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	<title>attualità Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>attualità Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Epstein Files, ora anche l’Italia chiede gli atti segreti: la trasparenza alla prova della giustizia</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/10/epstein-files-ora-anche-litalia-chiede-gli-atti-segreti-la-trasparenza-alla-prova-della-giustizia/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=epstein-files-ora-anche-litalia-chiede-gli-atti-segreti-la-trasparenza-alla-prova-della-giustizia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 16:12:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Epstein files]]></category>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="394" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/9aa27da6-9115-4bf7-b490-c63cc9c64be6-e1789057669757.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>La Procura di Roma apre un fascicolo contro ignoti e chiede agli Stati Uniti anche documenti non ancora pubblicati. Polonia, Norvegia e Lettonia riferiscono di attendere risposte alle proprie richieste&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/10/epstein-files-ora-anche-litalia-chiede-gli-atti-segreti-la-trasparenza-alla-prova-della-giustizia/">Epstein Files, ora anche l’Italia chiede gli atti segreti: la trasparenza alla prova della giustizia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="394" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/9aa27da6-9115-4bf7-b490-c63cc9c64be6-e1789057669757.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p><p><em>La Procura di Roma apre un fascicolo contro ignoti e chiede agli Stati Uniti anche documenti non ancora pubblicati. Polonia, Norvegia e Lettonia riferiscono di attendere risposte alle proprie richieste di assistenza giudiziaria. Dopo milioni di pagine desecretate, il nodo non è più soltanto sapere cosa contengono i file, ma capire se potranno diventare strumenti reali di indagine</em></p>
<div class="mh-meta entry-meta">
<p class="pip-intro">Il 19 agosto avevamo scritto che la trasparenza sugli Epstein Files stava finendo davvero in tribunale.</p>
<p>Allora il punto era il contenzioso aperto negli Stati Uniti sull’accesso ai documenti non oscurati, insieme alle nuove iniziative investigative in Europa.</p>
<p>Oggi quella domanda arriva anche in Italia.</p>
<p>La Procura di Roma ha aperto un fascicolo, al momento <strong>contro ignoti</strong>, sugli Epstein Files e ha trasmesso una rogatoria alle autorità statunitensi per acquisire documentazione relativa alla vicenda, compresi atti che non sono stati resi pubblici.</p>
<div class="pip-evidenza">Non significa che le persone italiane i cui nomi compaiono nei documenti siano accusate di qualcosa. Significa che la magistratura vuole verificare se dietro alcune delle tracce contenute nell’immensa mole di documentazione possano emergere fatti penalmente rilevanti perseguibili in Italia.</div>
<p>Ed è una distinzione essenziale.</p>
<h2>Dalle carte a un’indagine italiana</h2>
<p>L’inchiesta romana, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, nasce dall’esposto presentato il 26 marzo dall’associazione Differenza Donna.</p>
<p>L’associazione aveva chiesto di verificare l’esistenza di eventuali reati transnazionali collegati alla tratta, alle violenze sessuali e allo sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minorenni, partendo proprio dai documenti pubblicati negli Stati Uniti.</p>
<p>Nei file sono presenti riferimenti a persone, relazioni, spostamenti e località italiane.</p>
<p>Ma ancora una volta occorre fermarsi prima del salto più semplice — e più pericoloso.</p>
<div class="pip-domanda">Essere citati in un documento non significa essere coinvolti in un reato.</div>
<p>Una rubrica telefonica non è una sentenza.</p>
<p>Una fotografia non è automaticamente una prova di complicità.</p>
<p>Un incontro, un viaggio o una corrispondenza devono essere inseriti nel loro contesto e verificati.</p>
<p>È precisamente questo il lavoro della magistratura.</p>
<p>Ed è per questo che la rogatoria inviata agli Stati Uniti rappresenta il passaggio più importante.</p>
<h2>Il punto sono gli atti che non vediamo</h2>
<p>All’inizio del 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha annunciato la pubblicazione di circa <strong>3,5 milioni di pagine</strong> nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act.</p>
<p>Il materiale comprende anche migliaia di video e decine di migliaia di immagini. Il Dipartimento di Giustizia ha spiegato di avere applicato oscuramenti per proteggere le vittime e altre informazioni sensibili e continua a mantenere una propria Epstein Library ufficiale.</p>
<p>Una quantità di materiale enorme.</p>
<p>Ma il caso Epstein sta dimostrando qualcosa che avevamo già evidenziato nella nostra precedente inchiesta:</p>
<div class="pip-evidenza">Pubblicare non significa necessariamente rendere tutto investigabile.</div>
<p>Perché un conto è ciò che un cittadino può consultare su un sito.</p>
<p>Un altro è ciò che un magistrato può acquisire formalmente, utilizzare, verificare e incrociare con testimonianze, documenti bancari, spostamenti e altre prove.</p>
<p>Ed è proprio per questo che Roma ha chiesto anche materiale che non è stato ancora pubblicato.</p>
<h2>Non è soltanto un problema italiano</h2>
<p>Il nodo della cooperazione con gli Stati Uniti sta emergendo anche altrove in Europa.</p>
<p>Secondo quanto dichiarato da autorità giudiziarie e investigative al <em>Washington Post</em>, Polonia, Norvegia e Lettonia hanno inviato richieste di assistenza giudiziaria agli Stati Uniti nell’ambito delle rispettive indagini collegate agli Epstein Files.</p>
<p>La Procura nazionale polacca ha chiesto, tra l’altro, documenti non oscurati relativi agli eventuali aspetti polacchi del caso.</p>
<p>L’unità norvegese per i reati economici Økokrim ha confermato di avere richiesto materiale agli Stati Uniti, mentre la polizia lettone ha riferito di avere inviato più richieste di assistenza giudiziaria senza avere ancora ricevuto risposta.</p>
<p>Anche le autorità britanniche hanno cercato di ottenere documentazione originale e non oscurata per le proprie indagini.</p>
<div class="pip-nota"><strong>Una precisazione necessaria.</strong><br />
Il Dipartimento di Giustizia statunitense non afferma di avere rifiutato la cooperazione. Ha dichiarato di non commentare lo stato delle singole richieste di assistenza giudiziaria e ha sostenuto di non avere rifiutato assistenza alle giurisdizioni che stanno indagando su possibili reati collegati a Epstein.</div>
<p>Dunque non possiamo parlare, allo stato degli atti, di un rifiuto americano.</p>
<p>Possiamo però registrare un fatto:</p>
<div class="pip-evidenza">Diverse autorità europee sostengono di non avere ancora ottenuto il materiale richiesto.</div>
<p>Ed è una differenza giornalisticamente decisiva.</p>
<h2>La trasparenza incontra la cooperazione giudiziaria</h2>
<p>Questa è forse la nuova frontiera degli Epstein Files.</p>
<p>Per mesi il dibattito pubblico si è concentrato su una domanda:</p>
<div class="pip-domanda">Quali documenti verranno pubblicati?</div>
<p>Poi è arrivata una seconda domanda:</p>
<div class="pip-domanda">Quali parti saranno oscurate?</div>
<p>Adesso ne emerge una terza, forse ancora più importante:</p>
<div class="pip-domanda">Quando una magistratura chiede quei documenti per svolgere un’indagine, riesce realmente ad averli?</div>
<p>È qui che la trasparenza smette di essere soltanto un principio politico e diventa uno strumento concreto di giustizia.</p>
<p>Perché una democrazia non è trasparente soltanto quando permette ai cittadini di vedere milioni di pagine.</p>
<p>Lo è quando consente alle istituzioni chiamate a indagare di accedere alle prove necessarie per verificare ciò che quelle pagine suggeriscono.</p>
<h2>Intanto negli Stati Uniti lo scontro continua</h2>
<p>Anche sul fronte americano restano aperte forti tensioni.</p>
<p>Il finanziere Leon Black, che aveva avuto rapporti economici con Epstein, non si è presentato il 3 settembre alla deposizione richiesta dalla House Oversight Committee e ha contestato davanti a un tribunale la legittimità dei subpoena emessi dalla Commissione.</p>
<p>Black nega qualsiasi coinvolgimento negli abusi di Epstein e sostiene che l’indagine congressuale abbia oltrepassato i propri poteri. La Commissione difende invece la legittimità della propria attività investigativa.</p>
<p>Anche qui non siamo davanti a una prova di responsabilità personale.</p>
<p>Siamo davanti a un altro conflitto sull’accesso alle informazioni.</p>
<p>Ed è questo il filo che continua a tenere insieme pezzi apparentemente differenti della vicenda.</p>
<h2>Dai nomi alle responsabilità</h2>
<p>La tentazione degli Epstein Files è sempre stata quella della lista.</p>
<p>Chi c’è?</p>
<p>Quale politico?</p>
<p>Quale imprenditore?</p>
<p>Quale personaggio famoso?</p>
