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		<title>Quando a Venezia fu inventato il ghetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Oct 2023 06:35:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1912" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-scaled.jpeg 1912w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-224x300.jpeg 224w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-765x1024.jpeg 765w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-768x1028.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1147x1536.jpeg 1147w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1530x2048.jpeg 1530w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1920x2571.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-1170x1566.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/D552E237-32D2-42B3-BF39-0DA88DB962D3-585x783.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1912px) 100vw, 1912px" /></p>
<p>Un rapporto complesso quello tra la comunità ebraica e l’antica Venezia, ma proficuo per entrambe: per le le casse della Serenissima da una parte e per la tolleranza sconosciuta nel&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un rapporto complesso quello tra la comunità ebraica e l’antica Venezia, ma proficuo per entrambe: per le le casse della Serenissima da una parte e per la tolleranza sconosciuta nel resto d’Europa che gli ebrei trovarono a Venezia. L’ approfondimento tratto da “Il Signore di Notte” il giallo storico ambientato nella Venezia del 600 scritto da  Gustavo Vitali.</p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Le prime comunità in terraferma</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pare che una prima testimonianza della presenza ebraica nel territorio veneziano risalga al 932 a Mestre dove nel 1152 si censirono circa milletrecento membri. Invece, recenti studi hanno confutato la presenza degli ebrei nell’isola della Giudecca, come erroneamente e a lungo ritenuto. Infatti il nome non deriva da “giudeo”, ma da “zudec</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">á</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”, cioè “giudicati” in veneziano, perché sull’isola venivano confinati i patrizi giudicati colpevoli di reati minori verso la Serenissima.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Da Mestre gli ebrei si recavano a Venezia per i loro commerci ed esercitavano anche la tradizionale attività di prestare denaro. Infatti, siccome tra cristiani era vietato esigere interessi sul denaro prestato, difficilmente chi ne aveva bisogno trovava un prestatore. Quindi questo lavoro “sporco” per i cristiani era stato lasciato ai giudei. Per altro costoro non erano considerati cittadini della Serenissima e nel 1298 venne imposta loro una tassa specifica del 5% sull’attività commerciale e stabilito un tetto massimo del 10% al tasso d’interesse sul denaro prestato.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78625" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-224x300.jpeg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-224x300.jpeg 224w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-765x1024.jpeg 765w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-768x1028.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1147x1536.jpeg 1147w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1530x2048.jpeg 1530w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1920x2571.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-1170x1566.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-585x783.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/F5390A0A-69BE-4B09-8842-DCEF11AF0823-scaled.jpeg 1912w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel 1384 agli ebrei era stato concesso il soggiorno a Venezia per quindici giorni ogni quattro mesi, ridotti poi a quindici l’anno. Tuttavia l’imposizione non era stata applicata sempre con rigore, motivo per cui se ne trovavano un poco ovunque in città anche se in numero sparuto.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Dopo il 1509: conseguenze della guerra di Cambrai</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Poi era venuta la disfatta di Agnadello, nel maggio del 1509, e le cose erano cambiate. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Gli eserciti della Lega di Cambrai promossa da papa Giulio II con gli Asburgo, Francia, gli Este, i Gonzaga, i Savoia, il re di Napoli erano giunti a un passo dalla laguna. In fuga dagli invasori, gli ebrei di terraferma avevano ottenuto temporaneo rifugio in città. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In seguito le cose si erano messe meglio e, man mano che le armate venete avevano liberato i territori occupati dai nemici, erano stati rimandati a casa, ma non tutti avevano lasciato Venezia. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nel frattempo la guerra, benché vinta, aveva consumato fino all’ultimo spicciolo delle casse statali e la necessità aguzzò l’ingegno. Qualcuno aveva osservato che quella gente avrebbe potuto rendere allo stato più di quanto aveva fatto fino ad allora standosene in terraferma.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Tempi di dialogo e di … tasse</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Era così iniziato il difficile dialogo tra le comunità giudaiche e le magistrature preposte al loro controllo, gli Ufficiali al Cattaver in primo luogo, ma anche i Savi alla Mercanzia e l’onnipresente Consiglio dei Dieci ci avevano messo del loro. Verso la metà del 1513 quest’ultimo aveva stipulato un primo accordo, diventato definitivo tre anni dopo.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In cambio di questa “condotta” era stato richiesto il versamento di una imposta salata alla quale i giudei avevano fatto fronte pur lagnandosi. Erano stati loro permessi il commercio in roba usata, la “strazzaria”, però tramite intermediari cristiani, e la professione medica nella quale era nota la loro competenza. A questi ricorrevano anche i cristiani a dispetto della proibizione ecclesiastica, ma la salute, se non la pelle, era evidentemente più importante dell’osservanza delle regole.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Agli ebrei era stato imposto di gestire i banchi di prestito su pegno con l’occhio vigile dello stato a controllare che i tassi praticati non sconfinassero nell’usura, cosa tutt’altro che rara. Vietate le attività manifatturiere riservate alle arti e alle corporazioni alle quali non erano ammessi. Gli ebrei avrebbero potuto vendere, non produrre, ma talvolta si era chiuso benevolmente un occhio, come nel caso dei bottoni in osso d’animale, bottoni di poco prezzo che i giudei producevano senza far troppo chiasso.