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	<title>25 aprile Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>25 aprile, la Liberazione non è finita: l’Italia ha ancora bisogno di scegliere da che parte stare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 12:57:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Festa della Liberazione]]></category>
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<p>Nel giorno in cui ricordiamo la fine del nazifascismo e la rinascita democratica del Paese, il 25 aprile ci chiede di non trasformare la memoria in rito, ma in responsabilità&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6F99AE1E-60DA-4652-BFF6-225F2C620AA2.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6F99AE1E-60DA-4652-BFF6-225F2C620AA2.png 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6F99AE1E-60DA-4652-BFF6-225F2C620AA2-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6F99AE1E-60DA-4652-BFF6-225F2C620AA2-1024x576.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6F99AE1E-60DA-4652-BFF6-225F2C620AA2-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6F99AE1E-60DA-4652-BFF6-225F2C620AA2-1536x864.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6F99AE1E-60DA-4652-BFF6-225F2C620AA2-1170x658.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/6F99AE1E-60DA-4652-BFF6-225F2C620AA2-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p><p><em>Nel giorno in cui ricordiamo la fine del nazifascismo e la rinascita democratica del Paese, il 25 aprile ci chiede di non trasformare la memoria in rito, ma in responsabilità viva: liberarsi oggi dall’indifferenza, dall’odio, dalla paura dell’altro e dalla povertà delle relazioni.</em></p>
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<div class="pip-author-box"></div>
<section class="pip-article-content">
<p class="pip-dropcap">Ci sono date che rischiano di diventare monumenti muti.</p>
<p>Le celebriamo, le nominiamo, le attraversiamo ogni anno con parole già pronte, con frasi solenni, con post, discorsi, corone di fiori, cortei, polemiche e contro-polemiche. Ma poi, finita la giornata, torniamo spesso identici a prima. Come se la memoria fosse un dovere da archiviare e non una ferita da ascoltare. Come se la storia fosse una pagina da commemorare e non una domanda da portare dentro la vita quotidiana.</p>
<p>Il <strong>25 aprile</strong> è una di queste date. Forse una delle più importanti della nostra storia repubblicana. È la <strong>Festa della Liberazione</strong>, il giorno in cui l’Italia ricorda la liberazione dal nazifascismo, la fine dell’occupazione tedesca e la caduta del regime fascista.</p>
<p>Ma ridurre il 25 aprile a una data militare, a un episodio conclusivo della Seconda guerra mondiale, sarebbe troppo poco. Sarebbe quasi tradirlo.</p>
<p>Perché il 25 aprile non è soltanto il giorno in cui un Paese fu liberato. È il giorno in cui un Paese fu chiamato a rinascere. Non perfetto, non innocente, non improvvisamente giusto, ma finalmente rimesso davanti alla possibilità di scegliere. Dopo la dittatura, dopo le leggi razziali, dopo la guerra, dopo la violenza istituzionalizzata, dopo il silenzio imposto, l’Italia si trovò davanti a una domanda radicale: <strong>che Paese vogliamo diventare?</strong></p>
<div class="pip-highlight">Quella domanda, oggi, non è chiusa. Anzi, forse torna con una forza nuova.</div>
<p>Perché il 25 aprile non appartiene solo ai partigiani, ai libri di storia, alle piazze o ai discorsi ufficiali. Appartiene alla coscienza democratica di ciascuno di noi. Appartiene a chi crede che la libertà non sia una parola decorativa, ma una responsabilità concreta. Appartiene a chi sa che nessuna democrazia è garantita per sempre.</p>
<p>Appartiene a chi comprende che il fascismo non torna sempre con gli stessi simboli, le stesse divise, gli stessi slogan, ma può riaffacciarsi ogni volta che l’umano viene schiacciato, umiliato, escluso, ridotto a nemico.</p>
<div class="pip-question-box">
<p>Il problema, oggi, non è soltanto ricordare da cosa siamo stati liberati. Il problema è chiederci: <strong>da cosa dobbiamo ancora liberarci?</strong></p>
</div>
<p>Dobbiamo liberarci dall’indifferenza, che forse è la forma più educata e silenziosa della violenza. Quella che non urla, non minaccia, non colpisce direttamente, ma lascia che l’altro scompaia. L’indifferenza davanti ai poveri, ai migranti, agli anziani soli, ai giovani senza prospettiva, alle famiglie ferite, ai lavoratori sfruttati, alle donne uccise, ai bambini dimenticati, alle periferie trattate come scarti urbani e umani.</p>
<p>Dobbiamo liberarci dalla rabbia trasformata in linguaggio pubblico. Dalla parola usata come pietra. Dalla politica ridotta a tifoseria. Dal digitale vissuto come arena, dove non si dialoga più per capire, ma si attacca per esistere. Oggi molte catene non sono più di ferro: sono algoritmi, rancori, semplificazioni, manipolazioni emotive, slogan che non chiedono pensiero ma appartenenza cieca.</p>
<p>Dobbiamo liberarci dalla tentazione di dividere il mondo in “noi” e “loro”. È una tentazione antica, ma oggi ha strumenti nuovi. Viaggia veloce, entra nei telefoni, nei gruppi WhatsApp, nei commenti social, nei titoli gridati, nelle paure alimentate. È lì che una democrazia comincia a indebolirsi: non quando qualcuno la abbatte dall’esterno, ma quando dentro le relazioni quotidiane smettiamo di riconoscere dignità a chi non la pensa come noi.</p>
<p>Il 25 aprile, allora, non può essere solo memoria antifascista. Deve essere anche educazione democratica. Deve diventare grammatica delle relazioni.</p>
<p>Perché una Repubblica non vive soltanto nelle istituzioni. Vive nel modo in cui parliamo. Nel modo in cui ascoltiamo. Nel modo in cui dissentiamo. Nel modo in cui accogliamo il conflitto senza trasformarlo in distruzione dell’altro. Vive nella scuola, nella famiglia, nelle comunità, nei luoghi di lavoro, nei social, nelle redazioni, nelle parrocchie, nei quartieri, nelle assemblee, nei consigli comunali, nelle stanze dove si decide e in quelle dove si soffre.</p>
<p>La Costituzione italiana è il frutto più alto di quella stagione di rinascita democratica. Non nasce nel vuoto. Nasce dopo la dittatura, dopo la guerra, dopo la Resistenza, dentro il bisogno di costruire un Paese fondato su libertà, diritti, dignità, partecipazione, pluralismo, ripudio della guerra e responsabilità comune.</p>
<p>Eppure, proprio qui si apre la ferita.</p>
<p>Perché noi spesso celebriamo la Costituzione, ma non sempre la incarniamo. La citiamo, ma non sempre la pratichiamo. La difendiamo nei discorsi solenni, ma poi la tradiamo quando accettiamo disuguaglianze intollerabili come se fossero normali. La invochiamo quando ci conviene, ma la dimentichiamo quando chiede giustizia sociale, cura dei più fragili, tutela del lavoro, solidarietà, partecipazione vera.</p>
<div class="pip-highlight">Il 25 aprile oggi dovrebbe scuoterci da questa doppiezza.</div>
<p>Non basta dirsi liberi se poi accettiamo una società dove molti non hanno gli strumenti reali per esserlo. Non basta dirsi democratici se poi il confronto pubblico diventa aggressione permanente. Non basta dirsi antifascisti se poi nelle relazioni quotidiane pratichiamo esclusione, superiorità, disprezzo, chiusura, controllo, delegittimazione dell’altro.</p>
<p>La libertà vera non è soltanto assenza di dittatura.</p>
<p>La libertà vera è possibilità di vivere con dignità. È poter parlare senza paura. È poter dissentire senza essere schiacciati. È poter lavorare senza essere sfruttati. È poter curarsi senza attendere mesi o anni. È poter studiare senza essere condannati dalla povertà della famiglia in cui si nasce. È poter credere, non credere, cercare, amare, pensare, partecipare. È poter essere riconosciuti come persone prima che come categorie.</p>
<p>Ecco perché il 25 aprile è ancora profondamente attuale.</p>
<p>Perché l’Italia di oggi ha bisogno di liberazione.</p>
<p>Ha bisogno di liberarsi dalla rassegnazione. Da quella frase tossica che ripetiamo troppo spesso: “tanto non cambia nulla”. Ogni volta che diciamo così, consegniamo un pezzo di democrazia a chi ha interesse che nulla cambi davvero.</p>
<p>Ha bisogno di liberarsi dalla memoria selettiva. Quella che ricorda solo ciò che conviene, che usa la storia come arma di parte, che trasforma i morti in bandiere invece di ascoltare il prezzo umano delle scelte compiute.</p>
<p>Ha bisogno di liberarsi dall’analfabetismo emotivo. Perché una società che non sa più dare nome alla paura, alla solitudine, alla rabbia, alla frustrazione, finisce per scaricarle contro qualcuno. E quando una comunità non elabora le proprie ferite, prima o poi cerca un nemico.</p>
<p>Ha bisogno di liberarsi dalla povertà relazionale. Forse questa è una delle catene più invisibili del nostro tempo. Siamo iperconnessi, ma spesso incapaci di incontrarci davvero. Parliamo continuamente, ma ascoltiamo poco. Abbiamo strumenti potentissimi per comunicare, ma li usiamo spesso per semplificare, ferire, polarizzare.</p>
<p>Il digitale poteva diventare un grande spazio di democrazia relazionale; troppo spesso è diventato una piazza nervosa, dove si confonde la libertà di parola con la libertà di disumanizzare.</p>
<div class="pip-question-box">
<p>Il 25 aprile, allora, ci chiede una nuova Resistenza. Non nostalgica. Non di facciata. Ma quotidiana, concreta, umana.</p>
</div>
<div class="pip-list">
<p>Resistere oggi significa non cedere all’odio quando l’odio sembra più efficace.</p>
<p>Significa non usare la paura degli altri per ottenere consenso.</p>
<p>Significa non trasformare la sofferenza sociale in carburante politico.</p>
<p>Significa non ridere davanti alla fragilità.</p>
<p>Significa non restare neutrali quando qualcuno viene umiliato.</p>
<p>Significa non accettare che la verità venga piegata alla convenienza.</p>
<p>Significa non confondere la pace con il silenzio degli oppressi.</p>
<p>Significa non chiamare ordine ciò che è solo esclusione ben organizzata.</p>
</div>
<p>Il 25 aprile non è una festa contro qualcuno. È una festa per qualcosa.</p>
<p>Per la libertà. Per la dignità. Per la democrazia. Per il diritto di non essere sudditi. Per il dovere di non diventare indifferenti. Per la possibilità di costruire un Paese dove la memoria non serva a dividerci, ma a ricordarci il prezzo altissimo pagato quando l’umanità viene consegnata alla violenza, alla propaganda, al culto del capo, all’obbedienza cieca, alla cancellazione dell’altro.</p>
<p>Certo, il 25 aprile è anche una data che divide. Lo è stata spesso, continua a esserlo. Ma forse il punto non è cancellare il conflitto. Il punto è abitarlo con onestà. Perché una memoria senza conflitto rischia di essere finta. Ma un conflitto senza verità rischia di diventare manipolazione.</p>
<div class="pip-question-box">
<p>La domanda seria non è: “Da che parte stavi nel 1945?”, perché molti di noi non erano nati. La domanda seria è: <strong>da che parte stai oggi quando la dignità umana viene calpestata?</strong></p>
</div>
<p>Da che parte stai quando qualcuno viene escluso perché povero, straniero, fragile, malato, diverso, scomodo?</p>
<p>Da che parte stai quando la politica semina paura invece di costruire responsabilità?</p>
<p>Da che parte stai quando la comunicazione diventa veleno?</p>
<p>Da che parte stai quando la memoria viene banalizzata?</p>
<p>Da che parte stai quando la democrazia viene trattata come un fastidio e non come una conquista?</p>
<p>Questo è il senso profondo del 25 aprile oggi.</p>
<p>Non una liturgia civile da ripetere. Non una bandiera da agitare solo per sentirsi migliori. Non una parola da usare contro qualcuno.</p>
<p>Ma una soglia.</p>
