A Roma esistono luoghi appartati in cui l’arte racconta la vita dei santi e riflette una spiritualità che per secoli ha segnato il popolo romano. Sul colle Celio, lungo il Clivo di Scauro, il complesso di San Gregorio al Celio è uno di questi.
Superato un semplice portale ligneo, si entra in uno spazio dove si sovrappongono storia, fede e memoria tardoantica. L’ingresso conduce alla biblioteca absidata del VI secolo, voluta da papa Agapito I per creare a Roma un centro di studio teologico sul modello delle scuole orientali. Da qui si accede ai tre oratori: a destra Santa Silvia, al centro Sant’Andrea, a sinistra Santa Barbara, il più antico.
Nell’oratorio di Santa Barbara, nell’abside, si trova la statua benedicente di san Gregorio Magno, eseguita nel 1602 da Nicolas Cordier su un blocco di marmo acquistato dal nipote di Michelangelo, già abbozzato dal maestro per un San Pietro destinato a San Pietro in Vincoli e mai completato. Al centro dell’aula è collocata una lastra marmorea di epoca romana (III secolo), sorretta da sostegni decorati con grifoni e palme. Secondo la tradizione, su quella mensa santa Silvia e Gregorio distribuivano il pane ai poveri. Fino al 1870, con la fine del potere temporale papale, il Giovedì Santo il papa serviva qui il pasto a tredici poveri. La leggenda narra che un giorno si sedette anche un angelo; nel XV secolo fu inciso il distico: “Bis senos hic Gregorius pascebat egentes / angelus et decimus tertius accubuit”.
Gregorio I, detto Gregorio Magno (Roma, circa 540 – 12 marzo 604), sessantaquattresimo vescovo di Roma e papa dal 3 settembre 590, trasformò la residenza paterna sul Celio in monastero dedicato a Sant’Andrea apostolo. Eletto pontefice in una fase segnata da crisi politica, carestie e minaccia longobarda, ridefinì il papato da autorità prevalentemente spirituale a centro di governo concreto della città e dei territori ecclesiastici. Amministrò patrimoni, organizzò assistenza ai poveri, negoziò con i Longobardi, consolidò l’autorità romana in Occidente mentre l’Impero d’Oriente perdeva il controllo dell’Italia. Scrisse la “Regula Pastoralis”, modello episcopale per secoli, compose i “Dialoghi” diffondendo il culto dei santi italiani, e inviò Agostino di Canterbury in missione presso gli anglosassoni. Visse in modo ascetico, mantenendo nostalgia per la vita monastica. È uno dei quattro Dottori della Chiesa latina. È invocato contro la gotta e la peste, ed è patrono di cantori, scolari, insegnanti, sapienti e costruttori.
Le pareti di Santa Barbara conservano undici episodi della vita di Gregorio, dipinti da Antonio Viviani tra il 1603 e il 1604: tra questi l’Apparizione dell’angelo alla mensa dei poveri, l’Invio di Agostino agli anglosassoni, i monaci al cospetto di re Etelberto, la Visione della Vergine.
Al centro del complesso si apre l’oratorio di Sant’Andrea, teatro del confronto diretto tra Guido Reni e Domenichino, entrambi formati nell’ambiente dei Carracci e attivi a Roma nei primi decenni del Seicento. Operavano per gli stessi committenti e nello stesso mercato. Reni propone un classicismo idealizzato e luminoso; Domenichino privilegia costruzione narrativa e rigore compositivo. Due modelli teorici alternativi. Nello stesso spazio, su incarichi paralleli, realizzano due grandi affreschi sul martirio di Sant’Andrea, collocati frontalmente. La disposizione diventa confronto visivo: due concezioni della santità e del classicismo romano, con una committenza che sfrutta la rivalità come strumento di prestigio.
L’oratorio di Santa Silvia, edificato nel 1603 per volontà del cardinale Cesare Baronio e completato tra il 1608 e il 1609 dal cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, è dedicato alla madre del pontefice, introducendo il tema della santità materna come fondamento della vocazione papale.
Tre oratori, un unico complesso in cui la vita di un santo realmente vissuto sul Celio si intreccia con arte, spiritualità e leggenda, segnando il passaggio dall’antica Roma imperiale alla Roma cristiana medievale.