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	<title>Esteri Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Epstein Files, il caso non è più il passato: è la reazione del potere</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/09/epstein-files-il-caso-non-e-piu-il-passato-e-la-reazione-del-potere/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=epstein-files-il-caso-non-e-piu-il-passato-e-la-reazione-del-potere</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 19:27:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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<p>Esce oggi la prima parte di un dossier in 5 articoli. Non solo passato. Non solo scandalo. Ma una domanda che riguarda tutti: come reagisce il potere quando la trasparenza&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/09/epstein-files-il-caso-non-e-piu-il-passato-e-la-reazione-del-potere/">Epstein Files, il caso non è più il passato: è la reazione del potere</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/509-1-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>Esce oggi la prima parte di un dossier in 5 articoli. Non solo passato. Non solo scandalo.<br />
Ma una domanda che riguarda tutti: come reagisce il potere quando la trasparenza diventa scomoda?Le carte pubblicate dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti hanno aperto una fase nuova: il punto, oggi, non è soltanto chi compare nei file, ma come governi, apparati e istituzioni stanno gestendo trasparenza, omissioni, pressioni politiche e credibilità pubblica.</em></p>
<p><strong>DOSSIER | EPSTEIN FILES, IL POTERE SOTTO SCOSSA</strong><br />
<strong>Parte 1 di 5</strong><br />
Un’inchiesta sui riflessi politici e istituzionali globali emersi dal caso Epstein: non il racconto del voyeurismo, ma la mappa di ciò che oggi si muove tra documenti, potere, dimissioni e indagini.</p>
<p>Ci sono casi che, a un certo punto, smettono di appartenere solo alla cronaca giudiziaria e diventano altro. Diventano specchio. Diventano sintomo. Diventano domanda pubblica. Il caso Epstein, nel marzo 2026, è entrato esattamente in questa fase.</p>
<p>Per anni è stato raccontato soprattutto come scandalo, come vicenda torbida, come materiale da indignazione e da consumo mediatico. Oggi, invece, il suo cuore politico è un altro. Non sta solo nei nomi che emergono, nei legami che vengono riletti, nelle prossimità che imbarazzano. Sta nel modo in cui il potere reagisce quando una massa documentale così vasta irrompe nello spazio pubblico e costringe istituzioni, governi e classi dirigenti a misurarsi con la trasparenza.</p>
<p>Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato la pubblicazione di quasi 3,5 milioni di pagine in applicazione dell’<em>Epstein Files Transparency Act</em>. Nella documentazione ufficiale il DOJ ha spiegato che il materiale rilasciato comprendeva anche più di 2.000 video e circa 180.000 immagini, con ulteriori cautele e redazioni per proteggere dati sensibili e privacy delle vittime. Questo passaggio, già di per sé enorme, non ha chiuso il caso: lo ha riaperto in modo più profondo, perché ha trasformato un dossier giudiziario in una questione politica internazionale.</p>
<p>Ed è qui che bisogna fermarsi un momento. Perché se continuiamo a guardare Epstein soltanto come il nome di un uomo già morto, rischiamo di non vedere ciò che davvero si sta muovendo oggi. Il punto non è più soltanto il passato. Il punto è la qualità democratica del presente. È la tenuta dei sistemi istituzionali. È la credibilità degli apparati pubblici quando promettono verità e poi devono dimostrare di saperla reggere fino in fondo.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Cosa sta emergendo davvero</h2>
<p>La prima verità scomoda è questa: la pubblicazione dei file non è stata lineare. Dopo l’annuncio di gennaio, nelle settimane successive sono emerse contestazioni politiche sulla completezza del rilascio. Reuters ha riferito il 25 febbraio 2026 che un importante esponente democratico al Congresso ha accusato il Dipartimento di Giustizia di avere trattenuto documenti rilevanti. Il 6 marzo 2026 lo stesso DOJ ha poi diffuso ulteriori atti, spiegando che alcune carte non erano state incluse in precedenza per un errore di codifica e classificazione come duplicati.</p>
<p>Questa correzione non è un dettaglio tecnico. È il cuore del problema politico. Perché quando un governo o un apparato statale promette trasparenza totale e poi deve ammettere che una parte dei documenti è rimasta fuori per errore, il danno non è solo procedurale. È reputazionale. È istituzionale. È il genere di crepa che allarga il sospetto pubblico: ciò che è stato escluso è stato escluso davvero per errore? Chi controlla il controllore? Chi garantisce che il racconto ufficiale della trasparenza non diventi, a sua volta, una forma raffinata di gestione del danno?</p>
<p>La questione si è aggravata perché, secondo Reuters, il Congresso ha intensificato la pressione sulla gestione dei file, fino a spingere verso una convocazione della procuratrice generale Pam Bondi per chiarire omissioni, redazioni e criteri adottati dal Dipartimento di Giustizia. In parallelo, anche altre ricostruzioni giornalistiche hanno sottolineato che la libreria pubblica dei documenti resta un archivio enorme, complesso, soggetto a revisioni e correzioni. In altre parole: il rilascio c’è stato, ma il caso è tutt’altro che chiuso.</p>
<p>E qui si apre un passaggio decisivo. La domanda non è semplicemente “chi compare nei documenti?”. La domanda più seria è: “come viene costruita, gestita e corretta la verità pubblica quando tocca i circuiti del potere?”. È una differenza enorme. E, forse, è la sola che oggi impedisce a questo dossier di scivolare nel voyeurismo.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Il riflesso politico internazionale</h2>
<p>A rendere ancora più evidente la portata del terremoto non è stato solo ciò che è accaduto negli Stati Uniti, ma ciò che è successo fuori dagli Stati Uniti. Reuters ha raccontato che in Europa l’effetto politico del rilascio dei file è stato in diversi casi più rapido e più visibile che in America. Il 6 febbraio 2026 l’agenzia ha riferito che la Norvegia si stava preparando a indagare sulle proprie strutture diplomatiche dopo le rivelazioni emerse dai file, in un clima di forte pressione pubblica e istituzionale.</p>
<p>Nelle stesse settimane, testate internazionali e agenzie hanno descritto un effetto-domino fatto di dimissioni, verifiche interne, crisi reputazionali e inchieste. Il <em>Washington Post</em> ha parlato esplicitamente di una “wave of resignations and investigations”, una ondata di dimissioni e indagini che ha travolto figure pubbliche e istituzionali dopo la pubblicazione di comunicazioni e rapporti con Epstein e con Ghislaine Maxwell. Reuters e AP hanno raccontato come l’onda d’urto abbia toccato diplomatici, esponenti politici, figure del mondo globale e istituzioni di rilievo, mostrando una fragilità che va oltre i singoli nomi.</p>
<p>Questo elemento è fondamentale, perché cambia completamente l’angolo del dossier. Non siamo più davanti soltanto a un archivio imbarazzante. Siamo davanti a un test di reazione delle democrazie. Alcuni sistemi hanno risposto con verifiche e dimissioni. Altri hanno reagito con prudenza estrema, o con una gestione più difensiva e più politica del caso. Altri ancora sembrano muoversi in una zona grigia, dove la presenza di un nome nei documenti non produce automaticamente responsabilità, ma neppure può essere liquidata come irrilevante.</p>
