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		<title>UNA RIFLESSIONE SULLA GUERRA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2022 15:16:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="720" height="540" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/AB2BDAC3-1344-47AE-B0C1-E46087C20F35.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/AB2BDAC3-1344-47AE-B0C1-E46087C20F35.jpeg 720w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/AB2BDAC3-1344-47AE-B0C1-E46087C20F35-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/AB2BDAC3-1344-47AE-B0C1-E46087C20F35-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="720" height="540" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/AB2BDAC3-1344-47AE-B0C1-E46087C20F35.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/AB2BDAC3-1344-47AE-B0C1-E46087C20F35.jpeg 720w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/AB2BDAC3-1344-47AE-B0C1-E46087C20F35-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/04/AB2BDAC3-1344-47AE-B0C1-E46087C20F35-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p><p><span class="s4"><span class="bumpedFont15">di</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15"><b><i>Luigi Fiammata</i></b></span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
Mi vien voglia, ogni tanto, di esercitare i miei pensieri, di fronte alla realtà.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Di questi tempi, però, trovare una soddisfacente definizione di “realtà”, o addirittura un luogo fisico riconosciuto, che possa qualificarsi come “realtà”, è un</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">’o</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">perazione estremamente difficile e controversa.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Sembra, che ognuno viva una sua propria realtà, e che questa realtà sia l’unica ad essere riconosciuta come vera. E sembra anche che non esista alcun discorso pubblico possibile, capace di convincere qualcuno che la sua realtà individuale, forse, non è esattamente la verità, ma un costrutto personale, magari totalmente privo di razionalità e oggettività.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il principio di non-contraddizione, secondo il quale una cosa non può, contemporaneamente, essere e non essere, non costituisce più, in alcun modo, un sostegno, o un aiuto all’orientamento.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">In nome della convinzione che la coerenza appartenga agli stupidi, o a chi sia incapace di innovare, il cambiare opinione su qualcosa o qualcuno, non è quasi mai il frutto di un lavoro di riflessione magari sofferta, ma solo il posizionamento più conveniente, e veloce, nel mercato dei rumori che affollano i nostri sensi per manipolare, spesso, i nostri tentativi di informarci, sapere, o capire qualcosa. Non è necessario spiegare, ma è sufficiente cancellare ogni cosa sia stata detta, o sia avvenuta prima, e, d’incanto, la propria rappresentazione pubblica diviene </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">virginalmente</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> nuova, senza bisogno di giustificare ogni propria, anche radicale, modificazione.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il cambiamento, persino quando repentino e contraddittorio, è un dato, non un processo, e non si sottopone ad esame. </span></span></p>
<p class="s6">Il confine, tra bugia e verità, è divenuto sfumato e permeabile; anzi, la bugia, ha assunto contorni, e forza e forma, di verità, e genera conseguenze reali, sovvertendo radicalmente qualsiasi gerarchia delle fonti. L’unica verità accettabile, è quella che, individualmente, è percepita come verità, e, in quanto tale, diviene automaticamente indiscutibile, magari solo perché condivisa da tanti. L’ecosistema della comunicazione continua, costituito dai social network globali, amplifica, con infinita potenza questo processo e lo conduce alle sue estreme conseguenze, avendo ormai creato un mercato dell’informazione che non misura il proprio successo in accuratezza o indipendenza, o credibilità, ma in capacità di creare consenso.</p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’esercizio che chiedo ai miei pensieri, questa volta, in questo contesto, ha a che fare con la guerra in corso in Ucraina.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Più o meno trenta anni fa, io manifestavo, senza sentire in me dubbio alcuno, contro la guerra che Bush padre, insieme ad una coalizione di “volenterosi”, tra cui l’Italia, dopo un pronunciamento dell’ONU, muoveva all’Iraq di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Mi era chiaro, allora, il perché io fossi contrario a quella guerra.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Innanzi tutto, perché, come</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> dice la nostra Costituzione, “</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">l’Italia ripudia la </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">guerra“</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">. Il “ripudio” è qualcosa di più forte, e radicale, di un semplice “rifiuto”: è bene tenerlo a mente, sempre.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Inoltre, quella guerra, pensavo, avrebbe distrutto un equilibrio, che ritenevo comunque sbagliato, sostituendolo però col caos incontrollato. E avevo ragione, purtroppo.