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	<title>Esteri Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 09:14:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le merci commerciali attraverso i canali israeliani si fermano mentre proseguono alcuni ingressi umanitari dall&#8217;Egitto. Israele e operatori palestinesi si accusano reciprocamente. La crisi mostra quanto sia fragile la ripresa&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/16/gaza-non-bastano-gli-aiuti-senza-mercati-e-rifornimenti-la-ricostruzione-resta-sospesa/">Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p>di Francesco Mazzarella</p>
<article class="pip-editoriale" lang="it">
<header><strong>EDITORIALE | ESTERI — 15 ottobre 2026</strong></p>
<h1>Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</h1>
<p><strong>Le merci commerciali attraverso i canali israeliani si fermano mentre proseguono alcuni ingressi umanitari  dall’Egitto. Israele e operatori palestinesi si accusano reciprocamente. La crisi mostra quanto sia fragile la ripresa della vita quotidiana.</strong></p>
<p><em>di Francesco Mazzarella</em></p>
</header>
<p>A Gaza, la ricostruzione non si misura soltanto contando gli edifici rimessi in piedi. Si misura anche dalla possibilità di acquistare del pane, trovare un indumento per l’inverno, procurarsi il necessario per una famiglia. È in questi gesti quotidiani che una comunità comincia a recuperare autonomia dopo la devastazione.</p>
<p>Il 15 ottobre 2026 arriva un nuovo segnale della fragilità di questo processo. Le merci commerciali hanno smesso di entrare attraverso i canali di approvvigionamento israeliani, secondo quanto riferito dalle autorità israeliane e confermato dagli operatori palestinesi del trasporto. Restano invece segnalati ingressi di aiuti umanitari e di merci provenienti dall’Egitto.</p>
<p>La distinzione è essenziale. Non siamo di fronte alla conferma di una chiusura assoluta di ogni rifornimento, ma a un’interruzione che interessa una componente fondamentale dell’economia quotidiana della Striscia.</p>
<h2>Due versioni, una conseguenza concreta</h2>
<p>Il COGAT, organismo israeliano incaricato del coordinamento delle attività civili nei territori palestinesi, sostiene che i commercianti di Gaza abbiano sospeso il coordinamento delle importazioni a seguito di richieste economiche avanzate da Hamas.</p>
<p>Secondo la ricostruzione israeliana, sarebbe stato richiesto un pagamento di 10.000 shekel per camion e una quota delle vendite in contanti.</p>
<p>Hamas e gli organismi governativi di Gaza contestano la descrizione di queste somme come imposte obbligatorie. I rappresentanti dei trasportatori palestinesi, inoltre, attribuiscono alle restrizioni israeliane la responsabilità dell’interruzione.</p>
<p>Le ricostruzioni restano contrapposte. Non disponiamo di elementi indipendenti sufficienti per stabilire quale versione descriva completamente le cause della sospensione.</p>
<p>Ma una cosa emerge con chiarezza: quando i flussi commerciali si interrompono, sono le famiglie a subirne le possibili conseguenze.</p>
<h2>Gli aiuti sono indispensabili. Ma non sostituiscono una società che funziona</h2>
<p>Gli aiuti umanitari sono fondamentali per la sopravvivenza della popolazione. Eppure una società non può ricostruirsi soltanto attraverso la distribuzione di beni di emergenza.</p>
<p>Un mercato funzionante consente alle persone di scegliere, ai commercianti di lavorare, alle famiglie di organizzare la propria vita. Permette, almeno in parte, di uscire dalla condizione di dipendenza assoluta.</p>
<p>La portavoce del Norwegian Refugee Council, Shaina Low, ha ricordato ad Associated Press che il settore umanitario non può soddisfare da solo tutti i bisogni della popolazione e che il funzionamento dei mercati resta necessario.</p>
<p>Non è soltanto una questione economica. È una questione di dignità e di capacità di decidere della propria quotidianità.</p>
<h2>Il problema era già visibile</h2>
<p>Nel rapporto dell’11 settembre, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, OCHA, aveva documentato una situazione commerciale estremamente fragile.</p>
<p>Tra il 31 agosto e il 6 settembre erano stati registrati 881 carichi commerciali raccolti nella Striscia dal settore privato. Il 28% trasportava beni non essenziali, mentre i prezzi dei prodotti di base restavano molto elevati rispetto al periodo precedente all’ottobre 2023.</p>
<p>Il rapporto sottolineava inoltre la vulnerabilità di un sistema logistico concentrato su pochi punti di accesso.</p>
<p>La sospensione segnalata oggi si inserisce dunque in un contesto già compromesso. Non crea da sola tutte le difficoltà, ma rischia di aggravare squilibri esistenti.</p>
<h2>Una scuola aperta non basta, se intorno manca la vita</h2>
<p>Nei mesi scorsi abbiamo raccontato i tentativi di restituire ai bambini di Gaza luoghi e occasioni per imparare, anche tra le macerie.</p>
<p>Quelle esperienze conservano tutto il loro valore.</p>
<p>Ma la ricostruzione educativa non può essere separata dalle condizioni materiali delle famiglie. Un bambino ha bisogno di una scuola, certamente. Ha bisogno anche di cibo, di un riparo adeguato, di vestiti e di adulti che possano provvedere alla vita quotidiana.</p>
<p>La scuola rappresenta una possibilità di futuro. Il funzionamento dei mercati e dei servizi rende quel futuro più concretamente abitabile.</p>
<p>Non si tratta di contrapporre gli aiuti umanitari al commercio, ma di riconoscere che entrambi svolgono funzioni necessarie e differenti.</p>
<h2>La domanda che resta aperta</h2>
<p>Le prossime ore diranno se la sospensione sarà temporanea o se produrrà conseguenze più durature.</p>
<p>Sarà necessario verificare quanti camion entreranno effettivamente, quali merci saranno disponibili, come cambieranno i prezzi e se verranno adottate misure per ripristinare i flussi.</p>
<p>Non possiamo ancora parlare di un nuovo collasso alimentare provocato da questi due giorni di interruzione. Possiamo però riconoscere il rischio che una situazione già precaria subisca un ulteriore peggioramento.</p>
<p>La ricostruzione di Gaza non riguarda soltanto ciò che si deve portare dentro la Striscia. Riguarda anche la possibilità di restituire alle persone le condizioni per vivere, lavorare, scegliere e costruire relazioni sociali.</p>
<p><strong>Perché un territorio non torna a vivere quando riceve soltanto ciò che gli serve per sopravvivere. Torna a vivere quando i suoi abitanti possono ricominciare a costruire il proprio domani.</strong></p>
<section class="nota-editoriale" aria-labelledby="nota-fm">
<hr />
<h2 id="nota-fm">Nota editoriale — Francesco Mazzarella</h2>
<p>Raccontare Gaza attraverso il numero dei camion può essere necessario. Ma non è sufficiente.</p>
<p>Dietro ogni rifornimento interrotto ci sono persone che cercano di organizzare una giornata normale in condizioni tutt’altro che normali.</p>
<p>Mi colpisce soprattutto questa contraddizione: parliamo di ricostruzione, di scuole, di futuro, mentre perfino la possibilità di acquistare ciò che serve rimane esposta a decisioni e conflitti che le famiglie non possono controllare.</p>
<p>La solidarietà è indispensabile. Ma non dovrebbe trasformarsi in una condizione permanente di dipendenza.</p>
<p>Ricostruire significa anche restituire libertà quotidiana: la possibilità di scegliere, lavorare, educare i figli e immaginare qualcosa oltre l’emergenza.</p>
<p>È lì, nella vita ordinaria che prova a ricominciare, che si misura la concretezza della pace.</p>
<p><strong>Francesco Mazzarella</strong></p>
</section>
<section class="fonti" aria-labelledby="fonti-articolo">
<hr />
<h2 id="fonti-articolo">Fonti e documentazione</h2>
<ol>
<li><a href="https://apnews.com/article/744d4b8c005b20d94ce6fc952a63e063" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Associated Press, 15 ottobre 2026</a> — Sospensione degli ingressi commerciali e conseguenze per la popolazione.</li>
<li><a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-says-commercial-goods-no-longer-entering-gaza-after-merchants-suspend-2026-10-15/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters, 15 ottobre 2026</a> — Dichiarazioni del COGAT, posizione palestinese e distinzione tra flussi commerciali e umanitari.</li>
<li><a href="https://www.aa.com.tr/en/middle-east/gaza-government-denies-imposing-fees-on-trucks-demands-entry-of-600-daily/4090071" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Anadolu Agency, 15 ottobre 2026</a> — Posizione dell’ufficio stampa governativo di Gaza.</li>
<li><a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-11-september-2026" target="_blank" rel="noopener noreferrer">OCHA, Humanitarian Situation Report, 11 settembre 2026</a> — Dati sul commercio, prezzi e vulnerabilità logistiche.</li>
</ol>
</section>
</article>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/16/gaza-non-bastano-gli-aiuti-senza-mercati-e-rifornimenti-la-ricostruzione-resta-sospesa/">Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Hormuz, il petrolio ha trovato un’altra strada. Ma la guerra lo sta seguendo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 17:46:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Bab el-Mandeb]]></category>
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		<category><![CDATA[rischio geopolitico]]></category>
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<p>Il 23 settembre avevamo raccontato uno stretto quasi vuoto. Tredici giorni dopo il greggio del Golfo torna a circolare, mentre l’Arabia Saudita spinge milioni di barili verso Yanbu sul Mar&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/06/hormuz-il-petrolio-ha-trovato-unaltra-strada-ma-la-guerra-lo-sta-seguendo/">Hormuz, il petrolio ha trovato un’altra strada. Ma la guerra lo sta seguendo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<h1>Hormuz, il petrolio ha trovato un’altra strada. Ma la guerra lo sta seguendo</h1>
<div class="pip-subtitle">Il 23 settembre avevamo raccontato uno stretto quasi vuoto. Tredici giorni dopo il greggio del Golfo torna a circolare, mentre l’Arabia Saudita spinge milioni di barili verso Yanbu sul Mar Rosso. Ma proprio sull’altra porta della rotta, Bab el-Mandeb, la guerra torna ad allargarsi</div>
<div></div>
<div>
<p class="pip-opening">redici giorni fa siamo andati a guardare lo Stretto di Hormuz e abbiamo trovato quasi il vuoto. Nel nostro precedente approfondimento, <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/23/hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte/"><strong>“Hormuz quasi vuoto: due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte”</strong></a>, avevamo documentato il crollo del traffico commerciale attraverso uno dei passaggi strategici più importanti del pianeta. Il 21 settembre risultavano due transiti commerciali tracciabili, il giorno successivo tre. Prima dell’attuale conflitto erano circa 125 le grandi navi commerciali che attraversavano quotidianamente quel braccio di mare.</p>
<p>La fotografia era impressionante. Ma una fotografia, per capire davvero una trasformazione, qualche volta non basta.</p>
<p><strong>Siamo tornati a guardare.</strong></p>
<p>E quello che sta accadendo racconta qualcosa forse ancora più importante: il petrolio sta tornando a circolare, ma il sistema che lo trasporta non è più quello di prima.</p>
<h2>Quasi sei milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso</h2>
<p>Il ministro saudita dell’Energia, Abdulaziz bin Salman, ha dichiarato il 6 ottobre che il flusso attraverso l’East-West Pipeline ha raggiunto <strong>5,8 milioni di barili al giorno</strong>.</p>
