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	<title>Capaci Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>Capaci Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>23 maggio, non solo Capaci: i morti di mafia sono una domanda ai vivi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 14:52:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Capaci]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1179" height="638" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-300x162.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-1024x554.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-768x416.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-1170x633.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-585x317.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p><p><em>Dalla strage del 1992 alla lunga scia di sangue che attraversa l’Italia: magistrati, uomini delle scorte, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, bambini e cittadini comuni. Ricordare le vittime delle mafie significa restituire nome, volto e dignità a chi il potere criminale ha provato a cancellare</em></p>
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<header>
<h1 class="pip-title">23 maggio, non solo Capaci: i morti di mafia sono una domanda ai vivi</h1>
<p class="pip-subtitle">Dalla strage del 1992 alla lunga scia di sangue che attraversa l’Italia: magistrati, uomini delle scorte, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, bambini e cittadini comuni. Ricordare le vittime delle mafie significa restituire nome, volto e dignità a chi il potere criminale ha provato a cancellare.</p>
<div class="pip-meta-box"><strong>Di Francesco Mazzarella</strong></div>
</header>
<p class="pip-dropcap">Ci sono date che un Paese non dovrebbe mai consumare come rituali. Il 23 maggio è una di queste. Ogni anno l’Italia torna a Capaci, all’autostrada sventrata, al boato, alla polvere, alle immagini che hanno segnato per sempre la coscienza nazionale. Torna ai nomi di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Torna a quella ferita che, dal 1992, non ha mai smesso davvero di parlare.</p>
<p>Ma se il 23 maggio resta solo Capaci, rischia di diventare una memoria incompleta.</p>
<p>Perché Capaci è una porta, non un confine. È il punto da cui ripartire per guardare una storia più lunga, più vasta, più dolorosa: la storia di tutti i morti di mafia. Morti celebri e morti dimenticati. Morti diventati simboli nazionali e morti rimasti chiusi nelle fotografie di famiglia. Morti ricordati nelle piazze e morti pronunciati soltanto da una madre, da un figlio, da una scuola, da un’associazione, da una comunità locale.</p>
<p>La mafia non ha ucciso soltanto magistrati. Ha ucciso donne e uomini delle scorte. Ha ucciso giornalisti. Ha ucciso sacerdoti. Ha ucciso poliziotti, carabinieri, finanzieri. Ha ucciso imprenditori che avevano detto no al pizzo. Ha ucciso sindacalisti che difendevano il lavoro e la dignità dei più deboli. Ha ucciso amministratori pubblici. Ha ucciso testimoni. Ha ucciso bambini. Ha ucciso cittadini comuni, persone finite dentro una violenza che non avevano scelto.</p>
<div class="pip-highlight">
<p>La memoria, se vuole essere giusta, non può avere gerarchie di dignità. Ogni vittima di mafia è una vita sottratta, una famiglia ferita, una comunità colpita, un pezzo di Paese consegnato alla domanda della giustizia.</p>
</div>
<p>Ed è qui che il 23 maggio dovrebbe diventare più scomodo.</p>
<p>Perché ricordare Capaci è necessario. Ma non basta. Non basta se non allarghiamo la memoria a tutte le vittime delle mafie. Non basta se alcuni nomi diventano liturgia nazionale e altri restano ai margini della memoria pubblica. Non basta se la commozione si concentra su pochi volti e dimentica la moltitudine di vite spezzate dal potere criminale.</p>
