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	<title>Ciclone Harry Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Harry ha mangiato la costa: la trincea da 700 milioni per salvare lo Ionio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 18:07:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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<p>di Domenica Puleio Il litorale ionico della Sicilia orientale si riscopre nudo, fragile e drammaticamente esposto di fronte all’avanzata di un mare che non concede più sconti. Tra il 16&#8230;</p>
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<p>Il litorale ionico della Sicilia orientale si riscopre nudo, fragile e drammaticamente esposto di fronte all’avanzata di un mare che non concede più sconti. Tra il 16 e il 23 gennaio 2026, il passaggio del ciclone Harry ha squarciato il velo sulle storiche vulnerabilità di un territorio in cui l’urbanizzazione selvaggia e lineare ha alterato per decenni i naturali regimi sedimentari costieri. Harry non è stata una semplice tempesta stagionale, ma un fenomeno meteorologico estremo originatosi come perturbazione isolata ad alta quota sulla penisola iberica, rimasta quasi stazionaria a causa di blocchi di alta pressione a latitudini superiori.</p>
<p>Alimentato da un acuto gradiente termico tra una massa d’aria fredda di origine artica e le acque superficiali del Mediterraneo, insolitamente calde, il sistema si è approfondito fino a raggiungere una pressione minima al suolo di 995 hPa, scaricando sulla costa raffiche di vento a 130 chilometri orari e sollevando mareggiate storiche con onde tra i 9 e i 10 metri.</p>
<p>I danni strutturali, quantificati in prima battuta dalla Protezione Civile regionale guidata dal commissario straordinario Salvo Cocina, ammontano a 741 milioni di euro, con picchi di 244 milioni nel Catanese, 202,5 milioni nel Messinese e 159,8 milioni nel Siracusano, all’interno di un bilancio economico complessivo per l’isola che supera i 2 miliardi di euro. Dietro i numeri ci sono le ferite dei territori: la voragine stradale che ha inghiottito un’auto a Letojanni, il fango e il blackout prolungato a Fondacello di Mascali, le banchine distrutte a Stazzo di Acireale, fino agli sgomberi preventivi di oltre 1.500 persone concentrate soprattutto nell’area franosa di Niscemi e ai crolli infrastrutturali di Augusta.</p>
<p>Di fronte al rischio di un collasso definitivo del comparto turistico-balneare e agricolo, la risposta istituzionale ha dovuto abbandonare la logica degli interventi locali frammentati per tentare la strada di una governance integrata. Il via libera definitivo rilasciato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha sbloccato il quadro di valutazione ambientale e i pareri di conformità necessari per legare le risorse ordinarie ai fondi d’emergenza.</p>
<p>Lo strumento cardine è la riprogrammazione del Piano di Sviluppo e Coesione della Regione Siciliana, che ha permesso di recuperare flussi di cassa precedentemente vincolati a interventi privi di progettazione esecutiva, consolidando una massa di bandi e lotti pronti a partire tra Messina e Catania superiore ai 60 milioni di euro. Una cifra che trova riscontro empirico sia nei 51 milioni destinati alla difesa costiera della settima municipalità di Messina, a cui si sommano 9,5 milioni per i versanti, sia nel Disegno di Legge S. 1693 all’esame del Senato per l’annualità 2028.</p>
<p>A livello emergenziale, ai 100 milioni stanziati dal Consiglio dei Ministri per Sicilia, Calabria e Sardegna, la Giunta regionale ha aggiunto nell’immediato 70 milioni di euro, seguiti da altri 90 milioni per contributi straordinari alle famiglie e ai balneari. Sullo sfondo resta la forte tensione amministrativa interna all’Assemblea Regionale Siciliana, che ha approvato un ordine del giorno per reindirizzare ben 1,3 miliardi di euro, originariamente destinati al cofinanziamento del Ponte sullo Stretto, verso la messa in sicurezza del territorio, evidenziando il conflitto politico tra la rincorsa alle grandi opere e l’urgenza dell’adattamento climatico.</p>
