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		<title>Si spengono le luci (e qualcuno resta al buio)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore de La Gazzetta Italo brasiliana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Dec 2025 06:50:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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<p>Il 2025 se ne va tra divorzi geopolitici, Giubilei chiusi, coscienze aperte a metà e un’umanità che continua a litigare sul ponte mentre la nave imbarca acqua Si spengono le&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1300" height="731" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845.jpeg 1300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_1845-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1300px) 100vw, 1300px" /></p><p class="s7"><span class="s6"><b><i>Il 2025 se ne va tra divorzi geopolitici, Giubilei chiusi, coscienze aperte a metà e un’umanità che continua a litigare sul ponte mentre la nave imbarca acqua</i></b></span></p>
<p class="s9">Si spengono le luci. E non è solo una suggestione letteraria: è proprio la trama, degna del romanzo di <span class="s8"><b>Jay McInerney</b></span>, che torna d’attualità. Il “matrimonio” tra Stati Uniti ed Europa scricchiola come quello di Russell e Corinne: non c’è un vero litigio, ma una distanza che cresce, fatta di silenzi, calcoli e reciproca sopportazione.</p>
<p class="s9"><span class="s8"><b>Donald Trump</b></span>, tornato a pensare il mondo come un grande mercato con bandiere opzionali, pratica una filosofia a metà tra l’empirico e il cervellotico: soggettiva, muscolare, spesso incomprensibile persino a se stessa. L’Europa, <span class="s8"><b>Ucraina</b></span> compresa, per lui è un partner commerciale tra tanti, non un’alleanza sentimentale. Con la <span class="s8"><b>Russia</b></span> vale lo stesso principio: la guerra può finire domani o dopodomani, purché torni utile ai conti. Il vero chiodo fisso resta la <span class="s8"><b>Cina</b></span>. È lì che si gioca l’egemonia economico-militare di un’America che teme di non essere più eterna. Il resto è contorno. Bruxelles compresa.</p>
<p class="s9">E tuttavia, miracolo dei miracoli, l’<span class="s8">Europa</span> pare aver capito. Prima l’antifona, poi la realtà. Si è desta, anche se con la lentezza tipica di chi si sveglia convinto che sia ancora presto. Rafforzerà la propria difesa, finalmente comune, perché nazionale non basta più, investirà in tecnologia per smettere di dipendere da chi la tratta come un cliente distratto, e comincerà a decidere aggirando l’ossessione dell’unanimità, che ha spesso funzionato come un elegante freno a mano tirato. Gli strumenti, in fondo, li ha sempre avuti. Ora, finalmente, sta provando a usarli.</p>
<p class="s9">Chiuso il capitolo 2025, si apre quello del 2026. O la va o la spacca. E questa volta non è una figura retorica. Intanto si chiude anche un <span class="s8"><b>Giubileo</b></span>. A Bologna, nella Basilica di San Petronio, l’arcivescovo <b><span class="s8">Matteo Zuppi</span> </b>abbassa il sipario liturgico ma invita a lasciare aperte porte ben più difficili: quelle delle case, delle comunità, delle coscienze. Porte che non fanno rumore, ma resistono.</p>
<p class="s9">Le sue parole, speranza, pace, alleanza sociale, vicinanza agli ultimi, suonano come una nota fuori spartito in un mondo che discute di missili e dazi con la stessa naturalezza con cui una volta parlava di raccolti. La speranza, viene da augurarsi, è che quell’omelia riesca a superare le mura più spesse: non quelle delle basiliche, ma quelle dei cuori duri di chi si contende il dominio del mondo come fosse una partita a risiko.</p>
<p class="s9">Il 2025, del resto, non sarà ricordato con nostalgia. È stato un anno di addii pesanti: alla cultura, allo spettacolo, allo sport, alla pace, con la scomparsa di figure che tenevano insieme l’immaginario collettivo meglio di molti trattati internazionali. Alcune guerre finiscono, altre iniziano, come se l’umanità non sapesse fare altro che cambiare campo di battaglia. I dazi diventano strumenti morali, le catastrofi naturali presentano il conto, e il pianeta, già malandato, osserva in silenzio la gara a chi lo distrugge più in fretta.</p>
<p class="s9">Sul fronte interno, scandali e corruzione restano protagonisti ovunque. L’<span class="s8">Italia</span>, come spesso accade, non manca l’appuntamento. Titoli che sembrano barzellette (“Noi con Hannoun”), consiglieri che mettono in imbarazzo i partiti e pretendono di mettere il bavaglio ai giornalisti: il tutto dà l’impressione di una corsa in discesa senza paracadute. Governo e opposizione, ciascuno a modo suo, faticano: il primo perché non ha davanti un’opposizione costruttiva ma solo polemica; la seconda perché non riesce a ricordarsi quale sia il suo mestiere. E non va molto meglio altrove, se in Francia destra e sinistra riescono a dividersi perfino su un omaggio nazionale a <span class="s8"><b>Brigitte Bardot</b></span>.</p>
<p class="s9">Eppure, in questo mare agitato, qualche dato va riconosciuto. Il governo italiano porta a casa risultati non trascurabili, soprattutto sul piano internazionale. L’Italia viene osservata come una possibile guida dell’Unione. Non è poco, in tempi in cui scarseggiano le teste pensanti e ce ne vorrebbero il doppio solo per capire da dove cominciare.</p>
<p class="s9">Che cosa ci porterà il 2026?</p>
<p class="s9">La risposta migliore resta quella di un vecchio signore inglese che di crisi se ne intendeva: <span class="s10">«Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni»</span>. Il problema, semmai, è capire quanti siano ancora interessati a diventarlo.</p>
<p class="s9">Buon anno 2026. Con moderata speranza, lucida ironia e la cautela di chi ha imparato che le luci si spengono in fretta, ma il conto resta acceso.</p>
<p class="s7">
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		<title>Ucraina: la guerra dei santi e dei ladri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Nov 2025 11:41:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1600" height="766" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-19.50.27.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-19.50.27.jpeg 1600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-19.50.27-300x144.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-19.50.27-1024x490.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-19.50.27-768x368.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-19.50.27-1536x735.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-19.50.27-1170x560.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/WhatsApp-Image-2025-11-22-at-19.50.27-585x280.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p>Quando la storia si ripete, la prima volta è tragedia, la seconda è farsa. Nel caso dell’Ucraina, siamo alla commedia nera&#8230; Si dice che quando la storia si ripete, la&#8230;</p>
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<p>Si dice che quando la storia si ripete, la prima volta è tragedia, la seconda è farsa. Nel caso dell’Ucraina, siamo alla commedia nera con finale da operetta: quella in cui i “paladini della libertà” finiscono sotto inchiesta per corruzione, mentre i loro sponsor occidentali fingono stupore, come se scoprire tangenti a Kiev fosse come trovare vodka in Siberia.</p>