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>L’istituzione del ghetto</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Sancito l’accordo, il governo aveva preso le sue brave precauzioni affinché gli ebrei non si spargessero ovunque, magari in coabitazione con i fedeli di Santa Madre Chiesa, e girovagando “zorno e note dove li piace… con offension gravissima di la Maestà Divina”, come qualcuno aveva detto. Sicché i cancelli della segregazione si erano chiusi alle loro spalle quando una legge del 1516 aveva prescritto per i giudei l’obbligo di “andar immediate ad Habitar unidi in la corte de’ case che sono in Geto appresso San Hironimo, luogo capacissimo per sua habitatione”.<img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78626" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1024x765.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-768x574.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1536x1147.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-2048x1530.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1920x1434.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1170x874.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-585x437.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Era stato così istituito il primo ghetto in contrada San Girolamo, zona dove un tempo venivano gettati gli scarti della fusione dei metalli, secondo alcuni, oppure dove avevano funzionato delle fonderie per la costruzione di bombarde, secondo altri. Il “geto” sarebbe stato il colare del metallo fuso, oppure il “getar” gli scarti. Invece, per altri ghetto sarebbe derivato da “ghettare”, cioè affinare il metallo con la “ghetta”, un ossido di piombo piuttosto tossico. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I primi a trovare alloggio in Ghetto Nuovo erano stati gli “Ebrei Aschenaziti”, cioè tedeschi. Costoro avevano storpiato il termine veneziano “geto” in “gheto” a causa della pronuncia della “g” dura propria della lingua germanica. Da questo al vocabolo “ghetto” sarà un passo breve e da allora il termine varrà per tutto il mondo e per sempre.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Regolamentazione del ghetto</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il ghetto aveva le sue leggi, precise, severissime: due porte, l’una presso “un ponteselo piccolo e similmente dall’altra banda”, aperte all’alba al suono della Marangona, cioè una delle campane di San Marco che chiamava al lavoro  i “marangoni”, cioè i falegnami dell’Arsenale, e chiuse al tramonto; multa di cento lire, raddoppiata e poi quintuplicata, più due mesi di cella, a chi persisteva nel chiedere permessi per uscire durante la notte; a guardia delle porte quattro custodi residenti in loco, cristiani, senza famiglia e scelti dal governo, ma pagati dagli ebrei senza curarsi dell’umiliazione per il recluso obbligato a mantenere il proprio carceriere; murate le rive dei canali e tutte le porte e finestre che davano su questi con due barche di ronda per un vigile controllo, sempre a spese dei relegati; permessa un’osteria e dapprima vietate le sinagoghe che saranno autorizzate in seguito; nessuna esenzione all’obbligo di soggiorno nel ghetto neppure dietro pagamento; facoltà di uscita notturna per i ricercatissimi medici giudei, previa consegna ai guardiani della lista dei loro impegni, trasmessa poi agli Ufficiali al Cattaver che si sarebbero premurati di “diligente inquisition se l’è vero che siano stati a li lochi dicti”.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le porte del ghetto “Nuovo”, che nel frattempo erano diventate quattro con l’aggiunta dei ghetti “Vecchio” e “Nuovissimo” e senza che nessuno si stupisse se qualcosa di “nuovo” fosse preesistito a qualcos’altro di vecchio, saranno definitivamente aperte nel maggio del 1797 da un generale francese, Napoleone Bonaparte.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Con il tempo le regole erano diventate più miti: dopo il permesso per le sinagoghe, sul finire del XVI secolo era stato concesso il funzionamento di una tipografia. Si era sorvolato su qualche piccola attività artigianale alla faccia del divieto di produrre alcunché. Avevano goduto di qualche privilegio suonatori, maestri di musica, di canto e letterati.<img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78629" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-224x300.jpeg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-224x300.jpeg 224w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-765x1024.jpeg 765w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-768x1028.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1147x1536.jpeg 1147w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1530x2048.jpeg 1530w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1920x2571.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-1170x1566.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-585x783.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/A8379C24-7477-44A3-A0A6-F5A663BC4D5C-scaled.jpeg 1912w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>Allargamento del ghetto e nuovi accoglimenti</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il Ghetto Nuovo si era allargato e poi congiunto al Ghetto Vecchio, istituito su iniziativa dei Savi alla Mercanzia per far posto ai Levantini, ebrei espulsi dalla penisola iberica nel 1492.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Costoro erano così chiamati perché prima di emigrare a Venezia avevano trovato rifugio nell’Impero Ottomano. Il governo li aveva accettati nella prospettiva che rafforzassero il commercio con l’Oriente danneggiato da guerre e altri guai occorsi nella prima metà del Cinquecento. Ogni tanto c’era stata anche della tolleranza, soprattutto quando di mezzo c’erano fior di zecchini.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Alla fine del secolo ai Levantini si erano aggiunti i Ponentini, i discendenti degli ebrei spagnoli e portoghesi che avevano evitato la cacciata con il battesimo, ma erano finiti braccati dalla Santa Inquisizione per il sospetto di praticare il giudaismo in segreto, cioè di essere “vili marrani”. Come quelli di un secolo prima, se ne erano andati anche loro prima in terra turca e in altre città italiane, infine a Venezia.</span></span></p>
