di Domenica Puleio
C’è un limite oltre il quale il silenzio diventa complicità e la programmazione diventa farsa. Quel limite è stato superato tra le pieghe della frana di Niscemi e il fango che il ciclone Harry ha scaricato sulle nostre coste. Mentre a Roma si discute di campate record e di “sfide ingegneristiche del secolo”, qui, nel messinese e nell’entroterra siciliano, la sfida del secolo è riuscire a farsi la doccia o arrivare a casa senza che una strada statale si sbricioli sotto le ruote.
Il paradosso siciliano è tutto qui: siamo pronti a investire 13,5 miliardi di euro per unire due sponde, ma restiamo incapaci di collegare una diga a un rubinetto. La recente frana di Niscemi non è un episodio isolato, è il “de profundis” di un territorio che non tiene più. È la dimostrazione che la fragilità geologica della Sicilia non è una variabile del progetto Ponte, ma il motivo per cui quel progetto, oggi, è fuori dal tempo.
Da messinese, la domanda sorge spontanea: come può il Ministro Salvini parlare di “salvezza dell’economia” tramite un’opera sospesa, quando l’economia reale – quella fatta di agricoltura nel nisseno e turismo nel messinese – affoga per la mancanza di barriere frangiflutti e sistemi di difesa del suolo che costerebbero una frazione di quel Ponte?
Diciamolo chiaramente, con i dati alla mano che chi governa conosce bene: la disponibilità economica non è il problema, è l’alibi. Mentre la Sicilia è in ginocchio, ci sono milioni di euro del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC) e del FESR incagliati in un labirinto di visti burocratici.
Le dighe siciliane sono ferme a causa di collaudi mai eseguiti da trent’anni.
I dissalatori, che dovrebbero essere la nostra assicurazione sulla vita contro la siccità, sono ostaggio di iter autorizzativi che sembrano scritti per non finire mai.
È inaccettabile che si gridi all’emergenza per “Harry” quando la vera catastrofe è una macchina amministrativa che spende più tempo a produrre carta che a muovere ruspe. Se i fondi per mettere in sicurezza i versanti di Niscemi o per rifare la rete idrica di Messina (che perde ancora il 52% dell’acqua immessa) restano bloccati, il Ponte non sarà un volano, ma una passerella su un deserto di macerie.
Non abbiamo bisogno di essere “salvati” da un’opera faraonica. Abbiamo bisogno che la politica ordinaria faccia cose straordinarie: pulire gli alvei dei fiumi prima che Harry diventi un killer, sbloccare i progetti dei bacini idrici, costruire barriere a mare che proteggano i nostri borghi.
L’esasperazione non nasce dalla mancanza del Ponte, ma dalla sensazione che si voglia costruire il tetto di una casa che ha le fondamenta marce. Chi gestisce la macchina tecnica sa che la vera ingegneria è quella che salva le vite oggi, non quella che promette gloria domani.
La Sicilia è stanca di essere un cantiere di sogni mentre è un cimitero di infrastrutture necessarie. I treni tra Messina, Catania e Palermo viaggiano ancora su tratte a binario unico o a velocità da secolo scorso;
Il territorio di Niscemi e del messinese ionico frana alla prima pioggia;
Le dighe non trattengono l’acqua e i dissalatori sono rottami di ferro.
Il Ponte, in questo contesto, non appare come una soluzione, ma come l’ennesima distrazione di massa. È l’opera che si vuole costruire sopra un’isola che sotto sta scomparendo. Spendere miliardi per una campata unica mentre le strade sottostanti cadono a pezzi e i rubinetti restano asciutti non è progresso: è esasperazione. È un insulto a chi ogni giorno deve fare i conti con l’isolamento di una terra che non ha bisogno di voli pindarici, ma di bulloni, cemento per le dighe e rispetto per la sua fragilità.
La Sicilia non ha bisogno di promesse d’acciaio che svettano sul mare, ma di una cura radicale per la sua terra e la sua acqua. Finché la burocrazia continuerà a strozzare i fondi e la politica a ignorare le frane di Niscemi o la sete dei messinesi, ogni grande opera resterà solo un monumento al nostro declino.
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