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		<title>SANTA MARIA DEL CARMINE: LA CHIESA DI ASSERGI  DENTRO LE MURA DELL’AQUILA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2025 15:26:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa di Assergi]]></category>
		<category><![CDATA[L’Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Maria del Carmine]]></category>
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<p>di Giuseppe Lalli  Il legame sentimentale col passato prepara e aiuta l’intelligenza storica, condizione di ogni avanzamento civile, e, soprattutto, assai ingentilisce gli animi. Benedetto Croce   È a tutti&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Lalli</strong></p>
<p><strong> </strong><em>Il legame sentimentale col passato </em></p>
<div><em>prepara e aiuta l’intelligenza storica,</em></div>
<div><em>condizione di ogni avanzamento civile, </em></div>
<div><em>e, soprattutto, assai ingentilisce gli animi.</em></div>
<div><strong>Benedetto Croce</strong></div>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>È a tutti noto che <strong>L’Aquila</strong> è una città di fondazione. Essa è nata per il concorso dei castelli del suo contado: quelli del territorio vestino e quelli del territorio amiternino. Ma non furono novantanove, che è numero simbolico, magico. In realtà essi furono non più di settanta. I principali tra di essi occuparono un posto loro assegnato (il “Locale”), nel quale ebbero una chiesa, una piazza, una fontana. Secondo un’originale caratteristica urbanistica, il castello d’origine, in qualche modo, si duplicava: esisteva dentro le mura cittadine senza cessare di esistere fuori di esse.</p>
<p>Tra questi castelli ci fu <strong>Assergi</strong>, che ebbe il suo Locale nel quarto di Santa Maria, dove la nuova chiesa, colà edificata nel tardo duecento, si chiamò, in omaggio a quella di provenienza, <strong>Santa Maria d’Assergi. </strong>Essa era, ed è, situata in fondo all’attuale Via del Carmine, che è, venendo idealmente da Piazza Regina Margherita, la seconda traversa che s’incontra a sinistra muovendo verso Corso Vittorio Emanuele II. Volendo andare, invece, sempre da Piazza Regina Margherita, verso Porta Castello, si arriva alla chiesa accedendo dalla prima traversa a destra, che si chiama, non a caso, <strong>Via Assergi</strong>.</p>
<p>Ma è ora che lo scrivente, nato e cresciuto ad Assergi, ceda la parola, come spesso gli capita di fare, a colui che per il passato ha illustrato, con rigore di storico e affetto di sacerdote, il paese, il suo santo, la sua chiesa: quel <strong>Nicola Tomei </strong>(1718-1792) che in una bella pagina della sua <em>Dissertazione</em>, dopo aver ricordato che «La principale Grancia della Chiesa di Assergi, e che di essa Matrice si può dire la filiana, fu la Chiesa detta ancor essa di S. Maria d’Assergi», e dopo aver egregiamente tratteggiato la cornice storica entro la quale avvenne la fondazione della città dell’Aquila e il concorso dei castelli, così scrive:</p>
<p>&#8220;la maggior parte de’ Castelli trasportò nell’Aquila colla miglior parte de’ Cittadini la Chiesa Parrocchiale col Parroco, e suoi Canonici, se ne aveva; lasciò nel Castello un Sostituto per la cura delle anime de’ Filiani colà restati. Il Castello d’Assergi a differenza degli altri molti non fece così. Edificò nell’Aquila la sua Chiesa, mandò i suoi Cittadini; ma volle che la Chiesa dentro l’Aquila fusse la subordinata, e quella che restava nel Castello la principale col Proposto, e Canonici. Del che forsi ne fu cagione, perché essendo questa sommamente frequentata per ragion di S. Franco morto in quel Secolo della fondazione dell’Aquila, non pareva di doversi avvilire col mandarne il Capitolo all’Aquila, e lasciarvi un Sostituto. Se pure non ne fu cagione, perché in quel tempo vi stavano ancora i Monaci, che nel medesimo Secolo XIII si può credere di esserne partiti. […] Fu dunque dal Popolo d’Assergi eretta la Chiesa nell’Aquila nel proprio locale assegnato, che ancor oggi si chiama il Locale d’Assergi nelle pubbliche scritture. Ebbe la piazza, e la fontana &#8220;.<sup>(1).</sup></p>
<p>Il buon <strong>Tomei</strong> ci fa anche sapere che la cura delle anime fu affidata ad un componente del clero assergese, vale a dire a un membro del Capitolo della chiesa parrocchiale (che era composta da quattro sacerdoti oltre il preposto) o un sostituto di esso <sup>(2).</sup></p>
<p>La chiesa, «anche topograficamente dominatrice dell’ampio spiazzo» formato sul retro delle case dei Camponeschi dell’attuale Corso Vittorio Emanuele, tanto da interloquire con la prestigiosa famiglia Franchi, alla quale concedeva nel 1506 l’acqua della fontana, apparteneva ad uno dei castelli, quello di Assergi, tra i più colpiti dalla costruzione del castello spagnolo,  tanto da vedersi, nel 1557, smozzicato il campanile perché ritenuto, alto e massiccio com’era, un intralcio ai tiri delle artiglierie provenienti dalla fortezza eventualmente diretti contro la popolazione turbolenta <sup>(3)</sup> (era stato questo il vero motivo del ridimensionamento e non la gelosia contro gli assergesi da parte «del Regio Castello di fresco edificato», come riferisce un po’ frivolamente <strong> Emidio Mariani – </strong>1770/1850 – ) <sup>(4)</sup>.</p>
<p>Si deve a questa decadenza («estinti già tutti i Popolari d’Assergi dentro l’Aquila» <sup>(5)</sup>) se la chiesa cittadina sarà ceduta nel 1609, non potendo più ad essa provvedere il Capitolo e l’Università del castello pedemontano. L’introduzione dei Carmelitani all’Aquila è legata a questa circostanza e si identificherà con la cessione a detta congregazione religiosa da parte di Assergi sia della chiesa sia del sito attiguo su cui verrà realizzato il convento <sup>(6)</sup>.</p>
<p>E se la realizzazione finale di questa operazione è da ascrivere al clima di fervida spiritualità popolare propiziato dall’azione del vescovo <strong>Gonzalo de Rueda </strong>(1605-1622) e di <strong>Baldassarre de’ Nardis </strong>(1575-1630), nel più generale quadro della riforma cattolica <sup>(7)</sup>, si deve allo zelo di un altro pastore, <strong>Mariano de Racciaccaris</strong> (1579-1592), un minorita, la chiamata in città dei Carmelitani, che «con general parlamento del 1583 furono accettati in Aquila […] e fu a loro dato il permesso di edificare il Convento» <sup>(8)</sup>. E si pervenne alla cessione.</p>
<p>Del contenuto dell’«instrumento rogato da Notar<strong> Alessandro Francantonio d’Assergi</strong> nell’anno 1609» ci dice qualcosa Tomei. Fra i patti c’era che la chiesa dovesse sempre chiamarsi Santa Maria d’Assergi (impegno che non sarà rispettato) e fosse lecito di scolpire in qualunque luogo della chiesa lo stemma del castello <sup>(9)</sup>. Il contratto inoltre prevedeva rapporti tra la chiesa e gli assergesi (alla quale, evidentemente, si sentivano ancora sentimentalmente legati), e pertanto ogni anno due o tre frati carmelitani avevano il dovere di recarsi al paese ed offrire un cero del valore di una libbra nella festa di San Franco, con il diritto di tenere una predica e di essere ospitati gratuitamente anche nella festa dell’Assunta; così come pure il preposto o un canonico di Assergi, trovandosi in città, doveva poter essere ospitato nel convento carmelitano <sup>(10)</sup>.</p>
<p><strong>Tomei </strong>ci fa altresì sapere che</p>
<p>&#8220;colla fabrica del Convento fu occupata la piazza, l’acqua della fontana fu divisa parte dentro il Convento, e parte fuori, come si vede al giorno d’oggi. La cura dell’anime fu addossata alla Chiesa vicina di Tempera, che l’amministra, e dai Frati del Carmine fa sodisfare i pesi delle messe, e paga colla rendita de’ beni addetti a tali pesi, che dal dilei Capitolo si possiedono&#8221;. <sup>(11)</sup>.</p>
<p>Insomma, per il prestigio di Assergi fu un brutto colpo. Fu a partire dai primi decenni del Seicento, con l’avvento dei carmelitani, che la chiesa, affiancata a sinistra dal convento, comincia ad ingrandirsi. Scrive al riguardo <strong>Orlando Antonini</strong>:</p>
<p>All’edificio dugentesco, i frati aggiunsero nel 1637 un coro ottagonale a volta, più alto della nave, che se ne trovò considerevolmente prolungata; di conseguenza, rialzarono pressoché del doppio le muraglie dell’involucro rettangolare, scandendole verticalmente, all’esterno, con una serie di finestrature e con snelli contrafforti in pietra per contenere le spinte della lunga volta a botte <sup>(12)</sup>.</p>
<p>Il risultato di questi radicali rimaneggiamenti fu che la rinascimentale facciata in pietra concia, con i suoi due diseguali ordini, venne a costituire la parte inferiore della nuova fronte, salvo rimuovere il rosone, come appare a prima vista, sostituito da un finestrone al centro della parte rialzata <sup>(13)</sup>. Riguardo alla facciata, oggi coperta dall’impalcatura richiesta dai lavori di ristrutturazione post terremoto, il portale riproduce in maniera quasi perfetta quello della chiesa madre assergese, del quale deve ritenersi contemporaneo, vale a dire realizzato nella prima metà del XV secolo. Le sole differenze degne di nota vanno ravvisate nel fogliame dei capitelli e nella diversa composizione del fregio decorativo dell’architrave, meno elaborati quelli aquilani <sup>(14)</sup>.</p>
<p><strong> </strong><strong>Ignazio Carlo Gavini</strong> (1867-1936), insigne architetto e raffinato storico dell’arte che ai Monumenti d’Abruzzo dedicò tanta parte della sua attività professionale, così scrive sulla chiesa: &#8220;insieme al quartiere di Aquila costruito dagli abitanti di Assergi sorse questa piccola chiesa ad una navata che nulla serba di antico oltre alla fronte riferibile al periodo ben caratterizzato da Santa Maria del Guasto e da San Vito. La muraglia rettangolare rialzata con opera moderna ha perduto il coronamento ed il finestrone a ruota; rimangono invece la cornice mediana ed il portale, che riproduce l’ingresso di Santa Maria del Guasto &#8220;.<sup>(15).</sup></p>
<p>E tuttavia la ex chiesa assergese <em>intus mœnia</em> – ad avviso dello storico dell’arte – non seppe riprodurre di <strong>Santa Maria del Guasto</strong> «l’eleganza e la morbidezza che nel primo portale di questa indica l’opera di uno dei più grandi maestri del tempo» <sup>(16)</sup>. Benché sopravvisse al devastante terremoto del 1703, Santa Maria del Carmine ebbe bisogno di ristrutturazioni sostanziali, nel quadro del generale riassetto urbanistico seguito all’evento sismico. Nel 1730 il sacro edificio fu oggetto di una radicale riprogettazione spaziale, come testimoniato da una lapide posta all’interno <sup>(17)</sup>.</p>
<p>Si trattò, come ci informa <strong>Antonini</strong>, di una variante di quel modulo architettonico gesuitico (derivato dalla chiesa del Gesù a Roma) caratterizzato da una navata unica e ampia, con cappelle laterali intercomunicanti e un presbiterio poco profondo: il tutto finalizzato a creare, nello spirito dei decreti del Concilio di Trento (1545-1569), un senso di unità e centralità dello spazio che favorisse la concentrazione sull’altare dell’attenzione dei fedeli. In Santa Maria del Carmine, l’organismo ad aula<img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-106885 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-2-SANTA-MARIA-DEL-CARMINE-DELLAQUILA-300x258.jpg" alt="" width="300" height="258" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-2-SANTA-MARIA-DEL-CARMINE-DELLAQUILA-300x258.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-2-SANTA-MARIA-DEL-CARMINE-DELLAQUILA-1024x882.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-2-SANTA-MARIA-DEL-CARMINE-DELLAQUILA-768x661.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-2-SANTA-MARIA-DEL-CARMINE-DELLAQUILA-1170x1007.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-2-SANTA-MARIA-DEL-CARMINE-DELLAQUILA-585x504.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-2-SANTA-MARIA-DEL-CARMINE-DELLAQUILA.jpg 1310w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> venne rivestito da una fodera muraria robusta, che si nota applicata sulle precedenti pareti, onde rafforzarle, caratterizzata da una trama architettonico-plastica che costituisce variante al modulo gesuitico. Il partito spaziale si dispone su sistema a-b-b-b-a, ove le lettere estreme rappresentano le due strette campate d’apertura e di chiusura della sequenza delle tre ampie archeggiature cieche, indicate dalle lettere intermedie; archeggiature aprentisi lungo le pareti laterali longitudinali, e tenute da paraste corinzie. <sup>(18)</sup></p>
<p>Alla struttura orizzontale che corre sopra le lesene e lega tutt’attorno lo svolgersi delle pareti fino a girare in curva sul piccolo coro divenuto semicircolare da ottagonale che è all’esterno; e alla lunga volta con le sue originali incorniciature che puntano verso il basso, è demandato il compito di orientare verso l’altare e verso l’immagine della Madonna in fondo all’abside l’attenzione del fedele. <sup>(19).</sup></p>
<p>Per altro aspetto, l’ampiezza delle arcate laterali, a cui lo spessore dei pilastri, nel contrasto tra il colore bruno dei finti marmi e quello biancastro del fondo, danno un’illusoria profondità, sortiscono l’effetto architettonico da un lato di negare alle arcate stesse il carattere, proprio del modulo gesuitico, di varchi tra cappelle, e dall’altro di conferire loro il carattere di arcate divisorie di navate fantasma <sup>(20)</sup>.<img decoding="async" class="size-medium wp-image-106886 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-1-DI-SANTA-MRIA-DEL-CARMINE-LAQUILA-291x300.jpg" alt="" width="291" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-1-DI-SANTA-MRIA-DEL-CARMINE-LAQUILA-291x300.jpg 291w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-1-DI-SANTA-MRIA-DEL-CARMINE-LAQUILA-994x1024.jpg 994w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-1-DI-SANTA-MRIA-DEL-CARMINE-LAQUILA-768x791.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-1-DI-SANTA-MRIA-DEL-CARMINE-LAQUILA-585x603.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/INTERNO-1-DI-SANTA-MRIA-DEL-CARMINE-LAQUILA.jpg 1022w" sizes="(max-width: 291px) 100vw, 291px" /></p>
<p>Questo sistema parietale plastico riproduce, secondo l’<strong>Antonini</strong>, quello strutturale del Cipriani presente nella cattedrale di San Massimo <sup>(21)</sup>. Siamo dunque in presenza di uno degli esempi più rappresentativi di quelle riprogettazioni settecentesche aquilane di chiesa a navata unica (22). L’interno settecentesco, con i suoi tipici richiami barocchi, a me che scrivo, le rare volte che da ragazzo varcavo la soglia di questa chiesa con il nome di ‘Assergi’ nella mente, richiamava l’immagine della chiesa madre del paese, Santa Maria Assunta, prima dei restauri, e ciò mi faceva sentire a casa mia.</p>
<p>Si conclude qui, con i dotti richiami architettonici di <strong>Orlando Antonini</strong>, la storia di quella chiesa dentro le mura dell’Aquila che da ‘Santa Maria d’Assergi’ si chiamò ‘<strong>Santa Maria del Carmine</strong>’, storia che lo scrivente ha tratteggiato con un senso di commossa partecipazione, quella che sempre accompagna l’animo quando, per un motivo o per l’altro, è dato di accarezzare le radici, e coltivare gli affetti che ad esse tengono dietro.</p>
<div><strong> </strong>NOTE AL TESTO</div>
<div>(1) N. TOMEI, <em>Dissertazione sopra gli atti, e culti di S. Franco</em>, Napoli, Giuseppe Coda, 1791, pp. 43-44.</div>
<div>(2)  Ivi, p. 44.</div>
<div>(3) Cfr. R. COLAPIETRA, <em>Antinoriana. Studi per il bicentanario della morte di A. L. Antinori</em>, L’Aquila, Edizioni Libreria Colacchi, vol. II, 2002, p. 1135; Cfr. A. L. Antinori, <em>Annali degli Abruzzi</em>, Forni Editore Bologna, vol. XIX, p. 532, 539.</div>
<div>(4)  E. MARIANI, <em>Memorie Istoriche</em>, tomo I, parte I, fol. 447r , in D. GIANFRANCESCO,<em> Assergi e S. Franco eremita del Gran Sasso</em>, Roma, abete grafica s. r. l., 1980, p. 54, nota 83.</div>
<div>(5)  A. L. ANTINORI, XLVIII, p. 149, in D. GIANFRANCESCO, <em>Assergi e S. Franco</em>…, cit., p. 54 e nota 83.</div>
<div>(6)  R. COLAPIETRA, <em>Antinoriana</em>…, cit., p. 1135.</div>
<div>(7)  Ivi, pp. 1135-1136.</div>
<div>(8) A. SIGNORINI, <em>La Diocesi di Aquila descritta ed illustrata</em>, Aquila, Stabilimento Tipografico Grossi, 1868, p. 99; Cfr. V. MOSCARDI,<em> Cenni topografici e storici del castello di Assergi</em>, Aquila, Santini Simeone Editore, 1896, p. 27.</div>
<div>(9)  N. TOMEI, <em>Dissertazione</em>…, cit., p. 44.</div>
<div>(10) N. LODI, <em>Storia della Diocesi Aquilana</em>, Ms., Reg. III, f. 60rv., in D. GIANFRANCESCO, <em>Assergi e S. Franco</em>…, cit., p. 54 e nota 84.</div>
<div>(11) N. TOMEI, <em>Dissertazione</em>…, cit., p. 44.</div>
<div>(12) O. ANTONINI, “Santa Maria di Assergi (Il Carmine)” in <em>Architettura Religiosa Aquilana</em>, Todi (Pg), Tau Editrice, 2010, p. 281.</div>
<div>(13) Ivi, p. 282.</div>
<div>(14) Cfr. I. C. GAVINI, Storia dell&#8217;architettura in Abruzzo, Azzate (Va), Costantini Editore Pescara, 1980, vol. III, p. 49; Cfr. ID, <em>Santa Maria Assunta in Assergi</em>, Roma, Danesi, 1901, p. 24.</div>
<div>(15)  I. C. GAVINI, , Storia dell&#8217;architettura in Abruzzo, vol. III, cit., p. 39.</div>
<div>(16) <em>Ibidem</em>.</div>
<div>(17) Cfr. O. ANTONINI, “Santa Maria di Assergi (Il Carmine) in <em>Architettura</em>…, cit., p. 282. La lapide all’interno attestava, causticamente, che il Cardinale Ruffo, celebre personaggio del periodo napoleonico, «aedificavit non restauravit» la chiesa.</div>
<div>(18)<em> Ibidem</em>.</div>
<div>(19) <em>Ibidem</em>.</div>
<div>(20) Ivi, 284.</div>
<div>(21) <em>Ibidem</em>.</div>
<div>(22) Ivi, p. 285.</div>
<div></div>
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		<title>ANTONINO ZICHICHI, TRA SCIENZA E FEDE (parte 2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2025 19:14:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>
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<p>Perché bisogna credere in Colui che ha fatto il mondo – Le nuove frontiere della fisica moderna L’occasione di questo scritto mi è stata offerta dalla circostanza del 95esimo compleanno,&#8230;</p>
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<p><em>L’occasione di questo scritto mi è stata offerta dalla circostanza del 95esimo compleanno, avvenuto il 15 ottobre scorso, di <strong>Antonino Zichichi</strong>, il celebre fisico il cui nome è legato ai <strong>Laboratori Nazionali del Gran Sasso</strong> dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare&#8230;</em></p>