<p>È comprensibile.</p>
<p>Ma è anche il modo più semplice per perdere il centro della storia.</p>
<div class="pip-evidenza">La domanda giornalisticamente più importante non è quante persone potenti abbiano conosciuto Jeffrey Epstein. È capire <strong>chi sapeva, chi eventualmente partecipò, chi facilitò, chi avrebbe dovuto controllare e non lo fece e perché un sistema di relazioni e potere abbia potuto sopravvivere così a lungo.</strong></div>
<p>E per rispondere non bastano milioni di documenti pubblicati online.</p>
<p>Servono indagini.</p>
<p>Cooperazione tra Stati.</p>
<p>Prove utilizzabili.</p>
<p>Testimonianze.</p>
<p>E soprattutto il rispetto di quelle donne e ragazze che non possono essere trasformate, ancora una volta, in comparse di una storia costruita intorno ai nomi dei potenti.</p>
<p class="pip-finale">Il 19 agosto concludevamo la nostra inchiesta con una domanda:</p>
<div class="pip-domanda">Quanto siamo davvero disposti a conoscere?</div>
<p class="pip-finale">Oggi possiamo aggiungerne un’altra.</p>
<div class="pip-domanda">Quanto siamo disposti a collaborare perché ciò che conosciamo possa diventare giustizia?</div>
<p class="pip-finale">Perché gli Epstein Files non sono più soltanto un archivio da aprire.</p>
<p>Sono diventati una prova per le istituzioni che devono decidere cosa fare di ciò che quell’archivio contiene.</p>
<div class="pip-fonti">
<h3>FONTI E DOCUMENTI CONSULTATI</h3>
<ul>
<li style="list-style-type: none;">
<ul>
<li><strong>U.S. Department of Justice</strong> – Epstein Files Transparency Act ed Epstein Library.</li>
<li><strong>ANSA</strong> – aggiornamenti sull’indagine della Procura di Roma e sulla rogatoria trasmessa agli Stati Uniti.</li>
<li><strong>RaiNews</strong> – sviluppi dell’indagine italiana sugli Epstein Files.</li>
<li><strong>The Washington Post</strong>, 9 settembre 2026 – richieste di assistenza giudiziaria di Polonia, Norvegia, Lettonia e sviluppi europei.</li>
<li><strong>Reuters</strong> – procedimento relativo a Leon Black e House Oversight Committee.</li>
</ul>
</li>
</ul>
<p>Francesco Mazzarella @riproduzione riservata</p>
<ul>
<li style="list-style-type: none;">
<ul>LEGGI ANCHE</ul>
</li>
</ul>
<p>19 agosto: Epstein Files, adesso la trasparenza finisce davvero in tribunale</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="2K0dGEPkSx"><p><a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/23/epstein-files-adesso-la-trasparenza-finisce-davvero-in-tribunale1/">Epstein Files, adesso la trasparenza finisce davvero in tribunale</a></p></blockquote>
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</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/10/epstein-files-ora-anche-litalia-chiede-gli-atti-segreti-la-trasparenza-alla-prova-della-giustizia/">Epstein Files, ora anche l’Italia chiede gli atti segreti: la trasparenza alla prova della giustizia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Il ritorno dei fantasmi</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/31/il-ritorno-dei-fantasmi/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-ritorno-dei-fantasmi</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2026 20:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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<p>Dai manicomi all’Intelligenza Artificiale, passando per le moschee scolastiche e le toghe sotto esame: il progresso inciampa, torna indietro e scopre che il mondo è ancora nelle mani dell’uomo. Purtroppo&#8230;</p>
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<p class="s5">Mentre Mosca continua a minacciare l’Ucraina con nuovi raid e i morti si accumulano ormai con la stessa freddezza con cui si contano i dividendi di Borsa, qualcuno, miracolo statistico, ha ancora un frammento di sale in zucca e propone il ripristino dei manicomi.<br />
La notizia ha scandalizzato i professionisti del progresso obbligatorio, quelli che negli ultimi quarant’anni hanno abolito tutto: autorità, limiti, controllo, responsabilità, buon senso. Salvo poi stupirsi se il risultato finale somiglia a un condominio amministrato da Nerone durante un blackout.</p>
<p class="s5">Eppure il fenomeno è interessante.<br />
Molte cose che il Novecento aveva archiviato come “anacronistiche” stanno tornando. I manicomi, le case chiuse, le frontiere, l’educazione severa, la necessità di distinguere tra libertà e anarchia. Persino il concetto che non tutte le idee abbiano diritto alla stessa dignità intellettuale.</p>
<p class="s5">Nietzsche parlava dell’eterno ritorno. Noi, più modestamente, assistiamo al ritorno dell’evidenza.</p>
<p class="s5">Perché il problema non è mai stato abolire certe strutture: il problema era sostituirle con qualcosa di migliore. E il nuovo ordine sociale, progettato dal liberalismo effervescente e dalle utopie sociologiche da aperitivo universitario, semplicemente non ha funzionato.<br />
L’esperimento è fallito. Come quasi tutti gli esperimenti condotti sull’uomo da chi considera l’uomo materiale da laboratorio.</p>
<p class="s5">Oggi viviamo in un mondo dove è diventato difficile capire se i pazzi siano aumentati davvero o se abbiano semplicemente ottenuto accesso ai centri decisionali.<br />
Che esistano diversi stadi di pericolosità è scientificamente provato. Che alcune sfere del potere siano finite in mani squilibrate è invece dimostrato dall’agenda quotidiana.</p>
<p class="s5">E allora si torna indietro. Non per nostalgia, ma per sopravvivenza.</p>
<p class="s5">Nel frattempo, mentre la politica litiga sulle macerie della logica, arriva perfino il nuovo pontefice, Papa Leone XIV, che nell’enciclica <span class="s7">Magnifica Humanitas</span> mette in guardia contro il paradigma tecnocratico, denuncia le nuove schiavitù digitali e invita a “disarmare” l’Intelligenza Artificiale.<br />
Non perché la macchina sia malvagia, ma perché l’uomo rischia di diventare pigro abbastanza da consegnarle il proprio cervello in comodato d’uso.</p>
<p class="s5">Ed è qui il punto centrale.</p>
<p class="s5">L’IA non fa paura perché pensa, ma fa paura perché<br />
molti hanno smesso di farlo.</p>
<p class="s5">Ogni grande invenzione umana porta con sé progresso e rischio. La stampa diffuse cultura e propaganda; la televisione informò e rincitrullì; Internet collegò il mondo e isolò gli individui. L’Intelligenza Artificiale potrà curare malattie, accelerare ricerca, migliorare la vita. Oppure potrà diventare l’arma definitiva nelle mani del primo squilibrato convinto di essere Napoleone con accesso ai codici nucleari.</p>
<p class="s5">Ed è questo il vero incubo contemporaneo: non la macchina che domina l’uomo, ma l’uomo che abdica a sé stesso.</p>
<p class="s5">Ci sarà sempre un pazzo in un pazzo venerdì, sempre più pazzo, per citare il film del 2025 diretto da Nisha Ganatra, pronto a premere il bottone sbagliato nel momento sbagliato.<br />
La differenza è che un tempo distruggeva il cortile del paese; oggi può cancellare mezzo pianeta dal satellite.</p>
<p class="s5">E mentre il mondo balla sul Titanic digitale, la cronaca interna riesce persino a superare la fantasia.</p>
<p class="s5">Forza Italia rilancia la responsabilità civile dei magistrati; la Lega rivendica la battaglia come propria; il 3 giugno si annuncia l’ennesimo showdown da salotto istituzionale. Nel frattempo, un ex dirigente dell’Olp compare nelle liste del Movimento 5 Stelle e qualcuno pensa persino di affidargli l’assessorato alla Pace, in una di quelle ironie che neppure il miglior sceneggiatore oserebbe proporre sobriamente.</p>
<p class="s5">Poi c’è il caso Venezia, con il video di uno straniero che, direttamente dall’aula di voto, dispenserebbe consigli elettorali ai propri connazionali a favore di un certo partito. Globalizzazione democratica, la chiamano; ci sono le benedizioni elettorali ai candidati musulmani; ci sono le scuole che organizzano visite in moschea in nome della laicità, spiegando che oltre il 30% degli studenti è musulmano.</p>
<p class="s5">Ora, sia chiaro: conoscere culture diverse è civiltà.<br />
Ma spacciare ogni trasformazione sociale come inevitabile progresso è propaganda. E soprattutto è pericoloso quando chi governa non distingue più integrazione da sostituzione culturale, dialogo da resa, tolleranza da paura di dire “no”.</p>
<p class="s5">In questo panorama da teatro dell’assurdo, resta almeno una consolazione: lo sport.</p>
<p class="s5">Luna Rossa Prada Pirelli Team vola verso Napoli dopo il trionfo sui neozelandesi negli Ac40 e ricorda agli italiani che competere, ogni tanto, è ancora consentito senza chiedere scusa.<br />
E poi c’è lui: Andrea Kimi Antonelli. Quattro vittorie consecutive, talento smisurato, faccia pulita e velocità feroce. Davanti a lui, sul podio, undici titoli mondiali compressi in uno specchietto retrovisore. Dietro, un mondo che discute quote, ideologie, algoritmi, identità fluide e tribunali permanenti della morale.</p>
<p class="s5">Kimi corre. E basta.</p>