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Non c’era Giustizia, in quella guerra. E non c’è stata Giustizia nelle conseguenze che quella guerra ha riverberato in questi trenta anni. Anzi.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Nessuna Giustizia in Iraq, o in Iran; nessuna Giustizia tra Palestinesi e Israeliani, o tra Curdi e Turchi; nessuna Giustizia in Afghanistan, o in Siria. Nessuna Giustizia in Libia, in Sudan, in Etiopia, in Eritrea. Nessuno potrebbe aspettarsi Giustizia dai criminali dell’ISIS o di Al </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Qaida</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, foraggiati da quella guerra. E potrei continuare.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Avevo chiaro, il mio giudizio, all’epoca.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Oggi, invece, il primo esercizio che decido di fare, col mio pensiero, rispetto alla guerra, riguarda la possibilità stessa che esistano criteri che consentano di “giudicare”, in un conflitto armato, ove sia il torto, e ove sia la ragione. Oppure potrei addirittura valutare se il mio pensiero non debba adeguarsi al principio, secondo cui “la storia la scrivono i vincitori”, e, pertanto sia una pura presunzione pensare di distinguere il Bene dal Male, visto che l’unica scelta corretta, sarebbe quella di adattarsi all’idea secondo la quale la versione della storia che, “</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">normalmente“</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, possiamo considerare vera e reale, è paradossalmente, essa stessa</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> un costrutto determinato solo dai rapporti di forza. Rendendo del tutto vano, per questo, un “giudizio”, sul Bene, o sul Male.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il Bene</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, coinciderebbe con quello che </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">i vincitori hanno stabilito sia Bene. Nella nostra esperienza contemporanea, tuttavia, rinunciando per ora a definire se, tra Cesare e Pompeo, fosse Cesare ad</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> avere ragione, ci confrontiamo</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> ogni giorno con i comportamenti reali frutto di diverse letture della Storia, anche quelle fornite dagli sconfitti di una guerra, almeno, là dove sia consentito esprimere, più o meno liberamente, una propria idea della storia.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Oggi, viviamo in un equilibrio determinato, fino ad ora, essenzialmente dagli esiti del Secondo Conflitto Mondiale; una realtà determinata dai vincitori di quel conflitto, quindi, che condiziona il nostro modo di pensare.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Io sono venuto al mondo in una democrazia liberale, più o meno. Immagino che se fossi venuto al mondo in una dittatura nazifascista, il mio modo di pensare, sarebbe diverso, probabilmente, da quel che oggi penso.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Pertanto, mi pare di poter dire che, se desidero “giudicare” le ragioni dei contendenti di un conflitto, devo assumere la responsabilità di avere un “punto di vista”, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">perché è decisamente problematico individuare anche un solo ragionamento, comune a più pensieri diversi, dal quale partire</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> per analizzare, tutti insieme,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> le ragioni delle forze in campo. E, se scriviamo a partire da uno specifico punto di vista, dovrebbe essere ovvio, ed evidente, che tale punto di vista non potrebbe mai pretendere di assumere in sé la Verità, e la Realtà.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Altrimenti sarebbe il punto di vista di Dio, o meglio, non sarebbe più un punto di vista, ma la Realtà, e la Verità, nella loro massima coincidenza e sovrapposizione confortata da un consenso universale.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’esito quindi, dei miei primi pensieri, rende profondamente incerta, oggi, sia l’identificazione univoca nell’Ucraina, quale lu</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">ogo del conflitto in corso; sia</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> l’identificazione di quali siano i soggetti coinvolti, e, ovviamente, anche l’individuazione delle responsabilità.</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Per potermi confrontare con quella realtà, in modo il più possibile corretto e intellegibile, devo quindi porre alcune premesse, quasi fossero i postulati su cui fondare un teorema. Ma, dei postulati particolari. Essi sono sì, “validi a priori”, ma, certamente, solo per me. Servono almeno a consentire, a chi legga, di comprendere, spero, da dove parto. Non è necessario essere d’accordo con me, ma si può essere d’accordo con l’idea che io stia provando ad esprimere il mio punto di vista in modo trasparente, affinch</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">é</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> diventi possibile, forse, arrivare insieme a me, ad una conclusione. O comunque, affinch</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">é siano chiari</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> i termini di un onesto conflitto delle idee, eventualmente. Il punto quindi, che metto a fondamento del mio ragionare, è che quella che esporrò, è la mia opinione. Sarà certamente lacunosa, magari non correttamente e pienamente argomentata, ma di certo, non si propone di essere la Verità.