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	<title>Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell&#039;Associazione Stampa Italiana in Brasile, Autore presso lafrecciaweb.it</title>
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	<title>Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell&#039;Associazione Stampa Italiana in Brasile, Autore presso lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Difetti di fabbrica, ma con affetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 05:08:17 +0000</pubDate>
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<p>L&#8217;uomo nasce imperfetto, ma non è obbligato a restarlo. Tra percezioni, amicizia e amore, l&#8217;ironia rimane il modo migliore per prendere sul serio la vita senza prendersi troppo sul serio.&#8230;</p>
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<p class="s4">Viviamo in un mondo meraviglioso. La Creazione sfiora la perfezione e Madre Natura continua a fare il suo dovere con ammirevole costanza. Peccato che, ogni tanto, il reparto collaudo degli esseri umani si distragga. C&#8217;è chi nasce con un piccolo difetto di fabbrica e chi con la granitica convinzione di non averne alcuno. Questi ultimi sono i casi più complicati.</p>
<p class="s4">Corrado Alvaro scriveva che l&#8217;uomo è il prodotto dei suoi errori. Altri preferiscono ricordare che nell&#8217;uomo vi sono più cose da ammirare che da disprezzare. Sarebbe bello poter dare ragione a entrambi. La cronaca, però, insiste a metterci il bastone fra le ruote.</p>
<p class="s4">Una certezza, tuttavia, esiste: le percezioni umane sono infinite. La percezione è quel curioso meccanismo che ci fa interpretare ciò che vediamo, tocchiamo, ascoltiamo e perfino ciò che sogniamo. Straordinario strumento, se non fosse che troppo spesso lo adoperiamo come gli occhiali appannati: distinguiamo perfettamente le apparenze e perdiamo di vista la sostanza.</p>
<p class="s4">È il male del nostro tempo. Ci fermiamo alla superficie, all&#8217;etichetta, all&#8217;involucro. Le cose contano meno dell&#8217;impressione che producono. L&#8217;abito continua a fare il monaco e il giudizio arriva sempre prima della conoscenza.</p>
<p class="s4">Per questo l&#8217;ironia è una virtù, non un vezzo. Kurt Vonnegut lo aveva capito bene: serve a sopportare l&#8217;assurdità del mondo senza diventarne complici. L&#8217;ironia non cambia la realtà, ma impedisce almeno di farsene travolgere.</p>
<p class="s4">Poi arrivano le emozioni. Si accendono in un istante e spesso si consumano con la stessa rapidità. I sentimenti, invece, restano. Si nutrono del tempo, delle esperienze, dei valori. E fra tutti, amicizia e amore rappresentano ancora il meglio che l&#8217;uomo sappia offrire quando smette di pensare soltanto a se stesso.</p>
<p class="s4">Sono beni rari. Non si trovano in saldo e nemmeno si acquistano con un clic. Richiedono presenza, lealtà, pazienza. Virtù antiche che il mercato emotivo continua ostinatamente a non quotare.</p>
<p class="s4">Quanto ai sogni, pace, libertà e uguaglianza possiamo continuare a coltivarli. Non costano nulla e valgono più di molte promesse. Gli altri, quelli che rovistano nell&#8217;inconscio, li lasciamo volentieri a Freud.</p>
<p class="s4">Noi ci accontenteremmo di un sogno assai più modesto: che l&#8217;uomo imparasse finalmente a guardare oltre le apparenze. Scoprirebbe che l&#8217;amicizia e l&#8217;amore sono gli unici difetti di fabbrica per i quali vale davvero la pena nascere imperfetti.</p>
<p>foto: Canva</p>
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		<title>Il mondo è in vendita. Salvo esaurimento scorte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 13:49:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il denaro non spiega tutte le guerre, ma difficilmente arriva in ritardo. E nel grande mercato globale, tra dazi, sanzioni e algoritmi, qualcuno compra, qualcuno vende e qualcun altro paga&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/01/il-mondo-e-in-vendita-salvo-esaurimento-scort/">Il mondo è in vendita. Salvo esaurimento scorte</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/For-sale-ev-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong><em>Il denaro non spiega tutte le guerre, ma difficilmente arriva in ritardo. E nel grande mercato globale, tra dazi, sanzioni e algoritmi, qualcuno compra, qualcuno vende e qualcun altro paga il conto.</em></strong></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong>di </strong><b>Giuseppe Arnò</b></span></p>
<p>C&#8217;è un vecchio detto che, tradotto dal buon senso popolare alla diplomazia internazionale, potrebbe suonare più o meno così: <strong>senza soldi non si cantano messe</strong>. E, a giudicare da come va il mondo, nemmeno si fanno guerre, si costruiscono alleanze, si impongono sanzioni o si promettono paci durature.</p>
<p>«C&#8217;est l&#8217;argent qui fait la guerre», dicono i francesi. Forse è un&#8217;esagerazione. La storia, del resto, è troppo complicata per essere spiegata con un solo portafoglio. Le guerre nascono anche dall&#8217;ideologia, dal nazionalismo, dalla religione, dalla vendetta, dalla paura e dalla sete di potere. Ridurre tutto a una questione economica sarebbe come sostenere che un matrimonio fallisce soltanto perché il conto del ristorante era troppo salato.</p>
<p>Ma guai a dimenticare il denaro.</p>
<p>Perché il denaro, nella storia dell&#8217;umanità, ha una curiosa abitudine: <strong>non è quasi mai il protagonista ufficiale, ma spesso conosce molto bene il copione</strong>.</p>
<p>Basta guardare alla politica internazionale dei nostri giorni. Si parla di valori, di principi, di sicurezza, di democrazia e di pace. Tutte cose rispettabilissime. Poi arrivano i dazi, le sanzioni, gli embarghi, il congelamento dei beni, le restrizioni commerciali, le guerre tecnologiche e le battaglie per il controllo delle materie prime e dei mercati. E improvvisamente ci accorgiamo che, dietro le grandi parole, c&#8217;è sempre qualcuno che sta facendo i conti.</p>
<p>Il mondo moderno ha semplicemente cambiato il modo di combattere.</p>
<p>Un tempo si mandavano gli eserciti. Oggi, quando possibile, si mandano i mercati.</p>