<p>La dignità di una vittima non dipende dalla notorietà. Un bambino ucciso dalla mafia non vale meno di un magistrato. Un commerciante assassinato perché non voleva piegarsi non vale meno di un uomo delle istituzioni. Un giornalista di provincia ucciso perché scriveva troppo non vale meno di un grande nome entrato nei libri di storia. Una donna rimasta sola davanti al dolore non vale meno di una figura celebrata nei discorsi ufficiali.</p>
<p>La memoria, se vuole essere giusta, non può avere gerarchie di dignità.</p>
<p>Può avere simboli, certo. E i simboli sono necessari. Falcone, Borsellino, don Pino Puglisi, Peppino Impastato, Pippo Fava, Pio La Torre, Rosario Livatino e tanti altri non sono soltanto nomi: sono ferite, fari, consegne morali. Ma un simbolo vero non trattiene tutta la luce per sé. Un simbolo vero illumina ciò che è rimasto al buio.</p>
<p>E allora il 23 maggio dovrebbe aiutarci a pronunciare anche i nomi che non conosciamo. A cercare le storie che non abbiamo ascoltato. A riconoscere che dietro ogni vittima di mafia non c’è mai solo un fatto di cronaca, ma una rete di relazioni spezzate.</p>
<p>Perché la mafia non uccide solo una persona. Uccide una famiglia. Uccide un’attesa. Uccide una comunità. Uccide la fiducia. Uccide la possibilità di credere che vivere onestamente non sia una condanna alla solitudine.</p>
<h2 class="pip-section-title">Ogni morto di mafia lascia una domanda</h2>
<p>Ogni morto di mafia lascia dietro di sé una domanda. La lascia alla giustizia, quando la verità non è piena. La lascia allo Stato, quando le istituzioni arrivano tardi o non arrivano. La lascia alla politica, quando l’antimafia viene usata come medaglia e non come pratica quotidiana. La lascia alla scuola, quando i ragazzi conoscono i grandi nomi ma non comprendono il meccanismo sociale, economico e relazionale che rende possibile il dominio mafioso. La lascia al giornalismo, quando smette di scavare. La lascia alle comunità, quando si abituano alla paura.</p>
<p>La mafia, infatti, non vive soltanto di armi. Vive di silenzi. Vive di complicità. Vive di convenienze. Vive di bisogno. Vive di dipendenza. Vive di abbandono. Vive di quella frase terribile che spegne ogni possibilità di cambiamento: “tanto non cambia niente”.</p>
<p>È una frase che sembra realista, ma spesso è resa. È la frase che isola chi denuncia. Protegge chi comanda. Spegne i giovani. Giustifica chi si gira dall’altra parte. Trasforma l’indifferenza in destino.</p>
<p>I morti di mafia ci chiedono di rompere proprio questa frase.</p>
<p>Ci chiedono di non trasformare la memoria in una cerimonia innocua. Ci chiedono di non fare del 23 maggio un rito civile senza conseguenze. Ci chiedono di non pronunciare i nomi per un giorno, dimenticando il giorno dopo le condizioni sociali, culturali ed economiche che permettono ancora alle mafie di abitare i territori.</p>
<h2 class="pip-section-title">Le mafie cambiano volto, ma cercano sempre i vuoti</h2>
<p>Le mafie cambiano volto. Non rinunciano alla violenza, ma spesso preferiscono l’infiltrazione. Cercano economia, consenso, appalti, riciclaggio, relazioni opache, pezzi di mercato, zone grigie. Non hanno sempre bisogno di sparare, perché spesso è più conveniente entrare nei circuiti dove il denaro si muove, dove il potere decide, dove il bisogno rende vulnerabili.</p>
<p>Ma c’è un altro territorio che le mafie cercano da sempre: il vuoto.</p>
<p>Il vuoto dello Stato. Il vuoto della scuola. Il vuoto del lavoro. Il vuoto delle periferie. Il vuoto delle famiglie lasciate sole. Il vuoto della politica quando smette di ascoltare. Il vuoto delle comunità quando non sanno più custodire i propri ragazzi. Il vuoto della fiducia quando un cittadino pensa che i diritti siano più deboli dei favori.</p>
<p>La mafia occupa i vuoti e li chiama protezione. Occupa il bisogno e lo chiama aiuto. Occupa la paura e la chiama rispetto. Occupa la solitudine e la chiama appartenenza.</p>
<p>Per questo ricordare i morti di mafia significa anche chiedersi dove la società ha smesso di esserci.</p>