<p>Leggi la prima parte dell&#8217;articolo:</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="8e6pKEVX0D"><p><a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/01/14/antonino-zichichi-tra-scienza-e-fede-prima-parte/">ANTONINO ZICHICHI, TRA SCIENZA E FEDE  (Parte 1)</a></p></blockquote>
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<p>Lo si è capito solo a partire dal 1905, allorché si è scoperto, con la <strong><em>Teoria della Relatività Ristretta</em></strong> (‘relatività’ perché la teoria si basa sul concetto che il tempo, la posizione, e il movimento non sono assoluti ma relativi, cioè dipendono da chi osserva; e ‘ristretta’ –  o ‘speciale’ –  in quanto riferita al fatto che essa è valida solo per sistemi inerziali, ovvero dove – in omaggio alle leggi di <strong>Galilei</strong> – in assenza di forze esterne, ciascun corpo nei confronti dell’altro permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, cioè moto in linea retta e a velocità costante), teoria di <strong>Albert Einstein</strong> (1879–1955), espressa con la celeberrima equazione <em>E</em> <em>= mc²</em> (dove ‘E’ rappresenta l’energia totale di un sistema, ‘m’ la massa a riposo di un corpo, ‘c²’ la velocità della luce nel vuoto al quadrato), equazione semplice e rivoluzionaria che fissa un punto di arrivo di risultati sperimentali, e che indica – per dirla con estrema  semplificazione – che l’energia contenuta in un corpo costituisce la massa a riposo del corpo stesso. In altri termini, la massa di un corpo a riposo equivale alla sua energia potenziale. Fondamentale, nella teoria, nata per dare una spiegazione dei fenomeni legati all’elettromagnetismo, è la velocità della luce nel vuoto, che corrisponde a circa 300.000 chilometri al secondo, assunta come velocità costante, assoluta e insuperabile, e che diventa elemento decisivo per rendere la massa e l’energia equivalenti. Nella<strong><em> Teoria della Relatività Generale</em></strong> (‘generale’ in quanto riferita a corpi che si muovono a velocità differenti, come avviene nel cosmo con il sole e i pianeti), del 1915, <strong>Einstein</strong> si servirà, in relazione alla gravità, di ciò che aveva già acquisito nella “relatività ristretta”, vale a dire che Spazio e Tempo (come aveva scoperto teoricamente<strong> Hendrik A. Lorentz</strong> (1853–1928) studiando le famose quattro equazioni con le quali Maxwell, come si è visto, aveva sintetizzato la realtà elettromagnetica) non sono realtà assolute e separate (un pezzo di tempo e un pezzo di spazio, come <strong>Immanuel Kant – </strong>1724/1804 – , il più grande filosofo della modernità, aveva sostenuto sulla scia di <strong>Isaac Newton</strong> – 1643/1727 – ), ma relative, e costituiscono, nell’universo, un’<strong><em>unica struttura</em></strong>, quella dello <strong><em>Spazio-Tempo</em></strong>.</p>
<p>Per avere un’idea di questa sorprendente realtà del mondo fisico, giovi ricordare che la vecchia kantiana distinzione tra spazio e tempo poggiava sulla convinzione che non poteva sorgere alcun equivoco quando si diceva che due eventi in punti lontani nello spazio avvenivano nello stesso istante, e in conseguenza di questa convinzione si riteneva che si potesse descrivere una topografia dell’universo in un dato momento in termini puramente spaziali. Alla luce dell’attuale visione dell’universo, con le sue dimensioni inimmaginabili, questo appare irrealistico, giacché la simultaneità degli eventi si è capito essere un fatto relativo a un particolare osservatore. Detto in altri termini, quello che per un osservatore è una descrizione dello stato dell’universo in un dato istante, per un altro osservatore è una serie di eventi che si verificano in momenti diversi e le cui relazioni non sono soltanto spaziali ma anche temporali. Insomma: in una prospettiva cosmica, ‘prima’ e ‘dopo’ sono concetti relativi. In uno stesso momento, non esiste nulla di simile per due diversi osservatori, a meno non siano fermi l’uno relativamente all’altro. In una prospettiva cosmica dire “adesso” non ha alcun senso: è un’espressione illusoria, che nasce da un’estrapolazione arbitraria della nostra esperienza, quella di un “presente” che non si estende molto più in là del nostro pianeta. Per determinare una posizione o un evento nello spazio, c’è dunque bisogno di quattro misure, le tre dello spazio (lunghezza, larghezza, altezza) più quella del tempo. Ecco perché è appropriato parlare di spazio-tempo: il ‘dove’ e il ‘quando’ sono due facce della stessa medaglia. Nella visione di <strong>Einstein</strong> la massa non è altro che curvatura di spazio-tempo, nel senso che la presenza di una massa (nel sistema solare quella del sole è di gran lunga la predominante) curva, cioè deforma, lo spazio-tempo, come una biglia di vetro in una superficie morbida: nulla, all’apparenza, di più astratto,  ma che avrebbe potuto ricevere conferma sperimentale dal fatto che, in omaggio alla teorizzata curvatura dello spazio, la luce di una stella, che viaggiando nello spazio è destinata a seguirne le curvature, in prossimità del sole avrebbe subìto una deviazione a motivo della curvatura prodotta dalla massa del sole, in modo che sulla Terra un osservatore, per un’illusione ottica, avrebbe visto la stella da cui proveniva la luce in una posizione diversa rispetto a quella reale, con uno scostamento calcolato da Einstein con esattezza. Una predizione, quella del grande scienziato tedesco, che bisognava comunque provare.</p>
<p>Nel 1919, circa quattro anni dopo la pubblicazione della <strong>Teoria delle Relatività Generale</strong>, che, come tutti i cambiamenti di “paradigma” scientifico, incontrava grande scetticismo presso gli addetti ai lavori, una eclissi solare totale offrì l’occasione della verifica sperimentale. A tale scopo, l’astrofisico inglese <strong>Arthur Heddington </strong>(1882–1944) organizzò una spedizione nell’Isola di Principe, al largo delle coste africane, da dove il fenomeno si sarebbe potuto osservare in condizioni ottimali. Conoscendo, per osservazioni fatte di notte, la posizione delle stelle in quel periodo dell’anno nella porzione di cielo in cui il sole sarebbe “transitato”, l’oscuramento del sole per effetto dell’eclissi avrebbe consentito di vedere il cielo scuro dietro il disco solare e quindi di fotografare le stelle circostanti e poter così rilevare con precisione lo scostamento della loro posizione apparente rispetto a quella reale conosciuta e calcolare la misura della deviazione della luce. I calcoli fatti da Heddington e dai suoi collaboratori si rivelarono in linea con quelli teorici di Einstein. Fu così che la teoria della relatività generale divenne popolarissima. Ad essa sarebbero venute altre significative conferme sperimentali. Con Einstein lo <strong>Spazio</strong> non è più uno scatolone vuoto contenente materia, ma è esso stesso materia, che ondula, si flette e s’incurva; e la forza di gravità e lo spazio-tempo sono la stessa cosa. Le orbite dei pianeti attorno al sole sono dunque il risultato della curvatura (o deformazione che dir si voglia) creata nello spazio-tempo dalla massa della nostra stella, ciò che evoca l’immagine del sistema solare come di un gigantesco imbuto dilatato la cui natura curva delle pareti fa ruotare le “palline”, vale a dire i pianeti. Con la teoria della relatività generale di <strong>Einstein</strong>, dunque, la gravità di <strong>Newton</strong>, da misteriosa forza di attrazione diventa, in qualche modo, geometria: un effetto di curvatura dello spazio-tempo legato alla presenza di una massa, ciò che aprirà allo studio dell’universo orizzonti fino ad allora imprevisti e imprevedibili. Se Colui che ha fatto il Mondo – osserva a questo riguardo con sottile ironia <strong>Zichichi </strong>– si fosse basato sulle idee di <strong>Kant</strong> sullo spazio, non sarebbe potuta esistere in alcun modo la vita, che invece esiste perché, sulla base delle sopra descritte caratteristiche dello spazio e del tempo, la massa si può trasformare in energia, ciò che ci autorizza a pensare che non siamo figli del caos.</p>
<p>Le Leggi Fondamentali della Natura sono:  l’insieme delle tre summenzionate Forze, vale a dire la<em> <strong>Forza Gravitazionale</strong></em>, che, alla luce della scoperta di Einstein, si può definire “la scultura dell’Universo”; la <strong><em>Forza Elettrodebole</em></strong>, che risulta dalla miscela delle<em> <strong>Forze Elettromagnetiche</strong></em>, alla cui funzioni essenziali si è già accennato, e le richiamate <strong><em>Forze di Fermi</em></strong>, dette Deboli (che costituiscono la valvola di sicurezza che impedisce che il Sole non si spenga né salti in aria), miscela resa possibile, come si è dianzi accennato, dall’esistenza di quella massa  immaginaria di cui nessuno, fino a poco tempo fa, poteva supporre l’esistenza; la <strong><em>Forza Subnucleare forte</em></strong>, quella forza che nel nucleo dell’atomo tiene insieme i protoni e i neutroni, che potremmo definire “colla nucleare” (scoperta nel 1947), senza la quale, infatti, a causa dell’interazione elettromagnetica, che tende ad allontanare i protoni (carichi positivamente) dai neutroni (senza carica), il nucleo non potrebbe esistere (giova ricordare che nel cuore del nucleo dell’atomo si è scoperto un vero e proprio universo, governato dalle stesse leggi dell’universo cosmico); più le<strong> <em>Tre Colonne Fondamentali </em></strong>(vale a dire le tre famiglie di particelle elementari, in ciascuna delle quali è presente un quark e un leptone).</p>
<p>Le frontiere della nostra conoscenza del cosmo sono ormai tali che <strong>Zichichi</strong> si sente autorizzato ad affermare che esiste ciò che egli chiama “<strong><em>Il Supermondo</em></strong>”, che può suonare fantascienza ma che è invece, a parere del grande scienziato, il futuro della fisica moderna, un salto epocale dell’intelligenza umana, una scoperta che diventa a suo avviso necessaria se si vuole far diventare realtà il sogno dell’umanità di tutti i tempi, vale a dire che il mondo nasce da una sorgente comune, ciò che comporta l’Unificazione di tutte le Strutture e Forze Fondamentali a cui si è accennato in precedenza. Questa visione scientifica si fonda sull’idea che se non esistesse questo “Supermondo”, se non fosse possibile questa Grande Unificazione, non si potrebbe spiegare l’esistenza di quelle sette forze naturali che ci sono oggi note e di cui si è parlato, che sono presenti sia nel mondo cosmico che in quello subnucleare, e che obbediscono alla stessa Logica. Tutto muove da quella<em> Fisica virtuale</em> nata nel 1932 con la scoperta della “polarizzazione del vuoto” (ciò che all’apparenza sembra un paradosso), che consiste nel fatto che un <strong><em>fotone</em></strong> (un <strong><em>quanto</em></strong> di luce) produce una coppia di elettrone–antielettrone che si annulla e ridiventa fotone: un fenomeno di quella realtà virtuale che la fisica moderna è chiamata ad indagare, e per la quale <strong>Zichichi</strong> usa l’immagine di un uomo nel deserto che parla con sé stesso. Ebbene, oggi, a parere di Zichichi, tutte le frontiere della fisica sono nella realtà virtuale, fatta di fenomeni invisibili, che non possono essere, per definizione, osservati in modo diretto, e tuttavia danno luogo ad effetti misurabili e riproducibili. Il “Supermondo” non è, dunque, nella visione del Nostro, un’ipotesi fantasiosa, ma la conseguenza logica dello studio rigoroso finora condotta dalla scienza sulla natura, e della cui necessità egli è in grado di fornire la formalizzazione matematica.</p>
<p>Coerentemente con questa impostazione, si può – ad avviso dello scienziato – così argomentare: se esiste “la particella di Higgs”, non potrebbe esistere la “Super particella di Higgs”? Se le dimensioni di quella realtà virtuale, vale a dire non visibile, che è il “Super Spazio” non sono quattro (le tre dimensioni dello Spazio – lunghezza, larghezza, altezza – più il Tempo) ma, forse, quarantatré (ciò che si può non solo ipotizzare ma formalizzare matematicamente, cioè in maniera rigorosamente logica), siamo autorizzati a chiederci: se esiste il “Super Spazio”, perché non dovrebbe esistere il “Super Mondo”? E se esiste il “Supermondo” il primo esempio potrebbe essere, per l’appunto, l’ipotizzata “Super particella di Higgs”. Siamo in attesa di conferme sperimentali, anche se ci vorranno, come per la particella di Higgs, molti anni. Ma <strong>Zichichi</strong> non demorde: è un uomo senza tempo…Si tratterebbe, come per altre scoperte delle scienze della natura, di trasferire l’astratta ma rigorosa evidenza matematica nella concreta realtà fisica, rimanendo, in ogni caso, nell’<strong>Immanenza</strong>, non disturbando l’aldilà. Paradossalmente, quel che sappiamo del mondo fisico è molto più astratto di quanto non si potesse supporre. A chi però dovesse lamentare l’inutilità delle scoperte della fisica moderna, bisognerebbe ricordare che da questa astrazione ci viene una grande potenzialità pratica. Una delle tante scoperte fatte dal grande fisico siciliano è aver dimostrato che il protone – che insieme al neutrone, suo fratello gemello sia pure con carica elettrica neutra, costituisce il nucleo dell’atomo – che era stato considerato, al pari dell’elettrone, una particella elementare, ossia fatta solo di sé stessa e quindi priva di struttura, possiede in realtà una struttura cosiddetta “tipo tempo”.</p>
<p>Il protone e il neutrone, che insieme all’elettrone costituisce il tessuto dell’intera realtà della materia, contengono invisibili universi subnucleari, ciò che nessuno aveva mai previsto e che ha aperto alla mente umana orizzonti impensabili fino a pochi decenni fa. Si è tentati di dar ragione a <strong>Gottfried W.</strong> <strong>Leibniz </strong>(1646–1716), filosofo e matematico geniale, quando pensava che un pezzo di materia in realtà è una colonia di anime. La ricerca sulla fisica delle particelle mette in crisi, insieme al linguaggio ordinario, lo stesso senso comune: si parla, come abbiamo visto, di “massa immaginaria”,  “polarizzazione del vuoto”, “struttura tipo tempo”. Chi avrebbe potuto anche solo immaginare che le particelle di cui è fatta una sola goccia d’acqua fossero sorgenti inesauribili di fenomeni nuovi e di leggi rigorosissime? E chi avrebbe mai potuto concepire che le stelle si sarebbero potute studiare grazie all’indagine condotta su quell’universo subnucleare che sta dentro di noi, così come dentro di noi sta quella realtà strabiliante chiamata Supermondo a cui si è accennato? Il modo in cui queste nuove frontiere della fisica moderna si pongono con il tema del rapporto tra <strong>Scienza</strong> e <strong>Fede</strong> diventa, come si può facilmente immaginare, questione di capitale importanza. La complessità che esse evocano è tale che ci lasciano intravedere una realtà che l’intelligenza è in grado di cogliere e persino di formalizzare matematicamente in quanto logicamente consequenziali alle leggi fondamentali conosciute e studiate, ma che le categorie mentali umane, figlie dell’universo quadridimensionale, non riescono a rappresentare. Questo ci ricorda che la vera scienza non aspira a stabilire verità ultime e immutabili ma il suo obiettivo è di avvicinarsi alla realtà del mondo fisico con successive approssimazioni.</p>
<p>C’è, in ogni caso, materia più che sufficiente per credere che non possiamo essere figli del caso. Se fossimo figli del caso, o del caos, non potrebbero esistere le leggi fondamentali della natura, testè richiamate, che sono patrimonio del sapere scientifico e che, come si può evincere già da una loro sommaria illustrazione, obbediscono ad una precisa logica, cioè ad un coerente e ordinato svolgimento. C’è dunque una logica nella complessità, e il tutto non può non rimandare ad un autore. Altro che materialismo! Esso è smentito dalla complessità della materia: siamo in presenza di un’affascinante ricerca, quella della fisica moderna, che si configura come una metafisica della materia, o, meglio, una scienza che può fornire delle basi solide ad una nuova filosofia della natura, e che più della metafisica classica può rendere conto della grande complessità del mondo. Si può concludere che conosciamo troppo la materia per poter essere materialisti. E siamo appena agli inizi: nessuno scienziato può dire dove porterà quel gran libro aperto da <strong>Galilei</strong> circa quattro secoli fa.</p>
<p>Alla luce delle conquiste della fisica moderna, il materialismo, storico o scientifico che si voglia, appare come la negazione stessa della scienza. Del resto, come lo stesso <strong>Zichichi</strong> spesso ricorda, se non esistesse la <strong>Trascendenza</strong>, (cioè se avessero ragioni gli atei), e tutto si esaurisse nella sola dimensione dell’<strong>Immanenza</strong>, le massime conquiste della ragione rimarrebbero, in ogni caso, come abbiamo visto, la logica rigorosa teorica (la matematica) e logica teorica sperimentale (la scienza). Ma allora chi nega la Trascendenza, potendosi servire di queste due logiche rigorose dell’Immanenza, dovrebbe poter dimostrare – dimostrare in forma di teorema, o di scoperta scientifica, non semplicemente esprimere un’opinione! – che Dio non esiste, cosa che a nessuno è mai riuscito di fare, a meno che non si voglia sostenere che quell’idea di Infinito e di Assoluto che siamo in grado di concepire senza contraddizione e che avvertiamo (tutti, più o meno intensamente) ce la siamo data da noi stessi come illusoria autoconsolazione (ma sarebbe comunque un’illusione propria della nostra <em>specie</em> e l’idea della Trascendenza frutto del terzo <em>Big Bang</em>) e non ci viene invece da qualcun Altro, come impronta indelebile che il Creatore ha voluto lasciare nella mente della creatura perché lo cercasse e lo riconoscesse. Immaginare che dalla materia inerte di uno sperduto pulviscolo dell’immenso Cosmo possa esserci sprigionata per caso una coscienza in grado di comprendere le leggi dell’Universo è atto di fede superiore ad ogni fede in un Dio creatore.</p>
<p>Alla luce di questa ragionevole conclusione, è lecito pensare che l’ateismo, che è la negazione della sfera della <strong>Trascendenza</strong> della nostra esistenza, non è un atto di ragione, come pretende di essere, giacché ancora nessuno è riuscito a dedurre le Leggi Fondamentali della natura dal caos.<strong> L’ateismo è, semmai, un atto di fede: di fede nel nulla</strong>.</p>
