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		<title>UN CENTENARIO AL CENTRO DELLA CRISTIANITÀ. LUNGO I PASSI DI GIUSEPPE MOSCATI </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 16:35:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Moscati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="600" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati.jpg 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati-300x257.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati-585x501.jpg 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Moscati è un Santo nel nostro tempo e mostrarlo spesso con il camice bianco, nelle &#8220;icone&#8221; tradizionali, è la testimonianza di una fisicità quotidiana che si perde comunque nel senso&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/03/un-centenario-al-centro-della-cristianita-lungo-i-passi-di-giuseppe-moscati/">UN CENTENARIO AL CENTRO DELLA CRISTIANITÀ. LUNGO I PASSI DI GIUSEPPE MOSCATI </a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="600" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati.jpg 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati-300x257.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati-585x501.jpg 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p><blockquote><p>Moscati è un Santo nel nostro tempo e mostrarlo spesso con il camice bianco, nelle &#8220;icone&#8221; tradizionali, è la testimonianza di una fisicità quotidiana che si perde comunque nel senso dello sguardo. E non ha bisogno dello specchio. Il Santo che non proviene dal mondo ecclesiale — San Paolo e Agostino sono l&#8217;incipit di un tracciato nel quale la vita vissuta non si perde ma si trasfigura — è l&#8217;umanità della preghiera che non si impone ma che diventa orizzonte sacro della preghiera. Un Santo del nostro tempo? Direi un nostro contemporaneo.</p>
<p>Pierfranco Bruni</p></blockquote>
<p>Lungo i passi di San Giuseppe Moscati e verso il centenario della morte. Si apre così una visione precisa del medico e del Santo.<br />
Un cammino religioso profondo tra antropologia e vissuto. Giuseppe Moscati è nato a Benevento il 25 luglio 1880 e morto a Napoli il 12 aprile 1927. Un percorso nella sua santità e nelle nostre esistenze. Ho scritto tanto su San Giuseppe Moscati. Per le Celebrazioni 2027 sarà pubblicato un nuovo testo che riguarderà spiritualità e misticismo. Ci sono fili che legano e intrecciano e non dimenticano. Mai si dimentica. Un ricordo che è un quotidiano sempre.<br />
Una cronaca. Dettagli di una cristianità. Dunque. Gesù Nuovo. Napoli. Chiesa di San Giuseppe Moscati. È una preghiera costante per chi ha dedicato un libro al medico santo. Il tempo sembra non mutare nulla ma forse ci illudiamo di mutarlo noi. L&#8217;illusione potrebbe raggiungere il delirio ma c&#8217;è la fede in Cristo che ci restituisce il valore della pietà, dell&#8217;attesa e della speranza. San Giuseppe Moscati è una costante e mi pone sempre nella prospettiva dell&#8217;attesa. La scienza, la filosofia, il sacro. E per chi cerca di andare anche oltre il sentimento della contemplazione resta sempre la saggezza e la grande misericordia.<br />
Ricordo spesso una frase di Santa Giuseppina Bakhita: “Sono stanca perché ho due valigie da portare, tutt&#8217;e due pesanti. Una è mia, piena di debiti; l&#8217;altra è piena di meriti di Gesù. Appena sarò sulla porta del Paradiso, coprirò i miei debiti con i meriti della Madonna. Poi aprirò l&#8217;altra valigia e dirò: &#8216;Eterno Padre, ora giudicate per quello che vedete&#8217;”. E spesso pensando a San Giuseppe Moscati mi giungono le parole di Bakhita.<br />
Nella spiritualità del mistero cammina la religiosità che ha i suoi dubbi e le sue verità. Il mistico non ha certezze. Cerca la verità. Chiede, anzi, alla verità di farsi ascoltare soprattutto nei tempi dell&#8217;inquieto vivere come armonia e tremore — Kierkegaard — sia come tragico sentire la vita — Unamuno. La religiosità è dentro la filosofia. Agostino ha precorso i tempi della nostalgia dell&#8217;uomo ma ha anche recuperato il dimenticato. Il mistico e lo &#8220;sciamano&#8221;. Sono due figure che interiorizzano il sentire, l&#8217;ascoltare, il donare. La religiosità dei popoli che è fatta di antropologia ha le sue memorie e i suoi radicamenti. Dal Tibet alla Mecca, da Gerusalemme a Roma. Ma nella profondità di questo &#8220;esercizio&#8221; spirituale mi ritorna la figura carismatica di San Giuseppe Moscati.<br />
La domanda si pone. Perché Giuseppe Moscati? Non è perché ho scritto diverse pagine su questo uomo santo, non è perché il destino — e uso un concetto poco cristiano — lo intreccia ad una data fondamentale, il 1927, che è la cifra, in termini alchemici, per me quasi &#8220;cabalistica&#8221;, non è perché il mio maestro di letteratura lo ha cucito sulla mia pelle e tra gli incavi del mio cuore. Perché, forse, il suo sguardo, nel suo sguardo, mi porta alla serenità contemplante dell&#8217;accettazione e alla profezia che è oltre la speranza. Infatti in Moscati profezia e speranza sono un fraseggio dell&#8217;anima. Un uomo che ha la capacità di assentarsi dalla scienza — perché va oltre gli illuminismi e il post-illuminismo — pur praticandola offrendosi al dono della fede, come mistero e non teologia, è già dentro il mistico che lega il cristiano non al mondo ebraico ma alla contemplazione della preghiera coranica. Nelle sue parole il dato biblico è un incontrare costante con la visione gibranica del Corano.</p>
<p>Moscati è un Santo nel nostro tempo e mostrarlo spesso con il camice bianco, nelle &#8220;icone&#8221; tradizionali, è la testimonianza di una fisicità quotidiana che si perde comunque nel senso dello sguardo. E non ha bisogno dello specchio. Il Santo che non proviene dal mondo ecclesiale — San Paolo e Agostino sono l&#8217;incipit di un tracciato nel quale la vita vissuta non si perde ma si trasfigura — è l&#8217;umanità della preghiera che non si impone ma che diventa orizzonte sacro della preghiera. Un Santo del nostro tempo? Direi un nostro contemporaneo.<br />
Il Cristiano e l&#8217;Islam, nella cultura laica, sono nella santità del dialogo della vicinanza. Ciò che uccide il mistero è, a volte, la teologia. Il sacro è il respiro dell&#8217;anima. È il sentire e non l&#8217;ascoltare. Il sacro è l&#8217;emozione nel sentire. La teologia è l&#8217;ascoltare non trasgredendo le regole. Il mistero non ha regole. Perché il mistico vive nella ricerca della verità convivendo con il dubbio non della fede in Dio ma in quel dubbio pascaliano — che è deserto e risveglio — ripreso da Mauriac in tempo di crolli esistenziali della coscienza.<br />
