<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Sergio Spadaro critico letterario, Autore presso lafrecciaweb.it</title>
	<atom:link href="https://www.lafrecciaweb.it/author/sergio-spadaro-critico-letterario/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.lafrecciaweb.it/amp/author/sergio-spadaro-critico-letterario/</link>
	<description>la velocità dell&#039;informazione</description>
	<lastBuildDate>Sat, 03 Apr 2021 10:01:32 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/favicon-32x32-1.png</url>
	<title>Sergio Spadaro critico letterario, Autore presso lafrecciaweb.it</title>
	<link>https://www.lafrecciaweb.it/amp/author/sergio-spadaro-critico-letterario/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">168598825</site>	<item>
		<title>L’indagine di Rosalba Galvagno su CARLO LEVI</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2021/04/03/lindagine-di-rosalba-galvagno-su-carlo-levi/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=lindagine-di-rosalba-galvagno-su-carlo-levi</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Spadaro critico letterario]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Apr 2021 10:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[carlo levi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lafrecciaweb.it/?p=39471</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="400" height="225" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/04/galvagno-.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/04/galvagno-.jpg 400w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/04/galvagno--300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>ll volume, Mitografie di Carlo Levi (Edizioni Sinestesie, Avellino, 2021) ha consentito all’autrice di approfondire la “doppia pratica poetica e pittorica di Carlo Levi”, che affonda nella stessa sorgente creativa,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2021/04/03/lindagine-di-rosalba-galvagno-su-carlo-levi/">L’indagine di Rosalba Galvagno su CARLO LEVI</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>ll volume, Mitografie di Carlo Levi (Edizioni Sinestesie, Avellino, 2021) ha consentito all’autrice di approfondire la “doppia pratica poetica e pittorica di Carlo Levi”, che affonda nella stessa sorgente creativa, essendo due manifestazioni “del tutto autosufficienti […],Lo sguardo dello scrittore si orienta verso la multiforme creatività umana, ripercorrendo le mitografie attraverso cui Carlo Levi ha saputo penetrare alcune realtà, dalle più arcaiche (i Contadini) alle più moderne (le Avanguardie), fino ad alcuni suoi stessi miti personali: il Tempo, il Sacro, il Sogno, il Ritratto, l’Italia, l’Arte&#8230;..[&#8230;.]</em></p>
<p><em>Milano, 2 aprile 2021 </em>– Come dice nell’introduzione, <strong>Rosalba Galvagno</strong> ha potuto identificare per il volume <em><strong>Mitografie di Carlo Levi</strong></em> (Edizioni Sinestesie, Avellino, 2021) “un discorso intorno al mito” soltanto in sede di revisione dei vari saggi che lo compongono e “che tutti li attraversa e li accomuna”. Il mito non è che “una struttura narrativa, un racconto che, in modo allegorico o metaforico, mira a rispondere a delle contraddizioni, delle questioni, in particolare a quella delle origini. Forma discorsiva della verità, esso dipende in effetti da un sapere che tenta di dire la verità sotto forma di un discorso sensato” (p. 11). I saggi sono suddivisi in tre sezioni, alle quali segue un’appendice con testi non compresi nell’edizione delle opere leviane pubblicate dall’Editore Donzelli (2000-2004). Accanto alla figura del mitografo, il volume ha consentito all’autrice di approfondire la “doppia pratica poetica e pittorica di Carlo Levi”, che affonda nella stessa sorgente creativa, essendo due manifestazioni “del tutto autosufficienti […], due modi insieme distinti e identici di essere”, come dichiarò Levi in un’intervista del 1960. Tratto peculiare della sua pittura, come si sa, è la sua “celebre pennellata ondosa […], che non è un semplice stilema, ma una vera e propria <em>sfraghìs</em> [impronta]”. Attraverso la pittura (e la cura dei contadini lucani) Levi riesce a “riparare la perdita della libertà […]: trova insomma il modo di frequentare l’’abisso’, nel quale si trova catapultato, grazie all’’atto creatore’  “ (p. 14). Va detto per ultimo che la molteplicità dei linguaggi praticati da Levi, al quale – come diceva Carlo Muscetta – “tutte le arti di Apollo furono rivelate”, va vista attraverso la loro “compresenza”, perché essi “non sono per lui dei codici settoriali […], ma tra di loro in continua e feconda relazione” (p 15).</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-32700" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/04/Copertina.jpg" sizes="(max-width: 372px) 100vw, 372px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/04/Copertina.jpg 425w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/04/Copertina-214x300.jpg 214w" alt="" width="372" height="521" /></figure>
</div>
<p>La prima sezione – e non poteva non essere – si apre con l’analisi del più importante romanzo di Levi, quel <em>Cristo s’è fermato a Eboli</em>, che ne fa –  come ebbe a dire Italo Calvino nella prefazione del ’74 a una raccolta di litografie – uno scrittore “pestigrafo”, dove la malattia è vista “come sostanza comune della natura umana”. Tuttavia “la singolarità di Levi risiede in quella del ‘guaritore’ che vuole combattere la malattia opponendosi attivamente alla sua ‘fatalità biologica’, e perciò contro una certa visione ‘decadente’ di tanta letteratura novecentesca” (p. 26). Com’è noto, fu proprio la pressante richiesta dei contadini, stremati e sterminati dalla malaria, a fare di lui un medico-mago-taumaturgo. Il loro è un mondo pervaso dalla ‘cognizione della morte’ (si vedano gli stendardi neri appesi sulle porte delle case). Dirà lo stesso Levi, quando lo vedranno con sua sorella andata a trovarlo: “il sentimento della consanguineità che, dove non c’è senso di Stato né di religione, tiene, con tanta maggiore intensità, il posto di quelli. Non è l’istituto familiare, vincolo sociale, giuridico e sentimentale; ma il senso sacro, arcano e magico di una comunanza”. Dell’arcaicità di questo mondo sono emblemi gli amuleti magici che spesso i contadini portavano al collo. Ma anche alla medicina scientifica possono essere attribuiti poteri superstiziosi, com’è per “l’abitudine di dare a ogni malato, anche quando non è necessario, una ricetta […]. La maggior parte di esse, se fossero appese al collo con una cordicella, come un <em>abracadabra</em>, basterebbe a guarire i malati”.</p>