<p>Le basi dell’ateismo sono dunque deboli e incerte. Esso muove assai spesso più da motivi psicologici che razionali (“Dio non esiste, godetevi la vita!’’ recitava pressappoco un manifesto fatto affiggere qualche anno fa da un’associazione di atei negli autobus di Londra). Zichichi sempre conclude le sue appassionate conferenze invitando i giovani ad essere ambasciatori della Scienza e testimoni della Fede. Nella quarta di copertina del più volte citato<em> Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo</em>, si leggono due frasi che ben riassumono il suo pensiero: “Nata con un atto di fede nel creato, la scienza non ha mai tradito il suo padre. Essa ha scoperto – nell’Immanente – nuove leggi, nuovi fenomeni, inaspettate regolarità, senza però mai scalfire, anche in minima parte, il Trascendente” e “Non esiste alcuna scoperta scientifica che possa essere usata al fine di mettere in dubbio o di negare l’esistenza di Dio”. La Scienza è dunque la più grande conquista della ragione nella sfera dell’Immanenza, la Fede è la più grande conquista della ragione nella sfera della Trascendenza e la materia vivente alla quale apparteniamo, risultato del terzo <em>Big Bang</em>, è una straordinaria simbiosi di queste due dimensioni.</p>
<p>Il cardinale <strong>J.H. Newman</strong> (1801–1890), un convertito al cattolicesimo, amava ripetere che se un po’ di cultura ci allontana da Dio, molta cultura (e molta scienza, in questo caso) vi ci riavvicina. <strong>Zichichi</strong>, prima ancora che un professore, è un maestro: preciso ma non pedante, spesso ironico ma mai sprezzante, distaccato nel tono della voce ma percorso da passione intellettuale fin da quel suo sguardo pieno di luce mediterranea. Più volte presente nella nostra terra d’<strong>Abruzzo</strong>, si ricorda una memorabile conferenza tenuta all’Aquila nell’Aula Magna della facoltà di Ingegneria il 10 ottobre 2019, nonché la sua visita a <strong>San Pietro della Ienca</strong>, dove, nella sua qualità di  presidente del <em>World Scientist Foundation</em>, l’11 agosto 2013 ricevette dalla mani di <strong>Pasquale Corriere</strong>, presidente dell’Associazione “San Pietro della Ienca”, il Premio Internazionale “La Stele della Ienca”, e dove, all’ombra rassicurante del santuario dedicato a <strong>San Giovanni Paolo II</strong>, toccando i temi che gli sono cari di Scienza e Fede, incantò letteralmente il pubblico presente.</p>
<p>Il grande scienziato ha più volte affermato, con la chiarezza che lo contraddistingue, che il cattolicesimo (la religione di <strong>Giovanni Paolo II</strong> e di <strong>Galilei</strong>) è la religione che più di ogni altra, attraverso i secoli, ha indagato nella sfera della Trascendenza. Si può affermare che il pensiero teologico cattolico sta allo spirito come la fisica moderna sta alla materia.</p>
<p>A questo straordinario uomo di scienza e di fede <strong>L’Aquila</strong>, e in particolare il paese di <strong>Assergi,</strong> devono molto. È stato il principale ideatore e artefice, a partire dai primi anni Ottanta, dei <strong>Laboratori Nazionali del Gran Sasso</strong> dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, realizzati in tempi rapidi anche grazie al fattivo interessamento di chi allora dirigeva la politica regionale. Si tratta del più grande centro sotterraneo del mondo in cui si realizzano esperimenti di fisica e astrofisica delle particelle e astrofisica nucleare. Posti a 1.400 sotto lo strato roccioso della montagna, i laboratori sono utilizzati da scienziati provenienti da tutto il mondo, impegnati in vari esperimenti internazionali. La montagna sovrastante, fungendo da schermo per la maggior parte dei raggi cosmici e riducendo così il rumore di fondo, assicura le particolari condizioni di “silenzio cosmico” che consentono di studiare i<strong> neutrini</strong>, così chiamati da <strong>Enrico Fermi</strong> (e già intuiti dal geniale <strong>Ettore Majorana</strong>) non perché sono i figli dei neutroni (nell’universo le parentele funzionano diversamente), ma perché sono particelle subnucleari dalla carica neutra, come i neutroni, ma dalla massa piccolissima e quindi in grado di attraversare indisturbate il cosmo facendo giungere fino a noi preziose informazioni sulla struttura di quelle gigantesche “candele a fusione nucleare” che sono le stelle (all’interno delle quali garantiscono il sistema di raffreddamento evitando che esplodano), nonché altre particelle che interagiscono debolmente con la materia riuscendo ad arrivare fino ai laboratori. Sarebbe auspicabile che <strong>il Comune dell’Aquila conferisse a questo grande fisico la cittadinanza onoraria</strong>.</p>
<p>Al termine di questa sommaria ricostruzione del pensiero di uno tra i più grandi scienziati viventi, che non si è visto spesso in televisione, forse perché non allineato al pensiero laicista dominante nella cultura italiana, piace allo scrivente, nato e cresciuto all’ombra del Gran Sasso, ricordare, anche per smentire la diffusa convinzione che tra gli uomini di scienza è raro trovare dei credenti, le parole riferite da <strong>Don</strong> <strong>Demetrio Gianfrancesco</strong> (1922–2004), parroco di Assergi, il quale, chiamato il 3 ottobre 1965 a benedire l’<strong>Osservatorio Astronomico di Campo Imperatore </strong>che in quel giorno si inaugurava, si sentì dire dal professor <strong>Massimo Cimino </strong>(1908–1991), siciliano anche lui, insigne astrofisico allora direttore dell’Osservatorio di Monte Mario, da cui quello del Gran Sasso dipendeva, queste parole: “Abbiamo bisogno di una bella benedizione, perché, senza l’aiuto di Dio, noi non possiamo far niente”. Quella cattolica è, tra tutte le fedi religiose, quella che ha dedicato la massima attenzione alla sfera trascendente dell’esistenza umana in termini di indagine razionale, filosofica e teologica. In questo nostro tempo di confusione morale, <strong>Zichichi</strong> ci ricorda che il motore del progresso è la scoperta scientifica, ma senza la fede in Colui che ha fatto il mondo, nessuna autentico progresso è possibile. In questa prospettiva, c’è bisogno di preparare appassionati ambasciatori di Scienza e credibili testimoni di Fede. Auguriamo ad <strong>Antonino Zichichi</strong> altri 100 anni di vita e di pensiero fecondo. Ci guadagnerà sia la <strong>Scienza</strong> sia la <strong>Fede</strong>, che, come questo modesto scritto ha forse contribuito a mostrare, sono entrambe doni di Dio destinati ad albergare nel cuore di quanti cercano la Verità.</p>
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		<title>ANTONINO ZICHICHI, TRA SCIENZA E FEDE  (Parte 1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2025 18:43:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Fede]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/zichichi.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/zichichi.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/zichichi-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Perché bisogna credere in Colui che ha fatto il mondo – Le nuove frontiere della fisica moderna L’occasione di questo scritto mi è stata offerta dalla circostanza del 95esimo compleanno,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/zichichi.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/zichichi.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/zichichi-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p><p><em><strong>Perché bisogna credere in Colui che ha fatto il mondo – Le nuove frontiere della fisica moderna</strong></em></p>
<p><em>L’occasione di questo scritto mi è stata offerta dalla circostanza del 95esimo compleanno, avvenuto il 15 ottobre scorso, di <strong>Antonino Zichichi</strong>, il celebre fisico il cui nome è legato ai <strong>Laboratori Nazionali del Gran Sasso</strong> dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ma decisivo è stato l’invito rivoltomi dall’amico e scrittore romano di origine assergese <strong>Fernando Acitelli</strong> a scrivere su questo grande personaggio e sul rapporto tra scienza e fede che la sua figura richiama. Quello che segue, più che un articolo, è un saggio breve, come spesso mi capita di fare quando l’argomento è particolarmente significativo o complesso. Sento il bisogno di precisare che taluni argomenti scientifici o fenomeni naturali evocati, per renderli più chiari ai lettori, oltre che a me stesso, li ho illustrati con parole mie; mentre, in ordine al decisivo rapporto tra scienza e fede, che è la nota dominante dello scritto, nel riferire fedelmente il pensiero del grande scienziato siciliano (nella cui visione del mondo, peraltro, mi riconosco pienamente), quando ho ritenuto necessario, l’ho integrato con personali considerazioni e avvalendomi non solo degli scritti di Zichichi.Mi corre altresì l’obbligo di dichiarare che, pur non essendo un fisico teorico, la mia dimestichezza con lo studio della filosofia teoretica non fa sentire estraneo al mio interesse questo terreno della conoscenza umana: tra la rigorosa scienza dell’universo e la genuina indagine filosofica c’è una differenza di linguaggio e di terminologia ma, per molti aspetti, una sostanziale contiguità di contenuti. Gli argomenti per così dire “tecnici” toccati nello scritto che segue richiederebbero la lettura di interi volumi, così come molto si potrebbe scrivere sul tema del rapporto tra scienza e fede. Non posso fare a meno, a questo riguardo, di raccomandare i libri di <strong>Antonino Zichichi</strong> (rinvenibili anche nel web) e, primo fra tutti, quello al quale più mi sono ispirato, intitolato </em>“Perché credo in Colui che ha fatto il Mondo”<em>, saggio rispetto al quale questo mio scritto potrebbe ambire ad essere, tuttalpiù, una modesta introduzione. (G.L.).</em></p>
<p><em>L’ultimo atto della ragione è credere che c’è un’infinità di cose che la trascendono. </em><strong>Blaise Pascal</strong></p>
<p><strong> </strong><em>Chi non crede in Dio crede in tutto il resto. </em><strong>K. Chesterton</strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Antonino Zichichi</strong> è un bel signore siciliano che ha compiuto da poco 95 anni. Scienziato di fama internazionale che tutto il mondo ci invidia, felicemente sposato per sessantasei anni con<strong> Maria Ludovica</strong> (venuta da poco a mancare), biologa, conosciuta a Ginevra, dove lavorava in un importante centro di ricerca, due figli e cinque nipoti, una vita professionale divisa tra la Svizzera e l’Italia, in una recente intervista, alludendo al suo invidiabile traguardo anagrafico, ha confessato, da eterno giovane, di avere ancora molti sogni nel cassetto e, rifacendosi al titolo di un suo fortunatissimo libro, ha detto di essere innamorato di Colui che ha creato il mondo, aggiungendo che la fisica non è altro che la logica del mondo, e che scienza e fede non sono conquiste dell’intelligenza umana ma doni di Dio. Ha detto proprio così, “doni di Dio”, parole che suonerebbero strane in un uomo di scienza se non si conoscesse chi è che le pronuncia. Non è facile tratteggiare in poche righe la biografia scientifica e professionale di questo originale scienziato, tanto è ricca e significativa.</p>
<p>Nato a Trapani il 15 ottobre 1929, <strong>Antonino Zichichi</strong>, che porta già nel nome la sua vocazione (‘Zichichi’, infatti, è nome di origine greca che vuol dire <em>“frontiere”</em> – le nuove frontiere della scienza sono legate alla sua attività di instancabile ricercatore), dopo la maturità classica, conseguita nella sua città natale, si è laureato in Fisica nel 1952 presso l’Università di <strong>Palermo</strong>. Ha lavorato poi presso il Fermilab di <strong>Chicago </strong>e il CERN di <strong>Ginevra,</strong> è stato ordinario di Fisica Superiore dal 1965 al 2006 alla Facoltà di Scienze dell’Università di <strong>Bologna</strong>, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare dal 1977 al 1982 e della Società Europea di Fisica nel 1978. Fondatore nel 1963 ad <strong>Erice</strong>, nella sua Sicilia, del Centro di cultura scientifica intitolato a<strong> Ettore Majorana</strong> (1906 – ? ), si è fatto promotore e ideatore, nel 1980, dei <strong>Laboratori Nazionali del Gran Sasso</strong>, alla cui attività scientifica si accennerà di seguito. È stato presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati. È autore di più di mille lavori scientifici, tra cui sei scoperte, quattro invenzioni, tre idee che hanno aperto strade nuove nello studio della fisica subnucleare e delle alte energie. La sua carriera scientifica è stata costellata di onorificenze e riconoscimenti. Zichichi è inoltre un eccezionale divulgatore scientifico. La sua capacità di coniugare rigore scientifico con chiarezza espositiva ha del prodigioso. Nei suoi libri – primo fra tutti <em>Perché credo in Colui che ha fatto il mondo</em>, destinato a fungere da filo conduttore delle considerazioni che seguiranno – il tema dominante è il rapporto, che da cattolico convinto sente nelle fibre più profonde dell’anima, tra scienza e fede, anzi, come egli sapientemente suggerisce invertendo l’ordine delle parole, tra fede e scienza.</p>
<p>Ascoltare una sua conferenza è un autentico godimento dello spirito: un linguaggio cristallino, come non sempre riesce agli uomini di scienza, a tratti immaginifico, ma sempre controllato. Grande comunicatore, con il suo bel viso incorniciato da una chioma candida e leggermente scompigliata, quando parla di scienza in relazione alla fede il suo eloquio è semplicemente incantevole: si ha l’impressione di abbeverarsi ad una fonte di acqua viva. Quello tra <strong>Scienza</strong> e <strong>Fede</strong> (in seguito, per indicare i due termini, o per evidenziare concetti scientifici fondamentali, nonché i nomi di persona, si userà preferibilmente la lettera iniziale maiuscola e/o il carattere in corsivo o in grassetto) è stato nella modernità un confronto spesso lacerante che l’opinione corrente ha spesso recepito come una sostanziale incompatibilità. Quante volte nei discorsi al bar o nella strada si è sentito dire nel secolo scorso che gli scienziati, parola che incute ancora oggi un religioso rispetto presso i non addetti ai lavori, quasi si trattasse di una setta di iniziati, non credono alla religione, che è roba da vecchierelle, non avendo costoro mai letto di <strong>Blaise Pascal </strong>(1624–1643), singolare figura di filosofo e scienziato, che passeggiando tra i vicoli della Parigi del XVII si inchinava dinanzi ad ogni immagine della Madonna che incontrava nel suo cammino. In tempi più vicini ai nostri, profondamente religiosi sono stati <strong>Michael Faraday</strong> (1791–1867) e <strong>J. Clerk Maxwell </strong>(1831–1879), fisici geniali a cui si devono, tra l’altro, grandi scoperte nel campo dell’elettromagnetismo, così come cattolico convinto era quel <strong>Galileo Galilei </strong>(1564–1642) alle cui intuizioni si farà di seguito più di un cenno. Per circa cinque secoli, presso gli strati colti delle società dell’Occidente, ha dominato più o meno larvatamente l’opinione che la scienza poteva fare a meno dell’idea che fosse stato Dio a creare il mondo. L’idea che la fede religiosa e la ragione (speculativa, nel caso della filosofia, e sperimentale, nel caso della scienza) siano su piani differenti e incompatibili è di derivazione illuministica. È il frutto acerbo dello scientismo positivista, vale a dire dell’idea profondamente erronea, in auge nella seconda metà dell’Ottocento, dell’autosufficienza delle scienze della natura sul terreno della conoscenza, al tempo in cui si pensava che lo studio della natura avrebbe risolto tutti i problemi degli uomini e che il cammino delle scoperte fondamentali stava per giungere al suo epilogo: un’espressione di arroganza intellettuale che affidava all’intelligenza umana la capacità di capire come è fatto il mondo senza ricorrere ad alcuna istanza superiore.</p>
<p>L’idea di fondo, il filo rosso che unisce le argomentazioni di <strong>Zichichi</strong> in materia di scienza e fede è che <strong>la Scienza non può essere contro la Fede, </strong>per il semplice motivo che, contrariamente a quanto vorrebbe far credere il pensiero dominante,<strong> essa non nasce da un atto della ragione, ma da un atto di fede </strong>di quel <strong>Galileo Galilei</strong> che, presentato da una <em>vulgata </em>laicista come ateo e vittima dell’oscurantismo religioso (“e invece è nato a casa nostra” rivendica con orgoglio il cattolico Zichichi), è colui che, inaugurando la scienza moderna, studiava le pietre, cioè il materiale “vile”, per scoprirvi “l’impronta del Creatore”: così egli chiamava le leggi fondamentali della natura, che nessuno prima di lui aveva scoperto. Non poteva sapere che in un minuscolo pezzettino di pietra ci sono miliardi di protoni, neutroni ed elettroni: un universo invisibile ma reale. È stata, quella del grande scienziato pisano (dalla pietre alle stelle), agli occhi di <strong>Zichichi</strong>, un’intuizione profonda e feconda, giacché, non potendosi fare esperimenti con le stelle, si possono studiare le pietre moderne, vale a dire le cosiddette “particelle elementari” della materia quark, leptoni, bosoni, ecc… Si sta parlando di quel Galilei che in vari esperimenti, spesso non eseguiti materialmente ma semplicemente raffigurati col pensiero (si pensi al “moto uniforme”), ha di fatto introdotto nella scienza, trecento anni prima di <strong>Einstein</strong>, il concetto di “relatività”.</p>
