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	<title>Israele Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 19:33:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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<p>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro Israele ricorda le circa 1.200 persone uccise nell’attacco guidato da Hamas del 2023 e le 251 persone&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1664" height="936" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre.jpg 1664w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/7-ottobre-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1664px) 100vw, 1664px" /></p><h1>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro</h1>
<div class="fm-subtitle">Israele ricorda le circa 1.200 persone uccise nell’attacco guidato da Hamas del 2023 e le 251 persone rapite. Tre anni dopo, gli ostaggi sono tornati, ma le ferite restano aperte. E Gaza porta le conseguenze devastanti della guerra che ne è seguita. Ricordare una vittima non dovrebbe richiedere di cancellarne un’altra</div>
<div>
<div class="fm-editor-note">
<div class="fm-note-title">Nota editoriale</div>
<p>Ho scelto di scrivere questo articolo perché, a tre anni dal 7 ottobre, sento il rischio che persino la memoria sia diventata un luogo nel quale siamo chiamati a schierarci.</p>
<p>Ricordare la strage compiuta da Hamas non significa dimenticare Gaza. Guardare ciò che è accaduto e continua ad accadere a Gaza non significa cancellare le vittime israeliane del 7 ottobre.</p>
<p>Non voglio mettere sullo stesso piano storie, fatti e responsabilità differenti. Voglio provare a fare qualcosa che oggi sembra molto più difficile: <strong>tenere insieme lo sguardo sulle persone</strong>.</p>
<p>Perché quando il dolore dell’altro diventa accettabile soltanto se appartiene alla parte che sentiamo vicina, abbiamo già perso qualcosa della nostra umanità.</p>
<p>Questo articolo nasce da qui. Non dalla ricerca di un’equidistanza, ma dal tentativo di non diventare indifferenti davanti a nessuna vittima.</p>
<p class="fm-signature">Francesco Mazzarella</p>
</div>
<p class="fm-opening">Alle 6.29 del mattino, tre anni fa, cominciò tutto.</p>
<p>Le sirene. I razzi. Gli uomini armati che attraversavano il confine. Le case dei kibbutz. Il festival Nova. Le persone che correvano, quelle che cercavano un riparo, quelle che telefonavano ai familiari.</p>
<p>Poi i morti.</p>
<p>Circa 1.200 persone furono uccise nell’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. Altre 251 furono prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.</p>
<p>Numeri ripetuti così tante volte da correre il rischio più terribile: che diventino soltanto numeri.</p>
<p>Ma dietro 1.200 ci sono vite interrotte. Dietro 251 ci sono persone e famiglie che hanno atteso per mesi, e in alcuni casi per anni, una liberazione, una notizia, il ritorno di un corpo.</p>
<p>Questa mattina, esattamente alle 6.29, il presidente israeliano Isaac Herzog e la moglie Michal hanno acceso una candela commemorativa a Gerusalemme. A Kfar Aza, uno dei kibbutz travolti dall’attacco, gli abitanti hanno ricordato in silenzio le persone uccise.</p>
<p>Tre anni dopo, gli ostaggi del 7 ottobre non sono più trattenuti a Gaza. Ma questo non significa che quella storia sia conclusa.</p>
<h2>Una strage non ha bisogno di un “ma”</h2>
<p>Forse bisogna ricominciare proprio da qui.</p>
<p>Il 7 ottobre fu una strage.</p>
<p>Civili furono assassinati nelle loro case. Giovani furono uccisi mentre partecipavano a un festival. Famiglie furono distrutte. Uomini, donne, bambini e anziani furono rapiti.</p>
<p>Non serve aggiungere immediatamente un “ma”.</p>
<p>Non serve cercare una frase che attenui quella realtà.</p>
<p>La memoria delle vittime merita uno spazio nel quale possa semplicemente essere memoria.</p>
<p>Ed è possibile farlo senza trasformarla in uno strumento politico.</p>
<p>Perché riconoscere fino in fondo il dolore israeliano non significa approvare automaticamente tutto ciò che è accaduto dopo.</p>
<p>Esattamente come riconoscere fino in fondo il dolore palestinese non significa giustificare ciò che accadde il 7 ottobre.</p>
<p>Sembrerebbe una distinzione elementare.</p>
<p>Tre anni dopo scopriamo quanto sia diventata difficile.</p>
<h2>Poi venne Gaza</h2>
<p>Dopo il 7 ottobre è arrivata la guerra.</p>
<p>E anche qui i numeri rischiano di proteggerci dalla realtà anziché raccontarcela.</p>
<p>Secondo le autorità sanitarie della Striscia, più di 74.000 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della guerra. UNICEF riferisce che almeno 1,3 milioni di persone risultano ancora sfollate e che il 97,5 per cento delle scuole di Gaza è danneggiato o distrutto.</p>
<p>Un cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025 ha fermato le operazioni militari su vasta scala, ma non ha chiuso la guerra. Gli attacchi sono continuati e la ricostruzione procede con enorme difficoltà.</p>
<p>Abbiamo raccontato anche bambini che tornano a studiare tra le macerie.</p>
<p>Non perché Gaza sia tornata alla normalità.</p>
<p>Proprio perché non lo è.</p>
<p>Una tenda trasformata in aula può essere contemporaneamente una luce di speranza e la misura esatta della tragedia che l’ha resa necessaria.</p>
<h2>Quando persino il dolore diventa una scelta di campo</h2>
<p>Forse una delle conseguenze più profonde di questi tre anni è che abbiamo imparato a dividere persino il dolore.</p>
<p>Se ricordiamo i morti del 7 ottobre, qualcuno domanda immediatamente: «E Gaza?».</p>
<p>Se raccontiamo i bambini morti o le famiglie sfollate a Gaza, qualcun altro risponde: «E il 7 ottobre?».</p>
<p>Come se esistesse una bilancia.</p>
<p>Come se il dolore di una madre israeliana potesse diminuire quello di una madre palestinese.</p>
<p>O viceversa.</p>
<blockquote><p>Non dovremmo chiederci quale dolore pesa di più. Dovremmo domandarci quando abbiamo cominciato ad avere bisogno dell’identità di una vittima prima di decidere se commuoverci.</p></blockquote>
<p>Israeliana. Palestinese. Ebrea. Musulmana.</p>
<p>Prima ancora di queste parole ce n’è un’altra:</p>
<p><strong>persona.</strong></p>
<h2>Ricordare significa anche chiedere responsabilità</h2>
<p>La memoria, però, non può diventare soltanto commemorazione.</p>
<p>Tre anni dopo, in Israele continua una domanda che non si è chiusa: come è stato possibile che l’attacco del 7 ottobre avvenisse con quelle dimensioni?</p>
<p>Anche oggi familiari delle vittime e manifestanti hanno chiesto un’inchiesta indipendente sulle responsabilità e sulle falle di sicurezza che precedettero l’attacco. Il governo di Benjamin Netanyahu ha finora resistito alla richiesta di una commissione indipendente.</p>
<p>Quali segnali furono sottovalutati? Quali errori furono commessi? Chi doveva proteggere quelle comunità?</p>
<p>Sono domande che non indeboliscono la memoria delle vittime.</p>
<p>La rendono adulta.</p>
<p>Perché ricordare significa anche impedire che ciò che è accaduto venga consegnato soltanto alla ritualità delle cerimonie.</p>
<p>E la stessa esigenza di responsabilità deve attraversare ciò che è avvenuto dopo.</p>
<p>Ogni guerra produce decisioni. Ogni decisione produce conseguenze. E ogni conseguenza che riguarda la vita dei civili deve poter essere documentata e valutata secondo i fatti e il diritto, non secondo l’appartenenza.</p>
<h2>Tre anni dopo</h2>
<p>Forse il modo più difficile di ricordare il 7 ottobre è anche il più semplice.</p>
<p>Fermarsi davanti a chi non c’è più.</p>
<p>Senza chiedergli da quale parte della storia si trovasse.</p>
<p>Senza usarlo per dimostrare qualcosa.</p>
<p>Senza trasformare il suo corpo in un argomento.</p>
<p>Ricordare i ragazzi del Nova Festival. Le famiglie dei kibbutz. Gli ostaggi.</p>
<p>E poi avere ancora abbastanza umanità per guardare un bambino palestinese che entra in una scuola costruita sotto una tenda.</p>
<p>Non perché le storie siano uguali.</p>
<p>Non lo sono.</p>
<p>Non perché le responsabilità siano indistinguibili.</p>
<p>Non lo sono.</p>
<p>Ma perché <strong>la dignità di una persona non cambia quando cambia il lato del confine nel quale è nata.</strong></p>
<p>Tre anni dopo, forse la domanda che il 7 ottobre continua a consegnarci non riguarda soltanto Israele, Hamas o Gaza.</p>
<p>Riguarda noi.</p>
<blockquote><p>Quanto dolore dell’altro siamo ancora capaci di guardare senza sentirlo come una minaccia al nostro?</p></blockquote>
<p>Se per ricordare una vittima abbiamo bisogno di dimenticarne un’altra, allora qualcosa, dentro di noi, quella guerra lo ha già conquistato.</p>
<p>E forse la memoria può cominciare proprio dal gesto contrario:</p>
<p><strong>ricordare senza cancellare.</strong></p>
<div class="fm-sources">
<h3>Fonti</h3>
<p><strong>Reuters, 7 ottobre 2026</strong> — “Israelis mark three years since Hamas attack that set off Gaza assault”. Dati sull’attacco del 7 ottobre 2023, commemorazioni, richiesta di un’inchiesta indipendente e situazione nella Striscia di Gaza.</p>
<p><strong>Presidenza dello Stato di Israele, 7 ottobre 2026</strong> — comunicazione ufficiale sull’accensione della candela commemorativa alle ore 6.29 da parte del presidente Isaac Herzog e della First Lady Michal Herzog.</p>
<p><strong>National Insurance Institute of Israel, ottobre 2026</strong> — dati ufficiali relativi alle vittime civili, agli ostaggi e alle persone riconosciute come vittime di atti ostili dal 7 ottobre 2023.</p>
<p><strong>UNICEF, 2026</strong> — Humanitarian Action for Children, State of Palestine: dati aggiornati su minori, sfollamento e danni alle strutture scolastiche nella Striscia di Gaza.</p>
</div>
<div class="fm-copyright">© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
</div>
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		<title>NAZA, perché vederlo e farlo vedere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 14:48:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/naza-678x381-1-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>NAZA, perché vederlo e farlo vedere Non per uscire dalla sala tutti con la stessa opinione. Ma per domandarci che cosa accade quando un essere umano diventa un dato, un&#8230;</p>