<p>Sotto il profilo tecnico, il piano segna una transizione metodologica radicale: il definitivo addio alle scogliere rigide emerse parallele in blocchi di cemento, tipiche degli anni Ottanta, oggi accertate come causa di riflessione totale dell’energia ondosa e del conseguente scalzamento delle aree sottoflutto. La nuova ingegneria costiera punta su un approccio morbido e dinamico, combinando ripascimenti protetti in sabbia naturale, barriere soffolte sottomarine per indurre il frangimento precoce dell’onda al largo, e pennelli semisoffolti perpendicolari per trattenere i sedimenti.</p>
<p>Il cantiere pilota di questa filosofia è a Santa Teresa di Riva, area a rischio idrogeologico R3 ed R4, che con un finanziamento di 8 milioni di euro vede la realizzazione di 14 pennelli in scogli lavici naturali emersi per un solo metro, protetti da un’unghia sommersa profonda mezzo metro e abbinati a 15 barriere soffolte. L’innovazione sta nella mitigazione circolare del rischio: il 70% della sabbia per il ripascimento viene estratto dallo sghiaiamento dell’alveo del vicino torrente Savoca, riducendone contestualmente il rischio di esondazione. I lavori, consegnati dal Genio Civile di Messina il 19 febbraio 2026, dovranno concludersi entro il 5 aprile 2029, supportati da ulteriori 250.000 euro del Comune per la somma urgenza su fognature e lungomare nei tratti di Via Duca Gualtieri, Via del Gambero e Piazza Stracuzzi.</p>
<p>Più a sud, tra Punta San Raineri e Capo Scaletta, si combatte contro l’arretramento delle foci torrentizie che minaccia la strada statale SS114. A Mili Moleti sud, Palazzo Zanca ha aggiudicato a marzo 2026 i lavori all’impresa Cipar per oltre 623.000 euro per il salpamento e la rifioritura della barriere radente esistente, recuperando i massi dislocati dal fondale. A Galati Marina è invece attivo un protocollo d’intesa tra Comune e ANAS, dove l’ente stradale consolida i gabbioni metallici a terra e la municipalità rifiorisce le barriere sommerse, allineandosi ad altri lotti strategici del PON Metro Plus 2021-2027 destinati alla foce del torrente Galati e ad Acqualadroni. Chiude il quadro del Messinese il comparto di Tono-Casabianca, dove il Commissario Straordinario Regionale gestisce un budget di 3,64 milioni di euro, con una proroga dell’autorizzazione ambientale fino al 2027 in attesa del bando.</p>
<p>Il successo di questa colossale operazione dipenderà interamente dalla capacità di rispettare il cronoprogramma del MASE, che impone ai Comuni costieri di completare l’assegnazione dei contratti entro la fine dell’estate per aprire fisicamente i cantieri tra ottobre e novembre, anticipando le tempeste autunnali. Eppure, l’ambiente scientifico, guidato dai dossier di Legambiente e WWF, solleva pesanti dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di una strategia comunque legata alla difesa della linea di costa.</p>
<p>L’irrigidimento del litorale rischia di trasferire l’energia erosiva alle spiagge vicine, mentre i ripascimenti con sabbie relitte prelevate fino a 130 metri di profondità offrono una resistenza temporanea. La causa primaria dell’erosione resta infatti nell’entroterra: le dighe e gli sbarramenti idraulici bloccano il trasporto solido dei fiumi verso le foci, mentre i cordoni dunali sono stati sistematicamente distrutti. Geologi ed esperti spingono per misure alternative come la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, la ricostruzione delle dune e, soprattutto, la delocalizzazione strategica delle infrastrutture civili e stradine a ridosso del mare, un “ritiro controllato” che nel lungo periodo risulterebbe finanziariamente meno oneroso delle continue ricariche dei litorali.</p>
