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	<title>dichiarazioni sorella Paola Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Via Poma, 36 anni dopo: il delitto di Simonetta Cesaroni ancora alla ricerca della verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mimma Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 06:23:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="783" height="550" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5505.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5505.jpeg 783w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5505-300x211.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5505-768x539.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5505-585x411.jpeg 585w" sizes="(max-width: 783px) 100vw, 783px" /></p>
<p>Le nuove parole della sorella Paola riportano al centro della cronaca la sera a Roma del 7 agosto 1990: le tre strisce di sangue che, secondo il suo racconto, sarebbero&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le nuove parole della sorella Paola riportano al centro della cronaca la sera a Roma del 7 agosto 1990: le tre strisce di sangue che, secondo il suo racconto, sarebbero scomparse dalle fotografie della Scientifica, lo sconosciuto mai identificato e i nuovi accertamenti sul Dna riaprono, dopo 36 anni, la lunga ricerca della verità sulla morte della ventenne vittima di un atroce delitto </em></p>
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<p>di <em>Mimma Cucinotta </em></p>
<p>Roma, 14 settembre 2026 – Trentasei anni dopo l’omicidio di <strong><em>Simonetta Cesaroni</em>,</strong> il caso di <strong>via</strong><strong>Poma</strong> torna al centro della cronaca con nuove dichiarazioni della <strong>sorella Paola</strong> e nuovi accertamenti scientifici. In un’intervista pubblicata da la Repubblica, <strong>Paola Cesaroni ha raccontato </strong>di aver sempre avuto la sensazione che, quando quella sera entrò nell’ufficio insieme al compagno Antonello, potesse esserci ancora qualcuno all’interno. Un’ipotesi personale, maturata anche sulla base di un particolare riferito dal suo compagno, che avrebbe notato tre strisce di sangue dietro la porta. Secondo Paola, quelle tracce non sarebbero poi comparse nelle fotografie della Scientifica. È un elemento che la famiglia considera ancora da chiarire, ma che non può essere presentato come un fatto investigativo accertato.<br />
Nello stesso racconto <strong>torna anche la figura di un giovane mai identificato</strong>. Paola ricorda un uomo con capelli scuri e occhiali che, quella notte, le avrebbe detto “Il <em><strong>peggio deve ancora venire</strong></em>“. Lei pensò che fosse un assistente sociale o una persona legata ai soccorsi, ma in seguito le sarebbe stato riferito che non apparteneva a quel gruppo. Anche questa circostanza, rimasta senza una spiegazione definitiva, fa parte dei ricordi della famiglia e delle domande che hanno accompagnato il caso per decenni.<br />
Intanto <strong>l’inchiesta continua a muoversi sul terreno della genetica forense</strong>. Il <strong>30 luglio scorso RaiNews</strong> ha riferito dell’acquisizione e dell’analisi del <strong>Dna di otto person</strong>e, cinque donne e tre uomini, mai formalmente indagate ma legate all’ambiente di via Poma nel periodo dell’omicidio. Gli <strong>esami</strong> su quei profili hanno avuto <strong>esito negativo</strong>. Parallelamente, <strong>sono stati disposti nuovi confronti genetici</strong> su reperti conservati dall’epoca, nella prospettiva di utilizzare <strong>tecniche oggi più avanzate</strong> rispetto a quelle disponibili nel 1990.<br />
La possibilità di rileggere quei reperti con gli strumenti della genetica contemporanea potrebbe rappresentare uno degli aspetti più importanti della nuova fase investigativa. <strong>L’obiettivo</strong> <strong>resta quello di individuare un profilo genetico riconducibile all’autore del delitto</strong> e confrontarlo con le persone che, per ragioni diverse, entrarono nella storia dell’indagine.<br />
