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	<title>Gaza Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 19:33:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1664" height="936" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre.jpg 1664w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1664px) 100vw, 1664px" /></p>
<p>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro Israele ricorda le circa 1.200 persone uccise nell’attacco guidato da Hamas del 2023 e le 251 persone&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1664" height="936" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre.jpg 1664w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1664px) 100vw, 1664px" /></p><h1>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro</h1>
<div class="fm-subtitle">Israele ricorda le circa 1.200 persone uccise nell’attacco guidato da Hamas del 2023 e le 251 persone rapite. Tre anni dopo, gli ostaggi sono tornati, ma le ferite restano aperte. E Gaza porta le conseguenze devastanti della guerra che ne è seguita. Ricordare una vittima non dovrebbe richiedere di cancellarne un’altra</div>
<div>
<div class="fm-editor-note">
<div class="fm-note-title">Nota editoriale</div>
<p>Ho scelto di scrivere questo articolo perché, a tre anni dal 7 ottobre, sento il rischio che persino la memoria sia diventata un luogo nel quale siamo chiamati a schierarci.</p>
<p>Ricordare la strage compiuta da Hamas non significa dimenticare Gaza. Guardare ciò che è accaduto e continua ad accadere a Gaza non significa cancellare le vittime israeliane del 7 ottobre.</p>
<p>Non voglio mettere sullo stesso piano storie, fatti e responsabilità differenti. Voglio provare a fare qualcosa che oggi sembra molto più difficile: <strong>tenere insieme lo sguardo sulle persone</strong>.</p>
<p>Perché quando il dolore dell’altro diventa accettabile soltanto se appartiene alla parte che sentiamo vicina, abbiamo già perso qualcosa della nostra umanità.</p>
<p>Questo articolo nasce da qui. Non dalla ricerca di un’equidistanza, ma dal tentativo di non diventare indifferenti davanti a nessuna vittima.</p>
<p class="fm-signature">Francesco Mazzarella</p>
</div>
<p class="fm-opening">Alle 6.29 del mattino, tre anni fa, cominciò tutto.</p>
<p>Le sirene. I razzi. Gli uomini armati che attraversavano il confine. Le case dei kibbutz. Il festival Nova. Le persone che correvano, quelle che cercavano un riparo, quelle che telefonavano ai familiari.</p>
<p>Poi i morti.</p>
<p>Circa 1.200 persone furono uccise nell’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. Altre 251 furono prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.</p>
<p>Numeri ripetuti così tante volte da correre il rischio più terribile: che diventino soltanto numeri.</p>
<p>Ma dietro 1.200 ci sono vite interrotte. Dietro 251 ci sono persone e famiglie che hanno atteso per mesi, e in alcuni casi per anni, una liberazione, una notizia, il ritorno di un corpo.</p>
<p>Questa mattina, esattamente alle 6.29, il presidente israeliano Isaac Herzog e la moglie Michal hanno acceso una candela commemorativa a Gerusalemme. A Kfar Aza, uno dei kibbutz travolti dall’attacco, gli abitanti hanno ricordato in silenzio le persone uccise.</p>
<p>Tre anni dopo, gli ostaggi del 7 ottobre non sono più trattenuti a Gaza. Ma questo non significa che quella storia sia conclusa.</p>
<h2>Una strage non ha bisogno di un “ma”</h2>
<p>Forse bisogna ricominciare proprio da qui.</p>
<p>Il 7 ottobre fu una strage.</p>
<p>Civili furono assassinati nelle loro case. Giovani furono uccisi mentre partecipavano a un festival. Famiglie furono distrutte. Uomini, donne, bambini e anziani furono rapiti.</p>
<p>Non serve aggiungere immediatamente un “ma”.</p>
<p>Non serve cercare una frase che attenui quella realtà.</p>
<p>La memoria delle vittime merita uno spazio nel quale possa semplicemente essere memoria.</p>
<p>Ed è possibile farlo senza trasformarla in uno strumento politico.</p>
<p>Perché riconoscere fino in fondo il dolore israeliano non significa approvare automaticamente tutto ciò che è accaduto dopo.</p>
<p>Esattamente come riconoscere fino in fondo il dolore palestinese non significa giustificare ciò che accadde il 7 ottobre.</p>
<p>Sembrerebbe una distinzione elementare.</p>
<p>Tre anni dopo scopriamo quanto sia diventata difficile.</p>
<h2>Poi venne Gaza</h2>
<p>Dopo il 7 ottobre è arrivata la guerra.</p>
<p>E anche qui i numeri rischiano di proteggerci dalla realtà anziché raccontarcela.</p>
<p>Secondo le autorità sanitarie della Striscia, più di 74.000 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della guerra. UNICEF riferisce che almeno 1,3 milioni di persone risultano ancora sfollate e che il 97,5 per cento delle scuole di Gaza è danneggiato o distrutto.</p>
<p>Un cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025 ha fermato le operazioni militari su vasta scala, ma non ha chiuso la guerra. Gli attacchi sono continuati e la ricostruzione procede con enorme difficoltà.</p>
<p>Abbiamo raccontato anche bambini che tornano a studiare tra le macerie.</p>
<p>Non perché Gaza sia tornata alla normalità.</p>
<p>Proprio perché non lo è.</p>
<p>Una tenda trasformata in aula può essere contemporaneamente una luce di speranza e la misura esatta della tragedia che l’ha resa necessaria.</p>
<h2>Quando persino il dolore diventa una scelta di campo</h2>
<p>Forse una delle conseguenze più profonde di questi tre anni è che abbiamo imparato a dividere persino il dolore.</p>
<p>Se ricordiamo i morti del 7 ottobre, qualcuno domanda immediatamente: «E Gaza?».</p>
<p>Se raccontiamo i bambini morti o le famiglie sfollate a Gaza, qualcun altro risponde: «E il 7 ottobre?».</p>
<p>Come se esistesse una bilancia.</p>
<p>Come se il dolore di una madre israeliana potesse diminuire quello di una madre palestinese.</p>
<p>O viceversa.</p>
<blockquote><p>Non dovremmo chiederci quale dolore pesa di più. Dovremmo domandarci quando abbiamo cominciato ad avere bisogno dell’identità di una vittima prima di decidere se commuoverci.</p></blockquote>
<p>Israeliana. Palestinese. Ebrea. Musulmana.</p>
<p>Prima ancora di queste parole ce n’è un’altra:</p>
<p><strong>persona.</strong></p>
<h2>Ricordare significa anche chiedere responsabilità</h2>
<p>La memoria, però, non può diventare soltanto commemorazione.</p>
<p>Tre anni dopo, in Israele continua una domanda che non si è chiusa: come è stato possibile che l’attacco del 7 ottobre avvenisse con quelle dimensioni?</p>
<p>Anche oggi familiari delle vittime e manifestanti hanno chiesto un’inchiesta indipendente sulle responsabilità e sulle falle di sicurezza che precedettero l’attacco. Il governo di Benjamin Netanyahu ha finora resistito alla richiesta di una commissione indipendente.</p>
<p>Quali segnali furono sottovalutati? Quali errori furono commessi? Chi doveva proteggere quelle comunità?</p>
<p>Sono domande che non indeboliscono la memoria delle vittime.</p>
<p>La rendono adulta.</p>
<p>Perché ricordare significa anche impedire che ciò che è accaduto venga consegnato soltanto alla ritualità delle cerimonie.</p>
<p>E la stessa esigenza di responsabilità deve attraversare ciò che è avvenuto dopo.</p>
<p>Ogni guerra produce decisioni. Ogni decisione produce conseguenze. E ogni conseguenza che riguarda la vita dei civili deve poter essere documentata e valutata secondo i fatti e il diritto, non secondo l’appartenenza.</p>
<h2>Tre anni dopo</h2>
<p>Forse il modo più difficile di ricordare il 7 ottobre è anche il più semplice.</p>
<p>Fermarsi davanti a chi non c’è più.</p>
<p>Senza chiedergli da quale parte della storia si trovasse.</p>
<p>Senza usarlo per dimostrare qualcosa.</p>
<p>Senza trasformare il suo corpo in un argomento.</p>
<p>Ricordare i ragazzi del Nova Festival. Le famiglie dei kibbutz. Gli ostaggi.</p>
<p>E poi avere ancora abbastanza umanità per guardare un bambino palestinese che entra in una scuola costruita sotto una tenda.</p>
<p>Non perché le storie siano uguali.</p>
<p>Non lo sono.</p>
<p>Non perché le responsabilità siano indistinguibili.</p>
<p>Non lo sono.</p>
<p>Ma perché <strong>la dignità di una persona non cambia quando cambia il lato del confine nel quale è nata.</strong></p>
<p>Tre anni dopo, forse la domanda che il 7 ottobre continua a consegnarci non riguarda soltanto Israele, Hamas o Gaza.</p>
<p>Riguarda noi.</p>
<blockquote><p>Quanto dolore dell’altro siamo ancora capaci di guardare senza sentirlo come una minaccia al nostro?</p></blockquote>
<p>Se per ricordare una vittima abbiamo bisogno di dimenticarne un’altra, allora qualcosa, dentro di noi, quella guerra lo ha già conquistato.</p>
<p>E forse la memoria può cominciare proprio dal gesto contrario:</p>
<p><strong>ricordare senza cancellare.</strong></p>
<div class="fm-sources">
<h3>Fonti</h3>
<p><strong>Reuters, 7 ottobre 2026</strong> — “Israelis mark three years since Hamas attack that set off Gaza assault”. Dati sull’attacco del 7 ottobre 2023, commemorazioni, richiesta di un’inchiesta indipendente e situazione nella Striscia di Gaza.</p>
<p><strong>Presidenza dello Stato di Israele, 7 ottobre 2026</strong> — comunicazione ufficiale sull’accensione della candela commemorativa alle ore 6.29 da parte del presidente Isaac Herzog e della First Lady Michal Herzog.</p>
<p><strong>National Insurance Institute of Israel, ottobre 2026</strong> — dati ufficiali relativi alle vittime civili, agli ostaggi e alle persone riconosciute come vittime di atti ostili dal 7 ottobre 2023.</p>
<p><strong>UNICEF, 2026</strong> — Humanitarian Action for Children, State of Palestine: dati aggiornati su minori, sfollamento e danni alle strutture scolastiche nella Striscia di Gaza.</p>
</div>
<div class="fm-copyright">© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
</div>
