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	<title>mafia Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>mafia Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>23 maggio, non solo Capaci: i morti di mafia sono una domanda ai vivi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 14:52:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Capaci]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="638" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-300x162.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-1024x554.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-768x416.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-1170x633.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-585x317.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1179" height="638" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-300x162.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-1024x554.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-768x416.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-1170x633.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3751-585x317.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p><p><em>Dalla strage del 1992 alla lunga scia di sangue che attraversa l’Italia: magistrati, uomini delle scorte, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, bambini e cittadini comuni. Ricordare le vittime delle mafie significa restituire nome, volto e dignità a chi il potere criminale ha provato a cancellare</em></p>
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<header>
<h1 class="pip-title">23 maggio, non solo Capaci: i morti di mafia sono una domanda ai vivi</h1>
<p class="pip-subtitle">Dalla strage del 1992 alla lunga scia di sangue che attraversa l’Italia: magistrati, uomini delle scorte, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, bambini e cittadini comuni. Ricordare le vittime delle mafie significa restituire nome, volto e dignità a chi il potere criminale ha provato a cancellare.</p>
<div class="pip-meta-box"><strong>Di Francesco Mazzarella</strong></div>
</header>
<p class="pip-dropcap">Ci sono date che un Paese non dovrebbe mai consumare come rituali. Il 23 maggio è una di queste. Ogni anno l’Italia torna a Capaci, all’autostrada sventrata, al boato, alla polvere, alle immagini che hanno segnato per sempre la coscienza nazionale. Torna ai nomi di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Torna a quella ferita che, dal 1992, non ha mai smesso davvero di parlare.</p>
<p>Ma se il 23 maggio resta solo Capaci, rischia di diventare una memoria incompleta.</p>
<p>Perché Capaci è una porta, non un confine. È il punto da cui ripartire per guardare una storia più lunga, più vasta, più dolorosa: la storia di tutti i morti di mafia. Morti celebri e morti dimenticati. Morti diventati simboli nazionali e morti rimasti chiusi nelle fotografie di famiglia. Morti ricordati nelle piazze e morti pronunciati soltanto da una madre, da un figlio, da una scuola, da un’associazione, da una comunità locale.</p>
<p>La mafia non ha ucciso soltanto magistrati. Ha ucciso donne e uomini delle scorte. Ha ucciso giornalisti. Ha ucciso sacerdoti. Ha ucciso poliziotti, carabinieri, finanzieri. Ha ucciso imprenditori che avevano detto no al pizzo. Ha ucciso sindacalisti che difendevano il lavoro e la dignità dei più deboli. Ha ucciso amministratori pubblici. Ha ucciso testimoni. Ha ucciso bambini. Ha ucciso cittadini comuni, persone finite dentro una violenza che non avevano scelto.</p>
<div class="pip-highlight">
<p>La memoria, se vuole essere giusta, non può avere gerarchie di dignità. Ogni vittima di mafia è una vita sottratta, una famiglia ferita, una comunità colpita, un pezzo di Paese consegnato alla domanda della giustizia.</p>
</div>
<p>Ed è qui che il 23 maggio dovrebbe diventare più scomodo.</p>
<p>Perché ricordare Capaci è necessario. Ma non basta. Non basta se non allarghiamo la memoria a tutte le vittime delle mafie. Non basta se alcuni nomi diventano liturgia nazionale e altri restano ai margini della memoria pubblica. Non basta se la commozione si concentra su pochi volti e dimentica la moltitudine di vite spezzate dal potere criminale.</p>
<p>La dignità di una vittima non dipende dalla notorietà. Un bambino ucciso dalla mafia non vale meno di un magistrato. Un commerciante assassinato perché non voleva piegarsi non vale meno di un uomo delle istituzioni. Un giornalista di provincia ucciso perché scriveva troppo non vale meno di un grande nome entrato nei libri di storia. Una donna rimasta sola davanti al dolore non vale meno di una figura celebrata nei discorsi ufficiali.</p>
<p>La memoria, se vuole essere giusta, non può avere gerarchie di dignità.</p>
<p>Può avere simboli, certo. E i simboli sono necessari. Falcone, Borsellino, don Pino Puglisi, Peppino Impastato, Pippo Fava, Pio La Torre, Rosario Livatino e tanti altri non sono soltanto nomi: sono ferite, fari, consegne morali. Ma un simbolo vero non trattiene tutta la luce per sé. Un simbolo vero illumina ciò che è rimasto al buio.</p>