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<p class="pip-subtitle">Non per uscire dalla sala tutti con la stessa opinione. Ma per domandarci che cosa accade quando un essere umano diventa un dato, un obiettivo, una probabilità e la tecnologia aumenta la distanza dalle conseguenze delle nostre decisioni.</p>
<div class="pip-meta"></div>
<div class="pip-note">
<h6><strong><span class="pip-note-title" style="color: #339966;">Nota editoriale</span></strong></h6>
<p>Questo articolo distingue deliberatamente tra fatti documentati, testimonianze raccolte dal documentario <em>NAZA</em>, posizioni ufficiali delle parti coinvolte e interpretazione giornalistica dell’autore. Le dichiarazioni dei 24 appartenenti o ex appartenenti all’apparato militare e di intelligence israeliano rappresentate nel film sono testimonianze anonime: la loro presenza nel documentario non equivale, di per sé, a un accertamento giudiziario dei singoli fatti raccontati. Sono riportate inoltre le contestazioni formulate dalle Israel Defense Forces e il lavoro di verifica dichiarato dagli autori e dalle testate giornalistiche coinvolte nell’inchiesta.</p>
<p>L’articolo non afferma che sistemi di intelligenza artificiale decidano autonomamente chi colpire, né attribuisce alla tecnologia una responsabilità morale propria. La riflessione proposta riguarda invece il rapporto tra strumenti tecnologici, linguaggio, distanza operativa e responsabilità delle persone che prendono parte ai processi decisionali. Il riferimento agli attacchi del 7 ottobre 2023 è mantenuto come parte necessaria del contesto storico e non viene utilizzato né per giustificare né per attenuare eventuali violazioni successive. Dove il testo formula domande sulla disumanizzazione e sulla responsabilità, si tratta esplicitamente di analisi e interpretazione editoriale.</p>
</div>
<p class="pip-lead">C’è un dato che, da solo, racconta qualcosa. <em>NAZA</em> era arrivato nelle sale italiane come evento di tre giorni, dal 28 al 30 settembre. Nei primi due giorni ha superato 1,09 milioni di euro di incasso e 146 mila spettatori, conquistando il primo posto al box office italiano. La programmazione è stata quindi prolungata oltre la finestra inizialmente prevista.<span style="color: #0000ff;"> <sup>[1]</sup> <sup>[2]</sup></span></p>
<p>Per un documentario di questo tipo non è un risultato ordinario.</p>
<p>Ma forse la domanda interessante non è quanti lo stanno guardando.</p>
<p>È <strong>perché dovremmo guardarlo</strong>.</p>
<p>E, ancora di più, perché potrebbe avere senso non limitarsi a vederlo individualmente, ma farlo diventare occasione di confronto nelle scuole, nelle comunità, nei gruppi, nei luoghi di formazione e nelle famiglie.</p>
<p>Non perché <em>NAZA</em> contenga tutta la verità sulla guerra di Gaza.</p>
<p>Non la contiene.</p>
<p>Nessun documentario di ottanta minuti potrebbe farlo.</p>
<p>Ma perché ci costringe a osservare qualcosa che rischia di rimanere invisibile: <strong>il modo in cui una persona può progressivamente scomparire dietro una procedura</strong>.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Ventiquattro voci dall’interno</span></h2>
<p><em>NAZA</em> è diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro autori di <em>No Other Land</em>, il documentario vincitore dell’Oscar nel 2025. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026, <em>NAZA</em> ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria. <span style="color: #0000ff;"><sup>[3]</sup></span></p>
<p>Il film è costruito attorno alle testimonianze di 24 appartenenti o ex appartenenti all’apparato militare e di intelligence israeliano. Le loro identità sono protette e le conversazioni sono state filmate prevalentemente di notte sui tetti di Tel Aviv. <sup><a href="https://www.paeseitaliapress.it/storia-arte-cultura/cinema/2026/10/01/naza-perche-vederlo-e-farlo-vedere/#fonte4">[4]</a></sup></p>
<p>Il titolo stesso contiene già una parte della questione.</p>
<p>“NAZA” richiama un acronimo militare utilizzato per indicare il cosiddetto <em>danno collaterale</em>, cioè anche il numero di civili che si prevede possano essere uccisi durante un attacco. <sup>[3]</sup></p>
<div class="pip-question">Che cosa succede quando una vita umana entra dentro un sistema come un numero?</div>
<h2><span style="color: #339966;">Quando la persona diventa un dato</span></h2>
<p>La guerra ha sempre avuto bisogno di distanza.</p>
<p>Distanza fisica dal nemico. Distanza psicologica. Distanza linguistica.</p>
<p>Non diciamo più necessariamente uomo, donna, bambino.</p>
<p>Diciamo obiettivo. Target. Danno collaterale. Probabilità. Soglia accettabile.</p>
<p><em>NAZA</em> aggiunge a questa distanza una dimensione che riguarda profondamente il nostro tempo: <strong>la tecnologia</strong>.</p>
<p>Le testimonianze raccolte nel documentario descrivono sistemi di sorveglianza, elaborazione dei dati e strumenti basati anche sull’intelligenza artificiale impiegati nel processo di individuazione dei possibili obiettivi. Il film sviluppa precedenti inchieste pubblicate da <em>The Guardian</em>, +972 Magazine e Local Call.<span style="color: #0000ff;"> <sup>[3]</sup> <sup>[4]</sup></span></p>
<p>Ed è forse qui che il film incontra una questione che va ben oltre questo conflitto.</p>
<p>La tecnologia può consentirci di vedere più lontano, elaborare più informazioni, individuare più velocemente qualcosa o qualcuno.</p>
<p>Ma può anche aumentare la distanza tra <strong>l’azione e la percezione delle sue conseguenze</strong>.</p>
<p>Un essere umano osservato attraverso uno schermo può diventare un punto.</p>
<p>Un’abitazione una coordinata.</p>
<p>Una famiglia una probabilità statistica.</p>
<p>Non è la tecnologia, da sola, a prendere necessariamente la decisione. Ma la tecnologia può modificare il modo in cui l’essere umano percepisce ciò su cui sta decidendo.</p>
<p>Ed è una domanda che non riguarda soltanto gli eserciti.</p>
<p>Riguarda la società digitale che stiamo costruendo.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Il problema del “piccolo ingranaggio”</span></h2>
<p>C’è un altro elemento che il documentario porta in primo piano: la frammentazione della responsabilità.</p>
<p>Qualcuno raccoglie informazioni.</p>
<p>Qualcun altro sviluppa o utilizza un sistema.</p>
<p>Un altro individua l’obiettivo.</p>
<p>Un altro ancora autorizza.</p>
<p>Qualcun altro esegue.</p>
<p>Ogni persona può vedere soltanto una parte del processo.</p>
<div class="pip-question">Quando una decisione viene distribuita tra molte persone, procedure e tecnologie, di chi è la responsabilità finale?</div>
<p>È facile sentirsi un piccolo ingranaggio.</p>
<p>“Il mio compito era tecnico.”</p>
<p>“Non ero io a decidere.”</p>
<p>“Mi occupavo soltanto di quella parte.”</p>
<p>Eppure una catena di decisioni rimane fatta di persone.</p>
<p>È forse una delle questioni più inquietanti poste da <em>NAZA</em>: quanto sia possibile partecipare a un sistema senza percepirsi pienamente responsabili del risultato prodotto da quel sistema.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Ma un documentario non è un tribunale</span></h2>
<p>Proprio perché le accuse e le testimonianze contenute nel film sono estremamente gravi, <em>NAZA</em> deve essere guardato anche con gli strumenti del giornalismo.</p>
<p>Le 24 fonti sono anonime. Lo spettatore non può quindi verificarne direttamente identità, ruolo e grado di conoscenza dei singoli fatti raccontati.</p>
<p>L’esercito israeliano ha respinto le accuse formulate nel film e ha contestato, tra gli altri aspetti, proprio l’uso delle testimonianze anonime, sostenendo che dall’esterno non sia possibile verificarne identità, incarichi e coinvolgimento nei fatti descritti. <span style="color: #0000ff;"><sup>[5]</sup></span></p>
<p><em>The Guardian</em>, produttore del documentario e testata che ha partecipato alle precedenti inchieste sulle quali il film si basa, ha invece affermato che le testimonianze delle fonti confidenziali sono state verificate nell’ambito di oltre tre anni di lavoro giornalistico. <span style="color: #0000ff;"><sup>[6]</sup></span></p>
<div class="pip-factbox">
<p><span class="pip-factbox-title">Il contesto che non può essere cancellato</span>Il 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono un attacco coordinato contro Israele. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha riferito, sulla base di fonti israeliane, di oltre 1.200 persone uccise, almeno 809 delle quali civili, e di almeno 252 persone rapite e portate a Gaza. La stessa Commissione ha documentato gravi violazioni del diritto internazionale, tra cui uccisioni di civili e presa di ostaggi. <sup><span style="color: #0000ff;">[7]</span></sup></p>
</div>
<p>Guardare <em>NAZA</em> non richiede di cancellare tutto questo.</p>
<p>E raccontare il 7 ottobre non rende meno necessario interrogarsi su ciò che è accaduto dopo.</p>
<p>Le due realtà possono essere guardate contemporaneamente.</p>
<p>È forse proprio questo uno dei compiti più difficili del giornalismo e della coscienza: <strong>non avere bisogno di cancellare il dolore dell’uno per riconoscere quello dell’altro</strong>.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Perché allora farlo vedere?</span></h2>
<p>Non per dire a qualcuno che cosa deve pensare di Israele.</p>
<p>Non per costruire un’altra tifoseria.</p>
<p>Non per sostituire una propaganda con un’altra.</p>
<p>E neppure per trasformare un film in una sentenza.</p>
<p>Lo farei vedere per fermarci davanti ad alcune domande.</p>
<ul class="pip-question-list">
<li>Che cosa accade quando il linguaggio rende più sopportabile ciò che nella realtà sarebbe insopportabile?</li>
<li>Che cosa cambia quando una persona diventa un numero?</li>
<li>Che cosa succede quando una procedura distribuisce la responsabilità fino quasi a farla scomparire?</li>
<li>Uno schermo modifica il nostro rapporto con le conseguenze delle nostre azioni?</li>
<li>La distanza tecnologica modifica anche la nostra responsabilità morale?</li>
</ul>
<p>Sono interrogativi che <em>NAZA</em> porta dentro una guerra, ma che appartengono anche al mondo nel quale viviamo.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Vederlo insieme</span></h2>
