lo rende umano. Perché il potere è anche isolamento, esposizione continua, paura di sbagliare. È il sospetto permanente che la fragilità sia una colpa. E così la politica – invece di restare relazione, servizio, cura – diventa spesso immagine da difendere, equilibrio da non rompere, meccanismo da reggere. Finché, un giorno, ti accorgi che stai governando tutto tranne te stesso.

La parola “grazia” si muove tra due mondi. Da un lato richiama l’atto istituzionale, la dimensione del diritto e dell’autorità. Dall’altro si fa esperienza interiore: quella possibilità rara di non irrigidirsi, di non trasformare la coscienza in una formalità, di restare persone anche mentre si decide. È qui che il film lascia il segno: nella tensione tra ciò che è legittimo e ciò che è giusto; tra ciò che “si può” e ciò che “si deve”; tra la necessità di apparire impeccabili e il bisogno, più profondo, di non diventare disumani.

Sorrentino non offre soluzioni. Non fa propaganda e non fa catechismo. Fa qualcosa di più scomodo: mostra il costo emotivo e spirituale delle scelte, quel prezzo che non finisce nelle conferenze stampa e non entra nei comunicati. E ci suggerisce che la grazia non è un premio per i perfetti, ma una crepa nella durezza, un varco nella paura, un ritorno al reale. È la possibilità di non usare il potere come scudo contro la vita.

In tempi in cui tutto è commento immediato, La grazia chiede lentezza. Chiede di ascoltare ciò che resta sotto la superficie: il bisogno di verità, la domanda di senso, il desiderio di essere responsabili senza perdere l’anima. E alla fine, più che raccontare la politica, il film sembra dirci questo: la vera autorità non è dominare, è reggere il peso senza smettere di sentire. Perché quando si smette di sentire, si smette anche di servire.

@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella

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