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	<title>Daniela Piesco, Autore presso lafrecciaweb.it</title>
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		<title>La lingua è uno strumento che condiziona e manifesta le idee, credenze, convinzioni e pratiche sociali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniela Piesco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Dec 2020 18:05:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sociale]]></category>
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<p>La lingua è uno dei principali strumenti che condiziona – e con cui si manifestano –le idee, le credenze, le convinzioni e le pratiche sociali più comuni. Sono molteplici le scelte&#8230;</p>
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<p class="s7"><span class="s4">Nelle pagine di cronaca, infatti, il gesto violento o omicida dell’uomo è solitamente motivato in molteplici modi: il troppo amore può far stare talmente male da portare alla violenza; il dolore e la sofferenza possono essere talmente forti da “infettare” il sentimento amoroso e portare alla violenza; la pulsione sessuale maschile può essere talmente forte da sfociare nella violenza fisica nei confronti della donna. Ho altresì notato che pochi mezzi di informazione sostengono la tesi secondo cui violenza di genere e </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> non sono frutto dell’amore, bensì di una cultura che assegna alla donna un ruolo sociale subordinato che prevede anche la sottomissione o la soppressione fisica quando se ne discosta. </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Lo stereotipo dell’uomo che ama troppo e uccide per il troppo amore o quello dell’uomo che abusa in preda ad un raptus irrefrenabile sono due chiavi di lettura dei fatti ampiamente usate e,</span> <span class="s4">a mio sommesso avviso, abusate dai giornalisti. È interessante capire se si tratta della visione di </span><span class="s4">a</span><span class="s4">lcuni giornalisti che decidono di stare dalla parte dell’omicida e dell’abusante e di esprimere questo punto di vista nella propria narrazione, o se invece la parola e il racconto giornalistici riflettono e mettono nero su bianco quell’antica consuetudine culturale che giustifica la reazione violenta degli uomini davanti al cambiamento degli equilibri sociali tra i generi.</span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Non è superfluo affermare che qualsiasi trattato, convenzione o dichiarazione internazionale che voglia combattere la violenza contro le donne deve necessariamente partire dall’origine della violenza: la discriminazione di stampo sessista che le donne subiscono da secoli in seno alla società di appartenenza. Una discriminazione che punta a sminuire il ruolo della donna e a controllarne pratiche e vol</span><span class="s4">eri che, come ho </span><span class="s4">accennato sopra, è fondata su e si nutre di pregiudizi e stereotipi sessisti.</span></p>
<p class="s7"><span class="s4">In “</span><span class="s9">La Bella, La Bestia e l’Umano”</span><span class="s4">, </span><span class="s6">Annamaria Rivera</span><span class="s4"> definisce il sessismo come un sistema che proclama e giustifica la superiorità di un sesso su un altro, in cui idee, credenze e convinzioni, stereotipi e pregiudizi, norme giuridiche e pratiche sociali, comportamenti individuali e collettivi concorrono a perpetuare e legittimare la gerarchia e la disuguaglianza fra i sessi.</span> <span class="s4">Affrontare il tema della violenza contro le donne è un’impresa ardua. Nonostante le statistiche presentino una situazione grave su scala mondiale, il </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> continua a rimanere un tabù. La tendenza dominante è quella di sminuire, </span><span class="s4">banalizzare</span><span class="s4"> o addirittura nascondere i casi di violenza.</span></p>
<p class="s8"><span class="s4"> </span><span class="s4">Ma qual è la realtà di riferimento del termine </span><span class="s6">femminicidio</span><span class="s4">? </span></p>
<p class="s8"><span class="s4"> </span><span class="s4">In </span><span class="s9">Femminicidio</span> <span class="s6">Barbara Spinelli</span><span class="s4"> spiega che questo recentissimo neologismo è una moderna categoria generale di violenza contro le donne che include in un’unica sfera semantica tutte quelle pratiche sociali violente volte a limitare la libertà delle donne o che attentano alla loro vita. Il termine </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> è usato per indicare ogni atto con cui una «donna subisce violenza fisica, psicologica, economica, normativa, sociale, religiosa, in famiglia e fuori», ovvero ogni forma di «violenza o discriminazione esercitata contro la donna in quanto donna</span><span class="s4"> […], in ragione del suo genere</span><span class="s4">» (Spinelli 2008:21).</span></p>