<p>Una soglia davanti alla quale chiederci se siamo ancora capaci di scegliere la libertà non solo quando è comoda, ma quando costa. Perché la libertà costa. Costa responsabilità, studio, memoria, dialogo, fatica, cura. Costa la disponibilità a non semplificare tutto. Costa il coraggio di non piegarsi al pensiero dominante del proprio gruppo. Costa la fatica di riconoscere che anche chi è diverso da noi resta una persona.</p>
<p>Forse oggi il modo più vero per onorare il 25 aprile non è soltanto dire “viva la Liberazione”.</p>
<p>È chiederci se stiamo liberando qualcuno.</p>
<p>Se le nostre parole liberano o imprigionano. Se le nostre comunità aprono o chiudono. Se le nostre istituzioni servono o dominano. Se i nostri social costruiscono ponti o trincee. Se la nostra memoria genera futuro o soltanto appartenenza.</p>
<p>Il 25 aprile non ci chiede di vivere nel passato.</p>
<p>Ci chiede di non lasciare che il passato ritorni sotto forme nuove, più educate, più digitali, più accettabili, più travestite da normalità.</p>
<div class="pip-final-box">
<p>Perché ogni tempo ha le sue occupazioni. Ogni tempo ha le sue resistenze. Ogni tempo ha le sue liberazioni incompiute.</p>
<p>E l’Italia di oggi, se vuole davvero essere fedele alla sua storia migliore, deve avere il coraggio di dirlo: <strong>la Liberazione non è finita</strong>. Continua ogni volta che scegliamo la dignità contro il disprezzo, la verità contro la propaganda, la relazione contro l’odio, la responsabilità contro l’indifferenza.</p>
<p>Il 25 aprile non è solo ieri.</p>
<p>È la domanda che ci aspetta domani mattina, quando torneremo a parlare, decidere, educare, votare, scrivere, commentare, accogliere, lavorare, vivere.</p>
<p>E forse la vera festa sarà questa: non limitarci a ricordare chi ci ha liberati, ma diventare anche noi, nel nostro piccolo pezzo di storia, persone capaci di liberare.</p>
</div>
<div class="pip-signature">@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</div>
</section>
</div>
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		<title>Riflessioni sulla “Festa della liberazione”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 12:24:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Ancri]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="388" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/65ECA2F8-175E-4412-AD32-95675B35CD62.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/65ECA2F8-175E-4412-AD32-95675B35CD62.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/65ECA2F8-175E-4412-AD32-95675B35CD62-300x182.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/65ECA2F8-175E-4412-AD32-95675B35CD62-585x355.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>L’appuntamento con l’ANCRI si è svolto a Messina presso l’Aula Magna del Rettorato. Interventi dei professori Luigi Chiara e Santi Fedele “Cari giovani inizio il mio intervento con il pensiero di&#8230;</p>
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<div dir="ltr">
<div dir="ltr"><b><span data-originalfontsize="10pt" data-originalcomputedfontsize="13.333333">L’appuntamento con l’ANCRI si è svolto a Messina presso l’Aula Magna del Rettorato. </span></b><b><span data-originalfontsize="12pt" data-originalcomputedfontsize="16">Interventi dei professori Luigi Chiara e Santi Fedele<br />
</span></b></div>
<div dir="ltr"></div>
<p dir="ltr"><span data-originalfontsize="12pt" data-originalcomputedfontsize="16">“Cari giovani inizio il mio intervento con il pensiero di <b>Piero Calamandrei</b>, che rivolgendosi agli studenti diceva ‘andate in pellegrinaggio dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne, nelle carceri, nei campi, dovunque è morto un italiano per riscattare la nostra libertà, perché è lì che è nata la nostra Costituzione’. Calamandrei i partigiani li chiamava italiani senza dare mai un colore politico”. Lo ha ricordato il prof. <b>Luigi Chiara</b> che ha concluso il suo intervento “La nostra costituzione non è nata con un compromesso, ma è nata con un consenso assoluto”. <img decoding="async" class="alignright size-thumbnail wp-image-86851" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/1EB315E7-714B-4D64-977A-9DDDC210F090-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/1EB315E7-714B-4D64-977A-9DDDC210F090-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/1EB315E7-714B-4D64-977A-9DDDC210F090-480x480.jpeg 480w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><br />
L’evento è stato moderato dal dott. <b>Corrado Savasta</b>, che ha iniziato i lavori invitando per un saluto di benvenuto la magnifica rettrice <b>Giovanna Spatar</b>i, l’assessore <strong>Enzo Caruso,</strong> il dirigente scolastico provinciale <strong>Stello Vadalà</strong> e il presidente dell’ANCRI Sicilia <b>Pietro Bongiovanni</b>. Savasta ha inquadrato il contesto storico e presentato i relatori.  La relazione conclusiva è stata svolta dal prof. <b>Santi Fedele</b>, il quale ha condotto i presenti in un magistrale excursus, soffermandosi sul contesto storico e politico, nato dopo la seconda guerra mondiale ad iniziare dalla <b>conferenza di Yalta</b>, svoltasi nella primavera del 1945. </span><span data-originalfontsize="12pt" data-originalcomputedfontsize="16">L’evento è stato organizzato <b>dall’ANCRI Associazione Nazionale Insigniti dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana</b>, presieduta a Messina e in Sicilia dal cav. <b>Pietro Bongiovanni</b>, in sinergia con l’Università di Messina, il Comune di Messina e l’Ufficio Scolastico provinciale. Presenti all’evento autorità civili e militari, rappresentanti di diverse associazioni culturali e d’Arma, con una folta delegazione di studenti dell’Istituto Nautico “Caio Duilio”, accompagnati dai loro insegnanti.</span><b><span data-originalfontsize="12pt" data-originalcomputedfontsize="16"><br />
</span></b></p>
</div>
</div>
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		<title>QUEL 25 APRILE NON E’ UNA STORIA VERA. Per tutte le morti non condivise. PAVESE NE SAPEVA QUALCOSA e lo ha raccontato</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2024/04/25/86839/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=86839</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 10:14:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="281" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>La centralità dell’uomo oltre ogni ideologia. Un messaggio di tolleranza e di pacificazione. Pavese, nonostante tutto, resta uno di quegli scrittori che ha raccontato gli anni della Resistenza, la guerra&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/04/25/86839/">QUEL 25 APRILE NON E’ UNA STORIA VERA. Per tutte le morti non condivise. PAVESE NE SAPEVA QUALCOSA e lo ha raccontato</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="281" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/04/822828DD-BCE2-4A39-8F0E-882E157C569A-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p><p><i>La centralità dell’uomo oltre ogni ideologia. Un messaggio di tolleranza e di pacificazione. Pavese, nonostante tutto, resta uno di quegli scrittori che ha raccontato gli anni della Resistenza, la guerra partigiana e repubblichina con angoscia e pathos.Pavese non si disimpegnò. Si impegnò come scrittore. Questo impegno non è chiaramente a misura ideologica. E’ qualcosa di diverso anche se non manca una precisa affermazione culturale</i></p>
<p>E Fu Cesare Pavese ad avvertirci con quel suo essere intellettuale e scrittore: “Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione” (Cesare Pavese)</p>
<p>Quel 25 aprile coinvolse anche uno scrittore come <b>Cesare</b> <b>Pavese</b>? Restano emblematiche alcune pagine di un romanzo straordinario dal titolo <b>La casa in collina</b>: “…ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato…”. Non è vero che Pavese è da annoverare tra gli scrittori che si sono rifugiati fuori dalla Resistenza o fuori dalla lotta politica tra il 1943 – 1945. Pavese non condivise la lotta armata. Leggere i suoi scritti per credere. Non la condivise né come uomo né come intellettuale.</p>
<p>E non è neppure vero che scrisse “Il compagno” per farsi perdonare qualcosa. Scrisse questo romanzo per denunciare una situazione ideologica. Così come “ <b>La casa in collina</b>”e “<b>La luna e i falò</b>”. In questi due romanzi non c’è assolutamente il disimpegno. C’è invece l’impegno dell’intellettuale e in modo particolare dello scrittore che riusciva a guardare e ad osservare uno spaccato storico non con le lenti dell’ideologia e della demagogia ma con una capacità critica che va oltre ogni pur semplicistica posizione ideologica.<br />
Ho lavorato per oltre quarant’anni su Cesare Pavese pubblicando numerosi libri , cfr anche il video realizzato da Anna Montella https://www.youtube.com/watch?v=nXshZL7E1vA.<br />
​<br />
Pavese non si disimpegnò. Si impegnò come scrittore. Questo impegno non è chiaramente a misura ideologica. E’ qualcosa di diverso anche se non manca una precisa affermazione culturale. Il travaglio di Pavese è stato un travaglio tutto esistenziale e intellettuale ma che chiedeva una voce, un approccio, un riferimento cristiano. In Pavese questa necessità di dare risposta alla sua coscienza si avvertiva. La letteratura era un attraversamento mitico e simbolico. E questo percorso verso il mito, comunque, costituiva l’altra faccia di una medaglia la cui interpretazione aveva una valenza sacrale.<br />
C’è pathos proprio in “La casa in collina”. La centralità dell’uomo oltre ogni ideologia. Un messaggio di tolleranza e di pacificazione. Occorre rileggere certe pagine: “Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificarne chi l’ha sparso”.</p>
<p>Il 1936 è l&#8217;anno di “<b>Lavorare stanca</b>”. Poi vennero i &#8220;paesi&#8221; della rievocazione dei miti sino al 1947 con “<b>Dialoghi con Leucò</b>”. E poi ancora il mito della casa, come memoria di un luogo e dell&#8217;anima, e della collina. Poi ancora la metafora &#8211; simbolo della luna e il richiamo ancestrale del falò. Ma l’anno precedente al 1950 è un anno chiave per Pavese. Il 1949 è stato uno degli anni più intensi, e forse più faticosi anche sul piano esistenziale, della vita e della ricerca letteraria di Cesare Pavese. L’anno successivo, nell’agosto del 1950, si uccide in un albergo di Torino, lasciando sul comodino uno dei libri, certamente, più significativi che abbia scritto.<br />
Mi riferisco a “<b>Dialoghi con Leucò”</b> . Un libro simbolo nel quale si ripercorre tutto un viaggio all’insegna del mito e del simbolo. <b>Mito</b> e <b>simbolo</b> hanno caratterizzato una chiave di lettura che ha trovato proprio in Pavese un riferimento per quei valori che si identificano nelle radici, nella riscoperta di una appartenenza, nel bisogno di memoria che le civiltà, i popoli, gli uomini hanno. Vita e letteratura dunque nel dramma di un poeta e di un uomo.<br />
Pavese, nonostante tutto, resta uno di quegli scrittori che ha raccontato gli anni della Resistenza, la guerra partigiana e repubblichina con angoscia e pathos. Sempre da La casa in collina: “E verrà il giorno che nessuno sarà fuori dalla guerra; né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso…”. Certo non si può parlare di un Pavese disimpegnato. Si serviva degli strumenti della letteratura. Si pensi a “<b>La luna e i falò</b>”. Un romanzo dichiarazione. Proprio all’inizio del dodicesimo capitolo c’è un inciso di una forza stravolgente: “…quanti poveri italiani che avevano fatto il loro dovere fossero stati assassinati barbaramente dai rossi. Perché, dicevano a bassa voce in piazza, sono i rossi che sparano nella nuca senza processo…”.</p>
