“Streets of Minneapolis” non chiede permesso: nomina, accusa, piange e resiste. E ci costringe a una domanda scomoda: quando lo Stato diventa paura, chi custodisce la dignità?
C’è un momento, in certe canzoni, in cui la musica smette di essere intrattenimento e torna a essere ciò che, in fondo, è sempre stata: un gesto pubblico. Non un post, non un’opinione gettata nel flusso, non una frase “da condividere”. Un gesto. Streets of Minneapolis nasce così: con l’urgenza di chi non vuole lucidare le parole, ma usarle come una lampada dentro una stanza piena di fumo. La nota con cui Bruce Springsteen l’ha accompagnata è, di fatto, un manifesto: scritta, registrata e consegnata al pubblico in un tempo strettissimo, come si fa con ciò che brucia e non ti lascia dormire. Non è la canzone “perfetta”, non è la canzone “eterna”. È la canzone necessaria, quella che si mette in mezzo prima che la polvere copra tutto.
E la prima cosa che colpisce è proprio la scelta di campo stilistica: non c’è allegoria. Non c’è il gioco dell’allusione, non c’è il “chi vuole capisca”. C’è la strada, c’è l’inverno, c’è una via chiamata per nome — Nicollet Avenue — e c’è un’immagine che pesa come una sentenza: “sotto gli stivali di un occupante”. Quando una canzone usa la parola occupazione, non sta descrivendo soltanto una scena: sta dichiarando un punto di vista morale. Significa che ciò che dovrebbe proteggere viene percepito come invasione; che ciò che dovrebbe garantire sicurezza viene vissuto come minaccia.
È un avvio che tiene insieme gelo e incendio, “fuoco e gelo”, come se la città fosse attraversata da due estremi: da un lato l’inverno che immobilizza, dall’altro la rabbia che incendia. La potenza della canzone sta nel far sentire, dentro la stessa inquadratura, sia la materia (la neve, il freddo, i cappotti, le cinture) sia la politica (le uniformi, le sigle, le catene di comando). Il brano non parla genericamente di “federali”: chiama in causa Department of Homeland Security e ICE. Fa una cosa che oggi, nell’epoca dell’ambiguità strategica e delle frasi che non si possono smentire perché non dicono nulla, è quasi scandalosa: dice troppo. E proprio per questo arriva.
Dentro quella cornice, compare il nome che la canzone trasforma in simbolo di potere: Donald Trump. Non viene trattato come un presidente, ma come un sovrano — “Re” — perché è così che, nella percezione di chi scrive, funziona un comando quando la politica smette di essere servizio e diventa culto. E allora la “legge”, ripetuta come formula, diventa sospetta. La canzone lo dice con una frase che ha il sapore del sarcasmo e dell’amarezza: “sono venuti… per far rispettare la legge. O almeno così dicono loro”. Il punto non è soltanto contestare un’azione: è contestare la narrazione che la giustifica.
Qui c’è un meccanismo che non riguarda solo gli Stati Uniti. Riguarda ogni democrazia quando entra in modalità emergenza: il linguaggio cambia. Parole come ordine, sicurezza, legalità, diventano un passepartout. E se le ripeti abbastanza, finiscono per sembrare sempre vere. Ma la canzone ci mette davanti a un dettaglio fondamentale: non è la parola “legge” a salvarti, è l’uso concreto che ne fai. Perché la legge può proteggere, ma può anche schiacciare. La linea di confine, spesso, non è scritta nelle norme: è scritta nella coscienza.
Nella seconda inquadratura, la canzone sposta lo sguardo dai “cappotti con le pistole” ai cittadini. E lo fa con un’immagine che, anche nella tua traduzione, funziona perché conserva il respiro corale: “i cittadini si sono schierati per la giustizia”. Qui non c’è il mito dell’eroe solitario. C’è un popolo. E un popolo, quando si schiera, non è mai soltanto una somma di individui: è un corpo relazionale. È gente che si riconosce, che si guarda, che si conferma a vicenda: “sono qui”. La canzone insiste sulle voci: “risuonavano nella notte”. È un dettaglio cruciale: prima ancora delle idee, ciò che resta è il suono di una comunità che non si arrende.