<p class="s8"><span class="s4"> </span><span class="s4">Strettamente collegato alla parola </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> è anche il neologismo </span><span class="s9">femmicidio</span><span class="s4">, con cui si indica «la causa principale delle uccisioni di donne, ossia la violenza misogina e sessista dell’uomo nei loro confronti» (</span><span class="s4">Karadole</span><span class="s4"> 2011:19), «l’atto estremo di violenza di genere» (</span><span class="s4">Karadole</span><span class="s4"> 2011: 21).</span> <span class="s4">«La violenza sulle donne è un cancro che divora il cuore di ogni società,</span> <span class="s4">in ogni paese del mondo, in tempo di pace come in tempo di guerra. Almeno una donna su tre, nel corso della propria vita, ne è vittima. Il mondo deve dire: </span><span class="s4">“Mai più violenza sulle donne!”</span><span class="s4">»</span> <span class="s4">da Donne. Il coraggio di spezzare il silenzio – Amnesty International (2005) </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">La violenza contro le donne, il </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> e la discriminazione di genere pervadono ogni ambito della società contemporanea, senza limiti geografici e culturali. Ancora oggi, un numero allarmante di donne è bersaglio di violenze fisiche e psicologiche per mano della controparte maschile. </span><span class="s4">V</span><span class="s4">iolenze dirette, spesso fatali, a cui si affianca una violenza linguistica, più nascosta, diffusa in modo implicito a più livelli. </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Partire da tali considerazioni aiuta a comprendere lo scopo di questo mio pensare che, come si evince dal titolo, si incentra sulle modalità con cui idee e stereotipi sessisti possano passare, in modo indiretto, attraverso il linguaggio giornalistico.</span> <span class="s4">La scelta dell’argomento </span><span class="s4">è</span><span class="s4"> partita da un interesse personale nei confronti del </span><span class="s6">femminicidio</span><span class="s4">, un tema molto attual</span><span class="s4">e nella stampa, ma che ritengo </span><span class="s4">dibattuto in modo discutibile. Sfogliando le </span><span class="s4">pagine dei quotidiani nazionali</span><span class="s4">, infatti, ho notato che molte testate di qualità raccontano la violenza contro le donne attraverso una struttura lessicale e discorsiva che giustifica, indirettamente, il carnefice e il suo gesto, e che colpevolizza la vittima, in uno schema che si basa sul concorso di colpe e che stravolge la reale natura del crimine. </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">È da queste fondamentali considerazioni che prende avvio la mia analisi. Più nello specifico, partendo dal presupposto che «la discriminazione sessista e gli stereotipi di “genere” pervadono la lingua nella sua interezza e sono rinforzati da essa» (</span><span class="s4">Lepschy</span><span class="s4">, 1989: 62), vorrei stigmatizzare il discorso giornalistico sui casi di </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4">, per capire se e in</span><span class="s4"> che modo la lingua possa, nel caso specifico, favorire </span><span class="s4">un immaginario simbolico fortemente discriminatorio.</span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Che percezione ha la stampa italiana del tema della violenza contro le donne? </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Un rapido sguardo alla letteratura storica di stampo femminista ci consegna come dato di fatto che la «deliberata e sistematica subordinazione delle donne da parte degli uomini in un dato contesto culturale» (</span><span class="s4">Offen</span><span class="s4"> 2000:20) è sempre esistita, e questo allo scopo di mantenere saldo il controllo del più forte sul più debole, dell’uomo sulla donna. All’interno di questo meccanismo di controllo, l’atto violento contro una donna (dal </span><span class="s6">femmicidio</span><span class="s4">, passando per lo </span><span class="s6">stupro</span><span class="s4">, arrivando allo </span><span class="s6">stalking</span> <span class="s4">e al </span><span class="s6">sessismo linguistico</span><span class="s4">) ha origine da un improvviso riposizionamento delle parti nel rapporto di potere uomo-donna; rapporto che, come accennato, è storicamente fondato sulle forzate «condizioni di inferiorità e di subordinazione della donna» (</span><span class="s4">Ribero</span><span class="s4"> 2007:177) rispetto all’uomo, all’interno di una determinata società.</span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Si potrebbe affermare, quindi, che ogni tentativo da parte della donna di staccarsi dal ruolo sociale prestabilito di controparte inferiore e funzionale all’uomo è passibile di una punizione che, nel caso specifico, si esplicita nel </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4">, usato come metodo per ripristinare quell’ordine di ruoli sedimentato a livello sociale.