<div class="wp-block-image is-style-rounded">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-32701" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/04/Paolo_Monti_-_Servizio_fotografico_Italia_1955_-_BEIC_6341423.jpg" alt="" width="318" height="409" /><figcaption><em>Carlo Levi (Torino 1902- Roma 1975) da Wikipedia.org</em></figcaption></figure>
</div>
<p>Levi fu rinchiuso nella carceri di Torino e di Roma nel 1934 e 1935. Scrisse allora molte lettere: in una del 17.3.34 ha usato il sintagma petrarchesco “carcer tetro”. Quest’epistolario è ricchissimo di citazioni filosofiche e letterarie. Invece il <em>Quaderno a cancelli</em> è il diario della cecità, che scrisse nel 1973-74 quando, fu operato per un distacco della rétina all’occhio destro, e fu costretto a usare una struttura da lui stesso ideata, di legno con cerniera, e munita di cordicelle per guidare la mano. Questi ‘cancelli’ – commenta Galvagno – “rinviano alle sbarre della prigione e hanno a loro volta una connotazione amfibologica: da un lato di impedimento […] nei confronti della realtà luminosa […] e dall’altro di difesa nei confronti della ‘Futilità’ “ (p. 59).</p>
<p>Nel 1955 Levi pubblica i suoi <em>reportages</em> della Sicilia, nelle tre tappe del 1951, 1952 e 1955, con il titolo <em>Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia</em> (Einaudi, TO; nella ristampa del 2010 il libro avrà la prefazione di Vincenzo Consolo). Essi vanno dalla Sicilia occidentale a  quella orientale (da Taormina a Bronte, con una deviazione ad Acitrezza), ma c’è anche una visita al “triste regno di Giuliano” e al nuovo regno di Danilo Dolci (Partinico). L’ultimo capitoletto concerne l’intervista rilasciata da Francesca Serio, la madre del sindacalista Salvatore Carnevale di Sciara, ucciso dalla mafia, che darà il titolo al libro: “Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre”. Per quanto riguarda Bronte,  afferma Galvagno che “prima di Levi soltanto Verga aveva ricordato i famosi ‘fatti’ del 1860, nella novella <em>Libertà</em>,  a prescindere almeno dalle cronache locali” ( si veda <em>La storia di Bronte</em> di Benedetto Radice del 1910; poi in <em>Nino Bixio a Bronte</em>, con prefazione di L. Sciascia, Ed. S.Sciascia, CL, 1963). Dirà Levi: “Di rado può vedersi […] tanta miseria. […] Per terra, nelle strade, nei cortili in pendio, scorrono, per mancanza di fogne, le acque putride, e il tanfo prende alla gola”. Levi comunque ritornerà in Sicilia, nella primavera del 1958 e, a un anno dal terremoto che colpì il Belice, il 15 gennaio 1969, a Gibellina. Vincenzo Consolo, che era presente in quell’occasione, nella citata prefazione così lo ricorda: “Parlava a un gruppo di contadini […]. Non sentivo le parole […], ma vedevo i suoi gesti calmi e fraterni […], vedevo l’attenzione e la partecipazione dei contadini […]. E mi sovvennero in quel momento , come concentrate in un’unica parola […], tutte le pagine da lui scritte sul mondo contadino. Concentrate in quest’unica parola: amore”. A questo punto non si può non ricordare l’ammirazione che Consolo nutriva per Levi, sul quale dirà: “A Sciara, Levi ha trovato […] il punto più vero e più alto della realtà siciliana di quegli anni. E più vero e più alto si fa allora il tono del libro: le pagine su Francesca Serio di commozione rattenuta dal pudore, di parole scarne e risonanti” ( <em>Di qua dal Faro</em>, Mondadori, MI, 1999, p. 256). E fu forse da qui che nacque in Consolo l’idea di intervistare un’altra madre, un’altra vedova di mafia: quella del sindacalista Carmelo Battaglia di Pòllina (si veda il bellissimo racconto <em>Per un pugno d’erba ai limiti del feudo</em>, su “L’Ora” del 16.4.1966, poi in <em>Narratori di Sicilia</em>, Mursia, MI, 1967, pp. 428-34 e in <em>La mia isola è Las Vegas</em>, con un piccolo ritocco nel titolo, Mondadori, MI, 2012, pp. 18-22).</p>
<p>L’indagine di Galvagno è troppo ricca e articolata per poter essere concentrata nei brevi cenni a cui costringe lo spazio di una recensione. Così a esempio è quanto avviene nel capitolo <em>Sul tempo, il sacro, il mito contadino, il sogno</em>, dove l’autrice può dare ampia prova del suo scavo psicoanalitico sull’opera leviana, grazie agli strumenti praticati e risalenti a Sigmund Freud e a Jacques Lacan. <em>Paura della Libertà</em> (scritto nel 1939 ma pubblicato nel 1946) si pone – dice Galvagno – “come lo zoccolo duro dell’intera architettura leviana, prima e autentica e paradossale monografia filosofica-antropologica, […] in cui l’analisi dell’uomo e della sua storia […] si fonda essenzialmente sulla nozione di sacro” (p. 92).  Levi durante il suo esilio parigino (anni venti, primissimi e fine degli anni trenta) “aveva frequentato l’avanguardia pittorica, intellettuale e politica, nella quale il dibattito ruotava appunto attorno al sacro, al sacrificio, alla guerra, ai fascismi, alla crisi della civiltà” (p. 94). E Levi farà ricorso anche ad alcuni esempi tratti dalla Bibbia per illustrare l’<em>orror sacri</em>. Ne <em>Il mito dell’America</em>, invece, Levi indagherà il mito contadino lucano, per il quale l’America è uno dei possibili mitologici paradisi (bisogno di evasione che da un lato si traduce nell’idea eterna del Paradiso terrestre e, dall’altro, nel fenomeno dell’Emigrazione). Poi Levi si inoltrerà sempre più in una dimensione onirica e inconscia, quando pubblicherà la narrazione <em>L’Orologio</em> (1950), al cui centro c’è un sogno ed è ricca di significati multipli e contraddittori. Essa sarà preceduta da una conferenza in cui distinguerà “il tempo della civiltà contadina e il tempo della civiltà dell’orologio, immobile e mitologico il primo, storico e razionale il secondo “ (p. 138), anche se le due sfere restano interconnesse e complementari.  Nel sogno di Levi l’orologio (ved. copertina del volume) segnerà le dodici e quarantacinque (ora della sua nascita) e richiamerà la bocca che c’è nel film di Cocteau <em>Le sang d’un poète </em>(1930), da lui visto a Parigi con degli amici due anni dopo. Anche l’immagine di Fanny, nell’<em>Orologio</em>, dalle braccia simili a “bianchi, rotondi serpenti”, richiamerà il serpente baudelairiano (<em>l’eau de ta bouche</em> in <em>Le serpent qui danse</em>).</p>