San Giuseppe Moscati è sì un santo popolare, ma questo concetto di vivere il sentimento del &#8220;popolare&#8221; lo pone non nella dimensione della ragione. Anzi lo allontana dalla ragione. D&#8217;altronde il suo colloquiare con Bartolo Longo, e Pompei è una testimonianza, resta una testimonianza ontologica in quella metafisica fatta di azioni come è la storia di Natuzza Evolo — della quale ho avuto modo già di parlare. A volte è come se la fede e il mistero si svolgessero fuori dalle Chiese. Io che non vivo la Chiesa come teologia e come Regola cerco di leggere in Moscati il Santo del popolare che lega il travaglio di Padre Pio e il conflitto subìto da Natuzza.<br />
Il Santo è oltre la Chiesa istituzione pur restando nella Chiesa misericordia. La Napoli di San Giuseppe Moscati non è la Napoli della Chiesa istituzione, ma piuttosto la Napoli della santità popolare che non si pone come uomo di &#8220;teologali&#8221; atti ma come mistero, fede e carità. La sua azione è una costante misericordia. Se si può tentare un confronto, oggi, con Natuzza è che Moscati fa della sua fede un esercizio nelle azioni mentre Natuzza è la spiritualità che si fa profezia. Così entrambi vivono dentro una antropologia dell&#8217;umanesimo popolare che ha come punto di riferimento &#8220;nel nome di Cristo in Dio&#8221;, insegnamento paolino fondamentale. Ma non c&#8217;è dubbio che Moscati vede nella Chiesa il punto di riferimento alto. Natuzza, invece, pur nel suo sentiero mistico, è allontanata dalla Chiesa istituzione e subisce le mortificazioni e le ferite nel sacrificio che ha subito Padre Pio con una differenza di fondo. Natuzza è una laica. Padre Pio no. Moscati è l&#8217;equilibrio nella santità raggiunta.<br />
Diceva Bakhita: &#8220;Guardate e vedete quanto misteriose sono le vie della Provvidenza di Dio e quando grande è la Sua misericordia&#8221;. Quella misericordia nelle azioni e nelle parole di Moscati. Quella misericordia negli angeli di Natuzza. Quella misericordia nella grazia di Padre Pio. In fondo in Moscati c&#8217;è lo stesso filo che lega Bakhita alla sofferenza del suo popolo. Una sofferenza che si risolve nella Provvidenza. Lungo le ricordanze del centenario ritorneranno figure, personaggi, città e pensieri. Moscati è il riferimento che unisce il viaggio francescano al mondo paolino. Senza mai dimenticare che la religiosità di Moscati è rivelazione di una profonda antropologia dell&#8217;umanesimo. Qui il laico incontra la Provvidenza. Si fa salvezza. Si fa misericordia. Un nuovo lavoro dentro il cammino cristiano.</p>
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		<title>Resistenza a farmaci in cancro rene e fegato, studio apre nuove vie Università Tor Vergata in lavoro internazionale, ‘il punto debole nei nuovi percorsi metabolici’</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 12:56:00 +0000</pubDate>
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<p>Roma, 3 set. (Adnkronos Salute) &#8211; Le cellule tumorali, per adattarsi alle condizioni avverse e resistere alle terapie anticancro, sono in grado di modificare i processi cellulari volti a produrre&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="750" height="420" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/laboratorio_adobestock_comm.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/laboratorio_adobestock_comm.jpg 750w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/laboratorio_adobestock_comm-300x168.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/laboratorio_adobestock_comm-585x328.jpg 585w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p><p>Roma, 3 set. (Adnkronos Salute) &#8211; Le cellule tumorali, per adattarsi alle condizioni avverse e resistere alle terapie anticancro, sono in grado di modificare i processi cellulari volti a produrre l’energia necessaria per la sopravvivenza, ovvero cambiare il proprio metabolismo. L’utilizzo di nuove vie metaboliche che favoriscono la sopravvivenza, può però trasformarsi in un punto debole, un possibile tallone d’Achille per il tumore che può essere colpito con nuove strategie terapeutiche. È quanto emerge da uno studio recentemente pubblicato sulla rivista scientifica ‘Nature Communications’ condotto nell&#8217;ambito di una collaborazione internazionale coordinata da Giuseppe Filomeni, professore associato di Biochimica presso il dipartimento di Biologia dell’università di Roma Tor Vergata e direttore di ricerca presso il Danish Cancer Institute di Copenaghen, che vede, tra i principali ricercatori coinvolti &#8211; riferisce l’ateneo in una nota &#8211; Chiara Pecorari che, dopo la laurea in Biologia a Roma Tor Vergata, ha proseguito la propria ricerca al Danish Cancer Institute, dove ha conseguito il dottorato e dove è nato il lavoro alla base dello studio.Lo studio focalizzato sul tumore del rene e del fegato ha individuato un meccanismo attraverso il quale cellule di cancro modificano il proprio metabolismo per sopravvivere alle terapie. “Una delle principali difficoltà nella cura dei tumori è infatti la capacità delle cellule tumorali di sviluppare resistenza ai farmaci – spiega Filomeni &#8211; Un farmaco può inizialmente essere efficace, ma alcune cellule riescono a sopravvivere e possono acquisire caratteristiche che le rendono progressivamente più difficili da eliminare. Il nostro studio mostra come alcuni cambiamenti del metabolismo cellulare possano contribuire alla loro resistenza”.Al centro del meccanismo individuato dai ricercatori c’è la perdita di una proteina (Akr1A1). Questa mutazione determina un cambiamento del metabolismo nelle cellule di tumore del rene e del fegato, e porta, tra gli altri effetti, all&#8217;accumulo di metilgliossale, una molecola altamente reattiva che può essere spontaneamente prodotta all’interno del nostro organismo.L’aumento di metilgliossale &#8211; chiariscono gli autori &#8211; contribuisce a rinforzare i meccanismi cellulari di risposta allo stress che, in ultimo, favoriscono la sopravvivenza delle cellule tumorali e la resistenza ai farmaci normalmente in uso per il trattamento del cancro renale ed epatico. Lo stesso adattamento che offre un vantaggio alle cellule tumorali crea però una nuova vulnerabilità: in quantità elevate, infatti, il metilgliossale può diventare dannoso per la cellula che quindi diventa particolarmente dipendente dal sistema deputato alla sua neutralizzazione.“Negli esperimenti condotti nello studio – continua Filomeni – interferire con questi sistemi ha reso nuovamente vulnerabili cellule tumorali resistenti ai farmaci normalmente utilizzati per il loro trattamento”. L&#8217;effetto è stato osservato sia in modelli cellulari derivati da tumori umani sia in modelli preclinici. “Il principio è relativamente semplice: una cellula tumorale acquisisce mutazioni che possono cambiare il suo metabolismo. Se questo cambiamento da una parte permette alla cellula di adattarsi e resistere ai trattamenti, dall’altro ha un costo &#8211; precisa &#8211; Per sopravvivere diventa infatti sempre più dipendente da un&#8217;altra via metabolica. Colpire questa dipendenza può quindi trasformare un vantaggio acquisito dal tumore in un suo punto debole”.Questo &#8211; conclude la nota -non significa che sia già disponibile una nuova terapia per i pazienti. I risultati dovranno essere ulteriormente validati e sarà necessario comprendere quali tumori e quali pazienti possano beneficiare maggiormente di questo approccio. Lo studio indica però una possibile strada per lo sviluppo futuro di strategie terapeutiche combinate, nelle quali i trattamenti antitumorali possono essere affiancati da farmaci capaci di colpire le nuove dipendenze metaboliche sviluppate dalle cellule resistenti.</p>
