di Francesco Mazzarella
Oggi, 27 gennaio, celebriamo il Giorno della Memoria. E ogni anno rischiamo lo stesso equivoco: pensare che sia un “momento di commemorazione” e basta. Un appuntamento necessario, certo, ma confinato a una liturgia civile che dura il tempo di un discorso, di un post, di una cerimonia. In realtà, il Giorno della Memoria è molto più scomodo e molto più attuale: ci chiede di guardare in faccia non solo ciò che è accaduto, ma soprattutto ciò che può sempre riaccadere quando una società smette di riconoscere l’umano nell’altro.
La data non è casuale: il 27 gennaio 1945 Auschwitz venne liberata. Quell’apertura dei cancelli non liberò solo i sopravvissuti: scoperchiò la menzogna più pericolosa del Novecento, quella che aveva reso “normale” l’abisso. La Shoah non fu un improvviso scatto di follia collettiva: fu un processo. Prima la propaganda, poi le leggi, poi l’abitudine, poi la disumanizzazione, poi la macchina dello sterminio. È questo, forse, il punto più duro: il male non si presenta sempre con un volto mostruoso; spesso si presenta con un volto amministrativo, efficiente, “ragionevole”. E cresce dove la coscienza si addormenta.
In Italia il Giorno della Memoria, istituito per legge, richiama anche una responsabilità specifica: le leggi razziali, le persecuzioni, le deportazioni, la complicità o l’acquiescenza di pezzi di istituzioni e società. Non per coltivare colpe ereditarie, ma per evitare l’autoassoluzione. Perché la memoria, se è vera, non è un dito puntato solo “contro”: è uno specchio rivolto “verso”. Ci domanda: quali parole stiamo usando oggi? Quali etichette stiamo appiccicando alle persone? Quali vite consideriamo meno degne, meno credibili, meno importanti? E soprattutto: quale indifferenza stiamo accettando come prezzo della nostra tranquillità?
Ecco perché oggi è importante. Perché viviamo un tempo in cui l’odio non è sparito: si è aggiornato. Cambia linguaggio, cambia piattaforme, cambia bersagli, ma mantiene la stessa struttura: ridurre l’altro a un bersaglio. Oggi la disumanizzazione può passare da uno schermo, da un commento, da una battuta “tanto per”, da una notizia distorta condivisa senza verificare. E se c’è un terreno fertile per la violenza, è proprio la banalizzazione. Quando l’insulto diventa costume, quando lo stereotipo diventa intrattenimento, quando il capro espiatorio diventa scorciatoia emotiva per non affrontare la complessità.
Il Giorno della Memoria ci educa anche a riconoscere i segnali. Non quelli grandi, eclatanti, che arrivano quando il disastro è già in corso. I segnali piccoli: l’idea che alcuni “valgano meno”; il sospetto trasformato in identità; la paura usata come leva politica; la bugia ripetuta finché diventa senso comune; la cultura del “se la sono cercata”; il cinismo come maschera di intelligenza; la crudeltà travestita da realismo. Sono anticorpi che si costruiscono prima, non dopo.
C’è un’altra ragione, ancora più urgente: la memoria oggi è sotto attacco. Non solo con il negazionismo esplicito, ma con forme più sottili: la relativizzazione (“è successo a tutti”), la saturazione (“basta, ne parlate sempre”), lo spostamento (“parliamo d’altro”), la competizione delle sofferenze (“perché ricordare loro e non altri”), fino alla distorsione che trasforma le vittime in pretesti e la storia in arma. Il Giorno della Memoria ci ricorda che la verità storica non è un’opinione e che la dignità umana non è negoziabile.
E poi c’è una dimensione che spesso dimentichiamo: la memoria non serve solo a “non ripetere”. Serve a ricostruire. Perché dove una comunità perde memoria, perde anche legami. Una società senza memoria è una società senza bussola: diventa più manipolabile, più rabbiosa, più fragile. Ricordare significa custodire un patrimonio di umanità: le scelte di chi ha resistito, di chi ha nascosto, di chi ha disobbedito all’ingiustizia, di chi ha pagato per dire “no”. Non per creare eroi da celebrare, ma per ricordare che la responsabilità morale è possibile anche dentro la paura.
Qui entra in gioco un punto decisivo: la memoria è relazione. Non è un archivio freddo, è un patto tra generazioni. È la capacità di dire ai più giovani: “Questo è accaduto. E noi non vogliamo consegnarti un mondo dove l’odio è normale”. È un lavoro educativo che riguarda famiglie, scuole, media, istituzioni, comunità religiose e civili. E riguarda anche noi, nel modo in cui parliamo, scegliamo, condividiamo, reagiamo. Se la Shoah è stata resa possibile anche dalla disumanizzazione, allora la risposta non può essere solo culturale: deve essere profondamente umana. Una cultura della comunicazione che rimetta al centro il volto, la storia, il nome. Che non faccia dell’altro un’etichetta.
Per questo oggi il Giorno della Memoria non è una data “del passato”: è una soglia nel presente. Ci chiede di essere vigili, non isterici; lucidi, non cinici; fermi, non violenti. Ci chiede di riconoscere il confine sottile tra libertà di parola e odio, tra critica e persecuzione, tra sicurezza e discriminazione. Ci chiede di non accettare scorciatoie: perché le scorciatoie, nella storia, hanno spesso portato dritto verso il buio.
E allora, forse, il senso più vero di questa giornata è semplice e potentissimo: ricordare è scegliere. Scegliere l’umano. Scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Scegliere parole che non feriscono, informazioni verificate, dialoghi che non umiliano. Scegliere di difendere chi è vulnerabile, anche quando non conviene. Scegliere di non ridere dell’odio. Scegliere di non farci complici dell’indifferenza.
La memoria, se resta viva, non ci lascia come siamo. Ci rende più responsabili. Più capaci di sentire. E forse, proprio per questo, più capaci di speranza: una speranza concreta, che non nega il male ma lo contrasta, ogni giorno, con piccoli atti di dignità, verità e relazione.
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