<p>Bisogna essere rigorosi. Comparire nei file non equivale a colpevolezza. Essere menzionati in un documento non significa aver commesso reati. Lo stesso Dipartimento di Giustizia, nella comunicazione ai legislatori riportata da Reuters il 14 febbraio, ha precisato che nei materiali compaiono anche “politically exposed persons” citati in contesti diversi, inclusi ritagli stampa o riferimenti indiretti. È proprio per questo che il lavoro giornalistico serio deve distinguere tra presenza di un nome, frequentazione documentata, responsabilità politica e eventuale rilievo penale.</p>
<p>Ma il fatto che tale distinzione sia necessaria non riduce la portata del problema. La amplifica. Perché ci dice che il vero nodo non è l’elenco. È il sistema. È la trama di accessi, relazioni, prossimità e protezioni entro cui per anni si sono mosse élite politiche, diplomatiche, economiche e culturali, spesso senza che la sola frequentazione di certi ambienti producesse allarme istituzionale sufficiente.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Washington e il sospetto di una trasparenza selettiva</h2>
<p>Negli Stati Uniti questo passaggio è ancora più delicato, perché il DOJ ha dovuto difendere non solo il contenuto del rilascio, ma la credibilità stessa del processo di rilascio. Quando un archivio viene presentato come una grande operazione di trasparenza e poi, a distanza di settimane, emerge che alcuni documenti sono stati esclusi per errore, il dibattito cambia tono. Non si discute più solo dei file. Si discute del filtro. Del criterio. Della selezione. Del margine di opacità che continua a restare dentro un’operazione costruita, ufficialmente, per ridurre l’opacità.</p>
<p>Reuters ha evidenziato che l’ultima correzione documentale è arrivata dopo forti contestazioni politiche. Non è un elemento secondario. Significa che la trasparenza, in questo caso, non è apparsa come un gesto autosufficiente dello Stato, ma come un processo spinto anche dal conflitto istituzionale e dalla pressione dell’opinione pubblica. In una democrazia questo può essere letto in due modi. Da una parte come segno che i contrappesi funzionano. Dall’altra come indizio del fatto che, senza pressione esterna, alcune omissioni sarebbero potute restare invisibili più a lungo.</p>
<p>E forse è proprio qui che il caso Epstein, oggi, ci riguarda tutti molto più di quanto sembri. Non perché tutti siano coinvolti. Non perché ogni nome debba essere letto come colpa. Ma perché il rapporto fra potere e verità pubblica è uno dei luoghi più delicati di una società democratica. Quando questo rapporto si incrina, il danno supera il singolo scandalo. Tocca la fiducia. Tocca la possibilità stessa di credere che le istituzioni siano in grado di raccontare i fatti senza proteggere nessuno e senza proteggere sé stesse.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Le domande che restano aperte</h2>
<p>A questo punto il caso Epstein pone domande che non possono più essere evitate.</p>
<p>La prima è se la trasparenza, quando arriva troppo tardi o con troppe correzioni successive, resti davvero trasparenza o diventi piuttosto una verità a rilascio controllato.</p>
<p>La seconda è se i sistemi democratici siano capaci di distinguere con equilibrio tra prudenza giuridica e autodifesa politica. Perché è giusto non costruire colpevolezze automatiche. Ma è altrettanto giusto chiedere conto delle relazioni, dei silenzi, delle rimozioni e delle eventuali responsabilità istituzionali quando queste emergono.</p>
<p>La terza riguarda il diverso comportamento dei Paesi. Reuters ha mostrato che in Europa il contraccolpo ha generato verifiche e pressioni immediate in più contesti. Negli Stati Uniti, invece, il cuore del dibattito si è concentrato molto sulla gestione del rilascio documentale e sulla battaglia politica che ne è derivata. Non è ancora possibile trarre un giudizio definitivo, ma il confronto tra questi modelli di reazione sarà uno dei nodi più importanti da osservare nelle prossime settimane.</p>
<p>Infine, resta una domanda più profonda, quasi morale prima ancora che politica. Che cosa accade a una democrazia quando il potere frequenta per anni le proprie zone opache e poi, una volta costretto a mostrarle, prova a governarne il ritmo, il linguaggio, i margini e perfino gli errori? Non è una domanda da tribunale mediatico. È una domanda da cittadini.</p>
<p>Per questo il caso Epstein, oggi, non è più soltanto il caso di Jeffrey Epstein. È il caso delle istituzioni che devono dimostrare se sanno attraversare la verità senza manipolarla, senza centellinarla e senza ridurla a strategia di contenimento. È il caso di una politica mondiale che si scopre vulnerabile non solo per i fatti emersi, ma per il modo in cui li ha lasciati sedimentare, e per come adesso prova a raccontarli.</p>
<p>Ed è proprio qui che il dossier comincia davvero. Non dal buio di ciò che è stato, ma dalla qualità della luce con cui il potere, oggi, decide di lasciarsi guardare.</p>
<p><strong>In questo dossier</strong></p>
<ul>
<li>Parte 1 – <em>Epstein Files, il caso non è più il passato: è la reazione del potere. </em></li>
</ul>
<p><strong>Prossimi articoli</strong></p>
<ul>
<li>Parte 2 – <em>Quando i file fanno cadere i potenti</em></li>
<li>Parte 3 – <em>Washington, i file e il sospetto di una trasparenza selettiva</em></li>
<li>Parte 4 – <em>Non solo governi: la rete che tocca diplomazia, finanza e potere globale</em></li>
<li>Parte 5 – <em>Il dossier ancora aperto</em></li>
</ul>
<p><strong>Fonti principali</strong><br />
U.S. Department of Justice; Reuters; Associated Press; Washington Post.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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		<title>Teheran: raid congiunti di Stati Uniti e Israele, ucciso l’Ayatollah Ali Khamenei. Il Medio Oriente precipita in una nuova fase di guerra</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/01/teheran-raid-congiunti-di-stati-uniti-e-israele-ucciso-layatollah-ali-khamenei-il-medio-oriente-precipita-in-una-nuova-fase-di-guerra/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=teheran-raid-congiunti-di-stati-uniti-e-israele-ucciso-layatollah-ali-khamenei-il-medio-oriente-precipita-in-una-nuova-fase-di-guerra</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 20:11:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="665" height="305" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736.jpeg 665w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736-300x138.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736-585x268.jpeg 585w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></p>
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<p>Il 28 febbraio 2026 resterà una data spartiacque negli equilibri del Medio Oriente. Nelle prime ore del mattino, mentre a Teheran la città si preparava alla giornata lavorativa, una sequenza coordinata di attacchi aerei e missilistici ha colpito simultaneamente obiettivi strategici in diverse aree dell’Iran. L’operazione, pianificata da Washington e Tel Aviv in stretto coordinamento operativo, ha preso di mira infrastrutture militari, centri di comando, batterie di difesa aerea e siti ritenuti connessi ai programmi missilistici e nucleari iraniani. Le esplosioni hanno squarciato la quiete della capitale e delle principali città, risuonando come una dichiarazione inequivocabile della nuova fase di confronto aperto.<br />
