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		<title>Il patto violato. Per una pedagogia del limite occorre maggiore autorevolezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 10:58:24 +0000</pubDate>
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<p>Pierfranco Bruni riflette sulla violenza giovanile e sulla crisi del patto educativo. Famiglia, scuola e istituzioni sono chiamate a recuperare autorevolezza, trasmettere il senso del limite e promuovere la cura&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/milano-vetrine-16-9.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/milano-vetrine-16-9.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/milano-vetrine-16-9-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/milano-vetrine-16-9-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/milano-vetrine-16-9-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/milano-vetrine-16-9-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/milano-vetrine-16-9-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><em>Pierfranco Bruni riflette sulla violenza giovanile e sulla crisi del patto educativo. Famiglia, scuola e istituzioni sono chiamate a recuperare autorevolezza, trasmettere il senso del limite e promuovere la cura degli spazi comuni</em></p>
<p>Pierfranco Bruni</p>
<p>La devastazione delle città non è una cronaca episodica, è sintomo di ben altro. Vetrine infrante, librerie saccheggiate, cassonetti incendiati, automobili distrutte. Al centro vi sono ragazzi, minori e non solo, una generazione fragile e furiosa che ha smarrito il senso del limite, ma figlia di una visione contraddittoria dei valori.</p>
<p>Viviamo una generazione sbandata non perché priva di valori, ma perché esposta a valori contraddittori e a nessun rito di passaggio. È la generazione della connessione permanente e della appartenenza intermittente. Come scriveva Pasolini, “la tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l&#8217;una contro l&#8217;altra” (1). La piazza diventa luogo per farsi vedere, non per proporre. Quando manca la proposta resta il gesto, e il gesto senza educazione diventa devastazione. Il vandalismo non è politica, è richiesta di riconoscimento che ha perso il linguaggio, ma ha aperto il varco all&#8217;idea perversa che tutto è possibile e che la vita è mia e me la gestisco io.</p>
<p>La famiglia resta il primo nucleo della regola come cura, non come repressione. Negli ultimi vent&#8217;anni ha abdicato alla fatica del limite, confondendo affetto e assenza di norma. Si è delegato al dispositivo e alla strada ciò che appartiene alla relazione educativa. Ernesto de Martino chiamava questo smarrimento “crisi della presenza”, quando l&#8217;io non riesce più a stare nel mondo con continuità (2). Il ragazzo che devasta sperimenta questa crisi. Non ha interiorizzato che l&#8217;altro esiste. Se la famiglia non insegna che dire di no è atto d&#8217;amore, nessuna istituzione successiva può supplire. Questo permissivismo è già un atto politico. Non è neutro. È una scelta che ha disarmato l&#8217;educazione.</p>
<p>Alla scuola si chiede tutto e la si lascia sola. Le si chiede di contenere la violenza e di supplire alla famiglia, ma la si priva di autorevolezza. Autorevolezza non è autoritarismo, è capacità di trasformare il sapere in “sapere dell&#8217;anima”, come diceva Maria Zambrano (3). Oggi la scuola ha sostituito l&#8217;educazione con la comunicazione, la parola che forma con la parola che intrattiene. Il ragazzo avverte questa fragilità e preferisce l&#8217;immediatezza della strada. E l&#8217;immediatezza è la malattia antropologica del nostro tempo. Ai docenti è stato tolto il Lei e si è entrati nella parità del Tu. Anche questo è un atto politico. Quando si abbatte la distanza simbolica, si abbatte la possibilità del rispetto. Il Tu senza il Lei è confidenza senza forma.</p>
<p>Viviamo in una società strutturalmente violenta, per il linguaggio che umilia, per il modello che esclude, per l&#8217;algoritmo che premia l&#8217;odio. In questo contesto il gesto vandalico non è anomalia, è mimesi. René Girard ha mostrato che la violenza è mimetica e cerca un capro espiatorio (4). La città diventa capro espiatorio. Si colpisce la vetrina perché non si sa colpire il sistema. È qui il punto. Altro che gesto non politico. È una violenza contro il sistema comunque, anche quando non sa di esserlo.</p>
<p>Sul piano antropologico siamo in una crisi della norma condivisa. Durkheim la chiamava anomia (5), Bauman modernità liquida come dissoluzione dei legami (6). Il rito, la festa, il ballo tondo erano cerchi che contenevano la violenza e la trasformavano in forma. Oggi il cerchio si è spezzato, il ragazzo corre in branco. Il branco non è comunità, è solitudine moltiplicata. Lévi Strauss ricordava che le società hanno bisogno di miti per ordinare il caos (7). Non vogliamo chiamarlo atto politico? Resta comunque una violenza che cerca un linguaggio e non lo trova.</p>
<p>Non si può parlare di violenza senza parlare di casse, di condizioni materiali. Precarietà, affitti alti, lavoro che manca, futuro percepito come prestito e non come progetto. Un ragazzo che non vede futuro non custodisce il presente. La manutenzione della città, la cura delle panchine, dei giardini, delle scuole, è pedagogia applicata. Dove c&#8217;è degrado il messaggio è che nessuno ha a cuore quel luogo, e quindi anch&#8217;io posso distruggerlo. La cura è argine alla violenza. Ma la degenerazione che non viene contenuta è incapacità della politica tutta a arginare tutto ciò.</p>
<p>Che fare. Occorre una politica della presenza. Presenza dello Stato come Stato di diritto, che dice con chiarezza che la devastazione non è dissenso, è reato. Presenza della famiglia come responsabilità, presenza della scuola come autorevolezza, presenza della cultura come rito civile. La città non è solo pietra, è patto morale prima che economico. Violarla significa violare il patto che ci tiene insieme.</p>
<p>Bisogna smetterla con l&#8217;alibi che siano minorenni e quindi meno punibili. Il fatto di essere minorenni non può diventare giustificazione. Il lassismo è un atto politico di chi non vede o fa finta di non vedere. Proprio in funzione di ciò bisogna essere autorevoli e usare autorevolezza.</p>
<p>Lo Stato deve essere Stato. Le Forze dell&#8217;ordine vanno rispettate e devono portare l&#8217;ordine. Credo che da qui occorra ripartire. Perché la violenza va contenuta, arginata e, quando necessario, repressa. Senza ambiguità. Senza retorica.</p>
<p>NOTE</p>
<p>1 Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975.<br />
2 Ernesto de Martino, Il mondo magico, Einaudi, Torino, 1948.<br />
3 Maria Zambrano, La confessione come genere letterario, 1943, e Il sapere dell&#8217;anima, 1950.<br />
4 René Girard, La violenza e il sacro, 1972.<br />
5 Émile Durkheim, La divisione del lavoro sociale, 1893, e Il suicidio, 1897.<br />
6 Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, 2002.<br />
7 Claude Lévi Strauss, Il pensiero selvaggio, 1962.</p>
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		<title>Melodramma nei licei, ma quale melodramma? Verdi, Leopardi e il Sud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 18:33:31 +0000</pubDate>
