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	<title>Garante Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Quando cade il “custode”: il caso Garante Privacy e la crepa che allontana i cittadini dallo Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2026 18:42:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/01/15/quando-cade-il-custode-il-caso-garante-privacy-e-la-crepa-che-allontana-i-cittadini-dallo-stato/">Quando cade il “custode”: il caso Garante Privacy e la crepa che allontana i cittadini dallo Stato</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/941F00C6-6052-4632-8F59-236C8FD6D10A.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/941F00C6-6052-4632-8F59-236C8FD6D10A.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/941F00C6-6052-4632-8F59-236C8FD6D10A-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/941F00C6-6052-4632-8F59-236C8FD6D10A-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/941F00C6-6052-4632-8F59-236C8FD6D10A-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/941F00C6-6052-4632-8F59-236C8FD6D10A-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/941F00C6-6052-4632-8F59-236C8FD6D10A-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/01/941F00C6-6052-4632-8F59-236C8FD6D10A-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p>In Italia la parola “privacy” non è un dettaglio tecnico. È diventata, nel tempo digitale, una promessa di tutela: che qualcuno vigili mentre i nostri dati viaggiano tra piattaforme, sanità, lavoro, scuola, telemarketing, intelligenze artificiali. Per questo la notizia del 15 gennaio 2026 pesa più di molte altre. Perché riguarda proprio chi, per missione, dovrebbe essere “il guardiano”: il Garante per la protezione dei dati personali.</p>
<p>Oggi la Guardia di Finanza ha effettuato perquisizioni e acquisizioni nella sede dell’Autorità, nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma che – secondo quanto riportato da più fonti – vede indagati il presidente Pasquale Stanzione e gli altri componenti del Collegio. I reati ipotizzati, sempre secondo le ricostruzioni pubblicate, sono peculato e corruzione.</p>
<p>C’è anche una frase, secca, che rimbalza nelle agenzie: Stanzione si è detto “assolutamente tranquillo”. È un diritto, è una posizione, è una linea difensiva possibile. Ma non è questo il punto, almeno non solo. Il punto è l’effetto collettivo di una scena che, nell’immaginario pubblico, ha un impatto quasi simbolico: la perquisizione dentro l’ufficio dell’Autorità chiamata a vigilare su correttezza, limiti, trasparenza.</p>
<p>Secondo varie testate, l’inchiesta si inserirebbe in un contesto già segnato da tensioni emerse anche a seguito di servizi giornalistici di Report. Alcune ricostruzioni citano esplicitamente che l’indagine sarebbe partita “in seguito ai servizi di Report”.   E il riferimento, per data e titolo, è facilmente identificabile: “La privacy del Garante”, servizio di Report del 23 novembre 2025, disponibile su RaiPlay.</p>
<p>È qui che la cronaca diventa una domanda più grande: cosa succede quando il cittadino vede incrinarsi – anche solo per ipotesi investigative – la credibilità di un’istituzione che dovrebbe proteggerlo? Cosa succede quando il controllore viene controllato, e lo spettacolo pubblico è fatto di perquisizioni, sequestri di dispositivi, contestazioni, rimborsi, spese, sospetti? (Dettagli che alcune testate riportano come oggetto di accertamento, e che naturalmente dovranno essere verificati nelle sedi competenti.)</p>
<p>Succede una cosa semplice e drammatica: cresce la disaffezione. E la disaffezione non nasce solo dalla corruzione accertata (quando c’è), ma dalla percezione di un sistema che non sa più essere limpido, sobrio, credibile. Basta l’idea che anche “lì” – dove dovrebbe esserci rigore – possa annidarsi un uso disinvolto del potere o delle risorse, e il cittadino arretra di un passo. Poi di un altro. Poi smette di credere che lo Stato sia casa. E la politica, di riflesso, non appare più come servizio, ma come recinto.</p>