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Si propone, soltanto, e mi pare già tantissimo, di provare a contribuire ad uno sforzo di riflessione collettiva, sui temi che abbiamo di fronte. Magari può suscitare altri pensieri; più profondi dei miei. Magari può aiutare a costruire opinione, e una opinione, può produrre dei fatti concreti che mutano la realtà. O, magari, può scivolare nell’indifferenza generale e restare solo la mia semplice opinione che, però, per il solo fatto di aver provato a formalizzarla, le dà, ai miei occhi, un valore importante, di testimonianza, almeno.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Un altro punto che darei per acquisito, ma che, penso, invece vada esplicitato, è che, per esercitarmi con questi temi, io devo dar conto di una presunzione di fondo. Magari non ho tutti gli strumenti necessari, per “pensare”</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">questa guerra; o magari, alcune delle cose che scriverò potrebbero apparire del tutto arbitrarie, e di certo, scontano una sproporzione enorme: quella esistente tra le mie possibilità di intervento, sui temi di questa guerra, e l’enormità delle questioni che quei temi coinvolgono. Ogni mia parola, potrebbe apparire, quanto meno velleitaria. Ma è un rischio che intendo correre, perché talvolta, mi pare necessario, urgente persino, usare ogni possibilità che abbiamo a disposizione per provare a scongiurare catastrofi, persino quando appaiano inevitabili.</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Credo faccia parte della mia responsabilità umana, scrivere di questo.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La guerra in Ucraina, non è una guerra locale. E’ una guerra di cui oggi il popolo ucraino paga il prezzo più pesante, in termini di morti e di distruzioni; ma è una guerra globale. Perch</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">é</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> globali sono gli obiettivi di chi ha mosso la guerra, la Russia, e perché globali sono le conseguenze di ogni azione che ogni soggetto coinvolto pone in campo. Ogni Stato del mondo sta reagendo, in una qualche misura alla guerra, ma senza che gli strumenti di composizione dei conflitti che la Seconda Guerra Mondiale aveva costruito per prevenire e governare future guerre, a partire dall’ONU, abbiano un qualche rilievo ora. E’ una guerra che si combatte sul terreno; su un piano mediatico; sul piano del commercio e della finanza mondiale, sul piano dell’energia e delle materie prime; sul piano degli armamenti e delle tecnologie; sul piano dei social network, persino sul piano religioso-simbolico, visto il diretto coinvolgimento della Chiesa Ortodossa russa nel conflitto. Gli strumenti di regolazione del conflitto, posti in essere dopo la Seconda Guerra Mondiale, semplicemente, non pensavano di doversi confrontare con queste nuove condizioni, che lo sviluppo della tecnologia in particolare ha fatto divenire particolarmente importanti.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’invasione dell’Ungheria, o della Cecoslovacchia, da parte dell’URSS, nel 1956 e nel 1968, furono considerate dentro uno schema di riferimento costruito dagli Accordi di Yalta che dividevano il mondo, grosso modo, in due grandi sfere d’influenza, e non coinvolsero, pertanto – considerando quei Paesi facenti parte legittima della sfera d’influenza dell’ex URSS -, reazioni significative di contrasto da parte del resto del mondo, se si fa eccezione per le reazioni di alcune coscienze. Quegli accordi, oggi, sono un ricordo, anche perché la caduta del Muro di Berlino del 1989, ha oggettivamente prodotto uno spostamento verso Est dell’area d</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">’</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">influenza della NATO. In un’epoca di missili transcontinentali, mi sembra risibile che la Russia possa chiamare a giustificazione della guerra oggi, un presunto pericolo che la NATO starebbe portando alla sua integrità e sovranità territoriale. Ma è d’altra parte difficilmente contestabile che un’area di influenza – di un</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">’</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">alleanza militare, sia pure, formalmente, difensiva &#8211;  che si allarga possa far percepire di sé una tendenza all’egemonia, che non è neutrale, né indiscutibilmente “giusta”, per quanto noi, che ne facciamo parte, possiamo condivid</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">erne, più o meno integralmente,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> il sistema valoriale e gli obiettivi che essa si è data.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Potrei dire quindi, che l’area coinvolta dal conflitto, per certi versi, e, di sicuro potenzialmente, è l’intero pianeta; così come i soggetti coinvolti in questa guerra, non sono soltanto i due contendenti che, materialmente, si stanno affrontando sul campo, ma sono ben più numerosi oggi, e, potenzialmente, possono essere tutti gli Stati del mondo.