<p class="s5">Forse è per questo che ci piace.<br />
Perché nello sport, almeno per qualche minuto, il cronometro resta più onesto della politica e meno bugiardo dei social.</p>
<p class="s5">E allora sì, fermiamoci un istante.<br />
Come osservava Stefan Zweig, anche la pausa fa parte della musica.</p>
<p class="s5">Il problema è che l’umanità continua a suonare strumenti potentissimi senza aver imparato la partitura.<br />
Abbiamo l’energia atomica, l’Intelligenza Artificiale, la finanza globale, gli arsenali spaziali e la comunicazione istantanea. Abbiamo tutto.</p>
<p class="s5">Tranne la saggezza proporzionata alla forza che possediamo.</p>
<p class="s5">E questa, purtroppo, nessun algoritmo potrà mai installarla automaticamente.</p>
<p class="s5"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Foto:Canva remixed</span></span></p>
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		<title>L’Europa non è un condominio (anche se qualcuno insiste a portarsi dietro le ciabatte)</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/01/leuropa-non-e-un-condominio-1anche-se-qualcuno-insiste-a-portarsi-dietro-le-ciabatte/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=leuropa-non-e-un-condominio-1anche-se-qualcuno-insiste-a-portarsi-dietro-le-ciabatte</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 09:47:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[Ungheria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="800" height="600" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/condominio.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/condominio.png 800w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/condominio-300x225.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/condominio-768x576.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/condominio-585x439.png 585w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Tra veti, distinguo e fughe solitarie, l’Unione rischia di sembrare un’assemblea di litiganti più che una comunità di destino C’è un equivoco di fondo che, come certi rumori notturni nei&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/01/leuropa-non-e-un-condominio-1anche-se-qualcuno-insiste-a-portarsi-dietro-le-ciabatte/">L’Europa non è un condominio (anche se qualcuno insiste a portarsi dietro le ciabatte)</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p>C’è un equivoco di fondo che, come certi rumori notturni nei palazzi mal amministrati, continua a disturbare il sonno dell’Europa: l’idea che l’Unione sia un elegante condominio dove ciascuno può fare ciò che vuole, salvo poi lamentarsi dell’odore di fritto altrui. Non è così. O, almeno, non dovrebbe esserlo.</p>
<p>L’Unione Europea nasce, sulla carta, come un’unione di Stati che condividono non solo regole, ma anche una direzione politica, una visione, un minimo sindacale di coerenza internazionale. Non è il club del “faccio come mi pare purché pago le spese comuni”, né una riunione di scapoli geopolitici in cerca d’autore.</p>
<p>E invece, a giudicare dagli ultimi sviluppi, l’aria che tira somiglia più a quella dell’“Armata Brancaleone”: ognuno per sé, Dio per tutti e, se possibile, qualche corsia preferenziale per i propri mercantili.</p>
<p>Prendiamo il caso della Spagna di Pedro Sánchez. Mentre il resto dell’Occidente cerca faticosamente una linea comune su crisi e sicurezza, Madrid si distingue per una certa creatività diplomatica: dialoga con l’Iran, ottiene garanzie di transito nello stretto di Hormuz, si smarca dalla missione europea “Aspides” e, già che c’è, si dichiara contraria all’aumento della spesa NATO. Il tutto con la grazia di chi, invitato a cena, decide di portarsi da casa il proprio menù.</p>
<p>Il risultato? Teheran elargisce riconoscimenti selettivi: passaggio sicuro per i mercantili spagnoli “perché Madrid rispetta il diritto internazionale”. Una formula elegante, che suona più o meno come: “voi siete diversi dagli altri”. E quando qualcuno inizia a essere “diverso” in politica estera, di solito significa che qualcosa si è incrinato.</p>
<p>Ora, sia chiaro: il rispetto del diritto internazionale, quello vero, non quello a geometria variabile, non è materia negoziabile. Il regime di libero transito negli stretti, sancito dalla UNCLOS, non si contratta come un saldo di fine stagione. È una regola, e le regole o si rispettano tutti o diventano carta decorativa.</p>
<p>Ma il punto non è giuridico. È politico. È strategico. È, in ultima analisi, esistenziale per l’Europa.</p>
<p>Si può, nel pieno di una tensione globale crescente, restare contemporaneamente dentro l’Unione Europea, nella NATO e nel sistema delle Nazioni Unite, e poi comportarsi come un battitore libero? Si può essere “non allineati” quando si è, per definizione, allineati a un sistema di alleanze?</p>
<p>La risposta, se si vuole essere onesti, è no. O meglio: si può fare, ma ha un prezzo. E di solito non lo paga solo chi gioca da solista.</p>
<p>E qui entra in scena l’altro convitato di pietra, l’Ungheria, che da tempo interpreta l’appartenenza europea come una forma d’arte contemporanea: astratta, incomprensibile e spesso provocatoria. Due casi non fanno ancora una regola, ma fanno certamente un problema. Anzi, due.</p>
<p>“Huston, abbiamo un problema”, verrebbe da dire. Ma non è un guasto improvviso: è un difetto di fabbrica mai corretto. L’Europa ha tollerato troppo a lungo l’ambiguità, scambiandola per pluralismo. Ha accettato il dissenso strategico come fosse una sfumatura culturale. Ha confuso la libertà con l’arbitrio.</p>
<p>Eppure, la realtà è meno filosofica e più brutale: non si può stare con due piedi in una scarpa. È scomodo, e prima o poi si cade.</p>
<p>Se l’Unione vuole essere qualcosa di più di un mercato ben arredato, deve decidere cosa essere: una potenza rispettabile o una riunione di condòmini rumorosi. Non esiste una terza via fatta di comunicati prudenti e malumori sussurrati.</p>
<p>Chi condivide le regole resta e le rispetta. Chi non le condivide ha tutto il diritto di andarsene, o il dovere degli altri di accompagnarlo gentilmente alla porta. Non per cattiveria, ma per igiene istituzionale.</p>
<p>Perché, alla fine, il vecchio adagio non sbaglia: se osservi abbastanza a lungo il problema, scoprirai che il problema sei tu.</p>
<p>E l’Europa, a forza di guardarsi allo specchio, dovrebbe averlo capito. Ma continua a pettinarsi. E intanto, fuori, il mondo bussa. Non sempre con buone intenzioni.</p>
<p>Giuseppe Arnò</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Essere e Apparire: La Vacuità del Moderno (dal Barbiere della Sera 15.05.2003)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 07:29:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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<p>“Il pensiero non è più tale. Hanno preso il sopravvento le idee, ma sono idee confuse, distoniche, disordinate, pressapochiste e arroganti. Le idee senza Pensiero sono sfuggevoli e incanalate verso&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/29/essere-e-apparire-la-vacuita-del-moderno-dal-barbiere-della-sera-15-05-2003/">Essere e Apparire: La Vacuità del Moderno (dal Barbiere della Sera 15.05.2003)</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p><em>La modernità ha annullato tutto questo, trasformando il tutto in spettacolo, in una recita continua dove l’apparire ha divorato l’essere. Si vive di riflessi, di luci della ribalta, di palcoscenici allestiti in fretta per nascondere la mancanza di fondamenta. L’agonia della politica, in questo contesto, genera un’immagine di vacuità che spaventa chi ancora prova a ragionare con la propria testa.</em></p>
<p><em>Si è perso il garbo, si è smarrita la gentilezza del confronto, sostituita dall’arroganza di chi pensa che alzare la voce o occupare uno spazio visivo equivalga ad avere ragione. Ma il potere senza dignità è solo rumore bianco. È un castello di carta che attende solo un soffio di verità per crollare.</em></p>
<p><em>Camminiamo su tappeti di volti sorridenti stampati su carta lucida, promesse che già il giorno dopo giacciono nel fango. Li calpestiamo beatamente, questi programmi elettorali che non leggerà nessuno, mentre i candidati urlano dai palchi una realtà che non esiste. La nostra indifferenza è proporzionale al peso della carta che calpestiamo.</em></p>
<p><em>Nel momento in cui ci si trova nel bosco, assurge una parola — una sola parola — a indicare due strade: il deserto e la prateria. Il deserto è la ripetizione dell’identico, della piattezza, dell’urlo sguaiato. La prateria è lo spazio del pensiero libero, delle radici, della coerenza tra ciò che si dice e ciò che si è. Abbiamo i cavalli giusti per cavalcare la prateria o ci accontenteremo di morire di sete nel deserto dell’apparenza?”</em></p>