<p>C’è un dettaglio che rende questa vicenda ancora più sensibile: negli stessi giorni, il rapporto tra Report e Garante è stato raccontato anche attraverso un altro fatto, molto tecnico ma molto politico nella sostanza. Il 9 gennaio 2026 diverse testate hanno dato conto di una decisione della Cassazione nel contenzioso legato al caso Report, sottolineando il tema dei limiti temporali entro cui un’Autorità può esercitare il proprio potere sanzionatorio, richiamando principi di certezza del diritto e diritto di difesa.</p>
<p>Qui non si tratta di “buoni contro cattivi”. Si tratta di capire che, quando la macchina pubblica appare senza tempo, senza freni, senza controlli, il cittadino si sente piccolo. E quando, al contrario, chi dovrebbe garantire sembra vulnerabile a sospetti su spese e comportamenti, il cittadino si sente tradito. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: distanza.</p>
<p>È necessario dirlo con chiarezza, per onestà e per civiltà giuridica: un’indagine non è una condanna. Le persone indagate hanno diritto a difendersi, e lo Stato ha il dovere di accertare senza spettacolarizzare. La presunzione di innocenza non è un favore: è la misura minima di un Paese adulto.</p>
<p>Ma anche questa precisazione, per quanto doverosa, non cancella l’impatto emotivo e sociale di certe notizie. Perché la fiducia non funziona come un interruttore acceso/spento. La fiducia funziona come un tessuto: si sfilaccia con gli strappi ripetuti, e a un certo punto non basta più “riparare”, serve ricucire.</p>
<p>E allora la domanda diventa: perché queste vicende fanno così male alla relazione tra cittadini e istituzioni?</p>
<p>Perché la democrazia non vive di soli atti amministrativi. Vive di percezioni, di esperienza quotidiana, di coerenza. Un cittadino può tollerare la fatica di un ufficio pubblico, può perfino sopportare una procedura macchinosa. Ma fatica a tollerare l’idea che chi chiede rigore non lo pratichi. La disaffezione nasce lì: nel doppio standard percepito. “Io devo rispettare regole, moduli, scadenze. Loro possono permettersi opacità.” Anche quando questa opacità è ancora solo ipotizzata, la ferita simbolica resta.</p>
<p>E nel caso del Garante Privacy la ferita è amplificata da un paradosso: siamo nell’epoca in cui i dati personali valgono come denaro, a volte più del denaro. Il cittadino consegna tracce di sé continuamente: identità, abitudini, posizione, preferenze, fragilità. La privacy non è più un lusso. È una forma moderna di dignità.</p>
<p>Per questo un’Autorità come il Garante non è percepita come un ufficio qualsiasi: è percepita come un presidio. Un confine. Un luogo che dovrebbe avere una sobrietà quasi “sacra” nel senso laico del termine: il rispetto assoluto di ciò che è affidato.</p>
<p>Quando quel presidio entra in una pagina di cronaca giudiziaria, l’effetto non è soltanto “che brutta figura”. L’effetto è più sottile: la persona comune comincia a pensare che tutto sia negoziabile. Che perfino le Autorità indipendenti – quelle che dovrebbero essere distanti dalla politica e dai poteri economici – possano avere zone d’ombra. E quando tutto appare negoziabile, l’unica scelta che resta al cittadino è difensiva: disinteressarsi, ritrarsi, smettere di partecipare.</p>
<p>La disaffezione è una malattia silenziosa: non fa rumore come una protesta, ma svuota lentamente le urne, le associazioni, le parrocchie civiche, i luoghi di confronto. Il cittadino disaffezionato non urla: si spegne. E quando si spegne, la politica diventa terreno per pochi, spesso per i più organizzati, talvolta per i più aggressivi. Così il circolo vizioso si chiude: meno partecipazione, più potere concentrato, meno controllo sociale, più rischio di scivolare in nuove opacità.</p>