Poche ore dopo l’inizio dei bombardamenti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato che tra le vittime dell’offensiva figura l’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica islamica dal 1989. La notizia, inizialmente diffusa da fonti statunitensi e israeliane, è stata successivamente confermata dai media ufficiali iraniani, che hanno proclamato quaranta giorni di lutto nazionale. Con lui sarebbero rimasti uccisi anche alti esponenti dell’apparato di sicurezza, segnando un colpo devastante per la gerarchia politica e militare iraniana.<br />
I raid hanno interessato più di venti aree tra capitale e province strategiche. A Teheran le esplosioni si sono concentrate nei pressi di complessi governativi e strutture collegate alla catena di comando militare. A Isfahan e Tabriz sono stati segnalati danni a depositi logistici e centri di coordinamento. Le autorità iraniane parlano di oltre duecento vittime civili e centinaia di feriti; in almeno un caso un edificio scolastico sarebbe stato coinvolto dall’onda d’urto di un’esplosione, aggravando ulteriormente il bilancio umano. Testimoni riferiscono colonne di fumo nero visibili a chilometri di distanza e un clima di panico tra i residenti che cercavano rifugio nei sotterranei.<br />
La morte di Khamenei ha provocato reazioni opposte nella popolazione iraniana: mentre in molte aree ufficialmente controllate dal regime si sono svolti momenti di lutto e preghiera, in diversi quartieri urbani della capitale e di altre città importanti si sono registrate scene di gioia e festeggiamenti spontanei, con suoni di clacson, musica, slogan e fuochi d’artificio. Segmenti significativi della popolazione hanno colto l’occasione per esprimere sollievo e rabbia repressa contro decenni di governo autoritario e politiche repressive, pur restando consapevoli della precarietà della situazione e dei rischi di escalation militare.<br />
La risposta di Teheran è stata quasi immediata. Nella serata del 28 febbraio missili balistici e droni sono stati lanciati contro obiettivi israeliani e contro installazioni statunitensi nel Golfo Persico. Le sirene d’allarme hanno risuonato in diverse città israeliane, mentre basi USA in Qatar, Bahrein e Kuwait hanno attivato i sistemi di intercettazione. Il conflitto, nel giro di poche ore, ha assunto una dimensione regionale e ha determinato la chiusura temporanea degli spazi aerei civili, con voli sospesi in tutto il Golfo.<br />
Un passaggio cruciale è stato il blocco temporaneo del traffico nello Stretto di Hormuz, snodo attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale. L’interruzione delle rotte ha provocato immediate tensioni sui mercati energetici, con oscillazioni dei prezzi e timori per l’approvvigionamento europeo e asiatico. Le compagnie petrolifere e le autorità portuali hanno messo in atto piani di emergenza, mentre le assicurazioni marittime hanno innalzato le tariffe per le navi dirette verso la regione.<br />
La morte di Khamenei apre ora un vuoto di potere senza precedenti. La Guida Suprema non era soltanto il vertice religioso dello Stato, ma l’architrave dell’intero sistema politico e militare iraniano. Secondo la costituzione, la nomina del successore spetta all’Assemblea degli Esperti, ma nelle ultime ore si moltiplicano le ipotesi su un rafforzamento temporaneo del ruolo dei Pasdaran nella gestione della sicurezza e della transizione. Nelle strade della capitale si alternano manifestazioni di cordoglio e presidi armati, in un clima segnato da tensione e incertezza. Gli osservatori internazionali segnalano movimenti di truppe e veicoli blindati lungo le arterie principali, mentre comunicazioni ufficiali richiamano la popolazione alla calma.<br />
Sul piano diplomatico, la comunità internazionale appare divisa. Turchia, con il presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha condannato l’azione militare congiunta USA‑Israele come violazione della sovranità e un rischio per la pace regionale, sottolineando la necessità di una de-escalation e di un ritorno al dialogo diplomatico. Russia e Cina hanno espresso condanna simile, ribadendo il principio di non ingerenza e l’urgenza di evitare un’escalation incontrollata.<br />
In questo quadro si inserisce una delle questioni politiche interne italiane che ha dominato le cronache della giornata: la vicenda del ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato a Dubai con la propria famiglia. Crosetto si trovava negli Emirati Arabi Uniti per motivi personali e aveva in programma di rientrare in Italia sabato 28 febbraio, ma la chiusura degli spazi aerei nella regione a causa dell’escalation e delle misure di sicurezza conseguenti all’attacco USA‑Israele ha impedito il suo rientro. La presenza del ministro in vacanza nella regione — invece che nella capitale o in riunioni di coordinamento diplomatico — ha alimentato critiche politiche interne, in particolare da parte delle opposizioni, che l’hanno definita la prova della “marginalità dell’Italia” nella gestione della crisi. Crosetto ha comunque partecipato da remoto alle riunioni di vertice convocate a Palazzo Chigi dalla premier Giorgia Meloni per coordinare la risposta diplomatica e la gestione della crisi con i ministri competenti e i vertici dell’intelligence.<br />
La vicenda di Crosetto sottolinea un problema più ampio che ha riguardato non soltanto l’Italia: diversi alleati occidentali non sono stati informati dell’attacco prima che iniziasse. Washington e Tel Aviv hanno limitato le informazioni ai partner considerati essenziali, ovvero quelli direttamente coinvolti nella pianificazione operativa e nella gestione immediata della crisi. Tra questi figurano alcuni Paesi del Golfo — tra cui Qatar e Bahrein — che ospitano basi militari statunitensi e controllano spazi aerei strategici, oltre a garantire accesso a rotte logistiche e corridoi energetici fondamentali. Questi Stati hanno ricevuto briefing dettagliati su tempi, obiettivi e modalità dei raid, per coordinare la sicurezza delle loro installazioni e supportare eventuali interventi difensivi.<br />
Al contrario, Italia, Francia, Germania e Regno Unito non sono stati informati preventivamente. La motivazione ufficiale, secondo fonti diplomatiche, è legata alla volontà di ridurre il rischio di fughe di informazioni o ritardi nella catena decisionale, considerata critica per la riuscita dell’operazione. Tuttavia, questa scelta ha generato sorpresa e frustrazione tra i governi europei, evidenziando le tensioni tra alleati tradizionali e il modo selettivo con cui Washington ha gestito l’informazione, lasciando in parte i partner “storici” a reagire solo dopo che l’attacco era già in corso.<br />
La mancata informazione preventiva ha avuto anche conseguenze immediate per l’Italia. Palazzo Chigi ha dovuto convocare vertici d’urgenza e verificare la situazione dei connazionali nella regione, stimati in oltre 58.000 tra lavoratori, residenti e turisti, molti dei quali bloccati dalla sospensione dei voli commerciali dopo l’escalation. Ambasciate e consolati hanno attivato corridoi di emergenza e linee dirette per coordinare eventuali evacuazioni.<br />
La conseguenza è un doppio livello di tensione: uno militare, che attraversa il Medio Oriente con un conflitto che minaccia di allargarsi, e uno politico-diplomatico, che interroga l’Europa sul proprio ruolo nelle grandi crisi globali e sulla coesione dell’alleanza atlantica. Il 28 febbraio 2026 segna dunque l’eliminazione di una figura centrale come Khamenei, e l’apertura di una fase nuova nei rapporti tra alleati occidentali e nella gestione delle crisi internazionali.<br />