<p>Non basta condannare la mafia nei discorsi ufficiali se poi si accetta la cultura della raccomandazione. Non basta celebrare le vittime se poi si lascia solo chi denuncia. Non basta dire “legalità” se quella parola non diventa lavoro, scuola, casa, servizi, dignità, presenza. Non basta commemorare i morti se non si proteggono i vivi.</p>
<h2 class="pip-section-title">La memoria diventa relazione</h2>
<p>E qui la memoria diventa relazione.</p>
<p>Perché il contrario della mafia non è soltanto la legalità, pur necessaria e irrinunciabile. Il contrario della mafia è anche una relazione sana, liberata dal ricatto, dal favore, dalla paura, dalla dipendenza, dall’omertà.</p>
<p>La mafia è una relazione malata. È dominio. È possesso. È controllo. È potere che compra le persone e poi le consuma. È un sistema che trasforma il bisogno in catena, la povertà in reclutamento, la fragilità in obbedienza.</p>
<p>L’antimafia, allora, deve essere anche ricostruzione dei legami. Deve essere scuola che non lascia soli i ragazzi. Comunità che non si limita a giudicare le periferie ma le abita. Politica che non usa la parola legalità come ornamento. Informazione che continua a fare domande. Economia che non confonde sviluppo e opacità. Chiesa, associazioni, movimenti e realtà civiche capaci di stare nei luoghi dove la vita è più ferita.</p>
<p>La memoria dei morti di mafia non può diventare nostalgia del coraggio altrui. Deve diventare responsabilità dei vivi.</p>
<blockquote class="pip-quote"><p>Quando diciamo “le vittime”, rischiamo di non vedere le persone. Quando diciamo “i morti di mafia”, rischiamo di non ascoltare le storie. La memoria vera comincia quando la categoria si rompe e appare il volto.</p></blockquote>
<p>Questa è una lezione decisiva.</p>
<p>Quando diciamo “la scorta”, rischiamo di non vedere Antonio, Rocco, Vito. Quando diciamo “le vittime”, rischiamo di non vedere le persone. Quando diciamo “i morti di mafia”, rischiamo di non ascoltare le storie.</p>
<p>La memoria vera comincia quando la categoria si rompe e appare il volto.</p>
<p>Non “un bambino”, ma quel bambino. Non “un giornalista”, ma quella voce. Non “un imprenditore”, ma quella scelta. Non “un sacerdote”, ma quella presenza educativa. Non “una vittima innocente”, ma una persona con una vita, relazioni, paure, sogni, futuro.</p>
<p>Ogni nome pronunciato è una piccola restituzione di giustizia.</p>
<p>Non basta, certo. Non restituisce la vita. Non cancella il dolore. Non colma le assenze. Ma impedisce alla mafia di ottenere l’ultima vittoria: il silenzio.</p>
<p>Perché la mafia uccide due volte. La prima con la violenza. La seconda con l’oblio.</p>
<p>E una società che dimentica i propri morti diventa più fragile, più ricattabile, più disponibile a convivere con il potere criminale.</p>
<h2 class="pip-section-title">Non basta dire: noi ricordiamo</h2>
<p>Il 23 maggio, allora, non dovrebbe essere soltanto il giorno in cui l’Italia torna a Capaci. Dovrebbe essere il giorno in cui Capaci ci costringe ad allargare lo sguardo. A ricordare tutte le stragi, tutti gli omicidi, tutti i nomi, tutte le famiglie. A riconoscere che ogni vittima di mafia è un pezzo di Paese sottratto alla libertà.</p>
<p>Non possiamo limitarci a dire “noi ricordiamo”. Dobbiamo chiederci se stiamo continuando.</p>
<p>Continuiamo quando una scuola educa alla responsabilità e non solo alla celebrazione. Continuiamo quando un giornale non abbassa lo sguardo. Continuiamo quando una comunità accompagna chi denuncia. Continuiamo quando un ragazzo scopre che la forza non è dominare, ma custodire. Continuiamo quando un territorio non si rassegna a essere raccontato solo attraverso la cronaca nera. Continuiamo quando la memoria diventa scelta quotidiana.</p>
<p>I morti di mafia non ci chiedono di essere trasformati in monumenti immobili. Ci chiedono di essere ascoltati.</p>