<strong>Per capire perché</strong>, ancora oggi, ogni nuovo elemento riaccenda l’attenzione sul caso, <strong>bisogna tornare a quel pomeriggio di agosto del 1990.</strong></p>
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<p><strong>Simonetta Cesaroni era una bella ragazza ed aveva vent’anni</strong>, lavorava come <strong>segretaria</strong> per lo studio commerciale <strong>Reli</strong> <strong>Sas</strong>, che aveva tra i propri clienti <strong>l’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù</strong>. Quel <strong>7 agosto</strong> entrò negli uffici dell’associazione, al terzo piano dello stabile di <strong>via Carlo Poma 2,</strong> nel <strong>quartiere Prati, intorno alle 16.</strong><br />
Le ricostruzioni investigative hanno individuato nelle <strong>17.30 circa l’ultimo segno certo della sua attività.</strong> Poco prima Simonetta aveva telefonato a <strong>Luigina Berrettini</strong> per risolvere un problema relativo al programma utilizzato per il lavoro contabile. <strong>Intorno alle 18.30</strong> <strong>avrebbe dovuto parlare</strong> con il datore di lavoro, <strong>Salvatore Volponi</strong>, per aggiornarlo sull’attività svolta. Quella telefonata non arrivò mai.<br />
<strong>A casa, intanto, l’attendevano per cena</strong>. Verso le <strong>21.30 Paola, preoccupata</strong> perché la sorella non era rientrata, cominciò a cercarla. Con lei c’era il compagno Antonello. <strong>Furono coinvolti anche Volponi e il figlio Luca</strong>. Raggiunsero lo stabile di via Poma e, dopo aver chiesto alla moglie del portiere di aprire l’ufficio, entrarono. <strong>Erano circa le 23.30.</strong><br />
<strong>Trovarono Simonetta morta.</strong><br />
Il corpo presentava <strong>29 ferite da arma da taglio</strong>. La ricostruzione medico-legale collocò la morte tra le 18 e le 18.30. La scena appariva per molti aspetti ordinata e proprio le caratteristiche dell’ambiente, insieme alla scarsità delle tracce ematiche rispetto alla violenza dell’aggressione, alimentarono fin dall’inizio interrogativi destinati a rimanere irrisolti.<br />
Le <strong>indagini partirono immediatamente</strong> e si concentrarono anche sul portiere dello stabile, <strong>Pietrino Vanacore</strong>. Fermato tre giorni dopo l’omicidio, <strong>rimase in carcere per 26 giorni</strong>. Nel tempo la sua posizione venne ridimensionata fino all’archiviazione. Le analisi non collegarono il suo Dna al sangue rinvenuto sulla maniglia della stanza dell’omicidio. <strong>Le accuse nei suoi confronti furono archiviate nel 1991</strong> e la vicenda giudiziaria relativa al favoreggiamento si concluse successivamente con il proscioglimento.<br />
<strong>Vanacore</strong> rimase comunque per anni una delle figure più controverse del caso. <strong>Il 9 marzo 2010 si suicidò</strong>, lasciando un messaggio nel quale ricordava i vent’anni trascorsi tra sofferenze e sospetti. <strong>Pochi giorni dopo avrebbe dovuto testimoniare nel processo contro R.B</strong>., allora accusato dell’omicidio di Simonetta, <strong>impropriamente definito il fidanzato</strong> a <strong>fronte del diario che sarebbe stato lasciato dalla ragazza, </strong>secondo cui r<strong>isulterebbe la propria sofferenza</strong> di una <strong>relazione non stabile</strong> e <strong>di non essere ricambiata</strong> <strong>nei sentimenti da R.B. </strong><br />
Quella di R.B. fu la più importante vicenda giudiziaria scaturita dalle indagini. Addirittura si sarebbe ventilata l’ipotesi del delitto passionale. Le analisi del Ris avevano individuato materiale biologico riconducibile a lui sul corpetto e sul reggiseno della vittima. <strong>Nel 2011</strong> arrivò la condanna a <strong>24 anni di carcere</strong> in primo grado. La <strong>Corte d’assise d’appello di Roma ribaltò però quella decisione nel 2012, pronunciando l’assoluzione per non aver commesso il fatto</strong>. Nel 2014 la <strong>Cassazione confermò</strong> definitivamente <strong>l’assoluzione</strong> nei confronti di R.B.<br />
Quell’esito è essenziale per ricostruire correttamente la storia giudiziaria.<br />