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		<title>Stress da rientro? Lo psichiatra: &#8220;La verità è che non ci siamo mai assentati&#8221; Barretta (Centro Noesis di Napoli), &#8216;chi torna stanco da due o tre settimane di ferie non ha un disturbo, ha una vacanza che non è mai cominciata&#8217;</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 12:26:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva.jpg 1280w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-300x200.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-1024x682.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-768x512.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-1170x780.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-585x390.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-263x175.jpg 263w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Roma, 3 set. (Adnkronos Salute) &#8211; La sindrome da rientro &#8220;non è una diagnosi: è il conto di un&#8217;estate in cui non ci siamo mai assentati&#8221;. Lo afferma Vincenzo Barretta,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/03/stress-da-rientro-lo-psichiatra-la-verita-e-che-non-ci-siamo-mai-assentati-barretta-centro-noesis-di-napoli-chi-torna-stanco-da-due-o-tre-settimane-di-ferie-non-ha-un-disturbo-ha-una-vacan/">Stress da rientro? Lo psichiatra: &#8220;La verità è che non ci siamo mai assentati&#8221; Barretta (Centro Noesis di Napoli), &#8216;chi torna stanco da due o tre settimane di ferie non ha un disturbo, ha una vacanza che non è mai cominciata&#8217;</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva.jpg 1280w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-300x200.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-1024x682.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-768x512.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-1170x780.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-585x390.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/lavoratore_stressato_canva-263x175.jpg 263w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p><p>Roma, 3 set. (Adnkronos Salute) &#8211; La sindrome da rientro &#8220;non è una diagnosi: è il conto di un&#8217;estate in cui non ci siamo mai assentati&#8221;. Lo afferma Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli per la salute emotiva e comportamentale, commentando la “formula” che ogni fine agosto sembra voler collocare lo stress post-vacanze e la fatica del rientro tra le condizioni cliniche. Quella sindrome, ricorda lo psichiatra, &#8220;non compare in alcun sistema diagnostico riconosciuto, e non per una svista dei classificatori: il riadattamento a una routine dopo un&#8217;interruzione è un processo ordinario, con una fisiologia propria e una durata breve&#8221;. Chiamarlo &#8220;sindrome&#8221; ha, per Barretta, un costo doppio: &#8220;Induce a leggere come malattia ciò che malattia non è, e sottrae parole e attenzione al disagio che in autunno emerge davvero, con ben altra consistenza e con assai minore spazio mediatico&#8221;. &#8220;Ogni settembre discutiamo per giorni di una condizione che non esiste, mentre di quelle che esistono non parliamo quasi mai &#8211; spiega Barretta -. Il paradosso è che questo eccesso di allarme su un fenomeno normale finisce per rendere meno riconoscibile il disagio vero, quello che non si esaurisce in due settimane e che meriterebbe una risposta clinica&#8221;.  Resta però la questione di fondo, e lo psichiatra la considera la più scomoda: se il rientro è un processo ordinario, occorre chiedersi perché oggi pesi più di ieri. La risposta, sostiene, non sta nel rientro ma in ciò che lo ha preceduto: &#8220;Le ferie hanno funzionato storicamente come discontinuità, un intervallo in cui il contesto lavorativo diventava temporaneamente irraggiungibile. Quella condizione è largamente venuta meno: la posta resta consultabile, le conversazioni professionali proseguono sulle stesse applicazioni e sugli stessi social che ospitano quelle familiari, la reperibilità si frammenta in micro-intrusioni che nessuno contabilizza come lavoro perché durano pochi secondi&#8221;.&#8221;Chi torna stanco da due o tre settimane di ferie &#8211; osserva il direttore scientifico del Centro Noesis &#8211; non ha un disturbo. Ha una vacanza che non è mai cominciata. Ad agosto possiamo cambiare luogo, ma non cambiamo ambiente. Quello in cui si svolge gran parte della nostra vita lavorativa e relazionale è un ambiente immateriale che non ha coordinate geografiche, si sposta con noi, e nessun chilometro lo attenua. Chi rientra da tre settimane di connessione ininterrotta non sta reagendo male al ritorno, sta registrando tutto insieme il costo di una continuità che non ha mai interrotto&#8221;. Da qui una riformulazione della domanda pubblica che Barretta considera più utile di ogni decalogo sul rientro graduale. &#8220;La questione non è come sopravvivere a settembre, ma se siamo ancora capaci di andarcene», sottolinea. «Non riguarda la resilienza di chi torna al lavoro con fatica, riguarda la possibilità concreta, organizzativa e culturale, di costruire intervalli reali&#8221;.Su questo terreno l&#8217;esperto chiama in causa &#8220;il diritto alla disconnessione, inalienabile del lavoratore e non una concessione&#8221; negoziabile. &#8220;Il diritto al riposo, se l&#8217;ambiente immateriale resta accessibile &#8211; rimarca Barretta &#8211; in ogni ora e in ogni luogo, è un diritto svuotato. Riconoscere la disconnessione come diritto inalienabile significa restituire alle ferie e al fine giornata la sostanza che avevano: non un permesso a rispondere più lentamente, ma la garanzia che ci sia un tempo in cui nessuno è raggiungibile&#8221;.Una tutela di questo tipo, avverte però Barretta, non basta da sola: &#8220;Nessuna norma protegge chi non ha strumenti per abitare consapevolmente l&#8217;ambiente immateriale. Accanto al diritto serve un&#8217;educazione al benessere che comprenda il benessere digitale, e che parta dalla scuola e dai contesti familiari prima ancora che dai luoghi di lavoro. Solo così la salute emotiva e comportamentale smette di essere una questione individuale di resistenza e torna a essere ciò che è: una responsabilità collettiva&#8221;.</p>