<p>Ci chiedono di non usare il loro sacrificio per sentirci migliori. Ci chiedono di non applaudire il coraggio altrui mentre restiamo comodi nella nostra neutralità. Ci chiedono di non fare dell’antimafia un linguaggio di superficie. Ci chiedono di costruire una società in cui nessuno debba sentirsi solo davanti al potere criminale.</p>
<p>Perché la solitudine è uno dei luoghi preferiti dalle mafie.</p>
<p>La solitudine di chi denuncia. La solitudine dei familiari delle vittime. La solitudine dei giovani senza alternative. La solitudine dei quartieri abbandonati. La solitudine degli imprenditori sotto ricatto. La solitudine degli insegnanti lasciati a presidiare frontiere educative senza strumenti adeguati.</p>
<p>E allora il 23 maggio ci chiede una cosa profondamente civile e profondamente relazionale: non lasciare soli i vivi, se vogliamo onorare davvero i morti.</p>
<p>Non lasciare sola la verità. Non lasciare sola la scuola. Non lasciare sole le famiglie. Non lasciare soli i territori. Non lasciare soli i giornalisti minacciati. Non lasciare soli gli amministratori onesti. Non lasciare soli i ragazzi che cercano un’appartenenza e rischiano di trovarla nel luogo sbagliato.</p>
<p>La memoria è autentica solo se genera presenza.</p>
<div class="pip-podcast-box">
<div class="pip-podcast-label">ASCOLTA ANCHE LA PUNTATA SPECIALE</div>
<h3>I morti di mafia non sono memoria: sono una domanda ai vivi</h3>
<p>Nel podcast <em>Tra Pagine e Legami</em>, Francesco Mazzarella parte dal 23 maggio e dalla strage di Capaci per allargare lo sguardo a tutte le vittime delle mafie: i nomi conosciuti, quelli dimenticati, le famiglie ferite, le comunità colpite e la responsabilità di trasformare la memoria in giustizia quotidiana.</p>
<p><a class="pip-podcast-button" href="https://open.spotify.com/show/43qm0uRUE3F8BVGMt8HzMr?si=cVMFbALATuWGzTWVBnny3g" target="_blank" rel="noopener">Ascolta la puntata</a></p>
</div>
<p>Il 23 maggio non può essere soltanto una corona di fiori. Deve diventare una domanda pubblica: quali nomi abbiamo dimenticato? Quali storie non abbiamo raccontato? Quali famiglie non abbiamo ascoltato? Quali condizioni sociali stiamo lasciando aperte perché il potere mafioso continui a insinuarsi?</p>
<p>Una vittima dimenticata è una ferita lasciata aperta.</p>
<p>E una memoria selettiva non basta a costruire giustizia.</p>
<p>Capaci resta una ferita immensa. Ma proprio perché è immensa, non può chiudere lo sguardo. Deve aprirlo. Deve portarci verso tutti i morti di mafia, verso le vittime innocenti, verso i nomi meno conosciuti, verso le storie rimaste senza voce.</p>
<p>Il 23 maggio, allora, non è solo il giorno in cui ricordiamo una strage.</p>
<p>È il giorno in cui dovremmo imparare a pronunciare tutti i nomi.</p>
<p>Perché i morti di mafia non sono soltanto memoria.</p>
<p>Sono una domanda ai vivi.</p>
<p>E quella domanda, oggi, è rivolta a noi.</p>
<div class="pip-source-note"><strong>Nota editoriale:</strong> questo approfondimento è collegato alla puntata speciale del podcast <em>Tra Pagine e Legami</em>, dedicata al 23 maggio e alla memoria di tutte le vittime delle mafie.</div>
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		<title>Non ci avete fatto niente e la storia non si pignora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 20:12:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Capaci]]></category>
		<category><![CDATA[cosa nostra]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Morvillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Rocco Dicillo e Antonio Montinaro]]></category>
		<category><![CDATA[Strage]]></category>