<p>Sì, perché l’ennesimo scandalo non riguarda un oscuro funzionario locale o un colonnello con il vizio del cashmere, ma un certo <strong>Timur Mindich</strong>, stretto collaboratore di Sua Santità Volodymyr Zelensky, l’uomo che il mondo libero ci aveva venduto come un incrocio tra Churchill e Che Guevara, ma che a conti fatti assomiglia più a un Berlusconi in mimetica.</p>
<p>Mindich, dicono i media ucraini, sarebbe il supervisore delle politiche energetiche del presidente: tradotto, quello che decide chi si arricchisce con il gas e chi si congela. La <strong>NABU</strong>, l’agenzia anti-corruzione (una specie di Mani Pulite con meno giudici e più Kalashnikov), ha aperto un’inchiesta fiume: <strong>mille ore di registrazioni</strong> accumulate in quindici mesi di lavoro. Mille ore in cui, chissà, magari ogni tanto si sente anche il comico diventato presidente – quello che, ironia della sorte, aveva promesso di “ripulire” il Paese. Solo che a forza di ripulire, pare si sia tenuto qualcosa in tasca.</p>
<h3><strong>La guerra (e la borsa)</strong></h3>
<p>Zelensky, ricordiamolo, aveva provato a mettere il bavaglio alla NABU ponendola sotto la sua giurisdizione. Un po’ come se un premier italiano decidesse di comandare la Guardia di Finanza: una barzelletta da export. Il tentativo, però, è fallito. E ora l’inchiesta rischia di far saltare il banco, o meglio il bunker.</p>
<p>Nel frattempo, il Wall Street Journal – non esattamente la <em>Pravda</em> – ci racconta che <strong>il sabotaggio del Nord Stream 2</strong> non sarebbe stato un mistero degno di un romanzo di Le Carré, ma un’operazione su ordine diretto di Zelensky, eseguita da Valeriy Zaluzhny, all’epoca comandante dell’esercito. L’uomo che oggi, ironia del destino, Washington accarezza come possibile sostituto del presidente scomodo.</p>
<p>Insomma, pare che in Ucraina la vera guerra non sia contro i russi, ma tra chi deve prendersi la sedia più calda del potere. E che, in tutto questo, la <strong>Cia</strong> abbia detto “no” al sabotaggio mentre i suoi amici di Londra facevano “sì” con l’occhiolino.</p>
<p>Un cortocircuito perfetto tra la geopolitica e la farsa: da un lato i democratici americani che giurano di “difendere la libertà”, dall’altro gli stessi che foraggiano un regime che arresta i dissidenti, censura la stampa, mobilita uomini rapiti per strada e ruba più soldi di quanti ne arrivino dagli aiuti.</p>
<h3><strong>La resa dei conti</strong></h3>
<p>Nel frattempo, la realtà sul campo non la racconta CNN ma <strong>Ted Snider su Antiwar</strong>: <strong>Pokrovsk</strong> è quasi caduta, <strong>l’80% è in mano russa</strong>, e il resto è un cimitero a cielo aperto. Le “tenaglie” – che nei titoli dei nostri giornali sono sempre “in difficoltà” – si stanno chiudendo come la cerniera lampo di una bara.</p>
<p>Eppure, a leggere <em>Repubblica</em>, “la situazione è difficile ma sotto controllo”. Certo: come il Titanic dopo l’iceberg.<br />
Mentre i russi avanzano, <strong>l’Ucraina diserta</strong>. Letteralmente.<br />
Oltre <strong>110.000 soldati fuggiti solo nel 2025</strong>, quasi <strong>il 20% delle forze armate</strong>, e in totale oltre <strong>300.000 dall’inizio della guerra</strong>.<br />
Uomini presi con la forza, trascinati al fronte e poi spariti nel nulla. E noi, da bravi alleati, continuiamo a mandar loro armi, mentre a casa nostra tagliamo la sanità e le pensioni.</p>
<h3><strong>Gli utili idioti del fronte occidentale</strong></h3>
<p>Il tutto mentre il “partito della guerra” – quello che da due anni ci racconta che la pace sarebbe una resa e la resa una bestemmia – continua a sabotare qualsiasi tentativo di negoziato. Lo stesso partito che ha ridotto l’Europa a un magazzino di rottami militari Usa, con l’entusiasmo servile di chi non capisce di essere lo zerbino della Casa Bianca.</p>
<p>L’America, in fondo, ha già vinto: <strong>ha dissanguato la Russia quel tanto che basta</strong>, <strong>ha reso la Ue una colonia economica</strong>, <strong>ha ingrassato l’apparato militare-industriale</strong> e adesso può pure permettersi di cambiare il burattino a Kiev. Quando l’affare è fatto, il pupo si butta via.</p>
<p>E Zelensky, che nel frattempo si credeva Napoleone con la tuta verde, rischia di finire come tutti i personaggi da palcoscenico: inghiottito dal buio appena le luci si spengono.</p>
<h3><strong>Fine atto unico</strong></h3>
<p>L’Ucraina sta perdendo la guerra non solo contro la Russia, ma contro se stessa. Le diserzioni non sono codardia: sono il segnale che un popolo ha capito di essere carne da macello per interessi altrui.</p>
<p>E mentre i nostri giornaloni continueranno a titolare che “la resistenza continua” e che “Putin è in difficoltà”, qualcuno dovrebbe ricordare che <strong>la verità non muore mai sul campo di battaglia: muore in redazione</strong>.</p>
<p>Finché l’Occidente non troverà il coraggio di guardarsi allo specchio – e vedere, dietro la bandiera gialla e blu, il riflesso della propria ipocrisia – questa guerra continuerà a produrre solo due cose: morti e menzogne. E di entrambe, francamente, ne abbiamo già abbastanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Benvenuti nella Guerra del Microchip: Come Taiwan può mettere in scacco matto il Dragone&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Arno’ direttore de La Gazzetta Italo brasiliana]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jun 2025 10:01:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/Benvenuti-nella-Guerra-del-Microchip-Come-Taiwan-puo-mettere-in-scacco-matto-il-Dragone.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/Benvenuti-nella-Guerra-del-Microchip-Come-Taiwan-puo-mettere-in-scacco-matto-il-Dragone.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/Benvenuti-nella-Guerra-del-Microchip-Come-Taiwan-puo-mettere-in-scacco-matto-il-Dragone-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Dove non arrivano le portaerei, arrivano i semiconduttori. Una piccola isola armata di wafer e intelligenza artificiale affronta il colosso cinese, nel silenzio assordante della guerra ibrida. &#160; Nel teatro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="font-weight: 400;"><strong>Dove non arrivano le portaerei, arrivano i semiconduttori. Una piccola isola armata di wafer e intelligenza artificiale affronta il colosso cinese, nel silenzio assordante della guerra ibrida.</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel teatro dell’assurdo che chiamiamo “politica internazionale”, ci sono attori che recitano in costume d’epoca e altri che, in jeans e t-shirt, riscrivono il copione mentre lo recitano. Poi c’è Taiwan. Un’isola grande quanto Lombardia e Piemonte messi insieme, con meno abitanti dell’intera area metropolitana di Tokyo, ma che regge sulle sue spalle una fetta enorme dell’economia globale. E come lo fa? Semplice: costruendo i cervelli delle nostre macchine, i cuori dei nostri smartphone, le sinapsi dei missili intelligenti. Altro che portaerei.</p>
<p style="font-weight: 400;">La guerra ibrida — quel meraviglioso ossimoro che suona come “dieta fritta” — è ormai la nuova normalità. È fatta di droni invisibili, blackout con tempismo sospetto, hashtag virali che destabilizzano governi, incendi strategici in Festival internazionali, e sabotaggi marini più adatti a romanzi di Le Carré che a notiziari serali. Ma nel centro di questo caos elegante, c&#8217;è un punto fermo: Taiwan. La piccola isola è la chiave di volta dell’equilibrio mondiale. E non per la sua forza militare (pur crescente), ma per quella tecnologica.</p>
