A Roma e poi ad Agrigento in mostra “La magia del quotidiano”, dipinti e pastelli di Fausto Pirandello, nel cinquantenario della morte. Una retrospettiva essenziale per capire un artista che ha attraversato il Novecento senza indulgere a mode o a modernità. Una pittura colta e complessa, concepita come una forma di resistenza, nel ricordo della nuora Giovanna Carlino
Nel cinquantesimo anniversario della morte di Fausto Pirandello (1899–1975), l’Accademia nazionale di San Luca a Roma e il Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento offrono una doppia occasione per rimettere a fuoco una delle figure più autonome e radicali della pittura italiana del Novecento. La mostra a Roma fino al 28 febbraio e, poi, ad Agrigento dal 20 marzo al 2 giugno 2026 riunisce quasi trenta dipinti a olio e un numero significativo di pastelli, con particolare attenzione alle opere del secondo dopoguerra.
Curata da Fabio Benzi e Flavia Matitti, l’esposizione non si limita a una ricognizione celebrativa, ma propone una rilettura critica di un percorso rimasto troppo a lungo e inspiegabilmente nel cono d’ombra delle grandi narrazioni storiografiche.
Figlio terzogenito di Luigi Pirandello, Fausto ha dipinto sempre con uno sguardo obliquo: centrale per qualità e rigore, ma refrattario a scuole, etichette e programmi. Il suo realismo — termine inevitabile e, insieme, fuorviante — non è mai descrittivo, né consolatorio. È un realismo esistenziale, corporeo, tormentato, che guarda il mondo come una materia resistente, opaca, sottoposta a tensioni continue.
Il percorso del pittore si apre con le opere degli anni Venti, segnate da un rifiuto netto tanto del classicismo del “ritorno all’ordine” quanto delle semplificazioni novecentiste. I nudi e le figure di questo periodo, costruiti per masse compatte e cromie dense, rinunciano a ogni idealizzazione: il corpo è peso, superficie problematica, presenza ineludibile. Una pittura antiretorica che, per intensità dello sguardo, anticipa esiti ben più tardi del realismo europeo.
Il soggiorno parigino tra il 1928 e il 1930 rappresenta uno snodo decisivo. Dal punto di vista personale, perché Fausto si affranca dal peso del patriarca Luigi; un padre che otterrà il premio Nobel per la Letteratura nel 1934, ma già in quegli anni più che celeberrimo per teatro e narrativa; un padre capace anche di incombere sui dipinti del figlio, di discutere con competenza intorno alla pittura che lui stesso praticava. Una figura paterna, quella di Luigi, fin troppo presente nella vita del figlio minore Fausto. La fuga a Parigi per Fausto fu anche fuga d’amore con la donna della sua vita: Pompilia D’Aprile, bellissima modella di ascendenza popolare che il padre non avrebbe accettato. Il matrimonio con Pompilia, come la nascita del primo figlio, Pierluigi, il 5 agosto 1928, non furono comunicati al patriarca Luigi per lungo tempo. Lo ricorda Giovanna Carlino Pirandello, moglie di Pierluigi e fedele custode della memoria della famiglia nella bella casa-studio di Fausto sulle rive del Tevere. “Mio suocero fu tra gli artisti più significativi del Novecento italiano”, dice. E ricorda come una delle opere più significative della doppia mostra tra Roma e Agrigento, Donne con salamandra, rievochi proprio la nascita del marito con la presenza di due donne in un interno, la salamandra (che è presenza estiva per eccellenza) e la carta da gioco con il cinque di coppe, il giorno della nascita di Pierluigi. “Dopo l’esposizione a Parigi: Fausto Pirandello. La peinture et la condition humaine che si è tenuta all’Istituto italiano di Cultura dall’11 giugno al 3 ottobre 2025 – dice Giovanna Carlino Pirandello – sono certa che la mostra in corso La magia del quotidiano, contribuirà a valorizzare il percorso artistico di Fausto nella vicenda dell’arte del XX secolo”.
Gli anni a Parigi furono per Fausto Pirandello anche l’occasione per frequentare e immergersi nelle esperienze più significative dell’arte del primo Novecento. A Parigi, Fausto Pirandello entra in contatto con i grandi dell’epoca come Picasso, Braque, Cézanne e, soprattutto, con gli “Italiens de Paris”, come Giorgio De Chirico e Filippo de Pisis. Così Fausto Pirandello assimila, senza mai aderirvi del tutto, suggestioni diverse: la disciplina cubista dello spazio, le ambiguità surrealiste, la pittura carnale di Soutine, il classicismo sintetico di Derain. Ne nascono opere enigmatiche, sospese tra costruzione plastica e perturbazione iconica, in cui la figura è ancora riconoscibile ma già instabile.
Negli anni Trenta Pirandello diventa uno dei protagonisti della Scuola Romana, mantenendo però una posizione autonoma. I grandi dipinti del decennio, come La tempesta (1938), restituiscono una visione dolorosa e inquieta della realtà: figure travolte da forze naturali e storiche, immerse in una tensione che trasforma la scena in metafora. Non c’è denuncia esplicita, né commento ideologico, ma la percezione di un disastro imminente, di una frattura che attraversa il reale. Il secondo dopoguerra segna una nuova fase di rinnovamento. Pirandello elabora un linguaggio spesso definito “astratto-concreto”, in cui la realtà non viene negata ma ridotta a rapporti di forze, a strutture essenziali. Accanto a un intenso Autoritratto, la doppia mostra di Roma e Agrigento rivela il laboratorio intimo dell’artista: un lavoro incessante sulla forma, condotto senza concessioni. La tappa agrigentina dal 20 marzo aggiunge una dimensione ulteriore, legata alle radici siciliane della famiglia Pirandello. La luce, la terra del Kaos, il mare “d’Africa” affiorano come memoria sensoriale e visiva, elementi strutturali di una pittura che trova nel quotidiano la propria dimensione tragica. Un’esposizione essenziale per capire un artista che ha attraversato il Novecento senza piegarsi a sbandierate “modernità”. Un pittore che ha considerato, piuttosto, l’arte come una forma di resistenza: al gusto, alle mode, alle semplificazioni. E forse è proprio questa irriducibilità a renderlo oggi, ancora, necessario. © Riproduzione riservata