</span> <span class="s4">A mio avviso due punti imprescindibili per attivare una modificazione virtuosa a livello sociale e culturale sono costituiti dal riconoscimento giuridico su scala internazionale del </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> come violenza specifica contro le donne, e dalla definizione della violenza come reato contro i diritti umani della popolazione femminile.</span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Vorrei chiudere questa </span><span class="s4">analisi, ribadendo la necessità per il panorama mediatico italiano di invertire la rotta e dimostrarsi più attento al rapporto intrinseco fra giornalismo, lingua e società e alle conseguenze che ne derivano.</span><span class="s4"> Di</span><span class="s4">fatti anche in seno alle testate di qualità, il controllo sulle scelte lessicali e discorsive può essere carente, in particolare nei casi di </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4">. </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Mi aug</span><span class="s4">uro di essere riuscita, </span><span class="s4">almeno in parte, a suscitare l’interesse del lettore sul fenomeno della violenza sulle donne e la visione discriminante legata agli stereotipi di genere, sui pregi e i difetti del linguaggio giornalistico scritto e sui rischi che la lingua può nascondere. Mi auguro altresì che questo argomento possa essere approfondito attraverso ricerche future, che lo integrino e aprano nuove prospettive.</span></p>
<p class="s8"><span class="s9">*</span><span class="s9">Vice Direttore</span><span class="s4"> </span><span class="s10">www.progetto-radici.it</span></p>
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		<title>La lingua è uno strumento che condiziona e manifesta le idee, credenze, convinzioni e pratiche sociali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniela Piesco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Dec 2020 17:21:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[importanza delle parole femminicidio]]></category>
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<p>La lingua è uno dei principali strumenti che condiziona – e con cui si manifestano –le idee, le credenze, le convinzioni e le pratiche sociali più comuni. Sono molteplici le scelte linguistiche che una&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1170" height="780" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/12/2A0A8103-E326-48D2-88AA-DAF857875065-1170x780-1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/12/2A0A8103-E326-48D2-88AA-DAF857875065-1170x780-1.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/12/2A0A8103-E326-48D2-88AA-DAF857875065-1170x780-1-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/12/2A0A8103-E326-48D2-88AA-DAF857875065-1170x780-1-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/12/2A0A8103-E326-48D2-88AA-DAF857875065-1170x780-1-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/12/2A0A8103-E326-48D2-88AA-DAF857875065-1170x780-1-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/12/2A0A8103-E326-48D2-88AA-DAF857875065-1170x780-1-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1170px) 100vw, 1170px" /></p><p class="s7"><span class="s4">La lingua è uno dei principali strumenti che condiziona</span><span class="s4"> –</span><span class="s4"> e con cui si manifestano</span><span class="s4"> –</span><span class="s4">le idee, le credenze, le convinzioni e le pratiche sociali più comuni.</span> <span class="s4">Sono molteplici le scelte linguistiche che una testata giornalistica di riferimento può fare per raccontare il </span><span class="s6">femminicidio</span><span class="s4">. La narrazione di un evento così delicato può celare un’involontaria valutazione di merito da parte del giornalista. </span><span class="s4">La </span><span class="s4">mia riflessione nasce</span><span class="s4"> da una domanda scaturita dalla </span><span class="s4">lettura giornaliera dei numerosi casi di </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> che caratterizzano ormai da anni la cronaca italiana: è possibile che la stampa di qualità e il discorso giornalistico possano veicolare in modo implicito un’immagine sessista e stereotipata della donna vittima di violenza, dell’atto violento e dell’uomo che lo commette? E se sì, in che modo?