<p>È l’arteria che attraversa l’Arabia Saudita da est a ovest, collegando le aree petrolifere del Golfo al terminal di Yanbu, sul Mar Rosso. Riyadh la sta utilizzando per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz e mantenere le esportazioni nonostante la crisi.</p>
<p>Circa <strong>4 milioni di barili di greggio al giorno</strong> vengono attualmente dirottati attraverso questa infrastruttura: una quantità equivalente a circa il 4 per cento dell’offerta petrolifera mondiale.</p>
<div class="pip-factbox">
<p><strong>Il cambiamento in tredici giorni</strong></p>
<p><strong>23 settembre:</strong> Hormuz appare quasi vuoto nei dati delle navi tracciabili.</p>
<p><strong>6 ottobre:</strong> l’East-West Pipeline saudita trasporta 5,8 milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso.</p>
<p><strong>Settembre:</strong> i flussi petroliferi dei Paesi del Golfo, escluso l’Iran, sono risaliti complessivamente a oltre l’81% dei livelli precedenti alla guerra.</p>
<p><strong>Greggio e condensati:</strong> circa 91% dei livelli prebellici.<br />
<strong>Prodotti raffinati:</strong> circa 60%.</p>
</div>
<p>È proprio quest’ultimo dato a impedire una conclusione troppo semplice.</p>
<p>Dire che “il petrolio è tornato” non significa dire che la crisi sia finita. Il greggio riesce nuovamente a muoversi in quantità considerevoli, ma diesel, carburante per aerei e altri prodotti raffinati restano molto più indietro. E trasportare energia è diventato più costoso, complesso e rischioso.</p>
<h2>Il sistema si adatta</h2>
<p>I dati di Vortexa mostrano che a settembre i flussi petroliferi dai Paesi del Golfo, Iran escluso, hanno raggiunto in media <strong>19,2 milioni di barili al giorno</strong>, contro i 23,6 milioni precedenti alla guerra.</p>
<p>L’Arabia Saudita è stata il motore principale della ripresa: le sue esportazioni di greggio sono aumentate fortemente rispetto ad agosto.</p>
<p>Non significa che Hormuz sia diventato irrilevante. Al contrario: grandi quantità di petrolio continuano ad attraversarlo e i transiti sono tornati a crescere.</p>
<p>Significa però che produttori, compagnie e governi stanno imparando ad adattarsi a uno dei punti più vulnerabili del commercio mondiale.</p>
<p>Oleodotti terrestri. Terminal alternativi. Trasbordi. Navi che in alcuni casi attraversano le zone più pericolose riducendo la propria visibilità elettronica.</p>
<p><strong>Il sistema energetico non ha eliminato il rischio. Sta imparando a conviverci.</strong></p>
<h2>Ma dall’altra parte c’è Bab el-Mandeb</h2>
<p>Qui la storia cambia nuovamente.</p>
<p>Il petrolio che raggiunge Yanbu arriva sul Mar Rosso. Per dirigersi verso l’Europa può risalire verso il Canale di Suez; per muoversi verso l’Oceano Indiano deve invece confrontarsi con un altro passaggio strategico: <strong>Bab el-Mandeb</strong>.</p>
<p>Ed è precisamente lì che nelle ultime ore la guerra yemenita è tornata a muoversi.</p>
<p>Le forze del governo yemenita riconosciuto internazionalmente e sostenute dall’Arabia Saudita hanno riconquistato diverse aree intorno allo stretto. Associated Press ha documentato la ripresa di Dhubab e di altre località strategiche. Il governo yemenita sostiene di avere ottenuto il controllo effettivo dello stretto, ma la completa neutralizzazione della capacità Houthi di minacciare la navigazione non può ancora essere considerata dimostrata.</p>
<p>Il punto, quindi, non è affermare che Bab el-Mandeb sia diventato sicuro.</p>
<p>È osservare che proprio mentre il sistema energetico cerca alternative a Hormuz, aumenta il valore strategico dell’altra porta del Mar Rosso.</p>
<h2>La guerra raggiunge anche il territorio saudita</h2>
<p>Nella serata del 5 ottobre sono stati colpiti anche gli aeroporti sauditi di <strong>Jazan e Najran</strong>, vicino al confine con lo Yemen.</p>
<p>L’Autorità generale dell’aviazione civile saudita ha confermato tre feriti lievi e danni materiali. Gli attacchi arrivano mentre gli Houthi rivendicano operazioni con missili e droni contro obiettivi sauditi e mentre Riyadh intensifica il proprio sostegno alle forze governative yemenite.</p>
<p>Anche qui bisogna fermarsi prima di trasformare la coincidenza geografica in una spiegazione.</p>
<p>Non abbiamo elementi per affermare che gli attacchi agli aeroporti siano stati compiuti per colpire la strategia saudita di aggiramento di Hormuz.</p>
<p>Abbiamo però davanti due processi contemporanei e documentabili: l’Arabia Saudita sta trasferendo quantità enormi di petrolio verso il Mar Rosso e il conflitto yemenita sta tornando a investire sia l’area di Bab el-Mandeb sia il territorio saudita.</p>
<h2>Il paradosso del petrolio</h2>
<p>Ed è qui che compare il paradosso più interessante.</p>
<p>Mentre la guerra si allarga, il mercato sta reagendo alla maggiore disponibilità di greggio. Il Brent è tornato sotto la soglia dei 100 dollari al barile nelle contrattazioni del 6 ottobre, anche grazie alla ripresa delle esportazioni mediorientali e all’utilizzo coordinato delle riserve di emergenza.</p>
<p>Il rischio geopolitico cresce, ma almeno per il momento il sistema energetico riesce ad assorbirne una parte.</p>
<p>È forse questa la vera notizia.</p>
<p>Quando il <strong>23 settembre</strong> abbiamo raccontato <strong>“<a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/23/hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte/">Hormuz quasi vuoto</a>”</strong>, abbiamo visto quanto il mondo fosse vulnerabile alla chiusura di pochi chilometri di mare.</p>
<p>Oggi vediamo l’altra faccia della stessa storia: quanto velocemente quel sistema sia capace di cercare un’altra strada.</p>
<p>Ma ogni nuova strada crea nuove dipendenze.</p>
<p>Hormuz conduce al Golfo. Yanbu conduce al Mar Rosso. Il Mar Rosso conduce verso Suez da una parte e Bab el-Mandeb dall’altra.</p>
<p>E Bab el-Mandeb è nuovamente dentro una guerra.</p>
<p>Il petrolio, dunque, ha trovato un’altra strada.</p>
<p><strong>Il problema è che la guerra sembra conoscere la stessa geografia.</strong></p>
<div class="pip-separator"></div>
<div class="pip-note">
<p><strong>Nota editoriale</strong></p>
<p>Questo articolo distingue i dati verificabili dalle interpretazioni geopolitiche. I flussi dell’East-West Pipeline, la ripresa delle esportazioni petrolifere del Golfo, gli attacchi agli aeroporti sauditi e l’avanzata delle forze governative yemenite nell’area di Bab el-Mandeb sono elementi documentati dalle fonti citate. Le affermazioni delle parti coinvolte nel conflitto vengono riportate come tali quando non risultano verificabili indipendentemente.</p>
<p>La contemporaneità tra diversificazione delle rotte energetiche e intensificazione del conflitto nel Mar Rosso costituisce una correlazione strategicamente rilevante, ma non dimostra che le operazioni militari in Yemen o gli attacchi contro obiettivi sauditi siano stati causati dalla strategia energetica di Riyadh.</p>
</div>
<div class="pip-sources">
<p><strong>Fonti</strong></p>
<ul>
<li style="list-style-type: none;">
<ul>
<li><a href="https://www.reuters.com/business/energy/saudi-energy-minister-says-oil-pumped-through-east-west-pipeline-reached-58-2026-10-06/" target="_blank" rel="noopener">Reuters, 6 ottobre 2026 — East-West Pipeline e flussi verso Yanbu</a></li>
<li><a href="https://www.reuters.com/business/energy/gulf-oil-flows-rise-average-81-pre-war-rate-september-data-shows-2026-10-06/" target="_blank" rel="noopener">Reuters, 6 ottobre 2026 — Flussi petroliferi del Golfo e dati Vortexa</a></li>
<li><a href="https://www.reuters.com/world/yemeni-government-forces-seize-district-by-bab-el-mandeb-military-sources-say-2026-10-05/" target="_blank" rel="noopener">Reuters, 5 ottobre 2026 — Offensiva yemenita nell’area di Bab el-Mandeb</a></li>
<li><a href="https://apnews.com/article/e87beb84a0d146e4f0546b50508f7e32" target="_blank" rel="noopener">Associated Press, 5 ottobre 2026 — Dhubab e combattimenti intorno allo stretto</a></li>
<li><a href="https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/10/06/two-saudi-airports-targeted-on-monday-as-fighting-with-yemen-s-houthis-escalates" target="_blank" rel="noopener">Reuters / Internazionale, 6 ottobre 2026 — Attacchi agli aeroporti di Jazan e Najran</a></li>
<li><a href="https://saudigazette.com.sa/article/665161/saudi-arabia/three-injured-in-attacks-on-jazan-najran-airports" target="_blank" rel="noopener">Saudi Gazette / GACA, 6 ottobre 2026 — Feriti e danni negli aeroporti sauditi</a></li>
<li><a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/23/hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte/">LaFrecciaweb, 23 settembre 2026- Hormuz quasi vuoto: Due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte</a></li>
</ul>
</li>
</ul>
</div>
<div class="pip-copyright">© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
</div>
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		<title>NAZA, perché vederlo e farlo vedere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 14:48:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[naza]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>NAZA, perché vederlo e farlo vedere Non per uscire dalla sala tutti con la stessa opinione. Ma per domandarci che cosa accade quando un essere umano diventa un dato, un&#8230;</p>
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<p class="pip-subtitle">Non per uscire dalla sala tutti con la stessa opinione. Ma per domandarci che cosa accade quando un essere umano diventa un dato, un obiettivo, una probabilità e la tecnologia aumenta la distanza dalle conseguenze delle nostre decisioni.</p>
<div class="pip-meta"></div>
<div class="pip-note">
<h6><strong><span class="pip-note-title" style="color: #339966;">Nota editoriale</span></strong></h6>
<p>Questo articolo distingue deliberatamente tra fatti documentati, testimonianze raccolte dal documentario <em>NAZA</em>, posizioni ufficiali delle parti coinvolte e interpretazione giornalistica dell’autore. Le dichiarazioni dei 24 appartenenti o ex appartenenti all’apparato militare e di intelligence israeliano rappresentate nel film sono testimonianze anonime: la loro presenza nel documentario non equivale, di per sé, a un accertamento giudiziario dei singoli fatti raccontati. Sono riportate inoltre le contestazioni formulate dalle Israel Defense Forces e il lavoro di verifica dichiarato dagli autori e dalle testate giornalistiche coinvolte nell’inchiesta.</p>
<p>L’articolo non afferma che sistemi di intelligenza artificiale decidano autonomamente chi colpire, né attribuisce alla tecnologia una responsabilità morale propria. La riflessione proposta riguarda invece il rapporto tra strumenti tecnologici, linguaggio, distanza operativa e responsabilità delle persone che prendono parte ai processi decisionali. Il riferimento agli attacchi del 7 ottobre 2023 è mantenuto come parte necessaria del contesto storico e non viene utilizzato né per giustificare né per attenuare eventuali violazioni successive. Dove il testo formula domande sulla disumanizzazione e sulla responsabilità, si tratta esplicitamente di analisi e interpretazione editoriale.</p>
</div>
<p class="pip-lead">C’è un dato che, da solo, racconta qualcosa. <em>NAZA</em> era arrivato nelle sale italiane come evento di tre giorni, dal 28 al 30 settembre. Nei primi due giorni ha superato 1,09 milioni di euro di incasso e 146 mila spettatori, conquistando il primo posto al box office italiano. La programmazione è stata quindi prolungata oltre la finestra inizialmente prevista.<span style="color: #0000ff;"> <sup>[1]</sup> <sup>[2]</sup></span></p>
<p>Per un documentario di questo tipo non è un risultato ordinario.</p>
<p>Ma forse la domanda interessante non è quanti lo stanno guardando.</p>