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<p>Dalle parole attribuite al ministro Valditara nasce una riflessione sul ruolo del melodramma nella cultura italiana. Per Bruni, raccontarlo attraverso il solo Verdi lascerebbe fuori Napoli, la canzone e le&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/14/melodramma-nei-licei-ma-quale-melodramma-verdi-leopardi-e-il-sud/">Melodramma nei licei, ma quale melodramma? Verdi, Leopardi e il Sud</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1392" height="1680" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/6390a64a-d465-4d01-97c1-ab270b798ed7-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/6390a64a-d465-4d01-97c1-ab270b798ed7-1.jpg 1392w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/6390a64a-d465-4d01-97c1-ab270b798ed7-1-249x300.jpg 249w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/6390a64a-d465-4d01-97c1-ab270b798ed7-1-848x1024.jpg 848w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/6390a64a-d465-4d01-97c1-ab270b798ed7-1-768x927.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/6390a64a-d465-4d01-97c1-ab270b798ed7-1-1170x1412.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/6390a64a-d465-4d01-97c1-ab270b798ed7-1-585x706.jpg 585w" sizes="(max-width: 1392px) 100vw, 1392px" /></p><p data-pm-slice="1 1 []"><em>Dalle parole attribuite al ministro Valditara nasce una riflessione sul ruolo del melodramma nella cultura italiana. Per Bruni, raccontarlo attraverso il solo Verdi lascerebbe fuori Napoli, la canzone e le tradizioni popolari meridionali</em></p>
<p>Pare che il Ministro dell&#8217;Istruzione Giuseppe Valditara, annunciando l&#8217;introduzione del melodramma nei Licei, abbia affermato: Il cittadino comune non declamava L&#8217;Infinito di Leopardi, ma cantava il Va, pensiero.</p>
<p>Se l&#8217;affermazione è stata pronunciata in questi termini, merita una riflessione pacata. Non polemica. Di metodo storico e antropologico.  Dire che il popolo cantava Va, pensiero e non recitava Leopardi è una suggestione efficace, ma storicamente fragile. E soprattutto geograficamente parziale.</p>
<p>L&#8217;Infinito di Leopardi non è mai stato un testo per declamazione borghese. È un canto universale che parte da Recanati e passa da Napoli, dove Leopardi visse, morì e fu compreso. Francesco De Sanctis, nella sua Storia della letteratura italiana del 1870, colloca Leopardi come punto di rottura della coscienza moderna proprio perché parla dal margine. Ernesto De Martino, in Morte e pianto rituale del 1958, insegna che il canto del Sud è lamento metafisico, non folklore. L&#8217;Infinito è questo. Ha unito, proprio perché veniva dal margine ovvero periferie, mi sia consentito, e parlava all&#8217;infinito di ciascuno.</p>
<p>Il Va, pensiero ha certamente avuto una sua fortuna popolare, ma non ha avuto quella funzione unificante che oggi gli si attribuisce a posteriori. Lo ha dimostrato Marcello Conati e prima di lui Benedetto Croce: è una lettura risorgimentale costruita dopo, non vissuta allora come inno nazionale da tutti. Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere, Quaderno 21, parla di nazional popolare e avverte che l&#8217;unificazione per opera lirica è costruzione ideologica della borghesia settentrionale, non esperienza del popolo meridionale. Se ad ammetterlo sono io&#8230; Figuriamoci&#8230;</p>
<p>Pare ancora che il Ministro abbia detto: Il melodramma ha avuto un ruolo fondamentale nel dare un cemento unificante agli italiani. L&#8217;opera lirica era conosciuta da chiunque, dal cittadino che magari non recitava Leopardi, ma cantava Va, pensiero.</p>
<p>Qui si pone una questione più ampia. Quale melodramma? Quale lirica? Quale popolo? Se parliamo di Italia delle tradizioni, non possiamo ridurre il melodramma al solo Verdi e il Verdi al solo Nabucco. Il Sud non è stato Verdi. Il Sud è stato Napoli e il Mediterraneo. È stata la canzone, la tarantella, il canto di lavoro, il canto del brigantaggio meridionale che rispondeva, anche in opposizione antropologica, ai cori del Nord. Roberto De Simone, in Disincantoale del 2024, lo ha ribadito con precisione filologica: la musica colta napoletana è matrice, non derivazione. È marchio starei pet dire e l&#8217;ho detto.</p>
<p>Mentre a Milano nel 1842 si cantava Va, pensiero dal Nabucco, nel 1835 a Napoli nasceva Te voglio bene assaje, attribuita a Raffaele Sacco e musicata da Gaetano Donizetti, nel 1849 Santa Lucia di Teodoro Cottrau, nel 1880 Funiculi Funicula di Luigi Denza e Peppino Turco, nel 1898 O sole mio di Giovanni Capurro ed Eduardo Di Capua. Questo era il canto popolare nazionale, orale, diffuso, cantato nelle strade, nei porti, nelle campagne, nelle Americhe dell&#8217;emigrazione. Questa è antropologia culturale. Non è parentesi. È struttura ben definita che entra nella vera identità nazionale. Lo ha documentato Diego Carpitella, allievo di Ernesto De Martino, nei suoi studi sul canto popolare meridionale.</p>
<p>Certo, Verdi era conosciuto e amato anche a Napoli. Al San Carlo il Nabucco andò in scena nel 1843 con successo. Ma pensare l&#8217;introduzione del melodramma nei Licei partendo esclusivamente da Verdi è una scelta culturale che guarda al Nord, a Milano, all&#8217;asse Manzoni Verdi come unico cemento identitario. È una visione legittima, ma non è tutta l&#8217;Italia. È una parte. Una posizione partigiana a tutti gli effetti.</p>
<p>Da qui nascono alcune perplessità sulle affermazioni attribuite al Ministro, come quella secondo cui sarebbe impossibile che un docente non conosca il Nabucco, o che un secolo fa la lirica fosse considerata popolare e non degna di stare tra i grandi classici.</p>
<p>Quale lirica? Nel Sud la Scuola Siciliana di Federico II ha fondato la lirica italiana, dal 1230 al 1266, con Giacomo da Lentini inventore del sonetto. Ed era lingua cantata, popolare e orale prima di diventare letteratura scritta. Bruno Panvini e Gianfranco Contini lo hanno dimostrato. La lirica è sempre stata classica e popolare insieme. Non c&#8217;è stata separazione. Come ha scritto Aurelio Roncaglia, la lirica delle origini è già musica.</p>
<p>Quanto a Verdi e Leopardi, sarebbe utile approfondire quanto Verdi abbia attinto, anche indirettamente, a quella cultura dell&#8217;infinito leopardiano, e quanto il Va, pensiero sia diventato ciò che è diventato proprio grazie a un intreccio che comprende il melodramma napoletano. Sono quisquilie, direbbe Dante nel XXVI del Paradiso, verso 29, ma quisquilie che fondano una civiltà. Infatti è Totò a usarla.</p>
<p>Per questo, l&#8217;idea di introdurre il melodramma nei Licei è ottima in sé. Va sostenuta. Ma non può essere introdotta come varco per un solo Maestro o per una sola opera. Significherebbe creare una separazione. Anzi una rottura con la cultura popolare vera.</p>
<p>Dopo anni di impoverimento dei Licei, non si può chiedere a un docente di letteratura italiana di conoscere necessariamente il Nabucco come se fosse un classico della letteratura italiana. La storia della letteratura musicale non coincide con la storia della letteratura italiana. Sono due storie che si incontrano, ma hanno grammatiche diverse. Tanto meno è assimilabile al legame Manzoni Verdi, che è costruzione critica ottocentesca, non dato storico. Lo ha chiarito Luigi Baldacci in Libretti d&#8217;opera.</p>
<p>Sarebbe più utile, allora, prevedere un docente di storia della musica e di letteratura musicale, che sappia raccontare Verdi e Donizetti e Bellini, ma anche la canzone napoletana, la tarantella, il canto popolare siciliano e calabrese, O sole mio come Va, pensiero.</p>
<p>Perché se cerchiamo ciò che è veramente popolare e nazionale, forse O sole mio è stato cantato più di Va, pensiero. Lo dicono le statistiche della emigrazione italiana in America dal 1880 al 1920, lo dice la discografia mondiale. E questo non toglie nulla a Verdi. Restituisce verità all&#8217;Italia delle tradizioni. Oltre a dare una visione complessa e completa delle culture considerate come modelli di identità e appartenenza alla storia di una Nazione.</p>
<p>Altrimenti il melodramma nei Licei diventa un altro centralismo. E il Sud resta, ancora una volta, un coro senza voce che non fa bene all&#8217;intera comunità italiana.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/14/melodramma-nei-licei-ma-quale-melodramma-verdi-leopardi-e-il-sud/">Melodramma nei licei, ma quale melodramma? Verdi, Leopardi e il Sud</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>TRADITO IL VALORE IDENTITARIO DEL LICEO. UCCISO NUOVAMENTE CIÒ CHE RESTAVA DI GENTILE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 14:45:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="410" height="410" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg 410w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" /></p>