<p>E’ inutile ormai spingere verso una letteratura dell’impegno o viceversa. La letteratura non è impegno politico o sociale. Non è neppure divagazione. E’ sostanzialmente dentro il processo esistenziale dell’uomo in una temperie in cui si ha bisogno di nuovi radicamenti. Fare i conti con questo Novecento letterario, e i critici militanti o la critica osservante devono certamente non trascurare, significa aprirlo nella sua globalità e nella sua interezza. Significa, tra l’altro, confrontarsi con i testi e con gli autori tralasciando le teorie precostituite che tuttora hanno una valenza ideologica. La letteratura non va letta con le lenti dell’ideologia.<br />
L’inquietudine di Pavese era profondamente un’inquietudine dettata da principi religiosi. La speranza e la preghiera erano i due “continenti” di cui Pavese si era impossessato proprio negli ultimi anni della sua vita. Una inquietudine religiosa che soltanto agli animi cristiani è dovuta. In merito a questo sono state scritte della pagine sublimi da <b>Carlo Bo, da Geno Pampaloni, da Divo Barsotti</b>. Per Pavese la vita stessa era scrivere. In un suo scritto sottolineava: “Accade coi libri come con le persone. Vanno presi sul serio. (…) I libri non sono gli uomini, sono mezzi per giungere a loro; chi li ama e non ama gli uomini, è un fatuo o un dannato. (…) … non si vede con che diritto, davanti a una pagina scritta, dimentichiamo di essere uomini e che un uomo ci parla”.<br />
Non bisogna dimenticare i processi esistenziali che vivono dentro il travaglio letterario e viceversa di uno scrittore. Soprattutto quando questo scrittore si chiama Cesare Pavese. Gli ultimi due capitoli del romanzo “<b>La casa in collina</b>”sono una testimonianza spirituale di alto valore. E’, comunque, il romanzo della riconciliazione.</p>
<p>Nel penultimo capitolo ancora del romanzo citato la chiesa non è soltanto una struttura o un rifugio. Rappresenta il simbolo, lo si dice chiaramente, dell’attesa, della speranza, della riconcialiazione alla vita. appunto. Rappresenta il bisogno di sacro e di fede per l’uomo contemporaneo che è incarnato da quell’io narrante che è proprio lo scrittore: “Mi fermai contro la chiesa, sotto il sole. Nella luce e nel silenzio ebbi un’idea di speranza. Mi parve impossibile tutto ciò che accadeva…”.<br />
1949. La Seconda guerra mondiale era finita ormai da quattro anni. Il clima della speranza, la ricostruzione della democrazia, il bisogno di riprendere un cammino pur non dimenticando il recente passato: dalla caduta del fascismo alla spaccatura tra due Italie. Quella della Resistenza e quella di Salò. I giovani di allora vivevano ancora tragicamente una divisione proprio nel ricordo di ciò che Pavese aveva raccontato in romanzi come La casa in collina o La luna e i falò. Romanzi in cui la metafora e la realtà sono un intreccio che si esprimono nella visione delle storie e dei personaggi.<br />
Non è vero che Pavese non volle prendere una posizione durante il fascismo e negli anni della Resistenza. La prese e come se la prese. Chi avrebbe potuto scrivere le pagine del diario inedito (pubblicato qualche anno fa con grandi polemiche: ce lo siamo dimenticati di già?) fino a qualche tempo fa e ora pubblicato? Chi avrebbe potuto scrivere quei capitoli de La luna e i falò come sono stati scritti da Pavese con quella crudezza? Capitoli dove si parla che i “rossi” sparano alla nuca o l’ultimo capitolo nel quale si descrive l’uccisione di Santa? Chi avrebbe scritto quelle pagine &#8211; simbolo de La casa in collina con quel pathos e con quella umanità che soltanto uomini e scrittori come Pavese hanno saputo fare. Pavese ha raccontato con molto anticipo una “antiresistenza” all’insegna però della riappacificazione.</p>
<p>Il Pavese che continua nella scoperta costante del mito e, attraverso il mito, si va alla rivelazione di una infanzia nella quale si vive l’iniziazione alla vita. Non c’è un Pavese dell’impegno politico. La poesia era tutto e grazie alla poesia cercava di leggere non la storia ma la memoria dei popoli e delle civiltà.<br />
Il paese, i paesaggi, i luoghi e poi la grecità o la mediterraneità, il mare, non amato, ma presente, e le colline non sono un contrasto. Sono un ennesimo richiamo ai valori del tempo che si riconosce nel sogno. Sottolineava: “Senza mito – l’abbiamo già ripetuto &#8211; non si dà poesia: mancherebbe l’immersione nel gorgo dell’indistinto, che della poesia ispirata è condizione indispensabile”.</p>
<p><b>Geno Pampaloni</b> in un suo scritto di alcuni anni fa affermava: “In che senso era religioso Pavese? Non in senso positivo, nel senso di una fede vissuta e indirizzata. Lo era quando identificava la poesia con l’ ‘essere’ (e contrapponeva lo ‘stile di fare’ di Vittorini al proprio ‘stile di essere’). Lo era quando scriveva che ‘la religione consiste nel credere che tutto quello che ci accade è straordinariamente importante. Non potrà mai sparire dal mondo’, e introduceva l’eternità nella storia. Lo era quando confessava che, alla luce dell’idea di Dio, ‘il tuo travaglio verso il simbolo s’illumina d’un contenuto infinito’”.<br />
Ma c’è una riflessione di <b>Divo Barsotti</b> apparsa sulla rivista dei frati di Santa Croce “Città di vita” nel gennaio del 1968 che dovrebbe far riflettere con molta serenità pur nello strazio della vicenda umana di Pavese. Ecco: “Dio sembra definitivamente morto per lui. E’ nell’atto in cui egli si dà la morte che Dio ritorna a farsi vivo e presente nell’umile preghiera che invoca pietà”.<br />
Un viaggio tra la luna e i falò nella memoria di un tempo che si raccoglie tra i destini e i miti. Pavese fu un vero scrittore. E resta tale pur in un processo dialettico in cui si può discutere di impegno o disimpegno anche se Pavese ha speso la sua vita per la letteratura. Io sto con Pavese. Seppe raccontarci un 25 aprile vero.</p>
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		<title>25 aprile: dall’ideologia alla rivoluzione tecnologica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Adernò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Apr 2023 06:32:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="720" height="480" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/95CCC3D5-47CC-4863-8FBA-751730A1AC44.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/95CCC3D5-47CC-4863-8FBA-751730A1AC44.jpeg 720w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/95CCC3D5-47CC-4863-8FBA-751730A1AC44-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/95CCC3D5-47CC-4863-8FBA-751730A1AC44-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/95CCC3D5-47CC-4863-8FBA-751730A1AC44-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p>I contrasti e le opposizioni sulle celebrazioni del 25 aprile appaiono, come  ha scritto in un corsivo Andrea Cangini, una pioggia di “coriandoli della Storia d’Italia in un eterno carnevale&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="720" height="480" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/95CCC3D5-47CC-4863-8FBA-751730A1AC44.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/95CCC3D5-47CC-4863-8FBA-751730A1AC44.jpeg 720w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/95CCC3D5-47CC-4863-8FBA-751730A1AC44-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/95CCC3D5-47CC-4863-8FBA-751730A1AC44-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/95CCC3D5-47CC-4863-8FBA-751730A1AC44-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p><p class="s4"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">I contrasti e le opposizioni sulle celebrazioni del 25 aprile appaio</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">n</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">o</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">co</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">me</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">  ha</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> scritto</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> in un corsivo</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> An</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">d</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">rea Cangini</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">una pioggia di “</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">coriandoli </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">della Storia d’Italia in un eterno carnevale della disunità nazionale</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s4"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">La</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> pietr</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">a</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> miliar</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">e</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> post</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">a</span></span> <span class="s8"><span class="bumpedFont15">da </span></span><span class="s9"><span class="bumpedFont15">Gianfranco Fini</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">nel 1995, a Fiuggi</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">:</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> “</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">l’antifascismo fu il momento storicamente essenziale per il ritorno ai valori democratici che il fascismo aveva conculcato”</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> non sembra convincere coloro che ancora reclamano dichiarazioni di antifascismo.</span></span></p>
<p class="s4"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Nell</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">’omaggio alla memoria del socialista </span></span><span class="s9"><span class="bumpedFont15">Giacomo Matteotti</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">, come risposta al Governo di Destra, sembra aver dimenticato che </span></span><span class="s9"><span class="bumpedFont15">Antonio </span></span><span class="s9"><span class="bumpedFont15">Gramsci</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">  qualificava</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Matteotti</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> “un pellegrino del nulla”</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">;</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> </span></span><span class="s9"><span class="bumpedFont15">Palmiro Togliatti</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> gli dava d</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">el</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> “socialfascista” e che </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">l’Unità</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> lo definiva un “idiota insolente”. </span></span></p>
<p class="s4"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Un altro interrogativo sull’atteggiamento dell’ex premier </span></span><span class="s9"><span class="bumpedFont15">Giuseppe Conte</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> che esalta </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">la resistenza armata dei partigiani italiani</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> e si oppone ad </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">armare i partigiani ucraini minacciati da</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> chi in questo particolare momento storico</span></span> <span class="s8"><span class="bumpedFont15">incarna il fascismo contemporaneo</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s4"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">La strumentalità politica e la debolezza </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">storiografica  si</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">intrecciano nel  fare assumere colori diversi alla festa della liberazione che si celebra il 25 aprile, data della rinascita democratica del Paese.</span></span></p>