<p>È <strong>perché dovremmo guardarlo</strong>.</p>
<p>E, ancora di più, perché potrebbe avere senso non limitarsi a vederlo individualmente, ma farlo diventare occasione di confronto nelle scuole, nelle comunità, nei gruppi, nei luoghi di formazione e nelle famiglie.</p>
<p>Non perché <em>NAZA</em> contenga tutta la verità sulla guerra di Gaza.</p>
<p>Non la contiene.</p>
<p>Nessun documentario di ottanta minuti potrebbe farlo.</p>
<p>Ma perché ci costringe a osservare qualcosa che rischia di rimanere invisibile: <strong>il modo in cui una persona può progressivamente scomparire dietro una procedura</strong>.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Ventiquattro voci dall’interno</span></h2>
<p><em>NAZA</em> è diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro autori di <em>No Other Land</em>, il documentario vincitore dell’Oscar nel 2025. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026, <em>NAZA</em> ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria. <span style="color: #0000ff;"><sup>[3]</sup></span></p>
<p>Il film è costruito attorno alle testimonianze di 24 appartenenti o ex appartenenti all’apparato militare e di intelligence israeliano. Le loro identità sono protette e le conversazioni sono state filmate prevalentemente di notte sui tetti di Tel Aviv. <sup><a href="https://www.paeseitaliapress.it/storia-arte-cultura/cinema/2026/10/01/naza-perche-vederlo-e-farlo-vedere/#fonte4">[4]</a></sup></p>
<p>Il titolo stesso contiene già una parte della questione.</p>
<p>“NAZA” richiama un acronimo militare utilizzato per indicare il cosiddetto <em>danno collaterale</em>, cioè anche il numero di civili che si prevede possano essere uccisi durante un attacco. <sup>[3]</sup></p>
<div class="pip-question">Che cosa succede quando una vita umana entra dentro un sistema come un numero?</div>
<h2><span style="color: #339966;">Quando la persona diventa un dato</span></h2>
<p>La guerra ha sempre avuto bisogno di distanza.</p>
<p>Distanza fisica dal nemico. Distanza psicologica. Distanza linguistica.</p>
<p>Non diciamo più necessariamente uomo, donna, bambino.</p>
<p>Diciamo obiettivo. Target. Danno collaterale. Probabilità. Soglia accettabile.</p>
<p><em>NAZA</em> aggiunge a questa distanza una dimensione che riguarda profondamente il nostro tempo: <strong>la tecnologia</strong>.</p>
<p>Le testimonianze raccolte nel documentario descrivono sistemi di sorveglianza, elaborazione dei dati e strumenti basati anche sull’intelligenza artificiale impiegati nel processo di individuazione dei possibili obiettivi. Il film sviluppa precedenti inchieste pubblicate da <em>The Guardian</em>, +972 Magazine e Local Call.<span style="color: #0000ff;"> <sup>[3]</sup> <sup>[4]</sup></span></p>
<p>Ed è forse qui che il film incontra una questione che va ben oltre questo conflitto.</p>
<p>La tecnologia può consentirci di vedere più lontano, elaborare più informazioni, individuare più velocemente qualcosa o qualcuno.</p>
<p>Ma può anche aumentare la distanza tra <strong>l’azione e la percezione delle sue conseguenze</strong>.</p>
<p>Un essere umano osservato attraverso uno schermo può diventare un punto.</p>
<p>Un’abitazione una coordinata.</p>
<p>Una famiglia una probabilità statistica.</p>
<p>Non è la tecnologia, da sola, a prendere necessariamente la decisione. Ma la tecnologia può modificare il modo in cui l’essere umano percepisce ciò su cui sta decidendo.</p>
<p>Ed è una domanda che non riguarda soltanto gli eserciti.</p>
<p>Riguarda la società digitale che stiamo costruendo.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Il problema del “piccolo ingranaggio”</span></h2>
<p>C’è un altro elemento che il documentario porta in primo piano: la frammentazione della responsabilità.</p>
<p>Qualcuno raccoglie informazioni.</p>
<p>Qualcun altro sviluppa o utilizza un sistema.</p>
<p>Un altro individua l’obiettivo.</p>
<p>Un altro ancora autorizza.</p>
<p>Qualcun altro esegue.</p>
<p>Ogni persona può vedere soltanto una parte del processo.</p>
<div class="pip-question">Quando una decisione viene distribuita tra molte persone, procedure e tecnologie, di chi è la responsabilità finale?</div>
<p>È facile sentirsi un piccolo ingranaggio.</p>
<p>“Il mio compito era tecnico.”</p>
<p>“Non ero io a decidere.”</p>
<p>“Mi occupavo soltanto di quella parte.”</p>
<p>Eppure una catena di decisioni rimane fatta di persone.</p>
<p>È forse una delle questioni più inquietanti poste da <em>NAZA</em>: quanto sia possibile partecipare a un sistema senza percepirsi pienamente responsabili del risultato prodotto da quel sistema.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Ma un documentario non è un tribunale</span></h2>
<p>Proprio perché le accuse e le testimonianze contenute nel film sono estremamente gravi, <em>NAZA</em> deve essere guardato anche con gli strumenti del giornalismo.</p>
<p>Le 24 fonti sono anonime. Lo spettatore non può quindi verificarne direttamente identità, ruolo e grado di conoscenza dei singoli fatti raccontati.</p>
<p>L’esercito israeliano ha respinto le accuse formulate nel film e ha contestato, tra gli altri aspetti, proprio l’uso delle testimonianze anonime, sostenendo che dall’esterno non sia possibile verificarne identità, incarichi e coinvolgimento nei fatti descritti. <span style="color: #0000ff;"><sup>[5]</sup></span></p>
<p><em>The Guardian</em>, produttore del documentario e testata che ha partecipato alle precedenti inchieste sulle quali il film si basa, ha invece affermato che le testimonianze delle fonti confidenziali sono state verificate nell’ambito di oltre tre anni di lavoro giornalistico. <span style="color: #0000ff;"><sup>[6]</sup></span></p>
<div class="pip-factbox">
<p><span class="pip-factbox-title">Il contesto che non può essere cancellato</span>Il 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono un attacco coordinato contro Israele. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha riferito, sulla base di fonti israeliane, di oltre 1.200 persone uccise, almeno 809 delle quali civili, e di almeno 252 persone rapite e portate a Gaza. La stessa Commissione ha documentato gravi violazioni del diritto internazionale, tra cui uccisioni di civili e presa di ostaggi. <sup><span style="color: #0000ff;">[7]</span></sup></p>
</div>
<p>Guardare <em>NAZA</em> non richiede di cancellare tutto questo.</p>
<p>E raccontare il 7 ottobre non rende meno necessario interrogarsi su ciò che è accaduto dopo.</p>
<p>Le due realtà possono essere guardate contemporaneamente.</p>
<p>È forse proprio questo uno dei compiti più difficili del giornalismo e della coscienza: <strong>non avere bisogno di cancellare il dolore dell’uno per riconoscere quello dell’altro</strong>.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Perché allora farlo vedere?</span></h2>
<p>Non per dire a qualcuno che cosa deve pensare di Israele.</p>
<p>Non per costruire un’altra tifoseria.</p>
<p>Non per sostituire una propaganda con un’altra.</p>
<p>E neppure per trasformare un film in una sentenza.</p>
<p>Lo farei vedere per fermarci davanti ad alcune domande.</p>
<ul class="pip-question-list">
<li>Che cosa accade quando il linguaggio rende più sopportabile ciò che nella realtà sarebbe insopportabile?</li>
<li>Che cosa cambia quando una persona diventa un numero?</li>
<li>Che cosa succede quando una procedura distribuisce la responsabilità fino quasi a farla scomparire?</li>
<li>Uno schermo modifica il nostro rapporto con le conseguenze delle nostre azioni?</li>
<li>La distanza tecnologica modifica anche la nostra responsabilità morale?</li>
</ul>
<p>Sono interrogativi che <em>NAZA</em> porta dentro una guerra, ma che appartengono anche al mondo nel quale viviamo.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Vederlo insieme</span></h2>
<p>Forse è questa la ragione più interessante per far vedere un documentario come <em>NAZA</em>.</p>
<p>Non organizzare semplicemente una proiezione.</p>
<p>Organizzare <strong>una conversazione dopo la proiezione</strong>.</p>
<p>In una scuola, per esempio, non chiederei ai ragazzi: “Chi ha ragione?”.</p>
<p>Chiederei piuttosto:</p>
<div class="pip-question">In quale momento, nel film, avete smesso di vedere un numero e avete ricominciato a vedere una persona?</div>
<p>E poi aggiungerei una seconda domanda:</p>
<div class="pip-question">Esistono situazioni nella nostra vita digitale nelle quali facciamo o diciamo qualcosa proprio perché lo schermo ci impedisce di vedere immediatamente le conseguenze sull’altro?</div>
<p>A quel punto Gaza non sarebbe più soltanto qualcosa che accade a migliaia di chilometri da noi.</p>
<p>La domanda arriverebbe molto più vicino.</p>
<p>Perché la disumanizzazione non comincia necessariamente con una bomba.</p>
<p>Può cominciare molto prima.</p>
<p>Comincia ogni volta che dell’altro resta soltanto una categoria.</p>
<p>Un profilo.</p>
<p>Un numero.</p>
<p>Un nemico.</p>
<p>Un dato.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Uscire dalla sala senza una risposta</span></h2>
<p>Forse un buon documentario non dovrebbe consegnarci una risposta pronta.</p>
<p>Dovrebbe renderci più difficile continuare a utilizzare quelle che avevamo prima.</p>
<p>È possibile uscire da <em>NAZA</em> contestando alcune sue scelte.</p>
<p>È possibile domandarsi che cosa manchi.</p>
<p>È possibile cercare altre fonti, ascoltare altre testimonianze e verificare le accuse che presenta.</p>
<p>Anzi, dovremmo farlo.</p>
<p>Ma rimane una domanda dalla quale è più difficile sottrarsi:</p>
<div class="pip-question">Che cosa succede all’essere umano quando smette di vedere nell’altro un essere umano?</div>
<p>Non riguarda soltanto Israele.</p>
<p>Non riguarda soltanto Gaza.</p>
<p>Non riguarda soltanto la guerra.</p>
<p>Riguarda ogni sistema nel quale tecnologia, linguaggio e distanza rischiano di separarci dalle conseguenze delle nostre azioni.</p>
<p>Per questo <em>NAZA</em> può diventare qualcosa di più di un film da vedere.</p>
<p>Può diventare <strong>una domanda da abitare insieme</strong>.</p>
<p>E forse il modo più serio di farlo vedere non è dire agli altri quale conclusione devono trarne.</p>
<p>È restare, dopo che lo schermo diventa nero, abbastanza a lungo da ascoltare quello che quella domanda provoca in ciascuno di noi.</p>
<div class="pip-separator"></div>
<div class="pip-sources">
<h3>Fonti</h3>
<ol>
<li id="fonte1"><a href="https://cinetel.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Cinetel – dati Box Office Italia </a>.</li>
<li id="fonte2"><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2026/09/28/naza-il-documentario-dei-premi-oscar-yuval-abraham-e-rachel-szor-arriva_270ce43a-44d4-4d22-a9df-499f4ee2aca9.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ANSA – “Naza, il documentario dei premi Oscar Yuval Abraham e Rachel Szor arriva in sala”, 28 settembre 2026 </a>.</li>
<li id="fonte3"><a href="https://www.labiennale.org/it/cinema/2026/venezia-83-concorso/naza" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La Biennale di Venezia – scheda ufficiale di NAZA, Venezia 83 </a>.</li>
<li id="fonte4"><a href="https://www.theguardian.com/world/2026/sep/10/secret-systems-used-by-israel-in-mass-killings-of-gaza-civilians-revealed-in-new-film" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Guardian – “Secret systems used by Israel in mass killings of Gaza civilians revealed in new film”, 10 settembre 2026 </a>.</li>
<li id="fonte5"><a href="https://www.idf.il/en/mini-sites/israel-hamas-war-gaza/articles-israel-hamas-war-gaza/distributions-swords-of-iron-war-gaza/the-idf-spokesperson-s-response-following-the-publication-of-the-movie-naza/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Israel Defense Forces – risposta ufficiale dell’IDF alla pubblicazione di NAZA </a>.</li>