<p>A gravare sul futuro degli operatori economici resta infine una pesante lacuna normativa: l’attuale sistema assicurativo nazionale, nonostante i nuovi obblighi contro i rischi catastrofici, esclude espressamente le mareggiate e i danni da erosione costiera dalle coperture standard, lasciando le imprese balneari sole e vulnerabili di fronte al prossimo, inevitabile capriccio del clima.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sicilia, il conto del “dopo Harry”: oltre mezzo miliardo stimato e una costa da ricucire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jan 2026 20:38:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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<p>Tra voragini, lungomari distrutti e collegamenti interrotti, l’Isola misura i danni in milioni mentre la Regione prepara gli atti per l’emergenza nazionale. La vera sfida, adesso, è trasformare la ricostruzione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/01/21/sicilia-il-conto-del-dopo-harry-oltre-mezzo-miliardo-stimato-e-una-costa-da-ricucire/">Sicilia, il conto del “dopo Harry”: oltre mezzo miliardo stimato e una costa da ricucire</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2154.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2154.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2154-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/IMG_2154-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>Tra voragini, lungomari distrutti e collegamenti interrotti, l’Isola misura i danni in milioni mentre la Regione prepara gli atti per l’emergenza nazionale. La vera sfida, adesso, è trasformare la ricostruzione in prevenzione</em></p>
<p>La Sicilia sta facendo i conti con il “dopo Harry” mentre le mareggiate si ritirano e resta, sulla linea di battigia, una geografia nuova: tratti di lungomare strappati via, voragini nell’asfalto, sottoservizi scoperti, impianti turistici compromessi, case e negozi allagati, collegamenti ferroviari e stradali interrotti. Tra il 19 e il 21 gennaio 2026 il ciclone Harry ha colpito con particolare violenza la fascia ionica e parte della Sicilia orientale; oggi, mercoledì 21 gennaio, i numeri cominciano a consolidarsi in una prima stima che, nelle dichiarazioni istituzionali, si aggira già nell’ordine di “oltre mezzo miliardo”.</p>
<p>Il punto, però, non è soltanto la cifra – che in questa fase è inevitabilmente provvisoria – ma ciò che compone quella cifra. Dentro ci sono infrastrutture pubbliche (strade, ferrovie, porti, reti idriche ed elettriche), patrimonio privato (abitazioni, condomìni, magazzini, negozi), economia della costa (turismo, balneazione, ristorazione, piccole imprese di servizio) e, in parallelo, l’entroterra agricolo che ha pagato vento e pioggia con serre danneggiate, coperture divelte, tetti scoperchiati. È un mosaico di danni “a strati”: i primi sono subito visibili e misurabili; gli altri – quelli indiretti – emergono nei giorni successivi, quando si sommano chiusure forzate, lavoro perso, catene logistiche spezzate.</p>
<p>Le immagini che arrivano dal litorale tra Messina e Catania dicono una cosa semplice e dura: l’acqua non è arrivata “dentro” la costa, in molti tratti la costa è diventata acqua. A Letojanni, nel Messinese, si parla di un primo conteggio tecnico superiore ai 10 milioni di euro: per circa 300 metri risultano distrutti muretto di protezione e sede stradale del lungomare, e le voragini avrebbero danneggiato in modo serio i sottoservizi – rete idrica, elettrica e del gas. Non è solo una strada da rifare: è un sistema di servizi da ricostruire sotto pressione, con tempi e costi inevitabilmente più alti.</p>