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		<title>Diabete di tipo 2 e tabagismo, una nuova guida per smettere Dal Coehar le prime raccomandazioni al mondo per la cessazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 10:18:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free.jpeg 1280w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-1024x682.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Roma, 3 set. (Adnkronos Salute) &#8211; Per la prima volta, un panel internazionale di esperti ha elaborato raccomandazioni specificamente dedicate alla cessazione del fumo nelle persone con diabete di tipo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free.jpeg 1280w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-1024x682.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/sigarette_spezzate_free-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p><p>Roma, 3 set. (Adnkronos Salute) &#8211; Per la prima volta, un panel internazionale di esperti ha elaborato raccomandazioni specificamente dedicate alla cessazione del fumo nelle persone con diabete di tipo 2. L’iniziativa, ideata e coordinata dal Center of Excellence for the Acceleration of Harm Reduction (CoEHAR) dell’Università degli Studi di Catania, ha coinvolto 35 esperti provenienti da 13 Paesi e cinque continenti. &#8220;Le raccomandazioni, pubblicate sulla rivista scientifica &#8216;Diabetes Research and Clinical Practice&#8217; &#8211; informa una nota &#8211; nascono per colmare una lacuna ancora presente nella gestione clinica del diabete. Sebbene smettere di fumare sia universalmente raccomandato alle persone con diabete, fino ad oggi sono mancate indicazioni organiche e specifiche su come intervenire, quali trattamenti utilizzare e come monitorare il paziente dopo la cessazione&#8221;. Il DiaSmokeFree Working Group &#8211; si legge &#8211; ha elaborato 34 raccomandazioni basate sulle evidenze disponibili, che affrontano trattamento farmacologico, supporto comportamentale, prevenzione delle ricadute, monitoraggio metabolico e possibili interazioni tra fumo e farmaci.Tra le principali indicazioni: &#8220;considerare la cessazione del fumo una componente essenziale e routinaria della gestione del diabete di tipo 2; offrire la vareniclina come trattamento farmacologico di prima linea, ove disponibile, valutando terapia sostitutiva con nicotina o bupropione quando appropriato; associare il trattamento farmacologico a un supporto comportamentale strutturato e continuativo; rivalutare il paziente precocemente dopo la cessazione, in particolare entro due e quattro settimane, monitorando glicemia, peso, pressione arteriosa e terapia farmacologica; integrare percorsi dedicati alla cessazione all’interno dei servizi diabetologici, favorendo referral e coordinamento multidisciplinare; ampliare la ricerca sulle strategie di cessazione specifiche per il diabete, valutando anche approcci emergenti come i farmaci agonisti del recettore Glp-1, le sigarette elettroniche e gli strumenti digitali, per i quali sono ancora necessarie evidenze più solide prima di formulare raccomandazioni cliniche definitive&#8221;.Il fumo aumenta &#8220;in modo significativo il rischio cardiovascolare, cerebrovascolare e di altre complicanze nelle persone con diabete di tipo 2. Smettere di fumare &#8211; riferisce la nota &#8211; riduce questi rischi, ma può determinare nel breve periodo variazioni del controllo glicemico, del peso corporeo e del metabolismo di alcuni farmaci. Per questo le nuove raccomandazioni considerano la cessazione non come un semplice consiglio sullo stile di vita, ma come un vero percorso clinico da accompagnare&#8221; e monitorare. &#8220;Per la prima volta i clinici dispongono di indicazioni complete e concretamente applicabili, pensate specificamente per una popolazione ad alto rischio che è stata trascurata per troppo tempo &#8211; dichiara Riccardo Polosa, ideatore e coordinatore dell’iniziativa -. Trasformiamo così il semplice “dovresti smettere di fumare” in un vero percorso clinico per aiutare le persone con diabete a smettere in modo sicuro ed efficace&#8221;. Il Coehar &#8220;ha identificato un bisogno clinico ancora poco affrontato e ha riunito competenze internazionali per trasformare le evidenze disponibili in indicazioni utilizzabili nella pratica. Il prossimo obiettivo sarà favorirne l’implementazione nei percorsi assistenziali&#8221; conclude Giovanni Li Volti, direttore del Coehar.</p>
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		<title>Benessere sessuale e fertilità, a Catania torna l’Happy Love Day Il 4 settembre Open Day nei consultori familiari</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 10:16:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="631" height="396" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/immagine.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/immagine.png 631w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/immagine-300x188.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/immagine-585x367.png 585w" sizes="(max-width: 631px) 100vw, 631px" /></p>
<p>Roma, 3 set. (Adnkronos Salute) &#8211; Ritorna anche quest’anno l’Happy Love Day, l’Open Day organizzato dall’Uoc Coordinamento territoriale Materno-infantile dell’Asp di Catania nei Consultori familiari, in occasione della Giornata mondiale&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/03/benessere-sessuale-e-fertilita-a-catania-torna-lhappy-love-day-il-4-settembre-open-day-nei-consultori-familiari/">Benessere sessuale e fertilità, a Catania torna l’Happy Love Day Il 4 settembre Open Day nei consultori familiari</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="631" height="396" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/immagine.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/immagine.png 631w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/immagine-300x188.