<p style="font-weight: 400;">La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), che non ha neanche bisogno di cambiare nome per diventare acronimo da romanzo cyberpunk, produce oltre il 90% dei chip avanzati sotto i 7 nanometri. Detto in parole povere: se domani TSMC smette di funzionare, Apple piange, Nvidia sviene, e i centri di comando dell’intero arsenale NATO diventano scatole nere vintage.</p>
<p style="font-weight: 400;">La Cina lo sa. E mentre sfoggia la sua <em>armata di TikTok</em>, dispiega flotte, e rivendica sovranità storiche con l’energia di un revisore dell’ufficio catastale, non osa (ancora) invadere Taiwan. Perché, e qui arriva il capolavoro di ironia geopolitica, il futuro della Cina — digitale, produttivo, industriale — è saldamente legato a quei minuscoli chip prodotti dai “ribelli” taiwanesi. Tagliare quei rifornimenti significherebbe strangolare non l’Occidente, ma se stessi.</p>
<p style="font-weight: 400;">E quindi? E quindi benvenuti nel nuovo volto della guerra: uno scontro senza spari ma con blackout strategici, sabotaggi di cavi sottomarini, attacchi anonimi alle infrastrutture e guerre psicologiche via social. Una guerra dove l’obiettivo non è più la conquista del territorio, ma della percezione. Del tempo di reazione. Dell’algoritmo giusto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Gli eventi di Cannes e Nizza, con blackout che sembrano sceneggiati da Netflix più che indagati da Europol, sono solo la punta dell’iceberg. Dietro ogni scintilla sospetta, si cela un potenziale test bellico, una provocazione a bassa intensità pensata per misurare la resilienza dell’Occidente. Una guerra dove non si alzano bandiere, ma si toglie la corrente. Dove non si occupano città, ma flussi di dati.</p>
<p style="font-weight: 400;">E mentre Russia e Cina giocano a Risiko subacqueo con le infrastrutture energetiche e digitali d’Europa, Taiwan continua a fare quello che sa fare meglio: produrre microchip e diventare l’ago della bilancia tra mondo libero e autocrazie digitali. Non male, per un’isola che molti non saprebbero collocare su una cartina muta.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sì, Taiwan può tenere a bada la Cina. Non con cannoni, ma con wafer. Non con eserciti, ma con architetture a 3 nanometri. E l’Occidente farebbe bene a proteggere questo scudo invisibile, che brilla al silicio invece che all’acciaio.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Conclusione?</strong><br />
La prossima guerra mondiale potrebbe iniziare non con un bombardamento, ma con un’interruzione nella catena di fornitura dei semiconduttori. Il bottone rosso sarà probabilmente touch screen. E chi comanda la fabbrica, comanda il mondo.</p>
<div id="attachment_104339" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-104339" class="size-medium wp-image-104339" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/Giuseppe-Arno-300x227.jpg" alt="" width="300" height="227" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/Giuseppe-Arno-300x227.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/Giuseppe-Arno-585x443.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/Giuseppe-Arno.jpg 740w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><p id="caption-attachment-104339" class="wp-caption-text">Giuseppe Arnò</p></div>
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		<title>Putin, la Russia e la NATO: le ragioni di un accerchiamento globale e le guerre in corso</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2025/05/10/putin-la-russia-e-la-nato-le-ragioni-di-un-accerchiamento-globale-e-le-guerre-in-corso/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=putin-la-russia-e-la-nato-le-ragioni-di-un-accerchiamento-globale-e-le-guerre-in-corso</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Di Stanislao]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 May 2025 14:14:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerre]]></category>
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<p>&#8220;Le guerre si vincono prima con la testa, poi con la forza.&#8221; – Napoleone Bonaparte Il 9 maggio 2025, in occasione del Giorno della Vittoria, Vladimir Putin ha celebrato la&#8230;</p>
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<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Il 9 maggio 2025, in occasione del Giorno della Vittoria, Vladimir Putin ha celebrato la resistenza della Russia con una parata che ha visto la partecipazione di migliaia di soldati e armamenti, ma quest’anno con una particolare enfasi sulla guerra in Ucraina, ormai alla sua quarta annata. Al fianco di Putin, il presidente cinese Xi Jinping, simbolo di una alleanza strategica sempre più consolidata tra Mosca e Pechino, ha assistito a un evento che ha avuto un forte significato politico, non solo commemorativo.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Nel suo discorso, Putin ha rivendicato con forza il diritto della Russia a difendersi contro quella che considera una minaccia diretta della NATO. &#8220;Non possiamo permettere che la nostra sicurezza venga compromessa dalle manovre occidentali&#8221;, ha affermato, lanciando accuse di aggressione all’Occidente e riaffermando che la Russia non avrebbe mai ceduto su queste linee rosse. Le parole del leader russo sono state seguite da una risposta di grande fermezza, che riflette un sentimento di vittimismo da parte di Mosca, ormai convinta che l&#8217;espansione della NATO rappresenti una dichiarazione di guerra silenziosa.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La continuità del conflitto in Ucraina ha portato a una serie di sanzioni economiche imposte dalle nazioni occidentali, ma la Russia ha reagito con una determinazione che ha sorpreso molti analisti. Mentre la guerra si protrae senza una fine visibile all&#8217;orizzonte, l&#8217;economia russa è stata gradualmente diversificata, mentre Mosca ha rafforzato le proprie alleanze, non solo con la Cina, ma anche con paesi come l&#8217;Iran, che stanno giocando un ruolo sempre più importante nel contrastare l&#8217;influenza occidentale nella regione. A ciò si aggiunge la crescente cooperazione con paesi africani e asiatici che, nonostante le critiche, continuano a guardare a Putin come a una figura di resistenza contro l’ordine mondiale imposto da Washington e dalle sue alleanze.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Nel frattempo, lo scenario globale è tutt’altro che sereno. Al di fuori dei confini ucraini, altri focolai di guerra continuano a imperversare, ognuno con le proprie complesse cause storiche e geopolitiche. La situazione di Gaza è sempre più esplosiva, con violenze che si intensificano a intervalli regolari. I bombardamenti israeliani su Gaza e le incursioni di Hamas all’interno dei territori israeliani si alternano a periodi di fragile cessate il fuoco che durano poco, alimentando un ciclo di odio che non trova soluzione. La comunità internazionale appare divisa, incapace di mettere in atto una strategia concreta per fermare l’escalation. Gli Stati Uniti e i paesi europei, che sostengono Israele, sono sempre più criticati, mentre i paesi arabi si fanno sentire con forza contro quella che considerano un’occupazione illegale dei territori palestinesi.