<p>Poco più a nord e a sud, nello stesso corridoio costiero, le cronache raccontano piattaforme sulla spiaggia e strutture leggere divelte, ristoranti e ritrovi danneggiati, tratti di litoranea cancellati o resi impraticabili. A Santa Teresa di Riva, Roccalumera, Mazzeo e nell’area taorminese la “conta” si somma alla gestione dell’emergenza: strade invase da sabbia e detriti, accessi alle spiagge compromessi, interventi ripetuti per liberare tombini e sottopassi, ripristinare i primi servizi essenziali. In alcuni centri, la giornata dopo la tempesta è fatta di sopralluoghi e ordinanze, più che di normalità.</p>
<p>Nel Catanese, la scena più ricorrente è quella del mare che supera i limiti e risale: onde e burrasca sul lungomare, tratti della carreggiata e della pista ciclabile interessati da cedimenti, allagamenti nelle zone più esposte. Il sindaco di Catania, Enrico Trantino, ha parlato della necessità di avviare la procedura per lo stato di calamità naturale e di una prima stima “su decine di milioni di euro” di danni, precisando che il conteggio definitivo richiederà tempo e verifiche.</p>
<p>C’è poi la partita dei collegamenti, che in Sicilia non è mai un dettaglio. Una delle notizie più allarmanti riguarda la linea ferroviaria tra Messina e Catania: i resoconti parlano di danni in più punti e, nel tratto di Scaletta Zanclea, di binari sospesi nel vuoto per alcuni metri. È un’immagine potente, ma è anche una diagnosi: lì non basta “ripulire”, serve ripristinare sicurezza e stabilità del sedime, con interventi che richiedono progettazione e tempi non banali. Ogni interruzione, in un territorio dove le alternative non sono infinite, diventa immediatamente costo sociale ed economico.</p>
<p>Sul versante istituzionale, la Regione ha messo in chiaro due priorità: gestione dell’emergenza e preparazione degli atti per chiedere al governo nazionale lo stato di emergenza. Renato Schifani, dopo le ore più critiche, ha ringraziato Protezione civile, volontari e amministrazioni locali, rivendicando che l’allerta e l’azione sul campo hanno contribuito a evitare vittime; contemporaneamente, ha richiamato la gravità dei danni su “oltre 100 chilometri di litorale ionico” e l’ordine di grandezza di “oltre mezzo miliardo” già nelle prime valutazioni.</p>
<p>Dentro quel mezzo miliardo convivono, inevitabilmente, più prospettive: politica, tecnica, economica. E qui è utile fare chiarezza. Una stima regionale tende a includere soprattutto costi di ripristino e messa in sicurezza di infrastrutture e impianti. Le stime settoriali aggiungono perdite economiche: chiusure forzate, merci rovinate, impianti compromessi, giornate di lavoro perse, prenotazioni cancellate. Confcommercio Sicilia, ad esempio, ha rilanciato una valutazione dei “danni diretti e documentabili” nell’ordine di mezzo miliardo, sottolineando l’impatto su commercio, turismo, servizi e artigianato.</p>
<p>Il turismo balneare, in Sicilia, vive di equilibri fragili: erosione costiera, manutenzione ordinaria spesso insufficiente, investimenti concentrati su pochi mesi. Harry ha reso questo fragile evidente. Le cronache parlano di stabilimenti turistici e balneari gravemente danneggiati o “spazzati via” lungo tratti di litorale, di accessi alle spiagge compromessi, di infrastrutture leggere distrutte. E quando saltano servizi e viabilità, salta anche la stagione: non tanto perché “mancano le sdraio”, ma perché manca la continuità di un territorio che deve essere raggiungibile, sicuro, funzionante.</p>
<p>Accanto alla costa, l’agricoltura ha pagato un prezzo che spesso finisce in coda alle notizie, ma nei territori significa reddito e sopravvivenza. Coldiretti ha avviato un monitoraggio dei danni: dal vento che abbatte serre e coperture, alle aziende agroittiche colpite, fino alla viabilità interna in tilt in varie aree dell’isola. È un fronte meno “fotografabile” del lungomare divelto, ma economicamente delicatissimo: una serra distrutta non è solo un danno strutturale, è una filiera che si interrompe, con effetti che arrivano settimane dopo.</p>