<p>Forse è questa la ragione più interessante per far vedere un documentario come <em>NAZA</em>.</p>
<p>Non organizzare semplicemente una proiezione.</p>
<p>Organizzare <strong>una conversazione dopo la proiezione</strong>.</p>
<p>In una scuola, per esempio, non chiederei ai ragazzi: “Chi ha ragione?”.</p>
<p>Chiederei piuttosto:</p>
<div class="pip-question">In quale momento, nel film, avete smesso di vedere un numero e avete ricominciato a vedere una persona?</div>
<p>E poi aggiungerei una seconda domanda:</p>
<div class="pip-question">Esistono situazioni nella nostra vita digitale nelle quali facciamo o diciamo qualcosa proprio perché lo schermo ci impedisce di vedere immediatamente le conseguenze sull’altro?</div>
<p>A quel punto Gaza non sarebbe più soltanto qualcosa che accade a migliaia di chilometri da noi.</p>
<p>La domanda arriverebbe molto più vicino.</p>
<p>Perché la disumanizzazione non comincia necessariamente con una bomba.</p>
<p>Può cominciare molto prima.</p>
<p>Comincia ogni volta che dell’altro resta soltanto una categoria.</p>
<p>Un profilo.</p>
<p>Un numero.</p>
<p>Un nemico.</p>
<p>Un dato.</p>
<h2><span style="color: #339966;">Uscire dalla sala senza una risposta</span></h2>
<p>Forse un buon documentario non dovrebbe consegnarci una risposta pronta.</p>
<p>Dovrebbe renderci più difficile continuare a utilizzare quelle che avevamo prima.</p>
<p>È possibile uscire da <em>NAZA</em> contestando alcune sue scelte.</p>
<p>È possibile domandarsi che cosa manchi.</p>
<p>È possibile cercare altre fonti, ascoltare altre testimonianze e verificare le accuse che presenta.</p>
<p>Anzi, dovremmo farlo.</p>
<p>Ma rimane una domanda dalla quale è più difficile sottrarsi:</p>
<div class="pip-question">Che cosa succede all’essere umano quando smette di vedere nell’altro un essere umano?</div>
<p>Non riguarda soltanto Israele.</p>
<p>Non riguarda soltanto Gaza.</p>
<p>Non riguarda soltanto la guerra.</p>
<p>Riguarda ogni sistema nel quale tecnologia, linguaggio e distanza rischiano di separarci dalle conseguenze delle nostre azioni.</p>
<p>Per questo <em>NAZA</em> può diventare qualcosa di più di un film da vedere.</p>
<p>Può diventare <strong>una domanda da abitare insieme</strong>.</p>
<p>E forse il modo più serio di farlo vedere non è dire agli altri quale conclusione devono trarne.</p>
<p>È restare, dopo che lo schermo diventa nero, abbastanza a lungo da ascoltare quello che quella domanda provoca in ciascuno di noi.</p>
<div class="pip-separator"></div>
<div class="pip-sources">
<h3>Fonti</h3>
<ol>
<li id="fonte1"><a href="https://cinetel.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Cinetel – dati Box Office Italia </a>.</li>
<li id="fonte2"><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2026/09/28/naza-il-documentario-dei-premi-oscar-yuval-abraham-e-rachel-szor-arriva_270ce43a-44d4-4d22-a9df-499f4ee2aca9.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ANSA – “Naza, il documentario dei premi Oscar Yuval Abraham e Rachel Szor arriva in sala”, 28 settembre 2026 </a>.</li>
<li id="fonte3"><a href="https://www.labiennale.org/it/cinema/2026/venezia-83-concorso/naza" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La Biennale di Venezia – scheda ufficiale di NAZA, Venezia 83 </a>.</li>
<li id="fonte4"><a href="https://www.theguardian.com/world/2026/sep/10/secret-systems-used-by-israel-in-mass-killings-of-gaza-civilians-revealed-in-new-film" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Guardian – “Secret systems used by Israel in mass killings of Gaza civilians revealed in new film”, 10 settembre 2026 </a>.</li>
<li id="fonte5"><a href="https://www.idf.il/en/mini-sites/israel-hamas-war-gaza/articles-israel-hamas-war-gaza/distributions-swords-of-iron-war-gaza/the-idf-spokesperson-s-response-following-the-publication-of-the-movie-naza/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Israel Defense Forces – risposta ufficiale dell’IDF alla pubblicazione di NAZA </a>.</li>
<li id="fonte6"><a href="https://www.theguardian.com/gnm-press-office/2026/sep/14/a-guardian-statement-on-naza" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Guardian – statement su NAZA e sul lavoro di verifica delle fonti </a>.</li>
<li id="fonte7"><a href="https://www.un.org/unispal/document/coi-report-a-hrc-56-26-27may24/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Nazioni Unite – Independent International Commission of Inquiry, rapporto A/HRC/56/26 </a>.</li>
</ol>
</div>
<div class="pip-signature"><strong>Francesco Mazzarella</strong></div>
<div>© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/01/naza-perche-vederlo-e-farlo-vedere/">NAZA, perché vederlo e farlo vedere</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 17:43:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitto Mediooriente]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>In Medio Oriente l’escalation militare svela l’impotenza della mediazione internazionale e il prezzo pagato dalle missioni sul campo di Domenica Puleio I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/08/la-farsa-dei-trattati-di-plastica-e-il-sangue-reale-dei-servitori-di-pace-2/">La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/conflitto_geopolitico_medio_oriente-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p><p>In Medio Oriente l’escalation militare svela l’impotenza della mediazione internazionale e il prezzo pagato dalle missioni sul campo</p>
<p>di Domenica Puleio</p>
<p>I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di inchiostro e retorica, dipingendo scenari che svaniscono nel giro di un mattino. “Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, “Missili su Israele”, “Netanyahu attacca Beirut, la vendetta iraniana”. La realtà, quella che si consuma sul terreno a cento giorni dall’inizio del conflitto globale tra Iran, Stati Uniti e Israele, possiede una sfrontatezza che la carta stampata non riesce a rincorrere. Nella notte le forze aeree israeliane hanno martellato l’Iran centrale e occidentale, centrando un impianto petrolchimico in risposta a undici missili balistici di Teheran intercettati dai sistemi di difesa. È la dimostrazione plastica di un teorema tragico: la diplomazia internazionale sta mettendo in scena una recita a beneficio delle telecamere, mentre sul campo la geopolitica del caos detta la sua legge di sangue.</p>
<p>Da una parte assistiamo ai balletti di Mar-a-Lago, con Donald Trump che telefona a Benjamin Netanyahu intimandogli la moderazione per evitare che i negoziati deraglino, sbandierando un’intesa “vicina alla conclusione” che sa tanto di spot elettorale. Dall’altra c’è la cruda, cinica strategia dei leader locali. Netanyahu sa bene che i sondaggi danno la sua coalizione in calo in vista delle elezioni d’autunno; non potendo sbandierare una vittoria definitiva sul nemico storico iraniano, la guerra totale in Libano contro Hezbollah diventa la sua vera carta elettorale, il palcoscenico perfetto per blindare il proprio potere. Poco importa se nel frattempo il Mossad spia gli stessi alleati americani a livelli critici, controllando ogni mossa dei negoziatori di Washington. La fiducia non esiste, esiste solo la sopravvivenza politica.</p>
<p>Il cortocircuito più doloroso e intollerabile di questa escalation si consuma però sulla pelle di chi sta in mezzo. La tregua dell’8 aprile scorso è già un ricordo sbiadito, polverizzata dai raid su Dahieh e dai lanci di droni della milizia libanese che colpiscono i kibbutz dove i bambini vanno in gita scolastica. In questo scontro frontale, l’accordo tra Washington e Teheran si rivela per quello che è: un pezzo di carta privo di valore. A pagarne il prezzo più alto, nel silenzio complice delle diplomazie, sono i soldati di pace. L’uccisione del casco blu dell’Unifil nel sud del Libano è lo schiaffo definitivo a un’Europa e a un Onu che continuano a inviare uomini al fronte con mandati ambigui, lasciandoli a fare da bersaglio mobile in una terra dove nessuno rispetta le regole d’ingaggio. È la burocrazia internazionale che manda a morire i propri figli per non ammettere il fallimento della propria linea politica.</p>
<p class="has-text-align-left">Mentre l’Occidente si avvita in dibattiti ideologici da salotto, riducendo la complessità storica del Medio Oriente a slogan da corteo e ignorando le minacce reali di regimi che non accetteranno mai la stabilità, il sangue scorre vero. Scorre nelle stazioni di servizio israeliane per mano del terrorismo interno, scorre tra i riservisti della protezione civile e tra gli ostaggi prigionieri nei tunnel. Continuare a raccontare questa guerra come una serie di eventi isolati significa non voler vedere il disegno complessivo: un conflitto globale per procura dove le superpotenze giocano a scacchi e i popoli fanno da carne da macello. Se l’Europa non ritrova la forza di imporre una mediazione reale, smettendola di farsi dettare l’agenda dai capricci dei leader in campagna elettorale, resterà solo a guardare le macerie del proprio prestigio internazionale.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/08/la-farsa-dei-trattati-di-plastica-e-il-sangue-reale-dei-servitori-di-pace-2/">La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 17:40:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Domenica Puleio I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di inchiostro e retorica, dipingendo scenari che svaniscono nel giro di un mattino. “Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, “Missili&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Domenica Puleio</p>
<p>I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di inchiostro e retorica, dipingendo scenari che svaniscono nel giro di un mattino. “Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, “Missili su Israele”, “Netanyahu attacca Beirut, la vendetta iraniana”. La realtà, quella che si consuma sul terreno a cento giorni dall’inizio del conflitto globale tra Iran, Stati Uniti e Israele, possiede una sfrontatezza che la carta stampata non riesce a rincorrere. Nella notte le forze aeree israeliane hanno martellato l’Iran centrale e occidentale, centrando un impianto petrolchimico in risposta a undici missili balistici di Teheran intercettati dai sistemi di difesa. È la dimostrazione plastica di un teorema tragico: la diplomazia internazionale sta mettendo in scena una recita a beneficio delle telecamere, mentre sul campo la geopolitica del caos detta la sua legge di sangue.</p>