<p><strong>@Riproduzione riservata</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/29/essere-e-apparire-la-vacuita-del-moderno-dal-barbiere-della-sera-15-05-2003/">Essere e Apparire: La Vacuità del Moderno (dal Barbiere della Sera 15.05.2003)</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Bergamo, il coltello e il vuoto: quando un ragazzo di 13 anni trasforma il dolore in spettacolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 17:44:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>
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		<category><![CDATA[Social]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Non basta dire che è stato un gesto folle. A Trescore Balneario emerge qualcosa di più duro e più scomodo: una rabbia coltivata, una violenza pensata, un disagio che cerca&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/27/bergamo-il-coltello-e-il-vuoto-quando-un-ragazzo-di-13-anni-trasforma-il-dolore-in-spettacolo/">Bergamo, il coltello e il vuoto: quando un ragazzo di 13 anni trasforma il dolore in spettacolo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/58BFDF88-5138-4E14-92FB-04E89B707B4D-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p><em>Non basta dire che è stato un gesto folle. A Trescore Balneario emerge qualcosa di più duro e più scomodo: una rabbia coltivata, una violenza pensata, un disagio che cerca pubblico e una scuola che da sola non può più reggere tutto.</em></p>
<p>Ci sono fatti che non si possono liquidare con una parola veloce.“Follia”, “raptus”, “ragazzo difficile”, “tragedia inspiegabile”. Sono formule che aiutano a chiudere il discorso, non ad aprirlo. E invece quello che è accaduto a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, chiede esattamente il contrario: non una scorciatoia emotiva, ma uno sguardo più profondo, più onesto, più umano e anche più esigente. Il 25 marzo 2026, uno studente di 13 anni ha accoltellato la sua insegnante di francese, Chiara Mocchi, davanti alla scuola media Leonardo da Vinci. La docente è stata colpita al collo e all’addome, è stata operata d’urgenza e nelle ore successive le sue condizioni sono migliorate. Il ragazzo è stato collocato in una comunità protetta; per età, non è imputabile.</p>
<p>Ma il punto più sconvolgente non è solo l’aggressione.</p>
<p>Il punto è che, secondo quanto emerso, quel gesto non sarebbe nato in un attimo di buio improvviso. Sarebbe stato pensato, annunciato, perfino messo in scena. Le ricostruzioni parlano di un testo diffuso su Telegram, una sorta di manifesto in cui il 13enne attribuiva all’insegnante umiliazioni, abuso di potere e sofferenza, anticipando l’intenzione di colpirla. Inoltre avrebbe indossato una maglietta con la scritta “vendetta” e portato con sé uno smartphone per filmare l’azione. Non siamo davanti soltanto a un’esplosione di rabbia. Siamo davanti a una rabbia che si organizza, si racconta e cerca uno sguardo davanti a cui esistere.</p>
<p>Ed è qui che il caso di Bergamo smette di essere solo cronaca nera e diventa uno specchio sociale.</p>
<p>Perché un tredicenne oggi non colpisce soltanto. Spesso sente il bisogno di rappresentare ciò che fa. Di renderlo contenuto. Di affidarlo a un canale, a una platea, a una rete. È una differenza enorme. La violenza non resta più soltanto violenza: diventa linguaggio, messa in scena, messaggio. E quando un ragazzo arriva a trasformare il proprio conflitto in un atto da registrare o diffondere, vuol dire che non c’è solo un problema individuale. C’è una deformazione più larga del modo in cui tanti adolescenti stanno imparando a sentire sé stessi nel mondo: esisto se qualcuno mi guarda, se qualcuno reagisce, se il mio dolore fa rumore.</p>
<p>Questo non assolve. Ma aiuta a capire.</p>
<p>Il racconto che emerge dalle prime fonti restituisce infatti un ragazzo che si sentiva schiacciato, non visto nel proprio dolore, convinto di subire ingiustizie, umiliazioni, soprusi. Che quel vissuto corrisponda interamente ai fatti è cosa che dovranno chiarire gli inquirenti, e bisogna stare molto attenti a non trasformare la narrazione dell’aggressore in verità assoluta. Però una cosa è già chiara: nella sua percezione interiore, quel ragazzo non stava vivendo un semplice conflitto scolastico. Stava costruendo una guerra personale, con un nemico preciso, una giustizia tutta sua e perfino una strategia. ANSA riferisce anche che nel testo egli mostrava consapevolezza del fatto di avere 13 anni e di non poter essere processato come penalmente responsabile. Questo dettaglio è tremendo, perché ci dice che nel gesto non c’era solo impulsività, ma anche un elemento di calcolo.</p>
<p>E allora la domanda vera non è soltanto: perché lo ha fatto?</p>
<p>La domanda vera è: come si arriva, a 13 anni, a pensare che il male sia una soluzione e che la propria sofferenza diventi legittimazione della violenza?</p>
<p>Qui entra in gioco la scuola, certo. Ma guai a scaricare tutto sulla scuola.</p>
<p>La scuola è oggi il luogo in cui esplodono contraddizioni che spesso nascono altrove: in famiglie stanche, in comunità fragili, in territori che hanno perso presìdi educativi, in reti digitali che moltiplicano rancore, isolamento, fantasie di rivalsa. Gli insegnanti si ritrovano sempre più spesso a presidiare non solo l’apprendimento, ma il disagio psichico, i conflitti relazionali, l’aggressività, la solitudine, le frustrazioni profonde. È un compito enorme, spesso lasciato sulle spalle di persone che lavorano con dedizione ma senza strumenti sufficienti, senza supporti strutturali, senza un vero patto educativo condiviso con famiglie, istituzioni, servizi territoriali.</p>
<p>La docente colpita, nelle parole riportate da Repubblica, non ha reagito chiedendo vendetta, ma invitando a non lasciare vincere il buio e a stare accanto soprattutto ai ragazzi che fanno più fatica. È una frase che pesa come una lezione civile. Perché mostra la differenza tra chi educa e chi distrugge: l’educazione non nega il male, ma rifiuta di farsene contagiare.</p>
<p>Eppure proprio questa luce non può diventare un alibi per non dire la verità.</p>
<p>La verità è che oggi esiste una quota crescente di minori che vive un rapporto alterato con il limite, con l’autorità, con la frustrazione. Non perché siano tutti “mostri”, ma perché spesso crescono in ambienti dove il conflitto non viene elaborato, viene accumulato. Dove il dolore non viene nominato, viene spostato. Dove l’umiliazione non viene trasformata, viene vendicata. Dove il digitale non aiuta a pensare, ma a intensificare emozioni grezze, assolute, senza mediazione.</p>
<p>In molti casi, il problema non è l’assenza di parole. È l’assenza di parole vere.</p>
<p>Un ragazzo che a 13 anni prepara un gesto del genere, lo giustifica, lo mette in scena e lo consegna a un canale pubblico, è un ragazzo che da qualche parte si è perso. Ma è anche il segno di una società adulta che troppo spesso intercetta i minori solo quando il dolore diventa ingestibile, scandaloso, mediatico. Prima no. Prima ci si limita a dire che passerà, che è un’età difficile, che bisogna stringere i denti, che la scuola penserà a tutto. E invece no: non passa da solo ciò che cresce nel silenzio.</p>
<p>Questa storia ci costringe allora a tre verità scomode. La prima: il disagio minorile non è più leggibile con categorie vecchie e rassicuranti.</p>
<p>Non basta distinguere tra “bravi ragazzi” e “ragazzi problematici”. Esistono adolescenti apparentemente normali che covano mondi interiori devastati, iperconnessi, opachi, nutriti da risentimenti che gli adulti non vedono o non sanno leggere.</p>
<p>La seconda: la violenza giovanile oggi è anche una violenza narrativa.</p>
<p>Non si limita a colpire, vuole significare. Vuole lanciare un segnale, costruire un personaggio, bucare lo schermo. Quando entra in gioco la dimensione social, non siamo più solo nel campo della devianza: siamo anche nel campo della costruzione identitaria deformata.</p>
<p>La terza: la scuola non può essere lasciata sola.</p>
<p>Se la società continua a chiedere agli insegnanti di fare i docenti, gli psicologi, i mediatori, i genitori supplenti e i contenitori delle fratture sociali, allora ogni tragedia sarà commentata con commozione, ma preparata da anni di abbandono istituzionale.</p>
<p>Non serve usare questo caso per invocare solo più punizione.</p>
<p>Ma sarebbe altrettanto sbagliato usarlo per sciogliere ogni responsabilità dentro una generica parola come “fragilità”. La fragilità va accolta, certo. Ma l’accoglienza non è confusione morale. Un ragazzo può essere fragile e insieme gravemente responsabile sul piano umano del male compiuto. Anche se non imputabile sul piano penale. Le due cose non si escludono. Anzi: proprio perché è un minore, va preso sul serio fino in fondo, senza demonizzarlo e senza deresponsabilizzarlo.</p>
<p>Il punto decisivo, allora, è questo: cosa facciamo prima che un dolore adolescente diventi odio organizzato?</p>