<strong>Per questa ragione, in questa ricostruzione scegliamo di indicare R. B soltanto con le iniziali</strong>. È una scelta editoriale legata alla responsabilità dell’informazione e alla distanza temporale dai fatti. Il Codice deontologico dei giornalisti richiama il <strong>rispetto dell’identità personale e del diritto all’oblio</strong> e, nella cronaca giudiziaria, impone di distinguere con chiarezza tra accusa, condanna, assoluzione e provvedimenti definitivi. Il riferimento alla vicenda processuale resta necessario per comprendere la storia dell’inchiesta, così come è <strong>necessario ricordare </strong>con altrettanta chiarezza <strong>che quella posizione si è conclusa con un’assoluzione definitiva.</strong><br />
Prima e dopo il processo a R.B., le indagini avevano seguito <strong>numerose piste</strong>. Furono coinvolti, tra gli altri, <strong>Salvatore Volponi</strong> e Federico<strong> Valle, </strong>nipote dell’architetto <strong>Cesare Valle</strong>, che abitava nello stesso stabile. La pista relativa a Valle nacque anche da una testimonianza poi ritenuta inattendibile e non trovò conferme decisive. <strong>Valle venne prosciolto nel 1993.</strong><br />
Nel corso degli anni emersero inoltre interrogativi sulle persone che frequentavano lo stabile e sull’ambiente che gravitava intorno alla sede dell’Aiag. <strong>Una relazione della Commissione parlamentare Antimafia </strong>ha successivamente richiamato alcune testimonianze e una traccia ematica dalla quale era stato estratto un profilo genetico maschile non identificato, elementi che la Procura ha considerato meritevoli di ulteriori approfondimenti.<br />
<strong>Una storia investigativa lunga 36 anni </strong>nella quale vanno collocate le nuove analisi. <strong>Il valore della nuova fase</strong> consiste nella possibilità di sottoporre nuovamente reperti e tracce biologiche a tecniche che nel 1990 non esistevano o non avevano l’attuale capacità di analisi.<br />
Oggi, insieme alla scienza, anche la famiglia che mai si è arresa nel volere verità e giustizia.<br />
<strong>Le parole di Paola Cesaroni riportano alla sera in cui lei stessa trovò il corpo della sorella</strong> e ripropongono particolari che, secondo il suo racconto, <strong>non hanno mai trovato una risposta convincente</strong>. Le presunte tracce di sangue dietro la porta, la presenza di uno sconosciuto mai identificato, le telefonate anonime e altri episodi rimasti nella memoria della famiglia <strong>sono però elementi che, a distanza di decenni, spiegano perché la ricerca della verità non si sia mai interrotta.</strong></p>
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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-114697" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Simonetta-cesaroni-delitto-.jpg" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Simonetta-cesaroni-delitto-.jpg 800w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Simonetta-cesaroni-delitto--300x169.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Simonetta-cesaroni-delitto--768x432.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Simonetta-cesaroni-delitto--678x381.jpg 678w" alt="" width="800" height="450" /></figure>
</div>
<p>Il <strong>caso di Simonetta Cesaroni</strong> resta così uno dei più <strong>lunghi e controversi misteri della cronaca giudiziaria italiana</strong>. Un omicidio avvenuto in un ufficio apparentemente chiuso, in un pomeriggio d’agosto, dentro uno stabile nel cuore di Roma, e seguito da decenni di indagini, perizie, testimonianze, processi e assoluzioni.<br />
<strong>Oggi la tecnologia offre nuovi strumenti per tornare sui reperti</strong>. Le testimonianze possono essere rilette alla luce degli atti e delle verifiche compiute nel tempo. Ma il punto essenziale resta quello da cui tutto ebbe inizio, una domanda che dopo trentasei anni non ha ancora ricevuto una risposta definitiva.<br />
<strong>Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni?</strong></p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
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