<li id="fonte6"><a href="https://www.theguardian.com/gnm-press-office/2026/sep/14/a-guardian-statement-on-naza" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Guardian – statement su NAZA e sul lavoro di verifica delle fonti </a>.</li>
<li id="fonte7"><a href="https://www.un.org/unispal/document/coi-report-a-hrc-56-26-27may24/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Nazioni Unite – Independent International Commission of Inquiry, rapporto A/HRC/56/26 </a>.</li>
</ol>
</div>
<div class="pip-signature"><strong>Francesco Mazzarella</strong></div>
<div>© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
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		<item>
		<title>Alternative fur Deutschland, le conseguenze di un tabù superato</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/12/alternative-fur-deutschland-le-conseguenze-di-un-tabu-superato/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=alternative-fur-deutschland-le-conseguenze-di-un-tabu-superato</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 15:47:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[AFD]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Ulrich Siegmund]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/afd.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/afd.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/afd-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/afd-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/afd-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/afd-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/afd-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>Il trionfo dell’AfD in Sassonia-Anhalt scuote la Germania e riapre il confronto sulla crisi dei partiti tradizionali, sulla remigrazione e sul futuro politico del Paese  di Angela Casilli Appare difficile&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/12/alternative-fur-deutschland-le-conseguenze-di-un-tabu-superato/">Alternative fur Deutschland, le conseguenze di un tabù superato</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il trionfo dell’AfD in Sassonia-Anhalt scuote la Germania e riapre il confronto sulla crisi dei partiti tradizionali, sulla remigrazione e sul futuro politico del Paese </em></p>
<p><strong>di Angela Casilli</strong></p>
<p>Appare difficile commentare, a distanza di pochi giorni, il risultato delle votazioni dell’8 settembre in <strong>Sassonia-Anhalt</strong>, perché nessuno avrebbe mai immaginato che, da un piccolo Land luterano, caro alla storia della Germania, ma ai margini della politica tedesca, l’<strong>AfD</strong> si sarebbe spostata dalla periferia al centro, puntando ad un progetto politico, se non egemonico, almeno maggioritario nel Paese.</p>
<p>,Inutile negarlo, l’<strong>AfD</strong> ha trionfato, molto per merito di <strong>Ulrich Siegmund</strong>, un giovane politico, metà <em>influencer</em> e metà tribuno, con il talento empatico di chi sa rapportarsi con le masse e che ben pochi leader hanno. Siegmund ha vinto anche perché ha saputo creare una mobilitazione permanente, battendo il terreno palmo a palmo, terreno lasciato libero dagli altri politici a cui, da tempo, non interessava più l’agone politico.</p>
<p>L’<strong> AfD</strong> ha un progetto ben preciso e idee radicali, difficili da realizzare se non addirittura illegali, che vedono al centro del programma la “<em>remigrazione</em>”, dopo le migliaia di turchi e siriani accolti dalla <strong>Merkel</strong> ma, soprattutto, il ritorno ad un mondo, ad un “pensiero” tedesco da imporre con una contro-rivoluzione dal basso, dalle scuole. Un’educazione dove gli alunni tedeschi sono separati da quelli dei rifugiati, dei disabili, con grave disappunto dei docenti che temono, giustamente, questo ritorno al passato: pensare tedesco e solo tedesco.</p>
<p>La domanda che un po’ tutti si fanno è: come mai l’<strong>AfD</strong> ha ottenuto questa valanga di voti?</p>
<p>La risposta è scontata e sempre la stessa: dalla riunificazione dell’ottobre del 1990, la politica non ha dato le risposte che in <strong>Sassonia-Anhalt</strong> i cittadini si aspettavano. Il divario tra le due Germanie dell’immediato dopoguerra non è stato colmato, non ha funzionato nulla, forse l’<strong>AfD</strong> riuscirà a fare quello che gli altri non sono stati capaci di fare.</p>
<p>Per tutto questo, oggi la <strong>Germania</strong> si trova a dover gestire il suo futuro, guarda caso, proprio risolvendo il dilemma di bandire o no l’<strong>AfD</strong>, tenuto conto che la costituzione tedesca ha un meccanismo di auto-preservazione che permette di considerare fuorilegge chi minaccia la democrazia, in teoria per abolirla servirebbe una rivoluzione.</p>
<p>Troppo tardi per il bando, il “tabù morale” si è infranto, la società è spaccata e in qualunque modo si decida, la scelta non si può rinviare, anche perché l‘altra grande lezione del voto in <strong>Sassonia-Anhalt</strong> è stata quella di porre al centro dell’attenzione di tutti, la gravissima crisi dei partiti di centro.</p>
<p>Non è solo in gioco il futuro del cancelliere <strong>Merz</strong>: la CDU teme per la prima volta il proprio sgretolamento, come è accaduto ai partiti che le sono più vicini in <strong>Francia</strong>, <strong>Gran Bretagna</strong>, <strong>Stati Uniti</strong>, perché sono partiti che non hanno un’idea di mondo da offrire, se non la conservazione, la difesa del presente che, però, oggi non entusiasma nessuno, mentre l’<strong>AfD</strong>, al contrario, offre al “ popolo “ il suo mondo alternativo, la sua visione del futuro.</p>
<div id="attachment_80234" style="width: 160px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-80234" class="size-thumbnail wp-image-80234" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/Angela-Casilli-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/Angela-Casilli-150x150.jpg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/Angela-Casilli-585x585.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/Angela-Casilli-640x640.jpg 640w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><p id="caption-attachment-80234" class="wp-caption-text">Angela Casilli</p></div>
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		<title>Sassonia-Anhalt, l’AfD sfida gli equilibri della Germania</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/07/sassonia-anhalt-lafd-sfida-gli-equilibri-della-germania/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=sassonia-anhalt-lafd-sfida-gli-equilibri-della-germania</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mimma Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 15:26:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[l’AfD]]></category>
		<category><![CDATA[Sassonia-Anhalt]]></category>
		<category><![CDATA[Ulrich Siegmund]]></category>
		<category><![CDATA[ultra destra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="662" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5200.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5200.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5200-300x168.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5200-1024x575.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5200-768x431.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5200-1170x657.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5200-585x328.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>L’AfD supera il 44 per cento e infligge una sconfitta storica alla CDU, ferma al 17 per cento. Il voto mette sotto pressione Merz e la Brandmauer e, come evidenzia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’AfD supera il 44 per cento e infligge una sconfitta storica alla CDU, ferma al 17 per cento. Il voto mette sotto pressione Merz e la Brandmauer e, come evidenzia Reuters, riporta al centro le fratture dell’Est tedesco, il rapporto con la Russia e il risentimento verso Berlino. Il confronto con l’epoca di Angela Merkel è inevitabile. L’allarme della comunità ebraica richiama le responsabilità della storia tedesca</em></p>
<p>di Mimma Cucinotta</p>
<p>La Germania entra in una fase politica nuova. Le <strong>elezioni regionali in Sassonia-Anhalt </strong>consegnano all’Alternative für Deutschland il <strong>risultato più alto mai ottenuto da una formazione di estrema destra </strong>in un’elezione regionale tedesca del dopoguerra e impongono alla politica di Berlino un confronto con una realtà ormai difficile da contenere.<br />
<strong>L’AfD ha conquistato il 44,3 per cento dei </strong>voti, più del doppio rispetto al 20,8 per cento del 2021. La <strong>CDU è precipitata al 17 per cento, </strong>dal 37,1 ottenuto cinque anni fa. SPD al 9,2, Verdi all’8,9 e Die Linke all’8,5 completano il quadro di un Land nel quale il tradizionale equilibrio politico è stato profondamente alterato. L’affluenza ha raggiunto il 75,5 per cento.<br />
È una <strong>vittoria netta per Ulrich Siegmund</strong>, 35 anni, leader regionale dell’AfD e protagonista di una campagna costruita sul territorio. Il risultato, tuttavia, non equivale automaticamente alla conquista del governo. Le altre forze politiche continuano a escludere alleanze con l’AfD e, senza una maggioranza assoluta, la formazione di un esecutivo guidato dal partito di destra radicale resta complessa.<br />
<strong>L’agenzia Reuters, nel servizio del 6 settembre 2026,</strong> <a href="https://www.reuters.com/world/germanys-far-right-afd-seeks-landmark-state-victory-saxony-anhalt-votes-2026-09-06/?utm_source=chatgpt.com">https://www.reuters.com/world/germanys-far-right-afd-seeks-landmark-state-victory-saxony-anhalt-votes-2026-09-06/?utm_source=chatgpt.com</a> ha definito il risultato una “<strong>significant</strong> <strong>setback</strong> “(<strong>vittoria storica</strong>) per l’AfD e un <strong>duro colpo per il cancelliere Friedrich Merz</strong>. Secondo l’agenzia, il successo del partito di estrema destra riflette anche la profonda impopolarità della coalizione di governo. <strong>Un sondaggio ARD citato da Reuters </strong>indica infatti che l’87 per cento degli elettori della Sassonia-Anhalt era insoddisfatto del governo federale.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-114288" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Marcel-Fratzscher.jpg" sizes="(max-width: 757px) 100vw, 757px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Marcel-Fratzscher.jpg 757w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Marcel-Fratzscher-287x300.jpg 287w" alt="" width="757" height="790" /></figure>
</div>
<p>L’economista <strong>Marcel Fratzscher,</strong> presidente del German Institute for Economic Research, ha definito il risultato <strong>“a vote of no confidence in the federal government”, </strong>un voto di sfiducia nei confronti del governo federale.<br />
Siegmund ha già indicato il risultato come un passaggio verso un cambiamento più ampio, guardando alle elezioni federali del 2029. È il segnale di una trasformazione importante. L’AfD si presenta come partito di protesta e al contempo come forza diretta a costruire consenso stabile e organizzato.<br />
Il <strong>suo programma punta su una stretta radicale </strong>sull’immigrazione e sull’asilo, politiche più dure sui rimpatri e una revisione dell’impostazione tedesca su scuola, cultura e informazione. Sul piano internazionale sostiene <strong>un riavvicinamento alla Russia</strong> e <strong>una radicale revisione del sostegno tedesco all’Ucraina.</strong><br />