<p>Pierfranco Bruni Ho letto le motivazioni che hanno portato ad equiparare tutti gli Istituti scolastici superiori a Licei. È triste constatare ciò che sto per dire. E lo dico con&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/29/tradito-il-valore-identitario-del-liceo-ucciso-nuovamente-cio-che-restava-di-gentile/">TRADITO IL VALORE IDENTITARIO DEL LICEO. UCCISO NUOVAMENTE CIÒ CHE RESTAVA DI GENTILE</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="410" height="410" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg 410w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" /></p><p>Pierfranco Bruni</p>
<p>Ho letto le motivazioni che hanno portato ad equiparare tutti gli Istituti scolastici superiori a Licei. È triste constatare ciò che sto per dire. E lo dico con l&#8217;anima lacerata. Anche sul piano politico e culturale.  Ma si tratta di una considerazione schietta. . Non è la Sinistra a smantellare definitivamente ciò che resta della Riforma Gentile. È la Destra di Governo. Un fatto di una gravità inaudita, perché questa Destra non ha nulla della tradizione del valore classico della cultura come destino. Non conosce il significato degli studi che hanno determinato il senso stesso di Liceo. Non conosce il termine Liceo.</p>
<p>Gentile è stato ucciso per la seconda volta. La prima volta con le armi, nella tragedia del 15 aprile 1944 a Firenze. La seconda volta con un tratto di penna amministrativa. Ciò che era rimasto della sua Riforma del 1923, che ha formato la scuola moderna del Novecento e del post Novecento, è stato cancellato. Non resta più nulla della spina dorsale idealistica che Gentile aveva voluto.</p>
<p>Non è possibile omologare un Istituto professionale a Liceo. Sono strutture antropologicamente diverse. Sul piano etimologico addirittura non si comprende più il significato. Non si conosce la semantica. Non si conosce l&#8217;origine filologica del termine. Mi sembra inverosimile un fattaccio del genere. Si è appiattito tutto. Si è livellata la verticalità. Sì signori miei. Gli studi hanno una loro verticalità.</p>
<p>Certo, nel tempo che viviamo un cambiamento di passo era necessario nella scuola e anche nelle definizioni. Ma arrivare a questo punto significa ignorare etimologicamente i concetti di base.</p>
<p>Bisogna tornare alla parola. Perché la parola custodisce. Come un sepolcro. Il tetmine Liceo non è un nome amministrativo. È un archetipo. Liceo viene dal greco Lykeion. Il Lykeion era il ginnasio sacro ad Apollo Lykeios, ad Atene, fuori le mura, presso l&#8217;Ilisso. Lykeios è l&#8217;epiteto del dio: colui che è luce, da lyké, luce dell&#8217;alba, e per antica paretimologia colui che allontana i lupi, da lykos, lupo. Il luogo dove la luce si fa pensiero e allontana la ferinità.</p>
<p>Lì, in quel recinto sacro, nel 335 a.C., Aristotele fondò la sua scuola dopo aver lasciato l&#8217;Accademia di Platone. Il Liceo è il peripato. È il camminare pensando. Peripatein. Peripatos era il porticato coperto dove i discepoli di Aristotele discutevano camminando. Il Liceo non è un&#8217;aula. È un cammino. È un metodo. È contemplazione che diventa passeggiata metafisica. Un dato fondamentale.</p>
<p>Questa è l&#8217;origine. Non è professionale. È iniziatica. È classica. È il luogo dove il sapere non serve a produrre. Serve a comprendere. Serve a formare l&#8217;uomo prima del cittadino, il cittadino prima del lavoratore. Appunto una metafisica.</p>
<p>Quando Giovanni Gentile, nella Riforma del 1923, con i Regi Decreti dal 6 maggio al 1 ottobre, restituisce al Liceo la sua centralità, non fa operazione di regime. Fa operazione filosofica. Gentile, filosofo di Hegel e di Platone, attualista, sapeva che il sistema doveva avere una gerarchia e non una confusione. Al vertice poneva il Liceo Classico, unico con accesso a tutte le facoltà universitarie, perché fondato sul binomio greco-latino come coscienza storica. Accanto, e distinto, il Liceo Scientifico, che allora era di quattro anni più un biennio superiore, poi l&#8217;Istituto Magistrale, l&#8217;Istituto Tecnico con le sue sezioni commerciale, agraria, geometri, e l&#8217;Istituto Professionale. Ognuno con un destino preciso. Ognuno nobile nella sua distinzione. Gentile non disprezzava il fare. Lo ordinava. Ma non lo chiamava Liceo.</p>
<p>Ecco perché oggi l&#8217;errore è storico prima che lessicale. Oggi, con la Riforma della filiera tecnologico-professionale e con l&#8217;istituzione del Liceo del Made in Italy che sostituisce l&#8217;Istituto Tecnico Economico, si sta compiendo un falso storico. Si chiama Liceo ciò che nasce con finalità opposta al Lykeion.</p>
<p>Il Liceo per definizione gentiliana e aristotelica è disinteressato. Non ha sbocco professionale immediato. Ha come sbocco l&#8217;Università, cioè la totalità del sapere. La sua finalità è la formazione dell&#8217;uomo come essere che interroga l&#8217;eterno. Paideia.</p>
<p>L&#8217;Istituto tecnico e professionale per definizione è interessato. Ha come sbocco il lavoro, l&#8217;impresa, la produzione. La sua finalità è la formazione del saper fare. Techne. Ed è nobilissimo proprio per questo.</p>
<p>Omologarli è negare duemilaquattrocento anni di storia e cento anni di pedagogia italiana. È dire che il Lykeion di Aristotele è uguale alla bottega dell&#8217;artigiano. Ma la bottega è nobile, e il Lykeion è nobile, proprio perché non sono la stessa cosa. L&#8217;uguaglianza livellatrice uccide entrambe le nobiltà. Chiama Liceo un percorso quadriennale professionalizzante e in un colpo solo svilisce il Liceo e inganna lo studente professionale, che non avrà più la dignità del suo titolo ma l&#8217;imitazione di un altro.</p>
<p>È stata smantellata una visione della cultura identitaria nei suoi principi fondamentali. Questa è la questione. Non è un problema di sigle. È un problema di anima.</p>
<p>Questa Destra di Governo che parla di merito e di tradizione non conosce la tradizione. Anzi la allontana. Perché la tradizione del valore classico non è una professione e tanto meno un mestiere. È lingua. È etimo. Se  chiami Liceo un percorso che nasce per l&#8217;immediato inserimento professionale, non allarghi il Liceo. Lo svuoti. Lo profani. Fai come chi chiamerebbe tempio un magazzino. Il magazzino serve, ma non è tempio.</p>
<p>Il Liceo è lentezza. È studio disinteressato. È il greco che non serve a nulla e proprio per questo serve a tutto. È lo studio che non produce competenze spendibili domani mattina ma produce coscienza storica per i prossimi trent&#8217;anni. L&#8217;Istituto professionale è velocità, è competenza, è giustamente finalizzato, è laboratorio. Confondere le due velocità significa non capire più cosa sia il tempo della formazione.</p>
<p>E allora lo dico con l&#8217;anima lacerata di chi ha insegnato e di chi ha una formazione di destra: non è riforma. È oblio. È l&#8217;oblio della parola. Quando si perde il senso etimologico di Liceo, si è già perso il senso della scuola come valenza pedagogica. Perché la scuola è il luogo dove le parole tornano alla loro origine per non morire nell&#8217;uso quotidiano.</p>
<p>Chiamare tutto Liceo è il modo più rapido per non avere più nessun Liceo. È proprio così. Lo dico non perché vengo da scuole liceali ma perché in un solo colpo si smantella una tradizione che da Aristotele a Gentile ha tenuto unita l&#8217;Italia colta.</p>
<p>E mi chiedo: perché questa Destra si definisce conservatrice? Di cosa? Cosa conserva se cancella la distinzione tra essere e fare, tra contemplazione e produzione, che era il cuore della cultura identitaria italiana e della Riforma del 1923? Sarà perché sono stato allievo liceale. Sarà perché i miei figli si sono divisi tra il classico e lo scientifico. Sarà perché mio zio è stato docente e vice preside di un Liceo classico. Sarà&#8230;</p>