<p>Nel Siracusano e in altri tratti dell’interno, le cronache parlano anche di frane, smottamenti e alberi caduti su strade provinciali, con interventi ripetuti e chiusure temporanee. Presi uno a uno, questi episodi potrebbero sembrare “ordinari” in un inverno instabile; sommati, diventano un indicatore di resilienza territoriale: quante strade alternative esistono? Quanto rapidamente si ripristina un collegamento? Quanta manutenzione era già arretrata prima del ciclone?</p>
<p>Anche il dato meteorologico, pur non essendo il centro della cronaca economica, aiuta a capire perché i danni siano così elevati: si è parlato di mareggiate eccezionali e onde molto alte – in alcuni resoconti oltre i 10 metri – capaci di erodere in poche ore ciò che normalmente si consuma in anni. Quando un evento di questo tipo colpisce una costa già fragile, con tratti urbanizzati a ridosso del mare e opere di difesa non sempre adeguate, il risultato è una “spesa concentrata”: il territorio incassa insieme, in pochi giorni, ciò che non ha potuto prevenire in tempo.</p>
<p>Ecco perché la cifra “mezzo miliardo” non è un titolo ad effetto: è un indicatore di scala. Dice che l’impatto supera la capacità di risposta ordinaria di comuni e regione e richiede un salto di livello, amministrativo e finanziario. Ma proprio per questo, la fase che si apre adesso è la più delicata: quella in cui l’emergenza rischia di trasformarsi in un cantiere infinito. La Sicilia, in passato, ha già conosciuto la differenza tra “riparare” e “mettere in sicurezza”. Riparare rimette in piedi ciò che c’era; mettere in sicurezza riduce la probabilità che la prossima mareggiata produca lo stesso identico conto.</p>
<p>Le domande operative sono già sul tavolo, e dovrebbero guidare anche la discussione sui “milioni”. Prima: come si certificano i danni in modo uniforme, comune per comune, per non perdere tempo e non lasciare indietro chi non ha uffici tecnici strutturati? Seconda: quali interventi sono immediatamente cantierabili (messa in sicurezza, ripristino sottoservizi, protezioni provvisorie) e quali richiedono progettazione complessa (tratti ferroviari, consolidamenti, opere di difesa costiera)? Terza: come si protegge l’economia quotidiana, quella delle piccole attività che non possono permettersi settimane di stop? In mezzo a queste domande c’è uno snodo politico-amministrativo: la giunta regionale straordinaria convocata per giovedì 22 gennaio a Palazzo d’Orléans, che segna il passaggio dalla notte del soccorso ai mesi della ricostruzione.</p>
<p>Un altro elemento che emerge dalle cronache è la disomogeneità dell’impatto: l’Isola non è stata colpita “in modo uguale”. Nelle ricostruzioni giornalistiche si evidenzia che il previsto “colpo di coda” sul Nord-Ovest non si è materializzato come temuto e che Palermo e Trapani sono state sostanzialmente graziate rispetto agli scenari più pesanti, mentre l’urto si è concentrato lungo il corridoio ionico e sull’area orientale. Questo non riduce la gravità complessiva; la rende più chiara. Perché significa che i danni si addensano dove costa, viabilità e urbanizzazione sono più esposte e più ravvicinate.</p>
<p>L’emergenza, nelle ore più dure, ha avuto anche un volto umano e amministrativo: famiglie evacuate in alcune zone costiere, scuole chiuse in diversi comuni, servizi pubblici a singhiozzo. In vari centri dell’area ionica si sono sommati allagamenti e danni a strade e abitazioni, e in alcune zone si sono registrate criticità su luce e acqua. È la dimensione che spesso non entra subito nelle stime economiche, ma che pesa sulla vita quotidiana: quando mancano energia e servizi, si ferma tutto, e ogni giorno perso diventa costo aggiuntivo.</p>