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/immagine-585x367.png 585w" sizes="(max-width: 631px) 100vw, 631px" /></p><p>Roma, 3 set. (Adnkronos Salute) &#8211; Ritorna anche quest’anno l’Happy Love Day, l’Open Day organizzato dall’Uoc Coordinamento territoriale Materno-infantile dell’Asp di Catania nei Consultori familiari, in occasione della Giornata mondiale del benessere sessuale (World Sexual Health Day), promossa dalla World Association for Sexual Health (Was) e condivisa dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il 4 settembre &#8211; informa una nota &#8211; tutti i Consultori familiari dell’Asp di Catania apriranno le porte alla comunità, con accesso libero e gratuito per tutta la giornata e senza necessità di prenotazione. L’iniziativa è dedicata al benessere sessuale, alla fertilità e alla prevenzione e offre ai cittadini la possibilità di ricevere informazioni, confrontarsi con i professionisti e conoscere più da vicino i servizi consultoriali. &#8220;Entra, chiedi, esci con una risposta&#8221; è il messaggio scelto per la giornata: senza appuntamento, senza costi e senza imbarazzo, sarà possibile parlare direttamente con un professionista. L’obiettivo è anche rafforzare il rapporto tra servizi e comunità e promuovere una maggiore consapevolezza sulla salute sessuale e riproduttiva nelle diverse fasi della vita.L’Happy Love Day  &#8211; si legge &#8211; rappresenta &#8220;un’occasione per promuovere la prevenzione, favorire una maggiore consapevolezza sulla fertilità e sulla salute sessuale e contribuire a superare tabù e difficoltà che possono ostacolare il confronto con i professionisti&#8221;. Nel corso della giornata sarà presente il &#8220;team multidisciplinare al completo dei Consultori familiari: ginecologi, ostetriche, psicologi e assistenti sociali saranno a disposizione per rispondere alle domande dei cittadini e fornire informazioni e orientamento. Particolare attenzione sarà dedicata ai temi della fertilità, della prevenzione e della salute sessuale, con informazioni rivolte alle persone nelle diverse età della vita&#8221;. Sono previsti inoltre momenti di confronto, incontri e video informativi sui temi del benessere sessuale e riproduttivo.Una particolare attenzione sarà rivolta ai più giovani. Nei Consultori Familiari è infatti &#8220;presente lo Spazio Giovani, uno spazio riservato agli adolescenti dai 14 ai 18 anni, nel quale trovare ascolto, informazioni e il supporto dei professionisti&#8221;. Le attività sono finalizzate a favorire una maggiore conoscenza e consapevolezza sui temi della crescita, della socialità, della sessualità, della procreazione responsabile e del rispetto del proprio corpo e della propria identità.L’Happy Love Day 2026 si inserisce nel percorso di promozione della salute e dei corretti stili di vita portato avanti dai Consultori familiari dell’Asp di Catania. I Consultori rappresentano un punto di riferimento territoriale per la tutela della salute della donna, per la salute nell’età evolutiva e nell’adolescenza e per il sostegno alle relazioni di coppia e familiari. Sono inoltre importanti porte d’ingresso per la prevenzione e per i percorsi di screening oncologico, in particolare per la prevenzione del tumore del collo dell’utero.L’attività dei Consultori &#8220;si integra con la rete territoriale dell’Asp e con le Case della Comunità, secondo un modello di assistenza sempre più vicino alle persone, orientato a intercettare precocemente i bisogni di salute, facilitare l’accesso alla prevenzione e accompagnare i cittadini attraverso l’integrazione tra professionisti e servizi&#8221;. Per individuare il Consultorio familiare più vicino e consultare l’elenco delle sedi è possibile visitare il sito aspct.it, nelle pagine dedicate ai Consultori familiari.</p>
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		<title>Caldo estremo e aule roventi, l&#8217;appello dei medici dell&#8217;ambiente: &#8220;Rinviare l&#8217;apertura delle scuole al Sud&#8221;</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/03/caldo-estremo-e-aule-roventi-lappello-dei-medici-dellambiente-rinviare-lapertura-delle-scuole-al-sud/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=caldo-estremo-e-aule-roventi-lappello-dei-medici-dellambiente-rinviare-lapertura-delle-scuole-al-sud</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 10:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Redazione]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="918" height="612" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/scuola.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/scuola.jpeg 918w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/scuola-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/scuola-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/scuola-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/scuola-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 918px) 100vw, 918px" /></p>
<p>Roma, 3 set. (Adnkronos Salute) &#8211; In concomitanza con la riapertura degli istituti scolastici è in arrivo in Italia la sesta ondata di caldo estremo &#8220;che renderà le aule roventi&#8230;</p>
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		<title>Rischio demenza, protezione del cervello potrebbe iniziare a tavola: lo studio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 10:10:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[salute]]></category>
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<p>Roma, 3 set. (Adnkronos Salute) &#8211; L&#8217;alimentazione potrebbe essere uno scudo contro la demenza. &#8220;Può influire in modo significativo sulle probabilità di sviluppare la demenza in età avanzata&#8221;. Lo rileva&#8230;</p>
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		<title>Vivere sotto stalking: quando la paura entra nella quotidianità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 08:12:21 +0000</pubDate>
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<p>Il racconto in prima persona della dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS: lo stalking non è soltanto una sequenza di atti persecutori, ma una presenza costante che limita&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/03/vivere-sotto-stalking-mariastella-giorlandino-racconta-la-paura-che-entra-nella-quotidianita/">Vivere sotto stalking: quando la paura entra nella quotidianità</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Mi chiamo Mariastella Giorlandino e so cosa significa vivere sotto stalking.<br />
Significa aprire gli occhi al mattino e domandarsi che cosa potrebbe accadere durante la giornata. Significa controllare il telefono con inquietudine, guardarsi intorno prima di uscire, prestare attenzione a una macchina ferma, a un volto intravisto più volte, a un messaggio inatteso. Azioni che per gli altri sono normali diventano valutazioni continue del pericolo.</p>