<p>E allora il 23 maggio dovrebbe aiutarci a pronunciare anche i nomi che non conosciamo. A cercare le storie che non abbiamo ascoltato. A riconoscere che dietro ogni vittima di mafia non c’è mai solo un fatto di cronaca, ma una rete di relazioni spezzate.</p>
<p>Perché la mafia non uccide solo una persona. Uccide una famiglia. Uccide un’attesa. Uccide una comunità. Uccide la fiducia. Uccide la possibilità di credere che vivere onestamente non sia una condanna alla solitudine.</p>
<h2 class="pip-section-title">Ogni morto di mafia lascia una domanda</h2>
<p>Ogni morto di mafia lascia dietro di sé una domanda. La lascia alla giustizia, quando la verità non è piena. La lascia allo Stato, quando le istituzioni arrivano tardi o non arrivano. La lascia alla politica, quando l’antimafia viene usata come medaglia e non come pratica quotidiana. La lascia alla scuola, quando i ragazzi conoscono i grandi nomi ma non comprendono il meccanismo sociale, economico e relazionale che rende possibile il dominio mafioso. La lascia al giornalismo, quando smette di scavare. La lascia alle comunità, quando si abituano alla paura.</p>
<p>La mafia, infatti, non vive soltanto di armi. Vive di silenzi. Vive di complicità. Vive di convenienze. Vive di bisogno. Vive di dipendenza. Vive di abbandono. Vive di quella frase terribile che spegne ogni possibilità di cambiamento: “tanto non cambia niente”.</p>
<p>È una frase che sembra realista, ma spesso è resa. È la frase che isola chi denuncia. Protegge chi comanda. Spegne i giovani. Giustifica chi si gira dall’altra parte. Trasforma l’indifferenza in destino.</p>
<p>I morti di mafia ci chiedono di rompere proprio questa frase.</p>
<p>Ci chiedono di non trasformare la memoria in una cerimonia innocua. Ci chiedono di non fare del 23 maggio un rito civile senza conseguenze. Ci chiedono di non pronunciare i nomi per un giorno, dimenticando il giorno dopo le condizioni sociali, culturali ed economiche che permettono ancora alle mafie di abitare i territori.</p>
<h2 class="pip-section-title">Le mafie cambiano volto, ma cercano sempre i vuoti</h2>
<p>Le mafie cambiano volto. Non rinunciano alla violenza, ma spesso preferiscono l’infiltrazione. Cercano economia, consenso, appalti, riciclaggio, relazioni opache, pezzi di mercato, zone grigie. Non hanno sempre bisogno di sparare, perché spesso è più conveniente entrare nei circuiti dove il denaro si muove, dove il potere decide, dove il bisogno rende vulnerabili.</p>
<p>Ma c’è un altro territorio che le mafie cercano da sempre: il vuoto.</p>
<p>Il vuoto dello Stato. Il vuoto della scuola. Il vuoto del lavoro. Il vuoto delle periferie. Il vuoto delle famiglie lasciate sole. Il vuoto della politica quando smette di ascoltare. Il vuoto delle comunità quando non sanno più custodire i propri ragazzi. Il vuoto della fiducia quando un cittadino pensa che i diritti siano più deboli dei favori.</p>
<p>La mafia occupa i vuoti e li chiama protezione. Occupa il bisogno e lo chiama aiuto. Occupa la paura e la chiama rispetto. Occupa la solitudine e la chiama appartenenza.</p>
<p>Per questo ricordare i morti di mafia significa anche chiedersi dove la società ha smesso di esserci.</p>
<p>Non basta condannare la mafia nei discorsi ufficiali se poi si accetta la cultura della raccomandazione. Non basta celebrare le vittime se poi si lascia solo chi denuncia. Non basta dire “legalità” se quella parola non diventa lavoro, scuola, casa, servizi, dignità, presenza. Non basta commemorare i morti se non si proteggono i vivi.</p>
<h2 class="pip-section-title">La memoria diventa relazione</h2>
<p>E qui la memoria diventa relazione.</p>
<p>Perché il contrario della mafia non è soltanto la legalità, pur necessaria e irrinunciabile. Il contrario della mafia è anche una relazione sana, liberata dal ricatto, dal favore, dalla paura, dalla dipendenza, dall’omertà.</p>
<p>La mafia è una relazione malata. È dominio. È possesso. È controllo. È potere che compra le persone e poi le consuma. È un sistema che trasforma il bisogno in catena, la povertà in reclutamento, la fragilità in obbedienza.</p>
<p>L’antimafia, allora, deve essere anche ricostruzione dei legami. Deve essere scuola che non lascia soli i ragazzi. Comunità che non si limita a giudicare le periferie ma le abita. Politica che non usa la parola legalità come ornamento. Informazione che continua a fare domande. Economia che non confonde sviluppo e opacità. Chiesa, associazioni, movimenti e realtà civiche capaci di stare nei luoghi dove la vita è più ferita.</p>
<p>La memoria dei morti di mafia non può diventare nostalgia del coraggio altrui. Deve diventare responsabilità dei vivi.</p>
<blockquote class="pip-quote"><p>Quando diciamo “le vittime”, rischiamo di non vedere le persone. Quando diciamo “i morti di mafia”, rischiamo di non ascoltare le storie. La memoria vera comincia quando la categoria si rompe e appare il volto.</p></blockquote>
<p>Questa è una lezione decisiva.</p>
<p>Quando diciamo “la scorta”, rischiamo di non vedere Antonio, Rocco, Vito. Quando diciamo “le vittime”, rischiamo di non vedere le persone. Quando diciamo “i morti di mafia”, rischiamo di non ascoltare le storie.</p>
