Quando la risata diventa coscienza democratica e quando, invece, si trasforma in una ferita collettiva
La satira, quando è autentica, non nasce per compiacere. Nasce per disturbare. È un gesto culturale che rompe la superficie delle cose, incrina le versioni ufficiali, sposta il punto di vista. In una democrazia viva non è un ornamento: è un presidio. Perché mentre il potere tende naturalmente ad autoassolversi, la satira lo costringe a guardarsi allo specchio. Gli toglie il trucco, il protocollo, la liturgia dell’intoccabilità. E in quel momento restituisce ai cittadini una possibilità preziosa: non genuflettersi.
Ma proprio qui, nel cuore della sua funzione pubblica, si apre una domanda che oggi non possiamo più aggirare: tutto ciò che fa ridere è automaticamente legittimo? La risposta, se vogliamo essere seri senza diventare moralisti, è no. La libertà della satira è grande, ma non è mai neutra. Ogni battuta ha una direzione, e la direzione conta più dell’effetto immediato. Non basta dire “era solo una battuta” per cancellare il peso simbolico di una parola pronunciata in pubblico, rilanciata da milioni di schermi, trasformata in clima.
Il punto decisivo è semplice, eppure scomodo: una cosa è colpire chi ha potere, un’altra è colpire chi ha già ferite. Quando la satira sale verso l’alto, verso i privilegi, verso le retoriche manipolative, verso chi governa immaginari e risorse, allora compie un atto civile. Quando invece scende verso chi vive già una condizione di marginalità, verso corpi stigmatizzati, identità ridotte a bersaglio, minoranze trasformate in scorciatoie narrative, non sta più facendo critica del potere: sta facendo manutenzione del pregiudizio. E in quel passaggio, spesso invisibile ma devastante, la risata smette di liberare e comincia a schiacciare.
Dire questo non significa invocare censura. Significa pretendere maturità democratica. La libertà di espressione non è l’assenza di responsabilità: è la sua prova più alta. In una società adulta possono convivere tre diritti che non si escludono, ma si tengono insieme: il diritto dell’autore a esprimersi, il diritto del pubblico a criticare, il dovere collettivo di non normalizzare la disumanizzazione. La falsa alternativa “o libertà assoluta o bavaglio” è una scorciatoia tossica che semplifica il dibattito e lo avvelena.
C’è poi un confine che nel rumore contemporaneo si perde facilmente: quello tra irriverenza e umiliazione. L’irriverenza è intelligente perché apre un varco critico: incrina l’aura del potente, smonta la propaganda, costringe a pensare. L’umiliazione, invece, è pigra: usa cliché già pronti, stereotipi consumati, riflessi di branco. L’irriverenza può essere dura, perfino feroce, ma resta un’operazione culturale. L’umiliazione è un automatismo sociale: riduce una persona a etichetta e la offre alla platea come bersaglio legittimo. E quando questo accade, non siamo davanti a più libertà; siamo davanti a meno civiltà.
Per orientarsi senza cadere nelle tifoserie, servono criteri concreti, non slogan. Il primo criterio riguarda il bersaglio: quella battuta colpisce un sistema di potere o una fragilità umana? Il secondo riguarda l’effetto: dopo la risata resta una domanda che ci rende più consapevoli, oppure resta solo una ferita che conferma gerarchie di disprezzo? Il terzo riguarda l’asimmetria: chi paga davvero il costo simbolico di quella comicità? Se a pagare sono sempre quelli che hanno meno voce, non è coraggio artistico, è comodità narrativa travestita da provocazione.
Nel digitale tutto si amplifica. Una frase estratta dal contesto diventa sentenza definitiva. Una clip di pochi secondi diventa identità pubblica. L’algoritmo premia ciò che divide, incendia, polarizza. E così il criterio artistico viene rimpiazzato da quello performativo: non “questa battuta è ben costruita?”, ma “quanto rumore produce?”. In questo ecosistema, l’umiliazione è redditizia, la complessità è lenta, la profondità spesso perde. Per questo oggi la vera alfabetizzazione non è solo mediatica: è etica. Dobbiamo reimparare a distinguere tra satira come critica del potere e satira come economia dell’insulto.
Anche il pubblico, però, non è innocente. Ogni click è un voto culturale. Ogni condivisione è una scelta di campo. Se premiamo sistematicamente la battuta più crudele, non stiamo solo consumando intrattenimento: stiamo finanziando un modello di linguaggio. Se confondiamo dissenso con linciaggio, critica con gogna, libertà con impunità, contribuiamo a rendere normale ciò che normale non dovrebbe essere mai: la trasformazione del dolore altrui in spettacolo.
Una satira eticamente solida non è una satira addomesticata. Non è tiepida, non è neutra, non è perbene nel senso conformista del termine. Può essere scomoda, ruvida, provocatoria. Può dare fastidio. Deve poterlo fare. Ma deve sapere dove mettere la sua forza. La sua bussola è una sola: colpire i meccanismi di dominio, non l’umanità già esposta. Se perde questa direzione, non diventa più audace: diventa più facile. E la facilità, in arte come in politica, è spesso il primo passo verso la superficialità.
Viviamo un tempo in cui il cinismo viene venduto come intelligenza e la compassione viene derisa come debolezza. È una menzogna culturale che ci sta impoverendo. Serve molto più talento per far ridere senza disumanizzare che per provocare usando stereotipi pronti. Serve molta più lucidità per costruire una battuta che smaschera il potere rispetto a una battuta che umilia il fragile e raccoglie applausi automatici. La vera satira non evita il conflitto: lo eleva. Non evita la ferita del reale: la attraversa senza trasformarla in carne da consumo.
Alla fine, la domanda che conta resta una, e vale per autori, editori, piattaforme e pubblico: stiamo ridendo contro qualcuno o stiamo finalmente capendo qualcosa? Perché una democrazia non ha bisogno di comici obbedienti né di artisti sterilizzati. Ha bisogno di voci libere, lucide, responsabili. Voci capaci di guardare in faccia il potere senza paura e di guardare in faccia il dolore senza cinismo. Voci che sappiano pungolare in alto senza calpestare in basso.
È lì che la satira ritrova il suo volto più vero: non quando vince il rumore, ma quando apre uno spazio condiviso di verità. Una verità scomoda, sì. A tratti dura. Ma umana. E quindi, finalmente, trasformativa.
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