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		<title>La scuola deve sempre includere. Mai escludere soprattutto per questioni etniche</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/22/la-scuola-deve-sempre-includere-mai-escludere-soprattutto-per-questioni-etniche/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-scuola-deve-sempre-includere-mai-escludere-soprattutto-per-questioni-etniche</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 07:46:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Gruppo-di-bambini-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>La scuola deve sempre includere. La classe non è un contenitore da riempire con quote etniche, è una relazione di esperienze. È un incontro tra biografie, tra lingue, tra fragilità&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>La scuola deve sempre includere. La classe non è un contenitore da riempire con quote etniche, è una relazione di esperienze. È un incontro tra biografie, tra lingue, tra fragilità e talenti.Siamo una Nazione di etnie antiche e moderne. Parlare di Italia come di un blocco etnico puro è una falsificazione storica. Il pluralismo è un fattore antropologico e sulla questione antropologica non si può intervenire con un decreto.</p></blockquote>
<p><strong>Il punto di vista di Pierfranco Bruni- saggista, antropologo</strong></p>
<div id="attachment_66422" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-66422" class="size-thumbnail wp-image-66422" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg 410w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><p id="caption-attachment-66422" class="wp-caption-text">Pierfranco Bruni</p></div>
<p>La scuola deve sempre includere. Mai escludere soprattutto per questioni etniche. La scuola è inclusiva già di per sé. Per sua natura, per sua fondazione costituzionale, per sua vocazione pedagogica. Non è possibile pensare a classificazioni, a percentuali, a schedature. La scuola non è un ufficio anagrafe, non è una dogana. È il primo luogo della comunità.</p>
<p>È un atto culturale e pedagogico soprattutto in un tempo super tecnologico. Conoscenza e apprendimento. I due pilastri. Ridurre il problema dell&#8217;istruzione alla questione degli &#8220;extracomunitari&#8221; o alla presenza di alunni stranieri in classe significa non aver compreso che cosa sia oggi la scuola italiana e che cosa sia l&#8217;Italia stessa. È un problema molto serio e profondo che va a toccare anche il tema delle contaminazioni.</p>
<p>Non si tratta di una questione soltanto politica o di scelte politiche. È un tratto psicologico che interessa l&#8217;educazione e l&#8217;integrazione. È un fatto antropologico. La classe non è un contenitore da riempire con quote etniche, è una relazione di esperienze. È un incontro tra biografie, tra lingue, tra fragilità e talenti. Quando si introduce una logica di separazione, di conteggio, di tetto massimo, si produce un effetto immediato e devastante sul piano psicologico: si dice a un bambino che la sua presenza è un problema, che è di troppo. È l&#8217;esatto contrario di ogni principio educativo. Educere! Tirare fuori ciò che si ha e  riportarlo dentro con capacità cognitive percettivi sensoriali. Qui parliamo di una filosofia della pedagogia.</p>
<p>È giusto che la pedagogia dia il suo parere, e lo dia con forza. Perché la pedagogia non è ancella della politica. Ha un suo statuto scientifico, una sua autonomia.</p>
<blockquote><p>La pedagogia ci dice da almeno cinquant&#8217;anni che l&#8217;apprendimento è cooperativo e collaborativo, che la differenza è un moltiplicatore cognitivo, che una classe plurale apprende di più e meglio di una classe omologata. Ma oltre questo bisogna partire dal punto che le infanzie sono sempre inclusive.</p></blockquote>
<p>Qui entra la lezione che ho sempre difeso: il mio Francesco d&#8217;Assisi è stato il primo pedagogista della modernità. Non ha mai contato i suoi fratelli, non ha mai chiesto da dove venissero. Ha insegnato la fratellanza come metodo, non come predica. La scuola francescana è inclusiva perché guarda l&#8217;uomo, non l&#8217;etnia. Questa è la nostra radice occidentale e mediterranea. In fondo c&#8217;è sempre un tratto religioso in ciò.</p>
<p>Siamo una Nazione in cui il pluralismo ha un fondamento preciso, che non è una concessione moderna, ma è la nostra storia. Siamo una Nazione di etnie antiche e moderne. Siamo greci, latini, arabi, normanni, albanesi, sloveni, walser, occitani. Siamo la Magna Grecia e siamo l&#8217;emigrazione del Novecento. Il Mediterraneo che ci ha generati è un mare di contaminazioni, non di purezze. Parlare di Italia come di un blocco etnico puro è una falsificazione storica. Il pluralismo è un fattore antropologico e sulla questione antropologica non si può intervenire con un decreto. E tanto si può creare un conflitto.</p>
<p>Perciò non si insista sul problema degli &#8220;extracomunitari&#8221;, che è una definizione giuridica vecchia, superata e offensiva sul piano umano. Il bambino che siede accanto a mio figlio non è un &#8220;extracomunitario&#8221;. È un bambino. È un alunno. È un compagno di classe. Ha un nome, una storia, una lingua madre che diventerà una ricchezza anche per gli altri. E questo significa costume e tradizione.</p>
<p>Bisogna certamente pensare ad altre strade. La strada da seguire è un&#8217;altra. Non è quella delle classi separate, delle quote, delle paure agitate per consenso. È la strada dell&#8217;investimento.</p>
<blockquote><p>Servono più insegnanti, più mediatori culturali, più tempo scuola, più formazione per i docenti. Serve una scuola che non abbia paura della realtà, ma che la accolga e la trasformi in progetto educativo. Appunto. Un progetto educativo interattivo perché l&#8217;educazione è il pensare delle conoscenze.</p></blockquote>
<p>Bisogna considerare però che l&#8217;inclusione non è buonismo. È l&#8217;unica forma di intelligenza possibile. Una scuola che esclude, che conta, che scheda, ha già fallito la sua missione prima ancora di iniziare. Sono bambini.  Saranno ragazzi. Non pongo la questione in termini politici.  È appunto pedagogico</p>
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		<title>Vivere sotto stalking: quando la paura entra nella quotidianità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 08:12:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
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		<category><![CDATA[Sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="775" height="1086" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO.jpg 775w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-214x300.jpg 214w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-731x1024.jpg 731w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-768x1076.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-585x820.jpg 585w" sizes="(max-width: 775px) 100vw, 775px" /></p>
<p>Il racconto in prima persona della dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS: lo stalking non è soltanto una sequenza di atti persecutori, ma una presenza costante che limita&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/03/vivere-sotto-stalking-mariastella-giorlandino-racconta-la-paura-che-entra-nella-quotidianita/">Vivere sotto stalking: quando la paura entra nella quotidianità</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="775" height="1086" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO.jpg 775w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-214x300.jpg 214w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-731x1024.jpg 731w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-768x1076.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/GIORLANDINO-585x820.jpg 585w" sizes="(max-width: 775px) 100vw, 775px" /></p><p class="wp-block-paragraph"><strong>Il racconto in prima persona della dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS: lo stalking non è soltanto una sequenza di atti persecutori, ma una presenza costante che limita la libertà, altera le relazioni e costringe a vivere ogni gesto con prudenza.</strong></p>