<p>La memoria vera comincia quando la categoria si rompe e appare il volto.</p>
<p>Non “un bambino”, ma quel bambino. Non “un giornalista”, ma quella voce. Non “un imprenditore”, ma quella scelta. Non “un sacerdote”, ma quella presenza educativa. Non “una vittima innocente”, ma una persona con una vita, relazioni, paure, sogni, futuro.</p>
<p>Ogni nome pronunciato è una piccola restituzione di giustizia.</p>
<p>Non basta, certo. Non restituisce la vita. Non cancella il dolore. Non colma le assenze. Ma impedisce alla mafia di ottenere l’ultima vittoria: il silenzio.</p>
<p>Perché la mafia uccide due volte. La prima con la violenza. La seconda con l’oblio.</p>
<p>E una società che dimentica i propri morti diventa più fragile, più ricattabile, più disponibile a convivere con il potere criminale.</p>
<h2 class="pip-section-title">Non basta dire: noi ricordiamo</h2>
<p>Il 23 maggio, allora, non dovrebbe essere soltanto il giorno in cui l’Italia torna a Capaci. Dovrebbe essere il giorno in cui Capaci ci costringe ad allargare lo sguardo. A ricordare tutte le stragi, tutti gli omicidi, tutti i nomi, tutte le famiglie. A riconoscere che ogni vittima di mafia è un pezzo di Paese sottratto alla libertà.</p>
<p>Non possiamo limitarci a dire “noi ricordiamo”. Dobbiamo chiederci se stiamo continuando.</p>
<p>Continuiamo quando una scuola educa alla responsabilità e non solo alla celebrazione. Continuiamo quando un giornale non abbassa lo sguardo. Continuiamo quando una comunità accompagna chi denuncia. Continuiamo quando un ragazzo scopre che la forza non è dominare, ma custodire. Continuiamo quando un territorio non si rassegna a essere raccontato solo attraverso la cronaca nera. Continuiamo quando la memoria diventa scelta quotidiana.</p>
<p>I morti di mafia non ci chiedono di essere trasformati in monumenti immobili. Ci chiedono di essere ascoltati.</p>
<p>Ci chiedono di non usare il loro sacrificio per sentirci migliori. Ci chiedono di non applaudire il coraggio altrui mentre restiamo comodi nella nostra neutralità. Ci chiedono di non fare dell’antimafia un linguaggio di superficie. Ci chiedono di costruire una società in cui nessuno debba sentirsi solo davanti al potere criminale.</p>
<p>Perché la solitudine è uno dei luoghi preferiti dalle mafie.</p>
<p>La solitudine di chi denuncia. La solitudine dei familiari delle vittime. La solitudine dei giovani senza alternative. La solitudine dei quartieri abbandonati. La solitudine degli imprenditori sotto ricatto. La solitudine degli insegnanti lasciati a presidiare frontiere educative senza strumenti adeguati.</p>
<p>E allora il 23 maggio ci chiede una cosa profondamente civile e profondamente relazionale: non lasciare soli i vivi, se vogliamo onorare davvero i morti.</p>
<p>Non lasciare sola la verità. Non lasciare sola la scuola. Non lasciare sole le famiglie. Non lasciare soli i territori. Non lasciare soli i giornalisti minacciati. Non lasciare soli gli amministratori onesti. Non lasciare soli i ragazzi che cercano un’appartenenza e rischiano di trovarla nel luogo sbagliato.</p>
<p>La memoria è autentica solo se genera presenza.</p>
<div class="pip-podcast-box">
<div class="pip-podcast-label">ASCOLTA ANCHE LA PUNTATA SPECIALE</div>
<h3>I morti di mafia non sono memoria: sono una domanda ai vivi</h3>
<p>Nel podcast <em>Tra Pagine e Legami</em>, Francesco Mazzarella parte dal 23 maggio e dalla strage di Capaci per allargare lo sguardo a tutte le vittime delle mafie: i nomi conosciuti, quelli dimenticati, le famiglie ferite, le comunità colpite e la responsabilità di trasformare la memoria in giustizia quotidiana.</p>
<p><a class="pip-podcast-button" href="https://open.spotify.com/show/43qm0uRUE3F8BVGMt8HzMr?si=cVMFbALATuWGzTWVBnny3g" target="_blank" rel="noopener">Ascolta la puntata</a></p>
</div>
<p>Il 23 maggio non può essere soltanto una corona di fiori. Deve diventare una domanda pubblica: quali nomi abbiamo dimenticato? Quali storie non abbiamo raccontato? Quali famiglie non abbiamo ascoltato? Quali condizioni sociali stiamo lasciando aperte perché il potere mafioso continui a insinuarsi?</p>
<p>Una vittima dimenticata è una ferita lasciata aperta.</p>
<p>E una memoria selettiva non basta a costruire giustizia.</p>
<p>Capaci resta una ferita immensa. Ma proprio perché è immensa, non può chiudere lo sguardo. Deve aprirlo. Deve portarci verso tutti i morti di mafia, verso le vittime innocenti, verso i nomi meno conosciuti, verso le storie rimaste senza voce.</p>
<p>Il 23 maggio, allora, non è solo il giorno in cui ricordiamo una strage.</p>
<p>È il giorno in cui dovremmo imparare a pronunciare tutti i nomi.</p>
<p>Perché i morti di mafia non sono soltanto memoria.</p>
<p>Sono una domanda ai vivi.</p>
<p>E quella domanda, oggi, è rivolta a noi.</p>
<div class="pip-source-note"><strong>Nota editoriale:</strong> questo approfondimento è collegato alla puntata speciale del podcast <em>Tra Pagine e Legami</em>, dedicata al 23 maggio e alla memoria di tutte le vittime delle mafie.</div>