<p>Un altro <em>leitmotiv</em> nel libro di <strong>Zichichi</strong> (ribadito in ogni incontro pubblico) è che nella natura umana agiscono due componenti: l’<strong><em>Immanenza</em></strong>, ovvero tutto ciò che si può cogliere con i sensi, che è, per così dire, all’interno della “scatola” (il mondo, la storia, la natura, la dimensione bio–psicologica dell’individuo) e la <strong><em>Trascendenza</em></strong>, vale a dire ciò che sta oltre il visibile, fuori della “scatola”, al di là, al di sopra. Il celebre fisico tiene a precisare a questo riguardo che non c’è ormai nulla, entro il perimetro di queste due dimensioni, l’Immanenza e la Trascendenza, che la scienza moderna non abbia studiato. Ciò significa che l’uomo, che come tutte le forme viventi sta nell’Immanente, ma che a motivo della sua struttura esistenziale è in grado di concepire il Trascendente (è un essere finito che tende all’infinito) è l’oggetto privilegiato del pensiero scientifico moderno. Ad illustrare la distanza che corre tra la Scienza vera e quella superficialmente divulgata, <strong>Zichichi</strong>, con linguaggio accessibile anche ai non specialisti, e quasi conducendo per mano il lettore o l’ascoltatore, è solito prendere come esempio un argomento abbastanza popolare anche presso il  grosso pubblico: quello del cosiddetto <em>Big Bang</em>, vale a dire l’esplosione – se così si può dire – che in una frazione di secondo, a partire da un solo atomo primigenio, avrebbe dato vita all’Universo (ipotesi, peraltro, che fu elaborata da uno studioso che era un sacerdote gesuita, tale <strong>Georges Lemaître</strong> – 1894/1966 – , e che richiama alla mente il divino atto creativo, il <em>Fiat  – </em>Si faccia ! Si compia! – di biblica memoria). Sul grande tema Zichichi chiarisce che un solo <em>Big Bang</em> non sarebbe sufficiente a spiegare la realtà attuale del cosmo: di <em>Big Bang</em> ce ne vogliono tre. Il primo è di fondamentale importanza per passare dal vuoto fisico all’universo (ciò che non è&#8230;da poco), che, dopo venti miliardi di anni, ha miliardi e miliardi di stelle e di galassie: tutta materia inerte. Il secondo è necessario per passare dalla materia inerte alla materia dotata di vita (“dalla pietra alla rondine”, per intenderci), che è già un salto che appare inimmaginabile con la sola logica umana ed è tema che lo scienziato siciliano aveva prospettato già circa mezzo secolo fa in un congresso scientifico che si svolgeva a Washington, suscitando nell’uditorio reazioni controverse. Fondamentale poi per la nostra esistenza è il terzo <em>Big Bang</em>, che segna il passaggio dalla materia dotata di vita alla materia dotata di intelligenza.</p>
<p>Esistono milioni di forme di materia vivente, animale e vegetale, ma solo una di esse, quella a cui noi apparteniamo, possiede una proprietà, frutto di un decisivo salto di qualità, alla quale si dà il nome di ‘ragione’, termine con il quale si indica intelletto e coscienza (“L’uomo è un animale ragionevole” scrive <strong>Aristotele</strong> – 384/383-322 a.C.  –) e non la semplice percezione o la tendenza istintiva all’autoconservazione (un minimo di ragione, se così si può dire, propria anche degli animali), ma una facoltà che indica tanto la piena coscienza del proprio essere quanto l’intelligenza creativa. In che cosa consiste questa ragione? Nella capacità, propria dell’uomo – puntualizza Zichichi – di produrre tre grandi cose: <strong>il linguaggio</strong>, di cui è espressione la memoria collettiva permanente, meglio nota come scrittura, cioè linguaggio scritto; <strong>la logica</strong>, meglio nota, nella sua espressione rigorosa teorica, come matematica; <strong>la scienza</strong>, che altro non è che logica rigorosa sperimentale. Se il linguaggio è, detto in soldoni, la capacità di esprimere e comunicare concetti (e già in questa prima dimensione deve agire, in una prospettiva di conoscenza scientifica, una precisione concettuale e una descrizione quanto più esauriente e oggettiva dei fenomeni, un rigore minimo che nella sua forma più alta è la filosofia), la logica è la possibilità di costruire strutture che debbono “rispettare i patti”, vale a dire pervenire a conclusioni coerenti con le premesse. Tipico esempio di logica (disciplina inventata dai Greci tremila anni fa) è la geometria euclidea, che abbiamo tutti abbiamo studiato a scuola: da cinque postulati, cioè premesse non dimostrabili perché evidenti, a cui si chiede pertanto di prestare fede, si ricava un’enorme quantità di teoremi, tra cui quello celebre, che ha assunto valore paradigmatico, che va sotto il nome di “teorema di Pitagora”.</p>
<p>Si tratta dunque non di parole in libertà, ma di una <strong>struttura rigorosamente logica</strong>, come se ne possono costruire numerose altre: si possono costruire diverse logiche, vale a dire differenti forme di procedure teoriche rigorose, tali cioè che, come il teorema di Pitagora, conducano a conclusioni coerenti con le premesse e escludano la loro negazione. Tuttavia, struttura logica rigorosa, di cui la formalizzazione matematica è l’espressione più compiuta, non equivale ancora a scienza, pur costituendone la premessa: scienza è, come dianzi si accennava, <strong>struttura logica rigorosa verificata sperimentalmente</strong>, vale a dire riproducibile. È, questo, il tratto fondamentale della scienza galileiana: è ciò che permette di stabilire se una determinata teoria descrive o no un fenomeno realmente esistente. Questa interessantissima ed estremamente sintetica esposizione di ciò che il grande fisico ci dà a mo’ di premessa, da un lato ci fornisce un chiaro criterio per distinguere tra ciò che è scienza e ciò che scienza non è (non è scienza l’astrologia – tanto per fare un esempio – giacché si basa su un presupposto, le costellazioni, distinti gruppi di stelle, che in natura non esistono, essendo solo frutto di illusione ottica – le stelle ci appaiono ferme solo perché sono lontanissime – ; né dalle stelle e dai pianeti, in ogni caso, si è scoperto sprigionarsi forze che influenzano i comportamenti umani),  dall’altro dà la misura di quanto la materia vivente e pensante (il risultato del terzo <em>Big Bang</em>) si differenzi dalla materia inerte e vivente ma non cosciente ed intelligente, ciò che ci autorizza a pensare che l’enorme salto qualitativo non può essere  frutto del caso, o del caos. Bastano queste considerazioni a farci capire, inoltre, come, a dispetto di una diffusa <em>vulgata</em>, la cultura dominante nella società attuale non è affatto moderna. Essa è, a giudizio di <strong>Zichichi</strong>, di fatto, pre–aristotelica in quanto ignora la logica rigorosa teorica (altrimenti detta “matematica”) e pre–galileiana dal momento che non ha ancora assimilato la logica rigorosa sperimentale (altrimenti detta “scienza”). Se lo avesse fatto, se nella cultura fosse invalsa la logica galileiana, tutte quelle teorie filosofiche come il comunismo scientifico avrebbero avuto vita breve e sarebbero state subito relegate nell’utopia, perché smentite dai fatti, cioè dall’esperienza (invece hanno fatto molti danni).</p>
<p>Questo vizio culturale di fondo fa sì che la Scienza venga ritenuta pressoché da tutti una disciplina da iniziati, difficile da padroneggiare, quando invece, a volerla frequentare seriamente, essa non è altro – a parere del nostro scienziato –  che lo sforzo per rendere semplice l’enorme complessità del mondo, e tutto questo nella consapevolezza, a fronte di una ricerca scientifica seria e intellettualmente onesta, che la sola intelligenza umana non è sufficiente a cogliere la logica che sottende il mondo, per la semplice ragione – aggiunge Zichichi con disarmante candore –  che Colui che lo ha fatto è più intelligente dell’uomo. Non è certo un caso che tutte le grandi scoperte scientifiche sono avvenute senza che nessuno avesse saputo prevederle, in modo del tutto inaspettato. C’è allora, a parere del grande fisico, un’unica strada per capire il mondo: porre domande a Colui che lo ha fatto, conclusione che potrebbe apparire ingenua ma che ingenua non è, e ricorda, sorprendentemente, un concetto già caro a <strong>Giambattista Vico</strong> (1668–1744), che sosteneva che solo Dio, che ha creato l’universo, ne può conoscere le vere leggi. Ed ecco allora <strong>Zichichi</strong> spiegare in <em>Perché io credo in Colui che ha fatto il Mondo</em>, uno stupendo libro in cui autobiografia intellettuale e passione didattica si fondono mirabilmente, quali sono e come agiscono le forze e leggi fondamentali che sono alla base di quella enorme complessità che chiamiamo “Mondo”, per poi ipotizzare come logica conseguenza l’esistenza del cosiddetto “Supermondo”. Lo fa con linguaggio rigoroso e semplice (per quanto sia possibile in una esposizione scientifica), ricorrendo, mano a mano che espone un concetto, ad esempi ed immagini tratti dalla realtà concreta che ci circonda, e con lo scopo, ricordato ad ogni piè sospinto, di mostrare come nel mondo, dall’universo subnucleare all’immenso cosmo, si possa intravedere una Logica. Il tutto è riconducibile a quella struttura a cui i fisici danno il nome di “Modello Standard” (grande paradigma scientifico del nostro tempo), che fa riferimento a sette <strong>Forze Elementari</strong> (che chiameremo anche “elementi”) e a quattro <strong>Leggi Fondamentali.</strong></p>
<p>In riferimento alla Forze Elementari abbiamo: <strong>Spazio</strong> (con tre dimensioni: lunghezza, larghezza, altezza, tutte misurabili con la stessa unità di misura), <strong>Tempo</strong>; ma saremmo poco più di figure geometriche senza la <strong>Massa</strong>; ma saremmo solo delle statue senza <strong>Energia </strong>e <strong>Carica</strong>. A questo riguardo i fisici distinguono tra <strong>Carica di colore </strong>(ma non c’entra nulla con la vista), che genera <em>la forza gravitazionale</em> (che fa cadere le pietre dall’alto verso il basso, che tiene il nostro pianeta legato alla sorgente di luce e calore, il Sole, che tiene il Sole legato alle Stelle della nostra Galassia e le Galassie insieme a formare l&#8217;Universo, forza che possiamo definire, in qualche modo, lo scultore dell’Universo) e <em>la<strong> forza elettromagnetica </strong></em>(senza la quale non ci sarebbe l’elettricità, la televisione, Internet, ecc.); <em>le <strong>forze di Fermi</strong> </em>(dette anche “forze deboli”), che permettono alle Stelle di avere una valvola di sicurezza che garantisce con estrema esattezza quanta «benzina» (i neutroni) deve essere prodotta ogni secondo affinché la stella non si spenga né salti in aria (questa valvola di sicurezza è la <strong><em>Carica Universale di Fermi</em></strong>, il cui valore è riuscito per primo a misurarlo un giovane <strong>Zichichi</strong> nel lontano 1961); e <strong>Carica di sapore</strong> (ma non c’entra nulla il gusto), che determina la stabilità della materia, che è fatta di massa e cariche subnucleari (basterebbero tre grammi d’acqua per produrre l’enorme quantità di energia che è occorsa per distruggere Hiroshima, perché la massa si può trasformare in energia).Per introdurre il settimo elemento, quello forse più affascinante, cosiddetto <strong><em>Spin</em></strong> (termine che in inglese vuol dire “movimento a trottola”), occorre rifarsi al grande salto qualitativo verificatosi nella ricerca scientifica negli ultimi 150 anni. A tale riguardo  l’espressione “<strong><em>elettromeccanica quantistica</em></strong>” riassume un’enorme quantità di scoperte in materia di elettricità, magnetismo e ottica, che nel 1873 il  già menzionato fisico e filosofo <strong>Maxwell</strong> (che in ordine ai rapporti tra Scienza e Fede si può considerare un precursore di Zichichi), a dimostrazione che tutti i fenomeni dell’elettromeccanica hanno una stessa origine, riesce, incredibilmente, a sintetizzare con sole quattro equazioni, che hanno resistito a tutte le rivoluzioni che la fisica ha dovuto affrontare nell’ultimo secolo e mezzo.</p>
<p>Quando ormai, a fine secolo, si pensava di aver scoperto tutto quello che c’era da scoprire, <strong>Joseph J. Thompson </strong>(1856–1940) scoprì il più piccolo pezzetto di elettricità, al quale nessuno aveva pensato prima, e lo chiamò “elettrone”. Immaginava che avesse la forma di una normale pallina, ma si sbagliava, giacché dopo trent’anni di studio si scoprì che era una pallina che gira attorno a sé stessa, una trottolina. La ragione di questa forma la comprese un altro fisico,<strong> Paul Dirac</strong> (1902–1984), che sintetizzò con un’equazione la grande novità di questo pezzettino di elettricità a forma di trottolina (da questa equazione – sia detto per inciso – incredibilmente, prende le mosse quello che Zichichi chiama “<strong><em>Il Super Mondo”</em></strong>, affascinante prospettiva a cui si accennerà di seguito). E quando <strong>Enrico Fermi</strong>, nel 1947, dopo la scoperta, nel cuore dell’atomo, nel 1932, del neutrone da parte di <strong>James Chadwick</strong> (1891-1974) – che per questo ricevette il premio Nobel – accarezzava l’idea che la fisica potesse essere vicina alla spiegazione del tutto, nessuno aveva ancora previsto l’universo subnucleare. Bisogna aspettare il 1964 con  <strong>Peter W. Higgs</strong> (1929–1924) per ipotizzare (potenza dell’intuizione!) l’esistenza di una particella a forma di pallina, quindi con <em>spin</em> pari a zero, vale a dire non dotata di movimento “a trottola” (come si era scoperto essere tutte le altre particelle subnucleari): il “bosone di Higgs”, che verrà denominato “La particella di Dio”, ciò che nulla ha a che fare, in questo caso, con l’esistenza di Dio, ma solo con la trovata pubblicitaria di un editore in riferimento alla grandissima difficoltà di scoprire questa particella. La scoperta, grazie alla potenza del più grande acceleratore di particelle mai costruito finora dagli esseri umani, il Large Hadron Collider, avverrà nel 2012 a Ginevra dopo una lunghissima e paziente ricerca a cui aveva indirettamente contribuito anche un ancor giovane Zichichi,</p>
<p>Il “<strong>bosone di Higgs</strong>” è una particella elementare (vale a dire che consiste solo di sé stessa) scoperta con massa immaginaria in una densità di energia pari a 140 GeV (che corrisponde a 140 miliardi di <em>elettronvolt</em>). Nella scoperta sono entrate in gioco, come specificato, la <strong><em>densità di energia</em></strong> (detta anche “lagrangiana” dacché <strong>Joseph-Louis Lagrange</strong> (1736–1813) intuì che per studiare un fenomeno il primo passo è formulare in termini matematici quale è la sua densità di energia) e la cosiddetta “<strong><em>massa immaginaria”</em></strong>, concetto, quest’ultimo, di fondamentale rilevanza nella struttura logica dell’universo. Il problema che <strong>Peter Higgs</strong> intese risolvere a partire dai primi anni sessanta del secolo scorso consisteva nel fatto che se per descrivere ciò che fanno i protoni, i neutroni e gli elettroni si prendeva in considerazione la massa reale, i calcoli non tornavano. Da qui l&#8217;idea di mettere nella densità di energia la massa immaginaria e scoprire che in questo modo le cose di cui è fatto il mondo acquistano «massa reale» senza che i calcoli saltino in aria. Quel bosone della cui scoperta tanto si è parlato non è la particella che dà la massa a tutte le altre, come spesso si è scritto, ma è la prova sperimentale dell’esistenza del meccanismo che nell’universo subnucleare dà origine alla massa, colmando un vuoto nella fisica delle particelle elementari e fornendo un importante tassello a quel <em>Modello Standard</em>, cui sopra si è fatto cenno, con il quale, nel campo della fisica, a partire dalla seconda metà del Novecento, si è cercato di unificare le forze che agiscono sia nella materia che nel cosmo. Se la “particella di Dio”, come è stato chiamato il “bosone di Higgs” nulla c’entra con la religione, come dianzi chiarito, è comunque il “materialismo scientifico” ad aver preso un’altra batosta. La prima batosta l’aveva presa quando Einstein aveva scoperto, come si illustrerà di seguito, che la massa dell’universo, fatta di stelle e galassie, è curvatura dello spazio-tempo. Ci sono voluti migliaia di anni per capire sia che <strong><em>massa</em></strong> e <strong><em>energia</em></strong> stanno in stretto rapporto, sia la differenza tra <strong><em>massa</em></strong> e <strong><em>materia</em></strong>.</p>
<p>Leggi la seconda parte dell&#8217;articolo</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="K2R5vL6u7n"><p><a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/01/14/antonino-zichichi-tra-scienza-e-fede-parte-2/">ANTONINO ZICHICHI, TRA SCIENZA E FEDE (parte 2)</a></p></blockquote>
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<p><strong> </strong></p>
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		<title>LA BELLEZZA DELL’INCARNAZIONE L’eterno fascino del Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2024 09:45:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/natale1.webp" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/natale1.webp 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/natale1-300x300.webp 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/natale1-150x150.webp 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/natale1-768x768.webp 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/natale1-585x585.webp 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/natale1-640x640.webp 640w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>In principio era il Logos e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio… E il Logos si fece carne e abitò fra noi. (Giov. 1, 1.14) I&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/12/23/la-bellezza-dellincarnazione-leterno-fascino-del-natale/">LA BELLEZZA DELL’INCARNAZIONE L’eterno fascino del Natale</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<pre><em>In principio era il Logos</em>

<em>e il Logos era presso Dio</em>

<em>e il Logos era Dio…</em>

<em>E il Logos si fece carne</em>

<em>e abitò fra noi.</em>

<em>(Giov. 1, 1.14)</em></pre>
<p><em> I filosofi cercano il senso, cioè il sale della vita, in ogni avvenimento, piccolo o grande che sia. Non danno nulla per scontato, vanno alla ricerca del fondamento (l’archè), cercano di rintracciare una logica in ogni fenomeno analizzato, dando rigore analitico alla loro indagine e un ordine concettuale ai loro pensieri. Che cosa ha da dire il Natale ai filosofi? È curioso constatare che sul Natale più di un filosofo moderno, ancorché non credente, si sia lasciato andare, si sia&#8230;sciolto.</em></p>
<p>Nelle nostre società occidentali il <strong>Natale </strong>è stato per secoli la festa religiosa più bella e attesa dell’anno, la festa in cui tutta la famiglia si raccoglieva attorno alla tavola e al focolare. Sullo sfondo, il presepe, che a partire da quello di <strong>Greccio</strong>, nel XII secolo, si diffuse in tutta l’Italia, e, più tardivamente, il nordico e “protestante” albero di Natale. Era la festa che univa le generazioni. I vecchi per tradizione e nostalgia, i bambini per la loro capacità di stupirsi di fronte a quella che appariva loro un’atmosfera di magia, erano i veri credenti del Natale. Anzi, i vecchi sembravano i veri protagonisti: il nordico Babbo Natale con la slitta e la più mediterranea Befana a cavallo di una scopa erano incaricati a portare i doni ai bambini.</p>
<p>Si poteva non essere religiosi, ma guai a parlare male del Natale, celebrato da poeti e scrittori in migliaia e migliaia di poesie e racconti (si pensi a <em>Canto di Natale </em>di <strong>Charles Dickens </strong>(1812 -1870), toccante, insuperata fiaba ambientata nell’Inghilterra del 1843, o al racconto di<strong> Fëdor Dostoevskij</strong> (1821–1861) di un povero bambino di non più di sei anni – immagine del Bambino Gesù – che, alla vigilia di Natale, si sveglia, affamato, in un gelido e umido scantinato di una grande città, forse Pietroburgo.</p>