Nonostante le tensioni militari e le incertezze politiche, la morte di Khamenei ha aperto uno spiraglio di speranza tra molti iraniani, stanchi di decenni di repressione e controllo autoritario. I festeggiamenti spontanei in alcune città testimoniano il desiderio diffuso di una nuova fase, in cui la società possa finalmente godere di maggiore libertà e partecipazione. Analisti e osservatori avvertono che il futuro dell’Iran dipenderà dalle scelte della nuova leadership e dall’equilibrio tra diversi centri di potere, ma per ora una parte significativa della popolazione vede nella fine della guida di Khamenei la possibilità di mettere un freno alla dittatura del terrore e di aspirare a riforme concrete.<br />
Le prossime ore saranno decisive per comprendere se prevarrà una spirale di escalation oppure se, dietro le quinte, si apriranno canali riservati per contenere il conflitto. Il Medio Oriente è entrato in una fase di instabilità profonda; il resto del mondo osserva, consapevole che le ripercussioni potrebbero estendersi ben oltre i confini della regione. In parallelo, la gestione dei cittadini italiani e la risposta diplomatica europea diventeranno indicatori chiave della capacità di reazione degli Stati occidentali in una crisi di portata importante. @<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Il Ghetto mediatico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alan David Baumann]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jul 2025 08:03:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="334" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9645.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9645.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9645-300x148.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9645-585x288.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>&#160; Sono un italiano di 61 anni e sono ebreo. Fino ad oggi ho trascorso una vita apparentemente tranquilla nella mia nazione, dal punto di vista della mia appartenenza religiosa.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="334" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9645.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9645.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9645-300x148.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_9645-585x288.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p>&nbsp;</p>
<p>Sono un italiano di 61 anni e sono ebreo. Fino ad oggi ho trascorso una vita apparentemente<br />
tranquilla nella mia nazione, dal punto di vista della mia appartenenza religiosa. I miei genitori<br />
dicevano che sono nato in un’epoca senza guerre e senza razzismo, perché loro si erano dovuti<br />
sacrificare, ovviamente non per loro scelta. La Shoah ha portato via 41 parenti diretti dalle<br />
famiglie dei miei ascendenti. Verso i miei 18 anni, ho avuto un paio di episodi di antisemitismo<br />
“scolastico”, ma non mi ha recato danni o turbamenti d’animo.<br />
Il 7 ottobre 2023 ha invece riaperto le vecchie ferite nascoste, non soltanto in gran parte della<br />
società italiana, asfaltando effettivamente antichi percorsi razzisti, che si credevano seppelliti<br />
sotto le polveri di leggi razziali, guerre, deportazioni, ghetti, soprusi e quanto altro di più<br />
macabro l’uomo sia riuscito a creare per distinguersi in più razze, sebbene io di persone con la<br />
coda, non ne abbia mai vista una.<br />
Scrissi un articolo pubblicato il girono dopo, intitolato “oggi terroristi, domani povere vittime” e<br />
purtroppo ho avuto ragione. E’ come si trattasse di un sortilegio, ma da tempo immemore,<br />
l’autoinventatosi popolo palestinese appare agli occhi del mondo come l’unico che soffra e<br />
soprattutto l’unico innocente.<br />
Non intendo replicare ennesimamente il motivo per il quale lo nomino “autoinventatosi”:<br />
basterebbe leggere sul web una pagine seria di storia, o ancor di più aprire un sano libro<br />
cartaceo, per rendersi conto di cosa significhi la terra di Palestina e soprattutto capire che se<br />
gli arabi non hanno voluto affiancare un loro stato a quello Ebraico (che poi non lo è per<br />
interezza), è solamente per non dover riconoscere Israele, ma aggredirlo da subito per la sua<br />
eliminazione, anzi per rinovare quell’estinzione del popolo ebraico che il Gran Mufti di<br />
Gerusalemme, ordinava – grazie a D. senza esserci riuscito completamente &#8211; dal suo ufficio di<br />
Berlino.<br />
Dopo gli attentati dettati da Yasser Arafat (nipote di quel Gran Mufti), vari gruppi terroristici<br />
hanno tentato di nuocere a chiunque fosse ebreo in diverse località del mondo intero. Invito per<br />
questo a leggere altre verità storiche per ora non ancora falsificate da varie politiche non<br />
soltanto europee.<br />
Mi pento di aver creduto in una sinistra che recava con se’ &#8211; si diceva – cultura. Oggi non è<br />
sinistra, non porta che una malsana nuova forma inculturata, si manifesta con atteggiamenti<br />
nazicomunisti: ossia vengono condotti da chi è riuscito a carpire il peggio di una e dell’altra<br />
parte politica. Penso spesso ad una nuova classe pseudo politica che, come già avvenuto<br />
durante gli anni dell’OLP e delle Brigate rosse che con loro si addestravano, sia scesa a</p>
<p>compromessi “caravan petrol” che passarono allora agevolmente, dal discorso politico a<br />
quello economico.<br />
Oggi mi vedo costretto a dire grazie a chi sta con la verità di questi anni e non mi importa che<br />
vengano accusati di essere nipoti di gerarchi fascisti: meglio che nazicomunisti! Questo non mi<br />
renderà mai fascista, ma certo mi salverà psicologicamente dal dover seguire una forma<br />
barbarica di oppressione. Da quando Israele si è mosso nella sua giusta azione di polizia, a<br />
caccia di quei terroristi che si sono macchiati di atrocità tanto orripilanti, che Mastro Titta e<br />
migliaia di boia, crociati, guerrieri del mondo medioevale ed infinite altre figure, si sarebbero<br />
accorti di sapere poco.<br />
Magari le televisioni trasmettessero tutte assieme ed in prima visione serale, i “bei” filmati che<br />
gli uomini di Hamas hanno girato e trasmesso in diretta con dedica alle loro mamme. Magari si<br />
mostrassero le donne ed i loro bambini che da Gaza sono poi accorsi a godere del lavoro dei<br />
loro papà, mariti, fratelli.<br />
Se non si fosse trattato di un’azione di polizia, ma fosse stata una vera guerra, ci sarebbero<br />
voluti anzitutto due stati ed in quel caso Israele non avrebbe dovuto avvertire le popolazioni<br />
indigene di Gaza, del prossimo bombardamento per colpire le rampe di lancio che già da oltre<br />
una decina di anni, tempestavano le terre e le città inermi di Israele e della sua popolazione<br />
innocente.<br />
Invece, grazie ai media mondiali che si rifanno all’unica emittente presente in loco, ossia il<br />
Ministero della salute di Hamas, tutti credono di sapere e diffondono che a Gaza muoiono<br />
quotidianamente donne e bambini e vengono attaccati solo scuole ed ospedali: a Gaza non vi<br />
sono uomini, alcun terrorista, soprattutto non è rimasto neanche un ostaggio del 7 ottobre. Non<br />
vi sono neanche i corpi dei bambini o degli anziani rapiti. Gli abitanti vivono da sempre solo in<br />
ospedali e scuole, oppure nei centri ONU o delle organizzazioni propal.<br />
Una città a misura di uomo “palestinese” direi. Sono stati riaperti lussuosi bar sulla spiaggia,<br />