<p class="s4"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Oggi la nuova tecnologia che pone al centro l</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">&#8216;intelligenza artificiale </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">segna la quarta rivoluzione industriale </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">che,</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">non </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">essendo</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> un processo naturale</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, dovrà essere necessariamente governata e “</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">se rinunciamo a governarl</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">a</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> sarà la fine</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">”.</span></span></p>
<p class="s4"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">La cultura della sostenibilità ambientale e della digitalizzazione </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">tecnologi</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">ca hanno </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">preso </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> il sopravvento </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">sull&#8217;uomo</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,  mettendo</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> “sotto il moggio” la “</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">cultura della persona”</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> e </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">la storia </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">che viviamo si presenta appiattita ad </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">una</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> sola </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">dimensione</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,. Manca</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">infatti, </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">la</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> visione dell’oltre, del dopo, dell’Assoluto.</span></span></p>
<p class="s4"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Anche il tema del XIII Summit sulla professione docente che si svolge a Washington dal 25 al 27 aprile, con la partecipazione del </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Ministro </span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">Giuseppe</span></span> <span class="s10"><span class="bumpedFont15">Valditara,</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">  ha come tema </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">&#8220;</span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">Il futuro in bilico: il ruolo cruciale dell’insegnamento per l’impegno globale, la sostenibilità e l’accesso digitale</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">” – (</span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">Poised</span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15"> for the Future: </span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">Transformative</span></span> <span class="s12"><span class="bumpedFont15">Teaching</span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15"> for Global Engagement, </span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">Sustainability</span></span><span class="s12"><span class="bumpedFont15">, and Digital Access</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">).</span></span></p>
<p class="s4"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Il summit affronta </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">la necessità di </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">rilanciare la professione docente, in crisi in molti Paesi, migliorando la condizione economica e il ruolo sociale degli insegnanti. </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Farà luce sul come</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15"> rendere i sistemi educativi più adatti a</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">l fine di</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15"> dare rispost</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">e adeguate</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15"> ai bisogni degli studenti </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">nel processo </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">di sviluppo delle competenze e dei valori di cittadinanza </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">e poi ancora a </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">sostegno della personalizzazione della didattica e dell’inclusione</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s4"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Qui dovrebbe prevalere non solo il </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">ruolo decisivo delle tecnologie</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">, ma ancor più il valore della cultura personalistica a garanzia di un futuro della sussidiarietà, “pilastro del benessere e della coesione sociale”.</span></span></p>
<p class="s4"><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Tanto si può fare. Basta volerlo!.</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/04/25/25-aprile-dallideologia-alla-rivoluzione-tecnologica/">25 aprile: dall’ideologia alla rivoluzione tecnologica</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Ma il 25 APRILE NON E’ UNA STORIA CONDIVISA. Lo disse anche Cesare Pavese.  CREDEMMO MA FU UN’ILLUSIONE.</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2023/04/23/ma-il-25-aprile-non-e-una-storia-condivisa-lo-disse-anche-cesare-pavese-credemmo-ma-fu-unillusione/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=ma-il-25-aprile-non-e-una-storia-condivisa-lo-disse-anche-cesare-pavese-credemmo-ma-fu-unillusione</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Apr 2023 07:43:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Perfranco Bruni]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="755" height="522" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F.jpeg 755w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F-300x207.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F-585x404.jpeg 585w" sizes="(max-width: 755px) 100vw, 755px" /></p>
<p>Un discorso aperto e ingannevale come tutti i fatti ambigui che dal 1945 in poi si fanno strada&#8230; Non esiste una storia condivisa e tanto meno una &#8220;Storia siamo Noi&#8221;.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/04/23/ma-il-25-aprile-non-e-una-storia-condivisa-lo-disse-anche-cesare-pavese-credemmo-ma-fu-unillusione/">Ma il 25 APRILE NON E’ UNA STORIA CONDIVISA. Lo disse anche Cesare Pavese.  CREDEMMO MA FU UN’ILLUSIONE.</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="755" height="522" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F.jpeg 755w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F-300x207.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/54E582AC-5D4F-401E-860D-114798C1B44F-585x404.jpeg 585w" sizes="(max-width: 755px) 100vw, 755px" /></p><p>Un discorso aperto e ingannevale come tutti i fatti ambigui che dal 1945 in poi si fanno strada&#8230; Non esiste una storia condivisa e tanto meno una &#8220;Storia siamo Noi&#8221;. Chi sono i &#8220;Noi&#8221;?</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">“Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione” (Cesare Pavese).<br dir="auto" /><br dir="auto" />Quel 25 aprile coinvolse anche uno scrittore come Cesare Pavese? Restano emblematiche alcune pagine di un romanzo straordinario dal titoloLa casa in collina: “…ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato…”. Non è vero che Pavese è da annoverare tra gli scrittori che si sono rifugiati fuori dalla Resistenza o fuori dalla lotta politica tra il 1943 – 1945. Pavese non condivise la lotta armata. Leggere i suoi scritti per credere. Non la condivise né come uomo né come intellettuale.<br dir="auto" />E non è neppure vero che scrisse Il compagno per farsi perdonare qualcosa. Scrisse questo romanzo per denunciare una situazione ideologica. Così come La casa in collina e  La luna e i falò. In questi due romanzi non c’è assolutamente il disimpegno. C’è invece l’impegno dell’intellettuale e in modo particolare dello scrittore che riusciva a guardare e ad osservare uno spaccato storico non con le lenti dell’ideologia e della demagogia ma con una capacità critica che va oltre ogni pur semplicistica posizione ideologica.<br dir="auto" />Ho lavorato per oltre quarant’anni su Cesare Pavese pubblicando numerosi libri , cfr anche il video realizzato da Anna Montella <a href="https://www.youtube.com/watch?v=nXshZL7E1vA" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.youtube.com/watch?v%3DnXshZL7E1vA&amp;source=gmail&amp;ust=1682174213972000&amp;usg=AOvVaw1iNwrMlJN7Y0LaKV2SQ9yZ" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">https://www.youtube.<wbr />com/watch?v=nXshZL7E1vA</a>. <br dir="auto" />​   Pavese non si disimpegnò. Si impegnò come scrittore. Questo impegno non è chiaramente a misura ideologica. E’ qualcosa di diverso anche se non manca una precisa affermazione culturale. Il travaglio di Pavese è stato un travaglio tutto esistenziale e intellettuale ma che chiedeva una voce, un approccio, un riferimento cristiano. In Pavese questa necessità di dare risposta alla sua coscienza si avvertiva. La letteratura era un attraversamento mitico e simbolico. E questo percorso verso il mito, comunque, costituiva l’altra faccia di una medaglia la cui interpretazione aveva una valenza sacrale.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">C’è pathos proprio in La casa in collina. La centralità dell’uomo oltre ogni ideologia. Un messaggio di tolleranza e di pacificazione. Occorre rileggere certe pagine: “Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificarne chi l’ha sparso”.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">  Il 1936 è l&#8217;anno di Lavorare stanca. Poi vennero i &#8220;paesi&#8221; della rievocazione dei miti sino al 1947 con Dialoghi con Leucò. E poi ancora il mito della casa, come memoria di un luogo e dell&#8217;anima, e della collina. Poi ancora la metafora &#8211; simbolo della luna e il richiamo ancestrale del falò. Ma l’anno precedente al 1950 è un anno chiave per Pavese. Il 1949 è stato uno degli anni più intensi, e forse più faticosi anche sul piano esistenziale, della vita e della ricerca letteraria di Cesare Pavese. L’anno successivo, nell’agosto del 1950, si uccide in un albergo di Torino, lasciando sul comodino uno dei libri, certamente, più significativi che abbia scritto.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> Mi riferisco a Dialoghi con Leucò .  Un libro simbolo nel quale si ripercorre tutto un viaggio all’insegna del mito e del simbolo. Mito e simbolo hanno caratterizzato una chiave di lettura che ha trovato proprio in Pavese un riferimento per quei valori che si identificano nelle radici, nella riscoperta di una appartenenza, nel bisogno di memoria che le civiltà, i popoli, gli uomini hanno. Vita e letteratura dunque nel dramma di un poeta e di un uomo.<br dir="auto" /> Pavese, nonostante tutto, resta uno di quegli scrittori che ha raccontato gli anni della Resistenza, la guerra partigiana e repubblichina con angoscia e pathos. Sempre da La casa in collina: “E verrà il giorno che nessuno sarà fuori dalla guerra; né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso…”. Certo non si può parlare di un Pavese disimpegnato. Si serviva degli strumenti della letteratura. Si pensi a La luna e i falò. Un romanzo dichiarazione. Proprio all’inizio del dodicesimo capitolo c’è un inciso di una forza stravolgente: “…quanti poveri italiani che avevano fatto il loro dovere fossero stati assassinati barbaramente dai rossi. Perché, dicevano a bassa voce in piazza, sono i rossi che sparano nella nuca senza processo…”.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">   E’ inutile ormai spingere verso una letteratura dell’impegno o viceversa. La letteratura non è impegno politico o sociale. Non è neppure divagazione. E’ sostanzialmente dentro il processo esistenziale dell’uomo in una temperie in cui si ha bisogno di nuovi radicamenti. Fare i conti con questo Novecento letterario, e i critici militanti o la critica osservante devono certamente non trascurare, significa aprirlo nella sua globalità e nella sua interezza. Significa, tra l’altro, confrontarsi con i testi e con gli autori tralasciando le teorie precostituite che tuttora hanno una valenza ideologica. La letteratura non va letta con le lenti dell’ideologia.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">L’inquietudine di Pavese era profondamente un’inquietudine dettata da principi religiosi.<br />