<p class="s2"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78627" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-300x224.jpeg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-300x224.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1024x765.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-768x574.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1536x1147.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-2048x1530.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1920x1434.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-1170x874.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/4A0D3F17-990B-4DF6-BE68-EF9D9F615DB7-585x437.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>L’urbanistica nei ghetti</b></span></span></p>
<p class="s2">L’istituzione dei ghetti aveva imposto anche una questione urbanistica. Gli spazi ristretti avevano spinto a innalzare immobili fino a otto piani. Per alleggerire il peso di tali costruzioni poggiate su infidi terreni sabbiosi le pareti esterne erano piuttosto sottili, quelle interne in legno, i soffitti molto bassi. Per sfruttare ogni spazio interno disponibile, le scale giravano all’esterno degli edifici con una disinvoltura che teneva conto solo del profitto, tanto che furono chiamate “scale matte”.<img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-78626" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-300x224.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1024x765.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-768x574.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1536x1147.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-2048x1530.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1920x1434.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-1170x874.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/78E47230-D242-4A0A-BA49-3D9FF5407D2D-585x437.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Al pianterreno erano posti i magazzini degli straccivendoli e i banchi dei pegni che prendevano nome dal colore delle ricevute rilasciate: banco rosso, banco verde, ecc. Ai tempi del primo insediamento degli ebrei tedeschi erano stati quantificati in una decina, poi erano cresciuti di numero dietro esborso di diecimila ducati per ottenere il permesso dalle autorità sempre pronte ad allungare le mani nelle scarselle dei giudei.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Poiché agli ebrei non era concesso possedere case, certuni avevano goduto di ampi vantaggi ad affittare loro alloggi infliggendo canoni superiori anche di un terzo rispetto a quelli di mercato.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15"><b>La forza del ghetto</b></span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il ghetto rinchiudeva, ma anche proteggeva. Venezia di notte per un ebreo poteva diventare pericolosa, una città che covava un rancore spesso manifesto nei confronti degli uccisori del Cristo, come ovunque nella cristianità. E se non era questo il motivo, c’era il risentimento di chi si era indebitato con qualche banchiere ebreo a interessi che non sempre rispettavano i limiti di legge. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Perfino la sepoltura dei defunti di fede ebraica non era rispettata dai cristiani: impensabile tumularli in terra consacrata, nel 1386 era stato concesso loro di acquistare un terreno a San Nicolò di Lido come cimitero, teatro peraltro di frequenti profanazioni. Per lo più le barche che traslavano le salme dal ghetto verso l’estrema dimora e i loro accompagnatori erano oggetto di insulti, scherni, minacce, lanci di immondizie, pitali e tutto un corollario di bravate con le quali il popolino sfogava il suo rancore nei confronti del popolo di Mosè. Proprio non si riusciva a dimenticare quella croce sul Calvario.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Solo nel 1668, a spese della comunità giudea, fu autorizzato l’escavo del “canale degli hebrei” per facilitare il transito dei cortei funebri verso il cimitero sottraendoli agli insulti della plebaglia.</span></span></p>
<p class="s2"><strong><span class="s3"><span class="bumpedFont15">Rinnovo delle “condotte”</span></span></strong></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Se quasi inesistenti agli inizi del Cinquecento, il numero totale degli ebrei residenti in città crebbe con gli accoglimenti di Levantini e Ponentini. Circa settecento nel 1516 all’apertura del primo ghetto, più che raddoppiato quindici anni dopo, sceso a 1043 per le pestilenze nella seconda metà del secolo, il numero si era impennato in 1694 nel 1586.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Al periodico rinnovo delle condotte si apriva puntualmente un capitolo doloroso per le borse dei giudei, con l’introduzione di clausole sempre più vessatorie che avevano finito con il soffocare i banchi dei prestiti su pegno. Per altro nel corso del Cinquecento non se l’erano cavata meglio le stesse banche dei cristiani travolte da difficoltà economiche. Si era così giunti alla revisione degli accordi con la comunità ebraica. Il gravoso tributo era stato abolito, ma in cambio gli ebrei si erano dovuti accollare una volta per tutte la gestione dei banchi dei pegni, un’attività inevitabilmente in perdita e che nascondeva sotto sotto della buona usura a dispetto del rigido controllo. </span></span></p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Invece avevano fatto un buon affare quei ricchi patrizi ai quali si rivolgevano gli ebrei quando restavano a secco di denaro, perché in questo caso era consentito ai cristiani percepire interessi da chi cristiano non era.</span></span></p>
<p class="s2"><strong><span class="s3"><span class="bumpedFont15">Da straccivendoli a ricchi mercanti</span></span></strong></p>
<p class="s2">Nel contempo la “strazzaria” si era trasformata in un’attività ben più lucrosa di quanto il nome avrebbe lasciato intendere. Poi verso il 1590 erano stati ammessi al grande commercio con il Levante, attività tradizionalmente riservata a patrizi e cittadini. I capitali veneziani si andavano progressivamente ritirando dai commerci per essere investiti in terraferma, lasciando un vuoto assolutamente da colmare.</p>
<p class="s2"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I risultati non si erano fatti attendere: sei anni dopo l’ambasciatore di Costantinopoli informava il governo che due terzi del commercio con la capitale turca era in mano a mercanti ebrei e Francesco Sansovino aveva annotato che essi “per il negotio sono opulentissimi”.</span></span></p>
<p class="s2"><span class="s3"><span class="bumpedFont15">Le “nationi” e l’autogoverno della comunità</span></span></p>