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">In Asia, la tensione tra India e Pakistan rimane altissima. Le due potenze nucleari si trovano ad affrontare un conflitto che sembra destinato a non finire mai, con scaramucce regolari lungo la Linea di Controllo nel Kashmir, ma anche con attacchi a obiettivi strategici che potrebbero, in un momento di alta escalation, condurre alla guerra totale. Entrambi i paesi sono impegnati in una corsa agli armamenti nucleari, aumentando il rischio di un conflitto diretto, anche per via di incidenti o di manovre mal interpretate. Il timore di una guerra nucleare che coinvolga due delle potenze militari più potenti del continente asiatico è una realtà che terrorizza la comunità internazionale, anche se la diplomazia è riuscita fino ad ora a mantenere una fragile stabilità.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16"><strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Siria</strong>: La situazione in Siria è in continua evoluzione. Nonostante la ripresa del controllo da parte di Bashar al-Assad su gran parte del territorio, grazie al sostegno di Russia e Iran, il paese è ancora segnato da una frammentazione regionale significativa. Le forze kurde, che sono alleate degli Stati Uniti, continuano a mantenere il controllo nel nord-est del paese, in particolare nella regione di Rojava. L&#8217;intervento turco nel nord della Siria per contrastare la presenza kurda e i raid israeliani contro obiettivi iraniani continuano a destabilizzare la regione. Le aree sotto il controllo dei gruppi di opposizione, come quella di Idlib, sono costantemente sotto attacco da parte delle forze governative e dei loro alleati. La Siria continua a essere un campo di battaglia geopolitico, con interessi contrastanti di attori internazionali, inclusi gli Stati Uniti, la Turchia e l&#8217;Iran. Il conflitto siriano si è trasformato in un lungo stallo che non sembra avere una soluzione politica a breve termine.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Oltre a questi focolai di guerra, la scena internazionale è complicata dalla crescente influenza della Cina, che sta giocando un ruolo cruciale nell&#8217;Asia e nel Pacifico, nonché nelle relazioni con l&#8217;Africa e l&#8217;America Latina. La Cina, con il suo progetto della Nuova Via della Seta, sta espandendo la propria influenza economica e militare, rafforzando i legami con la Russia e aumentando il proprio peso geopolitico. La NATO, seppur in difficoltà, non può ignorare l’emergente potenza asiatica, e le preoccupazioni per un possibile allineamento tra Mosca e Pechino rappresentano una delle principali sfide per l&#8217;Occidente nei prossimi decenni.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">In questo contesto globale segnato da conflitti e alleanze contrapposte, la voce del Papa si fa sempre più forte. In occasione del 10 maggio 2025, il Pontefice ha rinnovato il suo appello per la pace e la diplomazia, sottolineando che la guerra, qualunque essa sia, porta solo distruzione e morte. &#8220;La pace è l&#8217;unica via per un futuro di speranza&#8221;, ha detto il Papa, avvertendo che la comunità internazionale deve prendere coscienza dei pericoli derivanti da un’ulteriore escalation, soprattutto in un mondo dove le armi nucleari rimangono una minaccia incombente.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Tuttavia, nonostante gli appelli alla pace, la realtà è ben diversa. Le potenze globali, divise tra l&#8217;Occidente e il blocco russo-cinese, sembrano essere più concentrate a proteggere i propri interessi strategici che a cercare un compromesso. Putin, dal canto suo, continua a vedere l’espansione della NATO come una minaccia diretta alla sua sicurezza nazionale. Le ragioni che spingono Mosca a mantenere la sua aggressiva posizione in Ucraina sono legate non solo a questioni territoriali, ma anche a un senso profondo di accerchiamento geopolitico. La Russia percepisce ogni passo della NATO verso est come un atto di ostilità e si sente obbligata a reagire con forza.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">Nel frattempo, la guerra in Ucraina non è solo una battaglia per il controllo di un territorio conteso, ma anche un simbolo di una più ampia lotta di potere tra le grandi potenze mondiali. La NATO, con la sua continua espansione, è vista da Mosca come una sfida all&#8217;equilibrio mondiale stabilito dopo la fine della Guerra Fredda. Putin, ormai deciso a non cedere, sembra pronto a portare avanti il conflitto con tutte le sue forze, anche se questo significa andare incontro a un isolamento sempre maggiore.</p>
<p data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="16">La citazione di Napoleone, &#8220;Le guerre si vincono prima con la testa, poi con la forza&#8221;, appare ancora una volta come una lezione che molti nel mondo dovrebbero prendere seriamente. Non è solo con la forza bruta che si vincono i conflitti, ma con la capacità di dialogare, di negoziare e di trovare soluzioni diplomatiche. Ma con le potenze globali che si allontanano sempre più dalla pace, il rischio di escalation e la possibilità di una guerra mondiale sembrano crescere ogni giorno. In un mondo sempre più polarizzato, la necessità di soluzioni pacifiche e diplomatiche è più urgente che mai.</p>
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		<title>Nel disordine mondiale non si dialoga più e la libertà è in pericolo</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2023/11/19/nel-disordine-mondiale-non-si-dialoga-piu-e-la-liberta-e-in-pericolo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=nel-disordine-mondiale-non-si-dialoga-piu-e-la-liberta-e-in-pericolo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Nov 2023 15:31:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="426" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/syria-1034467_640-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/syria-1034467_640-1.jpg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/syria-1034467_640-1-300x200.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/syria-1034467_640-1-585x389.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/syria-1034467_640-1-263x175.jpg 263w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>di Angela Casilli Quanto è accaduto e sta accadendo in questi giorni, è la riprova di una crisi geopolitica di cui purtroppo non conosciamo gli esiti ma che si preannuncia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angela Casilli</strong> <img decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-80234 alignleft" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/Angela-Casilli-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/Angela-Casilli-150x150.jpg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/Angela-Casilli-585x585.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/Angela-Casilli-640x640.jpg 640w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
<p>Quanto è accaduto e sta accadendo in questi giorni, è la riprova di una crisi geopolitica di cui purtroppo non conosciamo gli esiti ma che si preannuncia lunga e di difficile soluzione.</p>