<p>Qui si gioca tutto. Nella capacità di costruire luoghi in cui i segnali non vengano derubricati a capricci. Nella formazione degli adulti a riconoscere linguaggi, posture, escalation, fantasie di vendetta, isolamento digitale, esibizione della rabbia. Nella presenza di équipe educative vere. Nella possibilità di offrire ascolto prima che tutto si trasformi in atto. Nella responsabilità di famiglie, scuola, servizi, comunità territoriali e piattaforme digitali.</p>
<p>Perché un ragazzo di 13 anni che arriva a questo punto non ci parla solo di sé.</p>
<p>Ci parla di noi. Del nostro ritardo. Della nostra fatica a educare nel tempo della connessione senza relazione. Del nostro modo, troppo frequente, di accorgerci del male solo quando è già diventato sangue.</p>
<p>E tuttavia, dentro questa vicenda tremenda, una parola resta possibile: responsabilità.</p>
<p>Non la responsabilità usata come manganello morale. Ma quella che ci obbliga a non voltarci dall’altra parte. A capire che la prevenzione oggi non è un convegno, non è uno slogan, non è una circolare scolastica. È un lavoro paziente di presenza, ascolto, limiti chiari, legami veri, alfabetizzazione emotiva e cultura digitale. È qui che si decide se un ragazzo impara a trasformare il conflitto in parola oppure la parola in arma.</p>
<p>Forse la cosa più drammatica di questa storia è che, prima del coltello, c’era già stato un crollo della relazione.</p>
<p>E quando la relazione crolla, il rischio non è solo la distanza. A volte è la disumanizzazione. L’altro non è più una persona: diventa il bersaglio, il colpevole assoluto, l’ostacolo da eliminare. È su questo che bisogna lavorare, con urgenza, nelle scuole e fuori dalle scuole: riumanizzare lo sguardo, prima ancora di gestire l’emergenza. Bergamo ci lascia una ferita. Ma una ferita, se non viene rimossa o spettacolarizzata, può ancora diventare domanda collettiva. E forse da qui dobbiamo ripartire: non dal desiderio di archiviare in fretta, ma dal coraggio di ricostruire legami educativi all’altezza di questo tempo. Perché il contrario della violenza non è soltanto la punizione. È una presenza adulta capace di vedere prima, ascoltare meglio e intervenire davvero.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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		<title>Perché non siamo felici? La verità sul vuoto del nostro tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 16:06:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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<p>Siamo pieni di cose, di connessioni e di parole, ma qualcosa continua a mancare. Forse il problema non è la felicità che ci sfugge, ma il modo in cui abbiamo&#8230;</p>
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<p>Perché non siamo felici? È una domanda che attraversa il nostro tempo con una forza quasi silenziosa. Non sempre viene detta ad alta voce, ma abita molte vite. Siamo pieni di cose, di connessioni, di parole. Abbiamo strumenti per comunicare in ogni momento, possibilità che fino a poco tempo fa sembravano impensabili, occasioni continue per mostrarci, reagire, condividere. Eppure, nonostante tutto questo, qualcosa continua a mancare.Il punto è che oggi non manca solo la felicità. Manca spesso il modo vero di riconoscerla. Forse non è la felicità che ci sfugge, ma il modo in cui abbiamo imparato a cercarla.</p>
<p>Abbiamo ricevuto un’idea di felicità troppo pesante, troppo perfetta, troppo esigente. Ci è stato insegnato che essere felici significa stare bene sempre, sentirsi realizzati, avere una vita piena, controllata, riconosciuta, magari anche ammirata. Così la felicità ha smesso di essere un’esperienza umana ed è diventata una prestazione. Non qualcosa da vivere, ma qualcosa da dimostrare.</p>
<p>Ed è qui che nasce una delle ferite più profonde del presente. Perché quando la felicità diventa un dovere, ogni fragilità sembra una colpa. Ogni stanchezza sembra una sconfitta. Ogni crisi sembra la prova che qualcosa in noi non funziona.</p>
<p>A volte non siamo felici perché viviamo sotto peso. Sotto il peso di aspettative troppo alte, che ci fanno sentire sempre un passo indietro rispetto a ciò che dovremmo essere. Sotto il peso dei confronti continui, che ci spingono a guardare la vita degli altri come se fosse il metro del nostro valore. Sotto il peso di ferite non guarite, che restano aperte dentro di noi anche quando proviamo a coprirle con il lavoro, con le parole, con l’efficienza o con il silenzio.</p>
<p>Molte persone oggi non vivono solo una crisi di benessere emotivo. Vivono una crisi di senso. Sentono di dover reggere tutto, rispondere a tutto, essere sempre all’altezza. Ma il cuore umano non è fatto per abitare una rincorsa permanente. È fatto per respirare, per sostare, per sentire che la propria vita ha un significato anche quando non è perfetta.</p>
<p>Poi c’è la solitudine moderna. Una delle contraddizioni più forti del nostro tempo. Siamo iperconnessi, eppure spesso interiormente isolati. Parliamo molto, ma non sempre ci sentiamo compresi. Riceviamo messaggi, notifiche, reazioni, ma tutto questo non coincide automaticamente con la vicinanza. Essere connessi non significa essere in relazione. E senza relazione vera, la felicità si svuota, perché resta senza radici.</p>
<p>Un’altra parola decisiva è paura. In particolare, la paura di non bastare. Non bastare come persone, come professionisti, come compagni, come genitori, come amici. È una paura che lavora in profondità e che spesso si maschera da perfezionismo, da ipercontrollo, da bisogno di conferme. Ma la verità è che chi vive temendo di non bastare non riesce quasi mai a riposare davvero dentro la propria vita. Anche i successi diventano fragili. Anche le gioie durano poco. Perché tutto viene filtrato dalla sensazione di essere sempre in difetto.</p>
<p>E infine c’è il desiderio di controllo. Vogliamo controllare i tempi, gli esiti, le relazioni, le emozioni. Vogliamo evitare il dolore, prevenire le delusioni, governare tutto. Ma la vita non si lascia controllare fino in fondo. E quando trasformiamo anche la felicità in un obiettivo da gestire, finiamo per soffocarla. La felicità non nasce dal dominio assoluto sulle cose. Nasce più spesso da una forma di verità accolta, da una presenza sincera, da una riconciliazione con ciò che siamo.</p>
<p>Per questo oggi è importante capire che cosa ci rende davvero infelici. Non sempre la mancanza di risultati. Non sempre l’assenza di opportunità. Spesso ci rende infelici l’aver imparato a cercare la felicità nei posti sbagliati: nell’approvazione continua, nel confronto, nell’immagine, nella perfezione, nel controllo. Tutte cose che possono riempire il tempo, ma non sempre il cuore.</p>
<p>La felicità autentica è più sobria di quanto ci abbiano raccontato. Non è una vita senza problemi. Non è un entusiasmo costante. Non è una serenità permanente. È qualcosa di più vero e più umano. È poter stare dentro la propria esistenza senza sentirsi continuamente sbagliati. È trovare un senso anche nei giorni difficili. È avere relazioni che non chiedono di dimostrare, ma di esserci. È sentire che il proprio valore non dipende solo dalla prestazione, dal giudizio o dal successo.</p>
<p>Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto perché non siamo felici e iniziare a chiederci che cosa stiamo chiamando felicità. Perché da questa risposta dipende molto della nostra vita interiore, della qualità delle nostre relazioni e persino della salute delle nostre comunità. Una società che trasforma tutto in confronto, prestazione e visibilità non genera persone più felici. Genera spesso persone più stanche, più fragili, più sole.</p>
<p>Il nostro tempo ha bisogno di una nuova educazione alla felicità. Una felicità meno esibita e più vera. Meno costruita e più abitata. Meno fondata sull’apparire e più radicata nella possibilità di essere accolti, amati, riconosciuti senza maschere. Forse non siamo fatti per essere felici sempre. Ma siamo fatti per non perdere il senso, per non smarrire del tutto la luce, per non consegnare al vuoto l’ultima parola.</p>
<p>Forse la felicità non ci ha lasciati. Forse siamo noi che, inseguendola come un trofeo, non riusciamo più a riconoscerla quando arriva in forme semplici: una presenza che resta, una parola che cura, una pace che non fa rumore, un frammento di verità che rimette insieme il cuore.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La terra trema, noi strepitiamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 20:23:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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<p>Quando il sisma è geologico, ma la caciara è tutta umana Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la&#8230;</p>
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<p class="s4">Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista, provvedo io a un ripulisti selettivo”.</p>
<p class="s4">Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano corrente.</p>
<p class="s4">Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi, più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno.</p>
