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	<title>fragilità Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Nel tempo del disumano. Cura, fragilità e responsabilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Pira]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 17:56:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Scenari]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[dignità umana]]></category>
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		<category><![CDATA[Matteo Maria Zuppi]]></category>
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		<category><![CDATA[umanesimo digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1600" height="1066" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/pira1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/pira1.jpg 1600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/pira1-300x200.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/pira1-1024x682.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/pira1-768x512.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/pira1-1170x780.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/pira1-585x390.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/pira1-263x175.jpg 263w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p>Il progresso scientifico e l’intelligenza artificiale ampliano le possibilità di intervento, mentre crescono solitudine ed esclusione. Dal richiamo di Zuppi alle riflessioni di Han, Floridi e Goffman emerge una domanda:&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/19/nel-tempo-del-disumano-cura-fragilita-e-responsabilita/">Nel tempo del disumano. Cura, fragilità e responsabilità</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-pm-slice="1 1 []"><strong><em>Il progresso scientifico e l’intelligenza artificiale ampliano le possibilità di intervento, mentre crescono solitudine ed esclusione. Dal richiamo di Zuppi alle riflessioni di Han, Floridi e Goffman emerge una domanda: come tutelare la dignità della persona in una società che rischia di ridurla a dato, diagnosi o prestazione? Ascolto e relazioni indicano una direzione per l’innovazione</em></strong></p>
<p data-pm-slice="1 1 []"><strong>di Francesco Pira -Professore Associato di Sociologia, Università di Messina</strong></p>
<p>Viviamo una stagione contraddittoria. La scienza amplia le possibilità terapeutiche, le tecnologie collegano persone lontane e l’intelligenza artificiale accelera processi fino a poco tempo fa impensabili. Nello stesso scenario crescono solitudine, aggressività, guerre ed esclusione, mentre l’individuo rischia di essere ridotto a dato, profilo o prestazione.</p>
<p>L’aumento degli strumenti impone una domanda sulla direzione del loro impiego. Il progresso acquista valore quando migliora la vita, sostiene chi attraversa una condizione difficile e rafforza i legami. La capacità tecnica indica ciò che possiamo fare; la responsabilità chiede per chi, con quali finalità e con quali conseguenze scegliamo di farlo.</p>
<p>Una società può disporre di apparati sofisticati e restare povera di ascolto. Può elaborare quantità immense di informazioni e perdere di vista il volto di chi soffre. La sfida consiste nel ricondurre l’innovazione alla dignità della persona.</p>
<p>In questa prospettiva è particolarmente interessante l’articolo di Matteo Frascadore pubblicato su <em>Vatican News</em>, dal titolo “<em>Zuppi alla Cattolica: «Difendere l’umano anche dove prevale il disumano»”.</em> L’autore riporta le parole pronunciate dal <strong>cardinale Matteo Maria Zuppi</strong>, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, durante l’apertura del congresso internazionale “<em>Lo splendore dell’umano: custodire la fertilità, curare l’infertilità”</em>, ospitato nella sede romana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-116933" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/10/Matteo-Zuppi-cardinale-.jpg" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/10/Matteo-Zuppi-cardinale-.jpg 656w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/10/Matteo-Zuppi-cardinale--300x225.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/10/Matteo-Zuppi-cardinale--326x245.jpg 326w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/10/Matteo-Zuppi-cardinale--80x60.jpg 80w" alt="" width="519" height="389" /><figcaption class="wp-element-caption">Cardinale Matteo Maria Zuppi</figcaption></figure>