<p>C’è un’altra dimensione: la privacy è uno dei pochi temi che tocca insieme tecnologia e vita reale. Quando la fiducia nelle istituzioni che regolano la tecnologia crolla, il cittadino si sente doppiamente vulnerabile: vulnerabile davanti alle piattaforme e vulnerabile davanti allo Stato. Da un lato teme di essere profilato, tracciato, venduto; dall’altro teme che chi dovrebbe proteggerlo non sia inattaccabile, e forse nemmeno coerente. Non è solo sfiducia: è senso di abbandono.</p>
<p>In questo scenario, perfino la parola “politica” paga il conto, anche quando la politica istituzionale non è direttamente coinvolta. Perché, nel sentire comune, le Autorità pubbliche fanno parte della stessa “sfera”: lo Stato. E lo Stato, per molta gente, è un’esperienza unitaria. Quando un pezzo si incrina, l’immagine dell’intero ne risente.</p>
<p>E qui sta il nodo più serio: non è più tempo di trattare queste vicende come “casi isolati” o “mele marce”. Ogni episodio – vero o presunto – cade su un terreno già secco, già provato da anni di scandali, inefficienze, promesse non mantenute. In un terreno secco, basta una scintilla per bruciare ettari.</p>
<p>Che cosa può evitare che questa storia diventi un altro chiodo nel feretro della fiducia?</p>
<p>Due cose, molto concrete.</p>
<p>La prima è la trasparenza radicale. Non comunicati generici. Non frasi di rito. Trasparenza significa rendere comprensibile ai cittadini come funzionano spese, rimborsi, procedure, controlli interni. Significa adottare standard di rendicontazione che non siano solo conformi alla legge, ma superiori, esemplari. Perché l’esemplarità, nelle istituzioni di garanzia, non è retorica: è parte della missione.</p>
<p>La seconda è la responsabilità relazionale: capire che ogni atto pubblico è anche un atto comunicativo, e che la comunicazione non è propaganda. È cura del legame. Quando la gente vede solo opacità e linguaggio difensivo, sente che nessuno la sta rispettando davvero. Quando invece vede chiarezza, sobrietà, capacità di dire “qui abbiamo sbagliato” oppure “qui dimostreremo che non è così”, allora la fiducia può tornare ad avere un appiglio.</p>
<p>E qui si misura anche la maturità della politica: non nel fare tifoserie, non nell’usare un’indagine per regolare conti, ma nel difendere due valori insieme: l’autonomia della magistratura e la credibilità delle istituzioni. Perché lo Stato non si difende coprendo, si difende illuminando. E la politica non si salva attaccando sempre qualcun altro: si salva quando torna ad essere percepita come un servizio, non come un vantaggio.</p>
<p>Il punto più delicato, però, riguarda noi cittadini. Siamo tentati, davanti a notizie così, di dire: “Ecco, sono tutti uguali.” È una frase che sembra proteggere, perché chiude il discorso e riduce la delusione. Ma è una frase che fa un danno enorme: consegna il Paese alla rassegnazione.</p>
<p>Dire “tutti uguali” è l’anticamera del “non cambia niente”. E “non cambia niente” è il terreno ideale per chi vuole cambiare tutto in peggio: con cinismo, con populismi facili, con scorciatoie autoritarie, o con quel nichilismo elegante che ridicolizza ogni impegno.</p>
<p>La domanda allora non è solo “chi ha fatto cosa” – che sarà compito degli inquirenti e dei giudici accertare – ma “che tipo di Stato vogliamo essere dopo questa notizia”. Uno Stato che vive di immunità morali presunte, o uno Stato che accetta di essere verificato, controllato, messo alla prova, e proprio per questo diventa più solido?</p>
<p>Se c’è una speranza possibile, sta qui: trasformare ogni crepa in un’occasione per rafforzare le regole e la cultura della sobrietà pubblica. Non con moralismi, ma con strumenti: audit, controlli, limiti chiari, procedure semplici e pubbliche, rendicontazioni accessibili. Perché la vera anti-corruzione non è solo penale: è preventiva, organizzativa, culturale. È un modo di governare.</p>
<p>E la vera risposta alla disaffezione non è chiedere fiducia. È meritarsela. Ogni giorno. Anche quando costa. Soprattutto quando costa.</p>