<p class="s4">Viene presentata una bozza di riforma elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: <span class="s2">Giulio Andreotti</span> e <span class="s2">Bettino Craxi</span> avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia, assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi medianiche, scomuniche preventive.</p>
<p class="s4">Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”, un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi, è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog. Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore.</p>
<p class="s4">Poi ci sono le sentenze creative, quelle dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione.</p>
<p class="s4">E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un “shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per ripulirsi da un eccesso di tensione.</p>
<p class="s4">Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk show permanente. E poi ci stupiamo se trema.</p>
<p class="s4">La Terra resta un paradiso. L’inferno, semmai, è non accorgersene.</p>
<p class="s4">E se proprio il sisma fosse un messaggio, non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non le sgomberiamo noi, restano.</p>
<p class="s4">E non c’è Protezione Civile che tenga.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Casolare abusivo… o civiltà abusata?</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2025/12/19/casolare-abusivo-o-civilta-abusata/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=casolare-abusivo-o-civilta-abusata</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 23:33:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia nel bosco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="719" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/3a3930af-6065-4640-8daf-d5666b9b1226.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/3a3930af-6065-4640-8daf-d5666b9b1226.jpeg 1280w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/3a3930af-6065-4640-8daf-d5666b9b1226-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/3a3930af-6065-4640-8daf-d5666b9b1226-1024x575.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/3a3930af-6065-4640-8daf-d5666b9b1226-768x431.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/3a3930af-6065-4640-8daf-d5666b9b1226-1170x657.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/3a3930af-6065-4640-8daf-d5666b9b1226-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>In Italia c’è una categoria sociale più perseguitata degli evasori milionari, più monitorata dei corruttori seriali: le famiglie normali che osano vivere in modo non omologato Basta una roulotte, un&#8230;</p>
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<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Basta una roulotte, un camino acceso e tre bambini che non passano otto ore al giorno davanti alla lavagnetta digitale — e scatta l’allarme democratico:</span></span> <span class="s7"><span class="bumpedFont15">&#8220;Oddio, non vivono come noi, intervenite!&#8221;</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Assistenti sociali, tribunali minorili, psicologi di Stato: tutti pronti, più veloci che con le mafie negli appalti o i padri che spariscono con gli alimenti.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">E così eccoci all’ennesimo processo alle scelte di vita:</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">una famiglia che decide di vivere in campagna, </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">nel bosco di Palmoli (Chieti)</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">dormire insieme, lavarsi come facevano i nostri nonni, educare i figli a casa, vaccinarli o meno secondo coscienza, giocare nel bosco e crescere felici.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">Uno scandalo, ovviamente.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">La modernità non lo tollera.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il reato è semplice: non obbedire al modello obbligatorio di “civiltà”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Perché se tuo figlio passa 7 ore al giorno davanti a TikTok, parla con Alexa più che con i genitori e non sa distinguere un albero da un lampione, allora sei un cittadino modello.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Ma se dormi tutti nella stessa stanza perché ti piace stare insieme? Barbaro.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">Se lavi i bambini in una tinozza accanto al fuoco? Terrorista igienico.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">Se studi in casa e poi passi gli esami statali come previsto dalla legge?</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">Sospetto estremista educativo.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">E guai a citare milioni di europei non vaccinati — anche loro, per definizione, untori medievali.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Domanda semplice: ma dov’è il problema?</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">I bambini sono:</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">sani,</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">nutriti,</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">seguiti da pediatri,</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">educati</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">socializzati con coetanei </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">nelle vicinanze</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">,</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">sereni.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">Tradotto: </span></span><span class="s9"><span class="bumpedFont15"><b>la tragedia non c’è</b></span></span><span class="s9"><span class="bumpedFont15">. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">E allora perché tutto questo zelo?</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> F</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">orse perché non sei figlio di miliardario che fa homeschooling “di lusso”, allora è </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">educazione alternativa e moderna</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">.</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Non sei testimone di Geova: allora nessuno osa toccarti.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">Non appartieni a una minoranza etnica tutelata: allora nessuno si azzarda.</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Non sei ricchissimo e non hai avvocati da 500 euro l’ora: allora nessun assistente sociale bussa alla porta.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">Se invece sei una famiglia normale che sceglie la natura?</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Apriti cielo: sei un problema da risolvere, una minaccia per la società,</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">un pericoloso sovversivo che osa concepire un’esistenza fuori dal supermercato sociale.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Amish americani? Moderni e coerenti.</b></span></span></p>
<p class="s12"><span class="s10"><span class="bumpedFont15">Svedesi che tornano alla campagna senza luce e wi-fi?</span></span> <span class="s10"><span class="bumpedFont15">Pionieri ecologici.</span></span> <span class="s10"><span class="bumpedFont15">Italiani che fanno lo stesso?</span></span> <span class="s11"><span class="bumpedFont15">“Caso di grave pregiudizio minorile.”</span></span> <span class="s10"><span class="bumpedFont15">Ah già: cambia tutto quando il bosco è abruzzese invece che scandinavo.</span></span> <span class="s10"><span class="bumpedFont15">E soprattutto quando sei povero. Perché se sei ricco lo chiamano retreat eco-sostenibile.</span></span></p>
