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	<title>anni 80 Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>45 anni dopo Bologna: il silenzio che urla ancora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Di Stanislao]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Aug 2025 06:56:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scenari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="980" height="638" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9713.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9713.jpeg 980w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9713-300x195.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9713-768x500.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9713-585x381.jpeg 585w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></p>
<p>“La verità è figlia del tempo, non dell’autorità.” — Galileo Galilei L’Italia repubblicana ha attraversato nel secondo dopoguerra una stagione inquietante, segnata da una serie di eventi tragici e misteriosi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/08/03/45-anni-dopo-bologna-il-silenzio-che-urla-ancora/">45 anni dopo Bologna: il silenzio che urla ancora</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="980" height="638" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9713.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9713.jpeg 980w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9713-300x195.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9713-768x500.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_9713-585x381.jpeg 585w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></p><p><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">“</b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La verità è figlia del tempo, non dell’autorità.” — Galileo Galilei</i></p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">L’Italia repubblicana ha attraversato nel secondo dopoguerra una stagione inquietante, segnata da una serie di eventi tragici e misteriosi che ancora oggi affondano le loro radici in un groviglio di poteri occulti, depistaggi e strategie geopolitiche. I cosiddetti “misteri italiani” rappresentano una ferita profonda nella memoria collettiva: Piazza Fontana, Brescia, Italicus, Ustica, Peteano, e soprattutto la strage di Bologna, avvenuta 45 anni fa. Questi eventi hanno lasciato dietro di sé una scia di sangue e domande irrisolte, diventando simboli di un’Italia che fatica a guardare in faccia la propria storia.</p>
<p><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">I principali misteri italiani: un mosaico di ombre</strong></p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Piazza Fontana (1969) segna l’inizio della cosiddetta strategia della tensione. Una bomba esplode nella Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano provocando 17 morti e decine di feriti. Inizialmente si accusano gli anarchici, ma la verità emergente indica un coinvolgimento di gruppi neofascisti, servizi segreti deviati e logge massoniche clandestine, che avrebbero voluto destabilizzare lo Stato per frenare l’avanzata della sinistra.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La strage di Brescia (1974), con otto morti durante una manifestazione antifascista, Italicus (1974), un attentato a bordo di un treno espresso che provoca 12 vittime, Peteano (1972), con tre carabinieri uccisi da una bomba, e Ustica (1980), la misteriosa esplosione di un aereo civile con 81 morti, costituiscono altri tasselli di questa rete di violenza e depistaggi. Dietro ognuno di questi episodi si celano collegamenti con apparati deviati dei servizi segreti, organizzazioni eversive nere e rosse, e un’inquietante regia internazionale.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La strage di Bologna del 2 agosto 1980 rappresenta il momento più drammatico e simbolico di questa lunga stagione. Una bomba esplode nella sala d’aspetto della stazione causando ottantacinque morti e oltre duecento feriti. Il disastro fu così vasto da scuotere profondamente la coscienza del Paese. Le indagini, inizialmente ostacolate da depistaggi e omissioni, portarono all’identificazione degli esecutori ma non svelarono completamente i mandanti e le complicità più alte.</p>
<p><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La strategia della tensione, la P2 e i servizi segreti deviati</strong></p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Negli anni ’70 e ’80 l’Italia fu terreno di una strategia che mirava a creare uno stato di tensione permanente, alimentando paura e incertezza per impedire cambiamenti politici. Da una parte il terrorismo rosso, dall’altra l’eversione nera, coperta e sostenuta in certi ambiti dai servizi segreti deviati, legati alla loggia massonica Propaganda Due (P2), guidata da Licio Gelli. La P2 non era una semplice associazione segreta, ma una vera e propria rete di potere parallela che includeva politici, magistrati, ufficiali militari, giornalisti e uomini dei servizi segreti come Pietro Musumeci, figura chiave nei depistaggi dopo Bologna.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">In questo contesto si colloca anche il coinvolgimento indiretto e spesso taciuto della CIA, l’agenzia di intelligence statunitense. Per gli Stati Uniti, l’Italia rappresentava un avamposto cruciale nella Guerra Fredda e la lotta al comunismo giustificava ogni misura estrema. La presenza di operazioni come l’Operazione Gladio, che prevedeva reti clandestine per contrastare una possibile presa del potere da parte delle sinistre, fa pensare a una strategia di tolleranza o persino incentivo verso le azioni destabilizzanti di gruppi neofascisti. L’ombra della CIA, quindi, attraversa tutti i grandi misteri italiani, con implicazioni che coinvolgono servizi segreti, logge massoniche e gruppi terroristici.</p>