<p>Oggi, mentre leggiamo di perquisizioni e indagini al Garante Privacy, possiamo scegliere due strade: la strada della resa (“non mi interessa più nulla”) o la strada della vigilanza civile (“mi interessa eccome, perché è casa mia”).</p>
<p>La seconda è più faticosa, ma è l’unica che impedisce alla distanza di diventare abbandono. La politica autentica ricomincia sempre così: dal cittadino che non spegne il cuore, e dall’istituzione che non spegne la coscienza.</p>
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		<title>Giornalisti tra diritto di cronaca e foto tratte dai social: i limiti e l’intervento del Garante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federica De Stefani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Mar 2021 16:52:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria/Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Diritto di cronaca]]></category>
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<p>Possono essere estratte foto pubblicate sui social network? Possono essere estrapolate dagli stessi social informazioni personali che vengono utilizzate per redigere l’articolo di cronaca? Qual è il limite invalicabile oltre&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2021/03/20/giornalisti-tra-diritto-di-cronaca-e-foto-tratte-dai-social-i-limiti-e-lintervento-del-garante/">Giornalisti tra diritto di cronaca e foto tratte dai social: i limiti e l’intervento del Garante</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1706" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-1536x1024.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-2048x1365.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-1920x1280.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/03/2F785C59-B804-4D23-A084-9FE83DC7AD5C-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p><p><em>Possono essere estratte foto pubblicate sui social network? Possono essere estrapolate dagli stessi social informazioni personali che vengono utilizzate per redigere l’articolo di cronaca? Qual è il limite invalicabile oltre il quale non si può andare? La tecnologia ha indubbiamente inciso sulle modalità con le quali viene svolta l’attività giornalistica ed è proprio per questo motivo che il web, nel suo complesso, impone l’impiego di misure e cautele di diverso genere.</em></p>
<p><em>di Federica de Stefani, avvocato e responsabile Aidr Regione Lombardia</em></p>
<p>L’attività giornalistica e l’esercizio del diritto di cronaca sono nuovamente tornati al centro di un provvedimento del Garante della privacy dopo un fatto di cronaca che riguarda l’omicidio di una bimba di 2 anni.</p>
<p>Alcune testate giornalistiche hanno riportato la notizia utilizzando la foto della minore tratta dai social network della madre, principale indiziata dell’omicidio.</p>
<p>Prima di affrontare le questioni attinenti al diritto di cronaca, anche giudiziaria, ancor oggi aspetti piuttosto delicati che in diversa misura influenzano e condizionano il lavoro del giornalista, è necessario fare alcune riflessioni sugli strumenti che vengono utilizzati nell’esercizio della professione.</p>
<p>La tecnologia ha indubbiamente inciso sulle modalità con le quali viene svolta l’attività giornalistica ed è proprio per questo motivo che il web, nel suo complesso, impone l’impiego di misure e cautele di diverso genere.</p>
<p>Non esiste un libretto di istruzioni o un codice generale che regolamenti, dal lato giuridico, il funzionamento della Rete e così è necessario conoscere in maniera specifica le norme generali che possono essere applicate anche al mondo online sia le norme che regolamentano il funzionamento di quel singolo strumento al quale si fa riferimento.</p>
<p>Possono, per esempio, come nel caso che ha dato origine al nuovo intervento del Garante, essere estratte foto pubblicate sui social network? Possono essere estrapolate dagli stessi social informazioni personali che vengono utilizzate per redigere l’articolo di cronaca? Qual è il limite invalicabile oltre il quale non si può andare?</p>