<p>Solo negli anni ’30 del secolo scorso il mondo si è trovato a dover affrontare una crisi come quella di oggi, perché anche se l’invasione dell’<strong>Ucraina</strong> da parte della <strong>Russia</strong> e l’attacco di <strong>Hamas</strong> agli insediamenti israeliani nella <strong>striscia di Gaza</strong>, sono state scatenate per ragioni diverse, entrambe si inseriscono in una situazione di debolezza del sistema geopolitico esistente e nella sua crisi di legittimità.</p>
<p>Sono guerre localizzate che vedono i loro protagonisti riaprire dossier mai risolti, ma sono anche il segno ben visibile di un mondo frammentato, diviso in blocchi contrapposti che, anziché dialogare tra loro, preferiscono combattersi con un costo in termini umani, immenso.</p>
<p>L’ordine internazionale, fortemente voluto dall’<strong>America</strong> all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, fondato su libertà e regole da osservare, rischia il tracollo e, come sempre accade in tempo di crisi, le forze più oscure e recalcitranti ad accettare regole e libertà si sono mobilitate e coordinate per imporsi con la forza delle armi, indifferenti a lutti e rovine pur di creare equilibri nuovi a loro favorevoli.</p>
<p>L’aggressione russa all’<strong>Ucraina</strong> di quasi venti mesi fa e la guerra scatenata da Hamas nella <strong>striscia di Gaza</strong>, oltre a ridare forza e vigore a despoti e terroristi, sono il più forte e drammatico richiamo agli <strong>Stati Uniti</strong> e all’<strong>Europa</strong> perché cessino gli attacchi alle democrazie, moltiplicatisi negli ultimi tempi, e si smetta di tergiversare tra incertezze e divisioni.</p>
<p>Si potrebbe obiettare che ogni crisi ha le sue specificità, ma quello che accade oggi appare diverso per genesi e sviluppo, nel senso che i conflitti in essere e quelli in fieri sono strettamente legati tra loro, un po’ perché i dittatori, despoti a tutti gli effetti, cercano di massimizzare le opportunità che hanno di aumentare il loro potere all’interno del disordine globale, un po’ perché coordinandosi tra loro, come già detto, possono  far crollare il sistema internazionale nato dopo la fine della  Seconda Guerra Mondiale, un po’ perché vedono la possibilità di realizzare le proprie ambizioni che poco hanno a che fare con il benessere del loro Paese, molto con il loro.</p>
<p>Di riflesso anche le istituzioni internazionali sono in grande affanno e l’impressione generale è che stia andando a pezzi una buona parte di quel sistema che nel dopoguerra ha cercato di governare il mondo, nel bene o nel male, allontanando il più possibile il pericolo di una Terza Guerra Mondiale, visto il proliferare delle armi nucleari, di cui diversi Paesi, oggi, sono in possesso.</p>
<p>Il <strong>Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite</strong> non è più in grado di prendere alcuna decisione per i continui veti di <strong>Mosca </strong>e <strong>Pechino</strong>. All’<strong>Assemblea Generale dell’Onu</strong>, tenutasi poco tempo fa, mancavano molti leaders importanti e il <strong>Fondo monetario internazionale</strong> e la <strong>Banca Mondiale</strong> hanno sempre più difficoltà ad erogare fondi di sostentamento a Paesi con importanti crisi finanziarie, un po’ per le divisioni politiche tra i diversi governi, un po’ per il comportamento della Cina, ai limiti delle regole.</p>
<p>Gli <strong>Stati Uniti</strong> sono anche loro responsabili di quanto accade, perché non garantiscono più il rispetto delle norme che regolano gli scambi commerciali e non favoriscono, come avrebbero fatto in altri tempi, l’apertura dei Paesi più produttivi al commercio mondiale.</p>
<p>L’impressione di molti è che proprio gli <strong>States</strong>, garanti dell’ordine mondiale dopo la fine della guerra fredda, siano in grosse difficoltà, specie dopo il periodo trumpiano, divisivo come non mai, e abbiano bisogno di rivedere la loro politica, sia interna che estera, perché quello che sta accadendo in questi giorni è segno della crisi in cui versano le democrazie occidentali. E soprattutto il Paese che ne è al centro, cioè gli <strong>Stati Uniti</strong>.</p>
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		<title>L’Italia? Non pervenuta, anzi assente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Romano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Nov 2023 13:10:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[Scenari]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Interessi]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Nord Africa]]></category>
		<category><![CDATA[strategie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="828" height="620" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/2E80736A-7F07-40AF-9CF4-B77AD53C936A.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/2E80736A-7F07-40AF-9CF4-B77AD53C936A.jpeg 828w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/2E80736A-7F07-40AF-9CF4-B77AD53C936A-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/2E80736A-7F07-40AF-9CF4-B77AD53C936A-768x575.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/2E80736A-7F07-40AF-9CF4-B77AD53C936A-585x438.jpeg 585w" sizes="(max-width: 828px) 100vw, 828px" /></p>
<p>I delicati equilibri e gli interessi dei Paesi  mediorientali  e degli stati del Nord Africa, tra Stati Uniti e Russia. E l’Italia? L’analisi di Raffaele Romano &#160; Nel Medio Oriente&#8230;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p class="m_7991795011505255511MsoNoSpacing"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Nel Medio Oriente e nel Nord Africa tutti fanno tutto ed il contrario di tutto. Solo l’Italia è assente, se non per  lanciare slogan ed appelli senza significato concreto. Ecco un sintetico quadro dove capirete che ognuno fa il proprio gioco in funzione degli interessi nazionali eppure né gli USA  né nessun altro battono ciglio a prese di posizione contraddittorie.<u></u><u></u></span></p>
<p class="m_7991795011505255511MsoNoSpacing"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">La <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Turchia</b>, pur facendo parte della NATO, ha accettato di pagare il gas russo in rubli e ha discusso dell’ulteriore sviluppo dei legami bancari, in special modo del sistema russo di carte di pagamento MIR, alternativo ai circuiti Visa e Mastercard che hanno sospese le operazioni con la Russia. <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Erdogan</b> non ha ricevuto <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Blinken</b> l’altra settimana, un duro schiaffo per gli Stati Uniti. Inoltre con la Russia si sono spartiti la <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Libia</b> e qualche altra “cosetta”. L&#8217;<b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Algeria</b> con cui abbiamo aumentato di molto l’importazione di gas ha espresso riserve sulla dichiarazione finale della riunione straordinaria dei ministri degli Esteri arabi tenutasi al Cairo sulla situazione in Palestina, che ha condannato l&#8217;uccisione di civili da entrambe le parti. Lo stesso con la <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Tunisia</b> che ha varato una legge anti <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Israele</b>. Senza dimenticare il <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Sudan </b>che con<u> </u></span>Abdelbasit Hamza Elhassan Mohamed Khair (<b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Hamza</b>), che l’<b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">OFAC</b> (L’Ufficio per il controllo dei beni esteri del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti) descrive come “un finanziatore di Hamas con sede in Sudan dell’organizzazione terrorista”.</p>