Sul <strong>rapporto</strong> con Mosca, <strong>Reuters</strong> aveva già richiamato l’attenzione in un’analisi <strong>del 2 settembre 2026</strong>, <a href="https://www.reuters.com/world/europe/russia-divide-resurfaces-afd-leads-saxony-anhalt-2026-09-02/?utm_source=chatgpt.com">https://www.reuters.com/world/europe/russia-divide-resurfaces-afd-leads-saxony-anhalt-2026-09-02/?utm_source=chatgpt.com</a> dedicata proprio alla campagna elettorale in Sassonia-Anhalt. L’agenzia ha osservato che nell’ex Germania orientale è <strong>riemersa una “deep political and cultural divide over Russia”, </strong>una profonda frattura politica e culturale sulla Russia, legata anche all’esperienza di decenni vissuti sotto l’influenza sovietica. Una parte della popolazione dell’Est, secondo Reuters, continua a percepire Mosca non tanto come un avversario quanto come una presenza familiare.<br />
Reuters racconta come questo continui a incidere sul comportamento politico. Nell’ex Germania Est, la lunga presenza delle truppe sovietiche e l’esperienza quotidiana della Repubblica Democratica Tedesca restituiscono una percezione della Russia diversa da quella prevalente nell’Ovest. L’AfD intercetta questa sensibilità proponendo la ripresa dei rapporti economici ed energetici con Mosca, la fine del sostegno tedesco all’Ucraina e una maggiore apertura alla lingua e alla cultura russa.<br />
<strong>A questo si sommano le differenze economiche rimaste tra Est e Ovest</strong>, il disagio sociale, la percezione di essere penalizzati dalle decisioni prese a Berlino e la nostalgia per una stagione nella quale il gas russo garantiva alla Germania energia a basso costo. <strong>Reuters</strong> sottolinea inoltre il “<strong>resentment over perceived neglect by Berlin”,</strong> il risentimento provocato dalla percezione di essere stati trascurati da Berlino. <strong>Più di trent’anni dopo la riunificazione,</strong> il patrimonio medio degli abitanti dell’Est resta, <strong>secondo il 2026 Competitiveness Report East Germany</strong> citato dall’agenzia, pari a circa un quarto di quello dei tedeschi dell’Ovest.<br />
La <strong>questione migratoria resta centrale, </strong>ma non basta da sola a spiegare il risultato. Il voto racconta una frattura territoriale e culturale più profonda, nella quale identità, condizioni economiche, memoria storica e sfiducia verso le istituzioni federali si sovrappongono.<br />
Per <strong>Merz</strong> il risultato è particolarmente problematico. La CDU aveva cercato di recuperare terreno assumendo posizioni più rigide sull’immigrazione e sulla sicurezza, nel tentativo di sottrarre consensi all’AfD. La strategia non ha prodotto l’effetto sperato in Sassonia-Anhalt.<br />
Il <strong>problema per i conservatori è ora duplice. </strong>Devono mantenere la distanza dall’AfD senza ignorare le ragioni per cui una parte crescente del loro stesso elettorato si sposta verso destra.<br />
Così torna al centro la Brandmauer, il cordone politico che impedisce ai partiti tradizionali di governare insieme all’AfD. Il principio resta formalmente intatto, ma il 44,3 per cento ottenuto dal partito rende la sua applicazione sempre più impegnativa.<br />
La difficoltà riguarda la formazione del prossimo governo regionale e riguarda al contempo la capacità dei partiti tradizionali di rappresentare una società nella quale il consenso si è frammentato e le vecchie appartenenze politiche si sono indebolite.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-19942" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/01/117140409merkelbundestag.jpg" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/01/117140409merkelbundestag.jpg 649w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/01/117140409merkelbundestag-300x157.jpg 300w" alt="" width="649" height="340" /></figure>
</div>
<p>Il <strong>confronto ovviamente con l’epoca di Angela Merkel è inevitabile</strong>. Dal 2005 al 2021 la CDU aveva rappresentato il principale punto di equilibrio della politica tedesca. Merkel aveva costruito il proprio consenso sulla stabilità, sulla mediazione e sulla capacità di occupare il centro.<br />
Quel modello oggi appare lontano. La Germania è attraversata da una maggiore polarizzazione, da una crisi di fiducia verso le istituzioni e da una serie di tensioni che vanno dalla stagnazione economica alla sicurezza, dall’immigrazione alla guerra in Ucraina.<br />
<strong>Reuters</strong> aveva già indicato la Sassonia-Anhalt come un <strong>banco di prova</strong> decisivo per l’AfD. <strong>Nel servizio del 3 settembre 2026,</strong><a href="https://www.reuters.com/world/germanys-far-right-afd-aims-breakthrough-state-election-2026-09-03/?utm_source=chatgpt.com">https://www.reuters.com/world/germanys-far-right-afd-aims-breakthrough-state-election-2026-09-03/?utm_source=chatgpt.com</a> l’agenzia aveva sottolineato come il partito fosse oltre il <strong>40 per cento nei sondaggi</strong>, mentre la CDU risultava nettamente distanziata, e come la questione decisiva sarebbe stata quella della possibilità di trasformare il consenso elettorale in una maggioranza di governo, in assenza di alleanze con le altre forze politiche.<br />
Il risultato ha provocato <strong>immediate reazioni anche nella popolazione</strong>. In diverse città tedesche migliaia di <strong>persone sono scese in piazza contro l’avanzata dell’AfD. </strong>Le manifestazioni hanno riportato nel dibattito pubblico il tema della difesa dei valori democratici e della tenuta del sistema politico di fronte alla crescita dell’estrema destra.<br />
Particolarmente forte è stata la reazione della comunità ebraica.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-114251" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/josef-schuster--1024x768.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/josef-schuster--1024x768.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/josef-schuster--300x225.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/josef-schuster--768x576.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/josef-schuster--678x509.jpg 678w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/josef-schuster--326x245.jpg 326w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/josef-schuster--80x60.jpg 80w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/josef-schuster-.jpg 1280w" alt="" width="1024" height="768" /></figure>
</div>
<p><strong>Josef Schuster</strong>, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, ha espresso profonda preoccupazione per la possibilità che un partito classificato come estremista di destra possa arrivare a esercitare il potere in un Land. Schuster ha richiamato anche la responsabilità degli elettori e ha indicato nell’educazione uno dei terreni più delicati.<br />
La preoccupazione riguarda soprattutto il ruolo della scuola nella trasmissione della memoria storica, nella difesa dei principi democratici e nella lotta all’antisemitismo. Per la comunità ebraica tedesca, la possibilità che l’AfD possa influenzare queste politiche rappresenta un rischio che va ben oltre la normale alternanza politica.</p>
<div class="wp-block-image">
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</div>
<p>Anche <strong>Charlotte Knobloch,</strong>(93 anni) <strong>sopravvissuta alla Shoah</strong> e figura di riferimento della comunità ebraica tedesca, ha reagito con allarme, chiedendo alle forze democratiche di difendere libertà, Stato di diritto, rispetto e tolleranza.<br />
La portata del voto è dunque più ampia di una semplice vittoria regionale. L’AfD ha dimostrato di poter diventare la forza dominante in un Land e di intercettare consensi che un tempo appartenevano soprattutto alla CDU.<br />
Per i conservatori tedeschi è il dato più difficile da assorbire. Il crollo dal 37,1 al 17 per cento mostra che l’elettorato non è stato recuperato nemmeno attraverso una linea più severa sui temi tradizionalmente sfruttati dall’estrema destra.<br />
Sassonia-Anhalt diventa così il punto di incontro di diverse crisi. Quella del centro politico, quella della CDU, le persistenti differenze tra Est e Ovest, il rapporto con la Russia, il disagio economico e la sfiducia verso Berlino.<br />
La Germania non è ancora governata dall’estrema destra. La Brandmauer resta formalmente in piedi e le altre forze politiche continuano a escludere una collaborazione con l’AfD. Dal risultato emerge un partito non più presenza marginale o temporanea.<br />
Il dato decisivo è il 44,3 per cento. Una forza politica considerata incompatibile con l’arco democratico tradizionale è diventata maggioritaria in termini di consenso in un Land tedesco. Ignorarlo sarebbe altrettanto rischioso quanto normalizzarlo.<br />
La <strong>sfida per </strong>Merz e per la CDU sarà quindi quella di <strong>difendere la Brandmauer.</strong> Servirà capire perché milioni di elettori tedeschi, soprattutto nell’Est, abbiano scelto di affidare all’AfD il proprio voto. Così, il passaggio politico aperto dalla Sassonia-Anhalt. Ossia non ancora un governo dell’estrema destra, ma la fine della sua marginalità. E, per la Germania si aprirebbe una fase nella quale la tenuta del centro democratico sarà sottoposta a una pressione molto più forte di quella conosciuta <strong>nell’era Merkel</strong>.<br />
@Riproduzione riservata</p>
<div class="mh-meta entry-meta"></div>
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		<title>Epstein Files, adesso la trasparenza finisce davvero in tribunale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 07:18:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Caso Epstein]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier. Epstein files]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Tre mesi dopo la nostra ultima inchiesta, il New Mexico cita in giudizio il Dipartimento di Giustizia, il Congresso prova a rafforzare la legge e anche in Francia tornano sotto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/E33C2F27-AB12-4F81-B2E6-2D3C9B86EC8D-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p><em>Tre mesi dopo la nostra ultima inchiesta, il New Mexico cita in giudizio il Dipartimento di Giustizia, il Congresso prova a rafforzare la legge e anche in Francia tornano sotto esame le indagini. Milioni di documenti pubblicati non hanno chiuso il caso: hanno aperto nuove domande.</em></p>
<p>L’11 maggio scorso avevamo titolato questa inchiesta:</p>
<div>“Epstein Files, la trasparenza sotto processo: milioni di documenti non bastano a dire la verità”.</div>
<p>Tre mesi dopo, quella che allora era soprattutto una provocazione giornalistica assume un significato quasi letterale.</p>
<p>Perché la trasparenza sugli Epstein Files è arrivata davvero davanti a un giudice.</p>
<p>Il 5 agosto lo Stato del New Mexico ha citato in giudizio il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti chiedendo l’accesso ai documenti non oscurati relativi a Jeffrey Epstein e, in particolare, a quanto sarebbe accaduto nello Zorro Ranch, la proprietà che il finanziere possedeva nello Stato.</p>
<p>Nel frattempo il Congresso discute una nuova legge per rendere contestabile davanti ai tribunali l’eventuale mancata pubblicazione dei documenti.</p>
<p>E dall’altra parte dell’Atlantico anche la Francia torna a interrogarsi sulla propria gestione del caso.</p>
<p>La domanda, dunque, non è più soltanto:</p>
<div>
<p>Che cosa contengono gli Epstein Files?</p>
<p>Ma: che cosa possiamo ancora conoscere e chi decide ciò che rimane nascosto?</p>
</div>
<h2>3,5 milioni di pagine non hanno chiuso il caso</h2>
<p>All’inizio del 2026 il Dipartimento di Giustizia statunitense aveva annunciato una pubblicazione senza precedenti: oltre tre milioni di nuove pagine, più di duemila video e circa 180 mila immagini.</p>