<p class="s2">La comunità era retta da un “Capitolo”, o Consiglio degli Ebrei, una sorta di autogoverno dal quale, tuttavia, tutti tentavano di defilarsi e avevano le loro brave ragioni. Infatti, a questo consesso era stato affidato il fastidioso incarico di mantenere i rapporti con le autorità, incarico mai facile e dagli esiti spesso oggetto di lamentele da parte della comunità suddivisa in quattro “nationi”: tedesca, italiana, ponentina e levantina. Ciascuna aveva la propria assemblea per occuparsi degli affari religiosi e la propria sinagoga con funzioni celebrate secondo i rispettivi riti. Le questioni più delicate, come quella riguardante le imposte da versare allo stato, erano demandate a un’assemblea generale di circa ottanta membri.</p>
<p class="s2">Degli anni successivi al 1605 francamente so poco in quanto mi sono occupato degli ebrei veneziani e del ghetto in modo funzionale al giallo Il Signore di Notte, nome mutuato da una magistratura veneziana di sei membri incaricati di mantenere l’ordine pubblico in città. In pratica magistrati e insieme capi di una delle polizie che operavano nella Serenissima.</p>
<p><i><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Nell’articolo alcune foto</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> scattate</span></span> <span class="s8"><span class="bumpedFont15">dall&#8217;autore nel 2013 nel ghetto di Venezia dove anticamente certe case raggiungevano anche i sette piani e oltre</span></span></i></p>
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		<title>Quando a Venezia si remava sulle galee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 05:14:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Galee]]></category>
		<category><![CDATA[giallo storico]]></category>
		<category><![CDATA[Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="800" height="529" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA.jpeg 800w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-300x198.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-768x508.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-780x516.jpeg 780w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-585x387.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/25DDE113-72DF-4B7D-9FA2-AFA3FFBC73EA-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>L’antica Venezia e le sue galee. Un approfondimento di Gustavo Vitali, autore del giallo storico “Il Signore di Notte” La protagonista assoluta della politica commerciale ed espansionistica dell’antica Venezia è&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’antica Venezia e le sue galee. Un approfondimento di Gustavo Vitali, autore del giallo storico “Il Signore di Notte”</p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La protagonista assoluta della politica commerciale ed espansionistica dell’antica Venezia è stata soprattutto la galea, detta anche galera nel senso più detentivo del termine.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Per alcuni l’etimologia sarebbe derivata dal greco “galeos”, squalo, per la forma lunga, sottile e filante, ma c’era anche chi lo faceva derivare da altro. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Un’immagine abusata</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Distorta e abusata l’immagine della galea che navigava a forza di remi. In realtà la navigazione avveniva prevalentemente a vela per risparmiare i rematori, pena trovarsi con uomini esausti di fronte al nemico o in condizioni di tempo avverse. In generale su una galea “sottile”, le più diffuse, si vogava per circa un quarto del tempo trascorso in mare impegnando un terzo della ciurma a rotazione; tutta durante le manovre nei porti o in combattimento. Sulle galee “grosse”, o “da merchato”, cioè adibite prevalentemente a uso commerciale, i tempi al remo calavano di dieci volte. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le vele latine issate sugli alberi, da uno a quattro secondo le dimensioni della nave, erano quindi di gran lunga preferite ai remi, salvo che questi ultimi, a differenza dei velieri, permettevano alla galea di muoversi anche in assenza di vento.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le galee duravano bene dieci anni, una dozzina o poco più a essere fortunati. Poi sopravveniva ineluttabile il degrado e finivano in disarmo. Erano prodotte in serie principalmente nell’Arsenale di Venezia con pezzi intercambiabili per facilitare costruzione e manutenzione, un naviglio insuperabile per velocità e maneggevolezza. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-73187" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-300x248.jpeg" alt="" width="300" height="248" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-300x248.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-1024x845.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-768x634.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A-585x483.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/CB8EACA8-D620-4856-8AA5-51764386006A.jpeg 1126w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Al momento del varo veniva assegnato un numero progressivo, ma nel gergo della marineria finivano con il prendere i nomi dei Sopracomiti al comando scelti nella classe patrizia: “la barbarigo”, “la priula”, “la mocenigo”, ecc. rispettivamente se il comandante proveniva dalle casate Barbarigo, Priuli, Mocenigo e così via. Invece le galee fornite dalle città di terraferma, comandate da nobili locali, prendevano il nome dalla città che le armava: “la trevisana”, “la padovana”, ecc.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Armata “grossa” e armata “sottile”</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La flotta delle galee era identificata come l’“armata sottile”, quella a vela come l’“armata grossa”. I velieri all’inizio erano stati noleggiati o comprati all’estero, soprattutto in Olanda e in Inghilterra, poi costruiti in proprio. Tuttavia le galee per le loro caratteristiche erano preferite alle navi a vela e avevano costituito a lungo il nerbo della flotta della Serenissima. Alla caduta della Repubblica nel 1797 i francesi ne troveranno ancora 20 in servizio e tre in costruzione su un totale di 184 navigli. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-73186" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-300x203.jpeg" alt="" width="300" height="203" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-300x203.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-768x518.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE-585x395.