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		<title>LA GRECITÀ DI FOSCOLO COME PATRIA PERDUTA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 16:33:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Esilio]]></category>
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		<category><![CDATA[Ugo Foscolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="1357" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699-261x300.jpeg 261w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699-890x1024.jpeg 890w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699-768x884.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699-1170x1347.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699-585x673.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>Da Leonida di Taranto a Ibico, da Zacinto alla Magna Grecia. Il mito, il distacco e le sponde che non si toccano più di Pierfranco Bruni La grecità di Foscolo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/01/la-grecita-di-foscolo-come-patria-perduta/">LA GRECITÀ DI FOSCOLO COME PATRIA PERDUTA</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1179" height="1357" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699-261x300.jpeg 261w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699-890x1024.jpeg 890w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699-768x884.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699-1170x1347.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5699-585x673.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p><p>Da Leonida di Taranto a Ibico, da Zacinto alla Magna Grecia. Il mito, il distacco e le sponde che non si toccano più</p>
<p>di Pierfranco Bruni</p>
<p>La grecità di Foscolo passa inevitabilmente non solo attraverso i poeti lirici greci e l&#8217;impalcatura omerica del nostos e dei nostoi, ma ha riferimenti precisi nella poesia della Magna Grecia che sono essenziali. Da Taranto a Reggio Calabria. Come per dire da Leonida di Taranto a Ibico di Reggio. Oltre la geografia c&#8217;è il mito. Foscolo è dentro il mito con gli archetipi e una griglia simbolica. È chiaro che Zacinto diventa fondamentale.</p>
<p>C&#8217;è da considerare che Leonida di Taranto venne tradotto da un altro poeta magno-greco più contemporaneo come Salvatore Quasimodo e Ibico divenne specchio metaforico per Pavese durante i mesi di confino a Brancaleone Calabro, mare dalle greche. La grecità in Foscolo fu dunque Patria. Una eredità che ha nel suo interno un linguaggio onirico certamente, ma profondamente tragico. La passione del tragico come condizione d&#8217;esistere è dentro questo percorso.</p>
<p>La passione del tragico è una condizione d&#8217;esistere. Sia in Leonida che lascia Taranto in modo dolorante. Sia in Ibico che traccia i tramonti rossi del Mediterraneo calabro. Sia in Foscolo che fa della sua grecità peloponnesiaca l&#8217;isola-radice del non ritorno. Tra Leonida e Foscolo c&#8217;è il _topos_ del distacco dalla terra straniera e della morte distante da dove sono nati.</p>
<p>Leonida offre uno spaccato singolare in questi versi che è necessario citare integralmente: &#8220;Lontano dalla terra d&#8217;Italia io giaccio / e dalla mia Taranto: questo mi è più amaro / della stessa morte. / Tale è la sorte dei nomadi, triste. / Ma le Muse mi amarono&#8230;&#8221;.  Siamo nell&#8217;Antologia Palatina, VII, 736.</p>
<p>Nomadi triste! È un concetto di una pregnanza simbolica malinconica e fortemente metaforica. Come pure la lontananza dalla terra natia. Così in Foscolo. Lo scenario è emblematico nella sua Zacinto. Un colpo potentemente drammatico con il quale Foscolo trafigge il tempo che vive. Si legge: &#8220;Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque, / Zacinto mia, che te specchi nell&#8217;onde / del greco mar da cui vergine nacque / Venere, e fea quelle isole feconde / col suo primo sorriso, onde non tacque / le tue limpide nubi e le tue fronde / l&#8217;inclito verso di colui che l&#8217;acque / cantò fatali, ed il diverso esiglio / per cui bello di fama e di sventura / baciò le sue petrose irto Ulisse, / Tu non altro che il canto avrai del figlio, / o materna mia terra; a noi prescrisse / il fato illacrimata sepoltura.&#8221;</p>
<p>A Zacinto. Siamo sempre alle sponde. A quelle sponde che legano, separano e creano rimembranze di fuoco. Le sponde che non si rivedranno più. Anzi, non si toccheranno più. Né più mai toccherò. È verbo tattile, carnale. Non è vedere. È toccare. La grecità di Foscolo è tutta in quel tatto negato.</p>
<p>Zacinto e Taranto. Non sono modelli. Il mito nato tale si trasforma in ierofania, per dirla con Mircea Eliade. In mezzo serpeggia il labirinto. Ma non giungerà alcuna Arianna a riportare il tempo dell&#8217;infanzia e della giovinezza nella terra delle radici. Ecco dunque la diversità con Ulisse. Ulisse ritorna. Leonida e Foscolo no. Il loro _nostos_ è impossibile. Per questo è più tragico di quello omerico.</p>