<p>Sull’identità italiana, parlerà in una conferenza del 1954: “Tutto sta insieme in questa terra su ogni altra comprensiva […], dove i secoli si sovrappongono […], sì che ogni cosa è una ricapitolazione, una ‘summa’ di tutte le altre; e le contraddizioni diventano identità”. In <em>Un volto che ci somiglia</em> affermerà: “La vera Italia […] è quell’altra […]. E’ l’umile Italia. Umile la disse Virgilio (<em>Eneide</em>, III, 522-23), umile Dante (<em>Inf</em>., I, 106-108). E’ quella che io uso chiamare l’Italia contadina, umile come ‘humus’, umile di radici terrestri. E’ l’Italia dell’uomo”. La “contemporaneità dei tempi” è proprio la condensazione della storia che si presenta in Italia: “Tutti i grandi viaggiatori, da Goethe in poi, sono stati colpiti da questa vita interna e attuale delle opere d’arte in Italia” (in <em>L’arte e gli italiani</em>). E, al riguardo, rammenta anche alcuni episodi dell’ultima guerra e della Resistenza fiorentina, di cui egli fu partecipe testimone. Nel dibattito degli anni trenta sull’architettura moderna richiamerà i principî del classicismo: la “sua tendenza a evitare certe decorazioni […] la obbliga a bandire non la pittura o la scultura, ma l’ornamento inteso come qualcosa di sovrapposto”. Poi, come sempre nella stretta connessione dei <em>media</em> espressivi, pittura e scrittura in lui ritornano con affioramenti inconsci ma altamente significativi: come avviene a esempio per il ritratto di Dafne che, partendo dalla metamorfosi ovidiana delle forme in corpi nuovi, attraverso la trasformazione dei tronchi dei carrubi dipinti ad Alassio, ci mostrerà la sua rinascita vegetale. Così come avverrà peraltro con il ritratto di Narciso che, secondo l’interpretazione dell’autrice, offre consonanze con certi scritti di Lacan, sulla costruzione dello stadio dello specchio. E infine, nell’acquaforte intitolata <em>Euridice</em>, dominerà il potere fascinatore dello sguardo (l’allucinazione ipnagogica […] presiede […] alla formazione dell’immagine, dirà Freud).</p>
<div class="wp-block-image is-style-rounded">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-32702" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/04/Carlo-levi.jpg" alt="" width="267" height="383" /><figcaption>Carlo Levi nel 1947 (foto di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Van_Vechten">Carl Van Vechten</a> da .wikipedia.org)</figcaption></figure>
</div>
<p>Nella ricca appendice del volume, sono tanti i testi di Levi inediti o recuperati (persino il suo intervento al Senato del 1964). Gli affioramenti inconsci e/o mnestici ritornano nell’articolo su Picasso, suo <em>alter ego idolatrico</em> benché padre di tutte le avanguardie novecentesche, che egli scrisse nel 1956, dopo la visione del film di H.G.Clouzot “<em>Le Mystère Picassso</em>”. Vi restano infatti collegate le immagini composte da Levi sul <em>Naufragio del Piloro</em> (da ultimo il quadro del 1974), suscitate dal ricordo ossessivo degli schizzi che faceva suo padre, in cui il naufragio rappresentava la sua morte, ed era perciò uno ‘schermo’ in senso freudiano. Altro sogno è quello leviano sul celeberrimo frammento di Leopardi della caduta della luna (XXXVII, vv. 28-29: “… questa luna in ciel, che da nessuno / cader fu vista mai se non in sogno”) che, com’è noto, sarà all’origine di <em>Lunaria</em> di Vincenzo Consolo, dedicata peraltro al “primo ispiratore” Lucio Piccolo, con “L’esequie della luna”. Ma, da ultimo, occorre soffermarci sul travisamento che dell’opera di Levi fece Carlo Muscetta, e con lui tanta critica marxista, che aveva identificato lo scrittore “come un ideologo […] della questione meridionale e come uno scrittore decadente e populista” (p. 327: dapprima su “La Fiera letteraria” del 14.11.1946 e poi in <em>Realismo, neorealismo e contro realismo</em>, Garzanti, MI, 1976). E’ vero che successivamente Muscetta fece autocritica (“sono felice di ripensare il giudizio di critica militante che ne diedi […], condizionato senza dubbio dal mio appassionato fervore gramsciano”: ora in <em>L’Orologio di Carlo Levi e la crisi della Repubblica</em>, Lacaita, Manduria [TA], 1997), ma la sua ottica non appare “adeguata alla sua arte”, perché la poetica di Levi è vista sempre come “decadentistica, di là dal populismo col quale […] esalta e mitizza l’arte e la civiltà contadina”. Di recente Paolo Mauri ha scritto un articolo su Levi (“La Repubblica” del 13.3.2021), in cui conclusivamente dice che “l’errore di Muscetta era stato quello di sovrapporre al giudizio letterario, quello politico”.</p>
<p>ROSALBA GALVAGNO, <em>Mitografie di Carlo Levi</em>, Edizioni Sinestesie, Avellino, 2021, € 20.00.</p>
<p><em>Immagine di copertina autoritratto di Carlo Levi (1928) e volume</em></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2021%2F04%2F03%2Flindagine-di-rosalba-galvagno-su-carlo-levi%2F&amp;linkname=L%E2%80%99indagine%20di%20Rosalba%20Galvagno%20su%20CARLO%20LEVI" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2021%2F04%2F03%2Flindagine-di-rosalba-galvagno-su-carlo-levi%2F&#038;title=L%E2%80%99indagine%20di%20Rosalba%20Galvagno%20su%20CARLO%20LEVI" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2021/04/03/lindagine-di-rosalba-galvagno-su-carlo-levi/" data-a2a-title="L’indagine di Rosalba Galvagno su CARLO LEVI"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2021/04/03/lindagine-di-rosalba-galvagno-su-carlo-levi/">L’indagine di Rosalba Galvagno su CARLO LEVI</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">39471</post-id>	</item>