La speranza e la preghiera erano i due “continenti” di cui Pavese si era impossessato proprio negli ultimi anni della sua vita. Una inquietudine religiosa che soltanto agli animi cristiani è dovuta. In merito a questo sono state scritte della pagine sublimi da Carlo Bo, da Geno Pampaloni, da Divo Barsotti. Per Pavese la vita stessa era scrivere. In un suo scritto sottolineava: “Accade coi libri come con le persone. Vanno presi sul serio. (…) I libri non sono gli uomini, sono mezzi per giungere a loro; chi li ama e non ama gli uomini, è un fatuo o un dannato. (…) … non si vede con che diritto, davanti a una pagina scritta, dimentichiamo di essere uomini e che un uomo ci parla”.<br dir="auto" />Non bisogna dimenticare i processi esistenziali che vivono dentro il travaglio letterario e viceversa di uno scrittore. Soprattutto quando questo scrittore si chiama Cesare Pavese. Gli ultimi due capitoli del romanzo La casa in collina sono una testimonianza spirituale di alto valore. E’, comunque, il romanzo della riconciliazione.<br dir="auto" /> Nel penultimo capitolo ancora del romanzo citato la chiesa non è soltanto una struttura o un rifugio. Rappresenta il simbolo, lo si dice chiaramente, dell’attesa, della speranza, della riconcialiazione alla vita. appunto. Rappresenta il bisogno di sacro e di fede per l’uomo contemporaneo che è incarnato da quell’io narrante che è proprio lo scrittore: “Mi fermai contro la chiesa, sotto il sole. Nella luce e nel silenzio ebbi un’idea di speranza. Mi parve impossibile tutto ciò che accadeva…”.   1949. La Seconda guerra mondiale era finita ormai da quattro anni. Il clima della speranza, la ricostruzione della democrazia, il bisogno di riprendere un cammino pur non dimenticando il recente passato: dalla caduta del fascismo alla spaccatura tra due Italie. Quella della Resistenza e quella di Salò. I giovani di allora vivevano ancora tragicamente una divisione proprio nel ricordo di ciò che Pavese aveva raccontato in romanzi come La casa in collina o La luna e i falò. Romanzi in cui la metafora e la realtà sono un intreccio che si esprimono nella visione delle storie e dei personaggi.<br dir="auto" /> Non è vero che Pavese non volle prendere una posizione durante il fascismo e negli anni della Resistenza. La prese e come se la prese. Chi avrebbe potuto scrivere le pagine del diario inedito (pubblicato qualche anno fa con grandi polemiche: ce lo siamo dimenticati di già?) fino a qualche tempo fa e ora pubblicato? Chi avrebbe potuto scrivere quei capitoli de La luna e i falò come sono stati scritti da Pavese con quella crudezza? Capitoli dove si parla che i “rossi” sparano alla nuca o l’ultimo capitolo nel quale si descrive l’uccisione di Santa? Chi avrebbe scritto quelle pagine &#8211; simbolo de La casa in collina con quel pathos e con quella umanità che soltanto uomini e scrittori come Pavese hanno saputo fare. Pavese ha raccontato con molto anticipo una “antiresistenza” all’insegna però della riappacificazione.<br dir="auto" />   Il Pavese che continua nella scoperta costante del mito e, attraverso il mito, si va alla rivelazione di una infanzia nella quale si vive l’iniziazione alla vita. Non c’è un Pavese dell’impegno politico. La poesia era tutto e grazie alla poesia cercava di leggere non la storia ma la memoria dei popoli e delle civiltà.<br dir="auto" />  Il paese, i paesaggi, i luoghi e poi la grecità o la mediterraneità, il mare, non amato, ma presente, e le colline non sono un contrasto. Sono un ennesimo richiamo ai valori del tempo che si riconosce nel sogno. Sottolineava: “Senza mito – l’abbiamo già ripetuto &#8211; non si dà poesia: mancherebbe l’immersione nel gorgo dell’indistinto, che della poesia ispirata è condizione indispensabile”.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"> Geno Pampaloni in un suo scritto di alcuni anni fa affermava: “In che senso era religioso Pavese? Non in senso positivo, nel senso di una fede vissuta e indirizzata. Lo era quando identificava la poesia con l’ ‘essere’ (e contrapponeva lo ‘stile di fare’ di Vittorini al proprio ‘stile di essere’). Lo era quando scriveva che ‘la religione consiste nel credere che tutto quello che ci accade è straordinariamente importante. Non potrà mai sparire dal mondo’, e introduceva l’eternità nella storia. Lo era quando confessava che, alla luce dell’idea di Dio, ‘il tuo travaglio verso il simbolo s’illumina d’un contenuto infinito’”.</p>
<p dir="auto" data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">  Ma c’è una riflessione di Divo Barsotti apparsa  sulla rivista dei frati di Santa Croce “Città di vita” nel gennaio del 1968 che dovrebbe far riflettere con molta serenità pur nello strazio della vicenda umana di Pavese. Ecco: “Dio sembra definitivamente morto per lui. E’ nell’atto in cui egli si dà la morte che Dio ritorna a farsi vivo e presente nell’umile preghiera che invoca pietà”.<br dir="auto" /> Un viaggio tra la luna e i falò nella memoria di un tempo che si raccoglie tra i destini e i miti. Pavese fu un vero scrittore. E resta tale pur in un processo dialettico in cui si può discutere di impegno o disimpegno anche se Pavese ha speso la sua vita per la letteratura. Io sto con Pavese. Non mi inteinteressa una storia condivisa.</p>
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		<title>25 APRILE: L’ALTRA FACCIA DELLA RESISTENZA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Setta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2020 20:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="512" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/8AF49F5E-614C-4F6D-BFCA-7D52A090E747.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/8AF49F5E-614C-4F6D-BFCA-7D52A090E747.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/8AF49F5E-614C-4F6D-BFCA-7D52A090E747-300x240.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/8AF49F5E-614C-4F6D-BFCA-7D52A090E747-585x468.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>La Resistenza umanitaria Un aspetto della Resistenza, rimasto per decenni in ombra o assolutamente ignorato dalla storiografia e dalla memorialistica, è quello dell’aiuto ai prigionieri di guerra alleati in fuga&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2020/04/25/25-aprile-laltra-faccia-della-resistenza/">25 APRILE: L’ALTRA FACCIA DELLA RESISTENZA</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="512" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/8AF49F5E-614C-4F6D-BFCA-7D52A090E747.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/8AF49F5E-614C-4F6D-BFCA-7D52A090E747.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/8AF49F5E-614C-4F6D-BFCA-7D52A090E747-300x240.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/8AF49F5E-614C-4F6D-BFCA-7D52A090E747-585x468.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p class="s8" style="text-align: left;"><span class="s5">La R</span><span class="s5">esistenza umanitaria </span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Un aspetto della Resistenza, rimasto per decenni in ombra o assolutamente ignorato dalla storiografia e dalla memorialistica, è quello dell’aiuto ai prigionieri di guerra alleati in fuga dai campi di concentramento in Italia, dopo l’8 settembre. Un fenomeno che solo negli ultimi tempi è stato evidenziato, attraverso la pubblicazione delle memorie e degli studi di storici inglesi e italiani. Una Resistenza definita da alcuni storici “umanitaria” (De Rosa, Pavone, Pepe, Felice, ecc.), perché fondata sul principio della solidarietà e del rispetto per la dignità della Persona Umana. Un aspetto della Resistenza in cui le donne hanno svolto un ruolo determinante, un aspetto importante di “Resistenza al Femminile”. </span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Lo storico inglese Eric </span><span class="s4">Hobsbawm</span><span class="s4">, il celebre autore de “</span><span class="s6">Il secolo breve</span><span class="s4">”, ha scritto: “Ho sentito tanti racconti dell’Italia, dai prigionieri di guerra… gente la cui vita </span><span class="s4">era stata spesso salvata dall’aiuto del tutto disinteressato di famiglie di contadini, che non avevano nessuna particolare ragione per soccorrerli se non quella della solidarietà umana”.</span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Da una ricerca ultra-ventennale, promossa e proseguita da docenti e studenti, presso il Liceo Scientifico Statale “Fermi” di Sulmona, è nata una collana di memorialistica sul fenomeno dell’aiuto ai </span><span class="s4">POWs</span><span class="s4"> (</span><span class="s4">Prisoners</span><span class="s4"> Of War), durante la seconda guerra mondiale. Roger </span><span class="s4">Absalom</span><span class="s4">, autore d’una accurata indagine dal titolo </span><span class="s6">A Strange </span><span class="s6">Alliance</span><span class="s6">. </span><span class="s6">Aspects of escape and survival in Italy 1943-1945</span><span class="s4"> (</span><span class="s4">Olschki</span><span class="s4">, Firenze 1991), </span><span class="s4">trad</span><span class="s4">. </span><span class="s4">it</span><span class="s4">. </span><span class="s6">L’alleanza inattesa: mondo contadino e prigionieri alleati in fuga in Italia (1943-1945)</span><span class="s4">, Uguccione Ranieri di Sorbello Foundation, ed. </span><span class="s4">Pendragon</span><span class="s4">, Bologna 2011, presentando l’edizione italiana del libro di William Simpson</span><span class="s6">, A Vatican </span><span class="s6">Lifeline</span><span class="s6">. </span><span class="s6">Allied</span> <span class="s6">Fugitives</span> <span class="s6">aided</span><span class="s6"> by the </span><span class="s6">Italian</span><span class="s6">Resistance</span><span class="s6">, </span><span class="s4">(Cooper, </span><span class="s4">London</span><span class="s4"> 1995</span><span class="s6">)</span><span class="s4">, tradotto e pubblicato </span><span class="s4">con il titolo </span><span class="s6">La guerra in casa 1943-1944. La resistenza umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano</span><span class="s4">, scrive: «Il fenomeno dell’assistenza spontanea era generalizzato in tutta la Regione Abruzzese, con punte più alte nelle Province di L’Aquila, Chieti e Pescara. Sulla base di statistiche desumibili dai documenti conservati negli archivi nazionali di Washington, si può calcolare un coinvolgimento di decine di migliaia di persone nell’assistenza, sempre rischiosa, agli ex prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento, dopo l’8 settembre. In rapporto alla popolazione globale delle zone di montagna e di collina, censita nel 1936, la partecipazione si aggirerebbe intorno al 4-5%, cifra tutt’altro che trascurabile, se si pensa che i fuggiaschi alleati di passaggio e di stanza in Abruzzo non erano probabilmente più di 10.000. Altri elementi non quantitativi fanno pensare che la disponibilità a prestare tale assistenza fosse ancora più diffusa».