<p>Così per i poeti. Ma per i filosofi?</p>
<p>I filosofi, per loro costume, diversamente da quanto creda la gente comune, non danno nulla per scontato, vanno alla ricerca del fondamento (l’<em>archè</em>), cercano di rintracciare una logica in ogni fenomeno analizzato, dando rigore analitico alla loro indagine e un ordine concettuale ai loro pensieri. Sotto questo aspetto, sono molto più vicini agli scienziati, ai quali a volte pretendono addirittura di insegnare il mestiere (il metodo), che ai letterati. Quando poi cedono la parola ai poeti, lo fanno per una consapevole scelta, dopo aver constatato che in un determinato argomento la ragione (il <em>logos</em>) ha esaurito tutte le sue risorse.</p>
<p>Quando il filosofo è credente cerca di rendere ragione, innanzitutto a sé stesso, della sua fede, si sforza cioè di riconquistare ogni giorno, con il sudore della fronte, la verità che gli è stata rivelata, ma non è disposto a confondere il miracolo con il ragionamento, la trascendenza con l’immanenza, ancorché sia incline a scorgere nel naturale le radici del soprannaturale. I filosofi cercano il senso, cioè il sale della vita, in ogni avvenimento, piccolo o grande che sia. Che cosa ha da dire il Natale ai filosofi? È curioso constatare che sul Natale più di un filosofo moderno, ancorché non credente, si sia lasciato andare, si sia&#8230;sciolto.</p>
<p>Accade allora che <strong>Arthur Schopenauer</strong> (1788–1860), che teorizza, al pari di <strong>Giacomo Leopardi </strong>(1798–1837), il “pessimismo cosmico” (è sua la frase “La vita è un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore”), nella sua ultima opera, una raccolta di saggi del 1851, scriva queste parole: <em>Colui che ha una grande ricchezza in sé stesso è come una stanza pronta per una festa di Natale, luminosa, calda e gaia in mezzo alla neve e al ghiaccio della notte di dicembre.</em> (<em>Parerga e Paralipomena</em>, Ed. Adelphi). Frase davvero luminosa, dove è facile leggere come il filosofo tedesco, che immagineremmo armarsi contro il Natale cristiano con il bastone della demistificazione, scorga nel mistero dell’incarnazione, nel Dio che si fa uomo, la pienezza della vita e la massima espressione di umanità.</p>
<p>E che dire del profeta della morte di Dio? Di quel <strong>Friedrich Nietzsche</strong> (1844–1900) dal quale ci si aspetterebbe una<img decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-97921 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/NIETZSCHE-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/NIETZSCHE-150x150.jpg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/NIETZSCHE-585x585.jpg 585w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /> dissacrante definizione della festa di questa festa della cristianità? Sorprendentemente, del caustico pensatore, che non esita a scrivere che il cristianesimo è la più grande menzogna della storia dell’umanità, apprendiamo dal suo epistolario che era sinceramente nostalgico dell’atmosfera magica del Natale della sua infanzia, passato in compagnia dei suoi cari. In una lettera del 1880 indirizzata alla madre e alla sorella ricorda come il 25 dicembre “in tutte le case si accende l’albero e si distribuiscono i doni di Natale”. Nel Natale 1885 è a Nizza, solo. Nell’aprire il pacco inviatogli dai famigliari, l’impazienza di scartare i doni e la sua vista precaria gli giocano un brutto scherzo: sgusciano via i soldi che gli ha mandato la madre. “Perdonate il vostro animale cieco”, scrive a sua sorella, ed esprime subito dopo la speranza che i soldi persi li abbia raccolti “una povera vecchietta che abbia così trovato per strada il suo Gesù bambino’’. (Epistolario1880-1884 e 1885-1889, Ed. Adelphi)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stupisce anche l’atteggiamento di un altro insospettabile, quel <strong>Jean Paul Sartre </strong>(1905–1980) che non esiterà più tardi a<img loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-97920 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/SARTRE-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/SARTRE-150x150.jpg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/SARTRE-585x585.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/SARTRE-640x640.jpg 640w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /> presentare la sua filosofia come un umanesimo ateo, ma che trovandosi nel 1940 a riflettere sul significato del Natale mentre era detenuto nel lager nazista di Treviri, nel racconto <em>Bariona o il figlio del tuono</em>, scrive sulla maternità di Maria le seguenti commoventi parole, degne di un mistico cristiano: <em>Cristo è suo figlio, carne della sua carne e frutto delle sue viscere. Ella lo ha portato per nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. […] Ella sente che Cristo è suo figlio, il suo piccino, ma anche che è Dio. Lo guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio, questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa boccuccia ha la forma della mia. È Dio, ma mi assomiglia! Nessuna donna ha avuto in questo modo il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio tutto caldo che sorride e respira, un Dio che si può baciare.</em> (Ed. C. Marinotti, 2003)</p>
<p>Più articolato, e più ricco di calore mediterraneo, si presenta il discorso per <strong>Benedetto Croce </strong>(1866–1952),</p>
<p>che come tanti<img loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-97919 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/CROCE-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/CROCE-150x150.jpg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/CROCE-585x585.jpg 585w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /> rampolli dell’alta borghesia frequentò il Collegio dei Barnabiti a Napoli verso la fine dell’Ottocento. Fu lambito, negli anni della sua prima giovinezza, da piccoli propositi di vita devota, forse un leggero soffio di misticismo a cui non dovette essere estraneo il fascino delle toccanti melodie di <strong>Sant’Alfonso Maria de’ Liguori </strong>(1696–1787), che sicuramente assaporò: un refolo, niente di più, che non divenne mai vento, destinato tuttavia a riaffiorare qua e là nella sua opera matura, a cui non fa difetto, insieme allo slancio poetico, un senso religioso della vita, ancorché declinato in una visione laica, come oggi si dice. Sappiamo in ogni caso che non dimenticò mai quei ritmi ingenui ma pieni di sentimento, e all’approssimarsi del Natale, complice l’aria odorosa di mandarini e torroni, li rievocava con piacere ai suoi amici e discepoli.</p>
<p>Amava particolarmente i seguenti versi di <em>Quanno nascette Ninno</em> (che molti studiosi nel passato identificavano nella versione popolare dell’alfonsiana e più celebre <em>Tu scendi dalle stelle</em>), che canticchiava assai volentieri: “<em>Ninno mio sapuretiello</em>, <em>Rappusciello d’uva si tu!</em>”, versi la cui traduzione in italiano (“Bimbo mio (così) saporito, grappoletto d’uva sei tu!”) non restituisce appieno la spontanea freschezza d’immagine e la musicalità che il dialetto esprime, e che faceva vibrare l’anima di <strong>Croce</strong> fino a fargli sentire di trovarsi di fronte ad un gioiello letterario di rara purezza. (O. Gregorio, sant’Alfonso M. de’ Liguori visto da Benedetto Croce, saggio reperito su Internet, p. 2<sup>a</sup>). È forse in queste commosse reminiscenze che va ricercata la genesi delle mature conquiste del suo pensiero: quello secondo cui il cristianesimo è da considerarsi la rivoluzione più grande che l’umanità abbia conosciuto, perché rivoluzione dell’amore gratuito.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-97918 alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/12/STEIN-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Natale! Per <strong>Edith Stein</strong> (1891–1942), la filosofa ebrea tedesca fattasi suora carmelitana con il nome di Teresa Benedetta della Croce e morta ad <strong>Auschwitz</strong> nell’agosto 1942, la sola parola basta per evocare un universo di tenerezza. Così si apre <em>Il mistero del Natale</em>, un suo piccolo saggio del 1931: <em>Quando i giorni diventano via via più corti, quando nel corso di un inverno normale, cadono i primi fiocchi di neve, timidi e sommessi si fanno strada i primi pensieri del Natale. Questa semplice parola emana un fascino misterioso, cui ben difficilmente un cuore può sottrarsi. Anche coloro che professano un’altra fede e i non credenti, cui l’antico racconto del Bambino di Betlemme non dice alcunché, preparano la festa e cercano di irradiare qua e là un raggio di gioia. Già settimane e mesi prima un flusso di amore inonda tutta la terra. Una festa dell’amore e della gioia, questa è la stella verso cui tutti accorrono nei primi mesi invernali.</em> (Ed. Dehoniane Bologna, 2017)</p>
<p>Questa convergenza di filosofi di diversa ispirazione ideale sul valore evocativo del Natale non deve meravigliare: la filosofia, il cui significato etimologico è “amore della sapienza”, muove, al pari della poesia, da un sentimento di stupore, a cui segue lo sforzo di spiegare cose sempre più complesse, come ci ricordano sia<strong> Platone</strong> (428/427–347) che il suo discepolo<strong> Aristotele </strong>(384/383–322). Viviamo in un’epoca dominata dalla secolarizzazione, caratterizzata cioè dalla perdita del senso del sacro: la fede dei nostri avi non ispira più i nostri comportamenti. Viviamo nel tempo in cui il trionfo della tecnica ha prodotto il “disincanto del mondo”, come scriveva <strong>Max Weber </strong>(1864–1920): una gabbia di ferro che ha intrappolato l’uomo moderno e lo ha separato dalla sua anima.</p>
<p>E pensare che la magia, il mito, la favola, la poesia, tutto ciò che appartiene all’infanzia del mondo e che <strong>Giambattista Vico</strong> (1668–1744) – che visse, studiò e meditò immerso nei vicoli di quella Napoli dei primi decenni del ‘700 che inventò la tombola, la smorfia e il presepe artistico – paragona, nella sua grandiosa <em>Scienza Nuova</em>, all’infanzia della vita umana: una forma di conoscenza non meno profonda e penetrante di quella che verrà dopo con la ragione speculativa e sperimentale.</p>
<p>Sapienza, amore, stupore si ritrovano tutte nella notte di <strong>Natale</strong>: dagli angeli che recano la bella notizia ai pastori che l’accolgono con grande gioia, ai <strong>Magi</strong>, sapienti venuti da lontano per contemplare la verità a lungo cercata. Il fascino del Natale è l’essenza stessa del <strong>Cristianesimo</strong>: un Dio che si fa uomo per un supremo atto d’amore, ciò che mette d’accordo fede e ragione, poesia e filosofia. Storia sacra e storia profana si contaminano: il Dio dei filosofi e il Dio di Gesù Cristo, sul crocevia del Natale, sembrano incontrarsi.</p>
<p>Non c’è alcun altra festa che evoca la bellezza come il Natale. Dietro tanta bellezza però già s’intravede, come intravedeva <strong>Edith Stein</strong>, l’ombra della croce: è questa doppia immagine che deve aver contemplato <strong>Dostoevskij</strong> quando metteva sulla <span style="text-align: center;">bocca del protagonista di un suo romanzo la celebre frase “</span><span style="font-style: italic; text-align: center;">La bellezza salverà il mondo”. </span><span style="text-align: center;">C’è ragione di credere che Dio sarebbe venuto a visitare la sua creatura, fatta poco meno di un angelo ma in qualche modo, avendogli dato un corpo, più completa, anche se non avesse avuto bisogno di redimerla dal peccato, giacché la bellezza è l’essenza stessa di Dio.</span></p>
<p>Quanto è distante questa storia ideale, eterna, &#8211; che lo scintillìo degli alberi addobbati e l’incanto dei presepi ancora ci ricordano &#8211; dalla storia concreta, con i suoi progressi e regressi, con le epoche di barbarie e di civiltà che si alternano, sia pure ad un livello più alto: da una parte, su un piano superiore, il progetto che Dio ha per il mondo, dall’altra, su un piano inferiore, la storia degli uomini in questa “aiuola che ci fa tanto feroci”. Dopo aver strappato Dio dalle nostre esistenze, dobbiamo rimettere il Bambinello al posto che gli spetta, cioè in fondo al nostro cuore e nel cuore delle nostre società. L’aveva ben compresa, questa distanza, un caustico e originale poeta del secolo scorso, pessimista come <strong>Schopenauer</strong>, ma che recava nella sua sporta ancora un po’ di fede e di speranza. Mette in bocca al Bambino Gesù queste parole:</p>
<p>“<em>Ve ringrazio de core, brava gente,</em></p>
<p><em>  pé ‘sti presepi che me preparate,</em></p>
<p><em>  ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,</em></p>
<p><em>  si de st’amore nun capite gnente…</em></p>
<p><em>  </em><em>  Pé st’amore sò nato e ce sò morto,</em></p>
<p><em>  da secoli lo spargo dalla croce,</em></p>
<p><em>  ma la parola mia pare na voce</em></p>
<p><em>  sperduta ner deserto, senza ascolto.</em><em> </em></p>
<p><em>  La gente fa er presepe e nun me sente;</em></p>
<p><em>  cerca sempre de fallo più sfarzoso,</em></p>
<p><em>  però cià er core freddo e indifferente</em></p>
<p><em>  e nun capisce che senza l’amore</em></p>
<p><em>  è cianfresaja che nun cià valore.</em> ’’</p>
<p>(<em>Er presepe</em>, Carlo Alberto Salustri (Trilussa) – 1881/1950).</p>
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		<title>Accadde seicento anni fa (2 giugno 1424 – 2 giugno 2024) ASSERGI E LA BATTAGLIA CONTRO FORTEBRACCIO DA MONTONE</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2024/06/03/accadde-seicento-anni-fa-2-giugno-1424-2-giugno-2024-assergi-e-la-battaglia-contro-fortebraccio-da-montone/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=accadde-seicento-anni-fa-2-giugno-1424-2-giugno-2024-assergi-e-la-battaglia-contro-fortebraccio-da-montone</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jun 2024 13:16:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[La battaglia cdi Bazzano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1300" height="760" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040.jpeg 1300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040-300x175.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040-1024x599.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040-768x449.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040-1170x684.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040-585x342.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1300px) 100vw, 1300px" /></p>
<p>Gli anni 1423-24 sono ricordati come la guerra di Braccio da Montone &#8211; Andrea Fortebraccio (Perugia, 1° luglio 1368 – L’Aquila, 5 giugno 1424), allorché L’Aquila fu coinvolta nella complessa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1300" height="760" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040.jpeg 1300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040-300x175.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040-1024x599.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040-768x449.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040-1170x684.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/06/D3D20077-08F3-4D90-8741-AC211D8EE040-585x342.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1300px) 100vw, 1300px" /></p><p>Gli anni 1423-24 sono ricordati come la guerra di <b>Braccio da Montone</b> &#8211; <b>Andrea Fortebraccio</b> (Perugia, 1° luglio 1368 – L’Aquila, 5 giugno 1424), allorché L’Aquila fu coinvolta nella complessa questione della successione della <b>regina Giovanna II d’Angiò</b> (Zara, Croazia, 25 giugno 1373 – Napoli, 2 febbraio 1435), regina di Napoli, che, non avendo figli, nel 1421 aveva designato come suo erede <b>Alfonso d’Aragona</b> (Medina del Campo, 24 febbraio 1396 – Napoli, 27 giugno 1458), nominando altresì <b>Fortebraccio</b> governatore degli Abruzzi in cambio dell’appoggio contro <b>Muzio Attendolo Sforza</b> (Cotignola, Ravenna, 28 maggio 1369 – presso Pescara, 3 gennaio 1424), grande condottiero al servizio di <b>Luigi III d’Angiò</b> (Angiò, 25 settembre 1403 – Cosenza, 12 novembre 1434), altro pretendente al trono di Napoli (1).<br />
<b>Giovanna II</b>, inserendo nell’Italia meridionale un re spagnolo, rischiava di rompere l’equilibrio che sia pure a fatica nella penisola si stava realizzando. Nello scacchiere politico della penisola si andava profilando, come elemento nuovo, la possibilità che <b>Braccio da Montone</b>, come gli aveva promesso <b>Alfonso d’Aragona</b>, potesse costituire una rilevante signoria nell’Italia centrale. In tale prospettiva il condottiero perugino aveva occupato l’<b>Umbria</b> e parte delle <b>Marche</b>, minacciando l’assetto dello <b>Stato Pontificio</b>, che correva il serio rischio di essere smembrato, anche per le conseguenze di quello scisma che a partire dal 1378 aveva devastato il corpo della Chiesa e che si era appena ricomposto con l’elezione a papa, nel 1417, di <b>Oddone Colonna &#8211; Martino V</b> (Genazzano, 25 gennaio 1369 – Roma, 20 febbraio 1431). Le mire di Braccio erano ancora più ambiziose: egli ambiva alla conquista della stessa Napoli o, nel caso non fosse stato possibile, almeno alla legittimazione di quanto già usurpato (2).<br />
Dall’esito dell’avventura dell’ardimentoso condottiero umbro sembrava dipendere l’assetto politico della <b>Chiesa, del Regno di Napoli, del ducato di Milano e della Toscana</b>. L’accorto Martino V, approfittando della rivalità fra Firenze e Milano, riuscì a coinvolgere <b>Filippo Maria Visconti</b> (Milano, 3 settembre 1392 – Milano, 13 agosto 1447) nella lega, che di lì a poco si formerà, contro Braccio, favorito a sua volta da Firenze in un’ottica antipapale. (3)<br />
In questo quadro, L’Aquila, che in un primo momento si era mostrata favorevole alla politica di usurpazione attuata dal condottiero perugino, mutò atteggiamento allorché si avvide che un’eventuale signoria di Braccio avrebbe ridotto l’autonomia di cui la città godeva a motivo della sua natura demaniale.<br />
Tanto bastò che <b>Braccio da Montone</b>, il 12 maggio del 1423, si presentasse sotto le mura della città rimproverandole l’aperta ribellione ai legittimi sovrani e cingendola d’assedio. Da una parte, dunque, <b>Alfonso d’Aragona</b>, pretendente al Regno di Napoli e di Sicilia e il suo luogotenente Braccio da Montone, dall’altra <b>papa Martino V, Filippo Maria Visconti duca di Milano, Giovanna II,</b> che nel frattempo aveva ripudiato il figlio adottivo Alfonso d’Aragona e adottato <b>Luigi III d’Angiò</b>, e L’Aquila.<br />