		<item>
		<title>LETTERE” DI LUCIO ZINNA SU SCRITTORI SICILIANI E NON</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2020/07/20/lettere-di-lucio-zinna-su-scrittori-siciliani-e-non/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=lettere-di-lucio-zinna-su-scrittori-siciliani-e-non</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Spadaro critico letterario]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2020 15:07:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Zinna]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lafrecciaweb.it/?p=6775</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1920" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-2048x1536.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-1170x877.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-1920x1440.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>Un insieme di grandi nomi esponenti della cultura Il poeta e critico Lucio Zinna aveva già raccolto in volume suoi interventi saggistici ne Le parole e l’isola (PA, 2007), a&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2020/07/20/lettere-di-lucio-zinna-su-scrittori-siciliani-e-non/">LETTERE” DI LUCIO ZINNA SU SCRITTORI SICILIANI E NON</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1920" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-2048x1536.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-1170x877.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-1920x1440.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/07/982ED741-6851-4ED6-9D3F-A20AD0ABDDEB-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p><h5><i>Un insieme di grandi nomi esponenti della cultura</i></h5>
<p>Il poeta e critico Lucio Zinna aveva già raccolto in volume suoi interventi saggistici ne <em>Le parole e l’isola </em>(PA, 2007), a parte poi un suo fondamentale studio su Ippolito Nievo (Marina di Minturno [LT], 2006). Adesso, come dice nell’avvertenza di <em>Lettere siciliane. Autori del Novecento dentro e fuori circuito </em>(Mimesis Ed., Sesto S.G.[MI], 2019), dedica l’attenzione a rilevanti personalità del mondo letterario isolano, precisando che, assieme agli autori più celebrati, “la Sicilia è doviziosa di quella che ormai si è soliti appellare <em>letteratura sommersa</em>, […] di eccellenza altrettanto vasta, se non più, di quella, per così dire, ‘emersa’” (p. 6).</p>
<p>Il primo saggio è dedicato all’analisi del carteggio Antonio Pizzuto – Salvatore Spinelli,  amico ed ex compagno di scuola del primo (ma sulla scrittura di Spinelli Zinna si era già interessato ne <em>Le parole e l’isola </em>). Le lettere sono 378 (263 di Pizzuto e 115 di Spinelli: di costui mancano quelle antecedenti al 13 marzo 1946). Esse vanno dal 1929 al 1969, un quarantennio più che bastevole per ragguagliarci sulla divergente ma complementare personalità di entrambi. Si ha infatti una sorta di  “mutualità letteraria, oltre che umana”, qualcosa di simile – come dice scherzosamente Pizzuto – a quanto fanno i sacerdoti (i <em>parrini</em> ) che “si confessano gli uni con gli altri o a due scimmioni che, chiusi nel gabbione, occhi e culi arrossati, si levano di dosso le pulci a vicenda” (p. 8). Pizzuto chiede a Spinelli (che vive e lavora a Milano) se lo possa aiutare a presentare all’editore Mondadori l’opera <em>Sinfonia</em>, e l’amico invia il dattiloscritto ad Angelo Gatti (romanziere di successo) e al critico G.A.Borgese. Sarà Pizzuto, dopo molto tempo, a riferire a Spinelli che Borgese aveva trovato “l’insieme arido e troppo infuocato” (p. 10). D’altra parte Pizzuto troverà il romanzo spinelliano <em>Il mondo giovine</em> ancora incluso “nel ciclo verghiano e con un uso eccessivo del dialogato” (p. 12). Non era però vero che il romanzo fosse collocabile “nel ciclo verghiano”, anche se Spinelli deve aver accolto in parte le osservazioni dell’amico se l’edizione a stampa del romanzo (Ceschina, 1958) ha una stesura di 700 pagine rispetto alle 1200 del dattiloscritto. Il fatto è che il realismo extracanonico spinelliano (che fa uso dell’analisi psicologica e del monologo interiore) non poteva piacere a Pizzuto, nel quale (come in <em>Rapin e Rapier</em> e in <em>Si riparano bambole</em>) Spinelli trovava “mancanza di organicità e un simbolismo non sempre chiaro”. E dirà nel 1949 all’amico: “Noi siamo due scrittori di opposte tendenze. […] Ma non pretendere da me quello che non posso dare; e non supporre che io non abbia voluto moltissime particolarità del mio lavoro che tu consideri difetti” (p. 18).</p>
<p>Segue un <em>Profilo di Ignazio Buttitta</em> (1899-1997), che a Bagheria fin da ragazzo aiuta il padre in una bottega da salumiere. Combatterà sul Piave e pubblica la prima raccolta di versi (<em>Sintimintali</em>) nel 1925. Dirige con due sodali il periodico di poesia dialettale “La trazzera”, che dopo un anno verrà chiuso dal regime fascista. Si trasferisce a Milano per intraprendere un’attività commerciale, che va a monte per lo scoppio della guerra. Nel 1944 milita fra i partigiani (l’anno successivo sarà arrestato dai fascisti e poi liberato dagli alleati). Raggiunto con il commercio un discreto benessere, nel 1970 si stabilisce definitivamente in Sicilia (ad Ispra, frazione marina di Bagheria). Nel decennio ’45-’55, il suo compaesano Guttuso lo mette in contatto con Vittorini e Quasimodo. A partire dal 1954, quando pubblica <em>Lu pani si chiama pani</em>, farà via via seguire le sue opere, fino a <em>Le pietre nere</em> del 1983. Se nella prima c’erano ancora gli echi della poesia tradizionale, già con  la seconda (<em>Marabedda</em>) ci sono quei toni realistici e gli echi di quella dimensione sociale che sarà la sua più caratteristica. Nelle successive (<em>Purtedda</em> e <em>Lamentu d’una matri</em>) troverà i ritmi delle cantate popolari e, scendendo a declamare nelle piazze, recupererà un’arcaica oralità. Esalta il socialismo e il solidarismo cristiano e stigmatizza le <em>sirene arcadiche</em> (incarnate da Giovanni Meli). Nel <em>Lamentu pi Turiddu Carnivali</em> (1956) si avvicinerà al <em>Llanto</em> di Garcia Lorca: vi si fondono ballata di cantastorie e lauda jacoponica. Ne <em>La paglia bruciata</em> (1968) adotta il modulo della poesia narrativa : la sua poesia “diviene più <em>dotta</em> e meno <em>detta</em>, più allusiva”. In <em>Io faccio il poeta </em>(1972) c’è una particolare attenzione al dramma del popolo siciliano (rapinato persino della lingua), mentre nell’ultima opera tornerà alle sue radici, quelle lirico-elegiache, per creare poesia della memoria.</p>