<p>Da una parte assistiamo ai balletti di Mar-a-Lago, con Donald Trump che telefona a Benjamin Netanyahu intimandogli la moderazione per evitare che i negoziati deraglino, sbandierando un’intesa “vicina alla conclusione” che sa tanto di spot elettorale. Dall’altra c’è la cruda, cinica strategia dei leader locali. Netanyahu sa bene che i sondaggi danno la sua coalizione in calo in vista delle elezioni d’autunno; non potendo sbandierare una vittoria definitiva sul nemico storico iraniano, la guerra totale in Libano contro Hezbollah diventa la sua vera carta elettorale, il palcoscenico perfetto per blindare il proprio potere. Poco importa se nel frattempo il Mossad spia gli stessi alleati americani a livelli critici, controllando ogni mossa dei negoziatori di Washington. La fiducia non esiste, esiste solo la sopravvivenza politica.</p>
<p>Il cortocircuito più doloroso e intollerabile di questa escalation si consuma però sulla pelle di chi sta in mezzo. La tregua dell’8 aprile scorso è già un ricordo sbiadito, polverizzata dai raid su Dahieh e dai lanci di droni della milizia libanese che colpiscono i kibbutz dove i bambini vanno in gita scolastica. In questo scontro frontale, l’accordo tra Washington e Teheran si rivela per quello che è: un pezzo di carta privo di valore. A pagarne il prezzo più alto, nel silenzio complice delle diplomazie, sono i soldati di pace. L’uccisione del casco blu dell’Unifil nel sud del Libano è lo schiaffo definitivo a un’Europa e a un Onu che continuano a inviare uomini al fronte con mandati ambigui, lasciandoli a fare da bersaglio mobile in una terra dove nessuno rispetta le regole d’ingaggio. È la burocrazia internazionale che manda a morire i propri figli per non ammettere il fallimento della propria linea politica.</p>
<p class="has-text-align-left">Mentre l’Occidente si avvita in dibattiti ideologici da salotto, riducendo la complessità storica del Medio Oriente a slogan da corteo e ignorando le minacce reali di regimi che non accetteranno mai la stabilità, il sangue scorre vero. Scorre nelle stazioni di servizio israeliane per mano del terrorismo interno, scorre tra i riservisti della protezione civile e tra gli ostaggi prigionieri nei tunnel. Continuare a raccontare questa guerra come una serie di eventi isolati significa non voler vedere il disegno complessivo: un conflitto globale per procura dove le superpotenze giocano a scacchi e i popoli fanno da carne da macello. Se l’Europa non ritrova la forza di imporre una mediazione reale, smettendola di farsi dettare l’agenda dai capricci dei leader in campagna elettorale, resterà solo a guardare le macerie del proprio prestigio internazionale.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/mesotoday-5415551/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2774953">Graphic And Web Designer Freelance</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2774953">Pixabay</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/08/la-farsa-dei-trattati-di-plastica-e-il-sangue-reale-dei-servitori-di-pace/">La farsa dei trattati di plastica e il sangue reale dei servitori di pace</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Trump attacca duramente Papa Leone XIV. Atto irrispettoso per tutta la comunità cattolica e segno di debolezza</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/13/trump-attacca-duramente-papa-leone-xiv-atto-irrispettoso-per-tutta-la-comunita-cattolica-e-segno-di-debolezza/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=trump-attacca-duramente-papa-leone-xiv-atto-irrispettoso-per-tutta-la-comunita-cattolica-e-segno-di-debolezza</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 18:06:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/Papa-leone-XIV-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>In una lettura che subordina gli Stati Uniti a Israele, è inconcepibile che una nazione come gli Stati Uniti d’America, pur richiamandosi a una forte tradizione cristiana e chiedendo ai&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/13/trump-attacca-duramente-papa-leone-xiv-atto-irrispettoso-per-tutta-la-comunita-cattolica-e-segno-di-debolezza/">Trump attacca duramente Papa Leone XIV. Atto irrispettoso per tutta la comunità cattolica e segno di debolezza</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>In una lettura che subordina gli Stati Uniti a Israele, è inconcepibile che una nazione come gli Stati Uniti d’America, pur richiamandosi a una forte tradizione cristiana e chiedendo ai propri rappresentanti di giurare sulla Bibbia, possa assumere, attraverso il suo presidente, un simile comportamento. Il mondo cattolico alzi lo sguardo e la voce senza timore. Il Papa continui la sua missione di pace, nel segno della riconciliazione tra i popoli</em></p>
<p>Siamo al paradosso. Siamo in un assurdo epocale e irrispettoso. L’ulteriore tensione innescata dal presidente Trump colpisce direttamente il Santo Pontefice. E non solo. Leone XIV è un Capo di Stato. È un fatto di una gravità inaudita perché coinvolge, oltretutto, la Città del Vaticano e, più in generale, l’intera comunità dei cattolici. I quali certamente devono seguire il Vangelo, ma non è concepibile subire attacchi verbali quanto meno irresponsabili.<br />
C’è di più. È chiaro che Leone XIV non può che “reagire” come ha già fatto, ovvero insistendo con un forte richiamo al Vangelo, alla pace e alla diffusione di un messaggio di riconciliazione. Ma uno sfregio è stato compiuto e non credo che i cattolici tutti, compresi quelli degli Stati Uniti d’America, possano tollerare un simile atto.<br />
Le parole del presidente americano hanno definito il Papa “debole” e “pessimo sulla politica estera”, segnando una distanza senza precedenti nei rapporti tra un presidente americano e il Pontefice. Anche perché lo scontro arriva in un momento di grande conflitto internazionale, in particolare sul dossier Iran, su cui il Papa ha più volte invocato dialogo e negoziati.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-7186" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/45042217178trump.jpg" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/45042217178trump.jpg 620w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/45042217178trump-300x164.jpg 300w" alt="" width="558" height="305" /></figure>
</div>
<p>Trump ha criticato apertamente queste posizioni, accusando Leone XIV di non affrontare con fermezza le minacce globali. La replica del Pontefice è stata immediata, ma misurata: “Non ho paura dell’amministrazione Trump” e “continuerò a parlare contro la guerra”, ha dichiarato Papa Leone XIV, evitando di entrare in un confronto diretto.<br />
C’è da dire che le reazioni critiche non si sono fatte attendere. Infatti, gli ambienti ecclesiastici statunitensi hanno definito “denigratorie” le parole del presidente. L’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha espresso il suo sconforto per l’attacco di Trump al Papa, sottolineando che “Papa Leone non è il suo rivale”. Fin qui la cronaca in sintesi.<br />
Lo scontro tra Trump e Papa Leone XIV è chiaramente un sintomo della crescente tensione tra la Chiesa cattolica e la politica internazionale. Ma dietro una tale situazione quanto influisce Israele? Una domanda che bisognerebbe porsi, soprattutto in una fase in cui il legame tra scontri politici ed economici si inserisce in un ulteriore conflitto, quello religioso. Ciò significa uno scontro di civiltà.<br />
La contraddizione è proprio qui: una nazione occidentale che si scaglia duramente contro quelle radici che sono cattoliche o, se vogliamo, cristiane. Perché ormai siamo a una divisione tra chi cerca la pace e chi vuole mantenere uno stato permanente di guerra.<br />
Gli Stati Uniti d’America e Israele sono diventati nazioni di guerra e di minacce continue.<br />
Certo, il mondo arabo e islamico è in subbuglio e ormai la prospettiva si muove su una scacchiera economica, dentro la quale si inseriscono valenze storiche, culturali e religiose, con gravi implicazioni come appena accaduto.<br />
La posizione del Papa, in tal caso, è motivata da una visione più ampia della politica internazionale, che pone l’accento sulla pace e sul dialogo.<br />
La Chiesa cattolica ha sempre sostenuto che la guerra non è una soluzione ai conflitti internazionali e che il dialogo e la negoziazione sono gli unici strumenti per risolvere le controversie. A chi non sta bene tale posizione? A chi impugna le armi, a chi invade, a chi dispone degli strumenti reali per condurre occupazioni e guerre.<br />
Siamo in un tempo di macerie e rovine e, nonostante tutto, si continua a perseguire la completa devastazione e l’annientamento del dialogo, che resta sempre possibile. Ritorno sulla domanda precedente: dietro Trump c’è Israele e non il contrario. Non è concepibile “israelizzare” una parte della geografia internazionale. I cattolici entrino bene in tale contesto. È Israele che non vuole il dialogo, soprattutto con il mondo cattolico. Lo si legge chiaramente osservando e riflettendo sulle dinamiche nel bacino mediterraneo.<br />
Insomma, è lampante: l’attacco di Trump è contro il mondo cattolico, e finisce per indebolire le radici cristiane dell’intero Occidente. Per quale motivo? Per difendere ancora una volta Israele. È tutto ormai completamente intollerabile, ma anche segno di forte debolezza.<br />
È inconcepibile che una nazione come gli Stati Uniti d’America, pur richiamandosi a una forte tradizione religiosa e cristiana e chiedendo ai propri rappresentanti di giurare sulla Bibbia, possa assumere, attraverso il suo presidente, un comportamento simile. Il mondo cattolico dovrebbe alzare lo sguardo e la voce senza timore alcuno. Il Papa continui la sua missione di pace, nel segno della riconciliazione tra i popoli.</p>
<p>….</p>
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<figure class="alignleft size-full is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-100441" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-1-1.jpg" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-1-1.jpg 454w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-1-1-300x251.jpg 300w" alt="" width="346" height="290" /></figure>