</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> I</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> miei pensieri, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">si confrontano quindi con un orizzonte globale. Una prospettiva meno ampia, sarebbe parziale e fuorviante. Quando, in uno stato autoritario, diviene estremamente difficile o troppo costoso affrontare le tensioni interne, con strumenti ordinari, l’autocrate decide di spostare l’attenzione fuori dal proprio Paese, provando, anche per questa via, a ricostruire il proprio consenso interno, col richiamo al patriottismo, e al pericolo che la propria comunità correrebbe. Per le dittature, sarebbe necessario un ulteriore ragionamento, ma sempre a partire da dinamiche simili.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">E’ accaduto con l’Argentina dei Colonnelli, e la guerra delle Falkland-</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Malvinas</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">; è accaduto con Saddam Hussein e l’invasione del Kuwait; accade con la Turchia che attacca i Curdi.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La pandemia da </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Covid</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> 19, i cui dati certi dell’impatto in Russia non sono in nostro possesso; la crescente pressione repressiva e violenta contro ogni forma di dissenso, la polarizzazione economica sempre più accentuata, tra la ricchezza estrema degli “oligarchi”, e le difficoltà quotidiane delle persone, sono tutti indicatori, tra gli altri, che raccontano una condizione di crescente difficoltà del regime instaurato in Russia da Vladimir Putin; un regime basato anche sul consenso, ma che, evidentemente erodendosi, ha reso “necessaria” un</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">’</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">ulteriore svolta autoritaria, che le leggi di guerra favoriscono. L’Unione Sovietica ha cominciato a crollare quando è diventata sempre più evidente, agli occhi dei suoi cittadini, la d</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">isparità di condizioni rispetto</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> alle persone che vivevano oltre la “Cortina di Ferro”. Da anni, Putin ha compreso questo meccanismo ed ha iniziato una guerra contro quei sistemi che possono costituire un attrattore pericoloso per i propri cittadini. Si tratta di una parte di mondo capitalistico che però, già per sue dinami</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">che interne ed internazionali, </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">opera per ridurre sempre </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">più  la</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> democrazia a pura amministrazione; ed in cui la partecipazione popolare è quasi del tutto limitata al processo elettorale, peraltro sempre più disertato; una democrazia che, ormai, pare aver cancellato dai propri orizzonti la possibilità di perseguire l’eguaglianza dei suoi cittadini.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La guerra condotta dalla Russia nei confronti del capitalismo, che potremmo definire “liberale”, a fronte di un iniziale pesante svantaggio tecnologico e sul piano degli armamenti, si è sostanziata innanzi tutto in ingenti in</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">vestimenti</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> volti ad inondare i social network di notizie destituite di ogni fondamento; utili però ad accentuare il processo di disgregazione interna delle società del capitalismo “liberale”, nelle quali già il sistema economico costruisce costantemente condizioni di incertezza e conflitto, ponendo in concorrenza tra loro gruppi ed etnie; territori e persone, per ridurle progressivamente ad una condizione di dominio e di assenza di autonomia, attraverso sempre più radicali processi di precarizzazione e di mercificazione. Questa nuova forma di guerra mediatica aveva, ed ha, l’obiettivo di spacciare valori profondamente reazionari ed egoisti, razzisti e misogini, antiscientifici, per valori “controcorrente”, non conformisti, capaci di costruire identità collettive permeate di diffidenza e risentimento, nei confronti dei mezzi di informazione di massa, e nei confronti di tutti quei soggetti che possono essere percepiti come componenti di una società lassista, troppo tollerante verso i diversi, lontana dalla “tradizione”, cosmopolita, ma soprattutto, che si sente culturalmente “superiore”, e che, però, appare escludere gli abitanti delle periferie &#8211; scolastiche, cittadine, economiche, sociali -.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La Russia ha scientemente perseguito un disegno di indebolimento delle strutture politiche e sociali dei paesi del “capitalismo”, direi ancora “liberale”, e lo ha condotto con grande efficacia, trovando, all’interno dei paesi attaccati, sponde interessatissime, sia ai finanziamenti che a sfruttare politicamente, per fini interni, le successive ondate di rancore, in particolare xenofobo, seguite negli ultimi venti anni alla repressione dei movimenti globali che cercavano una risposta solidale e pacifica, ecologica, ai terribili peggioramenti prodotti nella vita materiale delle persone dalla globalizzazione finanziaria, che ci ha consegnato un dominante “capitalismo tecnocratico e autoritario, orientato al consumo infinito”. E nessuna di queste forze politiche sente oggi il bench</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">é</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> minimo desiderio di un</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">’</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">autocritica o la necessità di assumere una posizione inequivoca su quanto sta accadendo tra Russia e Ucraina.