<p>Segue uno studio sulla <em>Dimensione etico-religiosa nella poesia di Quasimodo</em>. Dimensione che, rispetto ad altri <em>tòpoi</em> tematici, ha avuto un’attenzione meno insistita da parte della critica e che nella sua opera appare a volte manifesta e tal altro sommersa. Essa è peraltro collegata all’immagine che in vita il poeta diede di sé, nel senso di un coerente laicismo e di una collocazione politica correlabile a un socialismo protonovecentesco, ma corroborato da un più attuale <em>engagement </em>sartriano. Fase che si evidenzia dopo la stagione ermetica, caratterizzata dalla <em>poesia pura</em> e dalla “poetica della parola”. La prospettiva di “rifare l’uomo” (discorso di Stoccolma per il  Nobel del 1959), attraverso strumenti solidaristici, mira a mutare l’uomo dall’interno. Barberi Squarotti addirittura esclude nell’opera quasimodiana ogni carattere di trascendenza, al contrario di quanto fanno Sergio Solmi, Carlo Bo, Giuseppe Zagarrio e Roberto Sanesi. La marcata dimensione etica della sua poesia viene rilevata da Neria De Giovanni (1984) in due <em>livelli</em>: il primo attinente all’umanità in quanto tale e l’altro legato alla contingenza storica. Emerge infatti nella sua produzione una <em>tendenza all’oltrità</em>, al superamento dei limiti. Sicché la sua insularità (Quasimodo si sente <em>esule</em>) va vista come apertura verso il mondo, e la sua Sicilia è “siepe” in senso leopardiano. Fatto sta che nel primissimo Quasimodo può cogliersi, come ha osservato Giuseppe Barone (1983), “un’assidua e complessa ricerca di una dimensione religiosa” (p. 39). Come è ampiamente documentabile nel carteggio tra Quasimodo e Giorgio La Pira (l’uno di Modica, l’altro di Pozzallo). La Pira lo invita a essere”il dolce e potente giullare di Dio”, ma il tarlo del dubbio continuerà a rodere il poeta. Le sue tormentate certezze fideistiche (come in <em>Lamentazione di un fraticello d’icona, Matamorfosi dell’urna del santo, Amen per la domenica in albis</em>) tenderanno come a collassarsi. Il Quasimodo seconda maniera terrà a far pubblicamente conoscere il proprio laicismo, anche se l’invocazione al “Dio dei tumori” (<em>Thànatos Athànatos</em>) lascerà aperta la domanda sulla sua esistenza. In un’intervista a Ferdinando Camon (1961) affermerà: “Io non ho mai dato manifestazioni di ateismo”. Quello di Quasimodo può essere un caso di condizionamento ideologico da parte di una cultura egemone (quella di sinistra della sua epoca), ma non quando scrive: “Non m’hai tradito, Signore: / d’ogni dolore / son fatto primo nato”.</p>
<p>Il mazarese Orazio Napoli (1901-1970) fu amico di poeti e letterati di primo piano (Saba, Cardarelli, Quasimodo, Sinisgalli). Ma la sua presenza nel <em>milieu</em> letterario appare defilata, anche per il suo temperamento schivo, come mette in rilievo Rolando Certa. A ventiquattro anni viene assunto da Mondadori come correttore di bozze, ma poi svolgerà il compito di “lettore”. Pubblica il primo libro di poesie nel 1929 e fa parte, negli anni trenta, del gruppo di letterati e artisti <em>dei cappotti lisi, </em>che ogni sera si ritrovavano da Savini, in Galleria, ma non per mangiare – come disse Orio Vergani – “solo per il caffè a tavoli un po’ defilati […] per tazzine lunghissime nei tempi di consumazione” (“Corriere” del 2.12.2000). Il suo libro del 1940 <em>Poesie.Con un saggio sulla poetica di Jacopone da Todi</em> (strano accostamento per la verità) viene recensito da Sergio Solmi che rileva “una natura di poeta agli antipodi di quella di Luzi”. Nel 1940 vince la sezione per inediti del Premio San Babila e nel 1956 Mondadori pubblica ne “Lo Specchio” la sua opera più matura, <em>Notte legame mare</em>, che per Zinna va vista come un <em>unicum</em> insieme con <em>Gli occhi a terra</em>del 1964. Il suo ultimo libro, <em>Smarrimenti</em>, è del 1968 mentre postuma, nel 2005, uscirà l’antologia <em>Poesie scelte</em>. In una delle ultime liriche accennerà a sue “navigazioni” (nel Mediterraneo), aggiungendo però che “il cuore è rimasto attaccato / nel posto abbandonato” (p. 53). Diventerà un esploratore di se stesso, un “entronauta”, come avrebbe detto lo scrittore Piero Scanziani. Secondo Zinna i poli della poesia di Napoli, che è poeta memoriale e di solido impianto realistico, sono “la donna”, “il mare” e “la nostalgia”. Comunque la donna e l’amore restano bussola  della navigazione esistenziale del poeta. Ma è il mare che in lui costituisce una sorta di <em>imprinting</em> incancellabile. Dirà, con versi memorabili per l’accentuata metaforizzazione: ”Io sono un uomo di mare: / ho il passo che rolla. / Il friggere della marea / […] / mi fa l’ape negli orecchi”. E aggiunge: “Le ragazze del posto / hanno le ascelle / odorose di molluschi”. L’asciuttezza dei versi di Napoli, che il contatto con gli ermetici ha incentivato, fanno di lui un poeta ermetizzante ma non ermetico.</p>