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<p><strong>Pierfranco Bruni</strong> è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.</p>
<p>Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.</p>
<p>Incarichi in capo al Ministero della Cultura:</p>
<p>Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.</p>
<p>È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.</p>
<p>Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.<br />
@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Iran, la guerra rimandata: due settimane per scegliere tra escalation e diplomazia</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/08/iran-la-guerra-rimandata-due-settimane-per-scegliere-tra-escalation-e-diplomazia/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=iran-la-guerra-rimandata-due-settimane-per-scegliere-tra-escalation-e-diplomazia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 17:17:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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<p>Trump rinvia l’ultimatum e apre uno spiraglio fragile: non è pace, ma un tempo sospeso in cui la diplomazia torna a essere l’unico vero argine Ci sono momenti nella storia&#8230;</p>
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<p>Ci sono momenti nella storia in cui il tempo non scorre: si sospende.<br />
Non è pace, non è guerra. È attesa.</p>
<p>La decisione di rinviare di due settimane l’ultimatum all’Iran si colloca esattamente qui, in questo spazio fragile e denso. Donald Trump ha scelto di non affondare il colpo adesso. Non perché il conflitto sia risolto, ma perché il sistema globale non è ancora pronto a reggerne il peso.</p>
<p>Due settimane.<br />
Non sembrano molte.<br />
Eppure, in geopolitica, possono valere quanto un decennio.</p>
<p>Il cuore della tensione resta lo stesso: lo Stretto di Hormuz. Non è solo un passaggio marittimo, è una vena aperta del mondo. Da lì passa una quota enorme del petrolio globale. Chi lo controlla, non controlla solo il traffico navale: controlla gli equilibri economici, politici, perfino psicologici dei mercati.</p>
<p>Ed è proprio qui che emerge, con forza, il ruolo indispensabile della diplomazia.</p>
<p>Perché quando tutto sembra spingere verso lo scontro, la diplomazia è l’unico spazio che permette ancora di tenere insieme ciò che rischia di spezzarsi. Non è debolezza. È responsabilità. Non è lentezza. È profondità.</p>
<p>Come ha ricordato l’ambasciatore Pasquale Ferrara, la diplomazia è «la prima infrastruttura della pace».<br />
Senza questa infrastruttura, ogni crisi scivola inevitabilmente verso il conflitto.</p>
<p>E questo non è solo un principio etico. È anche un dato scientifico.</p>
<p>Da decenni, studiosi di relazioni internazionali spiegano che la minaccia non è semplicemente un preludio alla guerra. Può diventare, se gestita, uno strumento di negoziazione.</p>
<p>Il premio Nobel Thomas Schelling ha dimostrato che nel mondo contemporaneo la forza non serve solo a vincere una guerra, ma soprattutto a <strong>influenzare il comportamento dell’altro senza arrivare allo scontro</strong>. La capacità di fare male — o anche solo di far credere di poterlo fare — diventa una leva negoziale.</p>
<p>In altre parole, la minaccia funziona quando resta sospesa.</p>
<p>È ciò che la teoria della deterrenza descrive con chiarezza: convincere l’avversario che il costo di un’azione sarà troppo alto, così da evitarla senza combattere.</p>
<p>E ancora: la coercizione, spiegava Schelling, non consiste nel prendere qualcosa con la forza, ma nel far sì che sia l’altro a concederlo, proprio per evitare quella forza.</p>
<p>È esattamente ciò che stiamo vedendo oggi.</p>
<p>Il rinvio dell’ultimatum non è una pausa neutra.<br />
È una fase di negoziazione sotto pressione.</p>
<p>Una “minaccia attiva”, potremmo dire, che serve a spingere l’altra parte a fare una scelta senza arrivare allo scontro diretto. È una partita di equilibrio, dove ogni mossa comunica qualcosa: forza, apertura, limite.</p>
<p>Dietro le dichiarazioni ufficiali si muovono diplomazie parallele, interessi incrociati, pressioni che non trovano spazio nei comunicati stampa. Non è un caso che si parli di incontri riservati, di canali aperti in Paesi terzi, di mediazioni silenziose. La guerra, oggi, non si gioca solo con le armi. Si gioca nelle stanze dove qualcuno ha ancora il coraggio di negoziare.</p>
<p>Eppure, la domanda resta: è davvero una tregua o solo un respiro prima dell’impatto?</p>
<p>Perché la verità è che l’ultimatum non è stato ritirato. È stato solo spostato.<br />
Come una scadenza che incombe, come una promessa che può trasformarsi in minaccia.</p>
<p>In questo scenario, il ruolo dell’Europa appare ancora una volta sospeso tra possibilità e limite. Potrebbe essere protagonista di una diplomazia nuova, multilaterale, capace di ricucire. Ma spesso resta spettatrice, più attenta a contenere gli effetti che a incidere sulle cause.</p>
<p>Ma c’è un livello più profondo, che spesso sfugge alle analisi tecniche.</p>
<p>Questa crisi non parla solo di Iran, di Stati Uniti o di petrolio.<br />
Parla di un modello di potere.</p>
<p>Un modello in cui la tensione non è un errore del sistema, ma una sua funzione. In cui la minaccia diventa linguaggio politico. In cui il conflitto viene gestito, modulato, talvolta persino “utilizzato” per ottenere equilibri diversi.</p>
<p>E qui si inserisce un elemento ancora più delicato: il potere oggi è reticolare. Finanza, politica, sicurezza si intrecciano in modi che raramente emergono in superficie. I dossier che negli ultimi mesi hanno attraversato ambienti internazionali — tra silenzi, rivelazioni e ambiguità — mostrano quanto queste connessioni siano profonde.</p>
<p>Il potere non è mai isolato.<br />
È sempre connesso.</p>
<p>E quando il potere è connesso, anche le crisi lo sono.</p>
<p>Per questo le prossime due settimane non sono solo un tempo tecnico.<br />
Sono un banco di prova per la diplomazia globale.</p>
<p>Un banco di prova per capire se il mondo ha ancora la capacità di fermarsi prima dell’irreversibile.<br />
Un banco di prova per verificare se esiste una leadership capace di scegliere il dialogo invece della forza.<br />
Un banco di prova, soprattutto, per noi.</p>
<p>Perché mentre i grandi decidono, i popoli vivono le conseguenze. Sempre.</p>
<p>La storia recente ci ha insegnato che le guerre non iniziano mai davvero quando vengono dichiarate. Iniziano molto prima, nelle parole, nelle tensioni accumulate, nelle paure alimentate. E finiscono molto dopo, nei traumi, nelle fratture sociali, nelle generazioni segnate.</p>
<p>Per questo oggi non basta osservare.<br />
Serve comprendere.</p>
<p>Comprendere che ogni rinvio è un’occasione. Ma non infinita.<br />
Comprendere che ogni tregua è una responsabilità.<br />
Comprendere, soprattutto, che senza diplomazia la minaccia smette di essere strumento e diventa tragedia.</p>
<p>Due settimane.<br />
Il mondo trattiene il respiro.</p>
<p>E forse, proprio in questo respiro sospeso, si gioca qualcosa di più grande della geopolitica: la possibilità, ancora una volta, di scegliere tra la scorciatoia della forza e la fatica, necessaria, del dialogo.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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		<title>Sicilia, basi NATO e guerra in Iran: quando la geopolitica entra nel nostro quotidiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 06:24:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Sigonella, MUOS di Niscemi, esercitazioni nel Canale: non è “allarmismo”, è la domanda adulta che una democrazia deve saper fare. Cosa succede davvero, quali rischi sono reali, e quale trasparenza&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2748-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>Sigonella, MUOS di Niscemi, esercitazioni nel Canale: non è “allarmismo”, è la domanda adulta che una democrazia deve saper fare. Cosa succede davvero, quali rischi sono reali, e quale trasparenza dobbiamo pretendere mentre il conflitto con l’Iran alza la temperatura del Mediterraneo.</em></p>
<p class="has-text-align-right">di Francesco Mazzarella</p>
<p>In queste ore la guerra in Iran non è più un’immagine lontana, confinata nei notiziari internazionali o nelle mappe dei think tank. Per l’Italia — e per la Sicilia in particolare — diventa una questione concreta, quasi domestica, perché la nostra geografia è anche geostrategia: siamo nel cuore del Mediterraneo e ospitiamo infrastrutture militari che, per natura, entrano nelle catene operative degli alleati. E quando lo scontro si allarga, ciò che fino a ieri sembrava routine — sorveglianza, comunicazioni, supporto, esercitazioni — oggi viene percepito come parte di un possibile “ingranaggio” bellico.</p>
<p>Il punto non è alimentare paure. Il punto è fare ciò che spesso dimentichiamo: distinguere, capire, pretendere chiarezza. Perché una comunità matura non si addormenta sulla parola “NATO” come fosse una coperta rassicurante, né si sveglia urlando “siamo in guerra a nostra insaputa” come fosse uno slogan definitivo. Una comunità matura fa domande precise, tiene insieme sicurezza e democrazia, e non delega la propria coscienza collettiva alle semplificazioni.</p>
<p>Partiamo dai fatti che oggi entrano nel dibattito pubblico con insistenza. Diverse fonti italiane riportano che su <strong>Sigonella</strong>e sul <strong>MUOS di Niscemi</strong> si sono riaccesi interrogativi politici, con richieste di chiarimento al governo sul grado di coinvolgimento, diretto o indiretto, nel contesto delle operazioni legate al conflitto con l’Iran. Non è un dettaglio: quando un tema diventa domanda parlamentare e oggetto di confronto pubblico, non è più solo materia tecnica. Diventa materia democratica.</p>
<p>Nel frattempo, mentre l’attenzione mediatica si concentra sulle “basi”, l’Italia alza anche la soglia della vigilanza interna: secondo quanto riportato dall’ANSA, il sistema di sicurezza monitora un numero molto ampio di obiettivi sensibili sul territorio nazionale dopo l’escalation seguita agli attacchi USA-Israele e alla risposta iraniana. Questo non significa che “domani succede qualcosa”, ma significa che lo Stato legge un rischio aumentato e reagisce come fa sempre quando lo scenario internazionale si incattivisce: prevenzione, controllo, attenzione ai nodi critici.</p>