		<category><![CDATA[Vito Schifani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="654" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-300x166.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-1024x568.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-768x426.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-1170x649.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-585x325.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1179" height="654" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-300x166.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-1024x568.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-768x426.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-1170x649.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3726-585x325.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p><p>Il 23 maggio non è una ricorrenza. È una linea di faglia. Chi si ostina a trattarlo come un album di vecchie istantanee in bianco e nero, o come il palcoscenico per passerelle retoriche preconfezionate dagli uffici stampa, sta semplicemente depistando il presente. Trentaquattro anni fa, alle 17:56, l’esplosione di Capaci non ha solo sventrato cinquecento metri di asfalto e inghiottito le vite di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ha ridefinito il perimetro tra la complicità e il riscatto di un intero Paese.</p>
<p>Se si vuole fare un’inchiesta che scavi sotto la superficie, bisogna smetterla di cercare la mafia dove non c’è più e rintracciarla dove ha scelto di mimetizzarsi. Come analizza Saverio Lodato nel suo spietato <em>Quarant’anni di mafia</em>, l’errore più marchiano e funzionale al sistema è stato quello di considerare Cosa Nostra come un corpo estraneo, un’anomalia militare da confinare nelle dinamiche di sangue dei corleonesi. La mafia ha cercato di farsi Stato, di farsi codice d’accesso ai salotti finanziari, di sedersi ai tavoli dove si decidono i flussi di denaro pubblico, i grandi appalti, la logistica, i trasporti e il destino industriale delle nostre terre. Ha provato a trasformare la violenza in un’infrastruttura invisibile del quotidiano.</p>
<p>Ma i registi di quel colpo di Stato hanno fallito il calcolo più elementare, scontrandosi con una resistenza che non era scritta nei loro verbali.</p>
<p>Oggi i clan non hanno bisogno di sparare, perché il piombo attira l’attenzione. Preferiscono infilarsi nel silenzio viscido dell’economia legale, ripulire miliardi nei fondi d’investimento e colonizzare i subappalti, tentando di occupare militarmente la zona grigia della precarietà sociale e dell’isolamento economico. Ma questa ritirata strategica non è il segno di una vittoria. È la prova di una sottomissione a un’onda d’urto civile che non si è mai fermata.</p>
<p>La dimostrazione plastica di questo fallimento ha un indirizzo preciso: quel lembo di terra a Capaci, il Giardino della Memoria, che proprio oggi riceve lo status ufficiale di Parco Regionale. Su quel prato, per la ferrea e ostinata volontà di Tina Montinaro e dei ragazzi dell’Associazione QS15, campeggia una frase che taglia le gambe a qualsiasi pretesa di onnipotenza criminale: <strong>“Non ci avete fatto niente”</strong>.</p>
<p>In quelle quattro parole non c’è la rassegnazione del superstite, ma la rivendicazione di chi ha vinto la guerra culturale. Dire “non ci avete fatto niente” significa guardare in faccia i colletti bianchi, i boss storici e i mandanti occulti — quelli che Falcone definiva le menti raffinatissime e che ancora oggi frequentano le stanze del potere — e dirgli che il tritolo ha solo accelerato la loro fine. Hanno ucciso gli uomini, ma hanno reso il loro metodo investigativo, la loro pretesa di trasparenza e la loro dignità amministrativa un patrimonio genetico inattaccabile.</p>
<p>Domani, su quel ponte e in quel parco, non si va a piangere. Si va a fare un esame di coscienza collettivo. Si va a ricordare che la lotta alla mafia non è una delega da dare alla magistratura una volta all’anno, ma una pratica quotidiana che si fa con i fatti: con la trasparenza degli atti amministrativi, con il rigore nella gestione delle risorse collettive, con la difesa della dignità del lavoro contro il ricatto del bisogno.</p>