mentre a loro dire, i bambini muoiono di fame. Gazawood vincerà senz’altro degli oscar.<br />
Cosa avverrà dopo la destituzione di Netanyahu? Nulla! perché non importa chi andrà a reggere<br />
il peso del governo israeliano. La situazione è chiara: vige l’antisemitismo come legge<br />
dell’informazione internazionale, dettata da certa parte politica ed oramai incancrenitasi.<br />
Lunedì sera (21 luglio), il TG2 ha parlato della telefonata tra Abu Mazen ed il Papa – che mi piace<br />
perché parla si di Gaza ma non ha mai nominato “Palestina”o “palestinesi”, segno che la storia<br />
la conosce molto bene – dicendo che Leone XIV aveva parlato con il Presidente dello Stato di<br />
Palestina. Mi chiedo quale dovrebbe essere lo stato che Macron vuole riconoscere come ha già<br />
fatto la Spagna: Gaza, la Cisgiordania o tutto il territorio dal Giordano al Mediterraneo?<br />
Verranno creati due stati palestinesi, visto che da sempre Israele sta fra l’Egitto e la Giordania<br />
&#8211; gli stati che fino alla guerra dei 6 giorni occupavano Gaza e West Bank -?</p>
<p>Mi dispiace per il bambino originario di Gaza che è in cura in Italia per la sua fibrosi cistica e mi<br />
dispiace per ogni bambino del mondo&#8230; già il mondo con i suoi 56 conflitti attivi, che<br />
coinvolgono oltre 92 paesi e causando gravi crisi umanitarie e migrazioni forzate. Sempre che<br />
Thailandia e Cambogia facciano presto la pace. Non mi dispiace invece per il Fatto Quotidiano<br />
e tantomeno per il Presidente Conte, che hanno approfittato della foto di questo bimbo per<br />
accusare Israele, ancora una volta unicamente per rafforzare il proprio antisemitismo.<br />
A Gaza si è inventato un paese dove non sono morti uomini ma solo donne e bambini.<br />
L’associazione israelo-americana fornisce cibo per sparare sulle persone (che non sembrano<br />
morire di fame), Gesù Cristo era anch’esso palestinese. Se Israele lancia – come ha fatto oggi –<br />
dei viveri su dei siti ben precisi dove non arrivano prima i terroristi, i media parlano di svariati<br />
morti uccisi dalle bombe, ovviamente israeliane.<br />
Noi poveri vecchi giornalisti ebrei, viviamo segregati in un nuovo ghetto mediatico, nel quale<br />
non riusciamo a districarci per proporre le famose “5W” alla base del giornalismo. Finiremo<br />
ancora una volta a scriverci ed a rileggerci solo fra noi, senza riuscire a redimere neanche un<br />
antisemita ossessivo compulsivo, perché resta convinto oramai di essere dalla parte della<br />
ragione.<br />
Lo sosteneva il ministro della propaganda del terzo Reich, Josep Goebbels, che “ripetere una<br />
bugia cento, mille, un milione di volte, la farà diventare una realtà”. Molto viene<br />
quotidianamente inventato a Gaza: anche la Palestina.</p>
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		<title>La politica pone fine all’amore fra Musk e Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 19:55:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[America Party Elon Musk]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>di Domenico Maceri* “Amo Donald Trump quanto un eterosessuale può amare un altro uomo”. Così scriveva Elon Musk su X (ex Twitter) lo scorso febbraio. Oggi, però, dopo la rottura&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/07/09/la-politica-pone-fine-allamore-fra-musk-e-trump/">La politica pone fine all’amore fra Musk e Trump</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/FE836C9A-9434-4DFD-A85A-2CF762EB2A18-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p>di Domenico Maceri*</p>
<p>“Amo Donald Trump quanto un eterosessuale può amare un altro uomo”. Così scriveva Elon Musk su X (ex Twitter) lo scorso febbraio. Oggi, però, dopo la rottura tra i due, il 47esimo presidente ha lasciato intendere che potrebbe perfino espellere dagli Stati Uniti l’uomo più ricco del mondo, che ha speso quasi 300 milioni di dollari per aiutarlo a vincere le elezioni. In realtà, il sostegno a Trump è costato ben di più: l’impegno politico di Musk ha causato un crollo del valore della Tesla e ha avuto ripercussioni anche su altre sue aziende.</p>
<p>Dallo scontro avvenuto il mese scorso, Trump e Musk si sono scambiati insulti a raffica. Il patron di Tesla, SpaceX e Starlink ha duramente criticato la manovra di bilancio definendola “un’abominazione disgustosa” che avrebbe danneggiato l’occupazione, aumentato il deficit e il debito pubblico, e colpito l’innovazione – in particolare a causa dell’abolizione dei crediti d’imposta per le auto elettriche. Musk ha inoltre affermato che senza il suo aiuto l’attuale presidente non avrebbe vinto le elezioni, insinuando che Trump meriterebbe l’impeachment. Dal canto suo, Trump ha replicato con toni altrettanto duri, minacciando di annullare i contratti governativi con le aziende di Musk e accusandolo di essere “impazzito” e “un disastro”.</p>
<p>In seguito è sembrata emergere una tregua, anche perché Musk ha riconosciuto di aver esagerato, offrendo delle scuse poco convincenti. Tuttavia, l’annuncio del suo nuovo partito – l’America Party – in questi giorni ha riacceso le tensioni. L’intento dichiarato del nuovo soggetto politico è combattere la corruzione dilagante e superare il sistema bipartitico degli Stati Uniti. Musk ha promesso di impiegare le sue enormi risorse economiche per influenzare le elezioni di midterm del 2026 e quelle presidenziali del 2028. Ha anche annunciato che si vendicherà dei parlamentari repubblicani responsabili dell’approvazione della recente manovra di bilancio firmata da Trump. Tuttavia, il piano dell’America Party appare ancora vago, benché Musk abbia rivelato l’intenzione di concentrarsi su due o tre seggi al Senato e una decina alla Camera. L’obiettivo sembra essere quello di acquisire abbastanza potere da ostacolare Trump, approfittando della fragile maggioranza repubblicana in entrambe le Camere.</p>
<p>L’attuale presidente degli Stati Uniti ha commentato affermando che i partiti minori non fanno parte del sistema americano. Un’affermazione non priva di fondamento, anche se secondo i sondaggi il 58% degli americani sarebbe favorevole alla presenza di un terzo partito. Storicamente, a livello presidenziale, i partiti minori hanno avuto scarsa fortuna, sebbene nel 1992 il libertario Ross Perot ottenne il 19% dei consensi. Vale la pena ricordare, tuttavia, che nelle elezioni del 2024 l’allora candidato Trump riuscì ad allearsi con Robert J. Kennedy Jr., che correva per la presidenza con un partito minore. I due raggiunsero infine un accordo e Kennedy offrì il proprio endorsement a Trump, che lo “ricompensò” nominandolo ministro della Sanità.</p>
<p>Anche Musk ricevette una ricompensa da Trump: per tre mesi gli fu affidata la guida del DOGE, il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, con piena libertà d’azione per tagliare la spesa pubblica. Tuttavia, i risultati ottenuti furono deludenti, nonostante i numerosi danni provocati da tagli indiscriminati.</p>
<p>L’imprenditore sudafricano è considerato da alcuni analisti un genio, e il suo successo economico sembrerebbe confermarlo. Ma per quanto riguarda le sue capacità politiche, il discorso cambia. Persino il nome scelto – America Party – potrebbe rivelarsi problematico, dal momento che nello Stato di New York l’uso del nome “America” e dei suoi derivati è vietato alle elezioni. Da segnalare anche il crescente malcontento tra gli investitori di Tesla per il rinnovato impegno politico di Musk. Il consiglio di amministrazione ha espresso preoccupazione, come dimostra il calo del 7% del titolo Tesla in Borsa dopo l’annuncio del nuovo partito.</p>