<p class="wp-block-paragraph">Mi chiamo Mariastella Giorlandino e so cosa significa vivere sotto stalking.<br />
Significa aprire gli occhi al mattino e domandarsi che cosa potrebbe accadere durante la giornata. Significa controllare il telefono con inquietudine, guardarsi intorno prima di uscire, prestare attenzione a una macchina ferma, a un volto intravisto più volte, a un messaggio inatteso. Azioni che per gli altri sono normali diventano valutazioni continue del pericolo.</p>
<p class="wp-block-paragraph">Lo stalking non è fatto soltanto di telefonate, messaggi, pedinamenti o minacce. È una forma di violenza che si insinua progressivamente nella vita della vittima e ne modifica le abitudini, i rapporti familiari, il lavoro e perfino il modo di percepire se stessa. Non sempre lascia segni visibili, ma produce ferite profonde: paura, insonnia, ansia, senso di impotenza e isolamento.</p>
<p class="wp-block-paragraph">La parte più difficile è spiegare agli altri questa condizione. Da fuori, ogni singolo episodio può apparire trascurabile. Una telefonata, una presenza, una frase ambigua o un incontro apparentemente casuale possono sembrare fatti insignificanti. Ma chi li subisce conosce il filo che li unisce. Sa che non sono episodi isolati, bensì tasselli di una persecuzione ripetuta che comunica un messaggio preciso: «Posso raggiungerti, posso controllarti, posso entrare nella tua vita quando voglio».</p>
<p class="wp-block-paragraph">Vivere sotto stalking significa perdere, poco alla volta, la propria spontaneità. Si cambiano percorsi, orari e abitudini. Si evita di andare da soli in alcuni luoghi. Si rinuncia a occasioni di lavoro o momenti di serenità. Anche la famiglia viene coinvolta, perché la paura non riguarda più soltanto la propria sicurezza, ma quella delle persone amate.</p>
<p class="wp-block-paragraph">A tutto questo si aggiunge spesso un’altra sofferenza: il timore di non essere creduti. La vittima può sentirsi costretta a dimostrare continuamente ciò che sta vivendo, a conservare messaggi, annotare episodi, ricordare date e ricostruire ogni dettaglio. Mentre avrebbe bisogno di protezione, deve trovare la forza di trasformare la propria angoscia in prove comprensibili agli altri.</p>
<p class="wp-block-paragraph">Io ho scelto di raccontare questa esperienza perché il silenzio protegge soltanto chi perseguita. Parlare, invece, può aiutare altre persone a riconoscere i segnali e a comprendere che non stanno esagerando, che la paura non è una colpa e che chiedere aiuto non rappresenta una debolezza. come presidente della Fondazione Artemisia ETS, conosco il valore dell’ascolto. Una persona perseguitata non deve essere giudicata, colpevolizzata o invitata semplicemente a «non pensarci». Deve essere accolta, creduta e accompagnata attraverso un percorso che coinvolga, quando necessario, professionisti sanitari, psicologi, avvocati e autorità competenti.</p>
<p class="wp-block-paragraph">È importante intervenire prima che la persecuzione diventi ancora più grave. Ogni segnalazione deve essere considerata con attenzione, perché dietro comportamenti apparentemente minori può nascondersi un’escalation capace di mettere in pericolo la sicurezza e la vita della vittima.<br />
La libertà non consiste soltanto nel poter uscire di casa. È anche poterlo fare senza paura. È poter lavorare, incontrare una persona, rispondere al telefono o accompagnare i propri figli senza sentirsi osservati. Lo stalking sottrae proprio questa libertà, giorno dopo giorno.</p>
<p class="wp-block-paragraph">Raccontare ciò che significa vivere sotto stalking non vuol dire chiedere compassione. Vuol dire reclamare il diritto alla sicurezza, alla dignità e a una vita libera dalla paura. Vuol dire ricordare a ogni vittima che non è sola e che nessuno deve rassegnarsi a convivere con la persecuzione.<br />
La paura può entrare nella quotidianità, ma non deve diventarne la padrona. Denunciare, chiedere aiuto e trovare persone capaci di ascoltare rappresentano il primo passo per riprendersi la propria vita.</p>
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dott.ssa Mariastella Giorlandino<br />
Presidente della Fondazione Artemisia ETS</strong></p>
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		<title>Amatrice e Taranto. Con Giorgia Meloni. Due Italie nella stessa settimana. Due stili nei confronti delle istituzioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 16:09:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[Amatrice e Taranto]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[presidente del consiglio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="410" height="410" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg 410w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" /></p>
<p>Dalla commozione del ricordo ai fischi durante i Giochi del Mediterraneo: la riflessione di Pierfranco Bruni sul senso dello Stato, sulla misura del dissenso e sulla dignità delle occasioni pubbliche&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="410" height="410" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg 410w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" /></p><p><strong><em>Dalla commozione del ricordo ai fischi durante i Giochi del Mediterraneo: la riflessione di Pierfranco Bruni sul senso dello Stato, sulla misura del dissenso e sulla dignità delle occasioni pubbliche</em></strong></p>
<p>C&#8217;è un&#8217;Italia che si raccoglie e un&#8217;Italia che si scompone. E nella stessa settimana, in due luoghi diversi, abbiamo visto entrambe. Giorgia Meloni ad Amatrice. Nella piena commozione ed emozione. Non era soltanto la presenza del Presidente del Consiglio. Era la presenza dello Stato che torna dove lo Stato è stato invocato tra le macerie. Amatrice non è un luogo come gli altri. È una ferita ancora aperta nella geografia della nostra coscienza. È un nome che contiene una data, un&#8217;ora, un silenzio. Andarci non è fare politica. È fare memoria in piena visione religiosa.</p>
<p>E lì, in quel dolore che non ha mai smesso di essere dolore, la politica ha ritrovato le sue parole più alte: eleganza, stile, dignità, coraggio, rispetto delle istituzioni. Eleganza non come abito, ma come misura. Stile non come forma, ma come contenuto che si fa forma. Dignità come capacità di stare davanti al dolore senza retorica, senza sfruttarlo, ma condividendolo. Coraggio come capacità di non fuggire il luogo simbolo della fragilità nazionale. Rispetto delle istituzioni come riconoscimento che chi è lì, in quel momento, non rappresenta una parte, ma rappresenta tutti. Amatrice, pur nel dolore, ha mostrato una grande dignità di civiltà. Una comunità che ha sofferto e che soffre ancora, ma che non ha smarrito il senso dell&#8217;accoglienza, del limite, del sacro. Ha accolto il Presidente del Consiglio come si accoglie l&#8217;istituzione. Con compostezza. Con lacrime che non sono protesta, ma memoria viva. Lì si è vista l&#8217;Italia profonda, quella che non urla, quella che resiste. L&#8217;Italia vera e con umanità.</p>
<p>Al contrario, ciò che è accaduto a Taranto per i Giochi del Mediterraneo appartiene ad un&#8217;altra grammatica. Taranto doveva essere vetrina di bellezza. Doveva mostrare il suo mare, il suo recupero, la sua voglia di riscatto. Doveva mostrare eleganza. I Giochi del Mediterraneo sono fratellanza, sono l&#8217;antica koinè del nostro mare che torna a farsi agonismo, cultura, incontro. E invece, per colpa di un manipolo ideologizzato che non conosce il senso della valenza istituzionale, tutto è stato offuscato dai fischi al Presidente del Consiglio.</p>
<p>Non è questione di consenso o dissenso. Il dissenso è sacro in democrazia. È questione di luogo, di tempo, di misura, di stile. Fischiare l&#8217;istituzione mentre rappresenta l&#8217;Italia davanti al Mediterraneo non è colpire una persona. È colpire l&#8217;immagine stessa del Paese, ovvero Nazione, che si vuole celebrare. È trasformare una festa di tutti in un comizio di pochi.</p>