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		<title>NAZA, perché vederlo e farlo vedere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 14:48:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>NAZA, perché vederlo e farlo vedere Non per uscire dalla sala tutti con la stessa opinione. Ma per domandarci che cosa accade quando un essere umano diventa un dato, un&#8230;</p>
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<p class="pip-subtitle">Non per uscire dalla sala tutti con la stessa opinione. Ma per domandarci che cosa accade quando un essere umano diventa un dato, un obiettivo, una probabilità e la tecnologia aumenta la distanza dalle conseguenze delle nostre decisioni.</p>
<div class="pip-meta"></div>
<div class="pip-note">
<h6><strong><span class="pip-note-title" style="color: #339966;">Nota editoriale</span></strong></h6>
<p>Questo articolo distingue deliberatamente tra fatti documentati, testimonianze raccolte dal documentario <em>NAZA</em>, posizioni ufficiali delle parti coinvolte e interpretazione giornalistica dell’autore. Le dichiarazioni dei 24 appartenenti o ex appartenenti all’apparato militare e di intelligence israeliano rappresentate nel film sono testimonianze anonime: la loro presenza nel documentario non equivale, di per sé, a un accertamento giudiziario dei singoli fatti raccontati. Sono riportate inoltre le contestazioni formulate dalle Israel Defense Forces e il lavoro di verifica dichiarato dagli autori e dalle testate giornalistiche coinvolte nell’inchiesta.</p>
<p>L’articolo non afferma che sistemi di intelligenza artificiale decidano autonomamente chi colpire, né attribuisce alla tecnologia una responsabilità morale propria. La riflessione proposta riguarda invece il rapporto tra strumenti tecnologici, linguaggio, distanza operativa e responsabilità delle persone che prendono parte ai processi decisionali. Il riferimento agli attacchi del 7 ottobre 2023 è mantenuto come parte necessaria del contesto storico e non viene utilizzato né per giustificare né per attenuare eventuali violazioni successive. Dove il testo formula domande sulla disumanizzazione e sulla responsabilità, si tratta esplicitamente di analisi e interpretazione editoriale.</p>
</div>
<p class="pip-lead">C’è un dato che, da solo, racconta qualcosa. <em>NAZA</em> era arrivato nelle sale italiane come evento di tre giorni, dal 28 al 30 settembre. Nei primi due giorni ha superato 1,09 milioni di euro di incasso e 146 mila spettatori, conquistando il primo posto al box office italiano. La programmazione è stata quindi prolungata oltre la finestra inizialmente prevista.<span style="color: #0000ff;"> <sup>[1]</sup> <sup>[2]</sup></span></p>
<p>Per un documentario di questo tipo non è un risultato ordinario.</p>
<p>Ma forse la domanda interessante non è quanti lo stanno guardando.</p>
<p>È <strong>perché dovremmo guardarlo</strong>.</p>
<p>E, ancora di più, perché potrebbe avere senso non limitarsi a vederlo individualmente, ma farlo diventare occasione di confronto nelle scuole, nelle comunità, nei gruppi, nei luoghi di formazione e nelle famiglie.</p>
<p>Non perché <em>NAZA</em> contenga tutta la verità sulla guerra di Gaza.</p>
<p>Non la contiene.</p>
<p>Nessun documentario di ottanta minuti potrebbe farlo.</p>
<p>Ma perché ci costringe a osservare qualcosa che rischia di rimanere invisibile: <strong>il modo in cui una persona può progressivamente scomparire dietro una procedura</strong>.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Ventiquattro voci dall’interno</span></h2>
<p><em>NAZA</em> è diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro autori di <em>No Other Land</em>, il documentario vincitore dell’Oscar nel 2025. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026, <em>NAZA</em> ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria. <span style="color: #0000ff;"><sup>[3]</sup></span></p>
<p>Il film è costruito attorno alle testimonianze di 24 appartenenti o ex appartenenti all’apparato militare e di intelligence israeliano. Le loro identità sono protette e le conversazioni sono state filmate prevalentemente di notte sui tetti di Tel Aviv. <sup><a href="https://www.paeseitaliapress.it/storia-arte-cultura/cinema/2026/10/01/naza-perche-vederlo-e-farlo-vedere/#fonte4">[4]</a></sup></p>
<p>Il titolo stesso contiene già una parte della questione.</p>
<p>“NAZA” richiama un acronimo militare utilizzato per indicare il cosiddetto <em>danno collaterale</em>, cioè anche il numero di civili che si prevede possano essere uccisi durante un attacco. <sup>[3]</sup></p>
<div class="pip-question">Che cosa succede quando una vita umana entra dentro un sistema come un numero?</div>
<h2><span style="color: #339966;">Quando la persona diventa un dato</span></h2>
<p>La guerra ha sempre avuto bisogno di distanza.</p>
<p>Distanza fisica dal nemico. Distanza psicologica. Distanza linguistica.</p>
<p>Non diciamo più necessariamente uomo, donna, bambino.</p>
<p>Diciamo obiettivo. Target. Danno collaterale. Probabilità. Soglia accettabile.</p>
<p><em>NAZA</em> aggiunge a questa distanza una dimensione che riguarda profondamente il nostro tempo: <strong>la tecnologia</strong>.</p>
<p>Le testimonianze raccolte nel documentario descrivono sistemi di sorveglianza, elaborazione dei dati e strumenti basati anche sull’intelligenza artificiale impiegati nel processo di individuazione dei possibili obiettivi. Il film sviluppa precedenti inchieste pubblicate da <em>The Guardian</em>, +972 Magazine e Local Call.<span style="color: #0000ff;"> <sup>[3]</sup> <sup>[4]</sup></span></p>
<p>Ed è forse qui che il film incontra una questione che va ben oltre questo conflitto.</p>
<p>La tecnologia può consentirci di vedere più lontano, elaborare più informazioni, individuare più velocemente qualcosa o qualcuno.</p>
<p>Ma può anche aumentare la distanza tra <strong>l’azione e la percezione delle sue conseguenze</strong>.</p>
<p>Un essere umano osservato attraverso uno schermo può diventare un punto.</p>
<p>Un’abitazione una coordinata.</p>
<p>Una famiglia una probabilità statistica.</p>
<p>Non è la tecnologia, da sola, a prendere necessariamente la decisione. Ma la tecnologia può modificare il modo in cui l’essere umano percepisce ciò su cui sta decidendo.</p>
<p>Ed è una domanda che non riguarda soltanto gli eserciti.</p>
<p>Riguarda la società digitale che stiamo costruendo.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Il problema del “piccolo ingranaggio”</span></h2>
<p>C’è un altro elemento che il documentario porta in primo piano: la frammentazione della responsabilità.</p>
<p>Qualcuno raccoglie informazioni.</p>
<p>Qualcun altro sviluppa o utilizza un sistema.</p>
<p>Un altro individua l’obiettivo.</p>
<p>Un altro ancora autorizza.</p>
<p>Qualcun altro esegue.</p>
<p>Ogni persona può vedere soltanto una parte del processo.</p>
<div class="pip-question">Quando una decisione viene distribuita tra molte persone, procedure e tecnologie, di chi è la responsabilità finale?</div>
<p>È facile sentirsi un piccolo ingranaggio.</p>
<p>“Il mio compito era tecnico.”</p>
<p>“Non ero io a decidere.”</p>
<p>“Mi occupavo soltanto di quella parte.”</p>
<p>Eppure una catena di decisioni rimane fatta di persone.</p>
<p>È forse una delle questioni più inquietanti poste da <em>NAZA</em>: quanto sia possibile partecipare a un sistema senza percepirsi pienamente responsabili del risultato prodotto da quel sistema.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Ma un documentario non è un tribunale</span></h2>
<p>Proprio perché le accuse e le testimonianze contenute nel film sono estremamente gravi, <em>NAZA</em> deve essere guardato anche con gli strumenti del giornalismo.</p>
<p>Le 24 fonti sono anonime. Lo spettatore non può quindi verificarne direttamente identità, ruolo e grado di conoscenza dei singoli fatti raccontati.</p>
<p>L’esercito israeliano ha respinto le accuse formulate nel film e ha contestato, tra gli altri aspetti, proprio l’uso delle testimonianze anonime, sostenendo che dall’esterno non sia possibile verificarne identità, incarichi e coinvolgimento nei fatti descritti. <span style="color: #0000ff;"><sup>[5]</sup></span></p>
<p><em>The Guardian</em>, produttore del documentario e testata che ha partecipato alle precedenti inchieste sulle quali il film si basa, ha invece affermato che le testimonianze delle fonti confidenziali sono state verificate nell’ambito di oltre tre anni di lavoro giornalistico. <span style="color: #0000ff;"><sup>[6]</sup></span></p>
<div class="pip-factbox">
<p><span class="pip-factbox-title">Il contesto che non può essere cancellato</span>Il 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono un attacco coordinato contro Israele. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha riferito, sulla base di fonti israeliane, di oltre 1.200 persone uccise, almeno 809 delle quali civili, e di almeno 252 persone rapite e portate a Gaza. La stessa Commissione ha documentato gravi violazioni del diritto internazionale, tra cui uccisioni di civili e presa di ostaggi. <sup><span style="color: #0000ff;">[7]</span></sup></p>
</div>
<p>Guardare <em>NAZA</em> non richiede di cancellare tutto questo.</p>
<p>E raccontare il 7 ottobre non rende meno necessario interrogarsi su ciò che è accaduto dopo.</p>
<p>Le due realtà possono essere guardate contemporaneamente.</p>
<p>È forse proprio questo uno dei compiti più difficili del giornalismo e della coscienza: <strong>non avere bisogno di cancellare il dolore dell’uno per riconoscere quello dell’altro</strong>.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Perché allora farlo vedere?</span></h2>
<p>Non per dire a qualcuno che cosa deve pensare di Israele.</p>
<p>Non per costruire un’altra tifoseria.</p>
<p>Non per sostituire una propaganda con un’altra.</p>
<p>E neppure per trasformare un film in una sentenza.</p>
<p>Lo farei vedere per fermarci davanti ad alcune domande.</p>
<ul class="pip-question-list">
<li>Che cosa accade quando il linguaggio rende più sopportabile ciò che nella realtà sarebbe insopportabile?</li>