Campione della coalizione antibraccesca è il summenzionato <b>Muzio Attendolo Sforza</b>, che morirà il 3 gennaio 1423 portato via dalla corrente dell’acqua del fiume Pescara nel tentativo di riacciuffare un soldato che stava affogando (lo vendicherà il figlio, quel Francesco Sforza (Cigoli, 23 luglio 1401 – Milano, 8 marzo 1466) che, allora giovanissimo, partecipò alla battaglia, e che sarà nel 1450 il primo duca di Milano. Braccio, nella piana aquilana, si muove con facilità dal momento che il contado aquilano non tiene. A raccontarci queste vicende belliche sono i versi dell’«<b>Anonimo aquilano </b>», da molti autori identificato con <b>Niccolò Ciminello di Bazzano</b> (Bazzano, 1350 circa – L’Aquila, 1430 circa), presunto combattente nella guerra contro Braccio :<br />
Asserece se dene a Peschiumaiure E poco stette arrenderse Picenza<br />
In Aquila sci n’era era gran dolore. O contadini falzi ognuno penza Braccio ne gìa lieto de bon core<br />
A Carapelle a dare intenza<br />
E in pochi iurni se fece prìa E tutta se li dé la Baronia. (4)<br />
Gli unici a tenere sono i castelli di Fontecchio, Rocca di Mezzo e soprattutto Stiffe, che resisterà indomita fino alla fine del conflitto, «dal quale L’Aquila e i collegati usciranno vittoriosi anche in virtù di queste isolate ma strenue e strategiche resistenze» (5)<br />
Così <b>Mario Chini</b>, nel suo libro dedicato a <b>Silvestro Aquilano</b>, scrive ricordando quegli eventi di seicento anni fa:<br />
Nel torbido periodo di agitazioni in cui si trovò il regno di Napoli per le contese fra <b>Martino V e Giovanna II</b>, con l’intenzione di tagliarsi nel panno del gran manto temporale della <b>Chiesa</b> o in quello un po’ più ristretto del <b>Regno feudale di Napoli</b> un suo mantello di principe laico indipendente, costò all’Aquila, che non si accorse (e non poteva accorgersi) come, vincendo Braccio, avrebbe probabilmente ritardato lo svolgimento della storia d’Italia nel senso della unificazione, sacrifici grandi e grandi dolori. Ma <b>Antonuccio</b>, aiutato di fuori dalle armi del <b>Caldora e dello Sforza</b>, riuscì a vincere. Nella battaglia campale del 2 giugno 1424, Braccio stesso fu ferito da prima, poi catturato, e, forse, ucciso sotto i ferri del chirurgo. E la memoranda giornata, che rese esultanti gli Aquilani, che fece loro istituire persino “la campana della vittoria” per commemorarla ogni giorno col suono del bronzo, li fece anche più rispettati e nel Regno e nella rimanente Italia. Dello stato di euforia, che ne seguì, è testimonio il poema in ottave, di ignoto autore, ma certo di non incolto pubblico canterino, che, in forma presso che romanzesca, innalza la guerra di Braccio alle altezze dell’epica delle crociate. (6)</p>
<p>Piace allo scrivente ricordare un episodio che avvenne a margine dell’epocale battaglia del <b>2 giugno 1424</b> e che ebbe come protagonista tale <b>Antonio della Giacchetta</b>. Riferisce <b>Nicola Tomei</b> (Villa Sant’Angelo, 1718 – L’Aquila, 1792), preposto di Assergi dal 1742 al 1764, nonché primo storico del paese e della sua chiesa, come nel Tomo III di Antinori foglio 300, si leggesse che<br />
nella rinomata guerra di Braccio, questo gran Capitano per impedire che gli Aquilani, uscendo dalla città, si andassero ad unire <b>all’esercito de’ Collegati</b>, mentre si combatteva nel campo di <b>Bagno</b>, situò un distaccamento in un luogo opportuno da tagliar loro la strada. Quando poi nel giorno della battaglia 2 giugno 1423 uscirono gl’Aquilani per unirsi al campo, trovato l’ostacolo de’ Nemici, vi fu <b>Antonio della Giacchetta</b>, che co’ suoi Soldati disfece valorosamente il distaccamento Braccesco, ed aprì il passo; e fu questa la prima prodezza di quella gloriosa giornata. Or è indubitato, che tra le Antiche famiglie d’Assergi vi è stata la Giacchetta, detta oggi Cipicchia, come si ritrae dalla rozza inscrizione, che si legge nella Cona dello Spirito Santo, ed è la seguente: Jacobo, et Jo: Battista de Jacchetta e Fratelli nell’anno 1560 fundarono questa Cappella. Dalla piema diruta da tutti i fondamenti Jacobo e Jo: Battista e Fratelli eredi Cipicchia l’anno di nuovo redificata Sumptibus An. 1620.<br />
«Non vi è ripugnanza – prosegue il Tomei – che quel prode Comandante potesse essere d’Assergi o almeno oriundo, sapendosi, che gli uomini delle Terre popolarono la Città, e che unitamente concorrevano in tutti gli affari di guerra, e di pace» (8).<br />
La storia, come asserisce il nostro grande conterraneo <b>Benedetto Croce</b> (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952), è sempre contemporanea, nel senso che, allorché fissiamo l’attenzione su un determinato periodo o su un determinato tema, e diamo di essi una interpretazione piuttosto che un’altra, sempre siamo mossi da un’esigenza che si manifesta nel presente. La campale battaglia che si combatté seicento anni fa nella piana di <b>Bazzano</b> non fu un avvenimento periferico, come per molto tempo una certa storiografia ha ritenuto. Fu, al contrario – ma questo lo possiamo giudicare solo oggi, nel presente, appunto, con uno sguardo d’assieme – un episodio dal cui esito molto dipese l’assetto dello <b>Stato Pontificio </b>e molto dipese la capacità dell’Aquila di preservare uno status di autonomia che le veniva dalla sua natura di città demaniale(7).<br />
A questo riguardo, è indubbio che, pur tra alterne vicende, significativo fu il contributo del contado – e in esso quello del valoroso comandante assergese – , quel contado che un secolo dopo pagherà il prezzo più alto dell’esito disastroso della rivolta antispagnola dell’Aquila. Non è retorico affermare che quel 2 giugno di seicento anni fa L’Aquila, in qualche modo, fece la storia, e un po’ di storia la fece anche Assergi.<br />
Viene da chiedersi: in che misura la Storia, quella con la S maiuscola, è frutto di atti eroici individuali? E in che misura Dio si nasconde nei dettagli? Il sullodato</p>
<p><b>Benedetto Croce</b>, dall’alto del suo storicismo, forse avrebbe sorriso della prima domanda, assai meno della seconda, perché che Dio si nasconde nei dettagli proprio a lui è sfuggito. Lo diceva nelle conversazioni che teneva di tanto ai giovani studiosi che frequentavano a Napoli quell’Istituto italiano per gli studi storici da lui fondato. Lo diceva in tedesco, Gott ist im Detail, citando lo storico dell’arte Aby Moritz Warburg (Amburgo, 13 giugno 1866 – Amburgo, 26 ottobre 1929) forse – chissa? – per farsi capire da pochi o per una certa ritrosia a rivelare i palpiti della sua anima (8).<br />
NOTE AL TESTO<br />
(1) Per gli aspetti della complessa vicenda, cfr. N. F. FARAGLIA, Storia della regina Giovanna, Lanciano, Rocco Carabba, 1904.<br />
(2) A. CLEMENTI, Storia dell’Aquila, Bari, Editori GLF Laterza, 2009, p. 63. (3) Ivi, p. 64.<br />
(4) V. PARLAGRECO, La guerra di Braccio Poema di Nicola Ciminello, Aquila, Tipografia Aternina, 1903, p. 32.<br />
(5) A. CLEMENTI, Storia dell’Aquila, cit., 72.<br />
(6) M. CHINI, Silvestro Aquilano e l’arte in Aquila nella metà II metà del sec. XV, Aquila, La<br />
Bodoniana, 1954 pp. 11-12.<br />
(7) Cfr. R. VALENTINI, Lo stato di Braccio e la guerra aquilana nella politica di Martino V, in «Archivio della R. Società di Storia Patria», LII (1931), pp. 223–379.<br />
(8) Cfr. G. DESIDERIO, Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce, Macerata, Liberlibri di AMA srl, 2014, p. 297.</p>
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		<title>ELEZIONI REGIONALI IN ABRUZZO: RIFLESSIONI A CALDO E A FREDDO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Mar 2024 07:56:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni regionali Abruzzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="552" height="353" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/DD347DB5-CE65-427B-868B-C9E1EB5D2F43.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/DD347DB5-CE65-427B-868B-C9E1EB5D2F43.jpeg 552w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/DD347DB5-CE65-427B-868B-C9E1EB5D2F43-300x192.jpeg 300w" sizes="(max-width: 552px) 100vw, 552px" /></p>
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L’AQUILA &#8211; La riconferma di Marco Marsilio come Presidente alle elezioni regionali dell’Abruzzo, risultato per nulla scontato, sembrerebbe smentire una legge che pareva scritta negli astri della nostra regione, vale a dire l’alternanza, avvenuta nell’ultimo quarto di secolo, di schieramenti politici diversi alla guida della regione. In realtà, se esaminiamo con più attenzione l’orientamento elettorale volta per volta prevalente negli ultimi decenni, scopriamo che, se di legge si deve parlare, essa obbedisce piuttosto ad una tendenza al conformismo, vale a dire che, al netto di un astensionismo vieppiù crescente, in Abruzzo, sic et simpliciter, ha finito sempre per prevalere l’orientamento politico nazionale vigente o incipiente nel momento storico in cui le elezioni si sono celebrate. In questo senso può valere il pittoresco, e molto forzato, paragone che si fa tra l’Abruzzo e lo Ohio, lo stato americano il cui esito elettorale in passato prefigurava l’esito finale delle elezioni presidenziali.<br />
Non sapremo mai in che misura, questa volta, gli elettori abruzzesi – ma il ragionamento vale anche per le altre regioni italiane – abbiano valutato, nella loro scelta, il merito amministrativo in rapporto a considerazioni politiche generali, queste ultime, con tutta probabilità, come si è dianzi argomentato, assolutamente prevalenti. In altri termini, alla domanda se Marsilio, in deroga a quella che pareva una consolidata tradizione, sia stato riconfermato alla guida della Regione Abruzzo per meriti di buon governo, la risposta, per parafrasare il celebre refrain di una vecchia canzone di Bob Dylan, è&#8230; nel vento. E il vento soffia ancora in una direzione. Che dire poi di chi le elezioni le ha perse? Volendo ricorrere ad una metafora sportiva, si potrebbe osservare che non ci vuole molto a capire che quando il campo è troppo largo si rischia di non vedere più la palla, indipendentemente dal valore della squadra e del capitano.<br />
Fuor di metafora, in politica non conta la somma aritmetica ma la somma algebrica, vale a dire la capacità di apparire più omogenei, caratteristica, questa dell’omogeneità, che nel contesto politico italiano della cosiddetta “seconda repubblica”, caratterizzato da un sia pur bislacco bipolarismo, è più appannaggio del centro-destra, che è – piaccia o non piaccia – blocco sociale e culturale più vicino, pur con tutti i suoi limiti, alla pancia della nazione, che non del centro-sinistra, soggetto politico per certi aspetti più “professionale” ma più “divaricato”, se così si può dire, al suo interno.<br />
Non si può altresì passare sotto silenzio il dato dell’astensionismo (ha votato un abruzzese su due, e nella provincia di Chieti meno della metà degli aventi diritto) che è un tema generale che i partiti sottovalutano e che invece denuncia una disaffezione sempre più diffusa per la politica e tutto ciò che le ruota attorno. Si potrebbe dire, per rimanere alla metafora sportiva, che gli stadi semivuoti stanno ad indicare che il gioco interessa sempre meno, e poco interessa chi vince e chi perde. Ancorché lo “scudetto” è sempre valido, il suo valore sostanziale appare dimezzato.<br />
Per dirla in maniera più seria, il tema dell’indifferenza alla politica nelle nostre società deve preoccupare ed è, al fondo, un problema culturale. È vero che il sistema partitocratico sforna una classe dirigente sempre più autoreferenziale, un circolo chiuso di addetti ai lavori, allontanando i cittadini dalla partecipazione, ma è altresì vero che una società sempre più individualista, dove prevale il do ut des, concepisce sempre meno l’importanza della dimensione comunitaria. Viviamo in una “società liquida”, per dirla con la celebre espressione di Zygmunt Bauman: la frammentazione è la cifra del nostro tempo, in una società che potremmo definire “a coriandoli”, dove tutto, dalla politica all’economia, sembra obbedire alla logica del risultato a breve, senza un’idea unificante e nel nichilismo imperante. C’è davanti a noi un vasto programma, e a doversi impegnare, nei prossimi anni, dovrà essere la cultura prima ancora che la politica.</p>
<p>Photocover: Marco Marsilio, Presidente della Regione Abruzzo</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>ALESSANDRO MANZONI E IL NATALE 1833: IL PRESEPE E LA CROCE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Dec 2023 19:02:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/manzoni.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/manzoni.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/manzoni-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Il 25 dicembre 1833 al poeta era venuta a mancare la sua adorata moglie Enrichetta. Da questo dramma personale del Manzoni emerge la debolezza dell’uomo e della storia nei confronti&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/12/29/alessandro-manzoni-e-il-natale-1833-il-presepe-e-la-croce/">ALESSANDRO MANZONI E IL NATALE 1833: IL PRESEPE E LA CROCE</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Il 25 dicembre 1833 al poeta era venuta a mancare la sua adorata moglie <strong>Enrichetta</strong>. Da questo dramma personale del <strong>Manzoni</strong> emerge la debolezza dell’uomo e della storia nei confronti del dolore. Mentre scrivo di questo episodio, lontano 190 anni esatti ma vicino come se si svolgesse nell’altra stanza, mentre risuona ancora nella mente lo stanco ritualismo degli “auguri di buon Natale” , infuriano, in questa «aiuola che ci fa tanto feroci» gli inferni dell’<strong>Ucraina</strong> e del <strong>Medio Oriente</strong>, e l’uomo è annientato dall’uomo. Quanti bambini, piccoli Cristi, sono violati e uccisi in questi nostri giorni di violenza dei grandi.</p></blockquote>
<p><strong> Di Giuseppe Lalli</strong> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-81859 size-thumbnail" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/Giuseppe-Lalli-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/Giuseppe-Lalli-150x150.jpg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/Giuseppe-Lalli-300x300.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/Giuseppe-Lalli-1022x1024.jpg 1022w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/Giuseppe-Lalli-768x770.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/Giuseppe-Lalli-1533x1536.jpg 1533w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/Giuseppe-Lalli-1170x1173.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/Giuseppe-Lalli-585x585.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/Giuseppe-Lalli-640x640.jpg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/12/Giuseppe-Lalli.jpg 1790w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p class="Standard"><b><i>Sì che Tu sei terribile!</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>Sì che in quei lini ascoso,</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>In braccio a quella Vergine,</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>Sovra quel sen pietoso,</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>Come da sopra i turbini</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>Regni, o Fanciul severo!</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>È fato il tuo pensiero,</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>È legge il tuo vagir.</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i> </i></b><b><i>Vedi le nostre lagrime,</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>Intendi i nostri gridi;</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>Il voler nostro interroghi,</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>E a tuo voler decidi;</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>Mentre a stornar la folgore</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>Trepido il prego ascende,</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>Sorda la folgor scende</i></b></p>
<p class="Standard"><b><i>Dove tu vuoi ferir.</i></b></p>
<p class="Standard">…</p>
<p>Sono questi i primi versi di una poesia, Natale 1833 – poche e frammentarie strofe – che <strong>Alessandro Manzoni</strong> (1785–1873) scrisse nel primo anniversario della morte della moglie, <strong>Enrichetta Blondel </strong>(1791–1833). Lungi da me che scrivo l’idea di parafrasare questi versi. Rischierei di inserire note stonate in un concerto: la vera poesia è musica sacra, si può solo ascoltare. Rischierei di imbrattare un quadro: la poesia è tela dipinta con i colori dell’anima, si può solo contemplare.</p>
<p>Pure, non si può fare a meno di notare che in questi versi non c’è nulla di lezioso, né di ricercato. Non c’è nemmeno quell’atmosfera di solennità che si respira negli Inni sacri. Il tono stesso della poesia è tutt’altro che distaccato. Diciamo pure che è un grido di dolore quello che leggiamo, quasi una recriminazione. Dio, anche nelle forme di un bambino tra le mani pietose di sua madre, appare lontano, in un cielo muto e solcato da tremendi lampi, insensibile alle preghiere e ai lamenti («Sorda la folgor scende dove tu vuoi ferir»).</p>
<p>Il 25 dicembre 1833 al poeta era venuta a mancare la sua adorata moglie <strong>Enrichetta</strong>. Dio lo aveva visitato «terribilmente», come aveva scritto al Granduca di Toscana <strong>Leopoldo II </strong>(1797–1870), che aveva avuto nei confronti del già famoso scrittore parole di delicata partecipazione al suo dolore. Sposata in tenera età – aveva sedici anni – solerte e silenziosa, religiosissima, madre di numerosa prole, ciò che a lungo andare aveva finito per fiaccare la sua già delicata complessione, Enrichetta era stata il vero nume tutelare della casa, oltre che la musa discreta del marito letterato.</p>
<p>Nel frontespizio dell’Adelchi, che è del 1822, si leggeva «Alla diletta e venerata sua moglie&#8230;». “Diletta e venerata” e non semplicemente amata: parole che fanno pensare da un lato a quel misterioso libro che è Il Cantico dei Cantici («Sorgi diletta mia e vieni »), dall’altro evocano un sentimento che al poeta Manzoni, pur sempre romantico ancorché cattolico, fa apparire la sua donna già oltre il mondo degli umani, in una zona rarefatta dello spirito.</p>