<p>La guerra economica è diventata una sorta di conflitto senza uniforme. Non si vedono necessariamente carri armati alle frontiere, ma si possono vedere aziende costrette a lasciare un Paese, investimenti bloccati, banche escluse, merci che non arrivano, tecnologie che non vengono vendute e mercati che improvvisamente chiudono le porte.</p>
<p>È una guerra più elegante, almeno in apparenza. Si combatte in giacca e cravatta, davanti a un computer, con una firma digitale e qualche comunicato stampa. Il rumore dei cannoni viene sostituito dal clic di una tastiera.</p>
<p>E il bello, si fa per dire, è che tutti possono continuare a dichiararsi favorevoli alla pace.</p>
<p>La globalizzazione aveva promesso un mondo più interdipendente, nel quale commerciare sarebbe stato più conveniente che combattersi. Per un certo periodo sembrava davvero che il commercio potesse diventare il grande pacificatore della storia.</p>
<p>Poi abbiamo scoperto che anche il commercio può diventare un&#8217;arma.</p>
<p>E così, mentre il mondo si era abituato a vivere globalizzato, eccoci ora alle prese con la <strong>deglobalizzazione</strong>. Le frontiere economiche tornano a pesare, le catene produttive vengono ripensate, i grandi blocchi si guardano con crescente diffidenza e ciascuno cerca di dipendere il meno possibile dall&#8217;altro.</p>
<p>Insomma, ci eravamo illusi di avere finalmente un mondo senza muri e adesso stiamo tornando a costruirli. Solo che, questa volta, non sempre sono di cemento: spesso sono fatti di dazi, chip, brevetti, algoritmi e restrizioni commerciali.</p>
<p>E qui entra in scena la nuova arma letale: <strong>la tecnologia</strong>.</p>
<p>Non quella dei film d&#8217;azione, naturalmente, dove bastano Mel Gibson e Danny Glover per salvare il mondo all&#8217;ultimo minuto. Quella vera, molto più silenziosa e sofisticata. L&#8217;intelligenza artificiale, i dati, gli algoritmi, la capacità di controllare le informazioni e le infrastrutture digitali.</p>
<p>Oggi, in certi casi, per mettere in difficoltà un Paese potrebbe non servire bombardarlo. Potrebbe bastare impedirgli di accedere alla tecnologia di cui ha bisogno.</p>
<p>La nuova guerra, insomma, potrebbe essere combattuta senza sparare un colpo.</p>
<p>E mentre noi discutiamo se sia meglio la globalizzazione o la deglobalizzazione, il denaro continua tranquillamente a fare quello che ha sempre fatto: <strong>cercare il potere e seguire il potere</strong>.</p>
<p>Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che le grandi guerre della storia non sono nate per motivi economici. Ed è vero. Non tutte, almeno. La Prima guerra mondiale, la Seconda, i conflitti etnici e religiosi, la Guerra fredda, il terrorismo: ogni vicenda ha la propria complessità e non può essere infilata tutta dentro una cassaforte.</p>
<p>Ma l&#8217;economia, direttamente o indirettamente, è quasi sempre lì.</p>
<p>Un popolo affamato può ribellarsi per ideologia, ma la fame resta fame. Un Paese può combattere per il prestigio nazionale, ma dietro il prestigio spesso ci sono risorse, territori, commerci, energia. Un&#8217;alleanza può nascere da affinità politiche, ma prima o poi qualcuno presenta il conto delle spese.</p>
<p>E così, tra un vertice internazionale e un altro, tra una stretta di mano e un tweet, il mondo continua a muoversi secondo una regola antica: <strong>chi possiede qualcosa che gli altri desiderano, prima o poi scopre di avere un certo potere</strong>.</p>
<p>Il problema è capire quanto questo potere venga usato per costruire e quanto per dominare.</p>
<p>Perché il denaro, in fondo, non è cattivo. È semplicemente denaro. Può finanziare una scuola o una guerra, costruire un ospedale o un arsenale, sostenere la ricerca o comprare consenso. Dipende da chi lo possiede e, soprattutto, da chi decide come spenderlo.</p>
<p>Il guaio comincia quando il denaro smette di essere uno strumento e diventa il padrone.</p>
<p>A quel punto anche la politica rischia di trasformarsi in una grande azienda, la diplomazia in una trattativa commerciale e la pace in un contratto con clausole scritte in caratteri così piccoli che nessuno riesce più a leggerle.</p>
<p>E allora eccoci qui, a camminare sul filo del rasoio, in un mondo che si proclama moderno ma continua a comportarsi secondo logiche antichissime.</p>
<p>Cambiano le armi, cambiano le tecnologie, cambiano i protagonisti. Ma il vecchio binomio <strong>denaro-potere</strong> continua a resistere a tutte le rivoluzioni.</p>
<p>Forse perché, in fondo, il mondo è sempre stato un grande mercato.</p>
<p>Solo che oggi abbiamo finalmente capito una cosa: <strong>non tutto è in vendita.</strong></p>
<p>Il problema è che, ogni tanto, arriva qualcuno con un&#8217;offerta.</p>
<p>E qualcuno, dall&#8217;altra parte del tavolo, è disposto ad ascoltarla.</p>
<p>Hermann Hesse, ne <em>Il lupo della steppa</em>, lasciava una riflessione che conserva una sorprendente attualità: «Sempre è stato così e così sarà sempre: il tempo e il mondo, il denaro e il potere apparterranno ai piccoli e ai superficiali, mentre gli altri, i veri uomini, non avranno niente».</p>
<p>Chissà se il messaggio arriverà a destinazione.</p>
<p>Forse no. Perché, nel frattempo, il mondo è in vendita.</p>
<p><strong>Salvo esaurimento scorte.</strong></p>
<h3><strong>Montanelli, se permettete</strong></h3>
<p>Montanelli, davanti a tutto questo, probabilmente avrebbe sorriso con quella sua aria di chi aveva già visto il film e conosceva anche il finale.</p>
<p>Avrebbe forse ricordato che gli uomini cambiano, i governi cadono, le ideologie passano e perfino gli imperi finiscono. Il denaro, invece, ha una resistenza straordinaria: cambia padrone, cambia divisa, cambia banca, ma trova sempre il modo di sopravvivere.</p>
<p>E noi?</p>
<p>Noi continuiamo a discutere su chi abbia ragione.</p>
<p>Nel frattempo, qualcuno conta i soldi.</p>
<p>E, come accade spesso nella grande commedia umana, <strong>il conto finale arriva sempre a chi non ha partecipato alla cena</strong>.</p>