Poi arriva la frase che spacca il petto: “impronte insanguinate dove avrebbe dovuto esserci la misericordia”. Qui Springsteen fa un’operazione antica, quasi biblica, ma senza prediche: mette a confronto ciò che è e ciò che dovrebbe essere. La misericordia non è un sentimento astratto: è un comportamento. È il punto in cui il potere incontra la fragilità e decide di non distruggerla. Quando quel punto manca, non resta solo la violenza: resta il vuoto. E il vuoto, spesso, genera altra violenza.
A quel punto, la canzone pronuncia due nomi: Alex Pretti e Renée Good. È qui che il brano diventa, oltre che denuncia, anche memoria. E memoria significa una cosa semplice: resistenza all’oblio. Dire un nome in una canzone significa impedire che quella vita diventi solo statistica, solo “incidente”, solo “caso”. È un gesto di restituzione. È come dire: non vi riduco a una nota a margine. Vi riporto al centro. “Ricorderemo i nomi di chi è morto”: questa è la promessa più politica della canzone, più ancora dello slogan contro l’ICE. Perché chi controlla la memoria controlla il senso degli eventi. E chi perde la memoria perde la dignità.
Il ritornello, infatti, non è solo un ritornello. È un giuramento civile: “prenderemo posizione per questa terra e per lo straniero tra noi”. In poche parole, Springsteen ribalta la retorica classica della patria. Non è la patria contro lo straniero. È la patria che si misura dalla capacità di accogliere lo straniero senza disumanizzarlo. È una patria che non si definisce per esclusione, ma per responsabilità. È un patriottismo capovolto, e per questo potentissimo. Perché non chiede: “chi sei, da dove vieni, cosa meriti?”. Chiede: “come ti tratto quando sei vulnerabile?”. E questo, nel profondo, è un criterio etico universale.
Qui c’è anche un elemento sotterraneo che molti ascoltatori americani colgono al volo e che nella traduzione rischia di passare inosservato: il richiamo all’alba “in stile inno”, quel sapore da The Star-Spangled Banner che suona come ironia tragica. È come se la canzone dicesse: guardate che il problema non è “anti-americano”. Il problema è proprio l’America che si tradisce. La ferita, quando fa più male, è sempre interna.
Quando poi il testo entra nella parte più esplicita — quella in cui parla di “sicari/picchiatori federali”, di colpi al volto e al petto, di spari e di un corpo “nella neve” — la canzone gioca la sua carta più rischiosa: la precisione. È rischiosa perché la precisione non perdona: ti espone alle smentite, alle contro-narrazioni, alle accuse di propaganda. Ma è proprio così che funziona una protest song quando decide di essere contemporanea. Non si limita a evocare un clima: prende posizione sul fatto. E lo fa con una frase che suona come una radiografia del tempo: “basta non credere ai propri occhi”. Non è una battuta. È una diagnosi: quando la comunicazione istituzionale ti chiede di negare ciò che vedi, la crisi non è più solo politica. È relazionale. Si spezza la fiducia. E quando si spezza la fiducia, non è che “la società si polarizza”: la società si ammala. Perché senza fiducia, ogni parola diventa sospetta e ogni gesto diventa un’arma.
A quel punto, il brano decide di nominare ancora: compaiono Stephen Miller e Kristi Noem. Anche qui, nessuna metafora: responsabilità identificabili, volti e cognomi. È una scelta che alcuni giudicheranno “troppo”, ma è coerente con l’intenzione: non un canto generico contro il potere, bensì un atto d’accusa contro una stagione politica e i suoi interpreti. E, nel farlo, Springsteen compie un’altra operazione: sposta il conflitto dal piano delle tifoserie a quello della verità pubblica. Perché non sta dicendo “io non li voto”. Sta dicendo: “attenzione, qui si calpestano diritti”.