<p>Taranto, per colpa di quel gruppetto, è scesa nel baratro dell&#8217;immagine. Una città che doveva mostrare bellezza ha dato, suo malgrado, il brutto di sé. Perché basta un gesto stonato a coprire un&#8217;orchestra intera. Basta un urlo fuori tempo a rompere una cerimonia.</p>
<p>E questo ci addolora due volte. Perché Taranto non è quel fischio. Taranto è lavoro, è acciaio e mare, è fatica e speranza. Taranto è molto più grande di chi l&#8217;ha voluta ridurre a palcoscenico di una contestazione senza stile. Però &#8211; e qui sta l&#8217;onestà dello sguardo &#8211; credo che ci siano state responsabilità nell&#8217;organizzazione. Chi organizza un grande evento internazionale ha anche il dovere di prevedere, di custodire, di proteggere la sacralità istituzionale del momento. Le istituzioni non si espongono, si custodiscono. Non si lasciano sole davanti alla prevedibilità del rumore. Si accompagnano con intelligenza, con regia, con senso dello Stato.</p>
<p>La differenza tra Amatrice e Taranto è tutta qui. Ad Amatrice la politica si è fatta silenzio che ascolta. A Taranto la politica è stata costretta a farsi rumore che si difende. Ad Amatrice ha vinto la civiltà del dolore che diventa comunità. A Taranto ha perso l&#8217;occasione della comunità che diventa civiltà.</p>
<p>Abbiamo bisogno di tornare a quella lezione di stile che don Luigi Giussani chiamava &#8220;totalità dello sguardo&#8221;. Guardare l&#8217;altro non come avversario da fischiare, ma come persona che porta un destino comune, anche quando la si contesta. Il rispetto delle istituzioni non è ossequio al potere. È rispetto di se stessi. Perché le istituzioni siamo noi quando sappiamo essere più grandi della nostra parte.</p>
<p>Ecco perché Amatrice resta e Taranto deve riflettere. Una ci ha mostrato cosa siamo quando siamo al meglio. L&#8217;altra cosa rischiamo di diventare quando confondiamo la libertà di dissentire con la licenza di offendere il momento di tutti. Per Taranto è il segno di una gravissima lacuna: mancanza di rispetto alle Istituzioni. Amatrice pur nel dolore ha mostrato una grande dignità ed eleganza.</p>
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		<title>Mariastella Giorlandino : intelligenza artificiale e mondo del lavoro: l&#8217;impatto sulle future generazioni</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/16/mariastella-giorlandino-intelligenza-artificiale-e-mondo-del-lavoro-limpatto-sulle-future-generazioni/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=mariastella-giorlandino-intelligenza-artificiale-e-mondo-del-lavoro-limpatto-sulle-future-generazioni</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 08:31:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="400" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3-300x240.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>La presidente di Fondazione Artemisia:  &#8220;Molti ragazzi oggi dialogano con avatar e assistenti virtuali. È una realtà che fa ormai parte della loro quotidianità. Ma un domani, quelle stesse tecnologie&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/16/mariastella-giorlandino-intelligenza-artificiale-e-mondo-del-lavoro-limpatto-sulle-future-generazioni/">Mariastella Giorlandino : intelligenza artificiale e mondo del lavoro: l&#8217;impatto sulle future generazioni</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="400" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3-300x240.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p><p><strong><em>La presidente di Fondazione Artemisia:  &#8220;Molti ragazzi oggi dialogano con avatar e assistenti virtuali. È una realtà che fa ormai parte della loro quotidianità. Ma un domani, quelle stesse tecnologie potrebbero diventare concorrenti diretti nel mondo del lavoro. Prepararli significa renderli consapevoli, non spaventarli&#8221;</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ROMA – L&#8217;intelligenza artificiale, la robotica e le nuove tecnologie stanno avanzando a una velocità mai vista prima. Ogni giorno vengono presentati strumenti sempre più sofisticati, capaci di svolgere attività che fino a ieri erano affidate esclusivamente alle persone. Un progresso che affascina, incuriosisce e promette efficienza. Ma dietro l&#8217;entusiasmo collettivo si nasconde una domanda che pochi hanno il coraggio di affrontare.</p>
<p>A lanciare la riflessione è la dottoressa <strong>Mariastella Giorlandino</strong>, presidente della <strong>Fondazione Artemisia</strong>, che invita istituzioni, famiglie e mondo della formazione a interrogarsi sul futuro delle nuove generazioni.</p>
<p>«Ci stiamo abituando a parlare dei vantaggi dell&#8217;intelligenza artificiale, ma quasi nessuno affronta il tema delle conseguenze sociali che questa trasformazione porterà con sé. Se le macchine saranno in grado di sostituire una parte sempre più ampia del lavoro umano, dobbiamo chiederci che spazio rimarrà per milioni di persone».<br />
La riflessione nasce anche dall&#8217;esperienza diretta. Nelle nuove strutture sanitarie, spiega Giorlandino, vengono già proposti sistemi automatizzati in grado di sostituire i centralini tradizionali. Voci artificiali cortesi, disponibili ventiquattr&#8217;ore su ventiquattro, capaci di fornire informazioni in modo rapido e preciso. Una soluzione efficiente, ma che apre interrogativi inevitabili.</p>
<p>«Se un avatar o un sistema di intelligenza artificiale può svolgere il lavoro di un operatore, dove andranno le persone che oggi svolgono quella mansione? Dove troveranno occupazione coloro che lavorano negli uffici, nei servizi amministrativi, nella gestione delle informazioni?».</p>
<p>Secondo la presidente della Fondazione Artemisia, il vero rischio è che il dibattito pubblico si concentri esclusivamente sugli aspetti positivi dell&#8217;innovazione, senza preparare adeguatamente i giovani alle profonde trasformazioni che li attendono.</p>
<p>«Abbiamo il dovere di essere sinceri con i ragazzi. Non possiamo limitarci a raccontare loro un futuro fatto soltanto di opportunità tecnologiche. Dobbiamo anche spiegare che il mercato del lavoro cambierà radicalmente e che molte professioni potrebbero scomparire o essere profondamente ridimensionate».</p>
<p>Da qui l&#8217;appello a ripensare i percorsi educativi e formativi, valorizzando competenze che difficilmente potranno essere replicate dalle macchine. «Forse dovremo tornare a dare maggiore importanza alle professioni manuali, all&#8217;artigianato, ai lavori che richiedono sensibilità umana, capacità relazionali,</p>
<p>creatività e presenza fisica. Dobbiamo iniziare oggi a costruire le competenze che serviranno domani».</p>
<p>La preoccupazione della dottoressa Giorlandino si estende anche alle implicazioni sociali di lungo periodo. Se la tecnologia dovesse concentrare ricchezza e opportunità nelle mani di pochi soggetti, il rischio sarebbe quello di creare una società sempre più diseguale, nella quale intere generazioni potrebbero trovarsi escluse dal mercato del lavoro.</p>
<p>«Molti ragazzi oggi dialogano con avatar e assistenti virtuali. È una realtà che fa ormai parte della loro quotidianità. Ma dobbiamo anche spiegare loro che, un domani, quelle stesse tecnologie potrebbero diventare concorrenti diretti nel mondo del lavoro. Prepararli significa renderli consapevoli, non spaventarli».</p>
<p>Per la Fondazione Artemisia, il tema non riguarda il rifiuto del progresso, ma la necessità di governarlo con responsabilità. L&#8217;innovazione deve restare uno strumento al servizio dell&#8217;uomo e non trasformarsi in un processo che finisce per sostituirlo senza che la società abbia predisposto adeguate tutele.</p>