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		<title>Il ritorno dei fantasmi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2026 20:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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<p>Dai manicomi all’Intelligenza Artificiale, passando per le moschee scolastiche e le toghe sotto esame: il progresso inciampa, torna indietro e scopre che il mondo è ancora nelle mani dell’uomo. Purtroppo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3902.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3902.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3902-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3902-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3902-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3902-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3902-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p class="s5"><span class="s6"><em>Dai manicomi all’Intelligenza Artificiale, passando per le moschee scolastiche e le toghe sotto esame: il progresso inciampa, torna indietro e scopre che il mondo è ancora nelle mani dell’uomo. Purtroppo</em></span></p>
<p class="s5">Mentre Mosca continua a minacciare l’Ucraina con nuovi raid e i morti si accumulano ormai con la stessa freddezza con cui si contano i dividendi di Borsa, qualcuno, miracolo statistico, ha ancora un frammento di sale in zucca e propone il ripristino dei manicomi.<br />
La notizia ha scandalizzato i professionisti del progresso obbligatorio, quelli che negli ultimi quarant’anni hanno abolito tutto: autorità, limiti, controllo, responsabilità, buon senso. Salvo poi stupirsi se il risultato finale somiglia a un condominio amministrato da Nerone durante un blackout.</p>
<p class="s5">Eppure il fenomeno è interessante.<br />
Molte cose che il Novecento aveva archiviato come “anacronistiche” stanno tornando. I manicomi, le case chiuse, le frontiere, l’educazione severa, la necessità di distinguere tra libertà e anarchia. Persino il concetto che non tutte le idee abbiano diritto alla stessa dignità intellettuale.</p>
<p class="s5">Nietzsche parlava dell’eterno ritorno. Noi, più modestamente, assistiamo al ritorno dell’evidenza.</p>
<p class="s5">Perché il problema non è mai stato abolire certe strutture: il problema era sostituirle con qualcosa di migliore. E il nuovo ordine sociale, progettato dal liberalismo effervescente e dalle utopie sociologiche da aperitivo universitario, semplicemente non ha funzionato.<br />
L’esperimento è fallito. Come quasi tutti gli esperimenti condotti sull’uomo da chi considera l’uomo materiale da laboratorio.</p>
<p class="s5">Oggi viviamo in un mondo dove è diventato difficile capire se i pazzi siano aumentati davvero o se abbiano semplicemente ottenuto accesso ai centri decisionali.<br />
Che esistano diversi stadi di pericolosità è scientificamente provato. Che alcune sfere del potere siano finite in mani squilibrate è invece dimostrato dall’agenda quotidiana.</p>
<p class="s5">E allora si torna indietro. Non per nostalgia, ma per sopravvivenza.</p>
<p class="s5">Nel frattempo, mentre la politica litiga sulle macerie della logica, arriva perfino il nuovo pontefice, Papa Leone XIV, che nell’enciclica <span class="s7">Magnifica Humanitas</span> mette in guardia contro il paradigma tecnocratico, denuncia le nuove schiavitù digitali e invita a “disarmare” l’Intelligenza Artificiale.<br />
Non perché la macchina sia malvagia, ma perché l’uomo rischia di diventare pigro abbastanza da consegnarle il proprio cervello in comodato d’uso.</p>
<p class="s5">Ed è qui il punto centrale.</p>
<p class="s5">L’IA non fa paura perché pensa, ma fa paura perché<br />
molti hanno smesso di farlo.</p>
<p class="s5">Ogni grande invenzione umana porta con sé progresso e rischio. La stampa diffuse cultura e propaganda; la televisione informò e rincitrullì; Internet collegò il mondo e isolò gli individui. L’Intelligenza Artificiale potrà curare malattie, accelerare ricerca, migliorare la vita. Oppure potrà diventare l’arma definitiva nelle mani del primo squilibrato convinto di essere Napoleone con accesso ai codici nucleari.</p>
<p class="s5">Ed è questo il vero incubo contemporaneo: non la macchina che domina l’uomo, ma l’uomo che abdica a sé stesso.</p>
<p class="s5">Ci sarà sempre un pazzo in un pazzo venerdì, sempre più pazzo, per citare il film del 2025 diretto da Nisha Ganatra, pronto a premere il bottone sbagliato nel momento sbagliato.<br />
La differenza è che un tempo distruggeva il cortile del paese; oggi può cancellare mezzo pianeta dal satellite.</p>
<p class="s5">E mentre il mondo balla sul Titanic digitale, la cronaca interna riesce persino a superare la fantasia.</p>
<p class="s5">Forza Italia rilancia la responsabilità civile dei magistrati; la Lega rivendica la battaglia come propria; il 3 giugno si annuncia l’ennesimo showdown da salotto istituzionale. Nel frattempo, un ex dirigente dell’Olp compare nelle liste del Movimento 5 Stelle e qualcuno pensa persino di affidargli l’assessorato alla Pace, in una di quelle ironie che neppure il miglior sceneggiatore oserebbe proporre sobriamente.</p>
<p class="s5">Poi c’è il caso Venezia, con il video di uno straniero che, direttamente dall’aula di voto, dispenserebbe consigli elettorali ai propri connazionali a favore di un certo partito. Globalizzazione democratica, la chiamano; ci sono le benedizioni elettorali ai candidati musulmani; ci sono le scuole che organizzano visite in moschea in nome della laicità, spiegando che oltre il 30% degli studenti è musulmano.</p>
<p class="s5">Ora, sia chiaro: conoscere culture diverse è civiltà.<br />
Ma spacciare ogni trasformazione sociale come inevitabile progresso è propaganda. E soprattutto è pericoloso quando chi governa non distingue più integrazione da sostituzione culturale, dialogo da resa, tolleranza da paura di dire “no”.</p>
<p class="s5">In questo panorama da teatro dell’assurdo, resta almeno una consolazione: lo sport.</p>
<p class="s5">Luna Rossa Prada Pirelli Team vola verso Napoli dopo il trionfo sui neozelandesi negli Ac40 e ricorda agli italiani che competere, ogni tanto, è ancora consentito senza chiedere scusa.<br />
E poi c’è lui: Andrea Kimi Antonelli. Quattro vittorie consecutive, talento smisurato, faccia pulita e velocità feroce. Davanti a lui, sul podio, undici titoli mondiali compressi in uno specchietto retrovisore. Dietro, un mondo che discute quote, ideologie, algoritmi, identità fluide e tribunali permanenti della morale.</p>
<p class="s5">Kimi corre. E basta.</p>
<p class="s5">Forse è per questo che ci piace.<br />
Perché nello sport, almeno per qualche minuto, il cronometro resta più onesto della politica e meno bugiardo dei social.</p>