<p>Quel cartello a Capaci è il promemoria più doloroso per chi sta dall’altra parte: vi siete presi cinque vite, ma avete perso il Paese. Non ci avete fatto niente.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/22/non-ci-avete-fatto-niente-e-la-storia-non-si-pignora/">Non ci avete fatto niente e la storia non si pignora</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Radici di Ferro in Terra di Sicilia: Giuseppe Salvia vive a Capaci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio e Mimma Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 20:25:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Capaci]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Salvia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3252.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3252.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3252-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3252-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>di Domenica Puleio e Mimma Cucinotta Ci sono luoghi dove l’aria scotta anche quando il vento è fresco. Il Giardino della Memoria di Capaci è uno di questi. Qui, dove&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>di Domenica Puleio e Mimma Cucinotta</b></p>
<p>Ci sono luoghi dove l’aria scotta anche quando il vento è fresco. Il Giardino della Memoria di Capaci è uno di questi. Qui, dove la terra ha bevuto il sangue dei giusti, oggi è spuntato un nuovo ulivo. Non è solo una pianta: è la colonna vertebrale di Giuseppe Salvia che torna dritta, 45 anni dopo quel maledetto 14 aprile 1981, quando la camorra di Raffaele Cutolo pensò di spegnerlo sulla tangenziale di Napoli.</p>
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<p>Hanno sbagliato i conti. Perché Giuseppe Salvia, il vicedirettore di Poggioreale che non si piegò ai boss, oggi ha messo radici a Palermo. Lo ha fatto grazie a Tina Montinaro e alla sua associazione Quarto Savona Quindici, in un abbraccio tra Napoli e la Sicilia che sa di riscatto e di dignità ritrovata.</p>
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<p>Le parole di Giuseppina Troianello, vedova di Salvia, hanno squarciato il silenzio del giardino: “Mio marito ha scelto la legalità ogni giorno, senza chiedere protezione… oggi non siamo qui per ricordare una perdita, ma per affermare una presenza”. Ma è nel messaggio del figlio Claudio che la memoria si trasforma in mandato per il futuro. Guardando dritto negli occhi i ragazzi delle scuole presenti, ha lanciato una sfida che toglie ogni alibi: “Voi dovete scegliere sempre da che parte stare, dovete stare dalla parte della legalità. Noi continueremo a portare avanti queste iniziative perché, anche salvandone uno solo su un milione, avremo compiuto la nostra missione”.</p>
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<p>Vedere gli studenti del Majorana scavare la terra e i detenuti affidati all’associazione “Idea e Azione” poggiare l’albero è stata la prova plastica di questa missione. Una sinergia che parla di futuro, lo stesso futuro evocato dal Prefetto Massimo Mariani e dal Sindaco Lagalla: una memoria che non deve essere un reperto, ma un impegno quotidiano che profuma come l’olio di Capaci, curato dai ragazzi e destinato alle Diocesi di tutta Italia.</p>
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<p>Mentre padre Massimiliano Purpura benediceva l’ulivo, circondato dai familiari e dalle massime cariche civili e militari, si sentiva forte quel legame tra due terre segnate dal sangue ma unite dalla stessa voglia di riscatto.</p>
<p>Come diceva Falcone, le idee restano e continuano a camminare. Oggi, a Capaci, quelle idee hanno il volto di Giuseppe Salvia e le mani dei giovani che hanno giurato di non lasciarlo mai più solo. La memoria ha radici fortissime e oggi sono più profonde che mai.</p>
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<p>@Riproduzione riservata</p>
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