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		<title>Zen, il quartiere conteso: quando la mafia perde ordine e resta la paura</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/15/zen-il-quartiere-conteso-quando-la-mafia-perde-ordine-e-resta-la-paura/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=zen-il-quartiere-conteso-quando-la-mafia-perde-ordine-e-resta-la-paura</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 15:19:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Scenari]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Dagli spari contro le attività commerciali ai blitz interforze, Palermo torna a guardare lo Zen non come un luogo da condannare, ma come una ferita urbana e sociale dove criminalità&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/15/zen-il-quartiere-conteso-quando-la-mafia-perde-ordine-e-resta-la-paura/">Zen, il quartiere conteso: quando la mafia perde ordine e resta la paura</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/zen-quartiere-conteso-paese-italia-press-1-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>Dagli spari contro le attività commerciali ai blitz interforze, Palermo torna a guardare lo Zen non come un luogo da condannare, ma come una ferita urbana e sociale dove criminalità organizzata, spaccio, racket e vuoti istituzionali provano ancora a trasformare il bisogno in potere</em></p>
<div class="mh-meta entry-meta">
<p class="pip-lead">Lo Zen non è il problema. Lo Zen è il luogo dove il problema si vede meglio.</p>
<p>Perché quando una città torna a sentire il rumore degli spari, delle intimidazioni, delle bottiglie incendiarie, delle saracinesche colpite, delle vetrine crivellate, la tentazione più semplice è sempre la stessa: puntare il dito contro il quartiere. Dire “è lo Zen”, come se bastasse un nome per spiegare tutto. Come se dentro quel nome non vivessero famiglie, bambini, anziani, giovani che studiano, madri che resistono, padri che lavorano, persone che non hanno nulla a che fare con chi prova a trasformare un territorio in una zona di comando.</p>
<p>Ma un quartiere non spara. Un quartiere non chiede il pizzo. Un quartiere non gestisce piazze di spaccio. Un quartiere non organizza intimidazioni. A farlo sono uomini, reti criminali, gruppi in cerca di potere, pezzi di Cosa nostra che cambiano pelle, arretrano, tornano, si riorganizzano, perdono controllo e generano nuove violenze.</p>
<p>Lo Zen, semmai, è una ferita aperta. Una ferita sociale, urbanistica, educativa, economica. E dentro le ferite, quando lo Stato arriva tardi o arriva solo con le divise, la criminalità prova a costruire il suo alfabeto: paura, favore, silenzio, debito, appartenenza forzata.</p>
<p>Negli ultimi giorni Palermo è stata attraversata da una nuova tensione. Le indagini citate da RaiNews collegano gli attacchi contro esercizi commerciali e imprese a una strategia di pressione legata al racket delle estorsioni e al controllo del territorio. Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026 si sarebbe registrata un’escalation di colpi d’arma da fuoco contro attività tra centro e periferie; nelle zone di Sferracavallo, Barcarello e Tommaso Natale sarebbero state lasciate bottiglie incendiarie davanti ai locali. In alcuni casi, come al ristorante “Al Brigantino”, si sarebbe arrivati a raffiche di kalashnikov contro le vetrine. Gli investigatori sospettano che il gruppo armato provenga dallo Zen 2, dove da mesi si concentra la pressione delle forze dell’ordine.</p>
<p>È qui che il racconto deve farsi serio. Non basta dire “emergenza sicurezza”. Non basta invocare più pattuglie, più controlli, più telecamere. Tutto questo può essere necessario, ma non è sufficiente. Perché quando si parla dello Zen, di Tommaso Natale, di San Lorenzo, di Partanna Mondello, non si parla soltanto di cronaca recente. Si entra dentro una geografia criminale precisa, documentata da inchieste, processi, arresti, sentenze, richieste di condanna, ricostruzioni investigative.</p>
<p>Il quadrante è quello del mandamento mafioso di Tommaso Natale-San Lorenzo. Nel gennaio 2021 l’operazione “Bivio”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo ed eseguita dai carabinieri, mise nel mirino proprio quel mandamento e le famiglie di Tommaso Natale, Partanna Mondello e Zen-Pallavicino. I 16 fermati furono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, tentato omicidio, estorsioni consumate e tentate aggravate, danneggiamento seguito da incendio, minacce aggravate e detenzione abusiva di armi da fuoco.</p>
<p>In quella operazione comparivano nomi precisi: Francesco Adelfio, Andrea Barone, Carmelo Barone, Marcello Bonomolo, Pietro Ciaramitaro, Giuseppe Cusimano, Francesco Finazzo, Salvatore Fiorentino, Sebastiano Giordano, Francesco L’Abbate, Andrea Mancuso, Francesco Palumeri, Giuseppe Rizzuto, Baldassare Rizzuto, Antonino Vitamia e Michele Zito. Sono nomi da maneggiare con rigore, citandoli solo per ciò che risultava dagli atti e dalle cronache giudiziarie dell’epoca, perché la responsabilità penale resta sempre personale e perché per ogni posizione valgono i gradi di giudizio e la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.</p>