<p class="s5">E allora sì, fermiamoci un istante.<br />
Come osservava Stefan Zweig, anche la pausa fa parte della musica.</p>
<p class="s5">Il problema è che l’umanità continua a suonare strumenti potentissimi senza aver imparato la partitura.<br />
Abbiamo l’energia atomica, l’Intelligenza Artificiale, la finanza globale, gli arsenali spaziali e la comunicazione istantanea. Abbiamo tutto.</p>
<p class="s5">Tranne la saggezza proporzionata alla forza che possediamo.</p>
<p class="s5">E questa, purtroppo, nessun algoritmo potrà mai installarla automaticamente.</p>
<p class="s5"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Foto:Canva remixed</span></span></p>
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		<title>Il governo che dura, l’opposizione che insiste e il mondo che si distrae</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 08:58:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[primo maggio]]></category>
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<p>Primo Maggio tra celebrazioni e contraddizioni: primati politici, guerre ignorate e generazioni indecifrabili ______________________________ &#160; Primo Maggio, festa del lavoro: anche di quello che non c’è, di quello sottopagato e&#8230;</p>
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<p class="s2"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">______________________________</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="s2">Primo Maggio, festa del lavoro: anche di quello che non c’è, di quello sottopagato e di quello in nero. In Italia è il giorno delle celebrazioni ufficiali, dei cortei, dei discorsi pubblici e dei concerti in piazza: una liturgia laica che onora conquiste sacrosante e, con elegante discrezione, evita di soffermarsi su ciò che nel frattempo si è perso per strada. Perché accanto a chi lavora troppo e guadagna poco, c’è chi il lavoro lo cerca senza trovarlo; accanto a chi fatica ogni giorno, c’è chi fatica soprattutto a dichiararlo; e accanto a chi rivendica diritti, c’è sempre qualcuno che considera il lavoro una pratica nociva, da evitare per ragioni di salute.</p>
<p class="s2">Dentro questa cornice festiva, faceta quanto si vuole, ma non del tutto immaginaria, si inserisce una notizia che, a voler essere sinceri, ha quasi del prodigioso: il governo guidato da Giorgia Meloni sta per diventare uno dei più longevi della storia repubblicana. In un Paese dove gli esecutivi duravano meno di un raffreddore stagionale, arrivare a oltre 1.280 giorni suona come una maratona corsa in pantofole.</p>
<p class="s2">Superato il quarto governo di Silvio Berlusconi, resta nel mirino il primato del Berlusconi II, quasi fosse una vetta da conquistare con pazienza più che con slancio. E la parola d’ordine è sempre quella: stabilità. Una parola così evocata che, a furia di ripeterla, ha finito per sembrare reale.</p>
<p class="s2">Nel frattempo, anche l’opposizione si conquista il suo piccolo record: mai così longeva nel dire “no”. Un monosillabo tenace, reiterato con disciplina quasi militare. Il governo propone, l’opposizione si oppone: un equilibrio perfetto nella sua immobilità. A Cesare quel che è di Cesare, e all’eco quel che è dell’eco.</p>
<p class="s2">Fuori da questo teatro ordinato, il mondo continua invece a muoversi con inquietante disinvoltura. Le guerre, dall’Ucraina al Golfo Persico, sono diventate un sottofondo costante, una specie di ronzio globale che non disturba più di tanto le nostre abitudini. Si registrano, ma non si sentono.</p>
<p class="s2">Poi interviene Donald Trump, che annuncia ritiri militari come se stesse cambiando programma televisivo. L’Europa osserva, discute, convoca. E, soprattutto, riflette. Così tanto che il rischio non è sbagliare decisione, ma non prenderne alcuna.</p>
<p class="s2">Nel frattempo, l’attenzione collettiva si concentra su ciò che è più maneggevole: cronache minori elevate a questioni epocali, polemiche a breve scadenza, casi giudiziari raccontati a puntate. Si moltiplicano le etichette: incapaci di intendere, irregolari non rimpatriabili, identità da catalogo. A guardare il campionario, si direbbe che la normalità sia diventata una specie in via di estinzione.</p>
<p class="s2">E le nuove generazioni? Più che un problema, un mistero. Non tanto per ciò che sono, ogni epoca ha avuto i suoi giovani incomprensibili, ma per la loro apparente impermeabilità al mondo esterno. Guerre, crisi, equilibri globali: tutto scivola via, come se la realtà fosse un contenuto tra gli altri.</p>
<p class="s2">Forse aveva visto lungo Tiziano Terzani, quando notava che gli slogan hanno preso il posto della poesia e la pubblicità quello del pensiero. Oggi si comunica molto, si capisce meno, e si ricorda quasi nulla.</p>
<p class="s2">Resta così questa fotografia, scattata nel giorno dedicato al lavoro: un governo che resiste, un’opposizione che insiste, un mondo che si agita e una società che osserva distrattamente. Tutti impegnati, ciascuno a modo suo.</p>
<p class="s2">E se il Primo Maggio serve a celebrare il lavoro, viene da chiedersi quale sia, oggi, il più diffuso: forse quello di ignorare l’essenziale.</p>
<p class="s2">Un mestiere che, a giudicare dai risultati, esercitiamo con impeccabile costanza.</p>
<p class="s2">
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		<title>L’Europa non è un condominio (anche se qualcuno insiste a portarsi dietro le ciabatte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 09:47:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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<p>Tra veti, distinguo e fughe solitarie, l’Unione rischia di sembrare un’assemblea di litiganti più che una comunità di destino C’è un equivoco di fondo che, come certi rumori notturni nei&#8230;</p>
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<p>C’è un equivoco di fondo che, come certi rumori notturni nei palazzi mal amministrati, continua a disturbare il sonno dell’Europa: l’idea che l’Unione sia un elegante condominio dove ciascuno può fare ciò che vuole, salvo poi lamentarsi dell’odore di fritto altrui. Non è così. O, almeno, non dovrebbe esserlo.</p>
