La sofferenza non si inserisce in un’equazione. Eppure, con il debutto dei protocolli di “Advanced Triage” gestiti dall’intelligenza artificiale dalla Lombardia al Lazio, oggi, 16 marzo, la porta d’ingresso degli ospedali italiani rischia di diventare un freddo terminale. Non sono più gli occhi di un infermiere esperto a valutare il pallore di un volto o il tremore di una mano, ma un software che macina parametri vitali per sputare un codice di priorità. Una logica binaria applicata alla carne viva, dove il “senso clinico” viene sacrificato sull’altare di una precisione che ha il sapore metallico dei dati.
I medici lo sanno bene: curare non è solo somministrare. Esiste una zona d’ombra del dolore, fatta di intuizioni e sfumature, che nessuna macchina potrà mai decodificare. Un algoritmo può leggere una frequenza cardiaca, ma non sa distinguere tra la tachicardia da sforzo e quella scatenata dal terrore di chi sente il cuore cedere. Delegare il primo filtro dell’emergenza a un processore significa ammettere che la cura è diventata un processo industriale, dove il tempo dell’ascolto è considerato uno spreco e l’empatia un lusso che non possiamo più permetterci.
Il nodo più critico è, però, la solitudine dell’errore. Nel momento in cui un software sottovaluta un sintomo atipico, scambiando magari l’esordio di un evento acuto per un malessere passeggero, il vuoto che si apre è spaventoso. Chi risponde del silenzio di una macchina? La medicina sta scivolando verso una pericolosa deresponsabilizzazione: il personale sanitario viene ridotto a spettatore di decisioni prese altrove, tra stringhe di codice e server lontani, mentre il paziente smette di essere una persona per diventare una pratica da evadere nel minor tempo possibile.
L’innovazione non può essere un pretesto per alzare un muro di silicio tra chi soffre e chi deve curare. Se togliamo l’uomo dal triage, distruggiamo il primo anello della catena del soccorso: la fiducia. Un monitor non rassicura, un database non stringe una mano. Possiamo avere i software più sofisticati del mondo, ma finché il dolore rimarrà un’esperienza umana, avremo bisogno di uno sguardo umano che sappia riconoscerlo, prima che sia troppo tardi.
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