<p>Il tempo, le Muse e le illusioni forti sono una dimensione dell’esistere. Ma c&#8217;è di più. Perché è la poesia che va oltre il tempo e la morte. Quando Leonida annota: &#8220;Il nome di Leonida non è morto. / I doni delle Muse lo tramandano / per ogni tempo&#8221; Ancora dall&#8217;Antologia Palatina, VII, 715, Foscolo sembra riflettere con questo inciso dai Sepolcri: &#8220;E me che i tempi ed il desio d&#8217;onore / fan per diverse genti ir fuggitivo, / me ad evocar gli eroi chiamin le Muse&#8230; / E tu, onore di pianti, Ettore, avrai, / ove fia santo e lagrimato il sangue / per la patria versato, e finché il Sole / risplenderà sulle sciagure umane.&#8221;</p>
<p>Dei Sepolcri, vv. 226-231. Il concetto di tempo e il tempo tra finitezza e infinito costruiscono il vero senso archetipale. Dunque gli archetipi costruiscono il legame tra la perdita, il ricordo, la memoria e la poesia. Ai versi di Leonida: &#8220;Infinito fu il tempo, uomo, prima che tu venissi alla luce, e infinito sarà quello dell&#8217;Ade. E quale parte di vita qui ti spetta, se non quanto un punto&#8230;?&#8221; (VII, 472). Foscolo intensifica una componente pienamente filosofica proprio sul tempo. Infatti ci sono le &#8220;cose&#8221; che la memoria restituisce come visione onirica e intoccabile, però se non attraversi l&#8217;immaginario della memoria. Ed è così che Foscolo incide per sempre nel marmo: &#8220;Ma perché pria del tempo a sé il mortale / invidierà l&#8217;illusion che spento / pur lo sofferma al limitar di Dite? / Non vive ei forse anche sotterra, quando / gli sarà muta l&#8217;armonia del giorno, / se può destarla con soavi cure / nella mente de&#8217; suoi? Celeste è questa / corrispondenza d&#8217;amorosi sensi&#8230;&#8221;.<br />
E ancora, prima: &#8220;E quando il tempo con sue fredde ali / vuota i silenzi della notte, e il fango / copre i relitti delle umane cose, / e l&#8217;oblio preme le memorie erette&#8230;&#8221;.</p>
<p>Le umane cose restano relitti. Ovvero tendenti a diventare macerie. Siamo dentro le macerie del tempo che ci conduce alla fine. Ma le Muse, per Leonida e per Foscolo, sono ciò che salva dal fango. L&#8217;illusione forte.</p>
<p>La presenza di Ibico è nell&#8217;eros mentre il paesaggio-anima crea atmosfere. In questa grecità profonda Ibico dalle sponde greche della Calabria insiste con la sua propendente voce fatta di echi di vento e di vento sulla schiuma di onde sugli scogli. Legando così il paesaggio all&#8217;eros, al tormento che si esplica nel tragico. La grecità è tragica e ci invita lungo questo sentiero.</p>
<p>Da un Frammento di Ibico si può notare:  &#8220;In primavera, i meli cidoni / irrorati dalle correnti dei fiumi, / là dov&#8217;è il giardino incontaminato / delle Vergini &#8211; e i fiori della vite, / che crescono sotto i tralci ombrosi, / ricchi di gemme, germogliano. Per me Eros / in nessuna stagione si posa: / ma come il tracio Borea, / avvampante di folgore, / balza dal fianco di Cipride con brucianti / follie e tenebroso, intrepido, / custodisce con forza, saldamente, / il mio cuore&#8221;.</p>
<p>È certo che Ibico crea l&#8217;atmosfera. E si tratta di paesaggio ad anima. Atmosfera greca in Magna Grecia. Ma non c&#8217;è il tragico. Non c&#8217;è la diaspora. L&#8217;esilio. La fuga. Mentre Leonida e Foscolo sono la terra perduta. Anzi, sono terra-delirio. La differenza c&#8217;è. Ma si ha bisogno anche di atmosfere per entrare nel tragico. Leonida e Foscolo sono aggrediti dal tragico. Ibico dall&#8217;eros.  Ed è qui la lezione per Pavese. A Brancaleone Calabro, Pavese legge Ibico e capisce che la grecità magno-greca non è archeologia, è eros che diventa paesaggio. Il mare greco di Calabria è lo stesso mare di Zacinto. Ma mentre Ibico può ancora cantare l&#8217;eros nella primavera, Leonida e Foscolo non possono più cantare che la perdita. Perché il loro tempo è finito. Il loro è un tempo di tramonto, non di primavera.</p>
<p>Il tempo è il centro di tutto. In Foscolo la grecità non è vita. È patria perduta. È il luogo dove il destino e la coerenza coincidono. Zacinto non è un&#8217;isola. È l&#8217;infanzia che non si tocca più. Taranto non è una città. È la madre che non ti seppellirà. E tra queste due sponde, tra Leonida e Foscolo, tra Quasimodo che traduce e Pavese che trascrive, c&#8217;è il filo rosso della Magna Grecia come metafora dell&#8217;uomo moderno: nomade triste, con le Muse come unico pane quotidiano. E le Muse, come dice Leonida, ci tramandano per ogni tempo. Ciò crea una tradizione. Senza la quale non ci sarebbe l&#8217;amor di patria e tanto meno la nostalgia.  Tanto meno la fedeltà alle radici e il senso di appartenenza..</p>