</span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Nelle pagine di cronaca, infatti, il gesto violento o omicida dell’uomo è solitamente motivato in molteplici modi: il troppo amore può far stare talmente male da portare alla violenza; il dolore e la sofferenza possono essere talmente forti da “infettare” il sentimento amoroso e portare alla violenza; la pulsione sessuale maschile può essere talmente forte da sfociare nella violenza fisica nei confronti della donna. Ho altresì notato che pochi mezzi di informazione sostengono la tesi secondo cui violenza di genere e </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> non sono frutto dell’amore, bensì di una cultura che assegna alla donna un ruolo sociale subordinato che prevede anche la sottomissione o la soppressione fisica quando se ne discosta. </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Lo stereotipo dell’uomo che ama troppo e uccide per il troppo amore o quello dell’uomo che abusa in preda ad un raptus irrefrenabile sono due chiavi di lettura dei fatti ampiamente usate e,</span> <span class="s4">a mio sommesso avviso, abusate dai giornalisti. È interessante capire se si tratta della visione di </span><span class="s4">a</span><span class="s4">lcuni giornalisti che decidono di stare dalla parte dell’omicida e dell’abusante e di esprimere questo punto di vista nella propria narrazione, o se invece la parola e il racconto giornalistici riflettono e mettono nero su bianco quell’antica consuetudine culturale che giustifica la reazione violenta degli uomini davanti al cambiamento degli equilibri sociali tra i generi.</span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Non è superfluo affermare che qualsiasi trattato, convenzione o dichiarazione internazionale che voglia combattere la violenza contro le donne deve necessariamente partire dall’origine della violenza: la discriminazione di stampo sessista che le donne subiscono da secoli in seno alla società di appartenenza. Una discriminazione che punta a sminuire il ruolo della donna e a controllarne pratiche e vol</span><span class="s4">eri che, come ho </span><span class="s4">accennato sopra, è fondata su e si nutre di pregiudizi e stereotipi sessisti.</span></p>
<p class="s7"><span class="s4">In “</span><span class="s9">La Bella, La Bestia e l’Umano”</span><span class="s4">, </span><span class="s6">Annamaria Rivera</span><span class="s4"> definisce il sessismo come un sistema che proclama e giustifica la superiorità di un sesso su un altro, in cui idee, credenze e convinzioni, stereotipi e pregiudizi, norme giuridiche e pratiche sociali, comportamenti individuali e collettivi concorrono a perpetuare e legittimare la gerarchia e la disuguaglianza fra i sessi.</span> <span class="s4">Affrontare il tema della violenza contro le donne è un’impresa ardua. Nonostante le statistiche presentino una situazione grave su scala mondiale, il </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> continua a rimanere un tabù. La tendenza dominante è quella di sminuire, </span><span class="s4">banalizzare</span><span class="s4"> o addirittura nascondere i casi di violenza.</span></p>
<p class="s8"><span class="s4"> </span><span class="s4">Ma qual è la realtà di riferimento del termine </span><span class="s6">femminicidio</span><span class="s4">? </span></p>
<p class="s8"><span class="s4"> </span><span class="s4">In </span><span class="s9">Femminicidio</span> <span class="s6">Barbara Spinelli</span><span class="s4"> spiega che questo recentissimo neologismo è una moderna categoria generale di violenza contro le donne che include in un’unica sfera semantica tutte quelle pratiche sociali violente volte a limitare la libertà delle donne o che attentano alla loro vita. Il termine </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> è usato per indicare ogni atto con cui una «donna subisce violenza fisica, psicologica, economica, normativa, sociale, religiosa, in famiglia e fuori», ovvero ogni forma di «violenza o discriminazione esercitata contro la donna in quanto donna</span><span class="s4"> […], in ragione del suo genere</span><span class="s4">» (Spinelli 2008:21).</span></p>
<p class="s8"><span class="s4"> </span><span class="s4">Strettamente collegato alla parola </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> è anche il neologismo </span><span class="s9">femmicidio</span><span class="s4">, con cui si indica «la causa principale delle uccisioni di donne, ossia la violenza misogina e sessista dell’uomo nei loro confronti» (</span><span class="s4">Karadole</span><span class="s4"> 2011:19), «l’atto estremo di violenza di genere» (</span><span class="s4">Karadole</span><span class="s4"> 2011: 21).</span> <span class="s4">«La violenza sulle donne è un cancro che divora il cuore di ogni società,</span> <span class="s4">in ogni paese del mondo, in tempo di pace come in tempo di guerra. Almeno una donna su tre, nel corso della propria vita, ne è vittima. Il mondo deve dire: </span><span class="s4">“Mai più violenza sulle donne!”</span><span class="s4">»</span> <span class="s4">da Donne. Il coraggio di spezzare il silenzio – Amnesty International (2005) </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">La violenza contro le donne, il </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> e la discriminazione di genere pervadono ogni ambito della società contemporanea, senza limiti geografici e culturali. Ancora oggi, un numero allarmante di donne è bersaglio di violenze fisiche e psicologiche per mano della controparte maschile. </span><span class="s4">V</span><span class="s4">iolenze dirette, spesso fatali, a cui si affianca una violenza linguistica, più nascosta, diffusa in modo implicito a più livelli. </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Partire da tali considerazioni aiuta a comprendere lo scopo di questo mio pensare che, come si evince dal titolo, si incentra sulle modalità con cui idee e stereotipi sessisti possano passare, in modo indiretto, attraverso il linguaggio giornalistico.