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Quando la Russia ha deciso di attaccare l’Ucraina, per ragioni eminentemente legate a sue necessità interne, oltre che per assicurarsi vantaggi geopolitici dall’annessione di territori che, in un certo modo, le danno accesso al Mediterraneo, di fronte a sé, sapeva di avere un</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">’</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Europa indebolita dalla </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Brexit</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, cui forze a lei affini avevano </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">significativamente contribuito,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> e sapeva di poter dialogare con ingenti forze interne ai Paesi dell’Unione, e che in alcuni casi sono persino al governo di suoi Stati componenti, che guardano con favore a tutto quanto possa ridurre il perimetro della Democrazia, per conseguire un governo semplificato, sul piano dell’assenz</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">a di contrappesi (</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Giustizia, Informazione, Parlamenti, corpi intermedi  della Società etc. ); forze che, invece di affrontare le contraddizioni indotte dalla complessità e da un sistema economico che non tollera più alcun compromesso alla propria libera e spietata ricerca di profitto, preferiscono la ricerca di capri espiatori su cui scaricare la colpa delle condizioni sempre più dure che il Capitale pone alle persone, indicando come colpevoli del disagio, delle difficoltà economiche, dell’assenza di sicurezze, i migranti, certi capitalisti di origine ebraica, l’allargamento di diritti della persona, e quanti ancora possono essere all’interno di residue protezioni offerte dallo Stato Sociale.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La Russia non sta attaccando le Democrazie, come in questo periodo si ama dire e scrivere. La Russia, sta cambiando i termini dei compromessi raggiunti tra Potenze, dopo il Secondo Conflitto Mondiale, e, per farlo, ha scelto, innanzitutto di iniziare dall’indebolire i sistemi statuali dei Paesi riuniti nella NATO, combattendone tutti quegli aspetti, dai diritti al benessere, che possono risultare attratt</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">ivi per la propria popolazione,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> e poi sta provando a ricostruire una condizione di sicurezza territoriale, attraverso il depotenziamento di quelle entità statuali che, dopo la caduta del Muro di Berlino, sono parse liberarsi, e che oggi sono nuovamente oggetto di contesa, come è avvenuto prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, quando fu la Germania di Hitler a voler annettere a sé territori che la separassero dalla Russia, in attesa di attaccarla. E’ anche per questo motivo, per l’aprirsi di prospettive inedite, che trovo inaccettabile l’uso di alcune parole, in questo periodo.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La parola “genocidio”, innanzi tutto. Essa connota indelebilmente il solo tentativo di genocidio compiuto dai nazisti, e dai loro complici fascisti, nei confronti degli Ebrei. Forse, storicamente, su un piano, “concettuale”, non certo quantitativo, ci si sono avvicinati i Turchi nei conf</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">ronti della popolazione Armena;</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> i Khmer Rossi in Cambogia, e la Cina del periodo della cosiddetta “Rivoluzione Culturale”; forse i Serbo Bosniaci, con l’eccidio dei musulmani a Srebrenica. Persino gli orrendi massacri staliniani, ai danni dei “kulaki”, non possono essere classificati come genocidio. Chiunque pronunci questa parola, ivi compresi i Presidenti dell’Ucraina e degli USA, avrebbe il dovere del rispetto verso eventi indicibili della storia umana, e dovrebbe essere capace di senso della misura, pur di fronte alla terribile tragedia che si sta abbattendo sul popolo ucraino.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Dare il senso proprio alle parole serve anche ad evitare che la propaganda prenda il posto della politica e dell’informazione. Persino di notte, non è vero che tutti i gatti siano grigi. Così come l’uso della parola “nazista”.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Putin la usa nei confronti degli ucraini, pretendendo di “de-nazificare” quel Paese, e qualcuno accusa Putin d’essere un dittatore nazista. Questo è un modo di svalutare il peso di certe parole; di renderle in qualche modo “digeribili”. Lo slittamento di senso che produc</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">ono è che la parola “nazista” (</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">e tra i contendenti in questa guerra può esservi qualcuno che si </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">autoriconosca</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> in quell</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">a ideologia</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">), diventa utilizzabile e spendibile per marcare qualcuno o qualcosa, in realtà in modo sempre meno indicibile e negativo.