<p class="m_7991795011505255511MsoNoSpacing"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">“<b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Israele ha intrapreso la difficile ma nobile missione di mediare la ricerca della pace e porre fine all’aggressione della Russia contro l’Ucraina</i></b>”, dichiarò Andriy Yermak, capo dello staff del presidente ucraino <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Zelensky</b>. <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Israele </b>si è rifiutato di vendere armi a Kiev o di aderire alle sanzioni anti-russe, e le sue dichiarazioni sono state accuratamente elaborate per sostenere l’Ucraina senza riferirsi esplicitamente alla Russia.<u></u><u></u></span></p>
<p class="m_7991795011505255511MsoNoSpacing"><b><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Siria </span></b><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">a settembre del 2014 una coalizione internazionale guidata dagli<b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Stati Uniti d&#8217;America, Giordania, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti</i></b>, ha iniziato a bombardare l&#8217;ISIS, soprattutto in Iraq e in supporto delle forze curde YPG che erano assediate nella città di Kobanê e nel nord-est del Paese. <b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Francia e Russia lanciano invece i primi attacchi a settembre 2015 mentre il Regno Unito lo fa a dicembre</i></b>. La Russia è riuscita a mantenere <b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Assad al potere</i></b> con l’aiuto dell&#8217;<b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Iran</i></b>, del gruppo sciita libanese <b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Hezbollah</i></b> e di varie milizie sciite fondamentali per capovolgere il corso della guerra. La <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Russia</b> ha sostenuto l&#8217;amministrazione del presidente della Siria in carica Bashar al-Assad sin dall&#8217;inizio del conflitto siriano nel 2011: politicamente, con aiuti militari e, dal settembre 2015, attraverso la missione in Siria <b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">con intervento militare diretto</i></b>. Il dispiegamento del 2015 in Siria segnò il primo caso, dopo la fine della guerra fredda nel 1991, in cui la Russia entrò in un conflitto armato fuori dei confini appartenuti all&#8217;Unione Sovietica.<u></u><u></u></span></p>
<p class="m_7991795011505255511MsoNoSpacing"><b><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Marocco </span></b><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Sulla questione israelo-palestinese la posizione di Rabat è particolarmente delicata e ambigua da quando, nel 2020, ha aderito agli Accordi di Abramo e stabilito relazioni diplomatiche con Tel Aviv.<u></u><u></u></span></p>
<p class="m_7991795011505255511MsoNoSpacing"><b><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Egitto </span></b><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">ed Israele hanno oggi interessi comuni e un solido rapporto. Sul fronte energetico, entrambi mirano allo sfruttamento degli idrocarburi nel Mediterraneo. Per quanto riguarda i temi securitari, collaborano per contrastare il terrorismo nel Sinai e contenere Hamas nella Striscia di Gaza.<u></u><u></u></span></p>
<p class="m_7991795011505255511MsoNoSpacing"><b><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Qatar</span></b><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666"> ospita e finanzia Hamas ed è la sede dove la CIA sta trattando con l’Emiro <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Tamim bin Hamad Al Thani </b>molto vicino anche ai Fratelli Musulmani. La sua forza risiede nell’ospitalità offerta ai leader dei talebani e di Hamas e nel sostegno economico apertamente concesso ai loro movimenti. Ospita anche la più grande base americana la <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Udeid Air Force</b><b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Base</b> nella capitale Doha. Dove convivono sia l&#8217;aeronautica militare dell&#8217;emiro del Qatar, sia quella degli Stati Uniti e la Royal Air Force britannica. Ospita il quartier generale avanzato del comando centrale degli Stati Uniti, il quartier generale del comando centrale delle forze aeree degli Stati Uniti il gruppo aereo di spedizione n. 83 della RAF e la 379a ala di spedizione aerea dell&#8217;USAF. Nel frattempo gli <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Emirati Arabi Uniti </b>sono usciti da <b><i data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Le Combined Maritime Forces </i></b>in quanto Abu Dhabi ha scelto di ritirare il proprio impegno dalla coalizione che sotto la guida degli Stati Uniti gestisce la sicurezza marittima del Golfo. Nell’accordo tra Stati Uniti e <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Bahrein </b>va inevitabilmente tirato dentro anche l’Iran. Non che ne sia parte, ma quello siglato è l’ennesimo passo che gli americani muovono nella regione per contenere Teheran. Washington e Manama hanno deciso di rafforzare i loro legami di sicurezza ed economici, dimenticandosi del passato quando la monarchia del Golfo era stata punita da Barack Obama con un embargo sulle armi a causa della repressione contro gli sciiti.<br />
<b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Oman</b> La politica estera omanita è amichevole verso l&#8217;Occidente e vanta legami privilegiati con il Regno Unito e con gli Stati Uniti. Più strategico è il legame con gli Stati Uniti, che costituisce un punto di riferimento costante delle scelte del Sultanato, nei settori militare ed economico. <u></u><u></u></span></p>
<p class="m_7991795011505255511MsoNoSpacing"><b><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Yemen </span></b><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">grazie all’alleanza con <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Ansar Allah</b>, Teheran è riuscita a guadagnare un significativo spazio strategico in Yemen. Nel <b data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="18.666666">Libano</b> si prevede un aumento del tasso di povertà della popolazione. Secondo l&#8217;Onu, l&#8217;80% degli abitanti del Libano vive dal 2020 sotto la soglia di povertà. In molte aree del Libano, Hezbollah gestisce ospedali, cliniche, negozi, scuole ed imprese edili, oltre ad una considerevole serie di organizzazioni preposte alla gestione di aiuti alla popolazione ed in particolare alle famiglie dei suoi miliziani e presiede il sud del Libano da dove può sparare su Israele.<u></u><u></u></span></p>