<p>I soldi sono parte integrante della politica americana, ma non garantiscono necessariamente il successo elettorale. Lo dimostra l’elezione di un giudice alla Corte Suprema del Wisconsin lo scorso maggio: Musk spese oltre 20 milioni di dollari per sostenere il candidato repubblicano Brad Schimel, che però fu sconfitto dalla democratica Susan Crawford. Considerando il patrimonio di Musk, che si aggira intorno ai 230 miliardi di dollari, non è stata una grande perdita economica. Tuttavia, l’episodio è emblematico del capitalismo sfrenato che consente ad alcuni individui di concedersi ogni capriccio – dai matrimoni veneziani di Jeff Bezos, ai viaggi nello spazio, fino alle ambizioni politiche. Forse ha ragione “il comunista” Zohran Mamdani, vincitore delle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York, che in un’intervista alla NBC ha dichiarato: “I miliardari non dovrebbero esistere”, perché viviamo in un’epoca di “profonda disuguaglianza”.</p>
<p><i>*Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.</i></p>
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		<title>L’accordo con gli USA sui minerali strategici non avvicina la pace in Ucraina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Chabert]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2025 19:13:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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<p>Lo scorso 30 aprile (2025), Washington e Kiev hanno firmato una serie di accordi che, in cambio degli aiuti militari forniti all’Ucraina dal febbraio 2022, attribuiscono agli Stati Uniti diritti&#8230;</p>
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<p>Sono tre i documenti firmati dai rappresentanti di Ucraina e Stati Uniti nell’ambito di un’<strong>intesa complessiva sui minerali critici </strong>a fine aprile scorso, dopo una trattativa durata mesi e costata a Kiev una parziale umiliazione pubblica nello studio ovale divenuta celebre a livello mondiale.</p>
<p>In cambio degli <strong>ingenti aiuti militari</strong> concessi da Washington dal febbraio 2022, l’accordo prevede che gli Stati Uniti detengano <strong>diritti di estrazione sulle risorse minerarie strategiche ucraine</strong> tramite specifici investimenti. Sarà però Kiev ad avere l’ultima parola su ciò che verrà estratto, nonché a mantenere il totale controllo sulla proprietà del sottosuolo.</p>
<p>Al contempo, la futura assistenza militare all’Ucraina verrà intesa come parte dei finanziamenti statunitensi che confluiranno in un <strong>fondo di investimento congiunto</strong> <em>ad hoc </em>destinato alle <strong>risorse naturali</strong> del Paese e alla <strong>ricostruzione post-bellica</strong>, dando così un <strong>significato politico all’intesa</strong> raggiunta dalle due parti.</p>
<p>Di fatto, Washington e Kiev concordano sull’uso di un <strong>linguaggio di ferma condanna alla Russia</strong>, indicata esplicitamente come Stato aggressore, confermando pertanto il superamento delle precedenti tensioni emerse nello studio ovale e la definitiva presa di distanza del Presidente Trump dalle accuse mosse a Zelenskij circa la sua corresponsabilità nello scoppio della guerra.</p>
<p>In termini di <strong>garanzie di sicurezza</strong> – questione di fondamentale importanza per l’eventuale firma di una pace con la Russia da parte dell’Ucraina – l’accordo sui minerali strategici si limita a fornire <strong>rassicurazioni circa una possibile e futura integrazione di Kiev nell’Unione Europea</strong>. Tuttavia, le questioni aperte restano molteplici.</p>
<p>Anzitutto, in confronto alle quantità di terre rare presenti nel sottosuolo della <strong>Groenlandia</strong> – altro oggetto delle mire strategiche del Presidente Trump – l’Ucraina non dispone verosimilmente di altrettanti ingenti volumi. Sono infatti necessari investimenti in studi di fattibilità e mappature del terreno per comprendere quali siano le <strong>effettive disponibilità del territorio ucraino</strong>, così come è necessario considerare che la maggior parte delle risorse si trovano all’interno dei territori momentaneamente occupati dalla Russia, la quale in un eventuale scenario di cristallizzazione dello <em>status quo </em>potrebbe <strong>beneficiare delle rendite derivanti dall’estrazione a danno dell’Ucraina</strong>.</p>
<p>La mancanza di dati precisi relativi ai minerali critici presenti in Ucraina si traduce automaticamente in un elemento di incertezza per Washington, che non potrà contare solo sugli accordi firmati a fine aprile per <strong>garantirsi una fornitura stabile e continuativa di terre rare</strong> da impiegare nell’industria della difesa, nel settore tecnologico ed eventualmente per la realizzazione di batterie utili alla transizione energetica. Una questione spinosa se si considera che circa l’<strong>80% di terre rare si trova in Cina</strong>, principale avversario politico ed economico degli Stati Uniti di Trump, con cui si sta giocando la partita per il <strong>dominio tecnologico globale</strong> a suon di dazi e pacchetti di sanzioni.</p>
<p>Al contempo, l’intesa sulle terre rare non pone argine alle numerose <strong>divergenze che permangono tra Trump e Zelenskij</strong> a proposito dell’approccio da adottare durante i negoziati per la pace con la Russia. Se alla vigilia della parata del nove maggio a Mosca il Presidente Putin parla di <strong>riconciliazione</strong> ma non azzarda ad alcun passo indietro sulla posizione ufficiale del Cremlino, che intende ancora de-nazificare l’Ucraina e rivendicare la propria <strong>sovranità <em>de iure </em>e <em>de facto</em> su Crimea, Donbas e ulteriori aree occupate</strong>, Zelenskij spera ancora – in maniera velleitaria – di <strong>entrare a far parte di un sistema di sicurezza occidentale</strong> che funga da disincentivo per eventuali nuove e future invasioni russe.</p>
<p>Garanzie che al momento non sembrano essere sul tavolo dei negoziati, ancora fortemente legati al cosiddetto “<strong>Piano Kellogg</strong>” che di fatto porrebbe fine all’integrità territoriale dell’Ucraina così come si configurava fino al 2014 e garantirebbe a Putin l’accoglimento della (quasi) totalità delle sue richieste per porre fine alla guerra. Un approccio inaccettabile per Kiev, che tuttavia permane in un <strong>triangolo negoziale </strong>in cui l’unica alternativa rimasta su cui forzare la mano sembra essere l’adesione alle istituzioni di Bruxelles.</p>
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		<title>EUROPA SVEGLIATI!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore de La Gazzetta Italo brasiliana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2025 18:01:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_7009.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_7009.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_7009-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_7009-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_7009-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_7009-1536x864.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_7009-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_7009-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre a Roma si discute, Cartagine brucia. Un detto antico, ma quanto mai attuale di fronte all’ennesima dimostrazione delle difficoltà europee nel prendere in mano il proprio destino. Gli Stati&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_100151" style="width: 160px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-100151" class="wp-image-100151 size-thumbnail" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_7011-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" /><p id="caption-attachment-100151" class="wp-caption-text">Giuseppe Arno’</p></div>