<p>L’Unione Europea nasce, sulla carta, come un’unione di Stati che condividono non solo regole, ma anche una direzione politica, una visione, un minimo sindacale di coerenza internazionale. Non è il club del “faccio come mi pare purché pago le spese comuni”, né una riunione di scapoli geopolitici in cerca d’autore.</p>
<p>E invece, a giudicare dagli ultimi sviluppi, l’aria che tira somiglia più a quella dell’“Armata Brancaleone”: ognuno per sé, Dio per tutti e, se possibile, qualche corsia preferenziale per i propri mercantili.</p>
<p>Prendiamo il caso della Spagna di Pedro Sánchez. Mentre il resto dell’Occidente cerca faticosamente una linea comune su crisi e sicurezza, Madrid si distingue per una certa creatività diplomatica: dialoga con l’Iran, ottiene garanzie di transito nello stretto di Hormuz, si smarca dalla missione europea “Aspides” e, già che c’è, si dichiara contraria all’aumento della spesa NATO. Il tutto con la grazia di chi, invitato a cena, decide di portarsi da casa il proprio menù.</p>
<p>Il risultato? Teheran elargisce riconoscimenti selettivi: passaggio sicuro per i mercantili spagnoli “perché Madrid rispetta il diritto internazionale”. Una formula elegante, che suona più o meno come: “voi siete diversi dagli altri”. E quando qualcuno inizia a essere “diverso” in politica estera, di solito significa che qualcosa si è incrinato.</p>
<p>Ora, sia chiaro: il rispetto del diritto internazionale, quello vero, non quello a geometria variabile, non è materia negoziabile. Il regime di libero transito negli stretti, sancito dalla UNCLOS, non si contratta come un saldo di fine stagione. È una regola, e le regole o si rispettano tutti o diventano carta decorativa.</p>
<p>Ma il punto non è giuridico. È politico. È strategico. È, in ultima analisi, esistenziale per l’Europa.</p>
<p>Si può, nel pieno di una tensione globale crescente, restare contemporaneamente dentro l’Unione Europea, nella NATO e nel sistema delle Nazioni Unite, e poi comportarsi come un battitore libero? Si può essere “non allineati” quando si è, per definizione, allineati a un sistema di alleanze?</p>
<p>La risposta, se si vuole essere onesti, è no. O meglio: si può fare, ma ha un prezzo. E di solito non lo paga solo chi gioca da solista.</p>
<p>E qui entra in scena l’altro convitato di pietra, l’Ungheria, che da tempo interpreta l’appartenenza europea come una forma d’arte contemporanea: astratta, incomprensibile e spesso provocatoria. Due casi non fanno ancora una regola, ma fanno certamente un problema. Anzi, due.</p>
<p>“Huston, abbiamo un problema”, verrebbe da dire. Ma non è un guasto improvviso: è un difetto di fabbrica mai corretto. L’Europa ha tollerato troppo a lungo l’ambiguità, scambiandola per pluralismo. Ha accettato il dissenso strategico come fosse una sfumatura culturale. Ha confuso la libertà con l’arbitrio.</p>
<p>Eppure, la realtà è meno filosofica e più brutale: non si può stare con due piedi in una scarpa. È scomodo, e prima o poi si cade.</p>
<p>Se l’Unione vuole essere qualcosa di più di un mercato ben arredato, deve decidere cosa essere: una potenza rispettabile o una riunione di condòmini rumorosi. Non esiste una terza via fatta di comunicati prudenti e malumori sussurrati.</p>
<p>Chi condivide le regole resta e le rispetta. Chi non le condivide ha tutto il diritto di andarsene, o il dovere degli altri di accompagnarlo gentilmente alla porta. Non per cattiveria, ma per igiene istituzionale.</p>
<p>Perché, alla fine, il vecchio adagio non sbaglia: se osservi abbastanza a lungo il problema, scoprirai che il problema sei tu.</p>
<p>E l’Europa, a forza di guardarsi allo specchio, dovrebbe averlo capito. Ma continua a pettinarsi. E intanto, fuori, il mondo bussa. Non sempre con buone intenzioni.</p>
<p>Giuseppe Arnò</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La terra trema, noi strepitiamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 20:23:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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<p>Quando il sisma è geologico, ma la caciara è tutta umana Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la&#8230;</p>
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<p class="s4">Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista, provvedo io a un ripulisti selettivo”.</p>
<p class="s4">Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano corrente.</p>
<p class="s4">Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi, più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno.</p>
<p class="s4">Viene presentata una bozza di riforma elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: <span class="s2">Giulio Andreotti</span> e <span class="s2">Bettino Craxi</span> avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia, assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi medianiche, scomuniche preventive.</p>
<p class="s4">Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”, un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi, è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog. Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore.</p>
<p class="s4">Poi ci sono le sentenze creative, quelle dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione.</p>
<p class="s4">E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un “shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per ripulirsi da un eccesso di tensione.</p>
<p class="s4">Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk show permanente. E poi ci stupiamo se trema.</p>
<p class="s4">La Terra resta un paradiso. L’inferno, semmai, è non accorgersene.</p>
<p class="s4">E se proprio il sisma fosse un messaggio, non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non le sgomberiamo noi, restano.</p>