<li>Che cosa cambia quando una persona diventa un numero?</li>
<li>Che cosa succede quando una procedura distribuisce la responsabilità fino quasi a farla scomparire?</li>
<li>Uno schermo modifica il nostro rapporto con le conseguenze delle nostre azioni?</li>
<li>La distanza tecnologica modifica anche la nostra responsabilità morale?</li>
</ul>
<p>Sono interrogativi che <em>NAZA</em> porta dentro una guerra, ma che appartengono anche al mondo nel quale viviamo.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Vederlo insieme</span></h2>
<p>Forse è questa la ragione più interessante per far vedere un documentario come <em>NAZA</em>.</p>
<p>Non organizzare semplicemente una proiezione.</p>
<p>Organizzare <strong>una conversazione dopo la proiezione</strong>.</p>
<p>In una scuola, per esempio, non chiederei ai ragazzi: “Chi ha ragione?”.</p>
<p>Chiederei piuttosto:</p>
<div class="pip-question">In quale momento, nel film, avete smesso di vedere un numero e avete ricominciato a vedere una persona?</div>
<p>E poi aggiungerei una seconda domanda:</p>
<div class="pip-question">Esistono situazioni nella nostra vita digitale nelle quali facciamo o diciamo qualcosa proprio perché lo schermo ci impedisce di vedere immediatamente le conseguenze sull’altro?</div>
<p>A quel punto Gaza non sarebbe più soltanto qualcosa che accade a migliaia di chilometri da noi.</p>
<p>La domanda arriverebbe molto più vicino.</p>
<p>Perché la disumanizzazione non comincia necessariamente con una bomba.</p>
<p>Può cominciare molto prima.</p>
<p>Comincia ogni volta che dell’altro resta soltanto una categoria.</p>
<p>Un profilo.</p>
<p>Un numero.</p>
<p>Un nemico.</p>
<p>Un dato.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Uscire dalla sala senza una risposta</span></h2>
<p>Forse un buon documentario non dovrebbe consegnarci una risposta pronta.</p>
<p>Dovrebbe renderci più difficile continuare a utilizzare quelle che avevamo prima.</p>
<p>È possibile uscire da <em>NAZA</em> contestando alcune sue scelte.</p>
<p>È possibile domandarsi che cosa manchi.</p>
<p>È possibile cercare altre fonti, ascoltare altre testimonianze e verificare le accuse che presenta.</p>
<p>Anzi, dovremmo farlo.</p>
<p>Ma rimane una domanda dalla quale è più difficile sottrarsi:</p>
<div class="pip-question">Che cosa succede all’essere umano quando smette di vedere nell’altro un essere umano?</div>
<p>Non riguarda soltanto Israele.</p>
<p>Non riguarda soltanto Gaza.</p>
<p>Non riguarda soltanto la guerra.</p>
<p>Riguarda ogni sistema nel quale tecnologia, linguaggio e distanza rischiano di separarci dalle conseguenze delle nostre azioni.</p>
<p>Per questo <em>NAZA</em> può diventare qualcosa di più di un film da vedere.</p>
<p>Può diventare <strong>una domanda da abitare insieme</strong>.</p>
<p>E forse il modo più serio di farlo vedere non è dire agli altri quale conclusione devono trarne.</p>
<p>È restare, dopo che lo schermo diventa nero, abbastanza a lungo da ascoltare quello che quella domanda provoca in ciascuno di noi.</p>
<div class="pip-separator"></div>
<div class="pip-sources">
<h3>Fonti</h3>
<ol>
<li id="fonte1"><a href="https://cinetel.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Cinetel – dati Box Office Italia </a>.</li>
<li id="fonte2"><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2026/09/28/naza-il-documentario-dei-premi-oscar-yuval-abraham-e-rachel-szor-arriva_270ce43a-44d4-4d22-a9df-499f4ee2aca9.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ANSA – “Naza, il documentario dei premi Oscar Yuval Abraham e Rachel Szor arriva in sala”, 28 settembre 2026 </a>.</li>
<li id="fonte3"><a href="https://www.labiennale.org/it/cinema/2026/venezia-83-concorso/naza" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La Biennale di Venezia – scheda ufficiale di NAZA, Venezia 83 </a>.</li>
<li id="fonte4"><a href="https://www.theguardian.com/world/2026/sep/10/secret-systems-used-by-israel-in-mass-killings-of-gaza-civilians-revealed-in-new-film" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Guardian – “Secret systems used by Israel in mass killings of Gaza civilians revealed in new film”, 10 settembre 2026 </a>.</li>
<li id="fonte5"><a href="https://www.idf.il/en/mini-sites/israel-hamas-war-gaza/articles-israel-hamas-war-gaza/distributions-swords-of-iron-war-gaza/the-idf-spokesperson-s-response-following-the-publication-of-the-movie-naza/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Israel Defense Forces – risposta ufficiale dell’IDF alla pubblicazione di NAZA </a>.</li>
<li id="fonte6"><a href="https://www.theguardian.com/gnm-press-office/2026/sep/14/a-guardian-statement-on-naza" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Guardian – statement su NAZA e sul lavoro di verifica delle fonti </a>.</li>
<li id="fonte7"><a href="https://www.un.org/unispal/document/coi-report-a-hrc-56-26-27may24/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Nazioni Unite – Independent International Commission of Inquiry, rapporto A/HRC/56/26 </a>.</li>
</ol>
</div>
<div class="pip-signature"><strong>Francesco Mazzarella</strong></div>
<div>© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/01/naza-perche-vederlo-e-farlo-vedere/">NAZA, perché vederlo e farlo vedere</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Gaza, tra le macerie qualcuno prepara ancora una classe</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/28/gaza-tra-le-macerie-qualcuno-prepara-ancora-una-classe/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=gaza-tra-le-macerie-qualcuno-prepara-ancora-una-classe</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 14:06:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Luci di speranza 🌟]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[classe]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[lezioni in presenza]]></category>
		<category><![CDATA[ritorno alla quotidianità]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[segnale di seranza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="427" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/gaza-scuola-e1790603973591.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>Dopo quasi tre anni centinaia di migliaia di bambini tornano alle lezioni in presenza. Quasi tutti gli edifici scolastici sono stati danneggiati e molte classi vivono in tende e spazi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/28/gaza-tra-le-macerie-qualcuno-prepara-ancora-una-classe/">Gaza, tra le macerie qualcuno prepara ancora una classe</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="427" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/gaza-scuola-e1790603973591.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p><p class="pip-subtitle"><em><strong>Dopo quasi tre anni centinaia di migliaia di bambini tornano alle lezioni in presenza. Quasi tutti gli edifici scolastici sono stati danneggiati e molte classi vivono in tende e spazi provvisori. Tornare a scuola, però, significa anche provare a ricostruire relazioni, tempi e una piccola parte di quotidianità.</strong></em></p>
<h1>Gaza, tra le macerie qualcuno prepara ancora una classe</h1>
<p class="pip-lead">i sono luoghi nei quali preparare una classe significa aprire una porta, sistemare i banchi, scrivere una data sulla lavagna.</p>
<p>A Gaza, oggi, può significare molto altro.</p>
<p>Trovare una tenda. Recuperare uno spazio dentro un edificio danneggiato. Distribuire quaderni e matite. Cercare acqua. Fare entrare dei bambini che per quasi tre anni non hanno più conosciuto la scuola come l’avevano conosciuta prima.</p>
<p>E poi cominciare una lezione.</p>
<blockquote><p>Non è il ritorno alla normalità. È il tentativo di ricostruirne un piccolo pezzo.</p></blockquote>
<h2>Tornare in presenza dopo quasi tre anni</h2>
<p>Il nuovo anno scolastico nella Striscia di Gaza è iniziato il <strong>19 settembre 2026</strong>.</p>
<p>Secondo Reuters, centinaia di migliaia di studenti sono tornati alle lezioni in presenza per la prima volta in quasi tre anni.</p>
<p>Ma parlare semplicemente di “riapertura delle scuole” rischia di produrre un’immagine che non corrisponde alla realtà.</p>
<p>Perché moltissime di quelle scuole, semplicemente, non esistono più nelle condizioni in cui esistevano prima della guerra.</p>
<div class="pip-factbox">
<h3>I numeri dell’istruzione a Gaza</h3>
<p>Secondo UNICEF, circa il <strong>98% degli edifici scolastici</strong> della Striscia risulta danneggiato.</p>
<p>Oltre il <strong>93%</strong> necessita di una ricostruzione completa o di interventi importanti e circa l’<strong>81%</strong> degli edifici scolastici è stato colpito direttamente.</p>
<p>UNICEF ha stimato inoltre circa <strong>658.000 bambini in età scolare</strong> da riportare all’apprendimento.</p>
</div>
<p>Sono numeri che cambiano il significato stesso dell’espressione <strong>“tornare a scuola”</strong>.</p>
<h2>Una scuola può essere anche una tenda</h2>
<p>Nei mesi precedenti alla riapertura, l’istruzione non era scomparsa completamente.</p>
<p>Organizzazioni internazionali e realtà umanitarie avevano costruito una rete di spazi temporanei di apprendimento.</p>
<p>OCHA riferiva che nella prima metà del 2026 circa <strong>435 mila bambini</strong> avevano potuto accedere a forme strutturate di istruzione attraverso centinaia di questi spazi.</p>
<p>Alla vigilia del nuovo anno scolastico risultavano operativi <strong>359 spazi temporanei di apprendimento</strong>, gestiti da 22 partner umanitari.</p>
<p>Erano state predisposte oltre <strong>155 mila borse scolastiche</strong> e più di mille kit didattici.</p>
<p>A Khan Younis e Deir al-Balah alcune aule precedentemente utilizzate come rifugi per persone sfollate erano state nuovamente destinate all’insegnamento.</p>
<p>Sono piccoli movimenti dentro una devastazione enorme.</p>
<p>Ma raccontano qualcosa.</p>
<blockquote><p>Quando l’edificio non c’è più, qualcuno prova comunque a costruire una scuola.</p></blockquote>