</span> <span class="s4">Secondo i dati, rilevati da </span><span class="s4">Absalom</span><span class="s4">, al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943, in Italia vi erano circa 80.000 prigionieri di guerra. L’art. 3 dell’armistizio (</span><span class="s6">short </span><span class="s6">term</span><span class="s4">) recitava testualmente: “Tutti i prigionieri e gli internati delle Nazioni Unite dovranno essere consegnati immediatamente al Comandante in Capo alleato e nessuno di essi potrà ora o in qualsiasi momento essere trasferito in Germania”. </span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Una mappa della Croce Rossa inglese, (</span><span class="s6">The </span><span class="s6">Red</span><span class="s6"> Cross and St. John War </span><span class="s6">Organisation</span><span class="s6">, </span><span class="s6">September</span><span class="s6"> 1943),</span><span class="s4"> evidenziava i</span><span class="s4">n Abruzzo la presenza dei seguenti campi: il n.102 a L&#8217;Aquila, il n.91 ad Avezzano, il n.78 a Sulmona, il n. 21 a Chieti.</span> <span class="s4">Dopo l’8 settembre 1943, si verificò la fuga di migliaia di prigionieri, anche perché il vice-comandante del Campo 78, Rocco Santacroce, favorì l’apertura dei cancelli. Secondo i dati dell’</span><span class="s4">Asc</span><span class="s4"> (</span><span class="s6">Allied</span><span class="s6"> Screening </span><span class="s6">Commission</span><span class="s4">), sulla base dei documenti rilasciati dagli stessi prigionieri,</span> <span class="s4">a Sulmona, nascosti nelle famiglie della città, in particolare al Borgo Pacentrano, furono circa 473. Ma, un dato perlomeno curioso e particolarmente interessante, è rappresentato dalle numerose testimonianze, dirette o indirette, lasciate dagli ex-prigionieri in Abruzzo: </span><span class="s4">Uys</span> <span class="s4">Krige</span><span class="s4">, John </span><span class="s4">Esmond</span><span class="s4"> Fox, Donald Jones, Jack </span><span class="s4">Goody</span><span class="s4">, John </span><span class="s4">Furman</span><span class="s4">, William Simpson, John </span><span class="s4">Verney</span><span class="s4">, Sam Derry, J P. Gallagher, Dan </span><span class="s4">Kurzman</span><span class="s4">, John </span><span class="s4">Broad</span><span class="s4">, Hans </span><span class="s4">Catz</span><span class="s4">, Tony Davies, Ronald Mann, </span><span class="s4">Guy</span><span class="s4"> Weymouth, Joseph </span><span class="s4">Frelinghuysen</span><span class="s4">, John Miller, Martin </span><span class="s4">Schou</span><span class="s4">, Stan </span><span class="s4">Skinner</span><span class="s4">, Gladys Smith. Per questo, il fenomeno dell’aiuto ai prigionieri di guerra è stato definito “epopea”. Una pagina di storia, piena di episodi drammatici e toccanti, comici e romantici: ci furono ex-prigionieri nascosti per mesi nelle grotte, nelle cantine, travestiti da donne, fatti passare per sordomuti e quelli che, dopo la liberazione, contrassero il matrimonio con le figlie dei loro benefattori. </span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Non è facile restare impassibili di fronte all’avventura di </span><span class="s4">Denys</span><span class="s4">Simmons</span><span class="s4">, raccontata nel documentario </span><span class="s6">1943 &#8211; A </span><span class="s6">Kind</span><span class="s6"> of Holiday</span><span class="s4">di Franco Taviani o a quella di William </span><span class="s4">Pusey</span><span class="s4">, le cui figlie sono tornate in Abruzzo, a Castelvecchio Subequo, per spargere le ceneri del padre sulle montagne del </span><span class="s4">Sirente</span><span class="s4">, dove aveva vissuto “il più bel periodo della vita e incontrato l’amore”, come raccontiamo più dettagliatamente alla conclusione. Ma ci furono anche italiani imprigionat</span><span class="s4">i, condannati a morte, fucilati</span><span class="s4"> per aver dato loro da mangiare e ospitalità. Una forma di resistenza, in cui le donne hanno rivestito un ruolo fondamentale. Valga, per tutte, la storia di Iride </span><span class="s4">Imperoli</span> <span class="s4">Colaprete</span><span class="s5">,</span><span class="s4"> la staffetta che accompagnava i fuggiaschi da Sulmona a Roma, catturata e imprigionata prima in via Tasso e poi a Civitaquana, con decine di uomini e donne </span><span class="s4">sulmonesi. </span><span class="s4">Una sarta, Annina </span><span class="s4">Santomarrone</span><span class="s4">, di Roio Piano, processata per aver dato ospitalità agli alleati, deportata in Germania e morta in un lager, aveva detto: “Non li ho aiutati perché erano inglesi, ma perché sono una cristiana e anche loro sono cristiani”. Un comportamento, questo, evidenziato anche da un altro fatto tragico: la fucilazione di Michele Del Greco, pastore di Anversa degli Abruzzi, condannato a morte per aver dato da mangiare a numerosi ex-prigionieri, di passaggio. Dalla lettera alla moglie e dalla testimonianza del parroco, don Vittorio D’Orazio, che lo aveva confessato prima della fucilazione, nel carcere di Badia di Sulmona, emerge la stessa motivazione: “Sa perché mi ritrovo in questa situazione? Perché ho fatto quello che mi avete insegnato: dar da mangiare agli affamati”. Era stato arrestato il 22 novembre 1943, processato e condannato il 27 novembre, fucilato il 22 dicembre. Una figlia, Raffaella Del Greco, ne ha raccontato la storia nel libro </span><span class="s6">Quei lunghi trenta giorni</span><span class="s4"> (</span><span class="s4">Japadre</span><span class="s4">, 2004).</span></p>
<p class="s8"><span class="s4">La gentilezza e la solidarietà degli abruzzesi, al di là della retorica o d’un abusato cliché, emergono dalle innumerevoli testimonianze degli ex-prigionieri che hanno posto in rilievo l’aiuto disinteressato, ricevuto dalla gente. Jack </span><span class="s4">Goody</span><span class="s4">, antropologo di fama mondiale, docente a Cambridge, allora fuggiasco sulle montagne della Valle del Sagittario, ha scritto: “C’era il pane, qualche volta era il pane di campagna fatto di farina e qualche altra era una specie di torta piatta di mais, con in mezzo il grasso di prosciutto” (</span><span class="s6">Oltre i muri. La mia prigionia in Italia</span><span class="s4">, Roma 1997). In una conferenza a Teramo, nel 2002, Jack </span><span class="s4">Goody</span><span class="s4"> ha ricordato il suo breve periodo di fuga sulle montagne abruzzesi: </span><span class="s4">«Non ho passato molto tempo in Abruzzo, ma il tempo che vi ho passato è stato molto intenso e mi ha segnato per sempre</span><span class="s4">».</span> <span class="s4">Ma, forse, le parole letterariamente più squisite e commoventi sono quelle di Alba De </span><span class="s4">Céspedes</span><span class="s4">, nascosta a Torricella Peligna, in attesa di oltrepassare la linea Gustav, raggiungendo Bari e diventando la voce di Clorinda a Radio-Bari: </span><span class="s4">«Entravamo nelle vostre case timidamente: un fuggiasco, un partigiano, è un oggetto ingombrante, un carico di rischi e di compromissioni. Ma voi neppure accennavate a timore o prudenza: subito le vostre donne asciugavano i nostri panni al fuoco, ci avvolgevano nelle loro coperte, rammendavano le nostre calze logore, gettavano un’altra manata di polenta nel paiolo. […] Del resto attorno al vostro fuoco già parecchie persone sedevano e alcune stavano lì da molti giorni. Erano italiani, per lo più: ma non c’era bisogno di passaporto per entrare in casa vostra, né valevano le leggi per la nazionalità e la razza. C’erano inglesi, romeni, sloveni, polacchi, voi non intendevate il loro linguaggio ma ciò non era necessario; che avessero bisogno di aiuto lo capivate lo stesso. Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo? Ci cedevate i vostri letti migliori, le vesti,</span><span class="s4"> gratis, se non avevamo denaro.</span><span class="s4">»</span><span class="s4"> (</span><span class="s4">AA.VV.,</span> <span class="s6">Alba de </span><span class="s6">Céspedes</span><span class="s4">, Mondadori, Milano 2005).</span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Uys</span> <span class="s4">Krige</span><span class="s4">, scrittore sudafricano, prigioniero al Campo 78 di Sulmona, dopo la fuga verso il Sud Italia e il ricongiungimento con gli Alleati, stabilisce rapporti di amicizia con Ignazio Silone, tanto che quest’ultimo, nelle pagine introduttive de </span><span class="s6">L’avventura d’un povero cristiano</span><span class="s4"> racconta:  </span><span class="s4">« </span><span class="s4">Prima di lasciare Roma e tornarsene nel Sud Africa, nel 1945, </span><span class="s4">Uys</span> <span class="s4">Krige</span><span class="s4"> mi prese a testimone di due suoi voti: avrebbe scritto un libro su questa contrada che egli chiamava “terra amica e prediletta”, e appena possibile sarebbe tornato portando con sé sua figlia, nella convinzione che avrebbe giovato all’educazione della ragazza conoscere quei posti e quella gente.</span><span class="s4">»</span> <span class="s4">L’originale inglese del libro di </span><span class="s4">Krige</span> <span class="s6">The way out</span><span class="s4">, tradotto in italiano con il titolo </span><span class="s6">Libertà sulla Maiella</span><span class="s4"> (</span><span class="s4">Vallecchi</span><span class="s4">, Firenze 1965) è dedicato ad un contadino di Bagnaturo di Pratola Peligna, Vincenzo Petrella, “</span><span class="s6">to </span><span class="s6">whom</span><span class="s6"> I </span><span class="s6">owe</span><span class="s6">my</span> <span class="s6">Freedom</span><span class="s4">” (“cui devo la mia Libertà”). </span><span class="s4">La storia delle traversate, dal nord al sud, e in particolare da Sulmona a Casoli, attraverso il Guado di Coccia, rappresenta un momento decisivo nella vita dei fuggiaschi. Era la via più conosciuta e più comune. Ma richiedeva l’assistenza di guide locali. E molte furono le guide sulmonesi che si misero a disposizione per questo compito. Compito rischioso, perché i tedeschi controllavano i valichi di montagna. John </span><span class="s4">Esmond</span><span class="s4"> Fox, nel libro </span><span class="s6">Spaghetti and </span><span class="s6">Barbed</span> <span class="s6">Wire</span><span class="s4">( “</span><span class="s4">Spaghetti e filo spinato”, </span><span class="s4">Qualevita</span><span class="s4"> 202),  </span><span class="s4">ricostruisce con la tecnica del flash-back la sua avventura di prigioniero di guerra prima e poi di fuggitivo tornando perfino da uomo libero  in visita al Campo 78 di Fonte D&#8217;Amore, nel giugno del 1966. Fox apparteneva al IV reggimento </span><span class="s6">Royal</span> <span class="s6">Horse</span> <span class="s6">Artillery</span><span class="s4"> e viene catturato in Africa dai tedeschi. Trasportato a Napoli con una nave-ospedale, rimane per qualche mese ricoverato nell&#8217;ospedale della città. Successivamente viene trasferito a Sulmona e rinchiuso nel campo di concentramento. I suoi vari tentativi di fuga falliscono miseramente, ma dopo il bombardamento alla stazione di Sulmona, il 27 agosto 1943, con due amici, </span><span class="s4">Barrel</span><span class="s4"> e Frank, riesce a fuggire. Ospitati da varie famiglie in luoghi sempre diversi, ribattezzati con i nomi in </span><span class="s4">italiano </span><span class="s4">di Paolo Pastore, Francesco Re e Giacomo Volpe, si inseriscono nel piccolo ambiente vicino alla città.  </span></p>