<p><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il film “Piazza delle cinque lune”: la cultura che divide</strong></p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Nel 2003 Renzo Martinelli porta sul grande schermo il caso Bologna con il film “Piazza delle cinque lune”. Il film si concentra sul complesso intreccio di depistaggi e responsabilità nascoste dietro la strage, e pone l’accento sulle complicità tra servizi segreti e politica. Tuttavia, l’opera viene largamente snobbata dalla critica e dal pubblico mainstream, spesso bollata come eccessivamente “di destra” e quindi poco attendibile o addirittura strumentale. Questo rifiuto riflette quanto il tema delle stragi resti un terreno minato, in cui ogni interpretazione rischia di essere politicizzata e dove si preferisce spesso il silenzio al confronto.</p>
<p><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Dialogo immaginario: un patto di ombre</strong></p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">In una stanza appartata, illuminata da una luce soffusa, si incontrano tre uomini: un esponente della P2, un ufficiale del SISDE e un agente della CIA. Parlano a bassa voce, consapevoli della delicatezza del loro patto e delle conseguenze delle loro parole.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">P2:</strong> «L’importante è mantenere l’equilibrio. Un po’ di caos controllato serve a rafforzare l’ordine. Senza tensioni e senza paura, la gente si rilassa e non giustifica più il controllo stretto.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">SISDE:</strong> «Abbiamo piazzato piste false e depistaggi efficaci, ma la pressione della magistratura e dell’opinione pubblica cresce. Alcuni vogliono rompere il silenzio.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">CIA:</strong> «L’Italia è un pezzo fondamentale nello scacchiere globale. Non possiamo permettere che la sinistra prenda il potere. La stabilità è la priorità. Agite con fermezza, ma lasciate poche tracce dirette. Il lavoro sporco deve sembrare opera di altri.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">P2:</strong> «Come sempre, qualche bomba qua e là, un capro espiatorio, e il gioco è fatto. La gente dimentica, la paura regna sovrana.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">SISDE:</strong> «Ma quanto potremo mantenere questo fragile equilibrio? Le nuove generazioni vogliono la verità.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">CIA:</strong> «Lo sappiamo. Ecco perché agiamo con prudenza. Ogni passo deve essere misurato, ogni segreto custodito gelosamente. Il rischio è il caos, e nessuno qui lo vuole.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">P2:</strong> «Continuiamo così: un po’ di verità per distrarre, qualche colpevole designato, e il nostro controllo resta saldo.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">SISDE:</strong> «La memoria è potente. Prima o poi la rete di silenzi si spezzerà.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">CIA:</strong> «Quella luce è pericolosa. La storia non si scrive con la verità, ma con il potere che la domina.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">P2:</strong> «Il silenzio è il nostro miglior alleato. Finché confondiamo la verità col rumore, il nostro potere non sarà mai minacciato.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">SISDE:</strong> «Ma la democrazia si regge sulla verità, non sul silenzio.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">CIA:</strong> «Forse verrà il giorno della verità. Fino ad allora, restiamo nell’ombra.»</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Si alzano, consapevoli di portare sulle spalle il peso di una storia che ha segnato l’Italia, consapevoli che il gioco è delicato e che il potere si è scritto nei silenzi più che nelle parole.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La strage di Bologna e gli altri misteri italiani non sono semplici pagine di un passato da archiviare. Sono ferite ancora aperte, moniti di quanto possa essere fragile una democrazia di fronte a poteri occulti e strategie segrete. Il coinvolgimento di strutture italiane e internazionali, di logge massoniche devianti, di servizi segreti e agenzie straniere, ha creato una rete di complicità e silenzi che ha minato la fiducia nella politica e nella giustizia.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Ricordare è più che commemorare: è resistere. È rifiutare che l’oblio cancelli la verità, che la paura zittisca le coscienze. A 45 anni di distanza, il dovere civico e morale è di continuare a scavare, a chiedere conto, a mantenere viva la memoria per costruire un futuro in cui tragedie simili non possano più ripetersi.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La verità è figlia del tempo, ma non deve diventare figlia dell’oblio.</p>