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/06/81A0ADB3-4063-4792-B633-DD3A05637EDE.jpeg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Una galea “sottile” era lunga circa 45 m. e larga 5. Si vogava alla “sensile”, vale a dire che i 25 o 30 banchi di voga sulle triremi, ospitavano ciascuno tre rematori con un remo a testa. Alta la velocità se si otteneva un buon coordinamento. Con la progressiva introduzione dei forzati si era passati alla voga a “scaloccio”, cioè cinque rematori agenti su un unico remo, fino a otto sulle galee più grandi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Le più veloci quadriremi erano adibite a particolari scopi militari o come navi ammiraglie. Senza avvenire le quinqueremi, ancora più veloci, ma che richiedevano ciurme troppo numerose. Esse già ammontavano a 150 uomini sulle sottili, che salivano a 200 e oltre sulle grosse e ancora di più sulle galeazze.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>L’Arsenale, “officina del mondo”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’Arsenale era un dispositivo tecnico e militare dove la suddivisione in corporazioni era applicata rigidamente. Una prima ripartizione delle maestranze annoverava i “marangoni”, cioè i falegnami, che attendevano alla costruzione di chiglia e mura della nave, i “calafati” che ricoprivano lo scafo di pece e i “remieri” per la costruzione dei remi. Queste tre categorie, capeggiate da “proti”, cioè maestri o architetti, coadiuvati da “sotto proti”, sorta di capi squadra, erano incluse in senso stretto tra gli Arsenalotti, letteralmente i “figli dell’Arsenale”, prima corporazione e simbolo della città. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Questa categoria di operai-soldati godeva di certi privilegi: trasmettere il posto ai figli, diritto alla pensione e garanzie in caso di malattia. All’inizio del XVI secolo un arsenalotto percepiva circa venti zecchini annui di paga e ben cento i capi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">In cambio erano stati imposti loro servizi di ordine pubblico in particolari occasioni, montare la guardia nella loggetta in piazza San Marco durante le riunioni del Maggior Consiglio e la sorveglianza della Zecca. Secondo le diverse incombenze, venivano armati di un bastone rosso, di alabarda, o del “brandistocco”, una massiccia arma inastata a tre lame. Accorrevano poi a spegnere i frequenti incendi in città e fornivano un certo numero di rematori per le galee, obbligo che le frequenti esenzioni avevano fatto finire nel dimenticatoio. Remavano inoltre sulle imbarcazioni di stato nelle cerimonie pubbliche, come sul Bucintoro, la lussuosa galea del doge.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Agli arsenalotti si aggiungevano gli addetti alle attività collaterali: gli “alboranti” per l’approntamento degli alberi, i “tagieri” per fabbricare carrucole e pulegge, gli “intagliatori” per curare le decorazioni, i “botteri” per le botti, i “filacanevi” filatori di cime di canapa al lavoro nella “tana”, dove erano impegnate anche maestranze femminili e duecento fanciulli circa fino al secolo XVI. Altre ottanta donne lavoravano a cucire le vele. C’erano poi i fonditori di cannoni e altri lavoratori ausiliari: facchini, muratori, fabbri, “segadori”, raffinatori di polvere da sparo, fabbricanti di corazze e armi varie e altri ancora. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tutti insieme nei momenti di massima efficienza della struttura, secondo alcuni, erano arrivati a duemiladuecento persone. Per altri sarebbero stati oltre quattromila e probabilmente l’aveva sparata grossa il doge Mocenigo quando, nel 1423, aveva valutato in seimila le unità impiegate. In ogni caso l’Arsenale era la maggiore unità produttiva d’Europa, definita l’«officina del mondo», capace in caso di guerra di varare venticinque navi al mese, tra le quaranta e le sessanta all’anno di norma.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>I “bonevoglie”</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Fino alla metà del ‘500 per la voga sulle galee erano stati imbarcati uomini liberi chiamati “bonevoglie” che avevano costituito il nerbo principale delle flotte veneziane. La ferma durava tre anni; indispensabili robusta costituzione ed età compresa tra i diciotto e quarant’anni.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Purtroppo con il trascorrere del tempo racimolare braccia da mettere ai remi era diventato sempre più difficile. Inaridite le principali fonti di arruolamento, Grecia, Albania, Istria, il Levante e le coste dalmate, i bonevoglie, detti anche “galioti di libertà”, erano diventati merce rara. Neppure erano bastati a rinfoltire i ranghi i cosiddetti “zontaroli”, un’aggiunta di uomini fornita dai domini di terraferma, scelti a sorteggio per sei mesi, con esclusione di ecclesiastici, nobili locali ed ebrei. Questi ultimi non ebbero scampo dal metter mano alla borsa in cambio dell’esenzione, nonostante questa fosse d’ufficio. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il rendimento delle ciurme reclutate in terraferma, che non godevano di gran fama come uomini di mare e che crepavano di stenti a un ritmo impressionante, era scarso. Invece a Venezia chiunque poteva trovare miglior paga senza marcire a un banco di voga, un lavoro mai abbastanza retribuito di fronte a un’esistenza sacrificata e a tutti i rischi connessi alla vita di mare. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>La paga e il vestiario</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">I rematori prendevano circa dieci lire al mese quando ci volevano sei lire e quattro soldi per fare uno zecchino, mentre i comandanti ne guadagnavano novanta di zecchini. Neppure bastava a lenire gli affanni delle ciurme della flotta mercantile il beneficio di portare con sé una certa quantità di merce da vendere al ritorno per conto proprio e in esenzione di dazio, diritto inesistente sulle galee militari che pure all’occasione trasportavano merci, soprattutto le più pregiate e meno ingombranti.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il bonavoglia incassava un anticipo al momento dell’arruolamento e il saldo al rientro. Però l’anticipo, ancorché congruo per invogliarlo, non doveva essere eccessivo per non spingerlo a sparire con i soldi e in barba alle pene comminate a chi non si fosse presentato all’imbarco.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">D’altra parte, una volta rientrati a casa, costoro incorrevano talora nell’amara sorpresa del mancato pagamento del saldo pattuito. Erano così costretti a un nuovo imbarco per incassare quei soldi insieme a un nuovo anticipo, ma senza la certezza di intascare poi l’ulteriore saldo. Il calcolo funambolico e dei più biechi aveva suscitato le proteste di quei poveracci e clamorose rivolte, scontri di piazza, in un caso l’assalto ai forni al grido di “fame, fame”, ma si era perseverato nel pagarli il meno possibile, meglio ancora non pagarli affatto.