Ed è qui che la canzone apre un nodo che non possiamo liquidare con una battuta: “se la tua pelle è nera o marrone… puoi essere interrogato o espulso a vista”. Anche questo, nel bene e nel male, è un colpo di martello. È la denuncia del profiling come pratica possibile dentro un contesto di “guerra interna” contro un nemico costruito. Si può discutere su quanto sia fedele alla realtà concreta delle operazioni, si può obiettare, si può contestare. Ma intanto la canzone mette sul tavolo ciò che molte democrazie preferiscono non nominare: il fatto che i diritti, spesso, non cadono tutti insieme. Cadono a pezzi. Cadono per alcuni prima che per altri. Cadono come eccezioni che diventano regola.
E qui, da comunicatore relazionale, io non posso non vedere un punto decisivo: il potere più pericoloso non è quello che usa le armi. È quello che usa le parole per rendere le armi “normali”. “Uphold the law”, “far rispettare la legge”, è una frase perfetta perché è incontestabile… finché non guardi cosa succede nel concreto. È la frase che rende le azioni immuni dalla critica. È la frase che ti impedisce di fare domande. E invece, se c’è una cosa che questa canzone fa, è costringerci a fare domande.
Poi arriva lo slogan, la formula collettiva, il coro: “ICE out now”. È la parte più semplice e più potente. Semplice perché non ha bisogno di spiegazioni. Potente perché non nasce come opinione individuale: nasce come urlo di piazza. È il suono di una comunità che prova a darsi un centro mentre tutto si sbriciola: “il cuore e l’anima della nostra città resistono”. E resistere, qui, non è eroismo. È tenuta. È rimanere umani dentro una scena disumana. È non lasciare che la paura diventi identità.
Se guardiamo la canzone come un oggetto culturale, è interessante anche l’eco che porta nel titolo: “Streets of…”. Per chi conosce la traiettoria di Springsteen, quel “Streets” risuona come un rimando a un altro pezzo-simbolo, Streets of Philadelphia. Là era la strada come luogo della malattia, della solitudine, del giudizio. Qui è la strada come luogo della politica, dell’ordine armato, della comunità che resiste. In entrambi i casi, però, la strada è una cosa precisa: è il punto in cui l’America reale incontra l’America immaginata. E quando quelle due Americhe non coincidono più, nasce la frattura.
Ma attenzione: la canzone non si esaurisce nella rabbia. È questo, secondo me, il suo dato più “umano”. Perché non è un brano che gode della propria indignazione. Non è la rabbia performativa dei social, che dura un giorno e poi viene sostituita da un’altra. È una rabbia che si prende la responsabilità di restare. E restare significa anche fare spazio a una luce, per quanto sottile. La luce è nella promessa di memoria, nella scelta di stare “per lo straniero”, nella voce che attraversa “la nebbia di sangue” e non smette di cantare. Non è speranza ingenua. È speranza testarda.
E proprio qui si incastra un tema che ci riguarda da vicino, anche fuori dagli Stati Uniti: il rapporto tra cronaca e coscienza. Oggi la cronaca è ovunque, ma spesso non diventa coscienza. La vediamo, la scorriamo, la commentiamo, la dimentichiamo. La canzone, invece, fa il movimento opposto: prende un frammento di cronaca e lo trasforma in narrazione. E la narrazione, quando è fatta bene, non serve a convincerti: serve a farti sentire. È la differenza tra informazione e consapevolezza. Tra notizia e responsabilità.
Questa è, a mio avviso, la funzione più profonda di Streets of Minneapolis: non dirti cosa pensare, ma impedire che tu non pensi. Impedire l’anestesia. Perché il rischio più grande del nostro tempo non è la polarizzazione: è l’assuefazione. È l’abitudine al dolore degli altri. È la normalizzazione dell’eccezione. È l’idea che certi diritti siano “negoziabili” se hai paura abbastanza. E quando una comunità inizia a negoziare la dignità, non se ne accorge subito: se ne accorge dopo, quando il danno è già diventato cultura.