<p>Considerando le precedenti pubblicazioni, il materiale reso disponibile nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act è arrivato, secondo il DOJ, a quasi <strong>3,5 milioni di pagine</strong>.</p>
<p>Una quantità enorme.</p>
<p>Ma quantità e trasparenza non sono necessariamente sinonimi.</p>
<p>La stessa Epstein Library ufficiale del Dipartimento di Giustizia, aggiornata al 17 luglio 2026, precisa che il sito continuerà a essere aggiornato qualora vengano individuati ulteriori documenti da pubblicare.</p>
<p>Il DOJ ricorda inoltre che parte dei materiali deve essere oscurata per proteggere l’identità delle vittime e altre informazioni sensibili.</p>
<p>Una tutela necessaria.</p>
<p>Ma è proprio sul confine tra protezione legittima e accesso agli atti che oggi si sta consumando uno dei nuovi capitoli del caso.</p>
<h2>Lo Zorro Ranch e la domanda rimasta aperta</h2>
<p>Il nuovo fronte parte dal New Mexico.</p>
<p>Qui Jeffrey Epstein possedeva lo <strong>Zorro Ranch</strong>, una vasta proprietà a sud di Santa Fe.</p>
<p>Nel febbraio 2026 le autorità statali hanno riaperto l’indagine sulle attività che sarebbero avvenute nella proprietà.</p>
<p>Per farlo, il procuratore generale del New Mexico Raúl Torrez ha chiesto al Dipartimento di Giustizia federale l’accesso ai documenti investigativi non oscurati.</p>
<p>Secondo il New Mexico, quei materiali sono indispensabili per identificare possibili vittime, testimoni e persone eventualmente coinvolte in condotte criminali.</p>
<p>A luglio Torrez denunciava che erano trascorsi oltre <strong>130 giorni</strong> dalla richiesta senza aver ottenuto il materiale richiesto.</p>
<p>La tensione è progressivamente aumentata.</p>
<h2>Trentuno pagine</h2>
<p>C’è un dettaglio che racconta meglio di molti altri la distanza tra le due istituzioni.</p>
<p>Secondo la ricostruzione ufficiale del Dipartimento di Giustizia del New Mexico, il 10 luglio le autorità federali avrebbero consegnato allo Stato appena <strong>31 pagine</strong>.</p>
<p>Il New Mexico sostiene che si trattasse in gran parte di documenti già disponibili pubblicamente, materiale oscurato e copie di articoli di stampa.</p>
<p>Da qui un nuovo ultimatum: consegnare il materiale richiesto entro il 31 luglio.</p>
<p>La scadenza è trascorsa.</p>
<p>E il 5 agosto il conflitto istituzionale è diventato una causa federale.</p>
<div>
<p><strong>La domanda non riguarda più soltanto la pubblicazione dei file.</strong></p>
<p>Riguarda la possibilità che quei documenti vengano utilizzati da un’autorità giudiziaria per verificare se esistano ancora responsabilità perseguibili.</p>
</div>
<h2>Il New Mexico porta il Dipartimento di Giustizia davanti al giudice</h2>
<p>La causa depositata il 5 agosto chiede a un tribunale federale di Washington di obbligare il Dipartimento di Giustizia a consegnare il materiale richiesto.</p>
<p>Il New Mexico sostiene che il mancato accesso ai documenti stia ostacolando l’indagine.</p>
<p>Il Dipartimento di Giustizia respinge questa ricostruzione.</p>
<p>La posizione federale è che l’Epstein Files Transparency Act e diversi ordini giudiziari impediscano la divulgazione indiscriminata di informazioni capaci di identificare le vittime.</p>
<p>Ed è importante raccontare entrambe le posizioni.</p>
<p>Proteggere le vittime non è un ostacolo alla trasparenza.</p>
<p>È parte della giustizia.</p>
<p>Ma altrettanto importante è comprendere se le esigenze di riservatezza possano essere conciliate con l’accesso riservato ai documenti da parte di un’autorità che sta conducendo un’indagine penale.</p>
<div>
<p>La questione non può essere ridotta alla scelta tra <strong>“pubblicare tutto”</strong> e <strong>“nascondere tutto”</strong>.</p>
<p>La vera sfida è costruire una trasparenza capace contemporaneamente di <strong>proteggere le vittime e permettere alla giustizia di lavorare</strong>.</p>
</div>
<h2>Un accordo del 2019 mai rispettato?</h2>
<p>Nel frattempo è emerso un altro elemento che merita attenzione.</p>
<p>L’ex procuratore generale del New Mexico Hector Balderas ha ricostruito l’esistenza di un presunto accordo raggiunto nel 2019 tra gli investigatori statali e la procura federale del Southern District of New York.</p>
<p>Secondo Balderas, dopo l’arresto di Epstein, il New Mexico avrebbe accettato di interrompere le proprie interviste alle persone informate sui fatti e di consegnare il materiale raccolto agli investigatori federali.</p>
<p>In cambio, le autorità federali avrebbero dovuto rinviare al New Mexico le informazioni riguardanti eventuali reati di competenza statale una volta concluso il procedimento federale.</p>
<p>Secondo le attuali autorità del New Mexico, quella seconda parte dell’accordo non sarebbe mai stata rispettata.</p>
<p>È un’affermazione delle autorità statali che dovrà essere verificata nelle sedi competenti.</p>
<p>Ma aggiunge una domanda istituzionale al caso Epstein:</p>
<p><strong>quanto materiale raccolto negli anni è rimasto frammentato tra diverse autorità senza trasformarsi in nuove indagini?</strong></p>
<h2>Cinque vittime e altre trenta persone da identificare</h2>
<p>Contemporaneamente alla causa, una commissione del New Mexico ha presentato i risultati preliminari della propria indagine.</p>
<p>Secondo il rapporto, le prove raccolte fino a questo momento indicherebbero che Epstein abusò di almeno <strong>cinque donne e ragazze</strong> allo Zorro Ranch tra il 1996 e il 2012.</p>
<p>La commissione avrebbe inoltre individuato almeno altre <strong>30 persone</strong> che potrebbero essere vittime, testimoni, facilitatori o appartenere a più di una di queste categorie.</p>
<p>Attraverso le richieste formali di documentazione sarebbero già stati acquisiti oltre <strong>100 mila documenti</strong>.</p>
<p>Si tratta di risultati preliminari.</p>
<p>Ed è indispensabile ricordarlo.</p>
<p>Un nome presente in un documento non equivale a una responsabilità.</p>
<p>Una frequentazione non equivale a un reato.</p>
<p>Una testimonianza deve essere verificata.</p>
<div>È proprio quando un’inchiesta coinvolge persone potenti e nomi conosciuti che il giornalismo deve diventare più rigoroso, non meno.</div>
<h2>Una seconda legge sulla trasparenza</h2>
<p>Lo scontro non riguarda soltanto i tribunali.</p>
<p>È arrivato nuovamente anche al Congresso.</p>
<p>Nel luglio 2026 un gruppo bipartisan di parlamentari ha presentato l’<strong>Epstein Files Transparency Act II</strong>.</p>
<p>La proposta nasce proprio dall’idea che la prima legge sulla trasparenza non disponga di strumenti sufficientemente efficaci per garantirne l’applicazione.</p>
<p>Il nuovo testo punta, tra l’altro, a consentire ai procuratori generali degli Stati, ad altri pubblici ministeri autorizzati e alle vittime di rivolgersi direttamente ai tribunali nel caso in cui ritengano che il Dipartimento di Giustizia stia illegittimamente trattenendo o oscurando documenti.</p>
<p>Prevede inoltre meccanismi per consentire agli investigatori statali di ottenere documentazione non oscurata necessaria alle proprie indagini, nel rispetto delle procedure previste.</p>
<p>Non è ancora una nuova legge.</p>
<p>È una proposta.</p>
<p>Ma la sua stessa esistenza racconta qualcosa.</p>
<div>Dopo milioni di documenti pubblicati, una parte del Congresso ritiene ancora necessario approvare una legge per ottenere maggiore trasparenza.</div>
<h2>E adesso si muove anche la Francia</h2>
<p>Il caso, però, non è soltanto americano.</p>
<p>In Francia il dossier Epstein è tornato al centro dell’attenzione giudiziaria.</p>
<p>Secondo quanto riportato da <em>Le Monde</em>, l’associazione Innocence En Danger ha promosso un’azione contro lo Stato francese contestando la lentezza con cui sarebbero state condotte alcune delle precedenti indagini.</p>
<p>Parallelamente, le autorità francesi hanno riaperto il fascicolo con un perimetro più ampio dopo l’emersione di nuovi documenti provenienti dagli Stati Uniti.</p>
<p>Secondo la ricostruzione del quotidiano francese, <strong>24 donne</strong> si sarebbero fatte avanti e 16 sarebbero già state ascoltate da luglio.</p>
<p>Le autorità francesi hanno difeso il lavoro svolto in passato, annunciando comunque una revisione delle precedenti attività investigative.</p>
<p>È un altro elemento importante.</p>
<p>Perché mostra come la pubblicazione degli Epstein Files non abbia soltanto alimentato il dibattito pubblico.</p>
<p>Sta producendo conseguenze investigative anche fuori dagli Stati Uniti.</p>
<h2>Il problema dei nomi</h2>
<p>Ogni volta che vengono pubblicati nuovi documenti sugli Epstein Files, l’attenzione mediatica si concentra quasi immediatamente sui nomi conosciuti.</p>
<p>Politici.</p>
<p>Imprenditori.</p>
<p>Personaggi dello spettacolo.</p>
<p>Reali.</p>
<p>Professionisti.</p>
<p>Ma è proprio qui che dobbiamo fermarci.</p>
<p>Essere nominati in un documento non significa essere accusati di un reato.</p>
<p>Essere presenti in una rubrica non significa aver partecipato a un’attività criminale.</p>
<p>Aver incontrato Epstein non dimostra di conoscere i suoi crimini.</p>
<p>Essere stati su un aereo o in una proprietà richiede un contesto prima di poter assumere qualsiasi significato.</p>
<div><strong>Nome presente nei documenti.</strong><br />
<strong>Rapporto documentato con Epstein.</strong><br />
<strong>Accusa di comportamento criminale.</strong>Sono tre livelli completamente differenti.Confonderli non produce verità.<br />
Produce sospetto.</div>
<h2>Dalla curiosità alla responsabilità</h2>
<p>Forse è questo il punto al quale siamo arrivati.</p>
<p>Per anni il caso Epstein è stato raccontato soprattutto attraverso una domanda:</p>
<p><em>“Chi c’era?”</em></p>
<p>È una domanda comprensibile.</p>
<p>Ma non è necessariamente quella decisiva.</p>
<p>La domanda giornalisticamente e giudiziariamente più importante è:</p>
<div>Chi sapeva?<br />
Chi poteva intervenire?<br />
Chi non lo fece?<br />
E perché?</div>
<p>È una differenza fondamentale.</p>
<p>Perché sposta l’attenzione dalla lista dei personaggi famosi alla struttura delle responsabilità.</p>
<p>Dalle fotografie alle istituzioni.</p>
<p>Dalla curiosità alla giustizia.</p>
<h2>La trasparenza non è pubblicare tutto</h2>
<p>C’è infine un equivoco che questa vicenda ci costringe ad affrontare.</p>
<p>Trasparenza non significa semplicemente riversare milioni di pagine su Internet.</p>
<p>Una montagna di documenti può perfino produrre l’effetto contrario.</p>
<p>Può rendere difficile distinguere ciò che è importante da ciò che è irrilevante.</p>
<p>Può alimentare interpretazioni prive di contesto.</p>
<p>Può esporre persone che non hanno commesso alcun reato.</p>
<p>E soprattutto può trasformare le vittime ancora una volta in materiale da consumare.</p>
<p>La trasparenza autentica richiede qualcosa di più.</p>
<p>Documenti accessibili.</p>
<p>Contesto.</p>
<p>Protezione delle vittime.</p>
<p>Responsabilità istituzionale.</p>
<p>Possibilità per gli investigatori di accedere alle prove.</p>
<p>E capacità del giornalismo di distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo.</p>
<h2>Tre mesi dopo</h2>
<p>L’11 maggio ci chiedevamo se milioni di documenti fossero sufficienti per dire la verità.</p>
<p>Oggi possiamo aggiungere qualcosa.</p>
<p>Non lo sono.</p>
<p>Perché la verità giudiziaria non nasce dalla quantità dei file.</p>
<p>Nasce dalla possibilità di verificarli.</p>
<p>Incrociarli.</p>
<p>Contestualizzarli.</p>
<p>Trasformarli, quando esistono gli elementi, in prove.</p>
<p>E consentire alle istituzioni competenti di accedervi.</p>
<div>
<p>Tre mesi fa scrivevamo che la <strong>trasparenza era sotto processo</strong>.</p>