<p>E poi c’è il contesto geopolitico, che oggi cambia più in fretta dei nostri tempi emotivi. Reuters riporta che l’Italia avrebbe ricevuto richieste legate a sistemi di difesa aerea e anti-drone da Paesi del Golfo colpiti o minacciati da attacchi iraniani, e che a Roma si discute — senza decisione finale pubblica — anche dell’eventuale invio di una batteria SAMP/T, precisando però che non verrebbero intaccate le risorse già impegnate sul fronte ucraino. Sono elementi che dicono una cosa semplice: l’Italia non è spettatrice neutra di una partita lontana. È un attore europeo con alleanze, obblighi, pressioni, responsabilità.</p>
<p>Dentro questo quadro, la Sicilia emerge come un fulcro naturale. <strong>Sigonella</strong> è spesso descritta come un hub strategico per attività di sorveglianza, ricognizione e supporto nel Mediterraneo allargato; il <strong>MUOS</strong> di Niscemi viene raccontato come un’infrastruttura di comunicazione avanzata, capace di connettere unità, piattaforme e sistemi in teatri distanti. Qui nasce la prima distinzione che serve a non impazzire: una cosa è ospitare infrastrutture e flussi che hanno una funzione di rete; un’altra cosa è autorizzare, politicamente e formalmente, l’uso del territorio nazionale per specifiche operazioni di attacco. I due piani possono sovrapporsi nella percezione, ma non coincidono automaticamente.</p>
<p>Ed è proprio su questo confine che cresce l’inquietudine: non tanto perché “si sa” qualcosa di segreto, ma perché la gente sente — e spesso a ragione — che tra il linguaggio ufficiale e la realtà operativa può esserci una distanza. Non sempre per malafede, a volte per ragioni di riservatezza militare. Ma la riservatezza, in una democrazia, non può diventare un buco nero permanente. Deve avere un perimetro, deve avere un controllo, deve avere una responsabilità politica che si prende il peso delle decisioni.</p>
<p>In queste ore riemerge anche un altro elemento che vale la pena mettere sul tavolo: nel mare attorno alla Sicilia sono in corso attività addestrative e operative NATO incentrate sulla guerra sottomarina. La stampa locale parla dell’esercitazione <strong>Dynamic Manta 2026</strong> tra Catania e Siracusa, sottolineando il ruolo dell’isola nel dispositivo di difesa dell’Alleanza.</p>
<p>Questo punto è cruciale, perché ci ricorda che la Sicilia non è “solo” un luogo dove decollano aerei o transitano segnali: è anche un ambiente marittimo strategico, un corridoio energetico e commerciale, un’area in cui la deterrenza e il controllo delle rotte sono diventati centrali. E quando il Golfo Persico brucia, quando lo Stretto di Hormuz torna a essere un nervo scoperto, il Mediterraneo non è più periferia: è retrovia logistica e spazio di sicurezza europea.</p>
<p>A questo si aggiunge la dimensione civile: le famiglie, i lavoratori delle zone interessate, le comunità che vivono accanto a installazioni militari o a infrastrutture di comunicazione. Per loro “base” non è una parola astratta: è traffico, controlli, cultura locale che si intreccia con presenza internazionale, e un senso vago — ma concreto — di vulnerabilità. Perché non è irrazionale pensare che, in uno scenario di escalation, alcuni luoghi possano diventare più esposti: non necessariamente a un attacco diretto, ma a pressioni, cyber-azioni, propaganda, tensioni sociali, perfino a un aumento dell’attenzione di apparati ostili.</p>
<p>E allora, che cosa dovrebbe accadere oggi in Italia, nel mezzo di questa temperatura che sale?</p>
<p>Dovrebbe accadere una cosa semplice e rivoluzionaria: <strong>trasparenza proporzionata e verificabile</strong>. “Proporzionata” perché esistono informazioni che non possono essere divulgate in tempo reale senza danneggiare la sicurezza. “Verificabile” perché non basta dire “state tranquilli”. Una democrazia non vive di tranquillanti: vive di fiducia, e la fiducia nasce quando chi governa non teme le domande e non risponde con frasi prefabbricate.</p>
<p>In concreto, questo significa almeno tre impegni.</p>
<p>Il primo: chiarire pubblicamente qual è la cornice politica in cui l’Italia si muove, e quali limiti si dà. Reuters riporta che, al momento, l’Italia non avrebbe ricevuto richieste per l’uso delle basi USA sul territorio italiano in operazioni contro l’Iran, ma che resterebbe aperta a valutare eventuali proposte.  Ecco: questo passaggio, tradotto in lingua umana, dice che la porta non è chiusa per definizione e che esiste una dinamica di richieste e valutazioni. Bene. Ma allora serve anche un principio: quali condizioni? quale passaggio istituzionale? quale controllo parlamentare? quale informazione ai cittadini, almeno nei termini generali?</p>
<p>Il secondo: proteggere il Paese senza militarizzarne l’anima. Monitorare obiettivi sensibili, rafforzare la vigilanza, prevenire rischi è dovere dello Stato.  Ma ogni scelta di sicurezza deve essere accompagnata da una comunicazione sobria, non intimidatoria, capace di spiegare senza terrorizzare. La sicurezza che genera paura continua diventa un’altra forma di insicurezza.</p>
<p>Il terzo: evitare la polarizzazione morale. In queste settimane, e ancora di più in questi giorni, l’opinione pubblica tende a dividersi in tifoserie: chi vede l’Iran come “male assoluto”, chi vede l’Occidente come “aggressore strutturale”, chi riduce tutto a complotto, chi riduce tutto a inevitabilità. In realtà, la politica internazionale è una zona grigia piena di interessi, deterrenza, errori, provocazioni, e anche tragedie civili. Proprio per questo, se vogliamo essere davvero “terra di pace”, dobbiamo imparare a non farci rubare l’intelligenza dal tifo.</p>
<p>C’è poi un’ultima questione, la più delicata: il rischio che la guerra — anche se lontana — diventi un’abitudine emotiva. Che ci si rassegni. Che la parola “escalation” venga pronunciata come fosse meteo. Che il destino di popoli e città venga ridotto a una riga nei mercati energetici. Reuters ricordava che, se la situazione peggiorasse, in Italia si valuterebbe persino la riattivazione di centrali a carbone per gestire eventuali stress energetici. È un dettaglio che racconta molto: la guerra cambia la vita anche dove non cadono bombe. Cambia l’economia, l’energia, la sicurezza, le relazioni internazionali, la qualità del dibattito pubblico.</p>
<p>Ed è qui che la Sicilia torna a essere simbolo e prova: simbolo perché è “ponte” naturale tra Nord e Sud del mondo; prova perché ci chiede di tenere insieme vocazione di accoglienza e realtà strategica, desiderio di pace e presenza militare, vita quotidiana e decisioni globali. Non è comodo. Ma è reale.</p>
<p>Per questo, oggi, l’articolo non può chiudersi con una frase ad effetto. Deve chiudersi con una responsabilità: la pace non è un cartello appeso a una base, né una bandiera usata per zittire le domande. La pace è un processo politico e culturale che ha bisogno di istituzioni trasparenti, cittadini adulti, media capaci di distinguere, e comunità che non cedono alla paura né alla propaganda.</p>
<p>Se la guerra in Iran ci sta insegnando qualcosa, è che il Mediterraneo non è un “mare di mezzo”: è una linea di pressione del mondo. E noi, qui, non possiamo limitarci a sperare che passi. Possiamo — dobbiamo — pretendere chiarezza, proteggere le persone, e continuare a dire una parola disarmata ma concreta: la sicurezza non può divorare la democrazia. E la democrazia, se resta viva, è già un pezzo di pace.</p>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
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		<title>Teheran: raid congiunti di Stati Uniti e Israele, ucciso l’Ayatollah Ali Khamenei. Il Medio Oriente precipita in una nuova fase di guerra</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/01/teheran-raid-congiunti-di-stati-uniti-e-israele-ucciso-layatollah-ali-khamenei-il-medio-oriente-precipita-in-una-nuova-fase-di-guerra/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=teheran-raid-congiunti-di-stati-uniti-e-israele-ucciso-layatollah-ali-khamenei-il-medio-oriente-precipita-in-una-nuova-fase-di-guerra</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 20:11:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="665" height="305" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736.jpeg 665w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736-300x138.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736-585x268.jpeg 585w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></p>
<p>Raid congiunti USA‑Israele devastano l’Iran con la morte di Khamenei; missili iraniani colpiscono Israele e basi americane; Italia e altri Paesi europei sorpresi dall’operazione, ministro Crosetto bloccato a Dubai; instabilità&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="665" height="305" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736.jpeg 665w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736-300x138.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2736-585x268.jpeg 585w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></p><p><em>Raid congiunti USA‑Israele devastano l’Iran con la morte di Khamenei; missili iraniani colpiscono Israele e basi americane; Italia e altri Paesi europei sorpresi dall’operazione, ministro Crosetto bloccato a Dubai; instabilità politica e militare apre scenari di crisi internazionale e speranza di cambiamento nella popolazione iraniana</em></p>
<p>Il 28 febbraio 2026 resterà una data spartiacque negli equilibri del Medio Oriente. Nelle prime ore del mattino, mentre a Teheran la città si preparava alla giornata lavorativa, una sequenza coordinata di attacchi aerei e missilistici ha colpito simultaneamente obiettivi strategici in diverse aree dell’Iran. L’operazione, pianificata da Washington e Tel Aviv in stretto coordinamento operativo, ha preso di mira infrastrutture militari, centri di comando, batterie di difesa aerea e siti ritenuti connessi ai programmi missilistici e nucleari iraniani. Le esplosioni hanno squarciato la quiete della capitale e delle principali città, risuonando come una dichiarazione inequivocabile della nuova fase di confronto aperto.<br />