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Si forniva loro un vestiario ridotto all’essenziale: un cappelletto, una casacca, braghe e calze di panno ordinario, un cappotto con cappuccio per difendersi dalla pioggia e coprirsi durante il sonno, una cintura di cuoio e un coltello. Sistemati a cielo aperto, esposti alle intemperie, pressati in spazi angusti, mangiavano, dormivano e talvolta svolgevano pure le funzioni fisiologiche al posto di voga. Pare che il lezzo emanato da questi navigli fosse percepibile anche a grande distanza nonostante ogni mattina al sorgere del sole si provvedesse a lavare le galere con abbondante acqua di mare e sottoporre gli imbarcati a identico trattamento. In generale gli stenti di una vita di gravi fatiche e pessima alimentazione scavavano vuoti spaventosi nei ranghi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15">Alla voga prigionieri di guerra, detenuti, schiavi e altra marmaglia.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Oltre ai bonevoglie, quando maggiore era la necessità di braccia, alla voga si mettevano in catene i prigionieri catturati su navi nemiche, predoni di mare, traditori, furfanti, ladri e compagnia cantando, disertori fuggiti dalle galere della Serenissima, da quelle del papa, di Napoli e chissà da dove ancora. Poi si compravano schiavi turchi da corsari cristiani come gli Uscocchi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nonostante ciò la penuria di vogatori era diventata cronica e aveva spinto il governo fin dal 1542 a riempire i banchi di voga con condannati per reati comuni, facendo scontare le pene in mare invece che in cella. In più, pur di racimolare braccia, si era chiesta la consegna di detenuti anche agli altri stati. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Cristoforo Da Canal, uno dei più validi uomini di mare della Serenissima, aveva persuaso il Senato a equipaggiare in tal modo parte della flotta, costituendo uno speciale reparto di galee mosse esclusivamente da “sforzati”. Assoluto divieto dal servirsi di galeotti per la voga sulle galeazze, evoluzione delle galee grosse, enormi, irte di artiglierie e cariche d’armati, invenzione tutta veneziana e protagonista della battaglia di Lepanto. Stesso divieto anche per le “bastarde”, una via di mezzo tra le sottili e quelle grosse, dove si imbarcavano i “Capi da Mar”, cioè alti ufficiali della flotta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il Senato aveva inoltre stabilito che la condanna al remo variasse dai diciotto mesi ai dodici anni ed era invalso l’uso di commutare la pena di morte in dieci anni di buona voga. Andando oltre il poveraccio diventava spesso inabile al servizio e cercava con ogni mezzo di fuggire. Tanto valeva liberarlo. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nelle galee mosse dai condannati il numero dei bonevoglie calò drasticamente fino a soli sei per unità e impiegati per regolare i ritmi di voga. Cristoforo Da Canal aveva riformato la flotta veneziana.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il rancio</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il punto debole della vita di bordo era l’alimentazione. Piatto principale l’eterna brodaglia di pan biscotto, cioè gallette ammollate in acqua di mare con aggiunta di olio. Veniva somministrata alla sera per non far vedere cosa conteneva la scodella, brontolavano i poveri cristi nel trangugiare il misero rancio, termine derivato da “rancido”, il che dice molto.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il pan biscotto era prodotto dallo stato nei 32 forni dell’Arsenale, ricetta segreta e con una complicata serie di cotture, durissimo, indeperibile anche nelle condizioni più estreme, durava anni senza alterarsi. I condannati ne avevano diritto a ventidue once al giorno, ridotte a diciotto per gli schiavi turchi. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Poi zuppa di fave al mattino, una tazza di vino a giorni alterni, abbondante in caso di grossi sforzi, immancabile prima della voga arrancata durante i combattimenti. Limitate le scorte di carne rappresentate da animali vivi destinati alla macellazione a bordo, verosimile appannaggio di comandanti e ufficiali.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Cristoforo Da Canal si era sfiatato per convincere il governo a passare agli equipaggi quelle “minestre di herbette” già in uso in altre marine per favorire le funzioni intestinali, ma si era continuato a remare con lo stomaco gonfiato dalle solite zuppe mal nutrienti. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Con a bordo viveri per circa un mese, era soprattutto l’acqua a preoccupare perché chi stava ai remi ne consumava parecchia. Gli spazi ristretti non consentivano scorte oltre i quattro giorni, massimo 12 sulle galee più grandi. Sicché si era destinati a una navigazione sotto costa con frequenti soste per l’“acquata” e altri rifornimenti essenziali. Si navigava possibilmente dalla primavera all’autunno per evitare guai con il brutto tempo.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s2"><span class="bumpedFont15"><b>Il resto dell’equipaggio</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’equipaggio di una galea comprendeva anche “compagni”, cioè marinai addetti ai servizi di bordo, turni al timone, di vedetta, manovra delle vele e altro. Costituivano la cosiddetta “marinarezza”, punta di diamante della marina veneziana. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Invece gli uomini di spada, detti “scapoli”, si occupavano della vigilanza a bordo e costituivano il principale nucleo di combattimento, una razza poco stimata comprendente pure banditelli e falliti, questi ultimi a mezza paga. Tiravano a campare svolgendo un servizio penoso, esposti a ogni sorta di rischio, cause che ne rendevano difficile l’arruolamento.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Addetti alla navigazione erano l’Uomo di Consiglio, il Comito, il Sottocomito e il Pilota; alle cure sanitarie provvedeva l’Eccellente, detto anche Cerusico, coadiuvato dal Barbierotto per la rasatura delle teste; il Cappellano era tristemente addetto alla sepoltura dei defunti oltre alle funzioni religiose. Poi si imbarcavano il Padrone, il Sottopadrone, il Padroncino, il Capo dei Provvisionati, Capi e Sottocapi Bombardieri, l’Agozzino e gli Agozzinotti, le maestranze per la manutenzione della nave con i rispettivi garzoni, lo Scalco e il Caverner addetti a carni e cambusa, il Fante di Pizzuol, cioè la camera di poppa destinata al comandante e infine lo Scrivano coadiuvato dallo Scrivanello che, quali persone di lettere e computo, annotavano in appositi libri i rapporti di tutti gli altri. In buona sostanza, si viveva pigiati l’uno sull’altro e si facevano salti mortali per tenere infoltiti i ranghi.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Di tutto ciò parlo più diffusamente nel libro</span></span> <a href="https://www.ilsignoredinotte.it/"><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Il Signore di Notte</span></span></a><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> un giallo nella Venezia del 1605.</span></span></p>