<p class="m_7991795011505255511MsoNoSpacing"><span data-originalfontsize="14pt" data-originalcomputedfontsize="18.666666">E l’Italia?</span></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F11%2F15%2Flitalia-non-pervenuta-anzi-assente%2F&amp;linkname=L%E2%80%99Italia%3F%20Non%20pervenuta%2C%20anzi%20assente" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F11%2F15%2Flitalia-non-pervenuta-anzi-assente%2F&#038;title=L%E2%80%99Italia%3F%20Non%20pervenuta%2C%20anzi%20assente" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2023/11/15/litalia-non-pervenuta-anzi-assente/" data-a2a-title="L’Italia? Non pervenuta, anzi assente"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/11/15/litalia-non-pervenuta-anzi-assente/">L’Italia? Non pervenuta, anzi assente</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Israele  Geopolitica parte III</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Romano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Oct 2023 18:07:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="541" height="685" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/Screenshot-2023-10-17-195107.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/Screenshot-2023-10-17-195107.png 541w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/Screenshot-2023-10-17-195107-237x300.png 237w" sizes="(max-width: 541px) 100vw, 541px" /></p>
<p> Mentre ci si accapiglia a chi è più filo israeliano o filo palestinese, a questo è giunto ormai il livello della comunicazione italiota, sono letteralmente scomparsi di scena la guerra&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="541" height="685" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/Screenshot-2023-10-17-195107.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/Screenshot-2023-10-17-195107.png 541w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/Screenshot-2023-10-17-195107-237x300.png 237w" sizes="(max-width: 541px) 100vw, 541px" /></p><p><b> </b>Mentre ci si accapiglia a chi è più filo israeliano o filo palestinese, a questo è giunto ormai il livello della comunicazione italiota, sono letteralmente scomparsi di scena la guerra in <strong>Ucraina</strong> ed il <strong>Covid</strong> che entrambe, qualsiasi cosa se ne dica o se ne pensi, continuano a mietere vittime sul loro percorso. In alternativa a loro, invece, c’è il calcio scommesse lanciato da tale <strong>Fabrizio Corona</strong>. Manca solo di leggere di un autorevole intervento dell’<strong>Inviato speciale dell&#8217;Ue per il Golfo Persico </strong>al secolo <strong>Luigi Di Maio</strong> ormai scomparso dai radar dopo aver eliminato la povertà in Italia e per questo appetito dai migliori centri di intelligence e finanziari del mondo.</p>
<p>Sempre nel quadro medio orientale, a dir poco complesso ed articolato come abbiamo avuto modo di rappresentare nel primo articolo su tale materia, è l’ambigua posizione di Israele sull’Ucraina per il fatto che molti immigrati ebrei sono venuti dalla Russia e da quei territori caucasici allo scioglimento dell’ex Unione Sovietica.</p>
<p>Se si considera la necessità vitale per Israele della sua sicurezza ecco che appaiono più che determinanti gli statunitensi che hanno garantito e garantiscono la difesa e la sicurezza di Tel Aviv. Per questo motivo va tenuto nella giusta e meritevole considerazione il super attivismo del Segretario di Stato USA <strong>Antony Blinken </strong>a cui Israele non può assolutamente dire di no in un’intelligente mossa per evitare l’espandersi del conflitto in altre aree del Medio Oriente.</p>
<p>Un altro tassello, nel complesso puzzle medio orientale, da non sottovalutare e né dimenticare, è la <strong>Cisgiordania</strong> a cui il governo di Netanyahu guarda con particolare e sensibile attenzione come ad un territorio da annettere per poi, successivamente, far evacuare i palestinesi.</p>
<p>La Cisgiordania si estende su una superficie di 5.655 km² e ha più di 3 milioni di abitanti di cui più di 2 milioni sono palestinesi ed è divisa in tre zone: l’area A, l’area B e l’area C. <strong>L&#8217;Autorità palestinese</strong> ha il pieno controllo civile nell&#8217;area <strong>A</strong>, l&#8217;area <strong>B </strong>è caratterizzata da un&#8217;amministrazione congiunta tra l&#8217;ANP ed Israele, mentre la zona <strong>C</strong> è sotto il pieno controllo israeliano.</p>
<p>Nella zona A c’è il controllo Palestinese con un’Amministrazione Palestinese ed ha il <strong>17%</strong> dell’intero territorio mentre la popolazione è composta dal <strong>55%</strong> di Palestinesi.</p>
<p>Nella zona B il controllo è Israeliano l’Amministrazione è Palestinese e copre il <strong>24%</strong> del territorio con una presenza del <strong>41%</strong> di Palestinesi</p>
<p>Nella zona C il controllo è Israeliano l’Amministrazione è Israeliana ed occupa il <strong>59%</strong> del territorio con solo il <strong>4% </strong>di presenza di Palestinesi.</p>
<p>Non va poi dimenticato che nello Stato di Israele il 20% della sua popolazione è di etnia araba.</p>
<p>Per completare il discorso sulla profonda spaccatura su Netanyahu ed i suoi governi in questi anni c’è da fare chiarezza per far comprendere le vere questioni senza realizzare, anche qui, il solito schema italiota: guelfo o ghibellino? Perché la materia in campo giuridico di Israele è un’anomalia che, in un modo o nell’altro, andava sanata.</p>
<p>Bisogna sapere che Israele non ha una sua Costituzione in quanto, per decenni, dal fondatore dello Stato <strong>David Ben Gurion</strong> a Netanyahu non sono mai riusciti a trovare un’intesa politica ed hanno predisposte, invece, delle leggi che portano il nome di “<strong>Leggi fondamentali</strong>”.</p>
<p>Bisogna sottolineare che la <strong>Corte Suprema</strong> israeliana ha preso il carattere di una sorta di contropotere politico negli anni in quanto non aveva una Carta a cui far riferimento e, a volte, è uscita dal seminato nei confronti dei governi e del parlamento per cui Netanyahu ed il suo governo hanno approvato quella legge di riforma che agisce da <strong>balance of power</strong> in attesa di una futura costituzione.</p>
<p>Negli ultimi decenni, al di là di semplificazioni e demonizzazioni facili dei nostri media, lo Stato di Israele vive una profonda crisi di identità fra <strong>ebrei</strong> (<strong><em>con una visione</em></strong> <strong><em>religiosa</em></strong>) ed <strong>israeliani </strong>(<strong><em>con una visione unitaria</em></strong>) schematicamente la destra rappresenta gli ebrei mentre i laburisti rappresentano gli israeliani.</p>
<p>Poi, per non farsi mancare nulla, c’è l’irrisolta questione di <strong>Gerusalemme</strong>.</p>
<h3><a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/10/15/israele-e-hamas-e-la-geopolitica-del-medio-oriente-seconda-parte/">Leggi la seconda parte dell&#8217;articolo di geopolitica di Raffaele Romano</a></h3>
<h3><a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/10/13/oltre-israele-e-hamas-la-geopolitica-del-medio-oriente-prima-parte/">Leggi la prima parte dell&#8217;articolo  di geopolitica di Raffaele Romano</a></h3>
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		<title>NIXON E LA SUA EPOCA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Aug 2022 19:54:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Nixon]]></category>