<h2>«Non andavo a scuola da tre anni»</h2>
<p>Tra gli studenti tornati in classe c’è Moayed Abu Mustafa, di Khan Younis.</p>
<p>Intervistato da Reuters, ha raccontato che non frequentava una scuola da tre anni e ha descritto il ritorno alle lezioni come un momento di gioia e di speranza per il proprio futuro.</p>
<p>Ma le immagini dei bambini nuovamente seduti davanti a un insegnante non devono far pensare che ciò che li circonda sia tornato normale.</p>
<p>Un reportage pubblicato da ABC News Australia racconta lezioni svolte in strutture danneggiate e spazi improvvisati, il caldo dentro le tende, la difficoltà di reperire acqua e bambini che continuano a convivere con la paura.</p>
<p>Una docente racconta anche un’altra conseguenza della guerra: bambini costretti ad assumere responsabilità molto più grandi della loro età.</p>
<p>È qui che il ritorno a scuola assume un significato che supera il recupero delle materie perdute.</p>
<h2>Non soltanto matematica e grammatica</h2>
<p>Un bambino ha bisogno di imparare a leggere, scrivere, fare di conto.</p>
<p>Ma ha bisogno anche di sapere che domani, possibilmente, esisterà qualcosa che assomiglia a oggi.</p>
<p>Una campanella. Un orario. Un insegnante. Un compagno seduto accanto. Una domanda alla quale provare a rispondere. Una ricreazione. Una pagina da terminare.</p>
<p>Sono cose ordinarie.</p>
<p>Ed è proprio la loro ordinarietà a renderle straordinarie quando intorno quasi nulla è ordinario.</p>
<p>Per UNICEF, gli spazi educativi creati nella Striscia non servono infatti soltanto all’apprendimento. Sono anche luoghi nei quali offrire attività ricreative, protezione e sostegno psicosociale ai bambini.</p>
<p>La scuola torna così alla sua funzione più elementare e forse più profonda: <strong>essere un luogo di relazione.</strong></p>
<h2>La scuola come relazione</h2>
<p>Possiamo ricostruire un edificio.</p>
<p>Possiamo consegnare un libro.</p>
<p>Possiamo montare una tenda.</p>
<p>Ma educare richiede sempre qualcosa di più.</p>
<p>Richiede qualcuno che insegni e qualcuno che impari.</p>
<p>Qualcuno che aspetti un bambino la mattina.</p>
<p>Qualcuno che pronunci il suo nome.</p>
<p>Qualcuno che gli dica che esiste ancora un domani per il quale vale la pena prepararsi.</p>
<blockquote><p>La scuola è anche questo: una relazione che introduce il futuro nel presente.</p></blockquote>
<p>Ed è forse per questo che una classe organizzata tra edifici distrutti e tende può raccontare qualcosa che nessuna statistica riesce completamente a misurare.</p>
<h2>Non chiamiamola normalità</h2>
<p>Sarebbe sbagliato concludere dicendo che Gaza sta tornando alla normalità.</p>
<p>Non è così.</p>
<p>Le infrastrutture scolastiche sono devastate. Molti bambini hanno vissuto lutti, sfollamenti, paura e interruzioni prolungate dell’istruzione. Le condizioni materiali nelle quali si insegna rimangono estremamente difficili.</p>
<p>Una tenda non sostituisce una scuola.</p>
<p>Una borsa con alcuni quaderni non cancella ciò che un bambino ha attraversato.</p>
<p>E tornare a sedersi davanti a un insegnante non significa avere lasciato la guerra alle spalle.</p>
<p>Ma proprio per questo vale la pena guardare ciò che sta accadendo.</p>
<p>Non per cercare una consolazione.</p>
<p><strong>Per riconoscere una risposta.</strong></p>
<p>Perché mentre una parte enorme degli edifici scolastici di Gaza deve essere ricostruita, qualcuno ha già cominciato a ricostruire ciò che viene prima dei muri:</p>
<p><strong>la relazione educativa.</strong></p>
<p>Un insegnante.<br />
Un bambino.<br />
Un quaderno.<br />
Una lezione.</p>
<p>E, almeno per qualche ora, la possibilità di immaginare che esista ancora un domani.</p>
<div class="pip-hope">
<div class="pip-hope-label">Luci di speranza</div>
<p><strong>La speranza raccontata qui non consiste nel dire che la situazione di Gaza stia tornando normale.</strong></p>
<p>Consiste nel documentare qualcosa di molto più piccolo e concreto: mentre quasi tutto intorno deve essere ricostruito, insegnanti, famiglie, organizzazioni umanitarie e bambini stanno provando a ricostruire uno spazio nel quale sia ancora possibile imparare.</p>
<p>Non cancella la devastazione. Ma esiste dentro di essa.</p>
</div>
<div class="pip-editorial-note">
<h3>Nota editoriale</h3>
<p><strong>Perché inseriamo questa storia nelle  “Luci di speranza”</strong></p>
<p>“Luci di speranza” non indica necessariamente buone notizie e non vuole attenuare la gravità dei contesti raccontati.</p>
<p>La situazione dell’istruzione nella Striscia di Gaza rimane drammatica. I dati disponibili documentano una distruzione vastissima delle infrastrutture scolastiche e condizioni estremamente difficili per studenti, famiglie e insegnanti.</p>
<p>La luce che raccontiamo è un fatto diverso e circoscritto: <strong>la ricostruzione di spazi educativi e il ritorno di bambini e insegnanti a una relazione scolastica in presenza nonostante quelle condizioni.</strong></p>
<p><strong>Fatti verificati:</strong> ripresa dell’anno scolastico in presenza; diffusione degli spazi temporanei di apprendimento; gravissimi danni agli edifici scolastici; distribuzione di materiale didattico.</p>
<p><strong>Testimonianze:</strong> le esperienze individuali di studenti e insegnanti riportate dalle fonti giornalistiche citate.</p>
<p><strong>Analisi editoriale:</strong> la lettura della scuola come luogo non soltanto di apprendimento ma anche di relazione, continuità e ricostruzione della quotidianità.</p>
<p>L’inserimento della storia nelle “Luci di speranza” non costituisce quindi una valutazione positiva della situazione generale di Gaza, ma documenta una risposta umana concreta all’interno di una realtà che rimane drammatica.</p>
</div>
<div class="pip-sources">
<h3>Fonti</h3>
<div class="pip-source"><strong>UNICEF – State of Palestine, Education Humanitarian Situation Update, 30 aprile 2026</strong><br />
Dati sul danneggiamento degli edifici scolastici, sulla necessità di ricostruzione e sulla popolazione scolastica coinvolta.<br />
<a href="https://www.unicef.org/sop/media/6361/file/Humanitarian%20Situation%20Update%20-%2030%20April%202026%20-%20Education.pdf.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Documento UNICEF</a></div>
<div class="pip-source"><strong>UNICEF – Children in Gaza need urgent international support to get them back learning</strong><br />
Approfondimento sul ritorno all’apprendimento, sugli spazi educativi temporanei e sulla funzione educativa e psicosociale della scuola.<br />
<a href="https://www.unicef.org/sop/stories/gazas-children-need-urgent-international-support-get-them-back-learning" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Approfondimento UNICEF</a></div>
<div class="pip-source"><strong>United Nations OCHA – Humanitarian Situation Report, 4 settembre 2026</strong><br />
Dati sugli spazi temporanei di apprendimento, sui materiali scolastici e sul recupero di aule precedentemente utilizzate come rifugi.<br />
<a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-4-september-2026" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Rapporto OCHA</a></div>
<div class="pip-source"><strong>United Nations OCHA – Humanitarian Situation Report, 16 luglio 2026</strong><br />
Dati sull’accesso di centinaia di migliaia di bambini a forme strutturate di apprendimento nella prima metà del 2026.<br />
<a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-16-july-2026" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Rapporto OCHA</a></div>
<div class="pip-source"><strong>Reuters – 21 settembre 2026, “Gaza students return to in-person schooling for first time in three years”</strong><br />
Documentazione del ritorno alle lezioni in presenza e testimonianza dello studente Moayed Abu Mustafa.</div>
<div class="pip-source"><strong>ABC News Australia – 27 settembre 2026</strong><br />
Reportage sulle condizioni nelle quali alcuni bambini di Gaza stanno tornando alle lezioni, comprese tende e strutture danneggiate.<br />
<a href="https://www.abc.net.au/news/2026-09-27/children-return-to-in-person-schooling-in-gaza/107186748" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Leggi il reportage</a></div>
</div>
<div class="pip-end"></div>
<p class="pip-copyright">© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/28/gaza-tra-le-macerie-qualcuno-prepara-ancora-una-classe/">Gaza, tra le macerie qualcuno prepara ancora una classe</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>L’ipocrisia del 7 ottobre</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2025/10/11/lipocrisia-del-7-ottobre/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=lipocrisia-del-7-ottobre</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 16:44:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[7 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Due anni dopo il 7 ottobre, la premier Meloni piange ancora le vittime israeliane ma tace sul massacro di Gaza. L’indignazione a orologeria è ormai la vera politica estera italiana&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/10/11/lipocrisia-del-7-ottobre/">L’ipocrisia del 7 ottobre</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/ipocr-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p><strong><em>Due anni dopo il 7 ottobre, la premier Meloni piange ancora le vittime israeliane ma tace sul massacro di Gaza. L’indignazione a orologeria è ormai la vera politica estera italiana</em></strong></p>
<p>di <strong>Massimo Reina</strong></p>
<p>Ho voluto aspettare qualche giorno prima di scrivere.<br />
Lasciare che le parole si depositassero, che la retorica si sgonfiasse, che la solita sfilata di indignazioni da talk show finisse di girare il proprio carosello.<br />
<strong>Solo allora ho riletto</strong> le dichiarazioni di Giorgia Meloni: “L’ignominia del massacro compiuto dai terroristi di Hamas contro migliaia di civili inermi e innocenti israeliani.”</p>