In tutto questo, la reazione politica alla canzone — dura, immediata, liquidatoria — è quasi parte integrante del fenomeno. Perché ci mostra che il punto non è discutere un brano come opera artistica. Il punto è che la canzone tocca un nervo. E quando tocchi un nervo, la prima risposta del potere spesso non è il confronto: è la delegittimazione. “È irrilevante”, “è inaccurata”, “è solo opinione”. Sono formule che non rispondono al merito, ma spostano l’attenzione. È un’altra lezione relazionale: quando non puoi negare l’impatto di un fatto, provi a negare la credibilità di chi lo racconta.
Qui entra in gioco anche la dimensione tecno-relazionale del nostro presente: la verità pubblica non è più un luogo, è un campo di battaglia. Video contro comunicati, testimonianze contro conferenze, frammenti contro cornici. E in quel campo di battaglia, l’algoritmo è un moltiplicatore: amplifica, deforma, polarizza, monetizza. Springsteen, con una canzone così, compie un gesto controcorrente: rallenta. Prende un evento che i social consumerebbero in 24 ore e lo obbliga a stare dentro un ascolto di alcuni minuti. È poco, sembra banale, ma è già una forma di resistenza culturale. Perché ascoltare è un atto. E oggi ascoltare davvero è raro.
E allora veniamo alla domanda che resta, quella che non possiamo delegare né all’artista né alle istituzioni: cosa facciamo noi con questa storia? La trasformiamo in contenuto o in coscienza? La usiamo per schierarci o anche per comprendere? Perché c’è un rischio reale, quando si parla di canzoni politiche: usarle come bandiere. E la bandiera spesso serve a non vedere l’altro. Ma questa canzone, a mio avviso, chiede l’opposto: chiede di guardare. Guardare le strade, guardare l’inverno, guardare i nomi. E guardare significa non semplificare, non disumanizzare, non ridurre la complessità a slogan… anche quando lo slogan è necessario per resistere.
Il punto, però, non è “avere ragione”. Il punto è una domanda che riguarda ogni democrazia: quanta paura serve perché una comunità accetti che alcuni diritti possano essere calpestati “per il bene comune”? E quanto è sottile il confine tra sicurezza e controllo, tra legge e abuso, tra ordine e disumanizzazione? Non è una domanda americana. È una domanda umana. È una domanda che torna ogni volta che qualcuno dice: “fidati, lo facciamo per proteggerti”, e intanto ti chiede di rinunciare a una parte di te.
Dentro questo scenario, la frase più luminosa del brano — paradossalmente luminosa, perché nasce nel buio — resta quella che tiene insieme terra e straniero. È una frase che, se la prendi sul serio, ti costringe a rivedere il concetto di casa. Casa non è solo un posto dove vivi. Casa è un luogo in cui sei riconosciuto. E riconoscere è un verbo relazionale: significa dire all’altro “tu esisti”, anche quando il mondo lo riduce a pratica, a fascicolo, a bersaglio, a problema. Se togli il riconoscimento, la casa diventa una prigione con le finestre chiuse.
Per questo Minneapolis, nella canzone, non è soltanto una città. È uno specchio. È la domanda su cosa succede quando il potere non si limita a gestire, ma pretende di definire chi merita di restare e chi no; quando la legge non è più un limite all’arbitrio, ma una cornice che giustifica l’arbitrio; quando la paura diventa politica e la politica diventa spettacolo. E in quello specchio ci siamo anche noi, europei, italiani, siciliani, cittadini di un tempo in cui il confine tra tutela e repressione è sempre più facile da attraversare.
E allora sì: una canzone può essere un argine. Fragile, certo. Ma reale. Perché ci ricorda che la libertà non è un concetto astratto: è una relazione. È fiducia. È tutela della dignità anche quando è scomoda. È capacità di dire “no” senza diventare disumani. È memoria che non si compra e non si vende. E se oggi, in mezzo a “vetri rotti e lacrime”, qualcuno canta ancora, forse è perché sa che il silenzio è la prima vittoria di chi vuole governare con la paura.
“Ricorderemo i nomi”: questa non è poesia. È una promessa. E le promesse, quando sono pubbliche, diventano responsabilità.
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