<p class="s12"><span class="s13"><span class="bumpedFont15">Curioso: quando il potere incontra individui che hanno forza, soldi, protezioni,</span></span> <span class="s13"><span class="bumpedFont15">si ritrae, discute, media, capisce.</span></span> <span class="s13"><span class="bumpedFont15">Quando invece trova una famiglia fragile, isolata, senza lobby e senza titoli nobiliari?</span></span> <span class="s13"><span class="bumpedFont15">Allora diventa feroce. Si atteggia a paladino dei minori.</span></span> <span class="s13"><span class="bumpedFont15">Fa la voce grossa contro chi non può rispondere</span></span><span class="s13"><span class="bumpedFont15"> e sentenzia: </span></span><span class="s14"><span class="bumpedFont15">sospensione della potestà genitoriale di Nathan e Catherine, l&#8217;allontanamento dei loro tre figli minori e la loro collocazione in un centro protetto alla presenza della madre, decisa dal tribunale per i minorenni.</span></span><span class="s15"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s15"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s16"><span class="bumpedFont15">&#8212;</span></span><span class="s15"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s15"><span class="bumpedFont15"><b>Famiglia nel bosco con i tre figli allontanati: la decisione dei giudici sul ricorso dei genitori Nathan e Catherine</b></span></span><span class="s15"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><a href="https://www.today.it/attualita/famiglia-nel-bosco-decisione-giudici-tre-figli-allontanati-genitori.html%20/t%20https://www.today.it/attualita/_blank"><span class="s17"><span class="bumpedFont15">https://www.today.it/attualita/famiglia-nel-bosco-decisione-giudici-tre-figli-allontanati-genitori.html</span></span></a><span class="s15"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s18"><span class="bumpedFont15">© Today</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il solito coraggio da leoni con gli agnelli, e silenzi da agnelli davanti ai leoni.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">Se questi bambini fossero cresciuti in periferia davanti alla Playstation e al McDonald’s, nessuno avrebbe mosso un dito.</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> S</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">e avessero passato infanzia e adolescenza fra traffico, smog, social network e bullismo scolastico, avremmo applaudito il progresso.</span></span></p>
<p class="s19"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Ma hanno scelto il bosco, il silenzio, la famiglia, il fuoco acceso, l’acqua nella tinozza, lo studio fatto insieme.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">È questo che fa paura:</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s9"><span class="bumpedFont15"><b>la libertà di non chiedere nulla allo Stato e di bastare a sé stessi</b>.</span></span> <span class="s6"><span class="bumpedFont15">E questa libertà, oggi, è più sovversiva di mille manifestazioni.</span></span></p>
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		<title>Il mondo bislacco!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Nov 2024 19:09:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="498" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/bisla.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/bisla.jpg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/bisla-300x300.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/bisla-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>Più che “il mondo al contrario” noi lo definiremmo “il mondo bislacco”. Lo zar Putin minaccia continuamente di usare l’arma più letale di sempre; il satrapo King Jong-un sforna missili&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Più che “il mondo al contrario” noi lo definiremmo “il mondo bislacco”.</p>
<p>Lo zar <strong>Putin</strong> minaccia continuamente di usare l’arma più letale di sempre; il satrapo <strong>King Jong-un</strong> sforna missili come fossero baguette, per mostrare i propri muscoli e rifornire la Russia a corto di munizioni e, a quanto pare, anche di uomini;   l´imperatore <strong>Xi Jinping</strong> spinge i cantieri navali a produrre portaerei a tutto vapore, per intimorire <strong>Taiwan</strong> e non solo; l´Ayatollah <strong>Ali Khamenei</strong> snocciola missili e droni come se fossero grani di tasbeeh (rosari) per equipaggiare Russia, palestinesi e Houthi; e gli <strong>Hezbollah</strong>, forse più utili al Gran Sasso<strong>, </strong>hanno trasformato il Medio Oriente in Groviera o Emmental che dir si voglia, a furia di scavare tunnel come talpe meccaniche. Ma cosa succede in Italia?</p>
<p><strong>Un mondo a parte </strong></p>
<p>I <strong>talk show </strong>nostrani, tra le tante disgrazie che ci affliggono, fanno a gara per inscenare insensati e interminabili dibattiti sul funzionario bancario disonesto che osò controllare i conti della spesa di politici e no; sui dodici malcapitati forestieri che sono stati traferiti, a torto secondo il Tribunale di Roma, nei centri per migranti in Albania; e sul costo che detta operazione comporta. Gli spettacoli giocosi sono un discorso separato (<em>panem et circenses</em>).</p>
<p>Beh, ce n’è per tutti i gusti e non si verrà a dire che non viviamo in un “mondo a parte” più che un tantino bislacco!</p>
<p>D&#8217;altronde, secondo lo scrittore statunitense <strong>Chuck Palahniuk</strong>, «Il modo più rapido per chiudere una porta sulla realtà è seppellirsi nei dettagli» ed è ciò che accade: ignoriamo la tragica realtà delle guerre in corso, che sono decine oltre alle più conosciute e a noi vicinissime, per immergerci in una specie di edonismo di massa ovvero occupandoci di inezie, di cronaca spicciola, di <em>game show.</em></p>
<p>«Il pettegolezzo diverte solo noi giornalisti: ce la cantiamo e ce la suoniamo». È quanto affermava <strong>Maurizio Costanzo</strong> buonanima, ma anche se assicuriamo che il gossip non ci piace, in verità, chi più chi meno, siamo tutti caduti nel piacere specifico dei pettegolezzi.</p>
<p>Parafrasando un detto di <strong>Papa Francesco</strong>, diremmo che le chiacchiere sono una peste, ma aiutano a fare <em>audience</em>. Quell’<em>audience</em> tanto disputata dai conduttori degli spettacoli televisivi, che non riescono a educare, a informare; sanno solo, ahinoi, pettegolare e gli ascoltatori, omologandosi sempre di più alla massa, perdono la fantasia, la capacità di ragionare e… a poco a poco inebetiscono.</p>
<p>È notorio che l’Italia si colloca tra le nazioni più longeve col 24% della popolazione di anziani che, secondo le stime di <strong>Istat</strong>, potranno aumentare fino al 34% nel 2050. Se poi aggiungiamo che una parte di detta popolazione rincoglionisce naturalmente per vecchiaia e un’altra parte inebetisce assistendo a determinati spettacoli scialbi, diseducativi e mirati a distogliere l’attenzione dai veri problemi… si salvi chi può!</p>
<p>Moderni studi scientifici hanno provato che invece il buon teatro offre molti benefici psicologici sia a livello personale che sociale; e così è per qualsiasi buon spettacolo. Orbene, è necessario educare i giovani alle buone rappresentazioni teatrali e televisive; non abbandonarli alla mercè dell’informazione e della formazione globalizzate, legate a logiche di potere.</p>
<p>Siamo arrivati al punto in cui un numero sempre più esiguo di potenti <strong>gruppi editoriali</strong> controlla quasi tutti i mezzi di comunicazione, restringendo così, pericolosamente, la diversità dei punti di vista. Detti gruppi rappresentano i «<strong>poteri forti</strong>», e sovente diffondono all’unisono una certa versione di accadimenti internazionali, che altro non è che una versione di comodo e non la verità, ovvero la corrispondenza tra i fatti accaduti e i fatti narrati.</p>
<p><strong>La perversione della città inizia con la frode delle parole</strong></p>
<p>La citazione è attribuita a <strong>Platone</strong> e trasmette un pensiero difficile da confutare. Chi è in grado di operare la scelta e il senso delle parole è anche in grado di definire la realtà; <em>politically correct</em> docet.</p>
<p>Restano attuali le considerazioni di <strong>Pasolini </strong>a cento anni della sua nascita: «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi».</p>
<p>In sostanza, Pasolini è stato il precursore di coloro che ci hanno avvertito sui pericoli della dittatura imposta dalla civiltà dei consumi.</p>
<p>«Un uomo va giudicato dalle scelte. Non tanto da quelle giuste, ma da come è riuscito a venirne fuori da quelle sbagliate». È un’anonima citazione che ce lo ricorda.</p>
<p>Beh… dunque che ne dite: proviamo a fare la nostra storia futura, riabbracciando la nostra libertà e vivendo in modo autentico, significativo e armonico, oppure rimaniamo a suonare tutti la stessa nota?</p>
<p>Giuseppe Arno&#8217;<img decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-95493 alignleft" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/11/Giuseppe-Arno-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></p>