<p>Parole solenni, pronunciate come si recitano i dogmi davanti a un altare.<br />
Eppure, mentre la premier si commuove per le vittime israeliane, migliaia di palestinesi continuano a morire a Gaza — bruciati, sepolti, smembrati — senza che da Palazzo Chigi arrivi una sola parola di vera compassione.</p>
<p><strong>Dal 7 ottobre di due anni fa</strong>, il mondo è cambiato solo per chi non guarda.<br />
Israele ha trasformato la rappresaglia in programma di governo e l’Occidente in un coro di giustificazioni. Non è più una “reazione sproporzionata”: è un genocidio in diretta, con la benedizione diplomatica di chi dovrebbe fermarlo.</p>
<p>Ospedali bombardati con i feriti ancora dentro. Fosse comuni accanto ai pronto soccorso. Bambini estratti a pezzi dalle macerie. Intere famiglie sterminate in una notte. Giornalisti, medici, volontari uccisi a centinaia.<br />
E tutto questo con le nostre armi, i nostri droni, il nostro silenzio. Ma per Giorgia Meloni, “donna delle istituzioni”, resta soltanto una “reazione andata oltre ogni principio di proporzionalità”. Una frase che passerà alla storia per la sua glaciale ipocrisia. Come dire che Hiroshima fu “una risposta un po’ esagerata”.</p>
<h3>L’indignazione selettiva</h3>
<p>Meloni piange — giustamente — gli israeliani uccisi da Hamas. Ma ignora — colpevolmente — i 40.000 palestinesi uccisi da Israele. È la solita aritmetica occidentale del dolore: i morti di serie A e quelli di serie B.<br />
I primi hanno nomi, fotografie, funerali di Stato e ricordi solenni.<br />
I secondi, numeri in fondo a un comunicato ONU.</p>
<p>Eppure, tra quelle macerie, c’erano bambini, madri, anziani. Non terroristi, ma persone. Quelle stesse persone che la premier — e con lei l’intero occidente “civile” — fingono di non vedere per non turbare i rapporti con il “governo amico” di Tel Aviv.</p>
<h3>Il bavaglio della complicità</h3>
<p>Meloni parla di “crisi senza precedenti in Medio Oriente”. Vero. Ma non dice che la crisi l’ha scatenata chi ha deciso di cancellare Gaza dalla mappa. Chi ha tagliato acqua, elettricità, cibo, medicinali. Chi tiene prigionieri due milioni di esseri umani in una striscia di terra grande quanto la provincia di Lecce.<br />
E lo chiama “diritto all’autodifesa”.</p>
<p>In un mondo normale, un premier europeo denuncerebbe questa barbarie.<br />
Invece il nostro la giustifica.<br />
La giustifica con toni da nota diplomatica, come se il genocidio fosse una fastidiosa eccedenza di protocollo.</p>
<p>E non è questione di partigianeria, né di simpatie politiche.<br />
Chi scrive non è contro questo governo, né tantomeno fa il tifo per il PD — che anzi, in questa tragedia, riesce a essere persino peggiore. Ipocrita, opportunista, pavido: capace solo di finti distinguo, di “umanitarismo da talk show”, di post su X per racimolare qualche voto tra gli indignati a giorni alterni.<br />
Sono gli stessi che parlano di pace e democrazia mentre votano per l’invio di armi, fingendo di non sapere dove andranno a finire.</p>
<h3>La morale a intermittenza</h3>
<p>Meloni, con la consueta retorica da catechismo patriottico, parla di “civiltà occidentale” e di “difesa dei valori”. Ma quali valori?<br />
Quelli di un’Europa che si commuove per gli ostaggi israeliani ma non per i bambini palestinesi decapitati dalle bombe?<br />
Quelli di un’Italia che firma accordi militari con chi distrugge ospedali e scuole, mentre il Papa implora di fermare la carneficina?</p>
<p>La verità è che il governo italiano, come quasi tutti i governi europei, si è inginocchiato di fronte al più spietato dei ricatti: quello di chi si proclama vittima eterna per legittimare ogni atrocità.<br />
E Meloni, pur di restare sotto l’ombrello degli “alleati”, recita la parte dell’equilibrista morale: condanna Hamas, assolve Israele, e chiama “tragedia” ciò che è un crimine di guerra.</p>
<h3>Quando il silenzio uccide</h3>
<p>Nel frattempo, a Gaza, i droni continuano a ronzare, i bulldozer continuano a spianare, i cecchini continuano a colpire chi tenta di scavare tra le macerie.<br />
È la più lunga esecuzione pubblica della storia recente.<br />
E noi — governo, opposizione, media — siamo lì, a guardare.</p>
<p>In fondo, lo sappiamo: se Meloni osasse dire la verità, verrebbe massacrata dagli stessi che oggi la applaudono. Meglio fingere equilibrio, usare parole che non significano nulla.<br />
Meglio parlare di “crisi” e non di “genocidio”. Meglio “reazione sproporzionata” che “crimine di Stato”.</p>
<p>Ma la storia non dimentica.<br />
E un giorno, quando i tribunali internazionali e la coscienza collettiva presenteranno il conto, scopriremo che il vero crimine non fu solo quello di chi bombardava, ma anche di chi taceva.</p>
<p>Chi tace, chi minimizza, chi bilancia il dolore come un contabile della diplomazia, non è neutrale: è complice.<br />
E il silenzio dei complici, come sempre, è più assordante delle bombe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La flottiglia dei buoni sentimenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore della Gazzetta italo brasiliana e presidente dell'Associazione Stampa Italiana in Brasile]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Oct 2025 12:23:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[diritto internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Flotilla]]></category>
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		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
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<p>Vele spiegate verso Gaza, tra illusioni romantiche e realtà che non fa sconti C’è sempre una parte d’Italia, e d’Europa, che, quando sente odore di avventura, non resiste. La chiamano&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-1536x864.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG_0580-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p class="s2"><span class="s6">Vele spiegate verso Gaza, tra illusioni romant</span><span class="s6">iche e realtà che non fa sconti</span></p>
<p class="s7">C’è sempre una parte d’Italia, e d’Europa, che, quando sente odore di avventura, non resiste. La chiamano solidarietà internazionale, ma somiglia molto a un turismo dell’indignazione. Così la Global Sumud Flotilla è partita: un’armata Brancaleone in barca a vela che gioca con il diritto internazionale come fosse la tombola di Natale.</p>
<p class="s7">Gli avvertimenti erano chiari: Mattarella, Meloni, Tajanihanno parlato. Ma per queste orecchie, avvezze solo al suono del vento, erano parole al… vento.<br />
Alla linea di confine delle acque israeliane non li attende la gloria, bensì l’avviso di dantesca memoria: <span class="s8">“Lasciate </span><span class="s8">ogne </span><span class="s8">speranza, voi ch’</span><span class="s8">intrate</span><span class="s8">.”</span> E magari un drone, più eloquente di mille sermoni.</p>
<p class="s7">È un po’ come se un gruppo di suffragette si spingesse oltre il fronte russo in Ucraina con l’intento di portare conforto. Lodevole, certo. Anche eroico. Ma soprattutto inutile. Perché la realtà, crudele com’è, non ha tempo da perdere con i gesti simbolici.</p>
<p class="s7">E allora ci siamo: nei prossimi giorni la storia avrà il suo epilogo. Giro di boa e ritorno a casa, con annesso racconto epico davanti alle telecamere, oppure arresto e rispedizione al mittente. In ogni caso, un nulla di fatto.</p>
<p class="s7">Nel frattempo, alle porte d’Europa, Putin si diverte a farci sudare con i suoi droni e i suoi missili. E noi, invece di preoccuparci del serio, stiamo dietro a chi confonde la geopolitica, con rispetto parlando, con la Barcolana.</p>
<p class="s7">Poveri noi.</p>
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		<title>La favola nera di Gaza: una volta c’era, domani non più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2025 12:14:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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<p>Non è una fiaba, ma il suo rovescio. Un popolo trasformato in bersaglio. Una città che brucia e si spegne. Un genocidio scritto con bombe e silenzi. La favola nera&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p><strong>Non è una fiaba, ma il suo rovescio.</strong> <strong>Un popolo trasformato in bersaglio.</strong> <strong>Una città che brucia e si spegne.</strong> <strong>Un genocidio scritto con bombe e silenzi.</strong> <strong>La favola nera di Gaza: una volta c’era, domani forse non più.</strong></p>
<p><strong>di Massimo Reina per Giornalisti Senza Frontiere</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>Prefazione dell’autore: Gaza, maggio 2024</strong></p>
<p><em>Ho camminato tra le macerie di Gaza con la sensazione di entrare in un libro che non avrei mai voluto leggere. Ogni passo sollevava polvere e silenzio, interrotto solo dal pianto dei sopravvissuti. Non era un campo di battaglia, ma una città che respirava l’odore della morte: vestiti bruciati, bambole sventrate, fotografie strappate. Ho visto bambini senza futuro e anziani senza memoria. E ho pensato che, un giorno, quando tutto sarà finito, qualcuno comincerà a raccontare: “C’era una volta Gaza”.</em></p>
<p><strong>C’era una volta Gaza.</strong> È terribile anche solo scriverlo al passato, come se fosse già un capitolo chiuso, un luogo sepolto sotto le macerie della Storia. Ma la verità è che quel capitolo lo stanno scrivendo ora, riga dopo riga, con il sangue di donne, bambini e anziani. Una favola nera, senza lieto fine, in cui i protagonisti non hanno volto: sono numeri, sono corpi, sono voci soffocate dalla polvere e dal boato delle esplosioni.</p>
<p><strong>Ogni giorno, centinaia di morti. </strong>Non soldati, non combattenti armati fino ai denti: civili. Bambini che fino a ieri giocavano tra i vicoli, donne che cucinavano, anziani che stringevano fotografie ormai bruciate insieme alle loro case. Tutti cancellati come errori di stampa da un esercito che da anni ha smesso persino di fingere: non combatte il terrorismo, lo pratica.</p>