<p>Ma dentro quell’inchiesta emerse un elemento ancora più inquietante della violenza: il cosiddetto “welfare mafioso”. Secondo gli investigatori, Giuseppe Cusimano avrebbe tentato, durante la prima fase del lockdown del 2020, di organizzare una distribuzione alimentare per le famiglie indigenti dello Zen, accreditandosi come punto di riferimento per chi aveva bisogno. I carabinieri parlarono del tentativo di Cosa nostra di ottenere consenso sociale e riconoscimento sul territorio, elementi considerati indispensabili per l’esercizio del potere mafioso.</p>
<div class="pip-quote">La mafia non comanda soltanto quando minaccia. Comanda quando si sostituisce allo Stato. Comanda quando trasforma un pacco di pasta in debito morale. Comanda quando un favore diventa appartenenza.</div>
<p>Qui si capisce il cuore del problema. Il potere mafioso più pericoloso non è solo quello che spara. È quello che si presenta come aiuto.</p>
<p>Per questo lo Zen non va raccontato come una periferia “perduta”. Va raccontato come un territorio conteso. Conteso tra chi lo abita onestamente e chi prova a usarlo. Conteso tra chi chiede diritti e chi offre favori. Conteso tra chi vorrebbe scuola, lavoro, servizi, spazi pubblici, cultura, sport, presenza educativa, e chi invece preferisce il vuoto, perché nel vuoto il controllo criminale cresce meglio.</p>
<p>Le cronache più recenti confermano che il nodo non è chiuso. LiveSicilia, nel marzo 2025, ha raccontato il quadro di tensione interna allo Zen e nel mandamento, collegando le vicende all’arresto dei fratelli Nunzio e Domenico Serio e a contrasti legati anche allo spaccio. Nell’articolo vengono citati, tra gli altri, Francesco Stagno, Domenico Ciaramitaro, Giovanni Cusimano, Gennaro Riccobono e Michele Micalizzi, all’interno di dialoghi e ricostruzioni investigative che descrivono un quartiere attraversato da conflitti, paura e tentativi di “rimettere ordine”.</p>
<p>Nel febbraio 2026, ancora LiveSicilia ha scritto che le vicende di San Lorenzo sono strettamente connesse a quelle dello Zen, parte del mandamento mafioso, dove gruppi giovani e violenti si sarebbero ritagliati spazi di potere. Nello stesso articolo si riportano le richieste di condanna per 37 imputati, tra cui Nunzio e Domenico Serio, Francesco Stagno, Giovanni Cusimano, Mariano Lo Iacono, Mirko Lo Iacono, Paolo Lo Iacono e altri. Il processo, viene precisato, si svolge con rito abbreviato davanti al giudice per l’udienza preliminare.</p>
<p>Sono dati che non autorizzano semplificazioni, ma impongono una domanda: che cosa accade quando la criminalità organizzata perde il suo “ordine” interno e il territorio resta esposto a una violenza più disordinata, più giovane, più imprevedibile?</p>
<p>Per anni siamo stati abituati a immaginare Cosa nostra come una struttura verticale, disciplinata, silenziosa. Ma le inchieste degli ultimi anni mostrano anche altro: frammentazioni, tensioni, nuove leve, gruppi che si contendono spazi, droga, estorsioni, riconoscimento criminale. Quando il potere mafioso tradizionale viene colpito, arrestato, indebolito, non sempre nasce automaticamente libertà. A volte nasce una fase intermedia, sporca, caotica, in cui diversi soggetti provano a occupare il vuoto.</p>
<p>Ed è in quel vuoto che possono arrivare gli spari.</p>
<p>Gli spari contro le attività commerciali non sono solo atti intimidatori. Sono messaggi. Dicono: “Noi ci siamo”. Dicono: “Possiamo colpire”. Dicono: “Il territorio deve ricordarsi di chi comanda”. La vetrina infranta diventa un manifesto criminale. La bottiglia incendiaria diventa una firma. Il kalashnikov diventa un linguaggio. Un linguaggio brutale, primitivo, ma chiarissimo.</p>
<p>Eppure la domanda più scomoda resta un’altra: perché quel linguaggio trova ancora spazio?</p>
<p>Trova spazio quando un commerciante si sente solo. Quando denunciare fa paura. Quando il lavoro manca. Quando il quartiere è raccontato solo come emergenza. Quando i servizi arrivano a intermittenza. Quando la scuola combatte da sola. Quando le associazioni restano isolate. Quando la politica si ricorda delle periferie solo dopo gli spari. Quando lo Stato entra con i lampeggianti, ma non sempre resta con continuità.</p>
<p>La sicurezza è necessaria. I blitz sono necessari. Le indagini sono necessarie. Gli arresti sono necessari. Ma se dopo il blitz non resta una presenza stabile, quotidiana, sociale, educativa, culturale, economica, il territorio torna a essere esposto.</p>
<div class="pip-quote">Perché la mafia non occupa solo le strade. Occupa le assenze.</div>
<div class="pip-list">
<p>Occupa l’assenza di lavoro.</p>
<p>Occupa l’assenza di fiducia.</p>
<p>Occupa l’assenza di ascolto.</p>
<p>Occupa l’assenza di futuro.</p>
<p>Occupa l’assenza di una comunità che si senta protetta senza dover chiedere protezione ai peggiori.</p>
</div>
<p>E allora Palermo deve smettere di guardare lo Zen solo quando fa paura. Deve guardarlo prima. Deve guardarlo quando i ragazzi lasciano la scuola. Quando una famiglia non arriva a fine mese. Quando un giovane trova più riconoscimento in una piazza di spaccio che in un percorso formativo. Quando un commerciante capisce che denunciare è giusto, ma teme di restare solo. Quando un quartiere viene nominato dai media solo per essere associato alla cronaca nera.</p>