<p class="s4">E non c’è Protezione Civile che tenga.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Matrimonio senza amore, amore senza matrimonio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 12:11:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[abolizione dovere coniugale]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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<p>La Francia abolisce il dovere coniugale. E allora, per coerenza, liberiamo anche il marito dal peccato della coerenza Matrimonio come contratto commerciale. Bene. Ma l’amore? Secondo accurati sondaggi, oggi in&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/Matrimonio-ev.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/Matrimonio-ev.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/Matrimonio-ev-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/Matrimonio-ev-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/Matrimonio-ev-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/Matrimonio-ev-1536x864.jpg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/Matrimonio-ev-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/02/Matrimonio-ev-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p style="font-weight: 400;"><em>La Francia abolisce il dovere coniugale. E allora, per coerenza, liberiamo anche il marito dal peccato della coerenza</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Matrimonio come contratto commerciale. Bene. Ma l’amore?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Secondo accurati sondaggi, oggi in Francia un uomo su quattro ritiene normale che una donna abbia rapporti sessuali per dovere matrimoniale e non per desiderio. Dato allarmante, si dirà. E infatti la République, che quando fiuta un principio morale non resiste alla tentazione di trasformarlo in norma, ha deciso di intervenire.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’Assemblea Nazionale ha approvato all’unanimità una legge che sancisce la fine del cosiddetto <em>dovere coniugale</em>. Coautore del testo è il deputato di centrodestra Paul Christophe (Horizons); ora la palla passa al Senato, chiamato a chiarire un <em>quid iuris</em> che da secoli inquieta giuristi, teologi e mariti: se la convivenza implichi o meno la comunione del letto.</p>
<p style="font-weight: 400;">La risposta è netta: <strong>no</strong>.<br />
“La convivenza non crea alcun obbligo di rapporti sessuali”, stabilisce il nuovo dettato, smarcandosi da una giurisprudenza che aveva spesso assimilato la comunione di vita a una comunione di lenzuola. Un equivoco, a quanto pare, durato troppo a lungo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Secondo la coautrice della legge, Marie-Charlotte Garin, lasciare in vita l’idea di un dovere coniugale significherebbe avallare “un sistema di dominio e di predazione del marito nei confronti della moglie”. E sia: la lotta femminista, quando è necessaria, va combattuta fino in fondo. Anche a colpi di codice civile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Resta però una domanda, fastidiosa come una zanzara in una stanza buia: <strong>e l’amore?</strong><br />
Se il matrimonio è ridotto a contratto di mutua assistenza logistica, se il letto diventa territorio neutro e l’intimità un’opzione facoltativa, che cosa resta? Un’assemblea condominiale con benefici fiscali.</p>
<p style="font-weight: 400;">Colpisce la scala delle priorità. Il mondo oscilla tra guerre nucleari e catastrofi naturali, ma la Francia, con encomiabile zelo, mette ordine tra piumoni e cuscini. Non è difficile immaginare che presto qualche illustre onorevole, per non restare indietro, proponga una norma analoga anche da noi. O che sia Bruxelles a occuparsene, magari precisando che per fare l’amore in ambito coniugale sarà necessario un consenso scritto, con firma autenticata, valido solo nei giorni feriali e previo preavviso di quarantotto ore.</p>
<p style="font-weight: 400;">Del resto l’Europa ha solide basi teoriche. Basterà rispolverare Tommaso Campanella e la sua <em>Città del Sole</em>, dove la generazione è sottoposta a regole ferree, accoppiamenti giudiziosi, orari stabiliti dall’astrologia e una netta distinzione tra amore e sessualità. L’atto generativo è cosa seria, i sentimenti un dettaglio trascurabile. La delizia, se concessa, è subordinata alla necessità. E il gusto, si rassicura, non manca a nessuno.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma se la signora non ci sta?<br />
Se accusa l’eterna emicrania, se rifiuta la sessualità tanto per delizia quanto per necessità? Qui la legge tace. E allora, per coerenza giuridica e igiene mentale, sarebbe cosa buona e giusta che un prode legislatore proponesse una norma complementare: <strong>l’esonero da ogni infamia per il marito che, al reiterato diniego coniugale, eserciti i propri desideri fuori le mura domestiche</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Non per licenza, ma per logica.<br />
Se il matrimonio non crea alcun obbligo di rapporti sessuali, non sarà lecito dolersene. Né pretendere fedeltà fondata su ciò che la legge ha dichiarato inesistente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Come recita un vecchio adagio: <em>a rendere felici non è l’amare, ma l’essere amati</em>.<br />
E quando l’amore diventa facoltativo, anche la fedeltà rischia di finire tra le clausole vessatorie.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>E giustizia, finalmente, sia fatta.</p>
<p></strong><strong>Giuseppe Arnò</strong></p>
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		<title>Si spengono le luci (e qualcuno resta al buio)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Dec 2025 06:50:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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<p>Il 2025 se ne va tra divorzi geopolitici, Giubilei chiusi, coscienze aperte a metà e un’umanità che continua a litigare sul ponte mentre la nave imbarca acqua Si spengono le&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1300" height="731" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845.jpeg 1300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1300px) 100vw, 1300px" /></p><p class="s7"><span class="s6"><b><i>Il 2025 se ne va tra divorzi geopolitici, Giubilei chiusi, coscienze aperte a metà e un’umanità che continua a litigare sul ponte mentre la nave imbarca acqua</i></b></span></p>
<p class="s9">Si spengono le luci. E non è solo una suggestione letteraria: è proprio la trama, degna del romanzo di <span class="s8"><b>Jay McInerney</b></span>, che torna d’attualità. Il “matrimonio” tra Stati Uniti ed Europa scricchiola come quello di Russell e Corinne: non c’è un vero litigio, ma una distanza che cresce, fatta di silenzi, calcoli e reciproca sopportazione.</p>