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		<title>Levi e Pavese &#8211; due piemontesi esiliati nella Magia del Sud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 May 2022 18:19:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Esilio]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="435" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/05/BD3EDF5C-47B4-4474-9B73-EA9B25788421.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/05/BD3EDF5C-47B4-4474-9B73-EA9B25788421.png 774w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/05/BD3EDF5C-47B4-4474-9B73-EA9B25788421-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/05/BD3EDF5C-47B4-4474-9B73-EA9B25788421-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/05/BD3EDF5C-47B4-4474-9B73-EA9B25788421-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>di Stefania Romito Quando l’esilio può divenire motivo di conoscenza e di trasformazione interiore. Così è stato per due intellettuali uniti da un medesimo destino. Cesare Pavese e Carlo Levi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="435" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/05/BD3EDF5C-47B4-4474-9B73-EA9B25788421.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/05/BD3EDF5C-47B4-4474-9B73-EA9B25788421.png 774w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/05/BD3EDF5C-47B4-4474-9B73-EA9B25788421-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/05/BD3EDF5C-47B4-4474-9B73-EA9B25788421-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/05/BD3EDF5C-47B4-4474-9B73-EA9B25788421-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p><p><b>di Stefania Romito</b></p>
<p>Quando l’esilio può divenire motivo di conoscenza e di trasformazione interiore. Così è stato per due intellettuali uniti da un medesimo destino.</p>
<p>Cesare Pavese e Carlo Levi appartengono a uno stesso contesto culturale, quello della Torino degli anni Trenta. Condividevano le medesime amicizie intellettuali (Leone Ginsburg, Bobbio, Franco  Antonicelli) ed entrambi furono inviati dal regime fascista al confino nel Meridione d’Italia nello stesso periodo. Era l’estate del 1935 quando Pavese giunse a Brancaleone in Calabria, in quegli stessi giorni Carlo Levi approdava in Lucania, a Grassano, al di là di Eboli. Entrambi rimasero confinati per circa un anno (fino alla primavera del 1936) ottenendo la grazia con due anni di anticipo.</p>
<p>Per Levi l’esperienza del confino ha avuto l’effetto di avvicinarlo alla questione meridionale, fino a quel momento osservata con sguardo alienato, stimolandolo a trasformare il suo “Cristo si è fermato a Eboli” in responsabilità sociale nella prospettiva di portare sul tavolo dell’impegno politico una questione che doveva essere concepita “di Stato” e non soltanto limitata a una confinata area geografica.</p>
<p>La conoscenza empirica e approfondita del mondo contadino lucano, una realtà altra in cui a dominare è la luce ancestrale di una magia archetipica che trae il suo nutrimento dal rito delle tradizioni, arricchisce Levi intellettualmente fungendo da stimolo per la sua futura produzione letteraria. Pagine in cui il giornalismo onirico incontra la metafisica della cronaca, in una visione antropologica. Una dimensione che affonda le sue radici nella visione mitica dei valori di una realtà primitiva.</p>
<p>Ma se per Levi il mito si lega alla magia del primitivo vibrante nel popolo contadino (tema oggetto del mio intervento all’Università di Milano), in un discorso affine alla ricerca antropologica di Ernesto De Martino che emerge in “Sud e Magia” , per Pavese la ricerca del mito affonda i suoi tentacoli nella classicità.</p>
<p>Anche in Pavese l’esilio a Brancaleone calabro imprimerà un percorso importante nel suo cammino lirico. Il contatto con la mediterraneità lo avvicinerà al mito. Dirà, infatti, alla sorella Maria scrivendole dal suo esilio: “Qui tutto è greco, anche le donne hanno una cadenza greca quando vanno alla fontana a riempire d’acqua l’anfora che portano sul capo”. Proprio a Brancaleone scriverà il suo Zibaldone che diventerà il “Mestiere di vivere” in cui emerge l’importanza della classicità che diventerà pregnante nei “Dialoghi con Leucò”.</p>
<p>Per Pavese il mito ha radici profonde. Per Levi ha la voce del primitivo e del selvaggio che si intreccia a un discorso antropologico. Come sottolinea Pierfranco Bruni (tra i più illustri studiosi di Cesare Pavese) «Il poeta delle Langhe è uno scrittore al di fuori di qualsiasi questione realista che resta sempre dentro quella dimensione del mito che è testimonianza, espressione. Il Pavese iniziatico che sa che nella morte si può rinvenire una nuova vita. Pavese è oltre la letteratura, è dentro il tragico della filosofia che diventa metafisica dell’anima».</p>
<p>Esilio, quindi, come metafora della solitudine. Quella solitudine che diviene strumento di analisi interiore e potenziamento intellettuale che consente di cogliere le magie che si celano nel mistero di una terra che ha sapore di mito: il nostro Meridione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2022/05/05/levi-e-pavese-due-piemontesi-esiliati-nella-magia-del-sud/">Levi e Pavese &#8211; due piemontesi esiliati nella Magia del Sud</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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