<p class="s4">Mentre a Roma si discute, Cartagine brucia. Un detto antico, ma quanto mai attuale di fronte all’ennesima dimostrazione delle difficoltà europee nel prendere in mano il proprio destino. Gli <span class="s5"><b>Stati Uniti</b></span> stringono accordi strategici con <b>Zelensky</b>, <b>Putin</b> attende di ridefinire gli equilibri con <b>Trump</b>, e <b>l’Europa</b>? Rimane impantanata in valutazioni tardive su un ipotetico invio di forze di pace in <span class="s5"><b>Ucraina</b></span>, quando il conflitto sarà ormai terminato. In questo scenario, tutti avanzano, tranne noi.</p>
<p class="s4">La lezione americana è chiara: meno parole, più azione. Mentre <strong><span class="s5">Bruxelles </span></strong>si perde in convegni e dibattiti senza fine, <span class="s5"><b>Washington</b></span> consolida un’intesa con <span class="s5"><b>Kyev</b></span> per l’estrazione congiunta delle terre rare. Secondo il primo ministro ucraino <strong><span class="s5">Denys</span> <span class="s5">Shmyhal</span></strong>, il progetto è già in fase avanzata, con un fondo d’investimento dedicato e garanzie di sicurezza statunitensi. Nel frattempo, l’<span class="s5">Europa</span> riflette sull’invio di un contingente militare, senza una chiara strategia su come trasformarlo in un vantaggio concreto e sostenibile.</p>
<p class="s4">Il confronto economico è altrettanto impietoso. Gli Stati Uniti capitalizzano sulle alleanze, mentre <b>l’Europa</b> rischia di restare il fanalino di coda, con investimenti disorganizzati e privi di una prospettiva di ritorno. Questa non è una teoria cospirazionista, ma una realtà che si sta consolidando sotto i nostri occhi.</p>
<p class="s4">E l’Italia? Qui entra in gioco <span class="s5"><b>Giorgia Meloni</b></span>, oggi una delle figure più affidabili nel panorama europeo. Se c’è qualcuno in grado di spingere l’Europa verso un’azione più concreta e pragmatica, è proprio la premier italiana. L’<b><span class="s5">Italia</span> </b>ha l’opportunità di guidare un approccio più efficace nella negoziazione degli impegni per la sicurezza dell’<span class="s5"><b>Ucraina</b></span>, puntando a benefici economici, strategici e d’immagine.</p>
<p class="s4">Un altro fattore cruciale riguarda i rapporti con <span class="s5"><b>Washington</b></span>. Con <span class="s5"><b>Trump</b></span> nuovamente alla Casa Bianca dopo la recente vittoria elettorale, il dialogo non si limiterà a dichiarazioni di principio, ma entrerà nel vivo delle trattative economiche e strategiche. Basta osservare quanto delle nuove spese militari europee finisca nelle casse dell’industria bellica americana: un chiaro punto di partenza per una negoziazione più equilibrata.</p>
<p class="s4">L’Europa ha bisogno di una leadership pragmatica, capace di cogliere le opportunità invece di restare impantanata in sterili discussioni. Il futuro post-bellico dell’<span class="s5">Ucraina</span> si sta delineando ora: se non agiamo con decisione, rischiamo di ritrovarci relegati al ruolo di spettatori, senza peso politico ed economico. E questo, semplicemente, non possiamo permettercelo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="s4"><a name="_GoBack"></a></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2025%2F02%2F28%2Feuropa-svegliati%2F&amp;linkname=EUROPA%20SVEGLIATI%21" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2025%2F02%2F28%2Feuropa-svegliati%2F&#038;title=EUROPA%20SVEGLIATI%21" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2025/02/28/europa-svegliati/" data-a2a-title="EUROPA SVEGLIATI!"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/02/28/europa-svegliati/">EUROPA SVEGLIATI!</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Siria. L’emergenza umanitaria non si ferma</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2021/05/07/siria-lemergenza-umanitaria-non-si-ferma/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=siria-lemergenza-umanitaria-non-si-ferma</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marta Tersigni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 May 2021 17:59:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[emergenza umanitaria]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/mostafa-meraji-5Qgj6Keh198-unsplash-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/mostafa-meraji-5Qgj6Keh198-unsplash-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/mostafa-meraji-5Qgj6Keh198-unsplash-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/mostafa-meraji-5Qgj6Keh198-unsplash-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Gravissimi i numeri di quella che è stata definita una delle più grandi tragedie umanitarie della storia. Ma non c’è fine all’emergenza: sono in aumento anche i casi di Covid.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/mostafa-meraji-5Qgj6Keh198-unsplash-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/mostafa-meraji-5Qgj6Keh198-unsplash-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/mostafa-meraji-5Qgj6Keh198-unsplash-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/mostafa-meraji-5Qgj6Keh198-unsplash-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><h5><strong>Gravissimi i numeri di quella che è stata definita una delle più grandi tragedie umanitarie della storia. Ma non c’è fine all’emergenza: sono in aumento anche i casi di Covid.</strong></h5>
<p>Save the Children, i Gesuiti, Unicef, UNHCR, World Food Programme, Medici senza Frontiere, Emergency, Oxfam, la Mezza luna rossa, Intersos, Terres des Hommes, la Caritas Ambrosiana e l’Islamic relief. Sono tutti in Siria, assieme a tantissime altre associazioni e ONG, con programmi e progetti di sostegno alla popolazione civile per lo più riversata nei campi profughi e negli insediamenti di fortuna presenti un po’ ovunque nei paesi confinanti: Egitto, Turchia, Iraq, Libano e in Giordania. Qui si trova il più grande, Zaatari: accoglie circa 76.000 sfollati. Negli anni si è trasformato in una città di 5 chilometri quadrati ma non ci sono alberi, solo deserto. In alcuni campi d’estate la temperatura raggiunge i 45 gradi ed in inverno si muore di ipotermia. Poi le piogge: a gennaio 2021 alcuni sono stati allagati e molti profughi hanno perso la vita.</p>
<p>Quando il 15 marzo 2011 è iniziato in conflitto, in Siria vivevano circa 21 milioni di persone. Solo un anno prima, nel 2010, aveva accolto più turisti dell’Australia. La guida Lonely Planet ne elogiava le bellezze storiche, le più “imponenti del Medio Oriente” e annotava che “<em>forse il governo siriano non è tra i più miti al mondo, ma la gente è molto generosa e ospitale. Appena vi abituerete alle stranezze che sempre si riscontrano in culture diverse dalla propria, probabilmente in Siria vi sentirete sicuri quanto a casa vostra</em>”.<br />
Oggi però la Siria è un paese devastato. E non esistono aggettivi abbastanza potenti per descrivere la situazione.<br />
Le immagini del prima e del dopo sono impietose e ci raccontano il dramma della diaspora di circa 5,5 milioni di persone che hanno abbandonato il Paese, di 6,6 milioni di rifugiati e di 6,7 milioni di sfollati interni spinti in una direzione o in un’altra per trovare riparo dalle incursioni nei villaggi.</p>