<p>«La tecnologia può rappresentare una straordinaria opportunità per l&#8217;umanità. Ma il vero progresso non si misura dalla capacità delle macchine di fare tutto. Si misura dalla capacità della società di non lasciare indietro nessuno. E oggi il nostro primo dovere è dire la verità ai giovani sul mondo che li aspetta».</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/16/mariastella-giorlandino-intelligenza-artificiale-e-mondo-del-lavoro-limpatto-sulle-future-generazioni/">Mariastella Giorlandino : intelligenza artificiale e mondo del lavoro: l&#8217;impatto sulle future generazioni</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>lo stalking è una ferita che va riconosciuta e fermata. La riflessione della dottoressa Mariastella Giorlandino e della Fondazione Artemisia ETS</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:01:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="400" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3-300x240.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>Lo stalking continua a rappresentare una delle forme più insidiose di violenza psicologica e relazionale, capace di compromettere profondamente la serenità, la libertà personale e la sicurezza delle vittime. Un&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/11/lo-stalking-e-una-ferita-che-va-riconosciuta-e-fermata-la-riflessione-della-dottoressa-mariastella-giorlandino-e-della-fondazione-artemisia-ets/">lo stalking è una ferita che va riconosciuta e fermata. La riflessione della dottoressa Mariastella Giorlandino e della Fondazione Artemisia ETS</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="400" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3.png 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-3-300x240.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p><p>Lo stalking continua a rappresentare una delle forme più insidiose di violenza psicologica e relazionale, capace di compromettere profondamente la serenità, la libertà personale e la sicurezza delle vittime. Un fenomeno che, nonostante il riconoscimento giuridico e i progressi compiuti negli ultimi anni, richiede ancora un forte impegno sul piano della prevenzione, dell&#8217;informazione e del sostegno alle persone coinvolte.</p>
<p>Su questo tema interviene la dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS, che richiama l&#8217;attenzione sulla necessità di riconoscere tempestivamente i segnali degli atti persecutori e di accompagnare le vittime lungo un percorso di tutela e protezione.</p>
<p>«Lo stalking non è semplicemente un insieme di comportamenti indesiderati, ma una vera e propria aggressione alla libertà individuale», sottolinea Giorlandino. «La reiterazione di telefonate, messaggi, pedinamenti, controlli ossessivi o tentativi continui di contatto può generare nella vittima uno stato di ansia costante, paura e vulnerabilità che incide profondamente sulla qualità della vita».</p>
<p>La normativa italiana, attraverso l&#8217;articolo 612-bis del Codice Penale, definisce come atti persecutori quelle condotte reiterate che provocano nella persona offesa un perdurante e grave stato di ansia o di paura, un fondato timore per la propria incolumità o quella dei propri familiari, oppure la costringono a modificare le proprie abitudini di vita. Un riconoscimento legislativo fondamentale che ha consentito di affrontare in maniera più efficace comportamenti che in passato venivano ricondotti a fattispecie meno gravi, spesso incapaci di garantire una tutela adeguata.</p>
<p>Secondo la Fondazione Artemisia ETS, uno degli aspetti più complessi del fenomeno riguarda proprio la sua natura mutevole. Non esiste infatti un elenco rigido di comportamenti che possano essere automaticamente classificati come stalking: anche gesti apparentemente innocui possono assumere carattere persecutorio quando vengono ripetuti nel tempo contro la volontà della persona destinataria e producono effetti di disagio, intimidazione o paura.</p>
<p>Per questo motivo la prevenzione passa innanzitutto attraverso la consapevolezza. «È fondamentale che le vittime non sottovalutino i primi segnali e non restino sole», evidenzia la presidente della Fondazione. «Chiedere aiuto, rivolgersi alle Forze dell&#8217;Ordine, ai professionisti e alle strutture specializzate può fare la differenza nella gestione del rischio e nella protezione della persona».</p>
<p>Un elemento centrale è inoltre la raccolta delle prove. Conservare messaggi, e-mail, lettere, registrazioni di telefonate, annotare date, orari, luoghi degli episodi e documentare eventuali tentativi di avvicinamento rappresenta un supporto importante sia per l&#8217;attività investigativa sia per la valutazione del livello di rischio. Informazioni che consentono agli operatori di ricostruire il quadro complessivo della situazione e individuare le misure più adeguate per garantire la sicurezza della vittima.</p>
<p>La Fondazione Artemisia ETS ribadisce infine l&#8217;importanza di un approccio multidisciplinare che coinvolga professionisti della salute, esperti legali, psicologi e istituzioni. La lotta allo stalking non può infatti limitarsi all&#8217;intervento repressivo, ma deve comprendere percorsi di assistenza, ascolto e accompagnamento capaci di restituire serenità e autonomia alle persone colpite.</p>
<p>«Contrastare gli atti persecutori significa difendere il diritto di ogni individuo a vivere libero dalla paura», conclude Mariastella Giorlandino. «Solo attraverso informazione, prevenzione e sostegno concreto possiamo costruire una cultura del rispetto e della tutela della persona».</p>
<p>Nessuna vittima deve affrontare da sola il peso dello stalking e della violenza. La Fondazione Artemisia, attraverso il proprio team multidisciplinare composto da professionisti dell’area legale, psicologica e socio-sanitaria, offre ascolto, orientamento e supporto alle persone più fragili. È possibile chiedere aiuto contattando il Numero Verde 800 967 510, attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, oppure consultando il sito della Fondazione Artemisia per ricevere informazioni e assistenza.»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/11/lo-stalking-e-una-ferita-che-va-riconosciuta-e-fermata-la-riflessione-della-dottoressa-mariastella-giorlandino-e-della-fondazione-artemisia-ets/">lo stalking è una ferita che va riconosciuta e fermata. La riflessione della dottoressa Mariastella Giorlandino e della Fondazione Artemisia ETS</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Biennale di Venezia, Pierfranco Bruni: solidarietà al ministro Giuli e richiesta di dimissioni per Gregoretti e Buttafuoco</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/13/biennale-di-venezia-pierfranco-bruni-solidarieta-al-ministro-giuli-e-richiesta-di-dimissioni-per-gregoretti-e-buttafuoco/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=biennale-di-venezia-pierfranco-bruni-solidarieta-al-ministro-giuli-e-richiesta-di-dimissioni-per-gregoretti-e-buttafuoco</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 18:07:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Biennale di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Buttafuoco]]></category>
		<category><![CDATA[Giuli]]></category>
		<category><![CDATA[Gregoretti]]></category>
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<p>l presidente del Centro Studi e Ricerche &#8220;Francesco Grisi&#8221; e già direttore archeologo del Ministero della Cultura, interviene sul caso della Biennale e difende le posizioni del ministro Giuli &#8221;&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="323" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Giuli-p-Bruni-678x323-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Giuli-p-Bruni-678x323-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Giuli-p-Bruni-678x323-1-300x143.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/Giuli-p-Bruni-678x323-1-585x279.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>l presidente del Centro Studi e Ricerche &#8220;Francesco Grisi&#8221; e già direttore archeologo del Ministero della Cultura, interviene sul caso della Biennale e difende le posizioni del ministro Giuli &#8221; Chi non gode più della fiducia di chi lo ha nominato ha il dovere di dimettersi &#8220;</em></p>