<p>Lo Zen non ha bisogno di pietismo. Ha bisogno di giustizia.</p>
<p>Ha bisogno che si faccia piena luce sui collegamenti criminali, sui nomi, sulle reti, sui mandamenti, sulle famiglie, sulle responsabilità individuali. Ma ha anche bisogno che chi non c’entra nulla con la criminalità venga liberato da un marchio collettivo che pesa come una condanna sociale.</p>
<p>Perché criminalizzare un quartiere è un favore alla mafia. Significa consegnarle il racconto. Significa dire agli abitanti onesti: “Voi siete quel problema”. E quando una comunità viene identificata con la sua parte peggiore, chi vuole dominarla ha già vinto metà della battaglia.</p>
<p>Il vero articolo da scrivere, allora, non è soltanto sulla violenza allo Zen. È sulla responsabilità di Palermo davanti allo Zen. Una responsabilità che riguarda le istituzioni, la politica, la scuola, le parrocchie, le associazioni, l’impresa, l’informazione, la società civile. Perché ogni territorio lasciato solo diventa più vulnerabile al potere criminale.</p>
<p>Le inchieste ci dicono che il mandamento Tommaso Natale-San Lorenzo ha avuto una storia criminale strutturata, fatta di capi, reggenti, estorsioni, droga, armi, tentativi di consenso. Le cronache recenti ci dicono che quella storia non è semplicemente archiviata. Cambia forma, cambia nomi, cambia equilibri, ma continua a interrogare Palermo. Il processo “Bivio”, secondo La Voce di Palermo, ha visto nel dicembre 2024 la conferma in appello di diverse condanne legate ai mandamenti di San Lorenzo e Tommaso Natale, con riduzioni per alcuni imputati ma con un quadro generale di responsabilità mafiose ritenuto confermato dalla Corte d’Appello.</p>
<p>Questo non significa che tutto sia uguale a prima. Significa che il passato criminale non passa davvero se non viene trasformato il terreno su cui quel passato ha potuto mettere radici.</p>
<p>E il terreno non si trasforma solo con le retate. Si trasforma con una presenza lunga. Con investimenti seri. Con scuole aperte. Con doposcuola, sport, biblioteche, lavoro vero, sostegno alle imprese sane, protezione concreta per chi denuncia, percorsi per i giovani, urbanistica intelligente, case dignitose, spazi comuni curati, relazioni istituzionali non episodiche.</p>
<p>Lo Zen non chiede di essere assolto. Chiede di essere visto interamente.</p>
<p>Visto nelle sue ombre, certo. Nei nomi delle inchieste. Nei legami con il mandamento. Nelle piazze di spaccio. Negli spari. Nel racket. Nei tentativi di controllo.</p>
<p>Ma anche nella sua umanità. Nei cittadini che non vogliono piegarsi. Nei ragazzi che non vogliono essere arruolati. Nelle madri che provano a proteggere i figli. Nei commercianti che vorrebbero lavorare senza paura. Negli educatori che restano. In chi ogni giorno abita quel quartiere senza appartenere al suo racconto peggiore.</p>
<div class="pip-quote">La domanda vera, oggi, non è se lo Zen sia un quartiere pericoloso. La domanda vera è chi ha avuto interesse, per anni, a lasciarlo diventare un territorio dove la paura potesse sostituire la fiducia, il favore potesse sostituire il diritto e il silenzio potesse diventare una forma di sopravvivenza.</div>
<p>Palermo deve rispondere a questa domanda senza ipocrisie.</p>
<p>Deve colpire i clan, ma proteggere il quartiere. Deve fare i nomi dei responsabili, ma non infangare una comunità intera. Deve chiedere sicurezza, ma anche giustizia sociale. Deve pretendere arresti, ma anche alternative. Deve sostenere chi denuncia, ma anche costruire le condizioni perché denunciare non significhi sentirsi abbandonati il giorno dopo.</p>
<p>Perché una città non si libera dalla mafia solo quando arresta i mafiosi. Si libera davvero quando toglie alla mafia il potere di apparire utile. Quando nessuno deve più chiedere un favore per ottenere un diritto. Quando nessun giovane trova nella violenza l’unico modo per sentirsi qualcuno. Quando nessun commerciante pensa che il silenzio sia più sicuro della verità. Quando nessun quartiere viene guardato solo attraverso il lampeggiare delle volanti.</p>
<p>Lo Zen, oggi, è una prova per Palermo.</p>
<p>Non perché sia il simbolo del male. Ma perché mostra, più di altri luoghi, il punto in cui la città deve decidere che cosa vuole essere: una città che interviene solo dopo gli spari, o una città che costruisce presenza prima che gli spari arrivino.</p>
<p>La mafia conosce bene le periferie dell’anima. Entra dove trova fame, paura, solitudine, bisogno, rabbia, mancanza di futuro. Per questo la risposta non può essere solo militare. Deve essere anche relazionale, educativa, civile, economica, culturale.</p>
<div class="pip-list">
<p>Servono indagini.</p>
<p>Servono processi.</p>
<p>Servono condanne quando le responsabilità vengono accertate.</p>
<p>Servono controlli.</p>
<p>Servono pattuglie.</p>
<p>Ma serve anche una città che non lasci lo Zen da solo appena si spengono le telecamere.</p>
</div>
<p>Perché il contrario della mafia non è soltanto la legalità.</p>