<p>Non bastano neppure le immagini simbolo – quelle che i media occidentali hanno imparato ad usare per sintetizzare una storia che va avanti da troppo tempo e sulla quale tutto è stato raccontato- a descrivere la tragedia umanitaria tra le più gravi della storia, anzi hanno avuto l’effetto imprevisto di anestetizzare i nostri cuori e i nostri occhi. Chi ricorda il piccolo Aylan Kurdi? Un bambino di appena tre anni, vestito con gli abitini buoni per andare incontro ad una nuova vita…affogato a pochi metri dalla salvezza. Era il 2 settembre 2015 e il cessate fuoco nella sua terra sarebbe giunto solo 5 anni più tardi.<br />
Eppure, proprio nell’anno della “stabilizzazione del conflitto”, il 2020 appunto, si sono registrati 157 attacchi armati ad altrettante scuole siriane e qui l’elemento che sbalordisce è che in un paese martoriato si cerchi ancora la normalità della vita di prima e quindi che si provi a tenere aperte anche le scuole dove possibile. Sempre nel 2020 i bambini rimasti uccisi in attacchi di vario genere sono stati 1.454. Nei campi profughi aumentano i suicidi e uno su 5 è compiuto da un bambino. Si, in Siria anche i bambini si tolgono la vita e il fatto che l’80 per cento di loro rischi di non avere mai un adeguato grado di istruzione passa del tutto in secondo piano. Spiega Save the children: “<em>l’aumento di questo fenomeno rientra in un quadro di crescente disagio della popolazione di quest’area del Paese, il nord-ovest della Siria, intrappolata in una spirale di povertà, violenza, mancanza di istruzione, violenza domestica, matrimoni precoci, relazioni interrotte e bullismo, in comunità che sono state piegate da dieci anni di conflitto</em>”.<br />
All’emergenza della guerra, all’emergenza psicosociale si aggiungono anche quella dell’insicurezza alimentare e dell’accesso all’acqua potabile e come se non bastasse in questi giorni è arrivato anche il Covid che, come sappiamo, non si fermerà davanti a nulla. Quel che resta degli ospedali è del tutto insufficiente a prestare soccorso, figurarsi il lusso di una terapia intensiva.</p>
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		<title>Rep.Congo: ambasciata aveva avvertito autorità della missione a Goma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Agenzia Adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Feb 2021 15:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Redazione]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roma, 27 feb. (Adnkronos) &#8211; L&#8217;ambasciata d&#8217;Italia a Kinshasa aveva avvertito le autorità della Repubblica democratica del Congo della missione a Goma dell&#8217;ambasciatore Luca Attanasio. A quanto apprende l&#8217;Adnkronos, l&#8217;ambasciata&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Roma, 27 feb. (Adnkronos) &#8211; L&#8217;ambasciata d&#8217;Italia a Kinshasa aveva avvertito le autorità della Repubblica democratica del Congo della missione a Goma dell&#8217;ambasciatore Luca Attanasio. A quanto apprende l&#8217;Adnkronos, l&#8217;ambasciata aveva inviato il 15 febbraio scorso una nota verbale al ministero degli Esteri congolese, numero di protocollo 219, chiedendo l&#8217;accesso ad una sala dell&#8217;aeroporto internazionale di Ndjili per l&#8217;ambasciatore Luca Attanasio, per il carabiniere Vittorio Iacovacci, entrambi rimasti uccisi nell&#8217;attacco del 22 febbraio scorso, e per il console Alfredo Russo, che lunedì si era fermato a Goma senza proseguire il viaggio.  Nella nota verbale, che riporta il timbro del ministero degli Esteri della Rec, si legge che il motivo del viaggio era una visita alla comunità italiana a Goma e Bukavu, con partenza venerdì 19 febbraio con un volo Unhas (il servizio aereo umanitario delle Nazioni Unite gestito dal Wfp) e rientro a Kinshasa sempre con un volo Unhas il 24 febbraio. Le autorità congolesi hanno ripetutamente sostenuto di non essere al corrente del viaggio dell&#8217;ambasciatore.  </p>
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		<title>Migranti, &#8220;142 persone catturate da Guardia costiera libica&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Agenzia Adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Feb 2021 08:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Redazione]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Adnkronos) &#8211; &#8220;Non abbiamo ancora contatti con le 150 persone che ci hanno chiamato ieri. Sappiamo che la cosiddetta guardia costiera libica ha catturato 142 persone (inizialmente segnalate 151), ma&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>(Adnkronos) &#8211; &#8220;Non abbiamo ancora contatti con le 150 persone che ci hanno chiamato ieri. Sappiamo che la cosiddetta guardia costiera libica ha catturato 142 persone (inizialmente segnalate 151), ma non abbiamo dettagli per confermare che si tratti dello stesso gruppo e le autorità si rifiutano di fornire informazioni affidabili&#8221;. A scriverlo su Twitter è Alarm Phone che ieri aveva lanciato l&#8217;allarme su un barcone in pericolo a largo delle coste libiche. &#8220;Sentiamo urla, dicono che ci sono persone in acqua&#8221;, aveva scritto Alarm Phone, che aveva poi perso i contatti con la &#8216;carretta&#8217; del mare. </p>
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		<title>Colombia: oltre 7 mila militari contro narcotrafficanti e Guerrilleros</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Agenzia Adnkronos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Feb 2021 22:03:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Redazione]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roma, 26 feb. (Adnkronos) &#8211; Oltre 7 mila militari in Colombia saranno impegnati nella lotta contro i guerrilleros e contro i narcotrafficanti. Ad annunciarlo è stato il presidente della Colombia,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2021/02/26/colombia-oltre-7-mila-militari-contro-narcotrafficanti-e-guerrilleros/">Colombia: oltre 7 mila militari contro narcotrafficanti e Guerrilleros</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Roma, 26 feb. (Adnkronos) &#8211; Oltre 7 mila militari in Colombia saranno impegnati nella lotta contro i guerrilleros e contro i narcotrafficanti. Ad annunciarlo è stato il presidente della Colombia, Ivan Duque nel corso di una visita in una base militare a Tolemaida. &#8220;Queste forze combatteranno con forza contro questo flagello e contro queste organizzazioni come l&#8217;Eln&#8221;, ha spiegato Duque. </p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2021%2F02%2F26%2Fcolombia-oltre-7-mila-militari-contro-narcotrafficanti-e-guerrilleros%2F&amp;linkname=Colombia%3A%20oltre%207%20mila%20militari%20contro%20narcotrafficanti%20e%20Guerrilleros" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2021%2F02%2F26%2Fcolombia-oltre-7-mila-militari-contro-narcotrafficanti-e-guerrilleros%2F&#038;title=Colombia%3A%20oltre%207%20mila%20militari%20contro%20narcotrafficanti%20e%20Guerrilleros" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2021/02/26/colombia-oltre-7-mila-militari-contro-narcotrafficanti-e-guerrilleros/" data-a2a-title="Colombia: oltre 7 mila militari contro narcotrafficanti e Guerrilleros"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2021/02/26/colombia-oltre-7-mila-militari-contro-narcotrafficanti-e-guerrilleros/">Colombia: oltre 7 mila militari contro narcotrafficanti e Guerrilleros</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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