<p class="s9"><span class="s8"><b>Donald Trump</b></span>, tornato a pensare il mondo come un grande mercato con bandiere opzionali, pratica una filosofia a metà tra l’empirico e il cervellotico: soggettiva, muscolare, spesso incomprensibile persino a se stessa. L’Europa, <span class="s8"><b>Ucraina</b></span> compresa, per lui è un partner commerciale tra tanti, non un’alleanza sentimentale. Con la <span class="s8"><b>Russia</b></span> vale lo stesso principio: la guerra può finire domani o dopodomani, purché torni utile ai conti. Il vero chiodo fisso resta la <span class="s8"><b>Cina</b></span>. È lì che si gioca l’egemonia economico-militare di un’America che teme di non essere più eterna. Il resto è contorno. Bruxelles compresa.</p>
<p class="s9">E tuttavia, miracolo dei miracoli, l’<span class="s8">Europa</span> pare aver capito. Prima l’antifona, poi la realtà. Si è desta, anche se con la lentezza tipica di chi si sveglia convinto che sia ancora presto. Rafforzerà la propria difesa, finalmente comune, perché nazionale non basta più, investirà in tecnologia per smettere di dipendere da chi la tratta come un cliente distratto, e comincerà a decidere aggirando l’ossessione dell’unanimità, che ha spesso funzionato come un elegante freno a mano tirato. Gli strumenti, in fondo, li ha sempre avuti. Ora, finalmente, sta provando a usarli.</p>
<p class="s9">Chiuso il capitolo 2025, si apre quello del 2026. O la va o la spacca. E questa volta non è una figura retorica. Intanto si chiude anche un <span class="s8"><b>Giubileo</b></span>. A Bologna, nella Basilica di San Petronio, l’arcivescovo <b><span class="s8">Matteo Zuppi</span> </b>abbassa il sipario liturgico ma invita a lasciare aperte porte ben più difficili: quelle delle case, delle comunità, delle coscienze. Porte che non fanno rumore, ma resistono.</p>
<p class="s9">Le sue parole, speranza, pace, alleanza sociale, vicinanza agli ultimi, suonano come una nota fuori spartito in un mondo che discute di missili e dazi con la stessa naturalezza con cui una volta parlava di raccolti. La speranza, viene da augurarsi, è che quell’omelia riesca a superare le mura più spesse: non quelle delle basiliche, ma quelle dei cuori duri di chi si contende il dominio del mondo come fosse una partita a risiko.</p>
<p class="s9">Il 2025, del resto, non sarà ricordato con nostalgia. È stato un anno di addii pesanti: alla cultura, allo spettacolo, allo sport, alla pace, con la scomparsa di figure che tenevano insieme l’immaginario collettivo meglio di molti trattati internazionali. Alcune guerre finiscono, altre iniziano, come se l’umanità non sapesse fare altro che cambiare campo di battaglia. I dazi diventano strumenti morali, le catastrofi naturali presentano il conto, e il pianeta, già malandato, osserva in silenzio la gara a chi lo distrugge più in fretta.</p>
<p class="s9">Sul fronte interno, scandali e corruzione restano protagonisti ovunque. L’<span class="s8">Italia</span>, come spesso accade, non manca l’appuntamento. Titoli che sembrano barzellette (“Noi con Hannoun”), consiglieri che mettono in imbarazzo i partiti e pretendono di mettere il bavaglio ai giornalisti: il tutto dà l’impressione di una corsa in discesa senza paracadute. Governo e opposizione, ciascuno a modo suo, faticano: il primo perché non ha davanti un’opposizione costruttiva ma solo polemica; la seconda perché non riesce a ricordarsi quale sia il suo mestiere. E non va molto meglio altrove, se in Francia destra e sinistra riescono a dividersi perfino su un omaggio nazionale a <span class="s8"><b>Brigitte Bardot</b></span>.</p>
<p class="s9">Eppure, in questo mare agitato, qualche dato va riconosciuto. Il governo italiano porta a casa risultati non trascurabili, soprattutto sul piano internazionale. L’Italia viene osservata come una possibile guida dell’Unione. Non è poco, in tempi in cui scarseggiano le teste pensanti e ce ne vorrebbero il doppio solo per capire da dove cominciare.</p>
<p class="s9">Che cosa ci porterà il 2026?</p>
<p class="s9">La risposta migliore resta quella di un vecchio signore inglese che di crisi se ne intendeva: <span class="s10">«Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni»</span>. Il problema, semmai, è capire quanti siano ancora interessati a diventarlo.</p>
<p class="s9">Buon anno 2026. Con moderata speranza, lucida ironia e la cautela di chi ha imparato che le luci si spengono in fretta, ma il conto resta acceso.</p>
<p class="s7">
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		<title>Giustizia è (finalmente) fatta Separazione delle carriere, fine dell’equivoco: la riforma che restituisce equilibrio tra chi accusa e chi giudica</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2025/11/02/giustizia-e-finalmente-fatta-separazione-delle-carriere-fine-dellequivoco-la-riforma-che-restituisce-equilibrio-tra-chi-accusa-e-chi-giudica/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=giustizia-e-finalmente-fatta-separazione-delle-carriere-fine-dellequivoco-la-riforma-che-restituisce-equilibrio-tra-chi-accusa-e-chi-giudica</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 07:39:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[riforma]]></category>
		<category><![CDATA[Separazione delle carriere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Lex-1920-x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Lex-1920-x1080.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Lex-1920-x1080-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Lex-1920-x1080-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Lex-1920-x1080-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Lex-1920-x1080-1536x864.jpg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Lex-1920-x1080-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Lex-1920-x1080-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>C’è voluto quasi mezzo secolo, una sfilza di governi, un cimitero di buone intenzioni e, per non farci mancare nulla, 88 processi al povero Berlusconi, di cui alcuni hanno avuto&#8230;</p>
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<p>“Traguardo storico”, ha detto la premier Meloni. E ha ragione. Dopo decenni in cui le toghe si sono abituate a passare con disinvoltura dal ruolo dell’accusa a quello del giudice, come se bastasse cambiare toga per cambiare prospettiva, si ripristina finalmente quel <strong>confine invisibile ma fondamentale tra chi indaga e chi giudica</strong>. Una linea che tutela non solo gli imputati, ma anche la credibilità della magistratura stessa, che da troppo tempo paga la confusione dei ruoli e la tentazione, talvolta irresistibile, di “fare politica” invece di applicare la legge.</p>