<p><strong>Israele è diventato da tempo uno Stato canaglia.</strong> Peggio di quelli che finanziano i jihadisti in Medio Oriente. Perché almeno i terroristi hanno la decenza di non nascondersi dietro le istituzioni: piazzano bombe, lanciano droni, si prendono la colpa. Israele no: Israele bombarda scuole e ospedali, sfonda case con i carri armati, ammazza famiglie intere e poi va in televisione a parlare di “danni collaterali”.</p>
<p><strong>Nel silenzio complice dell’Occidente</strong>, che finge indignazione con la stessa sincerità con cui un attore recita una pubblicità. Nel silenzio ancora più colpevole dei Paesi arabi, troppo impegnati a contare i petrodollari degli alleati sionisti per occuparsi dei fratelli palestinesi. E della Turchia, superpotenza militare che ama minacciare ma non muove un dito, dimostrando che la vigliaccheria è un’arma di distruzione di massa molto più potente delle bombe.</p>
<p><strong>Intanto, a Gaza, il tempo si è fermato.</strong> Le città sono cumuli di macerie. Gli ospedali, quando non sono stati colpiti, diventano cimiteri improvvisati. I campi profughi si riempiono di storie che non leggeremo mai, perché i protagonisti non hanno più voce. Ogni bambino morto è un futuro cancellato, ogni anziano ammazzato è una memoria perduta. Un popolo intero sta scomparendo, metro dopo metro, casa dopo casa.</p>
<p><strong>Eppure la parola “genocidio” è trattata come un tabù</strong>. Un copyright esclusivo, concesso solo a chi pretende di avere il monopolio della memoria. Come se la tragedia del Novecento fosse un marchio registrato, e chi osa accostare Gaza all’Olocausto commettesse sacrilegio. Ma guardiamo le immagini: fosse comuni, corpi mutilati, famiglie cancellate. Come chiamarlo, se non genocidio?</p>
<p><strong>E mentre Gaza brucia, e i bambini muoiono,</strong> Smotrich — ministro delle Finanze israeliano — si lascia scappare la verità che tutti sospettavano: <em><strong>“La Striscia è un Eldorado immobiliare da spartire con gli Usa”</strong></em><strong>.<br />
</strong>L’Unione europea, costretta a reagire dopo mesi di vergognoso silenzio, annuncia le prime sanzioni: <strong>colpito il 37% del commercio</strong> con lo Stato ebraico, pari a 227 milioni di euro l’anno. Sospeso il sostegno bilaterale, escluse però le armi, quelle no: quelle continuano a fluire, perché <strong>l’ipocrisia è l’unica vera valuta occidentale</strong>.</p>
<p><strong>Intanto oltre un milione di palestinesi</strong> non hanno alcuna possibilità di lasciare Gaza City: prigionieri in una gabbia di cemento e fuoco.<br />
E l’Onu, con parole finalmente nette, dichiara: <em>“Abbiamo le prove del genocidio”</em>. Il punto, però, è che non servivano le prove: bastava guardare.</p>
<p><strong>Un giorno, quando tutto questo sarà finito</strong>, forse qualcuno scriverà: “C’era una volta Gaza”. E i ragazzi del futuro leggeranno quella frase come leggiamo noi l’inizio delle fiabe. Ma sarà una favola nera, la più nera mai scritta: senza principi azzurri, senza fate, senza lieto fine, con orchi e streghe nella forma di nazisti in divisa e bestie a due gambe e due braccia. Solo la follia umana e il razzismo di chi ha deciso che un popolo intero non ha diritto di esistere.</p>
<p>E la domanda che rimarrà, più tagliente di qualsiasi proiettile, sarà sempre la stessa: come abbiamo potuto permettere che accadesse di nuovo?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I cecchini del popolo Eletto da Dio (o dal Diavolo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2025 12:05:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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<p>Diciannovenni di Gaza disarmati nel mirino, ex cestisti americani arruolati come boia, e l’Occidente che applaude: così la democrazia si misura a colpi di mirino. “Quella è stata la mia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-12.41.49.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-12.41.49.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-12.41.49-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-12.41.49-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-12.41.49-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-12.41.49-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-12.41.49-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-12.41.49-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p><strong><em>Diciannovenni </em></strong><strong><em>di Gaza </em></strong><strong><em>disarmati nel mirino, ex cestisti americani arruolati come boia, e l’Occidente che applaude: così la democrazia si misura a colpi di mirino.</em></strong></p>
<p><em>“Quella è stata la mia prima eliminazione”</em>. Non è la frase di un sicario del cartello di <strong>Sinaloa</strong>, né l’esultanza scomposta di un gamer con il joypad in mano. È la confessione candida — quasi nostalgica — di <strong>Daniel Raab</strong>, ex cestista universitario dell’Illinois, oggi cecchino dell’IDF, l’esercito “più morale del mondo”, come amano ripetere a Tel Aviv con la stessa convinzione con cui noi ripetiamo che la Serie A è il campionato più bello del mondo.</p>
<p><strong>Raab si rivede </strong>nel filmato come noi ci rivediamo nei replay di Sky Sport: un diciannovenne palestinese cade stecchito mentre tenta di trascinare via il corpo del fratello. Lui commenta: “È difficile per me capire perché l’ho fatto e non mi interessa molto”. Ecco la liturgia della nuova umanità israeliana in divisa: uccidere non per difendersi, ma per stroncare un gesto d’amore fraterno. L’empatia? Una bestemmia che rovinerebbe la festa.</p>
<p><strong>Il <em>Guardian</em> e altri giornali</strong> hanno impiegato cinque mesi tra cartelle cliniche, certificati di morte e testimonianze per ricostruire quello che a Gaza è diventato schema, non eccezione: famiglie cancellate a colpi di mirino, ragazzi falciati come birilli, con cecchini americani, tedeschi, occidentali riciclati in Rambo a ore. Il 22 novembre la famiglia Doghmosh ha contato quattro morti e due feriti. Non un errore, non un colpo impazzito. Una routine da manuale. Target preferito? Maschi tra i 18 e i 40 anni, disarmati, rei di respirare.</p>
<p><strong>In un mondo</strong> appena decente, Raab e soci finirebbero davanti a un <strong>tribunale penale internazionale</strong>. Ma noi viviamo in quello rovesciato: i carnefici sono “difensori della democrazia”, le vittime “danni collaterali”. Chi documenta i crimini — vedi <strong>Francesca Albanese</strong> all’ONU — viene bollato come “antisemita”. Chi osa indignarsi è un “complottista”. Chi resta in silenzio, invece, è promosso a “moderato”.</p>
<p><strong>Non è la prima volta </strong>che la storia si scrive al contrario: i macellai diventano statisti, i resistenti terroristi, i morti colpevoli. È già successo in Algeria con i francesi, in Kenya con gli inglesi, in Vietnam con gli americani. Cambiano i teatri, resta identico il copione: sempre un esercito “civilizzato” che trasforma la carne umana in punteggio.</p>
<p><strong>Il paradosso è</strong> che oggi un cecchino può raccontare la sua “prima eliminazione” come fosse il primo bacio, e noi qui continuiamo a vendere armi a chi pratica il tiro al piccione con esseri umani. E poi ci raccontiamo che no, <strong>Orwell</strong> era solo un romanziere. Raab non si chiede cosa avesse di così prezioso quel cadavere. Noi, invece, dovremmo chiederci cosa ha di così prezioso il nostro silenzio. Perché è proprio quel silenzio che trasforma un ex cestista di Chicago in boia, un esercito in associazione a delinquere, e noi in complici morali.</p>
<p><strong>E così la verità resta lì</strong>, sotto i nostri occhi: l’Occidente predica diritti umani e finanzia chi li sotterra, <strong>s’indigna per l’Iran che impicca e applaude Israele che spara</strong>. Il boia che piange sulla vittima che ha appena sgozzato. E intanto, mentre<strong> i Cecchini di Dio fanno pratica coi diciannovenni disarmati</strong>, noi — Europa, Stati Uniti, spettatori a pagamento — restiamo lì, con il telecomando in mano, a guardare il sangue sullo schermo. Non per fermarlo, ma per non perdere la diretta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/09/20/i-cecchini-del-popolo-eletto-da-dio-o-dal-diavolo/">I cecchini del popolo Eletto da Dio (o dal Diavolo)</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>A Gaza, il conflitto continua a spegnere non solo vite, ma anche le voci che lo raccontano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Sole Stancampiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 18:04:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_0026.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_0026.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_0026-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_0026-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Sale a 244 il bilancio dei giornalisti morti nella Striscia. Il drone israeliano ha colpito il tetto del Nasser Hospital durante un collegamento in diretta. L’UE e Reporter Senza Frontiere&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/08/26/a-gaza-il-conflitto-continua-a-spegnere-non-solo-vite-ma-anche-le-voci-che-lo-raccontano/">A Gaza, il conflitto continua a spegnere non solo vite, ma anche le voci che lo raccontano</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_0026.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_0026.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_0026-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_0026-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>Sale a 244 il bilancio dei giornalisti morti nella Striscia. Il drone israeliano ha colpito il tetto del Nasser Hospital durante un collegamento in diretta. L’UE e Reporter Senza Frontiere denunciano: &#8220;Inaccettabile, servono indagini e cessate il fuoco&#8221;.</em></p>