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tolgono dal nazismo, il senso di una nefanda ideologia totalitaria, responsabile, tra l’altro, di milioni di morti innocenti, per svilirla al rango di un insulto da stadio, che ciascuno può lanciare all’altro, in modo intercambiabile, per di più.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’uso di questi termini, in realtà, ne svela la natura di puri pretesti, utili per anatemi da social; per fomentare una propaganda globale che macina ogni cosa involgarendola.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Tale disinvoltura induce in me profonda diffidenza.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">In guerra, la propaganda svolge un ruolo importante. Non mi impressiona che i contendenti ne facciano uso. Ma, in guerra, si dice, che la prima vittima sia la verità. E chi voglia discutere, o trovare soluzioni possibili per giungere alla Pace, deve scansare i frutti avvelenati della propaganda.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Altrimenti, nei fatti, sta perseguendo un’altra strada.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’uso di queste parole, e di una propaganda virulenta che nega sistematicamente l’essenza stessa di questo conflitto, riducendolo ad “operazione militare speciale”, mira a nasconderne la sostanza profonda.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">La Russia ha aperto una guerra di conquista, i cui obiettivi finali restano volutamente nel vago, perché possono sempre essere aggiornati alla luce delle situazioni che si determinino, non solo sul campo, ma su scala globale.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La morte di civili e la distruzione di intere città non può essere de</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">rubricata a “danno collaterale”; </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">costituisce invece l’essenza di questa guerra. In questo sì, simile al furore della II Guerra Mondiale. Ed è precisamente questa scelta praticata dalla Russia, a rendere possibile, “dicibile”, per la prima volta</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> dopo settantasette anni, l’uso della bomba atomica. </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">S</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">ono poche le voci che si sono levate, e ancor meno le piazze che si sono mobilitate</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> per rendere chiaro che non dovrebbe esservi posto più, nella storia umana, per ordigni che minacciano l’esistenza stessa del genere umano. Si discetta, anzi, nei salotti televisivi, come se si trattasse di verificare la correttezza di un arbitro che abbia assegnato un calcio di rigore. Si scrive, sulle pagine dei giornali, con compiacimento, di presunte impennate nella richiesta di compravendita di abitazioni dotate di rifugio antinucleare, e lo si pubblica senza vergogna, anche su giornali cosiddetti “autorevoli”, banalizzando tutto, in un informe minestrone, che è esso stesso, in realtà, una delle cause del possibile scivolamento verso catastrofi non più rimediabili.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Occorre interrogarsi, dunque, sulla natura di questa guerra e sulle sue conseguenze, a breve, a medio, e a lungo termine. E occorre comprendere, innanzitutto, che essa è una vera guerra. Risulta pertanto, ai miei occhi, inconcepibile che, mentre si ri</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">copra di ogni fango possibile (</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">peraltro magari anche in modo giustificato), la figura di Putin, come unico responsabile di questo disastro, lo si continui a ricoprire anche d’oro acquistando le sue materie prime, a partire dal gas.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Qualcuno può credibilmente immaginare gli Stati Uniti che comprano automobili tedesche, durant</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">e il Secondo Conflitto Mondiale</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">?</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Ed entra in gioco qui l’ambiguità profonda del “Capitalismo tecnocratico ed autoritario orientato al consumo infinito”, che ci governa, anche in Italia. La sua ipocrisia di fondo, che spaccia per normalità quella che è invece pura </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">convenienza del profitto, acquistando prodotti finiti e materie prime da Paes</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">i governati da autocrazie o da </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">dittature sanguinarie, a partire dalla Cina, così fondamentale nel produrre beni materiali di ogni genere, a basso costo, per questo mercato capitalistico, per finire alle teocrazie del Golfo Persico, da cui attingiamo combustibili fossili per continuare a vivere in un modo che  distrugge, attraverso il drammatico cambiament</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">o climatico, il nostro pianeta. </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">La sua irresponsabilità, che non affronta mai le conseguenze, anche quelle prevedibili, della proprie