<p>In <em>Virgilio Titone: dalla “storia” alle “storie”</em> Zinna scrive su un “umanista”, uno “storico”e un “narratore”. Titone, docente di Storia Moderna, rifuggì sempre dall’accademismo e fu amico di Giuseppe Cocchiara e di Benedetto Croce. Fu costituzionalmente antidogmatico e lottò contro i conformismi di ogni genere. Storia e narrativa sono l’espressione del suo mondo, con la stessa identità che intercorre fra arte e storia (lettera a Luciano Anceschi del 28.5.1971). Esordì con  i racconti <em>Storie della vecchia Sicilia </em>(Mondadori, 1971), in cui l’isola è ancora quella delle miniere di zolfo, dei “carusi”, dei “fondachi” dei mulattieri e dei “bagli”. Un mondo che scomparirà con la riconversione in senso industriale dell’economia agricola, al contrario della vecchia mafia che saprà trasformarsi, come è descritto nel romanzo <em>Le notti della Kalsa di Palermo</em> (1987). La seconda edizione dei racconti appare nel 1987, col titolo <em>Vecchie e nuove storie siciliane</em>, dove il panorama antropologico riflette gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza dello scrittore. Proprio ne <em>Gli anni di Mazara</em> e nei <em>Ricordi castelvetranesi </em>(Titone vi era nato nel 1905) i personaggi si possono considerare, più o meno verghianamente, dei vinti. Il romanzo su Palermo è policentrico e la mancanza di una vicenda centrale e di un protagonista lo fanno avvicinare al romanzo d’appendice ottocentesco. Ma costituisce comunque un atto d’amore verso la città (al contrario di quanto accadeva in Sciascia, che disprezzava Palermo). Dalla constatazione della condizione umana e dall’amara dignitosa consapevolezza del “fallimento inevitabile di tutti gli uomini” emergono tuttavia due opposti sentimenti: l’uno di solidarietà e di commiserazione per l’umanità in generale […], l’altro dell’inespresso bisogno di affrettare nel pensiero la fine che ognuno si stava preparando. Sentimenti che riscattano il suo cupo pessimismo, al punto che Helmut Koenisberger poté dire che quello di Titone è “un verismo fatto di simpatia e di comprensione della condizione umana” (1987). Dei veristi siciliani appare vicino a De Roberto  più che a Verga, ma il suo realismo – al di là delle differenze di genere – lo avvicina a Georges Simenon, a cui peraltro dedicò un ampio saggio su “La Nuova Antologia”.</p>
<p>Santino Caramella era un filosofo ligure (Genova, 1902) che divenne una figura di particolare rilievo nella vita culturale di Palermo, dove si era stabilito, al punto da potersi considerare un siciliano d’adozione. In quell’Università insegnò filosofia teoretica, fino alla morte (1972), e fu amico di Piero Gobetti, Benedetto Croce e Giuseppe Lombardo Radice. Il suo saggio <em>L’atto estetico e la coscienza profonda </em>del 1965 fu ripubblicato postumo nel 2000, col titolo <em>Coscienza della poesia</em>. In quegli anni, successivi all’avvento del <em>Gruppo 63</em>, la poesia si orientava verso un accentuato formalismo, che determinerà una sorta di idiosincrasia nei riguardi del contenuto, in quella che Alfonso Berardinelli chiamerà “depurazione anticomunicativa” (<em>La poesia verso la prosa</em>, Bollati Boringhieri, TO, 1994, p. 14). Caramella non partecipò mai alle diatribe di quel periodo. Ma il suo testo era un modo di intervenire nel dibattito, concentrando l’attenzione sulla teoresi dell’atto creativo: non si può scindere la forma dal contenuto e l’espressione consiste proprio nella pressione esercitata nel contenuto per trovarne la forma più perfetta. Il processo creativo dell’opera d’arte trova la sua genesi nella <em>coscienza intima</em>. La poesia dispone di una certezza sua propria, “ la <em>certezza poetica</em>, che è quella […] della presenza e del possesso di un momento di vita e di realtà assolutamente interessante ed efficiente, elaborato in forma creativa” (p. 89). L’importanza dell’<em>inventio</em> nell’atto creativo capovolgeva l’assioma neoformalistico.</p>
<p>Il settimo e l’ottavo saggio del libro di Zinna hanno un particolare rilievo storico e costituiscono una documentazione di prima mano sulla vita letteraria artistica di Palermo fra la seconda parte degli anni ’60 e la prima degli anni ’70, essendo stato lo scrittore un protagonista di almeno uno dei “movimenti” che si svolsero nel capoluogo isolano. Si tratta di: <em>Castrense Civello: da Marinetti al Gruppo Beta</em> e <em>1971: Neoavanguardie a Palermo tra passione e ideologia</em>. Zinna, nel primo dei saggi, rievoca la figura di Civello, che egli conobbe nel 1965, quando tenne una relazione su due gruppi d’avanguardia (con recita di poesie) allo scomparso <em>Africa club</em>, con effetti sonori e musicali di Karlheinz Stochausen e John Coltrane. I due gruppi erano<em> Linea zero </em>e <em>Beta 71</em>. In quell’occasione fece dono a Zinna, come promotore del <em>Gruppo Beta</em>, di una copia del poema futurista <em>Il pilota sconosciuto</em> (1947) e chiese di aggregarsi: la sua presenza stabiliva così un ponte ideale tra avanguardia storica e neoavanguardia. Civello, successivamente, fece dono anche di un suo libro su <em>Gioacchino Guttuso</em>, il padre del pittore, in occasione dell’intestazione di una scuola statale allo stesso. E lavorando Zinna ai programmi culturali di RAI/Sicilia, nell’aprile 1962 fece un’intervista a Civello, durante la quale egli rievocò il suo incontro con Marinetti a Bagheria, nel salone degli specchi di Villa Palagonia, che gli disse: “Nella mia vita sono andato sempre velocemene ma qui, davanti a queste gemme cesellate dal sole, io vi dico che bisogna andare piano” (p. 107). Si tralascia di riferire, in questa sede, sugli altri versanti dei due saggi.</p>
<p>LUCIO ZINNA, <em>Lettere siciliane. Autori del Novecento dentro e fuori circuito</em>, Mimesis Ed., Sesto S.G. [MI], 2019, € 10,00.</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2020%2F07%2F20%2Flettere-di-lucio-zinna-su-scrittori-siciliani-e-non%2F&amp;linkname=LETTERE%E2%80%9D%20DI%20LUCIO%20ZINNA%20SU%20SCRITTORI%20SICILIANI%20E%20NON" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2020%2F07%2F20%2Flettere-di-lucio-zinna-su-scrittori-siciliani-e-non%2F&#038;title=LETTERE%E2%80%9D%20DI%20LUCIO%20ZINNA%20SU%20SCRITTORI%20SICILIANI%20E%20NON" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2020/07/20/lettere-di-lucio-zinna-su-scrittori-siciliani-e-non/" data-a2a-title="LETTERE” DI LUCIO ZINNA SU SCRITTORI SICILIANI E NON"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2020/07/20/lettere-di-lucio-zinna-su-scrittori-siciliani-e-non/">LETTERE” DI LUCIO ZINNA SU SCRITTORI SICILIANI E NON</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">6775</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Vincenzo Consolo – Leonardo Sciascia- &#8220;Essere o no Scrittore&#8221;. A cura di Rosalba Galvagno, Archinto</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2019/03/30/vincenzo-consolo-leonardo-sciascia-essere-o-no-scrittore-a-cura-di-rosalba-galvagno-archinto/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=vincenzo-consolo-leonardo-sciascia-essere-o-no-scrittore-a-cura-di-rosalba-galvagno-archinto</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Spadaro critico letterario]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Mar 2019 09:19:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.lafrecciaweb.it/?p=2212</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="180" height="279" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2019/03/sciascia.