<p class="wp-block-paragraph">Lo stalking non è fatto soltanto di telefonate, messaggi, pedinamenti o minacce. È una forma di violenza che si insinua progressivamente nella vita della vittima e ne modifica le abitudini, i rapporti familiari, il lavoro e perfino il modo di percepire se stessa. Non sempre lascia segni visibili, ma produce ferite profonde: paura, insonnia, ansia, senso di impotenza e isolamento.</p>
<p class="wp-block-paragraph">La parte più difficile è spiegare agli altri questa condizione. Da fuori, ogni singolo episodio può apparire trascurabile. Una telefonata, una presenza, una frase ambigua o un incontro apparentemente casuale possono sembrare fatti insignificanti. Ma chi li subisce conosce il filo che li unisce. Sa che non sono episodi isolati, bensì tasselli di una persecuzione ripetuta che comunica un messaggio preciso: «Posso raggiungerti, posso controllarti, posso entrare nella tua vita quando voglio».</p>
<p class="wp-block-paragraph">Vivere sotto stalking significa perdere, poco alla volta, la propria spontaneità. Si cambiano percorsi, orari e abitudini. Si evita di andare da soli in alcuni luoghi. Si rinuncia a occasioni di lavoro o momenti di serenità. Anche la famiglia viene coinvolta, perché la paura non riguarda più soltanto la propria sicurezza, ma quella delle persone amate.</p>
<p class="wp-block-paragraph">A tutto questo si aggiunge spesso un’altra sofferenza: il timore di non essere creduti. La vittima può sentirsi costretta a dimostrare continuamente ciò che sta vivendo, a conservare messaggi, annotare episodi, ricordare date e ricostruire ogni dettaglio. Mentre avrebbe bisogno di protezione, deve trovare la forza di trasformare la propria angoscia in prove comprensibili agli altri.</p>
<p class="wp-block-paragraph">Io ho scelto di raccontare questa esperienza perché il silenzio protegge soltanto chi perseguita. Parlare, invece, può aiutare altre persone a riconoscere i segnali e a comprendere che non stanno esagerando, che la paura non è una colpa e che chiedere aiuto non rappresenta una debolezza. come presidente della Fondazione Artemisia ETS, conosco il valore dell’ascolto. Una persona perseguitata non deve essere giudicata, colpevolizzata o invitata semplicemente a «non pensarci». Deve essere accolta, creduta e accompagnata attraverso un percorso che coinvolga, quando necessario, professionisti sanitari, psicologi, avvocati e autorità competenti.</p>
<p class="wp-block-paragraph">È importante intervenire prima che la persecuzione diventi ancora più grave. Ogni segnalazione deve essere considerata con attenzione, perché dietro comportamenti apparentemente minori può nascondersi un’escalation capace di mettere in pericolo la sicurezza e la vita della vittima.<br />
La libertà non consiste soltanto nel poter uscire di casa. È anche poterlo fare senza paura. È poter lavorare, incontrare una persona, rispondere al telefono o accompagnare i propri figli senza sentirsi osservati. Lo stalking sottrae proprio questa libertà, giorno dopo giorno.</p>
<p class="wp-block-paragraph">Raccontare ciò che significa vivere sotto stalking non vuol dire chiedere compassione. Vuol dire reclamare il diritto alla sicurezza, alla dignità e a una vita libera dalla paura. Vuol dire ricordare a ogni vittima che non è sola e che nessuno deve rassegnarsi a convivere con la persecuzione.<br />
La paura può entrare nella quotidianità, ma non deve diventarne la padrona. Denunciare, chiedere aiuto e trovare persone capaci di ascoltare rappresentano il primo passo per riprendersi la propria vita.</p>
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dott.ssa Mariastella Giorlandino<br />
Presidente della Fondazione Artemisia ETS</strong></p>
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		<title>La sanità privata accreditata è Servizio sanitario nazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 07:59:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Enti e Ospedalità Private]]></category>
		<category><![CDATA[Poliambulatori]]></category>
		<category><![CDATA[Sanita’ tariffe]]></category>
		<category><![CDATA[Uap]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Nazionale Ambulatori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm.jpeg 1280w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>&#160; di MARIASTELLA GIORLANDINO* Quando parliamo di sanità privata accreditata continuiamo spesso a utilizzare un linguaggio che descrive due mondi: da una parte la sanità pubblica, dall’altra quella privata, chiamata&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/03/la-sanita-privata-accreditata-e-servizio-sanitario-nazionale/">La sanità privata accreditata è Servizio sanitario nazionale</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm.jpeg 1280w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/giorlandino_uap_comm-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p><p>&nbsp;</p>
<p>di MARIASTELLA GIORLANDINO*</p>
<p>Quando parliamo di sanità privata accreditata continuiamo spesso a utilizzare un linguaggio che descrive due mondi: da una parte la sanità pubblica, dall’altra quella privata, chiamata eventualmente a intervenire quando il pubblico non riesce a rispondere. È una rappresentazione che non corrisponde alla realtà del Servizio sanitario nazionale. La responsabilità della tutela della salute è e deve restare pubblica. Pubbliche devono essere la programmazione, la definizione dei bisogni, le regole, i controlli e la garanzia dei livelli essenziali di assistenza. Ma il SSN eroga concretamente le cure attraverso una rete composta da strutture pubbliche e strutture private accreditate. Il privato accreditato integra, non sostituisce il pubblico. Ma proprio perché opera all’interno della programmazione pubblica e concorre all’erogazione dei LEA, è una componente del Servizio sanitario nazionale.</p>
<p>Non è una questione nominalistica. Da questa consapevolezza dipende il modo in cui programmiamo risorse, investimenti, tariffe e capacità assistenziale. Nel 2024 l’assistenza erogata da soggetti privati accreditati ha assorbito circa il 17% della spesa complessiva del SSN. L’accreditato assicura, nel contempo, circa il 28% dei ricoveri e assume un peso ancora maggiore in alcuni settori, oltre a rappresentare una componente strutturale della specialistica ambulatoriale e della diagnostica. Queste grandezze misurano fenomeni diversi ma dicono qualcosa di difficilmente contestabile: con meno di un quinto delle risorse complessive del SSN, la sanità privata accreditata rappresenta una quota essenziale della capacità assistenziale del sistema. Il punto, allora, non è stabilire se questa capacità debba essere pubblica o privata. La questione è se siamo capaci di programmarla e utilizzarla insieme alla capacità pubblica.</p>