<p><strong>Un Paese in cui il giudice decide anche il destino del Parlamento</strong></p>
<p>E che fosse ora, lo dimostra l’ultimo episodio: la <strong>Corte dei Conti</strong> che boccia la delibera sul Ponte sullo Stretto. Non un dibattito tecnico, non un rilievo contabile, ma un vero e proprio <strong>veto politico</strong>, come se la sovranità popolare dovesse chiedere il permesso per attraversare lo Stretto. Ecco l’ennesimo esempio di come la giurisdizione, quando smette di controllare e inizia a sostituirsi al legislatore, smarrisce la sua funzione e diventa una scorciatoia pericolosa, e inquietante, per chi pretende di “difendere la democrazia” togliendo potere a chi ne è la fonte: il popolo.</p>
<p><strong>Il fantasma del Cavaliere</strong></p>
<p>Qualcuno, lassù, oggi sorride.<br />
Silvio Berlusconi, che della riforma della giustizia fece la sua crociata personale, probabilmente brinda nell’aldilà con più soddisfazione di quanta ne ebbe in vita, tra un rinvio a giudizio e una sentenza d’appello. Gli avevano dato del perseguitato e del visionario: ebbene, oggi la sua “visione” è scritta nella Costituzione. Marina Berlusconi lo ha detto con semplicità: “È la vittoria di papà”. E in effetti lo è. Ma, più ancora, è <strong>la vittoria del buon senso</strong>, che ha impiegato solo settant’anni per arrivare in aula.</p>
<p><strong>Addio alle correnti, bentornato merito</strong></p>
<p>La riforma istituisce due <strong>Consigli Superiori della Magistratura</strong>, uno per chi giudica e uno per chi accusa, più un’Alta Corte disciplinare che, almeno sulla carta, dovrebbe servire a rendere la magistratura più responsabile e meno corporativa. E qui entra in scena un’altra parola magica: <strong>sorteggio</strong>. I membri laici e togati saranno estratti a sorte: un’idea che scandalizza solo chi, finora, preferiva la cooptazione di corrente. Il caso, insomma, come antidoto al <em>cerchio magico</em> delle toghe.</p>
<p>Naturalmente, l’Associazione Nazionale Magistrati ha gridato allo scandalo: “Si altera l’equilibrio dei poteri”. In effetti sì: si riequilibra un sistema che da tempo pendeva tutto da una parte. Dopo quarant’anni di “autogoverno”, con carriere decise da correnti e logiche interne più da gruppo di potere che da organo costituzionale, un po’ d’aria fresca non guasta.</p>
<p><strong>La paura dei “pieni poteri”</strong></p>
<p>Le opposizioni, prevedibilmente, hanno agitato il solito spauracchio: “Meloni vuole i pieni poteri!”. Già sentita, e non fa più effetto. In realtà, ciò che la riforma toglie sono <strong>i poteri opachi di un potere non eletto</strong>, che nel tempo si è allargato fino a mettere becco nelle scelte del Parlamento, del Governo, e talvolta perfino dell’economia.<br />
Chiamatela come volete, ma questa non è la resa dello Stato di diritto: è la sua rinascita.</p>
<p><strong>Ora la parola agli italiani</strong></p>
<p>Il prossimo passo sarà il <strong>referendum confermativo</strong>: niente quorum, solo il giudizio dei cittadini. E qui la domanda sarà semplice, quasi disarmante:<br />
volete una giustizia che torni <em>ai cittadini</em>, o vi accontentate di lasciarla <em>ai magistrati</em>?</p>
<p>Chi pensa che tutto vada bene così com’è, tra processi infiniti, sentenze che smentiscono le urne e toghe che scambiano la toga per un microfono, voterà No.<br />
Chi crede invece che una giustizia più chiara, più efficiente e meno politicizzata sia il primo passo verso una democrazia adulta, voterà Sì.</p>
<p><strong>Concludendo:</strong><br />
Per settant’anni abbiamo avuto una giustizia che “funzionava” così bene da farci diventare campioni europei di prescrizioni e risarcimenti per errori giudiziari. Adesso, forse, cominceremo ad avere una giustizia che funziona <em>e basta</em>. E se a qualcuno manca la toga con i superpoteri, beh… c’è sempre Halloween.</p>
<p><strong>Giuseppe Arnò</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La flottiglia dei buoni sentimenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Oct 2025 12:23:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-1536x864.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Vele spiegate verso Gaza, tra illusioni romantiche e realtà che non fa sconti C’è sempre una parte d’Italia, e d’Europa, che, quando sente odore di avventura, non resiste. La chiamano&#8230;</p>
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<p class="s7">C’è sempre una parte d’Italia, e d’Europa, che, quando sente odore di avventura, non resiste. La chiamano solidarietà internazionale, ma somiglia molto a un turismo dell’indignazione. Così la Global Sumud Flotilla è partita: un’armata Brancaleone in barca a vela che gioca con il diritto internazionale come fosse la tombola di Natale.</p>
<p class="s7">Gli avvertimenti erano chiari: Mattarella, Meloni, Tajanihanno parlato. Ma per queste orecchie, avvezze solo al suono del vento, erano parole al… vento.<br />
Alla linea di confine delle acque israeliane non li attende la gloria, bensì l’avviso di dantesca memoria: <span class="s8">“Lasciate </span><span class="s8">ogne </span><span class="s8">speranza, voi ch’</span><span class="s8">intrate</span><span class="s8">.”</span> E magari un drone, più eloquente di mille sermoni.</p>
<p class="s7">È un po’ come se un gruppo di suffragette si spingesse oltre il fronte russo in Ucraina con l’intento di portare conforto. Lodevole, certo. Anche eroico. Ma soprattutto inutile. Perché la realtà, crudele com’è, non ha tempo da perdere con i gesti simbolici.</p>
<p class="s7">E allora ci siamo: nei prossimi giorni la storia avrà il suo epilogo. Giro di boa e ritorno a casa, con annesso racconto epico davanti alle telecamere, oppure arresto e rispedizione al mittente. In ogni caso, un nulla di fatto.</p>
<p class="s7">Nel frattempo, alle porte d’Europa, Putin si diverte a farci sudare con i suoi droni e i suoi missili. E noi, invece di preoccuparci del serio, stiamo dietro a chi confonde la geopolitica, con rispetto parlando, con la Barcolana.</p>
<p class="s7">Poveri noi.</p>
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