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>Milano &#8211;&#160; Sono state pubblicate, con filologica acribia a cura di Rosalba Galvagno dell’Università di Catania, le lettere che Vincenzo Consolo (n° 21) e Leonardo Sciascia (n° 29) si sono&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2019/03/30/vincenzo-consolo-leonardo-sciascia-essere-o-no-scrittore-a-cura-di-rosalba-galvagno-archinto/">Vincenzo Consolo – Leonardo Sciascia- &#8220;Essere o no Scrittore&#8221;. A cura di Rosalba Galvagno, Archinto</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="180" height="279" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2019/03/sciascia.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>

Milano &#8211;&nbsp; Sono state pubblicate, con filologica acribia a cura di Rosalba Galvagno dell’Università di Catania, le lettere che Vincenzo Consolo (n° 21) e Leonardo Sciascia (n° 29) si sono scambiate dal 1963 al 1988. Il volumetto (Essere o no scrittore, Archinto, MI, 2019) è uscito a ridosso del convegno internazionale di studi che l’Università di Milano ha dedicato all’opera di Consolo nei giorni 6 e 7&nbsp; &nbsp;marzo. La prima missiva è quella di Consolo a Sciascia del 6 dic. 1963, con la quale gli inviava La ferita dell’aprile, uscito&nbsp; nel settembre di quell’anno nella mondadoriana collana “Il tornasole”, per “riconoscenza per la parte che hanno avuto i Suoi libri nella mia formazione” (p. 5). Sciascia lo&nbsp; legge subito e gli risponde entro il mese, e gli chiede “quali sono i luoghi del suo racconto”, nonché di avere ragguagli su “quelle particolarità storico-linguistiche” del libro. Anche Consolo entro il mese, gli comunica&nbsp; che “i luoghi del<br>&nbsp; &nbsp;racconto&nbsp; sono, in generale, quei paesi di collina sotto i Nebrodi e altri, giù, della marina”, e che il suo era stato fondato ,”circa un secolo e mezzo fa”, da catanesi scesi dall’interno (p. 20). Quanto&nbsp; &nbsp;ai vocaboli dialettali, erano quelli degli zangrei di S.Fratello. Ma precisa che le notizie sui paesi “non sono frutto di una indagine storica” e che per il barocco di “certi toni del racconto” si&nbsp; era ispirato a Barcellona Pozzo di Gotto (p. 20). In definitiva, c’è un pudore iniziale in Consolo (che si scioglierà a poco a poco): infatti che il liceo di cui si parla nel libro fosse nella realtà quello di&nbsp; &nbsp;Barcellona, lo sappiamo da questa testimonianza di Emilio Isgrò: “Dell’istituto Luigi Valli era allievo più o meno alla metà degli anni Cinquanta Vincenzo Consolo. Veniva da Sant’Agata di Militello e già faceva l’ultimo anno di liceo quando io entravo al ginnasio. Ricordo che arrivava a Barcellona sul camion dell’azienda agrumaria&nbsp; di<br>&nbsp; &nbsp;famiglia – lui così piccolo autorevolmente piazzato in cabina accanto all’autista – e subito si dirigeva impettito verso la casetta di fronte alla chiesa dei santi Cosma e Damiano, dove un’anziana vedova vestita di nero l’aveva preso a pensione. Il povero Enzo, come noi accorciavamo il Vincenzo, veniva additato da professori e bidelli come uno studente modello, e questo ci metteva in urto con le nostre coscienze di giovani sciatti e svogliati. Anche perché Consolo, una volta disceso dalla cabina del camion, diventava di colpo più dolce e dimesso, e questo ce lo rendeva più gradevole e caro” (Autocurriculum, Sellerio, PA, 2017, p. 21).</p>



<p>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Giustamente sottolinea la curatrice che “caduta l’iniziale barriera formale&nbsp; subentra quindi in queste lettere la confidenza diretta e spontanea, che non censura i problemi di salute o quelli legati alla famiglia e&nbsp; soprattutto al proprio lavoro. Insomma, la corrispondenza, in un primo momento prevalentemente letteraria, si fa anche biografia del quotidiano “ (come a esempio per l’acquisto dell’olio d’oliva santagatese da parte di Sciascia, per gli esami delle figlie, per l’attività di insegnante di Consolo fra Mistretta e Patti) (p, 9). Proprio frequentando la biblioteca comunale di Mistretta Consolo s’imbatte nella traduzione dell’Eneide in siciliano da parte di Tommaso Aversa (1654), che aveva indirizzato – fra gli altri – una supplica a Simone Rao e Requesens (rectius, e non con la “z” finale), che sarà nominato vescovo di Patti e sul quale Sciascia scriverà il noto saggio&nbsp; Il vescovo a Tindari (in La corda pazza, Einaudi, TO, 1970, pp. 51-54).<br>&nbsp; &nbsp;Questa controversa figura di delatore – probabilmente un agente provocatore, come dirà Sciascia – intrigherà molto i due corrispondenti, soprattutto per la produzione di versi in ‘toscano’, in latino e in siciliano. Per dare un’idea delle sue liriche amorose, si riportano alcuni verso dialettali: “Ardu, e non speru chiù nuddu ricriu; / Né mi giuva disdegnu, o lontananza. / […] Tantu chiù focu pigghia lu disiu, / Quantu chiù va siccandu la speranza” (Canzuni siciliani, n° 40, vv. 1-2/7-8, dall’opera del 1672 ripubblicata da Mons. Francesco Pisciotta nel 2007, presso la Tipografia Trischitta di Messina).</p>