</div>
<p><strong>Il richiamo del cardinale supera il contesto dell’incontro</strong>: “<em>Lo splendore dell’umano è davvero così importante e affascinante, sempre nuovo, e non smettiamo mai di contemplarlo. Anche dove c’è il disumano</em>”. Queste parole invitano a cercare la persona nella malattia, nella sofferenza, nella solitudine e nelle ferite prodotte dalla violenza.</p>
<p>Il disumano appare nelle guerre e nelle sopraffazioni, ma assume anche forme quotidiane. Si manifesta quando l’essere umano viene valutato soltanto per ciò che produce, la debolezza diventa una colpa, la visibilità conta più della dignità e la velocità sostituisce la comprensione.</p>
<p>Il <strong>filosofo</strong> sudcoreano <strong>Byung-Chul</strong> <strong>Han</strong> ha descritto <strong>la società della prestazione</strong> come un ambiente che spinge l’individuo a migliorare continuamente e a dimostrare il proprio valore. L’efficienza diventa una misura dell’identità, mentre la vulnerabilità viene vissuta come un difetto. Da questa pressione possono nascere stanchezza, isolamento e incapacità di accogliere il limite. <strong>A questa deriva iper-performativa,</strong> che confina la fragilità a un tabù, risponde l’ecologia relazionale proposta da Zuppi, che ribalta radicalmente la prospettiva.</p>
<p>In tale quadro acquistano forza le parole di Zuppi: “<em>L’umano non fiorisce con il limite, ma attraverso il limite</em>”. La fragilità diventa uno spazio di consapevolezza e ricorda che ogni esistenza attraversa momenti nei quali dipende dalla sensibilità altrui.</p>
<p>Zuppi invita a comprendere come prendersi cura concretamente della dignità umana. Il rispetto diventa visibile nell’accoglienza, nella chiarezza delle spiegazioni e nel coinvolgimento della persona. La cura restituisce volto e voce a chi rischia di essere considerato soltanto un numero.</p>
<p>Proprio in questa tensione tra l’unicità della persona e la sua traduzione in dati numerici, si inserisce l’impatto dell’intelligenza artificiale, che sta trasformando ricerca, medicina e organizzazione sanitaria. Può analizzare dati, individuare correlazioni, affiancare la diagnosi e alleggerire attività ripetitive. Sono possibilità da sviluppare con competenza e consapevolezza.</p>
<p>Un sistema automatico elabora informazioni; la responsabilità appartiene a chi sceglie, applica e valuta i risultati. In ambito sanitario, ogni decisione coinvolge il corpo, la biografia e il futuro di qualcuno. Richiede spiegazioni e persone capaci di rispondere delle conseguenze.</p>
<p>Il filosofo italiano dell’informazione <strong>Luciano Floridi </strong>considera l’ambiente digitale un ecosistema nel quale dati, tecnologie ed esseri umani sono connessi. Un’informazione sanitaria rinvia sempre a una storia personale. Proteggere i dati significa tutelare riservatezza, libertà e fiducia.</p>
<p>Questa tutela non è solo giuridica, ma strutturale, poiché gli algoritmi riflettono criteri stabiliti da esseri umani. Informazioni incomplete possono produrre valutazioni parziali; obiettivi concentrati sull’efficienza rischiano di trascurare l’unicità individuale. La tecnologia diventa un’alleata quando sostiene il giudizio professionale e lascia spazio alla relazione.</p>
<p>Quando però questo spazio viene negato, la disumanizzazione comincia nel momento in cui l’altro diventa una categoria, un profilo o una diagnosi. Le piattaforme digitali possono accentuare questo processo, favorendo giudizi rapidi ed esposizione continua. Scorrono molte immagini, mentre diminuisce il tempo dedicato alle storie.</p>