<p class="s10"><span class="s4">Il 13 gennaio 1944, accompagnati dalla guida Domenico Silvestri, insieme ad un centinaio di fuggitivi, affrontano la traversata della Maiella, arrivando a Palena e poi, dopo trentasei ore di marcia, sono finalmente salvi. Nel Post-Scriptum, Fox scrive: «Del gruppo di cento uomini che si erano messi in marcia, alle quattro di pomeriggio del 13 gennaio, arrivarono a Casoli alle 11 del mattino del 15 gennaio, dopo un cammino di 36 ore, 47 uomini e 22 di essi furono ricoverati in ospedale per congelamento o per spossatezza. Non sono mai stato in grado di sapere che cosa accadde agli altri». Un mese dopo, il 14 febbraio 1944 Fox saluta Domenico e parte per l&#8217;Inghilterra.</span> <span class="s4">John </span><span class="s4">Verney</span><span class="s4"> non ha scritto un libro. Ha scritto una lettera d’amore per i contadini che li avevano sfamati, aiutati, amati. Tre ex prigionieri inglesi. Il </span><span class="s4">titolo del libro, “</span><span class="s6">A </span><span class="s6">Dinner</span><span class="s6"> of </span><span class="s6">Herbs</span><span class="s4">” (“Un pranzo di erbe”, </span><span class="s4">Qualevita</span><span class="s4"> 2014) desunto da un versetto biblico dei </span><span class="s6">Proverbi </span><span class="s4">(15.17): &#8220;Un piatto di erbe con amore è meglio di un bue grasso con odio&#8221;, che l&#8217;autore pone come epigrafe del libro. La dedica:</span><span class="s6"> To </span><span class="s6">Sinibaldo</span> <span class="s6">Amatangelo</span><span class="s6">, Antonio </span><span class="s6">Crugnale</span><span class="s6"> and </span><span class="s6">their</span> <span class="s6">kind</span><span class="s4"> (A </span><span class="s4">Sinibaldo</span> <span class="s4">Amatangelo</span><span class="s4">,</span><span class="s4">Antonio </span><span class="s4">Crugnale</span><span class="s4"> e ai loro familiari) che li avevano aiutati, nascondendoli nelle grotte. Non ha confessato solo i suoi sentimenti, ma ha dimostrato che amare significa conoscere la storia, rivivere l’ambiente, condividere fatiche e speranze. Ha espresso profonda gratitudine per aver imparato, in quei mesi di fame e di rischi, tra grotte di montagna e nascondigli nelle case, che vivere e aiutare gli altri a vivere è l’unico scopo che valga la pena di raggiungere. Una testimonianza straordinaria, quella di </span><span class="s4">Verney</span><span class="s4">. Forse la più coinvolgente e la più bella delle opere scritte dagli ex-prigionieri di guerra in Abruzzo. Artistica nella forma e profonda di contenuto. Solo un innamorato poteva esprimere parole indimenticabili. </span><span class="s4">Verney</span><span class="s4"> era ed è rimasto un artista, anche dopo la tragedia della guerra. Quando, più volte, è tornato in Abruzzo, vi è tornato con la voglia di conservare e ravvivare quello spirito di innocenza o, come la chiama, </span><span class="s6">nostalgie de la </span><span class="s6">boue</span><span class="s4"> (nostalgia della genuinità), che l’affascinava</span><span class="s9">. </span><span class="s6">«</span><span class="s6">Almost everything in my life that has really mattered goes back somehow to the war. I was about to ad: Goes back to the Abruzzi (</span><span class="s4">Quasi</span><span class="s4">tutto quello che è stato importante per la mia vita lo devo alla guerra. </span><span class="s4">Stavo</span><span class="s4"> per </span><span class="s4">aggiungere</span><span class="s4">: </span><span class="s4">all’Abruzzo</span><span class="s6">»</span><span class="s4">.</span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Le donne ebbero un posto di rilievo nella vicenda dell&#8217;aiuto ai prigionieri alleati. Purtroppo, subito dopo la guerra, al momento dell&#8217;assegnazione dei meriti e delle colpe, il ruolo della donna, che non poteva essere negato, fu minimizzato con l&#8217;arma del ridicolo, svilito con insinuazioni offensive. Il maschilismo di cui era fortemente impregnata la società dell&#8217;epoca assegnava alla donna due ruoli antitetici: santa o peccatrice. Ruoli, però, sempre secondari e comunque funzionali a quello primario assegnato all&#8217;uomo. Questo modello interpretativo ha fatto sì che molte donne, pur impegnate straordinariamente nell&#8217;azione umanitaria di soccorso dei prigionieri, temendo di non essere considerate </span><span class="s6">sante,</span><span class="s4">negarono o sminuirono la loro attiva partecipazione. Altre donne, invece, più battagliere e ribelli, che cercarono di far valere i loro giusti meriti, diventarono oggetto di campagne diffamatorie, dalle quali solo pochissime uscirono indenni. L&#8217;aiuto che fu dato ai prigionieri non si risolse soltanto nel dare </span><span class="s6">il pane che non c&#8217;era</span><span class="s4">, ma si manifestò concretamente e moralmente grazie a quella solidarietà tipica delle famiglie povere di mezzi ma ricche di affetti. È nel calore della famiglia, tra le mura domestiche che si opera la ricostruzione di personalità distrutte da anni di guerra e di prigionia. Trattati nuovamente da esseri umani in una nuova famiglia, i prigionieri rinascono a nuova vita. Ricominciano a sperare e a credere nel loro futuro.</span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Lo stesso John </span><span class="s4">Furman</span><span class="s4">, nella sua autobiografia </span><span class="s6">Be </span><span class="s6">not</span> <span class="s6">Fearful</span><span class="s4">(“Non aver paura”, Garzanti, 1962) pone in rilievo la dedizione, il sacrificio, l&#8217;affetto, dimostrati dalle donne sulmonesi: Esterina (vedova </span><span class="s4">Carabia</span><span class="s4">), con il figlio Paolo, che abitava a Sulmona in via Mondello; Maria (</span><span class="s4">Santilli</span><span class="s4">, soprannominata </span><span class="s6">Trippe de Lupe</span><span class="s4">), il cui marito era Cesidio Valeri e il figlio Vincenzo, residenti  in vico Breve; Marietta (</span><span class="s4">Petrilli</span><span class="s4">, soprannominata </span><span class="s6">Papung</span><span class="s4">), Ada, Ida, Concetta, Ione, Filomena, Anna, Teresina, ecc. Per tutte, basta l&#8217;esempio di Maria (</span><span class="s4">Santilli</span><span class="s4">), che dedica le sue migliori attenzioni ad un malato di eczema, Gilbert Smith. «Ma se mai &#8211; scrive </span><span class="s4">Furman</span><span class="s4"> &#8211; di qualcuno al mondo, si sono potuti travisare la vera indole e il ca</span><span class="s4">rattere, ingannati dall&#8217;aspetto</span><span class="s4"> esteriore e dagli atteggiamenti, certo questo avveniva con Maria. In realtà, Maria era un angelo che avrebbe diviso la sua ultima crosta di pane con un cane affamato; assisteva </span><span class="s4">Gil</span><span class="s4">, uno straniero a lei completamente estraneo, in condizioni tali che avrebbero costretto anche molte madri, vinte dal raccapriccio, a distogliere loro malgrado lo sguardo dai figli pur teneramente amati, e gli dedicava tutte le s</span><span class="s4">ue cure con una destrezza e un&#8217;</span><span class="s4">affettuosità da ispirare un senso profondo di consolante fiducia».</span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Lola </span><span class="s4">Carabia</span><span class="s4">-Spagnoli, cognata di Gino </span><span class="s4">Ranalli</span><span class="s4">, ricorda ancora quel tempo in cui viveva con la famiglia al Borgo Pacentrano. Nella loro casa era nascosto Albert </span><span class="s4">Duquate</span><span class="s4">, un prigioniero americano, definito da </span><span class="s4">Furman</span> <span class="s6">&#8220;impulsivo, sempre pronto ad inventar facezie, ex </span><span class="s6">radioannunciatore</span><span class="s6">&#8220;</span><span class="s4">. Lola aveva allora venti anni, essendo nata il 16.10.1923. Con la sorella Ivana, che diventerà poi la moglie di Gino, ed altre amiche rischiavano la vita per aiutare i prigionieri.</span> <span class="s4">«Un giorno &#8211; racconta &#8211; sono andata al Comune, dal segretario Ferri, per ritirare una carta di identità falsa per Henri </span><span class="s4">Payonne</span><span class="s4"> e l&#8217;ho riportata alla famiglia Vecchiarelli, a vico Breve, perché fosse consegnata all&#8217;interessato. Dopo qualche tempo venni a sapere dallo stesso Ferri il grave rischio che avevo corso, perché i tedeschi volevano sapere se mi conosceva e lui aveva risposto negativamente, altrimenti mi avrebbero arrestata». </span><span class="s4">Henri </span><span class="s4">Payonne</span><span class="s4">, francese, esponente del movimento di De Gaulle “</span><span class="s6">France Libre</span><span class="s4">” era stato aiutato ad uscire dal campo di concentramento dal barbiere del campo, Vincenzo Pistilli, e nascosto in casa di Roberto Cicerone, soprannominato “</span><span class="s4">Pazzone</span><span class="s4">”, uno dei personaggi più attivi, insieme a Mario Scocco nell’organizzazione per l’ospitalità e l’aiuto ai prigionieri fuggiaschi. Ma anche una simile struttura, assolutamente informale, aveva bisogno di persone che tenevano collegamenti, distribuivano incarichi, realizzavano progetti. Una cerchia di persone direttamente impegnate nello svolgimento di compiti spesso altamente rischiosi. Viene organizzata la fuga di decine di prigionieri ricoverati in ospedale e fatti calare di notte attraverso le </span><span class="s4">finestre, mediante una corda formata da lenzuola annodate. Furono accumulate provviste di generi alimentari, vestiario ed altro materiale da mettere a disposizione dei fuggitivi. Ci furono anche azioni di sabotaggio nei confronti dei tedeschi.</span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Si stabilirono rapporti affettivi tra ospiti e ospitanti, tra prigionieri stranieri e gente del luogo. Nascondere o &#8220;tenere in casa&#8221;, come allora si diceva, uno o più prigionieri significava stabilire un dialogo parlato o gestuale. La convivenza nella stessa casa offriva naturalmente l&#8217;occasione di conoscersi, allacciare legami di amicizia e di affetto. </span><span class="s4">Furman</span><span class="s4"> sottolinea il fattore affettivo esistente in questa condizione di &#8220;complicità&#8221;. La cortesia e la bontà della gente erano tali che spesso i coniugi cedevano il loro letto matrimoniale per far riposare più comodamente i prigionieri, che venivano rifocillati, rivestiti, aiutati in ogni modo. Gli episodi in merito sono così numerosi che è impossibile enumerarli tutti. Contestualmente all&#8217;aiuto dato ai prigionieri, nasce spesso un sentimento più forte, più coinvolgente. È il sentimento dell’amore. E non c&#8217;è da meravigliarsi se tra prigionieri, giovani e spesso piacenti, e donne semplici e affettuose sia nato l’amore. Il motto della propaganda fascista </span><span class="s6">Dio stramaledica gli inglesi </span><span class="s4">non sembrava aver sortito nessun effetto. La gente aveva continuato a vedere nell&#8217;altro, se disarmato e bisognoso, povero e op</span><span class="s4">presso, vittima e perseguitato,</span><span class="s4"> un possibile amico e non un nemico da eliminare. </span></p>