<p>Donna di infinita dolcezza, è stata forse la persona che più di ogni altra ha ispirato all’autore de I Promessi Sposi la figura di Lucia, l’eroina del suo grande romanzo: come quei pittori che ritraevano nelle loro tele il volto della moglie, di cui non avevano mai smesso di essere innamorati. A questa donna minuta, mite e dai modi apparentemente sottomessi ma a suo modo volitiva, graziosa la sua parte, certo diversa dall’avvenente e vivace Giulia, sua madre, Alessandro doveva molto, forse doveva tutto. Possiamo solo immaginare la trepidante angoscia che dovette albergare nel cuore di <strong>Manzoni</strong> in quei giorni di aggravamento della sua già malferma salute.</p>
<p>L’adorata <strong>Enrichetta</strong> transitò in Cielo alle ore otto della sera di quel fatale Natale del 1833. Non ci è dato di conoscere i moti dell’anima, certo tempestosi, di Alessandro in quelle ore e nei giorni che seguirono. Chi può penetrare il mistero di un’anima? E di quell’anima? Al massimo possiamo conoscere noi stessi, come ammonisce il grande vescovo di Ippona, e solo Cristo, rivelando Dio all’uomo, svela l’uomo a sé stesso, come ben sapeva l’agostiniano Manzoni.</p>
<p><strong>Manzoni</strong>, che pure cerca di trovare una risposta alla sofferenza, quando giunge al dilemma intellettuale, cui la ragione sembra condurlo, se negare la provvidenza o accusarla («Ti vorrei dir: che festi?/Ti vorrei dir: perché?», dicono due versi del primo abbozzo), ciò che a fronte della fede cristiana equivarrebbe a due bestemmie, scopre che anche nel silenzio di Dio vi è un disegno provvidenziale. E finisce per scegliere il silenzio. Non a caso le parole con cui si chiude, incerta, la poesia sono «cecidere manus» (&#8220;caddero le mani&#8221;). Ma perché Dio doveva rimanere impassibile di fronte al suo dolore?</p>
<p>Non era stato lui, qualche anno prima, scrivendo il suo romanzo, a mettere in bocca a Padre Cristoforo quelle parole, «Dio vi ha visitate», dirette a Agnese e Lucia minacciate dal sopruso di un potente? Convivevano in Manzoni due opposte tensioni: il coraggio e la paura, Padre Cristoforo e Don Abbondio, un tenero altruismo della sofferenza e la paura di veder soffrire: le lacrime invendicate di un bambino avrebbero procurato in lui lo stesso tormento che procuravano nell’anima di Dostoevskij.</p>
<p>Alla domanda “Perché, nonostante Dio, il dolore abita il mondo?” la risposta per lui è “Cristo”.  Mai come in quel Natale questa risposta, da verità accarezzata solo con la mente, si faceva anima e carne. Nel sacrario più intimo della sua coscienza dovettero risuonare a lungo le prole di Giobbe di fronte alla sventura: «Il signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore». Egli, in quei giorni di sventura, tocca con mano la verità, a lungo meditata, che Dio si fa più presente quando chi lo prega si riconosce nudo, impotente, ed è già un miracolo un uomo o una donna che prega, che chiede a Dio di impolverarsi delle sue piccole o grandi miserie quotidiane.</p>
<p>Del dolore il grande romanziere aveva scritto in pagine memorabili (si pensi alla madre di Cecilia, fiore di poesia cresciuto nella desolazione della sventura collettiva della peste di Milano), ma non aveva ancora frequentato le sue aspre latitudini. Mai, prima di quel Natale, poesia e dolore dovettero apparirgli così profondamente intrecciati. Il presepe e la croce.</p>
<p>Da questo dramma personale del <strong>Manzoni</strong> emerge la debolezza dell’uomo e della storia nei confronti del dolore. Mentre scrivo di questo episodio, lontano 190 anni esatti ma vicino come se si svolgesse nell’altra stanza, mentre risuona ancora nella mente lo stanco ritualismo degli “auguri di buon Natale” (ma “auguri” di che? &#8230; del panettone, del torrone, del cenone da consumare il 24 a sera?), infuriano, in questa «aiuola che ci fa tanto feroci» gli inferni dell’<strong>Ucraina</strong> e del <strong>Medio Oriente</strong>, e l’uomo è annientato dall’uomo. Quanti bambini, piccoli Cristi, sono violati e uccisi in questi nostri giorni di violenza dei grandi.</p>
<p>Ci fu, in un Natale di tanti anni fa, un giovane padre, da sempre appassionato di <strong>Manzoni</strong>, che augurava ogni bene al suo bambino. E ci fu una ragazza di Nazareth, della casa di Davide, che partorì in una stalla perché non c’era posto in albergo per lei e per suo marito. Quella donna ci ricorda che, finché camminiamo sui sentieri della vita, la gioia, per quanto intensa possa apparirci, ha sempre le radici a forma di croce.</p>
<p><strong>Manzoni</strong> ne fece esperienza in quel Natale del 1833, noi che ci diciamo cristiani non dovemmo dimenticarlo quando ci scambiamo gli auguri di Natale. Altrimenti è il Dies Natalis Solis Invicti, il solstizio d’inverno, il Natale pagano, quello che festeggiamo. La saggezza del popolo cristiano, col suo infallibile sensum fidei, ha sempre visto la croce sullo sfondo del presepe, e chiama “Pasquetta” quella festa dell’Epifania in cui si bacia il Bambinello.</p>
<p>Il grande scrittore capì, perché lo sentì nella sua carne e non solo nella sua anima (appena nove mesi dopo verrà a mancarle, in giovanissima età, anche la primogenita Giulietta) che alla croce di tutti i giorni, a cui ci chiama il Signore della storia, quella storia che vista dal lato dell’uomo è spesso storia di forza bruta, non ci è dato di sfuggire. Altrimenti “Dio” diventa un concetto vuoto, un vizio della mente, una sublime scaramanzia: un Dio a nostra immagine e somiglianza, anzi a nostra misura. E invece:</p>
<p><strong><em>Sì che tu sei terribile</em></strong></p>
<p><strong><em>Sì che tu sei pietoso!</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong><strong><em>Indifferente ai preghi</em></strong></p>
<p><strong><em>Doni concedi e neghi.</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong><strong><em>Ti vorrei dir: che festi?</em></strong></p>
<p><strong><em>Ti vorrei dir: perché?</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong><strong><em>Non perdonasti ai tuoi</em></strong></p>
<p><strong><em>Non perdonasti a te.</em></strong> &#8230;</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
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		<title>STATO, NON SARAI IL MIO DIO.  Nazione, Patria, Libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2023 13:13:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Nazione]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
		<category><![CDATA[Stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/0FE634A0-C7D1-485F-914A-5D8B957D30C9.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/0FE634A0-C7D1-485F-914A-5D8B957D30C9.jpeg 1280w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/0FE634A0-C7D1-485F-914A-5D8B957D30C9-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/0FE634A0-C7D1-485F-914A-5D8B957D30C9-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/0FE634A0-C7D1-485F-914A-5D8B957D30C9-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/0FE634A0-C7D1-485F-914A-5D8B957D30C9-1170x781.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/0FE634A0-C7D1-485F-914A-5D8B957D30C9-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/0FE634A0-C7D1-485F-914A-5D8B957D30C9-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>di Giuseppe Lalli Viene prima lo Stato o la Nazione? In una dimensione ancestrale è difficile dirlo. È come dire: l&#8217;homo sapiens sente più forte il senso dell&#8217;appartenenza o quello&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/09/23/stato-non-sarai-il-mio-dio-nazione-patria-liberta/">STATO, NON SARAI IL MIO DIO.  Nazione, Patria, Libertà</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b>di Giuseppe Lalli </b></p>
<p>Viene prima lo Stato o la Nazione? In una dimensione ancestrale è difficile dirlo. È come dire: l&#8217;homo sapiens sente più forte il senso dell&#8217;appartenenza o quello della sicurezza? L’homo sapiens sapiens (il nostro progenitore), scuro di pelle, che dal &#8220;Corno d&#8217;Africa&#8221; viene in Europa e finisce per scontrarsi con l&#8217;europeo homo di Neanderthal, bianco, si porta dietro un&#8217;idea di appartenenza o solo il bisogno di sopravvivenza?<br />
Sta di fatto, però, che l&#8217;homo sapiens, ancorché meno dotato fisicamente, riuscì a vincere il suo cugino perché possedeva un linguaggio articolato, a differenza di quello &#8220;proposizionale&#8221; dell’homo di Neanderthal. Il sapiens finì per prevalere perché capace di comunicare meglio e quindi di adottare una strategia di gruppo, ciò che depone a favore dell&#8217;organizzazione, ancorché sia arduo, in questo contesto, parlare di Stato e Nazione. Una cosa tuttavia è certa: entrambe le specie pare che praticassero il culto dei morti, segno che la religione è un tratto distintivo assai profondo dell&#8217;umanità, e sicuramente precede sia l&#8217;idea della Nazione che dello Stato.<br />
In termini per così dire &#8220;moderni&#8221;, con la nascita delle &#8220;civiltà&#8221;, non c&#8217;è dubbio che il senso di appartenenza, la Nazione quindi, nella coscienza delle persone, precede il senso dello Stato: lo Stato, nell&#8217;epoca &#8220;civile&#8221;, è &#8220;al servizio&#8221; della Nazione, non il contrario. La travagliata storia del popolo ebraico ne è la più fulgida dimostrazione: la nazione ebraica sopravvive alla disfatta dello Stato, durante tutta la sua millenaria e commovente storia. Israele è una Nazione che reclama uno Stato: è questa una verità che caratterizza la sua vicenda umana da Abramo in poi.<br />
Nel nostro tempo, abbiamo constatato che il crollo dei regimi comunisti dell&#8217;Europa centro– orientale, compresa la Russia, ha indebolito le strutture statali ma ha visto il riemergere dalle macerie il nazionalismo, fenomeno che, sia pure in forma patologica, è espressione del senso dell&#8217;appartenenza ad una Nazione. La Nazione, dunque, precede lo Stato ed è destinata a sopravvivergli. Il primato dello Stato è solo apparente, è un primato &#8220;psicologico&#8221;, il primato della Nazione è reale, è &#8220;ontologico&#8221;.<br />
Il confronto tra queste due grandi istanze della convivenza umana si porta dietro altri concetti, quali Patria, Libertà, Sicurezza. L&#8217;idea di Patria è la stessa idea di &#8220;nazione&#8221; ma vissuta in una dimensione più sentimentale: richiama le comuni radici in maniera più immediata di quanto non faccia l&#8217;idea di Nazione. Non è un caso che il nazionalismo appare – ed è – una degenerazione, ed evoca l&#8217;idea di espansione a danno di altre nazioni. La patria invece, che può indicare anche una porzione di territorio più piccola della nazione di appartenenza, evoca la difesa, e si lega più facilmente all&#8217;idea di Libertà.<br />
Quest&#8217;ultima indica un bisogno profondo, insopprimibile della persona umana, alla quale si può rinunciare, ma solo in via provvisoria, in nome della Sicurezza, sentimento anch&#8217;esso forte, perché ha a che fare con l&#8217;istinto di sopravvivenza. La Patria è un sentimento più forte di quanto si è voluto far credere da parte di una mentalità cosmopolita e astratta, quella esaltata da una certa ideologia sessantottina e prima ancora dall&#8217;internazionalismo di stampo marxista–leninista.<br />
Volendo rifarsi alla storia politica italiana del &#8216;900, c&#8217;è da osservare che pochi storici hanno sottolineato il fatto che Benito Mussolini (1883–1945), alla fine dei travagliati anni che seguirono alla Grande Guerra, vinse la partita politica anche perché comprese che l&#8217;ideale della patria, esaltato</p>
<p>dalla vittoria dell&#8217;Italia nel grande conflitto mondiale, che aveva cementato, nel fango delle trincee, l&#8217;appartenenza ad una stessa comunità nazionale, era, al di là della retorica, un sentimento naturale ben più profondo dell&#8217;appartenenza ad una classe sociale (Il socialismo, per il futuro “duce”, era stato, peraltro, solo un istinto ereditato). In altri termini, il giovane direttore di «Il popolo d&#8217;Italia» comprese che gli abitanti della Penisola, nonostante tutto, si sentivano prima italiani e poi operai o contadini, ragion per cui la &#8220;rivoluzione proletaria&#8221; era estranea al sentimento prevalente nella nazione.<br />
&#8220;Patria e Libertà&#8221; può essere un binomio vincente. Fu quello adottato, se non alla lettera come orientamento ideale di fondo, da una parte della Resistenza antifascista, quella più consapevole, minoritaria ma profetica e densa di avvenire. La Nazione, dunque, viene prima di ogni sistema politico e prima dello Stato, come si è mostrato, e questo fu, invece, ciò che Mussolini non comprese. E non lo comprese nemmeno il grande suggeritore del regime, Giovanni Gentile (1875– 1944), teorico del cosiddetto</p>
<div id="attachment_76968" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-76968" class="size-medium wp-image-76968" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/1B944C1D-6267-4541-9F52-DF1CEDE0663F-300x166.jpeg" alt="" width="300" height="166" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/1B944C1D-6267-4541-9F52-DF1CEDE0663F-300x166.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/1B944C1D-6267-4541-9F52-DF1CEDE0663F.jpeg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><p id="caption-attachment-76968" class="wp-caption-text">Giovanni Gentile</p></div>
<p>&#8220;Stato etico&#8221;, vale a dire uno Stato che si arroga il diritto di essere fonte originaria di moralità. Uno Stato che si fa Dio: una riforma &#8220;religiosa&#8221; oltre che politica, che a Gentile gli deriva dalla cattiva lezione appresa da G. W. Friedrich Hegel (1770–1831), che nella sua</p>
<div id="attachment_76969" style="width: 241px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-76969" class="size-medium wp-image-76969" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/B152F45E-0388-4EEE-A793-EB883219203D-231x300.jpeg" alt="" width="231" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/B152F45E-0388-4EEE-A793-EB883219203D-231x300.jpeg 231w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/B152F45E-0388-4EEE-A793-EB883219203D-787x1024.jpeg 787w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/B152F45E-0388-4EEE-A793-EB883219203D-768x999.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/B152F45E-0388-4EEE-A793-EB883219203D-585x761.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/B152F45E-0388-4EEE-A793-EB883219203D.jpeg 800w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" /><p id="caption-attachment-76969" class="wp-caption-text">Friedrich Hegel</p></div>
<p>visione dello Spirito che si invera nella Storia, pone al vertice del processo non la Religione ma la Ragione.<br />
Nella visione del filosofo di Caltagirone la religione, che in Italia ha assunto, storicamente, la forma del cattolicesimo, è ontologicamente inferiore alla filosofia, e il catechismo, che egli ammette nell’insegnamento scolastico, è solo la “filosofia dei piccoli”, un modo per modellare la mente dei bambini alla speculazione astratta. La polemica tra il filosofo dell’Attualismo e Agostino Gemelli (1878–1959), il fondatore dell’Università Cattolica, verteva proprio su questo, ed era questa anche la vera posta in gioco nella diatriba che negli ‘30 oppone i vertici della Chiesa a quelli del regime fascista attorno alle organizzazioni cattoliche (bisogna rispondere, in ultima istanza, a Dio o allo Stato?).<br />
Quello di Hegel e di Gentile è il regno dell’immanenza (Deus qui manet in nobis), a cui non ha accesso alcuna religione rivelata. La trascendenza, che è, a ben riflettere, fonte di libertà, viene così negata alla radice, e lo Stato, che è la meta ultima dell&#8217;«incedere di Dio nella Storia», diviene l&#8217;unico Dio nel cui seno l&#8217;uomo può riposare, il giudice ultimo del bene e del male. Dietro ogni totalitarismo c&#8217;è questa grande eresia: uno Stato che si fa Dio e che può assumere, volta per volta, una “ragione sociale” diversa e una diversa idea totalizzante (lo “stato organico”, la “razza”, “la classe”).<br />
Nulla a che vedere con il Dio della rivelazione giudaico–cristiana: il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Gesù Cristo, il Dio dei vivi e non dei morti, vuole uomini liberi e responsabili. Contro il virus del totalitarismo, che tante tragedie ha provocato nel Novecento, il vaccino c&#8217;è: la trascendenza, la fede in un Dio che è al di là della storia, la sola che può garantire l&#8217;alleanza tra lo spirito di libertà e lo spirito di religione. «Sono incline a pensare – scriveva Alexis de Tocqueville (1805–1859) – che, se non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda».</p>
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		<title>L’AQUILA CITTÀ DELLO SPIRITO E L’IGNORANZA DI NIETZSCHE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Sep 2023 12:27:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[L’Aquila]]></category>
		<category><![CDATA[Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[Perdonanza Celestiniana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="900" height="525" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/8FC48031-B81D-4E36-8509-87EFE8129371.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/8FC48031-B81D-4E36-8509-87EFE8129371.jpeg 900w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/8FC48031-B81D-4E36-8509-87EFE8129371-300x175.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/8FC48031-B81D-4E36-8509-87EFE8129371-768x448.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/8FC48031-B81D-4E36-8509-87EFE8129371-585x341.jpeg 585w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>All’indomani della Perdonanza Celestiniana n. 729 L’AQUILA &#8211; Nel suo libro autobiografico dal titolo Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è, scritto nell’autunno del 1888 (pagine – bisogna&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="900" height="525" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/8FC48031-B81D-4E36-8509-87EFE8129371.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/8FC48031-B81D-4E36-8509-87EFE8129371.jpeg 900w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/8FC48031-B81D-4E36-8509-87EFE8129371-300x175.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/8FC48031-B81D-4E36-8509-87EFE8129371-768x448.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/09/8FC48031-B81D-4E36-8509-87EFE8129371-585x341.jpeg 585w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p><p>All’indomani della Perdonanza Celestiniana n. 729</p>