<p><strong>A svelare la trappola di questo meccanismo </strong>è il <strong>sociologo</strong> canadese <strong>Erving Goffman </strong>ha studiato il riconoscimento dell’identità nelle interazioni quotidiane. Le sue analisi sullo stigma mostrano come una singola caratteristica possa oscurare la complessità di una persona. Negli ambienti digitali, un’immagine o un’etichetta possono fissare pubblicamente un’identità e continuare a circolare nel tempo.</p>
<p>Scardinare questo meccanismo significa tornare a guardare davvero, restituendo all’altro la sua interezza, e ad ascoltare, permettendogli di raccontarsi con parole proprie. Questa responsabilità riguarda in prima linea il giornalismo, chiamato a narrare sofferenza e innovazione con precisione e rispetto. Il linguaggio può creare vicinanza oppure trasformare il dolore in spettacolo.</p>
<p>“<em>Il limite diventa un’occasione di speranza e sapienza</em>”, afferma <strong>Zuppi</strong>. La frase indica un compito culturale: trasformare la vulnerabilità da motivo di isolamento a luogo d’incontro. La speranza acquista consistenza quando diventa ricerca, assistenza, solidarietà e presenza.</p>
<p><strong>Scienza e innovazione partecipano a questo cammino</strong> <strong>quando</strong> migliorano le possibilità terapeutiche e <strong>mantengono al centro il valore di ogni essere umano</strong>. L’intelligenza artificiale può affiancare il medico, sostenere il ricercatore e favorire l’accesso ai servizi. La direzione resta umana, perché umani sono gli effetti delle scelte.</p>
<p>Proprio in questo risiede la vera sfida: nell’unire  conoscenza, precisione, ascolto, sviluppo e responsabilità. Anche dove prevale il disumano, il valore della persona può riemergere attraverso uno sguardo che riconosce, una parola che accompagna e una mano che sceglie di restare.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/19/nel-tempo-del-disumano-cura-fragilita-e-responsabilita/">Nel tempo del disumano. Cura, fragilità e responsabilità</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Hormuz quasi vuoto: due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 11:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/stretto-di-Hormuz-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>Tre navi commerciali tracciabili in un giorno, contro circa 125 prima del conflitto. Tra rotte alternative, petroliere meno visibili e diplomazia, lo Stretto rivela la fragilità delle reti globali Hormuz&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/23/hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte/">Hormuz quasi vuoto: due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<h1 class="pip-title">Hormuz quasi vuoto: quando il mondo scopre di dipendere da pochi chilometri di mare</h1>
<p class="pip-subtitle">Tre navi commerciali tracciabili in un giorno, dopo le due del giorno precedente, contro circa 125 grandi navi al giorno prima dell’attuale conflitto. Mentre <strong>Teheran</strong> apre condizionatamente alla possibilità di riaprire lo Stretto e l’<strong>Arabia Saudita</strong> riattiva una via alternativa verso il Mar Rosso, Hormuz mostra quanto energia, commercio e sicurezza globale dipendano da pochi nodi strategici</p>
<p class="pip-lead">Ci sono luoghi che sembrano lontanissimi finché non smettono di funzionare. Lo Stretto di Hormuz è uno di questi.</p>
<p>È un braccio di mare tra Iran e Oman che molti europei avrebbero difficoltà a indicare con precisione su una carta geografica, ma dal quale dipende una parte essenziale della circolazione energetica mondiale.</p>
<p>Oggi quel passaggio è quasi vuoto.</p>
<p>I dati sul traffico marittimo raccontano qualcosa di impressionante: martedì 22 settembre soltanto <strong>tre navi commerciali legate alle materie prime risultavano avere attraversato lo Stretto</strong>. Il giorno precedente erano state due. Prima dell’attuale conflitto transitavano da Hormuz circa <strong>125 grandi navi commerciali al giorno</strong>.</p>
<p>È però necessaria una precisazione importante. Questi numeri riguardano le navi rilevabili attraverso i sistemi di tracciamento. Alcune imbarcazioni possono attraversare l’area con i <strong>transponder AIS</strong> <strong>disattivati</strong>, rendendo incompleta la fotografia del traffico effettivo.</p>