<p>Photocover:<span class="s4"><span class="bumpedFont15">&#8211;</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> Il dipinto del XVI secolo raffigura lo scontro tra galere cristiane e ottomane a Lepanto. National Maritime Museum, Greenwich, Londra, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">foto tratta dal sito Storica  (National Geographic).</span></span></p>
<p><span class="s4"><span class="bumpedFont15">nelle foto: modelli di galea veneziana tratto dal sito </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Veneto Storia</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> e a tre alberi e cinque bocche di fuoco tratto dal sito </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Ars Value</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> </span></span></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F06%2F27%2Fquando-a-venezia-si-remava-sulle-galee%2F&amp;linkname=Quando%20a%20Venezia%20si%20remava%20sulle%20galee" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F06%2F27%2Fquando-a-venezia-si-remava-sulle-galee%2F&#038;title=Quando%20a%20Venezia%20si%20remava%20sulle%20galee" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2023/06/27/quando-a-venezia-si-remava-sulle-galee/" data-a2a-title="Quando a Venezia si remava sulle galee"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/06/27/quando-a-venezia-si-remava-sulle-galee/">Quando a Venezia si remava sulle galee</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Quando a Venezia ci si giocava la camicia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 May 2023 19:21:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Redazione]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[giallo storico]]></category>
		<category><![CDATA[Gioco d’azzardo]]></category>
		<category><![CDATA[Gustavo Vitali]]></category>
		<category><![CDATA[Il Signore di Notte]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="2560" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-scaled.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-768x1024.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-1170x1560.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/B0FED215-C36E-4F3A-A1FF-3A4894B6D34A-585x780.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dicono che tutto ebbe inizio nel </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">1172.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Un capo mastro di origine bergamasca, tale Nicolò Barattieri, riesce a rizzare due enormi colonne trasportate dall’Oriente </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">come bottino di guerra. Erano </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">rimaste abbandonate per decenni sul molo di San Marco perché nessuno sapeva come fare.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">A lavori conclusi alle loro sommità svetteranno le statue </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">di San Totaro, cioè San Teodoro, e del leone alato di San Marco, segnando per sempre l’accesso all’area marciana per chi proveniva dal mare. Ci sarebbe stata anche una terza colonna, ma andò perduta nel fango della laguna durante le operazioni di scarico.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Il Barattieri si era già segnalato </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">per la realizzazione della cella del campanile di San Marco mettendo in campo tutto un marchingegno di casse di legno mosse da carrucole che agevolarono il trasporto dei materiali sino alla cima della torre. Resterà nella storia anche per aver costruito il primo Ponte di Rialto, tutto in legno. Anche nel caso delle colonne</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> impiegò </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">un ingegnoso e complicato sistema di corde bagnate, paranchi e zeppe. </span></span></p>
<p class="s3"><b>Una zona franca per il gioco d’azzardo</b></p>
<p class="s3">A lavoro ultimato ebbe pure il suo bravo tornaconto: ottenne dal doge Sebastiano Ziani che attorno alle colonne fosse decretata una zona franca dove praticare il gioco d’azzardo fino ad allora proibito ovunque nella Serenissima. Pare fossero molto di moda i dadi, tanto che entreranno a far parte dello stemma di famiglia, fino che un discendente dell’ingegnoso bergamasco deciderà di abiurarli come simboli di un deprecabile passato connesso con il vizio. Infatti, con il tempo il termine “barattieri” era <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-71619" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-2048x1536.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-1920x1440.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/05/1F4733D4-047C-47D6-8D41-5C7F26155671-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />finito per designare i gestori di banchi per il gioco d’azzardo, una consorteria regolata da norme fisse, tacitamente riconosciute e accettate dai biscazzieri, cioè i padroni delle bische.</p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><b>Barattieri, biscazzieri e allocchi</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Cosicché il malaffare prese a dilagare ovunque.</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">Il gioco era per lo più favorito dal calendario veneziano che segnava un’infinità di feste, numerose ricorrenze di santi protettori di parrocchie e corporazioni, sagre e altro, una manna per i barattieri di ogni parte che piovevano in città per svuotare le tasche agli allocchi. Nel 1487 era stato poco saggiamente permesso il gioco in occasione delle feste nuziali e durante il lungo periodo del carnevale quando tutta la città indossava la “bauta”, cioè la maschera, anche bari e truffatori. Il doge Andrea Gritti lo aveva revocato, ma il danno era fatto. Le colonne di piazza San Marco erano oramai diventate il ritrovo della peggior feccia. Ma carte e dadi sbucavano dappertutto, per strada, nelle case e nei cosiddetti “Casin dei Nobili”, case da gioco contrabbandate per salotti da conversazione. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Ci si rovinava anche nei “redutti”, ovvero bische clandestine, e più di un’attività nascondeva sotto vesti legali quella dell’azzardo. Biscazzieri per antonomasia erano i barbieri, poco importando loro dei pochi ducati di multa o di qualche settimana di carcere perché l’azzardo fruttava più del mestiere di “conzateste” o radere barbe. Famosa tra Rinascimento e Barocco la bisca nascosta nella bottega di barberia di Vincenzo Gobbo a San Stin nel sestiere di San Polo, in calle del Magazen. Il Gobbo era pure finito in carcere, ma la bisca aveva continuato a prosperare. </span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><b>La difficile opera di contrasto al gioco d’azzardo</b></span></span></p>
<p class="s3">Giocatori, bari, biscazzieri, “tagliatori” e tutto il serraglio di prostituzione e lenoni connesso si beffava di guardie e zaffi, quando addirittura non venivano presi a botte e talvolta anche peggio. Alcuni bari godettero di grande fama, come Zuane Martini, detto “Balla” o “Balletta”, tanto noto che ho deciso di farne un personaggio del mio libro giallo “Il Signore di Notte” ambientato nella Venezia del 1605. Anche la bisca del Gobbo nel racconto diventa meta delle indagini.</p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">L’insanabile piaga infestò in modo trasversale la società veneziana in ogni epoca e senza distinzione di rango. L’azzardo era nell’aria, compenetrato nella città stessa, amalgamato con i traffici commerciali e con gli arricchimenti, connesso alla storia di Venezia fin dai tempi più remoti e non solo dal 1172. Le sentenze degli Esecutori Contro la Bestemmia e quelle delle altre magistrature che li avevano preceduti per competenza in materia non incutevano alcun timore. Il male non era regredito d’un passo neppure di fronte alle più severe sentenze di bando, messa alla berlina e carcere.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><b>I modi per rovinarsi alla ricerca della fortuna</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’elenco dei modi per buttar via soldi era davvero lungo: piastrelle, primiera, gilé col bresciano, trappola, stusso, cricca, minoreto, trentaun per forza, sequentia, chiamare, dar la cartaccia e banco fallito. Un gioco molto diffuso era la basseta, un vero flagello. Il proverbio veneziano </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">“</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">la matina una messeta, dopo pranzo una basseta e la sera una doneta”, cioè alla mattina la messa, al pomeriggio il gioco della “basseta” e la sera una donna, l’avrebbe detta lunga, ma c’era poco da ridere perché il gioco era una peste che divorava i pochi denari dei poveracci e interi patrimoni dei ricchi. Susciterà clamore la disavventura di un giovane patrizio che al gioco aveva perso ogni avere, perfino le fibbie d’oro che adornavano le sue calzature. Nel tentativo di rifarsi alla fine si era giocato pure la propria promessa sposa. Nessuno ha tramandato come si era chiusa la vicenda della poveretta.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s6"><span class="bumpedFont15"><b>Conseguenze finanziarie per lo stato</b></span></span></p>
<p class="s3"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Il gioco aveva pesato anche sulle casse dello stato. Tra il 1776 e il 1788 per rimpinguarle il governo aveva deciso di aprire le porte del patriziato a quaranta famiglie, vendendo il titolo per 100.000 ducati. In precedenza, tra il 1646 e il 1669, questa misura era già stata adottata con successo in altre due occasioni quando c’era stata la corsa per accaparrarselo. Questa volta non fu così: solo tredici famiglie furono disponibili a scucire la somma. Tra le ragioni di tanta disaffezione alcuni studiosi hanno individuato nel gioco del lotto la rovina di molte famiglie</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">. Bersaglio di numerose proibizioni, come quella del 7 luglio 1603 con la quale il Consiglio dei Dieci aveva tentato di non “permetter alcuna sorte di Loti”, perché evidentemente ce n’era più di un tipo, era stato infine regolamentato dal governo nel 1734.</span></span></p>
<p class="s3"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">“</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Chi è causa del suo mal …” si potrebbe concludere. Invece, preferisco sottolineare la grandezza dell’antica Repubblica di Venezia, oltre undici secoli di gloria, retta in generale da governi avveduti, quando non geniali, da personaggi responsabili e quasi sempre all’altezza delle situazioni. Va bene! Qualche vizietto glielo possiamo concedere</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">…</span></span></p>
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<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Nelle foto scattate dall’autore</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">: </span></span></p>
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">1 &#8211; calle del Magazen </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">a San Stin nel sestiere di San Polo, </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">dove era nascosta la bisca</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> nella bottega di barberia di Vincenzo Gobbo.</span></span></p>
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">2 – il portego che si apre su Corte Canal nel quale è stata posta la casa di un personaggio della storia, il baro Zuane Martini, detto “Balla” o “Balletta”</span></span></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F05%2F29%2Fquando-a-venezia-ci-si-giocava-la-camicia%2F&amp;linkname=Quando%20a%20Venezia%20ci%20si%20giocava%20la%20camicia" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2023%2F05%2F29%2Fquando-a-venezia-ci-si-giocava-la-camicia%2F&#038;title=Quando%20a%20Venezia%20ci%20si%20giocava%20la%20camicia" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2023/05/29/quando-a-venezia-ci-si-giocava-la-camicia/" data-a2a-title="Quando a Venezia ci si giocava la camicia"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2023/05/29/quando-a-venezia-ci-si-giocava-la-camicia/">Quando a Venezia ci si giocava la camicia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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