<p>Qui emerge uno dei problemi strutturali. Pubblico e privato accreditato investono entrambi in personale, tecnologie, diagnostica e strutture. Ma troppo spesso queste capacità vengono programmate e utilizzate come se appartenessero a sistemi separati. Il risultato può essere paradossale: capacità assistenziale disponibile da una parte e cittadini in attesa dall’altra. Se una struttura pubblica può garantire la prestazione nei tempi clinicamente necessari, deve farlo. Ma se non può e nella rete privata accreditata esiste capacità disponibile, quella dovrebbe poter essere utilizzata dal SSN sotto programmazione e controllo. La questione delle liste d’attesa è più complessa. Pesano la disponibilità di personale, l’appropriatezza delle prescrizioni, l’organizzazione delle agende, il funzionamento dei CUP e la distribuzione territoriale dell’offerta.</p>
<p>Ma anche il mancato coordinamento della capacità pubblica e privata accreditata ha un costo. Se una capacità esistente rimane inutilizzata mentre il cittadino aspetta, il sistema non sta utilizzando in modo efficiente gli investimenti e le risorse. Questa prospettiva permette di leggere diversamente anche il confronto sul nuovo nomenclatore tariffario. La tariffa non è semplicemente «quanto lo Stato dà al privato». È il valore economico attribuito a una prestazione che il SSN deve garantire. Se quel valore è inferiore al costo efficiente necessario per produrla, il problema riguarda entrambe le componenti. Nel privato accreditato una sotto-remunerazione strutturale può ridurre investimenti e capacità di erogazione. Ma neppure nell’ospedale pubblico il costo scompare. Per questo una tariffa incongrua non è necessariamente un risparmio per il SSN. Può significare che un costo reale viene semplicemente trasferito altrove nel sistema.</p>
<p>È la stessa ragione per cui UAP sostiene che il problema del nomenclatore non possa essere presentato come una rivendicazione economica della sola sanità privata. C’è poi un secondo problema: le differenze territoriali. Le Regioni possono, a determinate condizioni, utilizzare risorse proprie per riconoscere valori superiori al riferimento nazionale. Ma non tutte dispongono degli stessi margini finanziari. Dal confronto svolto da UAP emerge che 77 tariffe regionali su 80 risultano superiori alle corrispondenti tariffe nazionali; 12 sono inferiori. Il fatto che alcune tariffe regionali siano persino inferiori dimostra che non si è proceduto a un aumento generalizzato e pone una domanda: perché una ricostruzione analitica dei costi produce valori superiori a quelli nazionali?</p>
<p>E apre un problema di uguaglianza. Una Regione finanziariamente solida dispone di maggiori possibilità di intervenire quando ritiene insufficiente il riferimento nazionale. Una Regione con un sistema sanitario in difficoltà, o una sottoposta a piano di rientro, opera entro margini più ristretti. Il rischio è che la stessa prestazione LEA possa essere economicamente sostenibile in una Regione e molto meno in un’altra. A quel punto il nomenclatore oltre che problema economico diventa un problema di uguaglianza nell’accesso alle cure.</p>
<p>Occorre allora cambiare la domanda da cui parte la programmazione. Di quali cure hanno bisogno i cittadini, quale capacità assistenziale abbiamo a disposizione, dove può essere erogata la prestazione e con quali risultati? Questo significa rendere più trasparenti i criteri con cui vengono attribuiti i budget regionali. La soluzione non è indebolire il pubblico. È l’opposto. Serve un pubblico più forte nella programmazione, capace di conoscere domanda e offerta, coordinare gli investimenti, evitare duplicazioni, controllare qualità e utilizzare tutte le capacità che fanno parte della rete del SSN.</p>
<p>Sono queste le considerazioni che UAP porterà il 9 settembre all’attenzione della stampa nazionale, insieme ai Presidenti delle Associazioni aderenti all’Unione. Abbiamo scelto di non invitare rappresentanti politici. Non per polemica, bensì per l’esperienza maturata negli ultimi mesi. Abbiamo rappresentato ripetutamente alle Istituzioni le criticità del sistema tariffario, formulato proposte, chiesto confronti e sollecitato interventi. Abbiamo ricevuto attenzione e impegni, misuratisi alla prova dei fatti. È difficile non leggere questa distanza tra dichiarazioni e azioni come il segno di un evidente disinteresse per una problematica che incide direttamente sulla capacità del SSN di garantire le cure.</p>
<p>Per questo il 9 settembre vogliamo mettere dati, problemi e proposte davanti all’opinione pubblica attraverso la stampa. Non è più il momento di raccogliere dichiarazioni di disponibilità: è il momento di chiedere risposte verificabili e decisioni conseguenti. Difendere la sanità pubblica significa renderla forte nella programmazione e nei controlli. Riconoscere il ruolo della sanità privata accreditata significa preservare e utilizzare razionalmente una capacità assistenziale che già concorre all’erogazione dei LEA. Sono due aspetti della stessa responsabilità pubblica: garantire ai cittadini le cure necessarie, con qualità e nei tempi appropriati, utilizzando nel modo più efficiente le risorse disponibili. È in questo senso che UAP propone di superare definitivamente la tradizionale contrapposizione tra pubblico e privato accreditato e sintetizza la propria posizione nella formula «Pubblico + privato accreditato = SSN: un solo sistema, un solo diritto alla cura».</p>
<p>*Presidente UAP Unione Nazionale Ambulatori, Poliambulatori, Enti e Ospedalità Private</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/03/la-sanita-privata-accreditata-e-servizio-sanitario-nazionale/">La sanità privata accreditata è Servizio sanitario nazionale</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 20:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>
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<p>di MARIASTELLA GIORLANDINO</p>
<p>Quando parliamo di sanità privata accreditata continuiamo spesso a utilizzare un linguaggio che descrive due mondi: da una parte la sanità pubblica, dall’altra quella privata, chiamata eventualmente a intervenire quando il pubblico non riesce a rispondere. È una rappresentazione che non corrisponde alla realtà del Servizio sanitario nazionale. La responsabilità della tutela della salute è e deve restare pubblica. Pubbliche devono essere la programmazione, la definizione dei bisogni, le regole, i controlli e la garanzia dei livelli essenziali di assistenza. Ma il SSN eroga concretamente le cure attraverso una rete composta da strutture pubbliche e strutture private accreditate. Il privato accreditato integra, non sostituisce il pubblico. Ma proprio perché opera all’interno della programmazione pubblica e concorre all’erogazione dei LEA, è una componente del Servizio sanitario nazionale.</p>