<div class="pip-factbox"><strong>Il dato chiave</strong></p>
<p>Prima del conflitto: circa <strong>125 grandi navi commerciali al giorno</strong>.<br />
Lunedì 21 settembre: <strong>2 transiti commerciali tracciabili</strong>.<br />
Martedì 22 settembre: <strong>3 transiti commerciali tracciabili</strong>.</p>
<p>Il dato AIS non permette però di conoscere con certezza tutte le navi effettivamente presenti nello Stretto.</p></div>
<p>Ed è proprio qui che la storia diventa più interessante del numero.</p>
<h2>Il mondo non si ferma: cerca un’altra strada</h2>
<p>Quando un’arteria si restringe, il sistema cerca immediatamente altre vene.</p>
<p>L’Arabia Saudita ha riavviato l’<strong>East-West Pipeline</strong>, l’oleodotto che attraversa il Paese permettendo al greggio di raggiungere il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, senza attraversare Hormuz. L’infrastruttura era stata danneggiata dagli attacchi dei giorni precedenti.</p>
<p>Nel frattempo <strong>Riyadh</strong> aveva aumentato le esportazioni dai terminal del Golfo e sviluppato anche trasferimenti di greggio nave-nave nelle acque dell’<strong>Oman</strong>. I flussi energetici, insomma, non sono semplicemente scomparsi: hanno cominciato a <strong>ridisegnarsi</strong>.</p>
<p>È una straordinaria dimostrazione della capacità di adattamento dei sistemi globali. Ma è anche la dimostrazione della loro fragilità.</p>
<p>Perché trovare una strada alternativa non significa eliminare il rischio. Significa spesso <strong>spostarlo altrove</strong>.</p>
<p>Se Hormuz diventa insicuro, aumenta l’importanza dell’oleodotto saudita. Se quell’oleodotto viene colpito, aumenta l’importanza del Mar Rosso. Se Bab el-Mandeb diventa pericoloso, entrano in difficoltà le rotte verso Suez.</p>
<p class="pip-highlight">Ogni alternativa dipende da un’altra infrastruttura, da un altro territorio, da un altro equilibrio politico. La globalizzazione ci ha insegnato a essere interconnessi. Forse non ci ha insegnato abbastanza a essere resilienti.</p>
<h2>Le navi che scompaiono</h2>
<p>C’è poi un dettaglio che sembra tecnico e invece racconta bene il nostro tempo.</p>
<p>Alcune navi attraversano quelle acque spegnendo il proprio sistema automatico di identificazione, l’AIS.</p>
<p>Questo non significa automaticamente che siano coinvolte in attività illecite. In un’area di conflitto, rendersi meno facilmente individuabili può rispondere anche a esigenze di sicurezza.</p>
<p>Ma produce un paradosso.</p>
<p>Viviamo nell’epoca in cui possiamo osservare quasi in tempo reale una nave dall’altra parte del pianeta, eppure quando aumenta il pericolo una parte di quella realtà può improvvisamente diventare invisibile.</p>
<p>Anche l’informazione diventa così parte della sicurezza. Sapere dove si trova una nave significa poterla seguire. Ma significa anche poterla trovare.</p>
<p>È un piccolo esempio di una questione molto più grande: <strong>la trasparenza tecnologica che rende efficienti le nostre reti può trasformarsi in vulnerabilità quando cambia il contesto nel quale quelle reti operano.</strong></p>
<h2>Intanto la diplomazia prova a muoversi</h2>
<p>Mentre il traffico diminuisce, sul piano diplomatico arrivano segnali che richiedono attenzione ma anche molta prudenza.</p>
<p><strong>Teheran</strong> ha fatto sapere di essere disponibile a riaprire lo Stretto entro una settimana qualora gli<strong> Stati Uniti</strong> riducano la pressione militare e rimuovano il blocco dei porti iraniani. La delegazione iraniana presente a New York per l’<strong>Assemblea generale delle Nazioni Unite</strong> avrebbe ricevuto mandato per negoziare.</p>
<p>È importante utilizzare le parole corrette: <strong>Hormuz non sta riaprendo.</strong> L’Iran ha espresso una disponibilità condizionata.</p>
<p>Parallelamente <strong>Francia e Stati Uniti</strong> stanno lavorando a una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per una possibile missione internazionale destinata a tutelare la libertà di navigazione nello Stretto.</p>