<p>Nel frattempo, attorno ai numeri, si muove anche la politica. In queste ore si parla di emendamenti e proposte di stanziamento, come la richiesta di 100 milioni a favore dei Comuni danneggiati avanzata in sede regionale da esponenti del M5S. È un dibattito legittimo, ma qui la qualità sta nei criteri: dove vanno le risorse, con quale priorità, con quali vincoli di rendicontazione, e con quale equilibrio tra ristori e prevenzione. Perché un ristoro ripara una perdita; una prevenzione riduce la probabilità che la perdita si ripresenti identica alla prossima tempesta.</p>
<p>Il tema delle opere costiere è, infatti, la cartina di tornasole. Le mareggiate hanno colpito lungomari e litoranee, ma hanno messo sotto stress anche reti idriche, elettriche e del gas che corrono sotto l’asfalto, spesso in prossimità del mare. Quando un sottoservizio viene lesionato, non basta riasfaltare: bisogna intervenire sotto, coordinare gestori diversi, garantire sicurezza, e nel frattempo gestire disagi prolungati. È per questo che i “milioni” non sono soltanto il costo della ricostruzione visibile: sono il costo della complessità tecnica e amministrativa.</p>
<p>E poi c’è la mobilità, che tocca anche l’economia “di terra”. La ferrovia Catania–Messina non è solo un servizio per pendolari: è un asse per studenti universitari, lavoratori, turismo interno. Quando si interrompe, la pressione si riversa sulle strade già provate, e il costo sale: carburante, tempi, stress, ritardi. Nel breve periodo è una questione di viabilità; nel medio periodo è un fattore economico, perché influenza la capacità di un territorio di restare connesso.</p>
<p>È per questo che, oggi, parlare di “milioni di danni” non deve ridursi a una cifra tonda. I 10 milioni stimati per il solo lungomare di Letojanni sono un esempio: un comune che da solo non ha margini per un intervento di questa scala, soprattutto se deve anche sostenere le spese ordinarie e gestire altri danni diffusi. Allo stesso modo, “decine di milioni” per Catania – se confermati dalle perizie – implicano procedure complesse, perché riguardano un capoluogo con reti e infrastrutture stratificate e con un’interfaccia diretta tra città e mare.</p>
<p>La vera sfida, dunque, è evitare che il dopo Harry diventi un inventario sterile. Servono mappe pubbliche dei danni, cronoprogrammi, responsabilità chiare tra comuni, Città metropolitane, Regione, gestori di reti, RFI, autorità portuali, e una cabina di regia che non viva di comunicati, ma di verifiche periodiche. È anche un tema di fiducia: quando i cittadini vedono cantieri che durano anni e promesse che si sfilacciano, la frattura non è solo nell’asfalto, è nel rapporto tra comunità e istituzioni.</p>
<p>In questo senso, la notizia più importante non è soltanto che i danni “possono arrivare” a mezzo miliardo: è che, per una volta, il sistema ha dimostrato che l’allerta può salvare vite, ma adesso deve dimostrare che la ricostruzione può salvare futuro. Harry ha offerto una tregua sul fronte umano, evitando una tragedia; ma ha aperto un conto economico e infrastrutturale che, se non governato, rischia di trasformarsi in una nuova forma di fragilità permanente.</p>
<p>Ecco perché, mentre si stimano i milioni, vale la pena trattenere una lezione operativa: l’emergenza non finisce quando smette di piovere. Finisce quando il territorio torna sicuro, quando i servizi tornano stabili, quando le imprese possono lavorare senza paura del prossimo vento, quando una strada e una ferrovia non sono solo riparate, ma rese meno vulnerabili. Il dopo Harry, in Sicilia, sarà il banco di prova non solo della capacità di spesa, ma della qualità delle scelte.</p>
<p>E se c’è un punto da cui ripartire, è il legame tra persone e luoghi: perché una comunità che si organizza, segnala, controlla e partecipa è la prima vera opera di difesa costiera.</p>
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