Poche ore dopo l’inizio dei bombardamenti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato che tra le vittime dell’offensiva figura l’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica islamica dal 1989. La notizia, inizialmente diffusa da fonti statunitensi e israeliane, è stata successivamente confermata dai media ufficiali iraniani, che hanno proclamato quaranta giorni di lutto nazionale. Con lui sarebbero rimasti uccisi anche alti esponenti dell’apparato di sicurezza, segnando un colpo devastante per la gerarchia politica e militare iraniana.<br />
I raid hanno interessato più di venti aree tra capitale e province strategiche. A Teheran le esplosioni si sono concentrate nei pressi di complessi governativi e strutture collegate alla catena di comando militare. A Isfahan e Tabriz sono stati segnalati danni a depositi logistici e centri di coordinamento. Le autorità iraniane parlano di oltre duecento vittime civili e centinaia di feriti; in almeno un caso un edificio scolastico sarebbe stato coinvolto dall’onda d’urto di un’esplosione, aggravando ulteriormente il bilancio umano. Testimoni riferiscono colonne di fumo nero visibili a chilometri di distanza e un clima di panico tra i residenti che cercavano rifugio nei sotterranei.<br />
La morte di Khamenei ha provocato reazioni opposte nella popolazione iraniana: mentre in molte aree ufficialmente controllate dal regime si sono svolti momenti di lutto e preghiera, in diversi quartieri urbani della capitale e di altre città importanti si sono registrate scene di gioia e festeggiamenti spontanei, con suoni di clacson, musica, slogan e fuochi d’artificio. Segmenti significativi della popolazione hanno colto l’occasione per esprimere sollievo e rabbia repressa contro decenni di governo autoritario e politiche repressive, pur restando consapevoli della precarietà della situazione e dei rischi di escalation militare.<br />
La risposta di Teheran è stata quasi immediata. Nella serata del 28 febbraio missili balistici e droni sono stati lanciati contro obiettivi israeliani e contro installazioni statunitensi nel Golfo Persico. Le sirene d’allarme hanno risuonato in diverse città israeliane, mentre basi USA in Qatar, Bahrein e Kuwait hanno attivato i sistemi di intercettazione. Il conflitto, nel giro di poche ore, ha assunto una dimensione regionale e ha determinato la chiusura temporanea degli spazi aerei civili, con voli sospesi in tutto il Golfo.<br />
Un passaggio cruciale è stato il blocco temporaneo del traffico nello Stretto di Hormuz, snodo attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale. L’interruzione delle rotte ha provocato immediate tensioni sui mercati energetici, con oscillazioni dei prezzi e timori per l’approvvigionamento europeo e asiatico. Le compagnie petrolifere e le autorità portuali hanno messo in atto piani di emergenza, mentre le assicurazioni marittime hanno innalzato le tariffe per le navi dirette verso la regione.<br />
La morte di Khamenei apre ora un vuoto di potere senza precedenti. La Guida Suprema non era soltanto il vertice religioso dello Stato, ma l’architrave dell’intero sistema politico e militare iraniano. Secondo la costituzione, la nomina del successore spetta all’Assemblea degli Esperti, ma nelle ultime ore si moltiplicano le ipotesi su un rafforzamento temporaneo del ruolo dei Pasdaran nella gestione della sicurezza e della transizione. Nelle strade della capitale si alternano manifestazioni di cordoglio e presidi armati, in un clima segnato da tensione e incertezza. Gli osservatori internazionali segnalano movimenti di truppe e veicoli blindati lungo le arterie principali, mentre comunicazioni ufficiali richiamano la popolazione alla calma.<br />
Sul piano diplomatico, la comunità internazionale appare divisa. Turchia, con il presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha condannato l’azione militare congiunta USA‑Israele come violazione della sovranità e un rischio per la pace regionale, sottolineando la necessità di una de-escalation e di un ritorno al dialogo diplomatico. Russia e Cina hanno espresso condanna simile, ribadendo il principio di non ingerenza e l’urgenza di evitare un’escalation incontrollata.<br />
In questo quadro si inserisce una delle questioni politiche interne italiane che ha dominato le cronache della giornata: la vicenda del ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato a Dubai con la propria famiglia. Crosetto si trovava negli Emirati Arabi Uniti per motivi personali e aveva in programma di rientrare in Italia sabato 28 febbraio, ma la chiusura degli spazi aerei nella regione a causa dell’escalation e delle misure di sicurezza conseguenti all’attacco USA‑Israele ha impedito il suo rientro. La presenza del ministro in vacanza nella regione — invece che nella capitale o in riunioni di coordinamento diplomatico — ha alimentato critiche politiche interne, in particolare da parte delle opposizioni, che l’hanno definita la prova della “marginalità dell’Italia” nella gestione della crisi. Crosetto ha comunque partecipato da remoto alle riunioni di vertice convocate a Palazzo Chigi dalla premier Giorgia Meloni per coordinare la risposta diplomatica e la gestione della crisi con i ministri competenti e i vertici dell’intelligence.<br />
La vicenda di Crosetto sottolinea un problema più ampio che ha riguardato non soltanto l’Italia: diversi alleati occidentali non sono stati informati dell’attacco prima che iniziasse. Washington e Tel Aviv hanno limitato le informazioni ai partner considerati essenziali, ovvero quelli direttamente coinvolti nella pianificazione operativa e nella gestione immediata della crisi. Tra questi figurano alcuni Paesi del Golfo — tra cui Qatar e Bahrein — che ospitano basi militari statunitensi e controllano spazi aerei strategici, oltre a garantire accesso a rotte logistiche e corridoi energetici fondamentali. Questi Stati hanno ricevuto briefing dettagliati su tempi, obiettivi e modalità dei raid, per coordinare la sicurezza delle loro installazioni e supportare eventuali interventi difensivi.<br />
Al contrario, Italia, Francia, Germania e Regno Unito non sono stati informati preventivamente. La motivazione ufficiale, secondo fonti diplomatiche, è legata alla volontà di ridurre il rischio di fughe di informazioni o ritardi nella catena decisionale, considerata critica per la riuscita dell’operazione. Tuttavia, questa scelta ha generato sorpresa e frustrazione tra i governi europei, evidenziando le tensioni tra alleati tradizionali e il modo selettivo con cui Washington ha gestito l’informazione, lasciando in parte i partner “storici” a reagire solo dopo che l’attacco era già in corso.<br />
La mancata informazione preventiva ha avuto anche conseguenze immediate per l’Italia. Palazzo Chigi ha dovuto convocare vertici d’urgenza e verificare la situazione dei connazionali nella regione, stimati in oltre 58.000 tra lavoratori, residenti e turisti, molti dei quali bloccati dalla sospensione dei voli commerciali dopo l’escalation. Ambasciate e consolati hanno attivato corridoi di emergenza e linee dirette per coordinare eventuali evacuazioni.<br />
La conseguenza è un doppio livello di tensione: uno militare, che attraversa il Medio Oriente con un conflitto che minaccia di allargarsi, e uno politico-diplomatico, che interroga l’Europa sul proprio ruolo nelle grandi crisi globali e sulla coesione dell’alleanza atlantica. Il 28 febbraio 2026 segna dunque l’eliminazione di una figura centrale come Khamenei, e l’apertura di una fase nuova nei rapporti tra alleati occidentali e nella gestione delle crisi internazionali.<br />
Nonostante le tensioni militari e le incertezze politiche, la morte di Khamenei ha aperto uno spiraglio di speranza tra molti iraniani, stanchi di decenni di repressione e controllo autoritario. I festeggiamenti spontanei in alcune città testimoniano il desiderio diffuso di una nuova fase, in cui la società possa finalmente godere di maggiore libertà e partecipazione. Analisti e osservatori avvertono che il futuro dell’Iran dipenderà dalle scelte della nuova leadership e dall’equilibrio tra diversi centri di potere, ma per ora una parte significativa della popolazione vede nella fine della guida di Khamenei la possibilità di mettere un freno alla dittatura del terrore e di aspirare a riforme concrete.<br />
Le prossime ore saranno decisive per comprendere se prevarrà una spirale di escalation oppure se, dietro le quinte, si apriranno canali riservati per contenere il conflitto. Il Medio Oriente è entrato in una fase di instabilità profonda; il resto del mondo osserva, consapevole che le ripercussioni potrebbero estendersi ben oltre i confini della regione. In parallelo, la gestione dei cittadini italiani e la risposta diplomatica europea diventeranno indicatori chiave della capacità di reazione degli Stati occidentali in una crisi di portata importante. @<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>L’ipocrisia del 7 ottobre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 16:44:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[7 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
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<p>Due anni dopo il 7 ottobre, la premier Meloni piange ancora le vittime israeliane ma tace sul massacro di Gaza. L’indignazione a orologeria è ormai la vera politica estera italiana&#8230;</p>
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<p>di <strong>Massimo Reina</strong></p>
<p>Ho voluto aspettare qualche giorno prima di scrivere.<br />
Lasciare che le parole si depositassero, che la retorica si sgonfiasse, che la solita sfilata di indignazioni da talk show finisse di girare il proprio carosello.<br />
<strong>Solo allora ho riletto</strong> le dichiarazioni di Giorgia Meloni: “L’ignominia del massacro compiuto dai terroristi di Hamas contro migliaia di civili inermi e innocenti israeliani.”</p>
<p>Parole solenni, pronunciate come si recitano i dogmi davanti a un altare.<br />