<p>Roma, 13 marzo 2026 – “Ciò che sta accadendo sulla Biennale di Venezia è inconcepibile”. Ha dichiarato <strong>Pierfranco Bruni</strong>, presidente del Centro Studi e Ricerche Francesco Grisi. “Inconcepibile perché se un rappresentante nominato da un ministero, o addirittura direttamente dal ministro, non gode più della fiducia di chi lo ha nominato ha il sacrosanto dovere di dimettersi”.<br />
Incalza Pierfranco Bruni, funzionario per decenni del ministero con incarichi apicali di responsabilità in diversi progetti e con diversi governi: “Il ministro <strong>Alessandro Giuli </strong>è perfettamente dalla parte della ragione. Se un membro non offre più una garanzia di fiducia dovrebbe chiedersi: chi rappresento? Cosa ci sto a fare? Cosa programmo? Che tipo di politica culturale posso manifestare?”.<br />
“È un diverbio che sa di beffa”.<br />
Pierfranco Bruni ha le idee chiare: “È vero che si tratta di un’Esposizione internazionale d’arte, ma è altrettanto vero che al centro di tutto ciò c’è un sistema di politica internazionale con il quale bisogna fare i conti. Non si può essere avulsi dal contesto. Non siamo nati ieri e le responsabilità istituzionali sono responsabilità che garantiscono, in questo caso, una rappresentanza del Ministero della Cultura, il quale non può essere contraddetto da chi ha indicato come rappresentante. Mi sembra un paradosso”.<br />
“È logico che la dottoressa <strong>Tamara Gregoretti</strong> rimetta immediatamente il suo mandato e che il presidente <strong>Pietrangelo Buttafuoco</strong> si dimetta. Non è così che si può manifestare una politica culturale”.<br />
Ancora Bruni sottolinea la piena solidarietà al ministro Giuli: “La Gregoretti sbaglia grossolanamente. Dovrebbe chiedersi semplicemente: perché sto qui?”.<br />
Insomma, Pierfranco Bruni, che ha anni di carriera e di lavoro nel Mic, è molto esplicito. Aggiunge: “Il problema non è solo lei. Anche il presidente deve certamente fare un passo indietro. Non è accettabile tutto ciò. Non si tratta di autonomia o di libertà di pensiero. Siamo all’interno di strutture istituzionali e questo non è un fatto da poco in una temperie molto delicata”.</p>
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		<title>Futtitinni. Quando una parola antica diventa l’atto più rivoluzionario del nostro tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2025 14:28:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[attualita’ societa’]]></category>
		<category><![CDATA[Costume]]></category>
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<p>Dal cuore della Sicilia un invito che non è fuga, né disimpegno: è un modo nuovo di stare nel mondo, scegliere l’essenziale e restituire dignità alle relazioni in memoria di&#8230;</p>
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<p class="has-text-align-center">in memoria di mio padre Roberto</p>
<p>C’è una parola che in Sicilia abbiamo respirato fin da piccoli, quasi come un’espressione di famiglia. Una parola che sembra un sospiro, un gesto della mano, un sorriso di chi ne ha viste tante. <em>Futtitinni</em>.</p>
<p>Una “parola” che mi richiama nel cuore e nella mente l’affetto e la relazione con mio padre…. Mentore e accompagnatore di vita….</p>
<p>Per qualcuno è una resa, per altri un “lascia perdere”. Ma se la guardiamo bene, questa parola contiene una saggezza che oggi, forse più di ieri, diventa un vero atto politico, relazionale e umano.</p>
<p>Perché se c’è una cosa che il nostro tempo ci sta insegnando con brutalità è che non possiamo reggere tutto. Non possiamo assorbire ogni pressione, ogni notifica, ogni richiesta, ogni giudizio. Non possiamo sentirci costantemente in colpa se non rispondiamo subito, se non siamo perfetti, se non rientriamo nei canoni di un’efficienza che assomiglia sempre più a una catena di montaggio emotiva.</p>
<p>E allora <em>futtitinni</em> ritorna. Ma non come fuga.Ritorna come un atto di difesa dell’essenziale.</p>
<p>Oggi viviamo dentro un’epoca che confonde l’importanza con il rumore. Le cose che contano scompaiono sotto gli strati di ciò che pretende di contare. È come se la società ci spingesse continuamente verso una competizione senza volto, dove ogni opinione diventa guerra, ogni imperfezione un fallimento, ogni attesa un tradimento.</p>
<p>Eppure, dentro questo caos, c’è un modo per ritrovare il centro: comprendere che non tutto merita la nostra attenzione, il nostro tempo, il nostro cuore.</p>
<p>E qui <em>futtitinni</em> diventa rivoluzione. Non è indifferenza. Non è “me ne vado dal mondo”.È l’opposto: è scegliere di esserci davvero. Chi pratica questo “distacco buono”, infatti, non abbandona le relazioni: le purifica. Non smette di agire: concentra le energie su ciò che vale. Non evita la responsabilità: la riconosce e la alleggerisce da tutto ciò che la distorce.</p>
<p>In un contesto dove il giudizio sociale è diventato una sorveglianza costante, <em>futtitinni</em> è libertà psicologica. È la possibilità di rispondere con dignità e non con ansia. È l’autorizzazione a dire “no” senza sentirsi sbagliati. È la forza di non lasciarsi tirare in mille direzioni fino a perdere sé stessi. E, paradossalmente, è proprio questo che ci rende più presenti, più lucidi e più disponibili agli altri.</p>
<p>La Sicilia, con il suo modo di dire, custodisce un segreto pedagogico:</p>
<ul>
<li>si può essere responsabili senza essere schiacciati.</li>
<li>Si può essere generosi senza annullarsi.</li>
<li>Si può essere impegnati senza diventare prigionieri dell’impegno.</li>
</ul>
<p>Quando un siciliano dice <em>futtitinni</em>, spesso sta dicendo:</p>
<p>“Non fare entrare nel cuore ciò che non merita di abitarlo.”</p>
<p>“Non dare potere a chi vuole toglierti respiro.”</p>
<p>“Proteggi la parte più viva di te.”</p>
<p class="has-text-align-center">È una forma di ecologia interiore.</p>
<p>E forse è proprio questo che manca oggi: un’educazione sentimentale alla leggerezza profonda, quella che non è superficialità, ma arte del discernimento. Quella che distingue tra ciò che è urgente e ciò che è rumoroso, tra ciò che ci costruisce e ciò che ci consuma.</p>
<p>Molti giovani vivono nel paradosso di sentirsi osservati da tutti e visti da nessuno. Anche per loro <em>futtitinni</em>potrebbe essere una porta di uscita da un modello di vita che ti chiede di performare sempre, di mostrare sempre, di giustificarti sempre. È il permesso di respirare. Di sbagliare. Di non essere all’altezza di ogni standard possibile. Di lasciar perdere ciò che non ti fa crescere.</p>
<p>E in questa libertà ritrovata ci si scopre più bravi ad amare, più capaci di ascoltare, più disponibili a costruire comunità vere. Perché la generosità senza radici diventa burnout; la responsabilità senza respiro diventa oppressione; il dono senza limiti diventa sacrificio sterile.</p>
<p>Ecco perché <em>futtitinni</em> non è deresponsabilizzazione. È responsabilità verso sé stessi, che è la condizione minima per la responsabilità verso gli altri.</p>
<p>In un mondo che ti chiede di essere sempre connesso, sempre aggiornato, sempre presente, sempre reattivo… dire <em>futtitinni</em> è come spegnere il rumore e riaccendere la vita.</p>
<p>È scegliere la qualità al posto della quantità. È mettere confini che proteggono e non isolano.È ritrovare la misura giusta del proprio cammino.</p>
<p>Siamo in un tempo in cui la trasformazione passa anche da parole che pensavamo semplici. Ma le parole, quando incontrano la vita vera, diventano strumenti. E quando diventano strumenti, diventano cultura.</p>
<p><em>Futtitinni</em> è una cultura del limite buono. Una pedagogia dell’essenziale. Un invito alla libertà di non farsi travolgere.</p>
<p>E forse, proprio per questo, oggi può essere la risposta più necessaria. Perché solo chi è leggero nel cuore può diventare pesante nella storia. E solo chi si libera di ciò che non conta davvero può trovare la forza di cambiare ciò che conta per tutti.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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