azioni, come quando consente a due o tre aziende, in tutto il pianeta, di continuare a detenere il monopolio delle molecole e dei processi industriali e di ricerca, necessari a sintetizzare vaccini per malattie potenzialmente distruttive, senza pensare che consegnare totalmente al mercato la salute delle persone può significare, domani, che l’accesso alle cure non sia più riservato solo a quelli</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> che se lo possono permettere (</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">e noi, come accaduto sino ad ora, ci limitiamo </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">a  sperare di essere tra quelli</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">), ma magari solo a quelli che l’amministratore delegato della Pfizer, avrà deciso di curare. </span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Ecco allora che una guerra di annientamento, condotta contro un nemico, identificato in un sistema di valori vissuto come destabilizzante, rispetto alla necessità di controllare totalmente i processi economici su cui si fonda il proprio potere, mette a nudo, fino in fondo, tutte le contraddizioni di un sistema, quello del “capitalismo tecnocratico ed autoritario, orientato al consumo infinito” sviluppatosi sulle cener</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">i del mondo immaginato dopo il </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Secondo Conflitto Mondiale, e che, orma</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">i, va ridefinito profondamente,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> anche per quella parte di Paesi che oggi pensano di essere nel giusto, perché reagiscono all’aggressione che la Russia sta praticando nei confronti dell’Ucraina. E possibilment</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">e, questa ridefinizione globale</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> andrebbe agita prima che il pianeta sia obbligato a farlo dopo un Terzo conflitto mondiale. Pone domande, la scelta praticata sino ad oggi di contrastare l’invasione dell’Ucraina, combinando sanzioni economiche, e sostegno, attraverso la fornitura di armi.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">E’ questa la reazione che il mondo può permettersi, di fronte ad una potenza che giudichi uno stato sovrano in</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">degno di continuare ad esistere</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">?</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Sarà questo lo schema praticato quando la Cina, sulla scorta dell’esperienza maturata dalla Russia, deciderà di porre fine all’esperienza storica della repubblica di Taiwan, che essa, da sempre, considera parte in</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">tegrante del proprio territorio</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">?</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">E, per guardare a casa nostra, fornire armi ad un paese belligerante, è rispettoso della nostra Costituzione repubblicana, quando questo sia il Paese aggredito?</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Il Parlamento ha risposto positivamente a questa domanda.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Allora, forse, è doveroso un serio dibattito pubblico che affronti, fino in fondo</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> il tema dell’efficacia delle sanzioni poste, e della loro necessità, anche quando queste significhino pesanti rinunce sul piano interno; e che configuri, in un’ottica almeno europea una modalità di reazione alle violazioni del Diritto Internazionale, di tale peso tale da costituire, se possibile, un freno preventivo a future avventure militari. Una modalità di reazione cui accompagnare, sempre, l’offerta del dialogo per una ricompo</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">sizione pacifica, e realistica,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> dei conflitti, oltre che l’accoglienza temporanea dei profughi di tutte le guerre, e non solo di quelle in cui siano coinvolti individui bianchi, coi capelli biondi e gli occhi azzurri. Altrimenti resteremo ostaggio del ricatto della paura, che potenze mondiali, possono porre a chiunque.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Personalmente, ritengo che</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> tra</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> le frasi più significative pronunciate nello scenario globale di questi ultimi mesi, ci siano quelle del nostro Presidente del Consiglio dei Ministri, Draghi. Quando ha detto che non possiamo girarci dall’altra parte, di fronte ad una guerra di conquista.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Quando ha posto, da solo e senza che vi siano state conseguenze materiali, il problema della liberalizzazione del brevetto dei vaccini contro il </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Covid</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> 19.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Quando ha chiesto se preferissimo accendere i condizionatori questa estate, oppure la pace. Che, in realtà, è una domanda che andrebbe posta, anche in un altro modo: se cioè sia preferibile continuare ad accendere i condizionatori d’aria, nei modi o nelle forme in cui lo abbiamo fatto fino ad oggi, o se preferiamo vivere in un pianeta in cui i processi di desertificazione indotti dai cambiamenti climatici, siano fermati in tempo.