<p>Anche il presidente russo <strong>Vladimir Putin</strong> e il principe ereditario saudita <strong>Mohammed bin Salman</strong> hanno richiamato la necessità di garantire passaggi sicuri attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb.</p>
<p>Non significa che siamo davanti a una distensione.</p>
<p>Significa però che attori con interessi molto differenti sembrano condividere almeno una consapevolezza: <strong>tenere troppo a lungo compromesse le arterie del commercio mondiale può produrre conseguenze che nessuno riesce più a controllare completamente.</strong></p>
<h2>Non esistono più crisi lontane</h2>
<p>È forse questa la lezione più importante di Hormuz.</p>
<p>Continuiamo a utilizzare categorie geografiche per descrivere problemi che geografici non sono più.</p>
<p>Una crisi è “mediorientale”. Una guerra è “europea”. Un attacco informatico avviene “in America”. Una siccità colpisce “l’Africa”.</p>
<p>Ma energia, merci, dati, finanza, alimentazione e tecnologia attraversano continuamente quei confini.</p>
<p>Una nave che non parte dal Golfo può diventare una consegna che ritarda in Europa. Un oleodotto colpito in Arabia Saudita può modificare il prezzo del petrolio a migliaia di chilometri di distanza. Una raffineria danneggiata può incidere sulla disponibilità di carburanti utilizzati da trasporti, agricoltura e industria.</p>
<p class="pip-highlight">La distanza geografica continua a esistere. La distanza delle conseguenze molto meno.</p>
<p>Ed è qui che Hormuz smette di essere soltanto una storia di geopolitica.</p>
<p>Diventa una storia di <strong>relazioni</strong>.</p>
<p>Relazioni tra Paesi, naturalmente, ma anche tra infrastrutture, economie, tecnologie e persone.</p>
<h2>La fragilità è nelle connessioni</h2>
<p>Per decenni abbiamo costruito sistemi sempre più efficienti.</p>
<p>Produzione concentrata dove costa meno. Merci trasportate attraverso le rotte più convenienti. Energia movimentata attraverso pochi grandi corridoi. Catene logistiche ottimizzate per ridurre tempi, scorte e costi.</p>
<p>Ha funzionato.</p>
<p>Ma l’efficienza assoluta possiede un lato fragile: quando tutto dipende da pochi nodi, <strong>il nodo diventa più importante dell’intera rete.</strong></p>
<p>Hormuz oggi ce lo mostra con una chiarezza quasi brutale.</p>
<p>Non serve che il commercio mondiale si fermi. È sufficiente che pochi chilometri di mare diventino troppo pericolosi perché governi, compagnie petrolifere, assicurazioni, marine militari, mercati finanziari e diplomazie di mezzo mondo debbano contemporaneamente cambiare comportamento.</p>
<p>E forse la domanda più importante non è quanto velocemente riusciremo a riaprire completamente Hormuz.</p>
<p>È un’altra:</p>
<p class="pip-highlight"><strong>Quanti altri Hormuz abbiamo costruito senza accorgercene?</strong></p>
<p>Nell’energia. Nei semiconduttori. Nei cavi sottomarini. Nei dati. Nelle materie prime. Nelle piattaforme tecnologiche. Persino nell’intelligenza artificiale.</p>
<p>La vera sicurezza del nostro tempo potrebbe allora non consistere soltanto nel difendere meglio questi passaggi.</p>
<p>Potrebbe significare imparare a costruire sistemi capaci di continuare a vivere anche quando uno dei loro nodi si interrompe.</p>
<p>Perché essere connessi non significa necessariamente essere resilienti.</p>
<p>E Hormuz, quasi vuoto, ce lo sta ricordando.</p>
<div class="pip-editorial-note">
<div class="pip-editorial-note-title">NOTA EDITORIALE</div>
<p>Questo editoriale nasce dal lavoro di monitoraggio, che osserva i singoli fatti non soltanto per il loro valore immediato di cronaca, ma cercando connessioni, ricorrenze e trasformazioni di medio periodo.</p>
<p>Nel caso dello Stretto di Hormuz distinguiamo nettamente <strong>i fatti verificati</strong> — la forte riduzione del traffico marittimo tracciabile, la riattivazione dell’East-West Pipeline saudita e i movimenti diplomatici in corso — dalle <strong>dichiarazioni politiche</strong> e dalle <strong>interpretazioni editoriali</strong>.</p>