<p>Il comunicato del Garante recita testualmente <em>“</em><em>In molti casi media e testate on line hanno pubblicato, oltre a diverse fotografie in chiaro della bambina, numerosi dettagli relativi alle vicende personali e allo stato psicologico della madre, indicata come presunta responsabile della morte, riportando testualmente pensieri e commenti tratti dal profilo Facebook della donna, nonché fotografie della stessa insieme ai suoi due altri figli, i cui volti &#8211; seppur pixelati &#8211; sono di fatto riconoscibili.</em></p>
<p><em>Le informazioni e le immagini descritte si pongono in evidente contrasto con le disposizioni della normativa privacy e delle regole deontologiche relative all’attività giornalistica, che &#8211; pur salvaguardando il diritto/dovere di informare la collettività su fatti di interesse pubblico -prescrivono agli operatori dell’informazione di astenersi dal pubblicare dettagli relativi alla sfera privata della persona e prescrivono, anche attraverso il richiamo alla Carta di Treviso, particolari e rafforzate garanzie a tutela dei minori coinvolti in fatti di cronaca”.</em></p>
<p>Da un lato, quindi, il richiamo al diritto di cronaca, nella duplice dimensione di diritto e dovere all’informazione su fatti di interesse pubblico, dall’altro l’espresso riferimento alle regole deontologiche, che prevedono garanzie particolari per i minori.</p>
<p>Le regole deontologiche relative al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 3 del 4 Gennaio 2019, sono costituite da un corpo di 13 articoli che fornisce indicazioni specifiche sulle modalità di trattamento dei dati personali in linea con i principi enunciati dal GDPR.</p>
<p>In particolare l’art. 7, oltre a prevedere espressamente un divieto di fornire particolari in grado di identificare il minore (come le foto del caso de quo, sebbene con l’utilizzo della tecnica di pixelatura) al comma 3 espressamente stabilisce “<em>Il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca; qualora, tuttavia, per motivi di rilevante interesse pubblico e fermo restando i limiti di legge, il giornalista decida di diffondere notizie o immagini riguardanti minori, dovrà farsi carico della responsabilità di valutare se la pubblicazione sia davvero nell´interesse oggettivo del minore, secondo i principi e i limiti stabiliti dalla &#8220;Carta di Treviso</em>&#8220;.</p>
<p>Ne deriva, quindi, che il diritto alla riservatezza del minore coinvolto in vicende di cronaca giudiziaria deve sempre essere considerato prevalente rispetto al diritto di cronaca e rappresenta, quindi, un limite invalicabile per il giornalista che si occupi di questa tipologia di giornalismo.</p>
<p>Il Garante era già più volte intervenuto sul punto ribadendo ogni volta la necessità di considerare prevalente la riservatezza del minore</p>
<p>Così, solo per citarne uno, il caso di cronaca che riguardi un genitore (personaggio di rilievo pubblico) non può essere integrato con i dati dei figli dello stesso, peraltro minorenni, anche nel caso in cui questi dati siano già presenti online in quanto pubblicati sui propri profili social dal genitore.</p>
<p>I dati dei minori, sebbene già presenti online, non devono essere ripresi in virtù del principio in base al quale si deve riconoscere la prevalenza del diritto alla riservatezza del minore rispetto al diritto di critica e di cronaca.</p>
<p>Le attuali norme vigenti prescrivono al giornalista di attenersi all’essenzialità dell’informazione nel trattare fatti di interesse pubblico, anche quando relativi a personaggi di rilievo pubblico. (Provvedimento del 24 giugno 2020)</p>
<p>In conclusione, quindi, non si può che auspicare una maggiore attenzione anche a norme, quelle deontologiche, che in una società dell’informazione così frenetica, ormai fortemente orientata al mobile journalism e all’utilizzo del digitale rappresentano un pilastro fondamentale dal quale è impossibile prescindere.</p>
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