C’è un tic nervoso che colpisce l’opinione pubblica ogni volta che la Sicilia trema o affoga: puntare il dito contro l’abusivismo. È una reazione pavloviana, una spiegazione preconfezionata che serve a chiudere il caso in fretta. “Se lo sono cercato”, sussurra il resto del Paese. Ma la verità è più profonda, più amara e, soprattutto, molto più tecnica di così.
Prendiamo Niscemi. Dire che i crolli sono figli dell’abusivismo non è solo impreciso: è un insulto a una comunità che poggia su una terra fragile per natura. Tecnicamente, parliamo di formazioni di sabbie e argille che, sotto l’azione di una rete idrica colabrodo, si trasformano in sapone. Quando un intero quartiere scivola, non lo fa perché è “illegale”, ma perché il sottosuolo è stato abbandonato a se stesso. Le perdite occulte delle tubature comunali — infrastrutture pubbliche, non private — hanno scavato per anni il ventre della città. Dare la colpa all’abusivismo significa coprire il fallimento della gestione pubblica con la cenere del pregiudizio.
Quando il “Medicane” (l’uragano mediterraneo) scarica in sei ore la pioggia di un anno, la distinzione tra legale e illegale si annulla davanti alla fisica. Il dato tecnico è implacabile: i nostri torrenti sono stati dimensionati per un clima che non esiste più. Molte delle aree alluvionate sono zone “regolari” sulla carta, ma condannate dalla mancata manutenzione degli alvei e da una cementificazione che — pur essendo autorizzata — ha reso il suolo impermeabile come il vetro. Gridare all’abusivismo serve a non ammettere che dovremmo ridisegnare intere città per far fronte al cambiamento climatico.
La verità nelle notizie non è un vezzo da accademici, è un atto di giustizia. Continuare a narrare i disastri siciliani solo come “colpa dei furbi” ha un effetto perverso: anestetizza la politica. Se la colpa è del singolo cittadino che ha costruito dove non doveva, allora lo Stato si sente assolto dal non aver pulito i tombini, dal non aver consolidato i versanti, dal non aver investito in sensori geotecnici.
Dobbiamo pretendere una cronaca che abbia il coraggio della complessità. La Sicilia non è vittima della propria disonestà, ma di una fragilità geologica millenaria e di un’assenza di cura che dura da decenni.
@Riproduzione riservata