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		<title>Quando il calcio perse il suo romanticismo: un anno senza Diego</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Sciarrone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Nov 2021 20:26:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[anni 80]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="362" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/11/7DAE12E2-8A63-4D79-B73F-D678D36F73C1.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/11/7DAE12E2-8A63-4D79-B73F-D678D36F73C1.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/11/7DAE12E2-8A63-4D79-B73F-D678D36F73C1-300x160.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/11/7DAE12E2-8A63-4D79-B73F-D678D36F73C1-585x312.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Maradona, i tributi e le tante domande senza risposta Un anno senza Diego. Il calcio senza Maradona ha perso il suo romanticismo e dopo dodici mesi la sua morte è&#8230;</p>
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<p>Un anno senza Diego. Il calcio senza Maradona ha perso il suo <strong>romanticismo</strong> e dopo dodici mesi la sua morte è ancora avvolta nel mistero.</p>
<p><strong>Tante le domande senza risposta</strong> che partono proprio dall’<strong>ora del decesso</strong>, ritrattata più volte e ancora non definita. La dichiarazione ufficiale di morte è stata data alle 13.16 (ora locale in Argentina) ma in realtà Diego era già spirato. A differenza della prima versione che datava il decesso alle 12 ora locale dopo la colazione, magistrati e periti hanno ipotizzato che l’ex Pibe ha esalato l’ultimo respiro intorno all’alba. <strong>Dopo quanto tempo sono arrivati i soccorsi e quando sono stati effettivamente chiamati?</strong> Le ricostruzioni delle conversazioni dal centralino hanno già fatto luce su questo aspetto: i soccorsi sono arrivati dopo circa 12 minuti e non una mezz’ora abbondante. <strong>Chi c’era accanto a Maradona durante il giorno? </strong>E perché era stato lasciato da solo tutta la notte? Considerati i problemi cardiaci perché in casa non c’era né un defibrillatore né uno specialista per il pronto soccorso? E poi c’è il <strong>medico Luque</strong> che non si sa bene cosa abbia fatto per curarlo e salvarlo, il <strong>cocktail di psicofarmaci somministrato</strong> e le <strong>dimissioni sospette</strong>, due settimane prima della morte, dopo l’operazione alla testa.  Perché è stata presa la decisione di portarlo a casa? L’idea che emerge è che Maradona sia stato, in buona sostanza, portato a casa a morire. “Si poteva salvare”, è la tesi filtrata dai magistrati se fosse rimasto in una struttura specializzata. Il controllo cardiovascolare non è mai stato fatto in maniera completa.</p>
<p>Oggi 25 novembre, un anno dopo la scomparsa<strong>, il ricordo indelebile di Maradona</strong> gonfierà i cuori di chi lo ha amato, da Napoli a Buenos Aires, il ricordo di un campione tra poesie, canzoni, libri, spettacoli teatrali, murales e statue in bronzo.</p>
<p>Di seguito l’articolo scritto un anno fa.</p>
<p><strong>E’ andato a restituirgli la mano?</strong> Chissà. “El Diez”, “Pibe de Oro”, semplicemente <strong>Diego Armando Maradona</strong> si è spento oggi, 25 novembre, come <strong>George Best</strong>. Il genio sopravvissuto a se stesso e a mille battaglie, l’uomo del <strong>barrio</strong>, sempre pronto a caricarsi sulle spalle tutto il dramma di una vita vissuta al massimo, eterno per i suoi goal e per quel suo sguardo un po’ melanconico, come la musica della sua terra: “<strong>Il tango è un pensiero triste che si balla</strong>” diceva il musicista argentino Enrique Santos Discépolo.</p>
<p>Il numero 10 per eccellenza che ha illuminato per una decade e più il calcio mondiale vincendo coppe e trascinando interi popoli – come quello napoletano e argentino – alla gloria sportiva e al riscatto sociale. Pochi giorni fa la “sua partita” Napoli-Milan scontro che negli <strong>anni ’80</strong> rappresentava due filosofie di calcio: da un lato il genio rappresentato da Maradona dall’altro un esercito perfetto e coordinato, il Milan di Arrigo Sacchi. Se ne va così, dopo aver compiuto 60anni ed essere stato inondato di auguri, dopo essere stato dimesso dall’ospedale per una complessa operazione al cervello.</p>
<p>La <strong>storia di una leggenda</strong> che emoziona ancora. In ciò che faceva mostrava tutto il suo universo, il suo destino, la sua storia personale divenuta riscatto di una città, di un paese intero, di un mondo tutto suo. Maradona, nel campo come nella vita, non poteva essere una “casella” di un “modulo”, no, <strong>Maradona era una “filosofia”</strong>, di calcio, di campo, di vita. Era l’ingrediente segreto, la magia che diventa realtà e si mostra agli umani in tutta la sua bellezza, eleganza e sfrontatezza. Maradona era tutto e il contrario di tutto, “riempiva” se stesso e chi lo circondava, li vedeva, li includeva e ne assumeva i difetti, per loro segnava e vinceva, spesso da solo contro tutti: un supereroe con il <strong>numero 10</strong>.</p>