<p>GAZA (Palestina), 26 agosto 2025 – Ancora sangue a Gaza. Un attacco israeliano con un drone ha colpito il tetto dell’ospedale Nasser, causando la morte di almeno 15 persone, tra cui quattro giornalisti. Le vittime sono Mariam Abu Daqa, freelance per Associated Press e Independent Arabia; Moaz Abu Taha, giornalista per NBC; Hossam al-Masri, cameraman della Reuters; e Mohammed Salama, fotoreporter per Al Jazeera.</p>
<p>Il bilancio dei giornalisti uccisi nella Striscia sale così a 244 dall’inizio del conflitto del 7 ottobre 2023, rendendo questa una delle guerre più letali per gli operatori dell’informazione negli ultimi decenni, secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ).</p>
<p>Le immagini della diretta televisiva condotta da al-Masri si sono interrotte bruscamente proprio al momento dell’attacco, lasciando intuire l’immediatezza dell’impatto. Secondo fonti locali, un secondo colpo ha colpito l’ospedale mentre soccorritori e altri giornalisti erano accorsi per prestare aiuto, aumentando tragicamente il numero delle vittime.</p>
<p>Non è la prima volta che i giornalisti finiscono direttamente nel mirino. Il CPJ ha documentato diversi casi recenti di attacchi mirati contro operatori dei media, come i giornalisti Anas al Sharif, Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, tutti legati ad Al Jazeera, e Mohammed Khalidi della piattaforma palestinese Sahat.</p>
<p>Il 70% dei giornalisti uccisi erano in servizio al momento dell’attacco. La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che Israele continua a negare l’ingresso alla stampa internazionale nella Striscia, rendendo i reporter locali gli unici testimoni diretti degli eventi.</p>
<p>Le reazioni internazionali</p>
<p>L’Unione Europea ha definito “del tutto inaccettabile” l’uccisione degli ultimi reporter. La Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, in un’intervista al Tg2, ha ribadito la necessità di un cessate il fuoco e di un ritorno al dialogo, auspicando un percorso verso la soluzione dei due Stati.</p>
<p>Reporter Senza Frontiere ha richiesto che i giornalisti palestinesi siano riconosciuti come vittime, e non solo testimoni, nell’indagine aperta presso la Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Un appello che si scontra con una realtà in cui il ciclo della violenza sembra ancora lontano dal concludersi.</p>
<p>Sullo sfondo, il conflitto continua</p>
<p>Intanto, il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito senza prendere in considerazione l’ultima proposta di tregua avanzata da Hamas. Altri 54 palestinesi sono stati uccisi dall’alba in vari raid aerei, tra cui nove civili in fila per ricevere aiuti umanitari.</p>
<p>Il presidente USA Donald Trump ha parlato di una possibile “conclusione positiva e definitiva del conflitto entro due o tre settimane”, senza fornire ulteriori dettagli.</p>
<p>Ma il conflitto, profondamente radicato in decenni di rivendicazioni territoriali nella Striscia e nella regione, continua a mietere vittime. E a Gaza, oggi più che mai, a morire sono anche le voci che raccontano la guerra.</p>
<p>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Anas Al-Sharif: “Non dimenticate Gaza”. Ma noi abbiamo già dimenticato tutto, anche il suo assassinio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2025 15:19:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[morte giornalista]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Come Raqqa, come Mosul, come Aleppo, come ogni luogo in cui, dopo due giorni di titoli indignati, torniamo a occuparci di cose davvero urgenti, tipo il prossimo reality o il&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/08/12/anas-al-sharif-non-dimenticate-gaza-ma-noi-abbiamo-gia-dimenticato-tutto-anche-il-suo-assassinio/">Anas Al-Sharif: “Non dimenticate Gaza”. Ma noi abbiamo già dimenticato tutto, anche il suo assassinio</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/96b1337e-d467-4919-ac7c-1339022862be-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p class="s3"><strong><i><span class="s4"><span class="bumpedFont15">C</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">ome Raqqa, come Mosul, come Aleppo</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, c</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">ome ogni luogo in cui, dopo due giorni di titoli indignati, torniamo a occuparci di cose davvero urgenti, tipo il prossimo reality o il gol annullato alla nostra squadra.</span></span></i></strong></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">In un Paese normale, i testamenti li scrivono i vecchi notai, con le mani che tremano e il timbro a secco. A Gaza, invece, li scrivono i ventottenni, senza carta bollata, ma con la certezza che ogni ora potrebbe essere l’ultima. Non per malattia, ma per una bomba. Non per un infarto, ma per un drone.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">“Questo è il mio testamento. Se queste mie parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce“.</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> Così scriveva </span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Anas Al-Sharif</b></span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, 28 anni, giornalista di Al Jazeera, mentre sapeva di avere il mirino puntato addosso. Non da un cecchino della mafia, non da un dittatore africano, ma da uno Stato che si definisce </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">“l’unica democrazia del Medio Oriente”</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> e che in Europa viene trattato come </span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15">un vicino un po’ nervoso</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> ma in fondo per bene.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">E infatti l’hanno ucciso. Lui e altri quattro colleghi: </span></span><b><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> e </span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Moamen Aliwa</span></span></b><span class="s5"><span class="bumpedFont15">. Non in un covo di terroristi. Non mentre preparavano un attentato. No: in una tenda davanti a un ospedale. Perché in questa guerra la colpa non è in quello che fai, ma in quello che racconti.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15"><b>Al-Sharif</b> aveva scritto il suo messaggio a giugno, quando aveva già capito che non sarebbe arrivato a fine anno. Lo aveva pensato come una sorta di atto notarile per il mondo libero, quello che nelle pubblicità della </span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>NATO</b></span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> è sempre pronto a difendere la verità. Peccato che poi, quando la verità è scomoda, il mondo libero cambi canale.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">“Ho profuso tutte le mie energie e le mie forze per essere un sostegno e una voce </span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">per il mio popolo</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">… Nonostante ciò, non ho mai esitato a trasmettere la verità così com’è, senza falsificazioni o distorsioni. Che Dio sia testimone contro coloro che sono rimasti in silenzio… contro coloro che non hanno fermato il massacro”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Il giornalista palestinese usa </span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15">la parola </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"><b>massacro</b></span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">. Noi, nelle </span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15">nostre redazioni patinate</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, preferiamo “operazione militare”, “azione di difesa”, “risposta armata”. Perché massacro è una parola che graffia, che disturba l’aperitivo.</span></span></p>
<p class="s9"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">“Vi affido la Palestina – prosegue –, il battito cardiaco di ogni persona libera in questo mondo… Vi prego di non essere ridotti al silenzio dalle restrizioni, né a essere paralizzati dai confini. Siate ponti verso la liberazione del Paese e del suo popolo”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15">E qui casca l’asino</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> — anzi, il mondo intero. Perché noi siamo già ridotti al silenzio. Non per colpa della censura (che sarebbe pure più dignitosa), ma per pigrizia, per noia, per quella tossica indifferenza che è diventata la religione ufficiale dell’Occidente.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">La sua</span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15"> ultima preghiera</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> è per la famiglia: </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">“Vi affido la mia famiglia, la pupilla dei miei occhi… Vi affido la mia amata madre… Vi affido anche la mia compagna di una vita… Se dovessi morire, morirò saldo nei miei principi. Non dimenticate Gaza”.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Non dimenticate Gaza. </span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Ma l’abbiamo già dimenticata</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">. Dimenticata </span></span><span class="s2"><span class="bumpedFont15">come <b>Raqqa, come Mosul, come Aleppo</b></span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">. Come ogni luogo in cui, dopo due giorni di titoli indignati, torniamo a occuparci di cose davvero urgenti, tipo il prossimo reality</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">o il gol annullato alla nostra squadra.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Nel testamento di un ragazzo di 28 anni c’è più dignità di quanta ne contenga un anno intero di discorsi dell’<b>ONU</b>.</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> Ma noi, da bravi occidentali, continueremo a fare quello che sappiamo fare meglio: scorrere, cliccare, scrollare. Fino alla prossima strage da archiviare.</span></span></p>