<p>Il contrario della mafia è una comunità che non lascia nessuno in ostaggio del bisogno.</p>
<p>E Palermo, se vuole davvero vincere questa sfida, deve partire proprio da qui: non dal marchio infame su un quartiere, ma dalla liberazione concreta delle persone che lo abitano.</p>
<div class="pip-note"><strong>Nota di metodo:</strong> tutti i nomi citati sono riportati esclusivamente in relazione ad atti giudiziari, inchieste, processi o fonti giornalistiche qualificate. Per le persone indagate o imputate vale sempre la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.</div>
<div class="pip-source-box">
<h2>Fonti principali consultate</h2>
<ul>
<li><a href="https://www.rainews.it/tgr/sicilia/articoli/2026/05/kalashnikov-operazione-di-polizia-e-carabinieri-allo-zen-2-d99f6ad1-b1ee-4315-b18e-a35d422eee69.html" target="_blank" rel="noopener">RaiNews Sicilia – Operazione allo Zen 2 e intimidazioni con armi da fuoco</a></li>
<li><a href="https://www.dire.it/26-01-2021/597612-mafia-operazione-bivio-a-palermo-16-fermi/" target="_blank" rel="noopener">Agenzia Dire – Operazione “Bivio” sul mandamento Tommaso Natale-San Lorenzo</a></li>
<li><a href="https://livesicilia.it/palermo-mafia-faida-zen-arresti/" target="_blank" rel="noopener">LiveSicilia – Mafia, faida e tensioni allo Zen</a></li>
<li><a href="https://livesicilia.it/mafia-san-lorenzo-boss-palermo-zen-chieste-le-condanne/" target="_blank" rel="noopener">LiveSicilia – Richieste di condanna nel processo sul mandamento San Lorenzo-Zen</a></li>
<li><a href="https://www.lavocedipalermo.it/mafia-a-san-lorenzo-e-tommaso-natale-confermate-condanne-nel-processo-bivio/" target="_blank" rel="noopener">La Voce di Palermo – Processo Bivio, conferme in appello </a></li>
</ul>
<p>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</p>
</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/15/zen-il-quartiere-conteso-quando-la-mafia-perde-ordine-e-resta-la-paura/">Zen, il quartiere conteso: quando la mafia perde ordine e resta la paura</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Portella della Ginestra: erano lì per vivere, non per morire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 06:35:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[1 maggio]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Portella della Ginestra]]></category>
		<category><![CDATA[Strage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519.png 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-1024x576.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-1536x864.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-1170x658.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D2D56AB9-5BF8-4DFB-BAA4-067F12233519-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>Il 1° maggio 1947 uomini, donne e bambini salirono a Portella per celebrare il lavoro, la terra e la speranza. Prima ancora di essere vittime di una strage politico-mafiosa, furono&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/01/120949/">Portella della Ginestra: erano lì per vivere, non per morire</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 1° maggio 1947 uomini, donne e bambini salirono a Portella per celebrare il lavoro, la terra e la speranza. Prima ancora di essere vittime di una strage politico-mafiosa, furono persone: volti, famiglie, desideri, futuro.</p>
<p>Portella della Ginestra, prima di essere una pagina tragica della storia italiana, fu un luogo abitato dalla speranza.<br />
Non c’erano soltanto bandiere.<br />
Non c’erano soltanto parole politiche.<br />
Non c’erano soltanto rivendicazioni sindacali.<br />
C’erano persone.<br />
C’erano madri, padri, figli, contadini, braccianti, giovani, bambini. C’erano famiglie che avevano conosciuto la fatica della terra, la durezza del latifondo, il peso di una povertà che non era soltanto mancanza di denaro, ma mancanza di possibilità. Erano saliti in quella vallata tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato non per sfidare la morte, ma per incontrare la vita. Per dire, insieme, che il lavoro poteva diventare dignità. Che la terra poteva smettere di essere dominio di pochi. Che la festa dei lavoratori non era una formalità, ma una promessa.<br />
Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, si radunarono contadini, donne e bambini per celebrare la festa dei lavoratori e rivendicare diritti, terra e giustizia sociale; contro quella folla spararono gli uomini della banda di Salvatore Giuliano, provocando undici morti e numerosi feriti. (Wikipedia)<br />
Ma se diciamo solo “undici morti”, rischiamo di tradire la memoria.<br />
Perché undici non è un numero.<br />
Undici sono nomi.<br />
Undici sono case che non videro tornare qualcuno.<br />
Undici sono sedie rimaste vuote.<br />
Undici sono madri, figli, fratelli, mariti, sorelle, compagni di lavoro, vicini di paese.<br />
I nomi incisi nella memoria di Portella sono: Margherita Clesceri, 37 anni; Giorgio Cusenza, 42 anni; Giovanni Megna, 18 anni; Francesco Vicari, 22 anni; Vito Allotta, 19 anni; Serafino Lascari, 14 anni; Filippo Di Salvo, 48 anni; Giuseppe Di Maggio, 12 anni; Castrense Intravaia, 29 anni; Giovanni Grifò, 12 anni; Vincenzina La Fata, 8 anni. (Wikipedia)<br />