<p><strong>Re e popolo</strong>, ogni sua conquista appariva precaria, aveva dentro l’insicurezza dell’uomo, inebriato e via via consumato dal compito suo destino, bruciato a poco a poco dalla genialità che non ha saputo conservare per godere di una vecchiaia migliore. <strong>Sopravvissuto a se stesso</strong> ma emarginato dalla serenità, la rabbia – sua amica – l’aveva coltivata da sempre, vissuta e calpestata, alla ricerca di quel riscatto individuale che divideva per tutti, i compagni di campo e al suo popolo, ai napoletani. Il Napoli e il Milan degli anni ’80 come l’Alfa e l’Omega di mondi diametralmente opposti, il primo tutto spirito il secondo più fisico, soffocante, atletico: un esercito compatto e apparentemente imbattibile che Diego riuscì a ribaltare spesso svolazzando tra i <strong>Gullit</strong> e i <strong>Rijkaard</strong>, tipi tostissimi.</p>
<p><strong>Maradona ha portato fiumi di felicità</strong> lì dove c’era disperazione tracimante, nel decennio del terremoto, dei soldi per la ricostruzione fagocitati da mafie e politica, al tempo dei Gava e dei Don Raffaè, El Diez fu il messaggio più potente di riscatto che Napoli seppe lanciare al resto del mondo. La città, il suo invidiabile skyline, dove il Vesuvio la fa da padrone, divennero il centro di tutto, delle meraviglie più assortite e delle conquiste più impensabili, sportive e quindi sociali. Tutti si sentivano invincibili e questo status si rifletteva nella società napoletana che nascondeva i vecchi vizi sotto una patina di bellezza superiore, senza fine. La fine come l’inizio, difficile. Le scelte di vita, gli errori che lo rendevano umano hanno fatto il resto della storia.</p>
<p><strong>Maradona è tutto in una partita</strong>, probabilmente, <strong>Argentina – Inghilterra</strong>, quarti di finale di <strong>Messico 1986</strong>, quando segnò una rete considerata il “gol del secolo” ondeggiando con la palla tra i difensori inglesi, e un gol con la mano (mano de Dios). Maradona iniziò a giocare a calcio nella squadra del padre, l’<strong>Estrella Roja</strong>, di cui Diego era il talento più apprezzato, passando poi all’<strong>Argentinos Juniors </strong>di Buenos Aires, con lui in rosa la squadra giovanile raggiunse una striscia di 136 risultati utili consecutivi. Maradona iniziò la sua carriera da professionista nell’Argentinos Juniors nel <strong>1976</strong>, debuttando con la maglia numero 16 il 20 ottobre nella partita contro il <strong>Talleres</strong>, dieci giorni prima di compiere sedici anni, il più giovane di sempre a esordire nella prima divisione argentina. Nel <strong>1979</strong> e nel <strong>1980</strong> vinse il <strong>Pallone d’Oro sudamericano</strong>, il premio che spetta al miglior giocatore del continente, sempre nel 1980 mise già a segno uno dei più bei gol della sua carriera nella partita contro il <strong>Deportivo Pereira</strong> disputata il 19 febbraio. Trasferitosi al Boca Juniors nel 1981, segnò 28 gol in 40 partite guidando il Boca Juniors alla vittoria del Campionato Metropolitano di Apertura 1981. Il 5 giugno 1982 diventò un giocatore del <strong>Barça</strong> dell’allora presidente Josep Lluís Núñez e poi il <strong>Napoli</strong>: <strong>5 luglio 1984</strong>. Presentato ufficialmente allo stadio San Paolo fu accolto da circa ottantamila persone, che pagarono la quota simbolica di mille lire per vederlo: apoteosi. Arrivarono due scudetti, <strong>1987</strong> e <strong>1990</strong>, e tante coppe, oltre alla vittoria ai mondiali del 1986 con l’Argentina e al secondo posto nella finale di Roma ad Italia ‘90.</p>
<p><strong>La prima vita di Diego resta immortale</strong>, fulgida e dissoluta, conclusa nel <strong>1994 </strong>quando ai mondiali americani venne trovato positivo all’antidoping. Quel giorno, dopo il famoso urlo nella telecamera che era un ruggito, il verso dell’animale nuovamente re di ogni foresta e di ogni savana, Diego Armando Maradona cominciò la sua morte prolungata, una discesa costante e lenta. Quando si comincia, non si finisce più. Anche di morire, a volte, non si finisce più. <strong>Ma se sei stato Maradona, cosa potrai mai essere dopo? Cosa potrai chiedere di più?</strong></p>
<p><strong>La seconda vita</strong> (ma che vita era?) di Diego lo ha visto sedersi su diverse panchine – tutte improbabili – anche se portò l’Argentina ai quarti nei mondiali sudafricani dieci anni fa, pare un secolo fa. Nulla, di questa sua seconda vita coerente col disastro di sé, ha avvicinato l’estasi della prima. <strong>Sempre danzando sul confine</strong> tra una vita smarrita e una morte scontata vivendo, come avrebbe detto il poeta.</p>
<p><strong>In questo caso però la poesia era lui.</strong></p>
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