<p>&nbsp; &nbsp; &nbsp; Quanto ai rapporti con Lucio Piccolo – tramite Consolo venivano reciprocamente inviati i saluti fra lui e Sciascia – Consolo dirà: “Alla fine, feci in modo di far incontrare il poeta e lo scrittore, così antitetici, così lontani l’uno dall’altro: due archetipi per me, due cifre letterarie che ho cercato, nella mia scrittura, di far conciliare. L’incontro avvenne una domenica, la domenica in cui per la prima volta si celebrava nelle chiese la messa in italiano” (p. 11). In nota la curatrice riprende la data dell’incontro, il 7 marzo 1965 (come in Cronologia, nel “Meridiano” a lui dedicato riporta&nbsp; Gianni Turchetta, p. CXI), che in realtà avvenne il 14 settembre 1966, perché la gita della famiglia Sciascia, da Catania a Capo d’Orlando, fu organizzata per mezzo dello scrivente, che portò con la propria auto gli Sciascia attraverso il percorso Fiumefreddo-Linguaglossa-Randazzo-Capo d’Orlando (“Paeseitaliapress”del 30.9.2015, ora in Il movimento e<br>&nbsp; &nbsp;le soste, Ismecalibri, BO, 2017, p. 85). Né questa è stata la sola volta che la pur straordinaria memoria di Consolo subisse una&nbsp; défaillance:&nbsp; ciò avvenne anche per la data della prima volta che Consolo visitò Selinunte (cfr. il nostro Lontananze e risacche, Ismecalibri, BO, 2014, pp. 136-138).</p>



<p>&nbsp; &nbsp; &nbsp; Aggiunge Galvagno: “Oltre all’interesse letterario e storico per la Sicilia dei secoli XVII, XVIII e XIX Consolo e Sciascia dichiarano anche di condividere l’amore per Parigi, un mito incrollabile, com’è noto, per molti aristocratici e intellettuali siciliani a partire già dal Settecento, e che scandisce a più riprese, tra il 1976 e il 1988, questa corrispondenza” (p. 11). Per poi concludere: “Numerose altre curiosità letterarie&nbsp; e aneddoti biografici riserva naturalmente la lettura integrale di questo prezioso carteggio, che condensa la vita e il lavoro di poco meno di un trentennio di due fra i più grandi scrittori del Novecento, offrendo uno spaccato singolare del contesto non soltanto letterario ma più profondamente antropologico dei due corrispondenti, un contesto da un lato fortemente radicato nell’arcaismo della cultura siciliana, dall’altro incredibilmente aperto&nbsp; al- l’Europa (alla modernità). Ma questo apparente, fecondo e affascinante<br>&nbsp; &nbsp;contrasto costituisce, com’è noto, l’originalissima cifra della grande letteratura siciliana classica” (p. 12).</p>



<p>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Tra le ‘curiosità’ e gli ‘aneddoti’ non si può non riportare le volte che Consolo ha partecipato a premi letterari, più che altro per insistenza di Sciascia: a Soverato&nbsp; (1964), a Castellammare (1965), a Grosseto (1966). E quando a Soverato non gli fu assegnato il premio, ma una medaglia commemorativa, commentò con la sua feroce ironia che si trattava di una “cucurbitacea” (peraltro furono altri, e più prestigiosi, i riconoscimenti che ebbe successivamente, come si evince dalla Cronologia di Gianni Turchetta nel “Meridiano” mondadoriano del 2015.</p>



<p>&nbsp; &nbsp; &nbsp; Ma sono più le dichiarazioni di stima e d’affetto reciproche che giova ricordare.&nbsp; Come quando Consolo scrive a Sciascia: “A ogni tua nuova ‘cosa’ riprovo sempre lo stesso piacere di tanti anni fa quando, chiuso fisicamente e di ‘testa’ nel mio natio borgo scipito, leggevo i tuoi primi libri e mi aprivo e apprendevo da questo mio scrittore e siciliano ideale del cuore della Sicilia. Non sorridere&nbsp; &#8211; nel tuo modo agghiacciante – di questa dichiarazione d’amore. La quale ora, del resto, si confonde tra quelle di chissà quanti altri” (lettera del 18.4.1967). O quando Sciascia rievoca l’amicizia di Consolo e Piccolo: “Tutto, in com’è Consolo e in com’era Piccolo, li destinava a respingersi reciprocamente […]. Il fatto è che tra loro c’era una segreta, sottile affinità: la&nbsp; sconfinata facoltà visionaria di entrambi, la capacità di fare esplodere, attraverso lo strumento linguistico, ogni dato della realtà in fantasia” (ora in Cruciverba,<br>&nbsp; &nbsp;Einaudi, 1983, pp. 32-33). O abbina i due ‘baroni’, quello reale e quello letterario di Consolo: “E facilmente viene da pensare […] che nel personaggio del barone Mandralisca lo scrittore [Consolo] abbia messo quel che mancava all’altro barone da lui conosciuto e frequentato, a quell’uomo che aveva ‘letto tutti i libri’&nbsp; &nbsp;e soltanto due, esilissimi e preziosi, ne ha scritti di versi: la coscienza della realtà siciliana, il dolore e la rabbia di una condizione umana tra le più immobili che si conoscano” (Ivi, p. 34). E Consolo avrà infine anche modo di scrivere questa dichiarazione, quasi un’autoconfessione per la sua diversità di scrittore: “A leggerti, io che ambisco, sia pure in modo non assiduo, praticare la scrittura, sento come un senso di colpa di non essere lucido e ‘laico’ come tu insegni che bisogna essere; di non aver saputo ancora del tutto domare i personali furori e torpori, di essermi fatto spesso distrarre dagli ornamenti nella visione<br>&nbsp; &nbsp;della nuda realtà” (lettera del 15.10.1978).</p>



<p>&nbsp; &nbsp;VINCENZO CONSOLO – LEONARDO SCIASCIA, Essere o no scrittore, a cura di Rosalba Galvagno, Archinto, MI, 2019, € 14,00.<br></p>



<p class="has-large-font-size"><br></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2019%2F03%2F30%2Fvincenzo-consolo-leonardo-sciascia-essere-o-no-scrittore-a-cura-di-rosalba-galvagno-archinto%2F&amp;linkname=Vincenzo%20Consolo%20%E2%80%93%20Leonardo%20Sciascia-%20%E2%80%9CEssere%20o%20no%20Scrittore%E2%80%9D.%20A%20cura%20di%20Rosalba%20Galvagno%2C%20Archinto" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2019%2F03%2F30%2Fvincenzo-consolo-leonardo-sciascia-essere-o-no-scrittore-a-cura-di-rosalba-galvagno-archinto%2F&#038;title=Vincenzo%20Consolo%20%E2%80%93%20Leonardo%20Sciascia-%20%E2%80%9CEssere%20o%20no%20Scrittore%E2%80%9D.%20A%20cura%20di%20Rosalba%20Galvagno%2C%20Archinto" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2019/03/30/vincenzo-consolo-leonardo-sciascia-essere-o-no-scrittore-a-cura-di-rosalba-galvagno-archinto/" data-a2a-title="Vincenzo Consolo – Leonardo Sciascia- “Essere o no Scrittore”. A cura di Rosalba Galvagno, Archinto"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2019/03/30/vincenzo-consolo-leonardo-sciascia-essere-o-no-scrittore-a-cura-di-rosalba-galvagno-archinto/">Vincenzo Consolo – Leonardo Sciascia- &#8220;Essere o no Scrittore&#8221;. A cura di Rosalba Galvagno, Archinto</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2212</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>