</span> <span class="s4">La scelta dell’argomento </span><span class="s4">è</span><span class="s4"> partita da un interesse personale nei confronti del </span><span class="s6">femminicidio</span><span class="s4">, un tema molto attual</span><span class="s4">e nella stampa, ma che ritengo </span><span class="s4">dibattuto in modo discutibile. Sfogliando le </span><span class="s4">pagine dei quotidiani nazionali</span><span class="s4">, infatti, ho notato che molte testate di qualità raccontano la violenza contro le donne attraverso una struttura lessicale e discorsiva che giustifica, indirettamente, il carnefice e il suo gesto, e che colpevolizza la vittima, in uno schema che si basa sul concorso di colpe e che stravolge la reale natura del crimine. </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">È da queste fondamentali considerazioni che prende avvio la mia analisi. Più nello specifico, partendo dal presupposto che «la discriminazione sessista e gli stereotipi di “genere” pervadono la lingua nella sua interezza e sono rinforzati da essa» (</span><span class="s4">Lepschy</span><span class="s4">, 1989: 62), vorrei stigmatizzare il discorso giornalistico sui casi di </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4">, per capire se e in</span><span class="s4"> che modo la lingua possa, nel caso specifico, favorire </span><span class="s4">un immaginario simbolico fortemente discriminatorio.</span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Che percezione ha la stampa italiana del tema della violenza contro le donne? </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Un rapido sguardo alla letteratura storica di stampo femminista ci consegna come dato di fatto che la «deliberata e sistematica subordinazione delle donne da parte degli uomini in un dato contesto culturale» (</span><span class="s4">Offen</span><span class="s4"> 2000:20) è sempre esistita, e questo allo scopo di mantenere saldo il controllo del più forte sul più debole, dell’uomo sulla donna. All’interno di questo meccanismo di controllo, l’atto violento contro una donna (dal </span><span class="s6">femmicidio</span><span class="s4">, passando per lo </span><span class="s6">stupro</span><span class="s4">, arrivando allo </span><span class="s6">stalking</span> <span class="s4">e al </span><span class="s6">sessismo linguistico</span><span class="s4">) ha origine da un improvviso riposizionamento delle parti nel rapporto di potere uomo-donna; rapporto che, come accennato, è storicamente fondato sulle forzate «condizioni di inferiorità e di subordinazione della donna» (</span><span class="s4">Ribero</span><span class="s4"> 2007:177) rispetto all’uomo, all’interno di una determinata società.</span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Si potrebbe affermare, quindi, che ogni tentativo da parte della donna di staccarsi dal ruolo sociale prestabilito di controparte inferiore e funzionale all’uomo è passibile di una punizione che, nel caso specifico, si esplicita nel </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4">, usato come metodo per ripristinare quell’ordine di ruoli sedimentato a livello sociale.</span> <span class="s4">A mio avviso due punti imprescindibili per attivare una modificazione virtuosa a livello sociale e culturale sono costituiti dal riconoscimento giuridico su scala internazionale del </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4"> come violenza specifica contro le donne, e dalla definizione della violenza come reato contro i diritti umani della popolazione femminile.</span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Vorrei chiudere questa </span><span class="s4">analisi, ribadendo la necessità per il panorama mediatico italiano di invertire la rotta e dimostrarsi più attento al rapporto intrinseco fra giornalismo, lingua e società e alle conseguenze che ne derivano.</span><span class="s4"> Di</span><span class="s4">fatti anche in seno alle testate di qualità, il controllo sulle scelte lessicali e discorsive può essere carente, in particolare nei casi di </span><span class="s4">femminicidio</span><span class="s4">. </span></p>
<p class="s7"><span class="s4">Mi aug</span><span class="s4">uro di essere riuscita, </span><span class="s4">almeno in parte, a suscitare l’interesse del lettore sul fenomeno della violenza sulle donne e la visione discriminante legata agli stereotipi di genere, sui pregi e i difetti del linguaggio giornalistico scritto e sui rischi che la lingua può nascondere. Mi auguro altresì che questo argomento possa essere approfondito attraverso ricerche future, che lo integrino e aprano nuove prospettive.</span></p>
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