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		<title>Siamo visionari?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Aug 2024 18:13:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="364" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3298.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3298.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3298-300x171.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3298-585x333.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>In genere si fa la classifica dei posti più belli del mondo, ma a ben pochi viene in mente che il posto più bello del mondo è in realtà tutto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="364" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3298.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3298.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3298-300x171.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_3298-585x333.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p class="wp-block-heading amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">In genere si fa la classifica dei posti più belli del mondo, ma a ben pochi viene in mente che il posto più bello del mondo è in realtà tutto il nostro pianeta. <strong>«</strong><em>Il mondo che bello che è! Vedi la bellezza dell’arcobaleno sui visi della gente? E l’amore nel saluto degli amici? Che meraviglia l’azzurro di certe giornate, ti guardi intorno e non puoi fare a meno di pensare: il mondo che bello che è</em>!»</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Con queste parole <strong>Louis Armstrong</strong> descrive il mondo nella nota canzone «<strong>What a wonderful world</strong>»: un meraviglioso mondo di pace e fratellanza in cui vivere felici. Ma così non è: viviamo in un rapporto di moderno vassallaggio con conseguente feudalizzazione della società; col costante assillo del «Si vis pacem, para bellum»; e distruggendo di giorno in giorno le bellezze di Madre Natura. Che pena!</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Si dice che la visione sia l’arte di vedere cose invisibili. Bene, dateci pure dei visionari, ma noi stiamo vedendo scenari che in molti non vedono. Per essere più chiari, al vertice del nuovo ordine mondiale vediamo uno <strong>zar</strong>, un <strong>imperatore</strong> e un <strong>presidente </strong>come tre dèi che, dall’alto del Monte Athos, si atteggiano a ꞋpadreterniꞋ; un momento disputando per la supremazia, un momento accomunati dallo stesso scopo: divenire i padroni del mondo, così come cantano i tre briganti nell’omonima canzone di <strong>Domenico Modugno</strong>.</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Al fine di cui sopra, a mo’ dei pupari, che nel teatro dell’opera dei pupi tengono le fila delle marionette, l’infausta «<strong>trinità</strong>» condiziona la vita e il futuro dell’umana gente.</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">E il volgo? Ah è vero, stavamo per dimenticare… quello sta in platea, incantato dagli attori principali: i <strong>paladini</strong> al servizio dell’imperatore <strong>Carlo Magno</strong>, la principessa <strong>Angelica</strong>, i <strong>saraceni </strong>(nemici dei paladini) e il traditore <strong>Gano</strong>, che a nostro modo di vedere altri non sono che i capi di governo poltronari ovvero quelli che… beh, come dire, quelli che, tanto per intenderci, non mollano mai l’osso.</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Questa è la nostra visione. Ma è solo una visione? Non è forse così che in realtà stanno le cose e che sotto questo aspetto non si vogliono vedere?</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Certo è che quotidianamente l’attenzione popolare viene attratta dalle marionette e non dai pupari: si esulta, si litiga, si discute, per esempio, per l’effetto e non per la causazione dell’esito delle elezioni in Francia, dove tutto sommato non ha vinto nessuno.</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px"><strong>Piccole cause, grandi effetti.</strong></p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Il <strong>caos deterministico</strong>, è la scienza che studia i grandi effetti provocati da piccole cause. Lo studioso statunitense <strong>George Cowan</strong>, circa quaranta anni fa, effettuava una serie di studi sulla complessità ed eleggeva il <strong>caos</strong> a «<strong>scienza del XXI secolo</strong>» e a fondamento della ricerca sui sistemi complessi. In altre parole, si è dimostrato scientificamente che piccole cause producono grandi effetti, anche se sussiste un’impossibilità gnoseologica, con gli attuali mezzi scientifici a disposizione, di prevedere i dettagli degli eventi di là da venire.</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">A questo punto sorgono delle domande: chi ha provocato il caos in Francia; lo scioglimento del Parlamento; e le nuove elezioni? <strong>Le Pen</strong> in ascesa fulminante di popolarità o piuttosto qualche puparo, che ha cercato di destabilizzare il Paese e, conseguentemente, l’equilibrio europeo? E chi ha manovrato sottobanco in Germania dove i nazionalisti tedeschi di <strong>Alternative für Deutschland</strong>,incredibile a dirsi, hanno preso più voti dell’<strong>Spd</strong>, il partito del Cancelliere <strong>Olaf Scholz</strong>?</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">L’ingegneria sociale, l’alterazione dell’informazione, i social media e la manipolazione dell’opinione pubblica sono quelle «piccole cause» che possono produrre i «grandi effetti». È quanto sostengono gli studiosi di sociologia politica che esaminano le relazioni fra politica e società, con particolare riguardo alla dimensione del potere e del conflitto nei diversi ambiti sociali e istituzionali. Questi concetti darebbero dunque una risposta a quanto è avvenuto in Francia e non solo.</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Ritornando ai nostri tre fortuiti «compari», termine, quest’ultimo, da intendersi nell’accezione familiare, è certo che il <strong>caos</strong> è la loro arma preferita. Esso, infatti, è il miglior <em>partner</em> del <strong>Cremlino:</strong> corre voce che poco prima delle elezioni europee, la Russia e i suoi alleati si siano adoprati non poco per influenzare i risultati tramite siti “informativi”, politici in campagna elettorale e intelligenza artificiale, ovvero mettendo a frutto tutto ciò che la tecnologia e la furbizia umana possono offrire.</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px"><strong>XI Jinping, </strong>dal canto suo e da buon padreterno,‘osserva’ costantemente il mondo dall’alto: la Cina è notoriamente uno dei paesi leader nella produzione di palloni e palloncini. Tra quelli decorativi, quelli meteorologici e quelli sospetti di spionaggio, vacci a capire qualcosa: è tutto un caos!</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px"><strong>Biden</strong>, ancorché poderoso, che rebus, che caos anch’egli! Dei tre ‘pupari’, appare come il più fragile, fisicamente. <strong><em>Tempus omnia medetur</em></strong> (il tempo cura tutto) recita un motto latino, ma… non l’età. Eppoi, dopo l’attentato a Trump, sull’anziano presidente si è abbattuta anche una maggiore fragilità politica, che lo ha indotto a ritirarsi dalla corsa elettorale. Il popolo americano, in certi casi, è particolarmente emotivo di fronte alla violenza e… se non sai gestire le emozioni, esse gestiranno te, con quanto ne consegue. È <strong>Deborah Rozman,</strong> nota psicologa, autrice ed educatrice ad affermarlo. Comunque sia, caos a parte, <strong>siamo rimasti in tre </strong>[…] dice la canzone di Modugno e tant’è!</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px"><strong>E tutti gli altri non contano niente?</strong></p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Assolutamente niente! Infatti, tutti gli altri, immaginari potentati, ignorando di essere semplici pedine in una grande scacchiera planetaria, si illudono di tener banco. Allo scopo esaminiamo i più noti: il sultano <strong>Erdogan </strong>«il pacificatore», si fa per dire, prova a stare con due piedi in una scarpa: condanna l’aggressione all’Ucraina, ma non partecipa alle sanzioni occidentali contro la Russia. Ergo… giudicate voi…;<strong> Orban</strong>, correndo tra Mosca e Pechino, comincia a discoleggiare troppo per i gusti di Bruxelles, e pone di conseguenza in rischio la sua presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea;<strong> Ursula von der Leyen</strong>, infine, ancorché dopo laboriose consultazioni l’abbia spuntata ottenendo il bis del suo mandato, si atteggia a prima della classe; una classe, però, che sa di studenti fuori corso e pluriripetenti.</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Per dirla con <strong>Shakespeare</strong>, insomma, tanto rumore per nulla, in quanto i citati potentati, accecati dall’ambizione personale, non si rendono conto che a comandare sul serio non sono loro, ma, per un verso o per l’altro, i nostri immaginari tre pupari. Questi ultimi, stando così le cose, ringraziano la rediviva «rete vassalla» e sotto sotto la ringrazia fors’anche <strong>Meloni</strong>, per non essere stata in essa incorporata: le previsioni indicano infatti che l’Europa sarà governata con l’obiettivo di essere «greenizzata» come un’edera e di «greenizzarci» per quanto fegato ci faranno rodere a causa delle future astruserie brusselliane.</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Conclusione? Parafrasando <strong>Charlie Chaplin</strong> possiamo tranquillamente affermare, con buona pace di Armstrong, che la vita è un’opera di teatro, tutto il mondo è un palcoscenico e che a dirigere l’orchestra, come nel ritornello della canzone di Modugno, sono rimasti in tre… i tre <strong>pupari</strong>.</p>
<p class="amp-wp-27a8ac0" data-amp-original-style="font-size:21px">Bell’affare! Non vi pare?</p>
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