<p>Oggi quel processo è diventato quasi letterale.</p>
<p>Ma la domanda rimane la stessa:</p>
<p>quanto siamo davvero disposti a conoscere?</p>
</div>
<p>Non per costruire liste di colpevoli sui social.</p>
<p>Non per trasformare ogni nome in una condanna.</p>
<p>Non per alimentare il prossimo ciclo di indignazione.</p>
<p>Ma perché dietro quei documenti ci sono persone che hanno denunciato violenze, indagini interrotte, istituzioni chiamate a rispondere delle proprie scelte e responsabilità che potrebbero non essere state ancora completamente ricostruite.</p>
<p>È qui che gli Epstein Files smettono di essere soltanto un archivio.</p>
<p>Diventano una domanda rivolta alle democrazie.</p>
<blockquote>
<div>
<p><strong>La trasparenza non consiste nel poter vedere milioni di documenti.</strong></p>
<p>Consiste nel fare in modo che ciò che quei documenti possono dimostrare non venga più ignorato.</p>
</div>
</blockquote>
<div>
<p><strong>Francesco Mazzarella</strong></p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
</div>
<p>leggi anche:</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="bctW0lQWWc"><p><a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/11/epstein-files-la-trasparenza-sotto-processo-milioni-di-documenti-non-bastano-a-dire-la-verita/">Epstein Files, la trasparenza sotto processo: milioni di documenti non bastano a dire la verità</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Epstein Files, la trasparenza sotto processo: milioni di documenti non bastano a dire la verità&#8221; &#8212; lafrecciaweb.it" src="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/11/epstein-files-la-trasparenza-sotto-processo-milioni-di-documenti-non-bastano-a-dire-la-verita/embed/#?secret=gw58MGsKSn#?secret=bctW0lQWWc" data-secret="bctW0lQWWc" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
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		<title>America 250: le persone, il progresso, le promesse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Sciarrone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 19:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[Independence day]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/20260626_093445-3-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/20260626_093445-3-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/20260626_093445-3-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/20260626_093445-3-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Diario di viaggio tra le celebrazioni per l’anniversario dell’Indipendenza in un’America oggi divisa Un anno fa scrivevo del sogno californiano ormai sbiadito. Che cos’è oggi la California? Mi chiedevo, dopo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/07/07/america-250-le-persone-il-progresso-le-promesse/">America 250: le persone, il progresso, le promesse</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/20260626_093445-3-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/20260626_093445-3-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/20260626_093445-3-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/20260626_093445-3-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>Diario di viaggio tra le celebrazioni per l’anniversario dell’Indipendenza in un’America oggi divisa</em></p>
<p><strong>Un anno fa scrivevo del sogno californiano ormai sbiadito</strong>. Che cos’è oggi la California? Mi chiedevo, dopo averla percorsa in lungo e in largo. Dalle dolci colline della Napa Valley ai territori aspri e desertici dell’entroterra, passando dalle scogliere cinematografiche a picco sull’Oceano alle metropoli attraversate, tra luoghi e abitudini. L’ultimo “avamposto” di tolleranza d’America, prosperità e paesaggi spettacolari. La più pura incarnazione del sogno americano. Eppure in California qualcosa si è inceppato, tanto che da anni le persone che la lasciano sono più di quelle che vi arrivano. Il sole pallido di Los Angeles al tramonto si porta via tutte le contraddizioni di un’area metropolitana che conta quasi 13milioni di abitanti.</p>
<p><strong>Possiamo raccontare lo stesso della costa opposta?</strong> La East Coast? Se guardiamo ai dati economici, geopolitici e demografici più recenti, la risposta breve è no, la East Coast non è affatto in crisi rispetto alla California. Anzi, sotto diversi aspetti, negli ultimi anni si è assistito a una parziale inversione di rotta o, quantomeno, a un forte riequilibrio delle forze. Per anni la California (con la Bay Area) è stata la locomotiva indiscussa dell’innovazione globale. Tuttavia, il panorama è cambiato: sebbene la California rimanga l’hub principale per l’AI (OpenAI, Anthropic e i giganti di Big Tech), New York (la cosiddetta <strong>Silicon Alley</strong>) è diventata il secondo ecosistema tech al mondo. La East Coast attira oggi enormi capitali di Venture Capital, soprattutto nei settori in cui la tecnologia si sposa con la finanza (FinTech), la salute (BioTech a Boston) e i media.</p>
<p>Stati della East Coast come New York hanno vissuto momenti difficili post-pandemia, ma hanno mostrato una forte capacità di rimbalzo. Inoltre, la parte South Atlantic della East Coast (come la Florida e la North Carolina) sta vivendo un vero e proprio boom economico e demografico, drenando costantemente talenti e capitali sia dal Nord-Est sia dalla stessa California. New York, pur avendo sofferto l’effetto del lavoro da remoto, ha registrato un ritorno in ufficio molto più marcato e una tenuta del settore turistico, commerciale e del lusso decisamente superiore.</p>
<p><strong>E poi c’è la situazione delle persone senza fissa dimora</strong> (homeless), ne abbiamo incontrato tanti anche in questo viaggio. Ai margini, da soli, senza più l’aiuto di nessuno. Spesso con una o più patologie, penso ad Anna – ispanica che per via di una forte artrite ha perso il suo posto in banca, poi la casa, infine tutto – incontrata sotto il nostro hotel in pieno Queens.  Tra la East Coast e la California, si tocca con mano una delle differenze più profonde e visibili dell’intera struttura sociale americana. Nello Stato di New York e a Boston (Massachusetts), oltre il 90-95% dei senzatetto si trova all’interno di strutture di accoglienza, dormitori o hotel sociali, a differenza della California dove il 65% dei senzatetto vive per strada, in tendopoli, sotto i ponti o nelle auto. New York ha una legge storica unica chiamata “Right to Shelter” (Diritto al rifugio), che obbliga legalmente la città a fornire un posto letto a chiunque lo richieda entro la notte stessa. La California non ha una legge simile e ha preferito concentrarsi (con scarsi risultati pratici a breve termine) sulla costruzione di alloggi permanenti.</p>
<p><strong>Philadelphia rappresenta una parziale anomalia sulla East Coast</strong>. La città unisce, purtroppo, i problemi tipici della costa orientale con alcune delle scene più crude e visibili che normalmente si associano solo alla California. Philly ci accolto bene nella sua parte storica legata agli edifici dell’indipendenza ma svoltato l’angolo la percezione di sicurezza purtroppo diminuiva drasticamente rispetto alle vie più affollate. A Kensington, il più grande mercato di droga a cielo aperto della East Coast, si tocca con mano la crisi degli homeless e l’epidemia degli oppioidi (Fentanyl  la “droga degli zombie”, la Xilazina o Tranq).</p>
<p>In tutto questo, tra la scintillante New York, l’ordinata Princeton, Philadelphia, Baltimore e Washington, attraversando ben sette Stati (New York, New Jersey, Delaware, Maryland, Pennsylvania, Virginia e Washington D.C.) ci siamo trovati dentro le <strong>celebrazioni per i 250 anni dall’indipendenza</strong>. Un super Indipendence day che ci ha fatto “tremare” in tutti i sensi (sia per il rombo degli aerei militari sulle nostre teste sia per il caldo incessante oltre i 40 gradi).</p>
<p>Dall’apertura del <em>Time</em> che racconta i 250 anni in una splendida edizione patinata, speciale ovviamente, e che passa in rassegna l’<strong>America Semiquincentennial </strong>– con tanto di focus sui principali momenti per ogni decade, da Washington a Lincoln, da Theodore Roosevelt a Franklin Delano, da Armstrong sulla Luna all’11 settembre, passando per Walt Disney, Marlyn Monroe e il Rock and Roll – alle dirette televisive della CNN e FOX. Diverse nello stile ma tutte accomunate da una pioggia di immagini celebrative, fuochi d’artificio e musica trionfante.</p>
<p><strong>E poi c’è Trump</strong>. Scorrere il sito della Casa Bianca alla vigilia del 4 luglio mostra in evidenza un video in cui Donald Trump, aprendo la serie “The Story of America” prodotta insieme all’Hillsdale College, ateneo conservatore legato all’amministrazione, racconta l’epopea nazionale come un’ininterrotta sequenza di conquiste: dalla frontiera del Far West alla corsa allo spazio, dalla sconfitta dei “tiranni” alla prima bandiera piantata sulla Luna, per poi concludere invitando gli americani a preparare “il più grande compleanno mai visto”. Accanto al video una sezione dedicata ai “365 giorni di vittorie” – un bilancio dei successi del primo anno di mandato – e un dossier che ribattezza l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 come una data “che vivrà nell’infamia”: non riferita all’assalto stesso, ma a chi lo ha indagato. Si dissolve il confine tra memoria storica e propaganda, al punto che numerosi artisti chiamati ad esibirsi per le celebrazioni hanno deciso di declinare l’invito. E almeno sette Stati, quasi tutti guidati da democratici, hanno rinunciato a un padiglione ufficiale. Il lancio delle iniziative per il 250° è coinciso con gli indici di gradimento al livello più basso mai toccato da Trump in entrambi i suoi mandati. Quale occasione migliore, dunque, per costruire una narrazione che ne aumenti la visibilità e nel glorifichi i successi? La Casa Bianca ha organizzato le celebrazioni lungo una geografia di luoghi evocativi e fortemente simbolici. Prima il North Dakota, a Medora, per l’inaugurazione della biblioteca presidenziale dedicata a Theodore Roosevelt. Poi il South Dakota, con i fuochi d’artificio a Mount Rushmore. Quindi l’evento clou a Washington nella capitale, dove Trump terrà un discorso al National Mall intitolato “Saluto all’America”.</p>
<p>Tra caldo intenso (più di 40 gradi percepiti), minacce di forte pioggia e una città completamente bloccata da transenne e mezzi militari di ogni tipo rimangono negli occhi, quelli sì, i notevoli fuochi d’artificio sul National Mall, luogo iconico senza alcun dubbio, e i racconti dei miei nonni rivissuti attimo dopo attimo nei luoghi e nelle miglia percorse. <strong>Senza perdersi nulla. Passo dopo passo</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I droni di Teheran e i riscatti in Bitcoin piegano la diplomazia dorata di Trump</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/11/i-droni-di-teheran-e-i-riscatti-in-bitcoin-piegano-la-diplomazia-dorata-di-trump/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=i-droni-di-teheran-e-i-riscatti-in-bitcoin-piegano-la-diplomazia-dorata-di-trump</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 03:50:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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<p>I titoloni dei grandi quotidiani continuano a raccontare la guerra in Medio Oriente come un bollettino di rappresaglie isolate, ma la vera partita per il dominio globale si è spostata&#8230;</p>