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Eccoci quindi alla conclusione dei miei pensieri.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Possiamo domandarci ora, se avesse ragione Cesare, o se invece, non avesse ragione il suo oppositore sconfitto, Pompeo. Credo che a questa domanda si possa rispondere in molti modi, alcuni anche particolarmente fantasiosi, ma credo anche che rispondere a questa domanda definisca se noi crediamo, o meno, al cosiddetto Destino, o per dirla in un </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">altro modo, alla “</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Astuzia della Ragione”. Costituisce una grande tentazione umana, quella di spiegare la Storia, a partire dal suo esito, più o meno temporaneo. Cercando di dare ragione, di quell’esito, configurandolo come “necessario”, ma, nello stesso tempo, guardando solo alle motivazioni per cui un certo esito è stato, e non poteva che essere quello. In questo modo, diverrebbe possibile dare un “fine” alla Storia, il cui processo, altro non sarebbe che la rivelazione di quel “fine ultimo”.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">E’ comodo, in realtà, spiegare le cose solo quando esse abbiano condotto a degli eventi, e non ad altri. Ma noi, oggi, viviamo quel che accade, e non possiamo permetterci di attendere che quel che accade sia giunto alle sue estreme conseguenze, per provare a spiegarlo, perché quelle estreme conseguenze, potrebbero implicare la nostra scomparsa, come specie. O, quanto meno, una profonda compromissione delle nostre condizioni materiali, economiche, politiche, sociali e culturali.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Varrebbe la pena, quindi di ipotizzare qualcosa, che consenta di rispondere all’altezza della sfida posta. E, allora, mi permetto di dire che quattro grandi crisi in corso, indicano che la strada che, come genere umano</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> abbiamo fatto fino ad oggi, conduce esclusivamente alla radicale messa in discussione della nostra sopravvivenza. Non ad un “progresso”.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">La crisi economica, iniziata nel 2008; la crisi climatica cui non si pone serio freno, la crisi pandemica, che dal 2019 condiziona la nostra vita, e, da ultimo, la crisi della guerra, potenzialmente globale in Ucraina, ci dicono che la strada che abbiamo compiuto sino a qui, conduce solo a punti di rottura. Se da queste crisi vogliamo uscire, dobbiamo cambiare strada. Totalmente. Non vi sono alternative. Nessuno può pensare che ripercorrendo la stessa strada che ci ha portato a Roma, ad un certo punto, essa, magicamente, ci conduca invece a Milano.</span></span></p>
<p class="s6">E’ questo modo di produzione; è questa distribuzione insopportabilmente diseguale delle ricchezze, è l’ipocrisia dell’assenza di giudizio, che assolve un paese, solo quanto più questo sia potente o indispensabile per i rifornimenti di materie prime o di beni di consumo; è la continua ricerca di capri espiatori che giustifichino il possesso del potere senza vincoli; è la pretesa di dettare valori morali impermeabili al progresso culturale; è la volontà di potenza, la brama di profitto e di esclusione, a costituire, ad un tempo, la premessa di quanto oggi accade, ed i  punti sui quali occorra, contemporaneamente, intervenire, per deviare finalmente e definitivamente la strada sin qui percorsa.</p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">L’Unione Europea avrebbe potuto, e ancora potrebbe essere, il soggetto istituzionale promotore di un cambiamento profondo, e di un mondo di Pace, essendo consapevoli, però, che in un pianeta, dominato dai rapporti di forza, questo significherebbe, per l’Unione Europea, comunque, dare il via ad una stagione di conflitti, non armati, comunque. Al suo interno, per definire la strada del cambiamento e gli obiettivi da raggiungere percorrendo quella strada, e al suo esterno, con quei Paesi, o quelle Potenze</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> che restano indisponibili a confrontarsi, sino in fondo, con i valori morali che Democrazie, liberate dall’assillo del “capitalismo tecnocratico ed autoritario, orientato al consumo infinito”, potrebbero proporre come modello politico, ed etico, a tutto il pianeta. Senza uno scatto di generosità, di reciproca disponibilità e fiducia; senza una elaborazione politica, economica, sociale e culturale all’altezza delle sfide in atto, i singoli Paesi europei, posti di fronte a queste crisi globali, e zavorrati da un nazionalismo egoista in ritardo di secoli sulle esigenze reali delle persone, sono destinati, uno ad uno a soccombere e ad essere risucchiati in posizione subordinata, nell’orbita di una o più potenze globali, in conflitto tra loro.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">Non commettiamo l’errore di pensare che il mondo come lo abbiamo conosciuto e conosciamo, sia dato ora, e per sempre. La storia umana è storia di processi di cambiamento, e, mentre pensiamo di star fermi, in realtà ci stiamo muovendo.</span></span> <span class="s4"><span class="bumpedFont15">E non possiamo limitarci a sperare che non sia verso la fine.</span></span></p>
<p class="s6">
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