		<category><![CDATA[politica internazionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="480" height="480" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/08/70F0757E-D1E9-45A6-ADE5-EBA9835E02DC.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/08/70F0757E-D1E9-45A6-ADE5-EBA9835E02DC.jpeg 480w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/08/70F0757E-D1E9-45A6-ADE5-EBA9835E02DC-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/08/70F0757E-D1E9-45A6-ADE5-EBA9835E02DC-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p>Di Raffaele Romano Cinquanta anni fa un presidente americano capì che per combattere le autocrazie dell’epoca, Repubblica Popolare Cinese e Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, bisognava cambiare spalla al fucile&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="480" height="480" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/08/70F0757E-D1E9-45A6-ADE5-EBA9835E02DC.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/08/70F0757E-D1E9-45A6-ADE5-EBA9835E02DC.jpeg 480w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/08/70F0757E-D1E9-45A6-ADE5-EBA9835E02DC-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/08/70F0757E-D1E9-45A6-ADE5-EBA9835E02DC-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p><p>Di <b>Raffaele Romano</b></p>
<p>Cinquanta anni fa un presidente americano capì che per combattere le autocrazie dell’epoca, Repubblica Popolare Cinese e Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, bisognava cambiare spalla al fucile e mettere in atto l’antico motto di Roma imperiale: <strong>divide et impera! </strong>Già nel 1967 Richard Nixon scriveva che era &#8220;<em>del tutto impossibile lasciare la Cina fuori dalla comunità delle nazioni</em>&#8220;.</p>
<p>Il riavvicinamento tra i due Paesi avvenne in maniera felpata e graduale. Dapprima, nell&#8217;estate del 1969, il governo di Washington decise, in modo autonomo, di eliminare alcune restrizioni commerciali a Pechino e nel 1971, la squadra americana di ping pong venne invitata a partecipare ad un importante torneo in Cina, dando così inizio alla cosiddetta “<em>diplomazia del ping pong</em>”. Il riavvicinamento ufficiale si formalizzò nell’ultima settimana di febbraio del 1972. Nixon si incontrò col presidente <strong><em>Mao Zedong </em></strong>ma, soprattutto, tenne molti incontri anche con <strong><em>Zhou Enlai</em></strong>, un grande diplomatico e primo ministro del governo cinese col quale firmò il famoso ed attuale <em>comunicato di Shanghai</em>, un documento di politica estera che pose le basi per le relazioni bilaterali cino-americane. Il comunicato includeva innanzitutto il riconoscimento del principio di una sola Cina, con il quale gli Stati Uniti per la prima volta riconoscevano l’unità della Cina comunista e di Taiwan, dove si era rifugiato il governo nazionalista, eliminando la frattura politico-diplomatica anche in sede di Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ancora negli anni settanta sedeva la Cina nazionalista fuggita a Taiwan. In cambio di questo principio, la Cina concedeva agli Stati Uniti il riconoscimento della loro supremazia nel Pacifico e si impegnava a contrastare l’eventuale tentativo di espansione dell’area di una terza potenza. Inoltre, il comunicato prevedeva la normalizzazione dei rapporti economico-commerciali tra i due Paesi. Gli americani accettarono di eliminare la &#8220;<em>teoria delle due Cine</em>&#8220;, riconoscendo l&#8217;indivisibilità del Paese e impegnandosi a ritirare tutte le forze militari di stanza sull&#8217;isola di Taiwan. In cambio i cinesi riconobbero, come si è già evidenziato, sostanzialmente, la supremazia statunitense nel Pacifico. Brutalmente e di fatto quest’ultima frase rappresentava un avvertimento esplicito all&#8217;Unione Sovietica. Da quel momento gli Stati Uniti si frapposero nel cuneo dei due grandi Paesi comunisti che, insieme a tante altre concause, si può dire oggi con certezza storica che contribuì ad avviare la fine dell’URSS.</p>
<p>Purtroppo 50 anni dopo nel braccio di ferro indiretto degli USA con la Russia di Putin il presidente <strong><em>Joe Biden</em></strong> non ha seguito l’antico motto latino del dividere ma ha, forse inconsapevolmente, riavvicinato le più grandi autocrazie mondiali consentendo a Mosca di vendere a Pechino parte del gas e del petrolio non acquistato più dall’Europa. Il  28 febbraio scorso, il portavoce del Ministro degli Affari Esteri cinese, <strong><em>Wang Wenbin</em></strong>, dichiarò che “<em>Cina e Russia sono partner strategici, ma non alleati</em>”, per cui occorreva interrogarsi ed indagare sulla vera natura della rinascente amicizia tra Mosca e Pechino. Nel frattempo si sono susseguiti accordi sul grano russo quasi eliminando le restrizioni pre esistenti e, come se non bastasse, Russia e Cina hanno firmato un contratto trentennale per la fornitura di gas naturale dall&#8217;Estremo Oriente russo al Nord-Est della Cina. Questa collaborazione rientra nell’ambito di una ben definita &#8220;<em>cooperazione strategica</em>&#8221; delineata in una dichiarazione congiunta delle due autocrazie, rilasciata lo scorso 4 febbraio, in cui faceva capolino la frase relativa ad un&#8217;amicizia &#8220;<em>senza limiti</em>&#8220;. Va tenuto in buon conto, inoltre, che le loro economie sono totalmente complementari in quanto la Russia è ricchissima di materie prime e la Cina ha una grandissima industria manifatturiera. La forte ed inevitabile virata della Russia verso la Cina ha provocato effetti anche sul fronte finanziario e commerciale accelerando, di fatto, i piani di Pechino di aumentare la propria sfera di influenza economica e politica. Secondo i dati della Banca Mondiale e dell’ONU sul commercio internazionale, per effetto delle sanzioni in vigore già dal 2014, la Cina è emersa ormai come la più grande destinazione per l’export russo. Già oggi più della metà del commercio sino-russo avviene in <strong><em>renminbi</em></strong>, quindi non sarà bloccato dalle sanzioni, e ci si dovrà aspettare che la Cina rinforzi il canale dei pagamenti nella sua moneta. In politica estera per la Cina è molto utile che la Russia rallenti o fermi il rafforzamento della NATO proprio partendo dall’Ucraina, che è un Paese importante nella produzione di energia elettrica dal nucleare, settore destinato a diventare il principale nella produzione energetica nel futuro. Mentre oggi si pensa quasi soltanto al capitolo del gas russo, che potrebbe finire sempre di più a Oriente se le sanzioni dovessero coinvolgere l’export di gas verso l’Europa, in realtà l’energia nucleare è il vero obiettivo di medio-lungo termine. Russia e Cina non vogliono che si ripeta in Ucraina quello che è avvenuto qualche tempo fa in Romania. Non va dimenticato che nel 2013 la Romania e la Cina avevano firmato 2 accordi di cooperazione dove la <strong><em>China General Nuclear</em></strong> si impegnava a costruire 2 nuovi reattori ad acqua pesante pressurizzata sul Danubio. Poi la Romania ha dovuto stracciare i contratti quando Trump ha sparato  le sue critiche alla Cina ed ha lanciato un&#8217;offensiva diplomatica internazionale contro il gigante tecnologico <strong><em>Huawei</em></strong>. Nel 2019 la Romania e gli USA hanno firmato un nuovo accordo che prevede la costruzione di due nuovi reattori nucleari civili. La sfida sistemica tra le democrazie liberali e le autocrazie dipenderà dalle rispettive forze economiche, militari e politiche e nell’evitare l’abbraccio molto pericoloso se non addirittura mortale se Washington non correggerà le sue linee guida ricordandosi dell’efficacia della strategia estera di Nixon.</p>
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<p>foto: Pixabay</p>
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