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<p>Nella notte tra domenica e lunedì, un drone armato Shahed dei Pasdaran ha centrato in pieno un elicottero d’attacco AH-64 Apache dell’esercito americano in pattugliamento al largo dell’Oman. Non è un incidente di percorso: è la dimostrazione scientifica di un teorema. La risposta di Washington, che ieri sera ha scatenato i caccia del Centcom bombardando i radar e i siti di difesa aerea iraniani lungo lo stretto, ha innescato l’immediata rappresaglia missilistica di Teheran contro le basi statunitensi in Bahrain, Kuwait e Giordania. Siamo al corpo a corpo diretto.</p>
<p>La strategia della Guardia Rivoluzionaria è tanto cinica quanto millimetrica, strutturata per trasformare la forza bruta in un asset burocratico. Attraverso la <em>Persian Gulf Strait Authority</em> (PGSA) – l’ente istituito a maggio dal regime per istituzionalizzare il controllo sul canale – l’Iran sta imponendo un vero e proprio racket di Stato. I mercantili vengono costretti a deviare dalle rotte internazionali per subire schedature di massa con questionari intrusivi e, soprattutto, per pagare un “pedaggio di protezione” illegale che tocca il dollaro a barile, ovvero fino a due milioni di dollari a transito per le grandi superpetroliere.</p>
<p>Un pizzo geopolitico esatto rigorosamente in Bitcoin o yuan per aggirare il circuito del dollaro e neutralizzare le sanzioni del Tesoro americano. L’obiettivo politico è chiarissimo: trasformare un corridoio marittimo vitale nel salotto di casa propria, dimostrando al mondo che le chiavi dell’energia globale le ha in mano Teheran.</p>
<p>Dall’altra parte della barricata, le mosse della Casa Bianca svelano tutta la fragilità strutturale dell’Occidente. Donald Trump è stretto in una morsa d’acciaio. Da un lato ordina i raid punitivi per non polverizzare la credibilità militare degli Stati Uniti; dall’altro è terrorizzato dal collasso dei mercati. Il blocco de facto dello stretto, iniziato lo scorso 28 febbraio, ha già fatto precipitare l’output dei principali produttori del Golfo: l’Iraq ha visto crollare la produzione a meno di un terzo, il Kuwait è sceso a un quinto e i grandi assicuratori marittimi hanno azzerato le coperture per il rischio di guerra. Trump moltiplica i messaggi sui social parlando di un’intesa “a un passo”, ma sa perfettamente che se il braccio di ferro dovesse prolungarsi, l’impennata del prezzo del barile e l’inflazione energetica affosserebbero i mercati occidentali e, soprattutto, i suoi piani di rielezione per l’autunno.</p>
<p>Il cortocircuito si chiude con l’Unione Europea che valuta l’estensione della missione militare <em>Aspides</em> e un nuovo pacchetto sanzionatorio, mentre sul campo si consuma la solita, drammatica contabilità. Finché Benjamin Netanyahu utilizzerà il fronte libanese contro Hezbollah come una carta elettorale per risalire nei sondaggi e Teheran userà il canale di Hormuz come un’arma di distruzione economica di massa, i negoziati rimarranno fuffa da palcoscenico. La realtà odierna è che le petroliere navigano al buio con i transponder spenti nel disperato tentativo di sfuggire ai droni nemici, mentre l’intera impalcatura del petrodollaro e la stabilità economica dell’Occidente restano ostaggio dei motoscafi d’assalto dei pasdaran.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
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		<title>La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 17:43:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitto Mediooriente]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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<p>In Medio Oriente l’escalation militare svela l’impotenza della mediazione internazionale e il prezzo pagato dalle missioni sul campo di Domenica Puleio I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/08/la-farsa-dei-trattati-di-plastica-e-il-sangue-reale-dei-servitori-di-pace-2/">La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p>di Domenica Puleio</p>
<p>I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di inchiostro e retorica, dipingendo scenari che svaniscono nel giro di un mattino. “Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, “Missili su Israele”, “Netanyahu attacca Beirut, la vendetta iraniana”. La realtà, quella che si consuma sul terreno a cento giorni dall’inizio del conflitto globale tra Iran, Stati Uniti e Israele, possiede una sfrontatezza che la carta stampata non riesce a rincorrere. Nella notte le forze aeree israeliane hanno martellato l’Iran centrale e occidentale, centrando un impianto petrolchimico in risposta a undici missili balistici di Teheran intercettati dai sistemi di difesa. È la dimostrazione plastica di un teorema tragico: la diplomazia internazionale sta mettendo in scena una recita a beneficio delle telecamere, mentre sul campo la geopolitica del caos detta la sua legge di sangue.</p>
<p>Da una parte assistiamo ai balletti di Mar-a-Lago, con Donald Trump che telefona a Benjamin Netanyahu intimandogli la moderazione per evitare che i negoziati deraglino, sbandierando un’intesa “vicina alla conclusione” che sa tanto di spot elettorale. Dall’altra c’è la cruda, cinica strategia dei leader locali. Netanyahu sa bene che i sondaggi danno la sua coalizione in calo in vista delle elezioni d’autunno; non potendo sbandierare una vittoria definitiva sul nemico storico iraniano, la guerra totale in Libano contro Hezbollah diventa la sua vera carta elettorale, il palcoscenico perfetto per blindare il proprio potere. Poco importa se nel frattempo il Mossad spia gli stessi alleati americani a livelli critici, controllando ogni mossa dei negoziatori di Washington. La fiducia non esiste, esiste solo la sopravvivenza politica.</p>
<p>Il cortocircuito più doloroso e intollerabile di questa escalation si consuma però sulla pelle di chi sta in mezzo. La tregua dell’8 aprile scorso è già un ricordo sbiadito, polverizzata dai raid su Dahieh e dai lanci di droni della milizia libanese che colpiscono i kibbutz dove i bambini vanno in gita scolastica. In questo scontro frontale, l’accordo tra Washington e Teheran si rivela per quello che è: un pezzo di carta privo di valore. A pagarne il prezzo più alto, nel silenzio complice delle diplomazie, sono i soldati di pace. L’uccisione del casco blu dell’Unifil nel sud del Libano è lo schiaffo definitivo a un’Europa e a un Onu che continuano a inviare uomini al fronte con mandati ambigui, lasciandoli a fare da bersaglio mobile in una terra dove nessuno rispetta le regole d’ingaggio. È la burocrazia internazionale che manda a morire i propri figli per non ammettere il fallimento della propria linea politica.</p>
<p class="has-text-align-left">Mentre l’Occidente si avvita in dibattiti ideologici da salotto, riducendo la complessità storica del Medio Oriente a slogan da corteo e ignorando le minacce reali di regimi che non accetteranno mai la stabilità, il sangue scorre vero. Scorre nelle stazioni di servizio israeliane per mano del terrorismo interno, scorre tra i riservisti della protezione civile e tra gli ostaggi prigionieri nei tunnel. Continuare a raccontare questa guerra come una serie di eventi isolati significa non voler vedere il disegno complessivo: un conflitto globale per procura dove le superpotenze giocano a scacchi e i popoli fanno da carne da macello. Se l’Europa non ritrova la forza di imporre una mediazione reale, smettendola di farsi dettare l’agenda dai capricci dei leader in campagna elettorale, resterà solo a guardare le macerie del proprio prestigio internazionale.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/08/la-farsa-dei-trattati-di-plastica-e-il-sangue-reale-dei-servitori-di-pace-2/">La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 17:40:26 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/08/la-farsa-dei-trattati-di-plastica-e-il-sangue-reale-dei-servitori-di-pace/">La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p>I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di inchiostro e retorica, dipingendo scenari che svaniscono nel giro di un mattino. “Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, “Missili su Israele”, “Netanyahu attacca Beirut, la vendetta iraniana”. La realtà, quella che si consuma sul terreno a cento giorni dall’inizio del conflitto globale tra Iran, Stati Uniti e Israele, possiede una sfrontatezza che la carta stampata non riesce a rincorrere. Nella notte le forze aeree israeliane hanno martellato l’Iran centrale e occidentale, centrando un impianto petrolchimico in risposta a undici missili balistici di Teheran intercettati dai sistemi di difesa. È la dimostrazione plastica di un teorema tragico: la diplomazia internazionale sta mettendo in scena una recita a beneficio delle telecamere, mentre sul campo la geopolitica del caos detta la sua legge di sangue.</p>
<p>Da una parte assistiamo ai balletti di Mar-a-Lago, con Donald Trump che telefona a Benjamin Netanyahu intimandogli la moderazione per evitare che i negoziati deraglino, sbandierando un’intesa “vicina alla conclusione” che sa tanto di spot elettorale. Dall’altra c’è la cruda, cinica strategia dei leader locali. Netanyahu sa bene che i sondaggi danno la sua coalizione in calo in vista delle elezioni d’autunno; non potendo sbandierare una vittoria definitiva sul nemico storico iraniano, la guerra totale in Libano contro Hezbollah diventa la sua vera carta elettorale, il palcoscenico perfetto per blindare il proprio potere. Poco importa se nel frattempo il Mossad spia gli stessi alleati americani a livelli critici, controllando ogni mossa dei negoziatori di Washington. La fiducia non esiste, esiste solo la sopravvivenza politica.</p>
<p>Il cortocircuito più doloroso e intollerabile di questa escalation si consuma però sulla pelle di chi sta in mezzo. La tregua dell’8 aprile scorso è già un ricordo sbiadito, polverizzata dai raid su Dahieh e dai lanci di droni della milizia libanese che colpiscono i kibbutz dove i bambini vanno in gita scolastica. In questo scontro frontale, l’accordo tra Washington e Teheran si rivela per quello che è: un pezzo di carta privo di valore. A pagarne il prezzo più alto, nel silenzio complice delle diplomazie, sono i soldati di pace. L’uccisione del casco blu dell’Unifil nel sud del Libano è lo schiaffo definitivo a un’Europa e a un Onu che continuano a inviare uomini al fronte con mandati ambigui, lasciandoli a fare da bersaglio mobile in una terra dove nessuno rispetta le regole d’ingaggio. È la burocrazia internazionale che manda a morire i propri figli per non ammettere il fallimento della propria linea politica.</p>
<p class="has-text-align-left">Mentre l’Occidente si avvita in dibattiti ideologici da salotto, riducendo la complessità storica del Medio Oriente a slogan da corteo e ignorando le minacce reali di regimi che non accetteranno mai la stabilità, il sangue scorre vero. Scorre nelle stazioni di servizio israeliane per mano del terrorismo interno, scorre tra i riservisti della protezione civile e tra gli ostaggi prigionieri nei tunnel. Continuare a raccontare questa guerra come una serie di eventi isolati significa non voler vedere il disegno complessivo: un conflitto globale per procura dove le superpotenze giocano a scacchi e i popoli fanno da carne da macello. Se l’Europa non ritrova la forza di imporre una mediazione reale, smettendola di farsi dettare l’agenda dai capricci dei leader in campagna elettorale, resterà solo a guardare le macerie del proprio prestigio internazionale.</p>
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<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/mesotoday-5415551/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2774953">Graphic And Web Designer Freelance</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2774953">Pixabay</a></p>
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