<p class="s10">
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		<title>Gaza alla vigilia dell’occupazione: il piano di Netanyahu e l’ombra di un conflitto senza fine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Di Stanislao]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Aug 2025 11:22:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Il vento che arriva da Gaza non porta frescura, ma polvere, odore di bruciato e un silenzio inquieto, interrotto solo dalle esplosioni lontane. Nei corridoi del potere israeliano, le ultime&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/08/0251811F-E894-4489-9481-C74D93C382DE-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il vento che arriva da Gaza non porta frescura, ma <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">polvere, odore di bruciato e un silenzio inquieto</strong>, interrotto solo dalle esplosioni lontane. Nei corridoi del potere israeliano, le ultime ore sono state scandite da discussioni febbrili: il <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">gabinetto di guerra</strong> ha analizzato quello che sembra ormai un passaggio inevitabile – <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">l’occupazione totale della Striscia</strong>.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Secondo il primo ministro <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Benjamin Netanyahu</strong>, l’obiettivo è chiaro: <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">“Sradicare definitivamente Hamas”</strong> e riportare a casa gli ostaggi ancora nelle mani del gruppo armato. Ma a differenza delle prime fasi del conflitto, Netanyahu ha voluto precisare che <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">non si tratta di un’annessione</strong>. “Non vogliamo tenerla, non vogliamo governarla. Vogliamo consegnarla a forze arabe che possano garantire sicurezza e dignità alla popolazione”, ha dichiarato in un’intervista a <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Fox News</em>.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Queste parole, calibrate anche per rassicurare Washington e gli alleati occidentali, nascondono però un nodo difficile da sciogliere: <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">quali forze arabe saranno disposte a prendersi in carico Gaza dopo un’operazione militare così invasiva?</strong> La memoria recente è piena di tentativi falliti di passaggio di potere in territori martoriati: dall’<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Iraq post-Saddam</strong>, dove il vuoto istituzionale alimentò una nuova ondata di estremismo, al <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Libano del Sud</strong>, dove l’uscita di Israele aprì la strada all’ascesa di Hezbollah.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La vita sotto assedio</strong><br />
Nonostante <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">oltre l’80% della Striscia</strong>sia già sotto controllo militare israeliano, Gaza resta <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">un labirinto di dolore</strong>. Le immagini satellitari mostrano quartieri trasformati in deserti di macerie, intere vie scomparse, infrastrutture distrutte fino alle fondamenta. Negli ospedali, medici esausti lavorano in condizioni estreme: manca tutto, dagli antibiotici ai guanti sterili. <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">L’acqua potabile</strong> è un lusso per pochi, mentre <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">l’elettricità</strong> è razionata al punto che intere famiglie vivono al buio per giorni. Le scuole funzionano come rifugi di emergenza, ma spesso diventano bersagli involontari.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La vita quotidiana si è adattata al ritmo dell’assedio: <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">il rumore dei droni è diventato parte del paesaggio sonoro</strong>, le madri cucinano pasti minimi con fornelli improvvisati, e i bambini giocano tra i detriti come se fosse normale. Ma niente è normale: ogni notte, un’evacuazione, un’esplosione, un nuovo elenco di nomi da piangere.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">L’offensiva imminente</strong><br />
Secondo fonti militari, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">la fase finale dell’operazione richiederà ancora due settimane di preparativi</strong>. L’esercito parla di “neutralizzazione completa delle infrastrutture militari di Hamas” e di “creazione di un corridoio di sicurezza permanente” lungo il confine. Molti analisti avvertono però che un’occupazione totale, anche temporanea, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">potrebbe innescare una guerriglia urbana difficile da controllare</strong>, con costi umani altissimi. L’aspetto psicologico è già evidente: Gaza vive in una <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">calma sospesa</strong>, un silenzio carico di attesa, come se tutti sapessero che il momento peggiore deve ancora arrivare. Nei mercati, la gente compra quello che può non per la settimana, ma per le prossime ore; nessuno sa se domani sarà ancora possibile uscire di casa.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La questione politica</strong><br />
La proposta di Netanyahu di consegnare Gaza a “forze arabe” è un segnale politico, ma anche un’incognita. Alcuni ipotizzano un ruolo per <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Egitto, Giordania o Emirati Arabi Uniti</strong>, ma le condizioni sarebbero complesse: servirebbero garanzie di sicurezza, un piano di ricostruzione colossale e soprattutto un impegno internazionale credibile per evitare il ritorno di milizie armate. Gli storici ricordano che Gaza è stata <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">contesa e amministrata da diversi attori</strong> negli ultimi decenni: dal 1948 al 1967 sotto amministrazione egiziana, poi sotto occupazione israeliana fino al 2005, e infine, dal 2007, sotto il controllo di Hamas. Questa sequenza dimostra che <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">ogni cambiamento di controllo senza una soluzione politica solida è destinato a creare nuove fratture</strong>.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il prezzo umano</strong><br />
Le statistiche ufficiali parlano di migliaia di morti e decine di migliaia di feriti. Ma dietro i numeri ci sono storie concrete: la maestra che ha perso la scuola e ora insegna sotto un telo di plastica; il pescatore che non può più avvicinarsi al mare; il bambino che disegna carri armati invece di alberi. <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il conflitto ha cambiato il vocabolario emotivo della popolazione</strong>: sicurezza significa sopravvivere un altro giorno, speranza significa ricevere un messaggio da un parente vivo.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Possibili scenari futuri</strong><br />
Lo scenario ottimistico prevede un accordo mediato da USA, Egitto e monarchie del Golfo che permetta a un’amministrazione araba di prendere il controllo di Gaza, con un programma immediato di ricostruzione finanziato dalla comunità internazionale. Israele manterrebbe un cordone di sicurezza ma ritirerebbe le truppe entro pochi mesi. La smilitarizzazione di Hamas e la riapertura controllata dei valichi porterebbero a una lenta normalizzazione.<br />
Lo scenario intermedio vedrebbe Israele occupare Gaza per diversi mesi, cercando di stabilire le condizioni per il passaggio di potere. Le forze arabe accetterebbero di entrare solo parzialmente, in zone limitate, mentre sacche di resistenza continuerebbero a operare. La ricostruzione sarebbe lenta e il clima di sfiducia resterebbe alto, con periodiche esplosioni di violenza.<br />
Lo scenario pessimistico, il più temuto, comporterebbe un’occupazione prolungata, guerriglia urbana costante, nessuna forza araba disposta a subentrare e una crisi umanitaria aggravata, con il rischio di un nuovo conflitto regionale e di una radicalizzazione diffusa tra le nuove generazioni.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Come ammonì <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Lev Tolstoj</strong>:<br />
<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">«Non c’è grandezza là dove non vi sono semplicità, bontà e verità.»</strong></p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Quello che accade oggi a Gaza non è un semplice episodio della storia mediorientale: è il punto in cui la sicurezza dichiarata incontra la disperazione reale. <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">L’idea di occupare senza governare è un’illusione pericolosa</strong>: la presenza militare, anche se temporanea, cambia l’equilibrio politico, alimenta rancore e crea le condizioni per nuovi conflitti. Se Israele vuole davvero restituire Gaza a un’amministrazione araba stabile, il momento per un’azione diplomatica concreta è <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">adesso</strong>, non dopo che il tessuto urbano e sociale sarà ridotto in polvere. Ogni giorno che passa aumenta il rischio che la prossima generazione cresca conoscendo solo la lingua della violenza. E quando la guerra diventa la lingua madre, la pace non è più un progetto: è un ricordo lontano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/08/10/gaza-alla-vigilia-delloccupazione-il-piano-di-netanyahu-e-lombra-di-un-conflitto-senza-fine/">Gaza alla vigilia dell’occupazione: il piano di Netanyahu e l’ombra di un conflitto senza fine</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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