<p>L’AQUILA &#8211; Nel suo libro autobiografico dal titolo Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è, scritto nell’autunno del 1888 (pagine – bisogna riconoscerlo – stilisticamente assai elevate, ancorché il suo equilibrio psichico era già compromesso), Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900) ricorda che, trovandosi a Roma nella primavera del 1883 (giusto centoquaranta anni fa) in compagnia dell’amico Paul Rée e di Lou Salomé, giovane e affascinante figlia di un generale russo di origine tedesca di cui era perdutamente innamorato e dalla quale sarà respinto, ciò che gli procurerà una cocente frustrazione (“umano, troppo umano”, si potrebbe chiosare citando il titolo di un suo libro), pensò di lasciare la città e di recarsi in Abruzzo, all’Aquila.<br />
Riferendosi alla “Città Eterna”, Nietzsche annota con irriverente ironia: «In fondo, questo luogo, il più indecente fra tutti sulla terra per il poeta di Zarathustra, luogo che non avevo scelto liberamente, mi infastidiva oltre misura; tentavo di evadere – volevo andare all&#8217;Aquila, l&#8217;antitesi di Roma, fondata in odio a Roma, come il luogo che un giorno io fonderò, in ricordo di un ateo e nemico della Chiesa comme il faut, uno degli esseri a me più affini, il grande imperatore Federico II di Svevia. Ma in tutto questo c’era un destino: dovetti tornare indietro.»<br />
Scriverà poi da Terni, “intorno al 10 giugno 1883”, alla sorella Elisabeth, che era rimasta a Roma: «E’ andata male! Lo scirocco ha inferto la sua spada fiammeggiante su L’Aquila! Quel posto non fa per me!» Lo scirocco, di cui spesso il filosofo parla nella corrispondenza, non è tanto il vento caldo e umido che viene dal Mediterraneo, quanto l’immagine di Salomé e dell’incubo che gli ha procurato. L’infatuazione per quella donna, futura scrittrice e allieva di Sigmund Freud, lo ha prostrato terribilmente.<br />
L’incontro tra Nietzsche e Salomé era avvenuto a Roma nell’aprile del 1882, nella basilica di S. Pietro, presentatagli dall’amico Paul Rée, che dalla donna era anche lui soggiogato e che sposerà.<br />
Si sa che Nietzsche, il padre di tutti i nichilisti e il profeta della morte di Dio, “cattivo maestro” per eccellenza, autore che tanto piace a certi intellettuali italiani alla moda, quelli che alla fallita filosofia di Marx hanno sostituito da tempo il relativismo etico, cioè l’idea suicida che non ci sono criteri assoluti, cioè validi in ogni tempo e in ogni luogo, per distinguere il bene dal male, non ha mai brillato per precisione filologica, avvezzo com’era a piegare la storia alle suggestioni del suo inquieto ed inquietante pensiero.</p>
<p>Al di là del complesso percorso di fondazione del futuro capoluogo abruzzese, che vide protagonista ora il papa ora l’impero, che Federico II non sia da considerare fondatore della città dell’Aquila è ormai opinione assodata tra gli storici. L’imperatore Federico, soprannominato per le sue doti fisiche e intellettuali stupor mundi, sarà stato pure ghibellino, cioè fautore, come i suoi avi, della supremazia dell’Impero sul Papato, ma in alcun modo rassomigliava a Nietzsche, né si dichiarava ateo e nemico del Cristianesimo. Tra l’altro, Nietzsche fa finta di non sapere quello che qualsiasi studente liceale non ignora, e cioè che l’ateismo è un sentimento estraneo alla mentalità del Medioevo.<br />
In realtà, contrariamente a quanto asserisce con disinvolta ignoranza il baffuto pensatore tedesco, all’ombra del Gran Sasso ad essere fondata fu “un’altra” Roma, e tale è rimasta nell’immaginario collettivo, se è vero, come è vero, che un Papa, Celestino V, la scelse come sede della sua incoronazione e come luogo di un Giubileo più antico e più frequente di quello “romano” del 1300, giacché avviene ogni anno anziché ogni venticinque. All’Aquila ci sono, proporzionalmente, più santi che a Roma, e una storia secolare ce la mostra come una città dove vita civile e vita religiosa sono mirabilmente compenetrate.<br />
Dunque, altro che «l’antitesi di Roma fondata in odio a Roma»! Nietzsche, in questo caso, fa solo della mistificazione. Del resto, tutta la sua filosofia, dal “superuomo” alla “volontà di potenza”, altro non è che una raffinata dottrina del male.</p>
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		<title>IL MONDO DI MARIO FRATTI RACCONTATO DA GOFFREDO PALMERINI Tra utopia sociale e sogno americano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Lalli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jul 2023 11:44:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2016" height="1512" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360082462_10227336810418603_8383672964762828804_n-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360082462_10227336810418603_8383672964762828804_n-1.jpg 2016w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360082462_10227336810418603_8383672964762828804_n-1-300x225.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360082462_10227336810418603_8383672964762828804_n-1-1024x768.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360082462_10227336810418603_8383672964762828804_n-1-768x576.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360082462_10227336810418603_8383672964762828804_n-1-1536x1152.jpg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360082462_10227336810418603_8383672964762828804_n-1-1920x1440.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360082462_10227336810418603_8383672964762828804_n-1-1170x878.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360082462_10227336810418603_8383672964762828804_n-1-585x439.jpg 585w" sizes="(max-width: 2016px) 100vw, 2016px" /></p>
<p>L’AQUILA &#8211; Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore la cui fama ha da tempo travalicato i confini dell’Abruzzo, non finisce mai di stupirci con la sua prolifica attività editoriale. Ineguagliabile narratore&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/07/15/il-mondo-di-mario-fratti-raccontato-da-goffredo-palmerini-tra-utopia-sociale-e-sogno-americano/">IL MONDO DI MARIO FRATTI RACCONTATO DA GOFFREDO PALMERINI Tra utopia sociale e sogno americano</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’AQUILA &#8211; <strong>Goffredo Palmerini</strong>, giornalista e scrittore la cui fama ha da tempo travalicato i confini dell’Abruzzo, non finisce mai di stupirci con la sua prolifica attività editoriale. Ineguagliabile narratore di storie umane esemplari, dalla sua fervida penna escono figure vive, palpitanti, plastiche, che diventano, nelle sue pagine, veri compagni di strada del lettore.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-large wp-image-74283" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360107480_10227336811058619_2731847183331629955_n-1024x768.jpg" alt="" width="1024" height="768" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360107480_10227336811058619_2731847183331629955_n-1024x768.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360107480_10227336811058619_2731847183331629955_n-300x225.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360107480_10227336811058619_2731847183331629955_n-768x576.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360107480_10227336811058619_2731847183331629955_n-1536x1152.jpg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360107480_10227336811058619_2731847183331629955_n-1920x1440.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360107480_10227336811058619_2731847183331629955_n-1170x878.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360107480_10227336811058619_2731847183331629955_n-585x439.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/360107480_10227336811058619_2731847183331629955_n.jpg 2016w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>È stato presentato nel pomeriggio del 12 luglio 2023 a L’Aquila, nella sede del Gran Sasso Science Institute, il volume <strong><em>“Il mondo di Mario Fratti”</em></strong>, la sua ultima fatica, se fatica si può definire uno scritto dedicato ad un amico. Tante le testimonianze, dall’Italia e dall’estero, che hanno contrassegnato questo magnifico <strong>Memorial per Mario Fratti</strong>, trasmesso in diretta e ora disponibile anche in registrazione video.<img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-74284 size-medium alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/cover-Il-mondo-di-Mario-Fratti-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/cover-Il-mondo-di-Mario-Fratti-215x300.jpg 215w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/cover-Il-mondo-di-Mario-Fratti-734x1024.jpg 734w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/cover-Il-mondo-di-Mario-Fratti-768x1072.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/cover-Il-mondo-di-Mario-Fratti-1101x1536.jpg 1101w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/cover-Il-mondo-di-Mario-Fratti-1170x1633.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/cover-Il-mondo-di-Mario-Fratti-585x816.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/07/cover-Il-mondo-di-Mario-Fratti.jpg 1320w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /></p>
<p><strong>https://www.youtube.com/watch?v=bMZksy62JG4</strong></p>
<p>Il libro, pubblicato per i tipi della <strong>One Group Edizioni</strong>, è dedicato all’aquilano <strong>Mario Fratti</strong>, drammaturgo da poco scomparso a 95 anni (era nato nel capoluogo abruzzese nel 1927) a <strong>New York</strong>, dove dal 1963 aveva iniziato una feconda esperienza intellettuale, alternando l’insegnamento universitario con la coltivazione di una vena artistica dalla quale sono scaturite un centinaio di opere teatrali, e con il quale Palmerini ha intrattenuto un lungo, sincero ed arricchente rapporto di amicizia.</p>
<p>A beneficio di chi non lo conosce, giova tratteggiare la biografia – raccontata nel libro da lui stesso e ricordata nell’incontro da <strong>Palmerini</strong> – di questo straordinario personaggio che ha dato lustro alla nostra città in terra americana. Una vita intensa e avventurosa, quella di <strong>Mario Fratti</strong>.</p>
<p>Nacque all’Aquila il 5 luglio 1927 in via Fortebraccio n. 7, primo di tre figli di Leone Fratti, cameriere con una discreta cultura, e Mimina, casalinga dal carattere sensibile. Conseguì la maturità magistrale. Ancora studente, divenne amico di alcuni giovani che, saliti sulla montagna dopo l’8 settembre 1943 in opposizione all’esercito tedesco invasore, denunciati e catturati, furono uccisi dopo essere stati costretti a scavarsi la fossa. Si tratta dei tristemente celebri nove Martiri aquilani (sulla tragica vicenda, che lo segnò profondamente, Fratti scrisse, verso la fine della sua vita, un lavoro teatrale).</p>
<p>Dopo la maturità, prestò il servizio militare come sottotenente nel Corpo dei Bersaglieri. Dopo il congedo, si iscrisse all’università Ca’ Foscari di Venezia, laureandosi in Lingue e Letterature Straniere. Si sposò con <strong>Lina Fedrigo</strong>, dalla quale ha avuto due figli: Mirko e Barbara. Iniziò a collaborare con alcuni giornali del nord Italia, cominciando a coltivare la sua passione per la scrittura, dapprima poetica, che lo porterà, verso i trent’anni, a scrivere opere drammaturgiche, ciò che sarà la passione e l’impegno della sua lunga ed operosa vita.</p>
<p>Nel 1959 scrisse un dramma, <em>Il nastro</em>, con il quale vinse un premio Rai per un’opera letteraria destinata alla radio, ma il lavoro non fu mai allestito dalla Rai e quindi mai radio trasmesso, perché giudicato “sovversivo”: parlava di alcuni partigiani che si rifiutavano di parlare e che per questo venivano uccisi dai fascisti.</p>
<p>All’inizio della sua esperienza letteraria, scrisse un romanzo ambientato all’Aquila nel periodo del fascismo e a Venezia negli anni successivi alla Liberazione, ma il crudo realismo dello scritto, in un’Italia che voleva far dimenticare quello che per molti era un imbarazzante passato, non ne permise la pubblicazione (un editore napoletano pubblicherà il manoscritto, da Fratti conservato, nel 2013).</p>
<p>Questa deludente esperienza lo orienterà verso la scrittura dei testi teatrali. Fu così che un suo dramma, <em>Suicidio</em>, rappresentato a <strong>Spoleto</strong> al Festival dei due Mondi e messo poi in scena con successo a <strong>New York</strong> per iniziativa di <em>Lee Strasberg</em> (1901–1982), attore e regista teatrale che aveva visto ed apprezzato il lavoro, segnò l’inizio della sua sfolgorante carriera teatrale americana. Questo fatto cambiò la sua vita. La crescente attenzione che la critica e i gli impresari teatrali gli riservarono gli giovarono il conferimento di incarichi universitari.</p>
<p>Si sposò in seconde nozze con <strong>Laura Dubman</strong>, una talentuosa pianista dalla quale ha avuto la figlia <strong>Valentina</strong>, una valente attrice e regista teatrale. Nonostante i critici le predicessero una brillante carriera artistica, Laura preferì dedicarsi all’insegnamento di quella tecnica pianistica che possedeva in sommo grado, ciò che le fece conoscere <strong>Katharine Hepburn</strong>, la grande attrice con la quale strinse una forte amicizia. Alla creazione di innumerevoli opere teatrali, per le quali ha ricevuto numerosi premi e attestati, <strong>Fratti</strong> ha aggiunto una intensa attività pubblicistica in giornali e riviste americane.</p>
<p>In occasione del suo 80° compleanno, la sua amata città dell’Aquila e il Teatro Stabile d’Abruzzo, con la “complicità” del suo amico Goffredo Palmerini, gli regalarono una memorabile giornata di festa. Un’altra festa, da lui non meno gradita, gli fu tributata da Consiglio Regionale abruzzese in occasione del suo 90° genetliaco. Era felice, perché la sua terra lo aveva riconosciuto, contravvenendo per lui al principio che nessuno è profeta in patria.</p>
<p>Con Mario la vita è stata generosa di successi e di anni. Egli stesso raccontava, non senza una vena di compiacenza che, avendogli anni addietro una chiromante incontrata a <strong>San Pietroburgo</strong> pronosticato ben 99 anni di vita (99 è numero perfetto per un aquilano, come lui non mancava argutamente di osservare), ne avrebbe volentieri accettati di più, dal momento che sentiva di avere ancora molte cose da fare.</p>
<p><strong>Liliana Biondi</strong>, già docente di critica letteraria all’Università degli Studi dell’Aquila, dove il celebre drammaturgo aquilano-americano fu accolto in occasione della presentazione di una sua novità editoriale, la silloge <em>Volti</em>, e che seppe trarre dai suoi  versi  il profondo spessore artistico dell’autore, ricordando nel libro l’incontro che ebbe con lui allorché lo conobbe all’Hunter College (università dove Fratti ha insegnato fino al suo pensionamento) in occasione di un convegno internazionale di studi  dedicato alla figura di <strong>Ignazio Silone</strong> nel  ventennale sua morte, ne fa, con poche pennellate di stile, un ritratto assai accattivante e veritiero, descrivendolo come una persona</p>
<p><em>[…] dall’innata abilità osservatrice: occhi azzurri, vivaci e mobilissimi e uno sguardo penetrante che sul volto sempre atteggiato a sorriso si convertiva immediatamente in parola: un paragone, una metafora, un giudizio di valore talvolta mordace, ma talmente vero che, impressionata, gli confessai che non osavo chiedergli cosa cogliesse in me […]. Quello che mi colpì in lui, fu questo duplice aspetto: una intelligenza simpaticamente estroversa ed arguta che sottendeva ad un certo scetticismo, ad una velata, generale, malinconica diffidenza verso tanta esteriorità, dove, tuttavia, egli si muoveva bene e a suo agio.</em></p>
<p>Vero uomo di testa e di cuore, dunque, e provvisto, come queste poche ed eloquenti righe mostrano, di una buona dose di ironia e persino, all’occorrenza, di sarcasmo. La stampa americana ha inserito <strong>Mario Fratti</strong>, insieme a <strong>Eduardo De Filippo</strong>, <strong>Ugo Betti</strong> e <strong>Luigi Pirandello</strong>, tra i massimi autori di teatro italiani.</p>
<p>Un dato colpisce della biografia di <strong>Fratti</strong>. Egli, come tanti giovani intellettuali italiani della sua generazione nel dopoguerra, fu attratto dal comunismo, si innamorò, come scrive sua figlia <strong>Valentina</strong>, della ideologia marxista–leninista, identificando forse in questa ideologia lo strumento teorico e politico del riscatto di quella povera gente che lui aveva conosciuto nella sua non facile infanzia e giovinezza. La storia del Novecento ha mostrato il vero volto di questa ideologia: materialistico e sostanzialmente disumano, ancorché abbia incarnato per molto tempo e per milioni di persone le esigenze della giustizia sociale.</p>
<p><strong>Mario Fratti</strong>, uomo intellettualmente onesto, avrà sicuramente preso atto di questa dura lezione della storia, e avrà finito per apprezzare quella società americana che, pur tra contraddizioni e limiti, è terra di libertà, che gli ha consentito persino quello che l’Italia gli aveva negato. C’è da credere (un’attenta lettura delle sue opere ce lo confermerebbe) che, al netto delle disillusioni, la giovanile utopia sociale, mantenuta da vecchio come orizzonte morale cui uniformare il proprio comportamento, ha convissuto con il “sogno americano”, quello che portò agli inizi del secolo scorso il nonno dello scrivente ad andare a lavorare nelle miniere di carbone della Pennsylvania.</p>
<p>Esemplare, a questo riguardo, il giudizio – riportato nella seconda di copertina del libro – che dell’opera di Fratti dava <strong>Paul Thomas Nolan</strong>,  professore della University of Southwestern Louisiana scomparso nel 1995, secondo il quale il grande drammaturgo italo–americano ha dimostrato che si possono fondere i caratteri della tradizione letteraria europea con l’esperienza americana, dando così vita ad un’opera davvero originale cui possono attingere tanto gli europei quanto gli americani, figli di una stessa civiltà.</p>
<p><em>“Fratti </em>– scriveva tra l’altro <strong>Nolan</strong> – <em>mostra più fede nel sogno americano di quanta ne abbiano gli autori locali […]: sta aiutando gli americani a scoprire il loro paese. […]”</em></p>
<p>Non c’è nessun ombra di provincialismo in questo figlio dell’Abruzzo per il resto molto legato alle sue radici. Si ha l’impressione che i nostri connazionali diano il meglio di sé quando stanno all’estero: è questo un destino e una vocazione che lo scritto di <strong>Mario Fratti</strong> ci ribadisce. Quest’ultimo libro di Palmerini è un ponte ideale tra il Gran Sasso e <strong>New York</strong>, pieno di suggestioni, e non estraneo al vissuto di tanti italiani, tra i quali lo scrivente. Grazie, carissimo Goffredo.</p>
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