<p>In particolare, al momento della pubblicazione <strong>non esiste un accordo per la riapertura dello Stretto</strong>: esiste una disponibilità iraniana condizionata. Analogamente, i dati basati sui sistemi AIS non permettono di conoscere con assoluta certezza il numero complessivo delle navi che attraversano l’area, poiché alcune possono navigare senza trasmettere pubblicamente la propria posizione.</p>
<p>La riflessione sulla fragilità delle reti globali rappresenta quindi <strong>l’analisi dell’autore</strong>, costruita a partire dai fatti documentati e non presentata come una relazione causale già dimostrata.</div>
<div class="pip-separator"></div>
<div class="pip-sources">
<h3>Fonti</h3>
<ul>
<li><strong>Reuters — 23 settembre 2026</strong><br />
“Shipping traffic via Strait of Hormuz stays below 10% of pre-war average, data shows”<br />
Dati aggiornati sui transiti commerciali nello Stretto e sulle limitazioni del rilevamento AIS.<br />
<a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/shipping-traffic-via-strait-hormuz-stays-below-10-day-average-data-shows-2026-09-23/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – traffico nello Stretto di Hormuz</a></li>
<li><strong>Reuters — 22 settembre 2026</strong><br />
“Iran ready to reopen Strait of Hormuz if US eases military pressure, lifts blockade”<br />
Disponibilità condizionata iraniana alla riapertura dello Stretto e negoziati a New York.<br />
<a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-ready-reopen-strait-hormuz-if-us-eases-military-pressure-lifts-blockade-2026-09-22/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – proposta iraniana su Hormuz</a></li>
<li><strong>Reuters — 22 settembre 2026</strong><br />
“France mulls new UN Security Council resolution on Hormuz, diplomats say”<br />
Iniziativa franco-statunitense per una possibile missione internazionale destinata a tutelare la libertà di navigazione.<br />
<a href="https://www.reuters.com/world/france-mulls-new-un-security-council-resolution-hormuz-diplomats-say-2026-09-22/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – possibile risoluzione ONU su Hormuz</a></li>
<li><strong>Reuters — 22 settembre 2026</strong><br />
“Saudi Arabia restarts East-West oil pipeline to resume exports from Yanbu”<br />
Riattivazione dell’oleodotto saudita verso il Mar Rosso.<br />
<a href="https://www.reuters.com/business/energy/saudi-arabia-restarts-east-west-oil-pipeline-resume-exports-yanbu-sources-say-2026-09-22/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – riavvio East-West Pipeline</a></li>
<li><strong>Reuters — 21 settembre 2026</strong><br />
“Saudi Arabia ramps up Gulf oil exports after pipeline attack, shipping data shows”<br />
Dati sulle esportazioni saudite e sulle strategie alternative utilizzate durante la crisi.<br />
<a href="https://www.reuters.com/business/energy/saudi-arabia-ramps-up-gulf-oil-exports-after-pipeline-attack-shipping-data-shows-2026-09-21/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – flussi petroliferi sauditi</a></li>
<li><strong>Reuters — 22 settembre 2026</strong><br />
“Putin, Saudi crown prince call for safe passage via Hormuz, Bab el-Mandeb”<br />
Colloquio tra Vladimir Putin e Mohammed bin Salman sulla sicurezza delle principali rotte marittime.<br />
<a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/putin-saudi-crown-prince-call-safe-passage-via-hormuz-bab-el-mandeb-2026-09-22/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters – Hormuz e Bab el-Mandeb</a></li>
<li><strong>U.S. Energy Information Administration (EIA)</strong><br />
“World Oil Transit Chokepoints”<br />
Dati strutturali sull’importanza dello Stretto di Hormuz per i flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.<br />
<a href="https://www.eia.gov/international/content/analysis/special_topics/World_Oil_Transit_Chokepoints/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">U.S. EIA – World Oil Transit Chokepoints</a></li>
</ul>
</div>
<div class="pip-copyright">© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/23/hormuz-quasi-vuoto-due-navi-dove-ne-passavano-125-il-mondo-cerca-altre-rotte/">Hormuz quasi vuoto: due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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