Eppure, mentre la premier si commuove per le vittime israeliane, migliaia di palestinesi continuano a morire a Gaza — bruciati, sepolti, smembrati — senza che da Palazzo Chigi arrivi una sola parola di vera compassione.</p>
<p><strong>Dal 7 ottobre di due anni fa</strong>, il mondo è cambiato solo per chi non guarda.<br />
Israele ha trasformato la rappresaglia in programma di governo e l’Occidente in un coro di giustificazioni. Non è più una “reazione sproporzionata”: è un genocidio in diretta, con la benedizione diplomatica di chi dovrebbe fermarlo.</p>
<p>Ospedali bombardati con i feriti ancora dentro. Fosse comuni accanto ai pronto soccorso. Bambini estratti a pezzi dalle macerie. Intere famiglie sterminate in una notte. Giornalisti, medici, volontari uccisi a centinaia.<br />
E tutto questo con le nostre armi, i nostri droni, il nostro silenzio. Ma per Giorgia Meloni, “donna delle istituzioni”, resta soltanto una “reazione andata oltre ogni principio di proporzionalità”. Una frase che passerà alla storia per la sua glaciale ipocrisia. Come dire che Hiroshima fu “una risposta un po’ esagerata”.</p>
<h3>L’indignazione selettiva</h3>
<p>Meloni piange — giustamente — gli israeliani uccisi da Hamas. Ma ignora — colpevolmente — i 40.000 palestinesi uccisi da Israele. È la solita aritmetica occidentale del dolore: i morti di serie A e quelli di serie B.<br />
I primi hanno nomi, fotografie, funerali di Stato e ricordi solenni.<br />
I secondi, numeri in fondo a un comunicato ONU.</p>
<p>Eppure, tra quelle macerie, c’erano bambini, madri, anziani. Non terroristi, ma persone. Quelle stesse persone che la premier — e con lei l’intero occidente “civile” — fingono di non vedere per non turbare i rapporti con il “governo amico” di Tel Aviv.</p>
<h3>Il bavaglio della complicità</h3>
<p>Meloni parla di “crisi senza precedenti in Medio Oriente”. Vero. Ma non dice che la crisi l’ha scatenata chi ha deciso di cancellare Gaza dalla mappa. Chi ha tagliato acqua, elettricità, cibo, medicinali. Chi tiene prigionieri due milioni di esseri umani in una striscia di terra grande quanto la provincia di Lecce.<br />
E lo chiama “diritto all’autodifesa”.</p>
<p>In un mondo normale, un premier europeo denuncerebbe questa barbarie.<br />
Invece il nostro la giustifica.<br />
La giustifica con toni da nota diplomatica, come se il genocidio fosse una fastidiosa eccedenza di protocollo.</p>
<p>E non è questione di partigianeria, né di simpatie politiche.<br />
Chi scrive non è contro questo governo, né tantomeno fa il tifo per il PD — che anzi, in questa tragedia, riesce a essere persino peggiore. Ipocrita, opportunista, pavido: capace solo di finti distinguo, di “umanitarismo da talk show”, di post su X per racimolare qualche voto tra gli indignati a giorni alterni.<br />
Sono gli stessi che parlano di pace e democrazia mentre votano per l’invio di armi, fingendo di non sapere dove andranno a finire.</p>
<h3>La morale a intermittenza</h3>
<p>Meloni, con la consueta retorica da catechismo patriottico, parla di “civiltà occidentale” e di “difesa dei valori”. Ma quali valori?<br />
Quelli di un’Europa che si commuove per gli ostaggi israeliani ma non per i bambini palestinesi decapitati dalle bombe?<br />
Quelli di un’Italia che firma accordi militari con chi distrugge ospedali e scuole, mentre il Papa implora di fermare la carneficina?</p>
<p>La verità è che il governo italiano, come quasi tutti i governi europei, si è inginocchiato di fronte al più spietato dei ricatti: quello di chi si proclama vittima eterna per legittimare ogni atrocità.<br />
E Meloni, pur di restare sotto l’ombrello degli “alleati”, recita la parte dell’equilibrista morale: condanna Hamas, assolve Israele, e chiama “tragedia” ciò che è un crimine di guerra.</p>
<h3>Quando il silenzio uccide</h3>
<p>Nel frattempo, a Gaza, i droni continuano a ronzare, i bulldozer continuano a spianare, i cecchini continuano a colpire chi tenta di scavare tra le macerie.<br />
È la più lunga esecuzione pubblica della storia recente.<br />
E noi — governo, opposizione, media — siamo lì, a guardare.</p>
<p>In fondo, lo sappiamo: se Meloni osasse dire la verità, verrebbe massacrata dagli stessi che oggi la applaudono. Meglio fingere equilibrio, usare parole che non significano nulla.<br />
Meglio parlare di “crisi” e non di “genocidio”. Meglio “reazione sproporzionata” che “crimine di Stato”.</p>
<p>Ma la storia non dimentica.<br />
E un giorno, quando i tribunali internazionali e la coscienza collettiva presenteranno il conto, scopriremo che il vero crimine non fu solo quello di chi bombardava, ma anche di chi taceva.</p>
<p>Chi tace, chi minimizza, chi bilancia il dolore come un contabile della diplomazia, non è neutrale: è complice.<br />
E il silenzio dei complici, come sempre, è più assordante delle bombe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La favola nera di Gaza: una volta c’era, domani non più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2025 12:14:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-09-20-at-13.55.18-2-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Non è una fiaba, ma il suo rovescio. Un popolo trasformato in bersaglio. Una città che brucia e si spegne. Un genocidio scritto con bombe e silenzi. La favola nera&#8230;</p>
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<p><strong>di Massimo Reina per Giornalisti Senza Frontiere</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>Prefazione dell’autore: Gaza, maggio 2024</strong></p>
<p><em>Ho camminato tra le macerie di Gaza con la sensazione di entrare in un libro che non avrei mai voluto leggere. Ogni passo sollevava polvere e silenzio, interrotto solo dal pianto dei sopravvissuti. Non era un campo di battaglia, ma una città che respirava l’odore della morte: vestiti bruciati, bambole sventrate, fotografie strappate. Ho visto bambini senza futuro e anziani senza memoria. E ho pensato che, un giorno, quando tutto sarà finito, qualcuno comincerà a raccontare: “C’era una volta Gaza”.</em></p>
<p><strong>C’era una volta Gaza.</strong> È terribile anche solo scriverlo al passato, come se fosse già un capitolo chiuso, un luogo sepolto sotto le macerie della Storia. Ma la verità è che quel capitolo lo stanno scrivendo ora, riga dopo riga, con il sangue di donne, bambini e anziani. Una favola nera, senza lieto fine, in cui i protagonisti non hanno volto: sono numeri, sono corpi, sono voci soffocate dalla polvere e dal boato delle esplosioni.</p>
<p><strong>Ogni giorno, centinaia di morti. </strong>Non soldati, non combattenti armati fino ai denti: civili. Bambini che fino a ieri giocavano tra i vicoli, donne che cucinavano, anziani che stringevano fotografie ormai bruciate insieme alle loro case. Tutti cancellati come errori di stampa da un esercito che da anni ha smesso persino di fingere: non combatte il terrorismo, lo pratica.</p>
<p><strong>Israele è diventato da tempo uno Stato canaglia.</strong> Peggio di quelli che finanziano i jihadisti in Medio Oriente. Perché almeno i terroristi hanno la decenza di non nascondersi dietro le istituzioni: piazzano bombe, lanciano droni, si prendono la colpa. Israele no: Israele bombarda scuole e ospedali, sfonda case con i carri armati, ammazza famiglie intere e poi va in televisione a parlare di “danni collaterali”.</p>
<p><strong>Nel silenzio complice dell’Occidente</strong>, che finge indignazione con la stessa sincerità con cui un attore recita una pubblicità. Nel silenzio ancora più colpevole dei Paesi arabi, troppo impegnati a contare i petrodollari degli alleati sionisti per occuparsi dei fratelli palestinesi. E della Turchia, superpotenza militare che ama minacciare ma non muove un dito, dimostrando che la vigliaccheria è un’arma di distruzione di massa molto più potente delle bombe.</p>
<p><strong>Intanto, a Gaza, il tempo si è fermato.</strong> Le città sono cumuli di macerie. Gli ospedali, quando non sono stati colpiti, diventano cimiteri improvvisati. I campi profughi si riempiono di storie che non leggeremo mai, perché i protagonisti non hanno più voce. Ogni bambino morto è un futuro cancellato, ogni anziano ammazzato è una memoria perduta. Un popolo intero sta scomparendo, metro dopo metro, casa dopo casa.</p>
<p><strong>Eppure la parola “genocidio” è trattata come un tabù</strong>. Un copyright esclusivo, concesso solo a chi pretende di avere il monopolio della memoria. Come se la tragedia del Novecento fosse un marchio registrato, e chi osa accostare Gaza all’Olocausto commettesse sacrilegio. Ma guardiamo le immagini: fosse comuni, corpi mutilati, famiglie cancellate. Come chiamarlo, se non genocidio?</p>
<p><strong>E mentre Gaza brucia, e i bambini muoiono,</strong> Smotrich — ministro delle Finanze israeliano — si lascia scappare la verità che tutti sospettavano: <em><strong>“La Striscia è un Eldorado immobiliare da spartire con gli Usa”</strong></em><strong>.<br />
</strong>L’Unione europea, costretta a reagire dopo mesi di vergognoso silenzio, annuncia le prime sanzioni: <strong>colpito il 37% del commercio</strong> con lo Stato ebraico, pari a 227 milioni di euro l’anno. Sospeso il sostegno bilaterale, escluse però le armi, quelle no: quelle continuano a fluire, perché <strong>l’ipocrisia è l’unica vera valuta occidentale</strong>.</p>
<p><strong>Intanto oltre un milione di palestinesi</strong> non hanno alcuna possibilità di lasciare Gaza City: prigionieri in una gabbia di cemento e fuoco.<br />
E l’Onu, con parole finalmente nette, dichiara: <em>“Abbiamo le prove del genocidio”</em>. Il punto, però, è che non servivano le prove: bastava guardare.</p>
<p><strong>Un giorno, quando tutto questo sarà finito</strong>, forse qualcuno scriverà: “C’era una volta Gaza”. E i ragazzi del futuro leggeranno quella frase come leggiamo noi l’inizio delle fiabe. Ma sarà una favola nera, la più nera mai scritta: senza principi azzurri, senza fate, senza lieto fine, con orchi e streghe nella forma di nazisti in divisa e bestie a due gambe e due braccia. Solo la follia umana e il razzismo di chi ha deciso che un popolo intero non ha diritto di esistere.</p>
<p>E la domanda che rimarrà, più tagliente di qualsiasi proiettile, sarà sempre la stessa: come abbiamo potuto permettere che accadesse di nuovo?</p>
<p>&nbsp;</p>
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