<p class="s8"><span class="s4">Roger </span><span class="s4">Absalom</span><span class="s4">, nella presentazione accurata e approfondita al libro </span><span class="s4">di Simpson in italiano, scrive:</span><span class="s4"> «La forma più completa di identificazione tra prigioniero e ospitante avveniva quando l’ex prigioniero si immergeva totalmente nella grande famiglia contadina fino al punto di diventare una specie di parente adottivo. Questo fenomeno si produceva solo nelle condizioni di accoglienza e di rapporti familiari particolarmente idonei, ma non dipendeva necessariamente dalle condizioni materiali propizie: anche dove la cultura contadina era meno omogenea, si riscontrano casi di identificazione in cui la “personalità militare” del prigioniero veniva pressoché dissolta. In tali casi la “pressione psicologica” si spingeva oltre la generica simpatia e il garbato sfruttamento di essa: il prigioniero diventava figlio, fratello, fidanzato “fittizio”, facendo scaturire un processo reciproco di assorbimento e di assimilazione. Dalle fotografie scattate allora e rimaste come patetiche testimonianze nei fascicoli dell’archivio dell’ASC, si vede il prigioniero in mezzo a tutta la famiglia, abbracciato spesso alla “madre”, alla “fidanzata” o al “fratellino”, vestito come gli altri, in un’atmosfera di caldo affetto (sempre dignitoso, però) “famigliare”. A guerra finita, il prigioniero “assimilato” continuava per anni a soffrire un’intensa nostalgia della “famiglia” abbandonata e trovava grigio e insoddisfacente l’ambiente in cui era tornato a vivere. Rievocava in patetiche lettere “i bei tempi&#8230; della guerra”, costellati da semplici affetti, innocenti avventure (quasi da boyscout), godimenti materiali intensi, perché effimeri e rubati alla sorte, segnati soprattutto dal sorriso e dal riso, caratteristiche della civiltà contadina, pastorale e carbonara dell’alto Appennino (civiltà della veglia, della novella, del cantastorie, della beffa al potente e allo sciocco) e giustamente indicata da </span><span class="s4">Braudel</span><span class="s4"> come incrollabile sostegno della ragione umana in un mondo impazzito. “Rido, dunque sono”: forse è questa la frase </span><span class="s4">braudeliana</span><span class="s4"> che contiene l’essenziale spirito della pur pericolosa sopravvivenza, vissuta ins</span><span class="s4">ieme da contadini e prigionieri</span><span class="s4">». </span></p>
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		<title>25 aprile 1943. Il “Gruppo Patrioti della Maiella”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola F. Pomponio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2020 20:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[liberazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="845" height="591" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/maie.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/maie.jpg 845w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/maie-300x210.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/maie-768x537.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/maie-585x409.jpg 585w" sizes="(max-width: 845px) 100vw, 845px" /></p>
<p>La Brigata Maiella &#8211; Medaglia d&#8217;oro al Valor militare &#8211; e il suo straordinario contributo alla Liberazione dell&#8217;Italia dal nazifascismo Il 19 ottobre 1943 in un piccolo paesino dell’Appennino abruzzese&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h5>La Brigata Maiella &#8211; Medaglia d&#8217;oro al Valor militare &#8211; e il suo straordinario contributo alla Liberazione dell&#8217;Italia dal nazifascismo</h5>
<p>Il 19 ottobre 1943 in un piccolo paesino dell’Appennino abruzzese arrivarono le SS. Arrivarono in forze sui camion, saltarono da quei camion “come grilli” e si misero a razziare uomini e cose. Una piccola bimba di 9 anni osservava con sgomento la scena mentre, insieme alla madre e alla sorella, fuggiva verso i campi. La guerra era arrivata, brutalmente, a <strong>Torricella Peligna</strong>, in provincia di Chieti e mentre quella bimba (mia madre) fuggiva, fuggivano anche gli uomini, il vero obbiettivo delle razzie. Tra questi un distinto signore di quarantacinque anni, socialista, ex collaboratore di <strong>Giacomo Matteotti</strong> a Roma e di <strong>Filippo Turati</strong> a Milano: l’avvocato <strong>Ettore Troilo</strong>.</p>
<p>Sfuggendo ai tedeschi lui e altri si diressero verso un paese già sotto il controllo alleato non lontano da Torricella: <strong>Casoli</strong>. In questo paese successero due cose che segnarono la nascita della formazione partigiana. <strong>Ettore Troilo </strong>dopo uno scontro verbale molto acceso con le autorità inglesi (forte, naturalmente, era la diffidenza anti-italiana) ottenne di poter impegnare dei volontari in operazioni antitedesche con materiale bellico fornito dagli Alleati. Poi a Casoli s’incontrarono <strong>Ettore</strong> e <strong>Domenico Troilo</strong>; i due non erano parenti ma il secondo, sottotenente della Regia Aeronautica fuggito da <strong>Venaria Reale</strong> (Torino) all’armistizio e rocambolescamente rifugiatosi nel suo paese d’origine in Abruzzo, <strong>Gessopalena</strong> (dove vide sua madre assassinata dai tedeschi in una delle tante stragi, quella di <strong>Sant’Agata di Gessopalena</strong>), aveva le conoscenze necessarie per organizzare una formazione militare.</p>
<p>Si venne così a creare il nucleo di quindici volontari che, approssimativamente equipaggiati, iniziarono a operare con azioni di ricognizione in un territorio da loro perfettamente conosciuto. Da parte inglese crebbe il riconoscimento verso questi uomini e un lungimirante ufficiale inglese, il <strong>maggiore Lionel Wigram </strong>(Sheffield, 1907 – Pizzoferrato, 3 febbraio 1944), s’impegnò in prima persona, fino a combattere e morire con loro, per lo sviluppo della “banda”. La storia della formazione è stata ottimamente ricostruita da vari testi. Mi preme sottolineare però alcune particolarità. La “<strong>Brigata Maiella</strong>” fu del tutto atipica nel panorama resistenziale.</p>
<p>Vestita con uniformi inglesi, portavano le mostrine e la bandiera tricolore (senza lo scudo sabaudo!), autonoma da un punto di vista operativo, era inquadrata nel II Corpo d’armata polacco del <strong>generale Anders</strong>; erano e si ritenevano dei militari (erano forniti di regolare tesserino di riconoscimento bilingue, quello di mio nonno di cui porto orgogliosamente il nome è il n. 852) però con una disciplina alquanto particolare dove il massimo della pena era l’allontanamento dalla possibilità di operare sul campo (cosa che non successe mai); vi si entrava e vi si usciva (anche questo non successe mai) liberamente, non c’erano commissari politici, la formazione era antifascista e repubblicana, ma anche i monarchici potevano aderirvi.</p>
<p>L’operatività militare, delegata a <strong>Domenico Troilo</strong> in virtù della sua esperienza, si dispiegò in una grande epopea che vide i “lupi della Maiella” (come li soprannominarono, con rispetto, i tedeschi) partire dalle montagne d’<strong>Abruzzo</strong> e risalire la penisola attraverso le <strong>Marche</strong> (combattendo a <strong>Cingoli, Pesaro, Montecarotto</strong>), la <strong>Toscana</strong> (scontrandosi con i tedeschi a <strong>Laterina</strong>) e l’<strong>Emilia-Romagna </strong>(battaglia di <strong>Brisighella</strong>),  entrare (sostengono gli storici) per primi a <strong>Bologna</strong> e continuare verso Nord fino a congiungersi il 1° maggio 1945, superando le unità americane, con altre formazioni partigiane ad <strong>Asiago</strong>!</p>
<p>In tal modo la “<strong>Brigata Maiella</strong>” ha stabilito vari primati: unica formazione partigiana a combattere fuori dal proprio territorio d’origine, unica formazione partigiana inquadrata in un esercito regolare, mai nessun abbandono, prima formazione partigiana a cantare “<em>Bella Ciao</em>”. Partiti da <strong>Casoli</strong> in 15 (tra cui un gigante russo di origine siberiana) alla cerimonia di scioglimento a <strong>Brisighella</strong> (Bologna), il 15 luglio 1945 la formazione contava ben 1326 uomini con 55 morti, 19 prigionieri (di cui 3 uccisi), 151 feriti di cui 36 mutilati. La metà dei caduti erano contadini, gli altri studenti, commercianti, operai, ex militari, artigiani. Ma l’epopea “maiellina” non finì quel giorno a Brisighella. <img decoding="async" class="alignright" src="http://www.paeseitaliapress.it/img/articoli/55734942646111" alt="" /><strong>Ettore Troilo</strong> fu l’ultimo prefetto nominato a <strong>Milano</strong> dal CLN e rimosso, nonostante la strenua difesa che di lui fece Gian Carlo Pajetta, dal ministro degli Interni Scelba il 4 dicembre 1947.</p>
<p>E fu proprio Pajetta ad accostare nel 1990 la <strong>Brigata Maiella</strong> ai Mille di <strong>Garibaldi</strong> che tornavano ripercorrendone la strada ma dal sud a nord. Però <strong>Ettore Troilo</strong> aveva un altro dono particolarmente diffuso in Abruzzo: la testardaggine. Terminata la vicenda resistenziale si adoperò per venti anni a far ottenere ai suoi uomini quanto <strong>Umberto di Savoia</strong>, a cui nessuno dei suoi giurò fedeltà, sebbene non richiesto, aveva promesso: <strong>la Medaglia d’oro al valor militare</strong>. Si dovette attendere il 2 maggio 1965 quando l’allora ministro della Difesa, <strong>Giulio Andreotti</strong>, finalmente conferì l’onorificenza rendendo il “<strong>Gruppo Patrioti della Maiella</strong>”, l’unica formazione partigiana a fregiarsi di questo riconoscimento, per tacere delle onorificenze polacche “Virtuti militari” assegnate a singoli. Oggi due lapidi segnano idealmente la storia della formazione: una a <strong>Torricella Peligna</strong> ricorda il rastrellamento da cui ebbe origine il tutto, l’altra a <strong>Brisighella</strong> ricorda il giorno dello scioglimento; in mezzo, idealmente, vi è il sacrario dei caduti a <strong>Taranta Peligna</strong> (Chieti) visitato nel 2001 da quello che era stato un giovane ufficiale in fuga verso le linee britanniche e passato da Casoli, <strong>Carlo Azeglio Ciampi</strong>.</p>
<p>Un’ultima annotazione, ma fondamentale. I “maiellini” possedevano una visione dello scontro diametralmente opposta a quella nazista; la guerra non era fatta con odio, non si doveva odiare il nemico, lo si combatteva, strenuamente, ma non lo si odiava. C’è un episodio significativo. Si svolge sul torrente Sintria, vicino a <strong>Brisighella</strong>. C’è uno scontro con i tedeschi, un loro sottufficiale resta ferito e i suoi camerati non lo soccorrono perché nella terra di nessuno. Quattro partigiani lo vanno a salvare e uno di loro viene ucciso dai tedeschi. Penso che questo episodio renda ragione del modo di combattere della <strong>Brigata Maiella</strong>. Questo combattere senza odio ritorna nelle parole di <strong>Domenico Troilo</strong> (la cui madre, ricordo, era stata uccisa con una sventagliata di mitra in faccia). Allo storico che lo intervistava per scrivere un libro sulla formazione disse: “<em>Che non sia una cosa eroica, perché noi non eravamo eroi</em>” e in tempi in cui la parola eroe è talmente usata da diventare insignificante, questa ritrosia, orgoglio, assenza di retorica è una boccata d’aria pura come l’aria che si respira su quei monti dove tutto ebbe inizio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2020/04/25/25-aprile-1943-il-gruppo-patrioti-della-maiella/">25 aprile 1943. Il “Gruppo Patrioti della Maiella”</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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