<p>Non è una questione nominalistica. Da questa consapevolezza dipende il modo in cui programmiamo risorse, investimenti, tariffe e capacità assistenziale. Nel 2024 l’assistenza erogata da soggetti privati accreditati ha assorbito circa il 17% della spesa complessiva del SSN. L’accreditato assicura, nel contempo, circa il 28% dei ricoveri e assume un peso ancora maggiore in alcuni settori, oltre a rappresentare una componente strutturale della specialistica ambulatoriale e della diagnostica. Queste grandezze misurano fenomeni diversi ma dicono qualcosa di difficilmente contestabile: con meno di un quinto delle risorse complessive del SSN, la sanità privata accreditata rappresenta una quota essenziale della capacità assistenziale del sistema. Il punto, allora, non è stabilire se questa capacità debba essere pubblica o privata. La questione è se siamo capaci di programmarla e utilizzarla insieme alla capacità pubblica. Qui emerge uno dei problemi strutturali. Pubblico e privato accreditato investono entrambi in personale, tecnologia, diagnostica e strutture. Ma troppo spesso queste capacità vengono programmate e utilizzate come se appartenessero a sistemi separati. Il risultato può essere paradossale: capacità assistenziale disponibile da una parte e cittadini in attesa dall’altra. Se una struttura pubblica può garantire la prestazione nei tempi clinicamente necessari, deve farlo. Ma se non può e nella rete privata accreditata esiste capacità disponibile, quella dovrebbe poter essere utilizzata dal SSN sotto programmazione e controllo.</p>
<p>La questione delle liste d’attesa è più complessa. Pesano la disponibilità di personale, l’appropriatezza delle prescrizioni, l’organizzazione delle agende, il funzionamento dei CUP e la distribuzione territoriale dell’offerta. Ma anche il mancato coordinamento della capacità pubblica e privata accreditata ha un costo. Se una capacità esistente rimane inutilizzata mentre il cittadino aspetta, il sistema non sta utilizzando in modo efficiente gli investimenti e le risorse. Questa prospettiva permette di leggere diversamente anche il confronto sul nuovo nomenclatore tariffario. La tariffa non è semplicemente «quanto lo Stato dà al privato». È il valore economico attribuito a una prestazione che il SSN deve garantire. Se quel valore è inferiore al costo efficiente necessario per produrla, il problema riguarda entrambe le componenti. Nel privato accreditato una sotto-remunerazione strutturale può ridurre investimenti e capacità di erogazione. Ma neppure nell’ospedale pubblico il costo scompare. Per questo una tariffa incongrua non è necessariamente un risparmio per il SSN. Può significare che un costo reale viene semplicemente trasferito altrove nel sistema. È la stessa ragione per cui UAP sostiene che il problema del nomenclatore non possa essere presentato come una rivendicazione economica della sola sanità privata. C’è poi un secondo problema: le differenze territoriali. Le Regioni possono, a determinate condizioni, utilizzare risorse proprie per riconoscere valori superiori al riferimento nazionale. Ma non tutte dispongono degli stessi margini finanziari. Dal confronto svolto da UAP emerge che 77 tariffe regionali su 89 risultano superiori alle corrispondenti tariffe nazionali; 12 sono inferiori. Il fatto che alcune tariffe regionali siano persino inferiori dimostra che non si è proceduto a un aumento generalizzato e pone una domanda: perché una ricostruzione analitica dei costi produce valori superiori a quelli nazionali? È aperto un problema di uguaglianza. Una Regione finanziariamente solida dispone di maggiori possibilità di intervenire quando ritiene insufficiente il riferimento nazionale. Una Regione con un sistema sanitario in difficoltà, o una sottoposta a piano di rientro, opera entro margini più ristretti. Il rischio è che la stessa prestazione LEA possa essere economicamente sostenibile in una Regione e molto meno in un’altra. A quel punto il nomenclatore oltre che problema economico diventa un problema di uguaglianza nell’accesso alle cure. Occorre allora cambiare la domanda da cui parte la programmazione. Di quali cure hanno bisogno i cittadini, quale capacità assistenziale abbiamo a disposizione, dove può essere erogata la prestazione e con quali risultati? Questo significa rendere più trasparenti i criteri con cui vengono attribuiti i budget regionali. La soluzione non è indebolire il pubblico. È l’opposto. Serve un pubblico più forte nella programmazione, capace di conoscere domanda e offerta, coordinare gli investimenti, evitare duplicazioni, controllare qualità e utilizzare tutte le capacità che fanno parte della rete del SSN.</p>
<p>Sono queste le considerazioni che UAP porterà il 9 settembre all’attenzione della stampa nazionale, insieme ai Presidenti delle Associazioni aderenti all’Unione. Abbiamo scelto di non invitare rappresentanti politici. Non per polemica, bensì per l’esperienza maturata negli ultimi mesi. Abbiamo rappresentato ripetutamente alle istituzioni le criticità del sistema tariffario, formulato proposte, chiesto confronti e sollecitato interventi. Abbiamo ricevuto attenzione e impegni, discussi alla prova dei fatti. È difficile non leggere questa distanza tra dichiarazioni e azioni come il segno di un evidente disinteresse per una problematica che incide direttamente sulla capacità del SSN di garantire le cure. Per questo il 9 settembre vogliamo mettere dati, problemi e proposte davanti all’opinione pubblica attraverso la stampa. Non è più il momento di raccogliere dichiarazioni di disponibilità: è il momento di chiedere risposte verificabili e decisioni conseguenti. Difendere la sanità pubblica significa rendere forte nella programmazione e nel controllo. Riconoscere il ruolo della sanità privata accreditata significa preservare e utilizzare razionalmente una capacità assistenziale che già concorre all’erogazione dei LEA. Sono due aspetti della stessa responsabilità pubblica: garantire ai cittadini le cure necessarie, con qualità e nei tempi appropriati, utilizzando nel modo più efficiente le risorse disponibili. È in questo senso che UAP propone di superare definitivamente la tradizionale contrapposizione tra pubblico e privato accreditato e sintetizza la propria posizione nella formula «Pubblico + privato accreditato = SSN: un solo sistema, un solo diritto alla cura».</p>
<p>Presidente UAP Unione Nazionale Ambulatori, Poliambulatori, Enti e Ospedalità Privata</p>
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