Basterebbero le età per capire l’abisso.<br />
Otto anni.<br />
Dodici anni.<br />
Dodici anni.<br />
Quattordici anni.<br />
Non erano militanti armati. Non erano nemici dello Stato. Non erano una minaccia. Erano bambini e ragazzi dentro una festa popolare, dentro una comunità che cercava un domani diverso. Erano lì perché, in quella Sicilia del dopoguerra, la politica non era solo cosa da palazzi: era pane, terra, scuola, possibilità, sopravvivenza.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-120954 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/22d58183-680e-41d8-afe5-c07f5bba6a70-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/22d58183-680e-41d8-afe5-c07f5bba6a70-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/22d58183-680e-41d8-afe5-c07f5bba6a70.jpeg 350w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><br />
Vincenzina La Fata aveva otto anni. A quell’età non si muore per il lavoro. A quell’età si dovrebbe correre, giocare, guardare il mondo con la curiosità ancora intera. E invece anche il suo nome è rimasto dentro la pietra di Portella, come una domanda che nessuna celebrazione può addomesticare: che Paese è quello in cui una bambina muore durante una festa dei lavoratori?<br />
Giuseppe Di Maggio e Giovanni Grifò avevano dodici anni. Serafino Lascari ne aveva quattordici. Erano età di futuro, non di memoria. E invece sono diventati memoria perché qualcuno decise che quella folla doveva essere punita, intimidita, ferita nel punto più umano: la sua fiducia.<br />
Perché la cosa più terribile di Portella è proprio questa: furono colpite persone che si erano radunate per credere.<br />
Credevano che dopo il fascismo e la guerra potesse aprirsi una stagione nuova. Credevano che la Repubblica potesse finalmente ascoltare i poveri. Credevano che la terra non dovesse restare per sempre nelle mani di pochi, mentre molti la lavoravano senza possederne nulla. Credevano che il lavoro potesse essere liberazione e non condanna.<br />
In quella vallata non c’era solo protesta. C’era festa.<br />
E questo rende tutto ancora più doloroso.<br />
Perché la strage non interruppe soltanto un comizio. Interruppe canti, conversazioni, cammini, attese. Interruppe il passo di chi era arrivato lì con i figli. Interruppe il respiro di una comunità che si sentiva finalmente autorizzata a parlare. Interruppe il desiderio semplice e immenso di non essere più invisibili.<br />
Portella della Ginestra fu la prima grande strage politico-mafiosa dell’Italia repubblicana, secondo molte ricostruzioni storiche, e avvenne in un contesto segnato dalla vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali siciliane del 20 aprile 1947, dal conflitto sul latifondo e dalla paura dei vecchi poteri davanti all’organizzazione del movimento contadino. (Wikipedia)<br />
Ma prima ancora di essere “politico-mafiosa”, Portella fu umana.<br />
Fu il sangue di chi aveva mani segnate dal lavoro.<br />
Fu il dolore di famiglie povere, colpite mentre chiedevano dignità.<br />
Fu il pianto di una Sicilia che conosceva bene la fatica, ma che quel giorno si trovò davanti a qualcosa di più crudele della fatica: la violenza del potere contro la speranza.<br />
E allora bisogna stare attenti: ricordare Portella solo come “strage” può diventare comodo. La parola strage, se ripetuta senza volti, rischia di diventare formula. Ma Portella non è una formula. È Margherita. È Giorgio. È Giovanni. È Francesco. È Vito. È Serafino. È Filippo. È Giuseppe. È Castrense. È Giovanni. È Vincenzina.<br />
Erano persone che avevano una mattina davanti. Una strada percorsa. Una voce. Una famiglia. Una casa da raggiungere al ritorno. Un pranzo forse preparato o immaginato. Un domani forse povero, ma ancora aperto.<br />
E invece non tornarono.<br />
Il senso del loro essere lì va custodito con delicatezza. Non erano lì solo “contro” qualcosa. Erano lì “per” qualcosa.<br />
Per la terra.<br />
Per il lavoro.<br />
Per la dignità.<br />
Per il pane.<br />
Per i figli.<br />
Per la possibilità di non vivere più piegati.<br />
Per sentirsi finalmente popolo e non massa senza nome.<br />
Questo è il cuore umano di Portella: una comunità si era messa in cammino. Non chiedeva vendetta. Chiedeva riconoscimento. Non chiedeva privilegi. Chiedeva giustizia. Non chiedeva di prendere il posto dei potenti. Chiedeva che la vita dei poveri valesse qualcosa.<br />
Ed è forse proprio questo che faceva paura.<br />
Perché quando i poveri restano soli, sono più facili da governare. Quando invece si ritrovano, si guardano, si riconoscono, si organizzano, diventano comunità. E una comunità che prende coscienza di sé non è più disponibile a essere usata, comprata, zittita, comandata.<br />
I colpi sparati a Portella non volevano colpire soltanto dei corpi. Volevano colpire un risveglio.<br />
Volevano dire: tornate al vostro posto.<br />
Volevano dire: la terra non si tocca.<br />
Volevano dire: la povertà deve restare silenziosa.<br />
Volevano dire: il lavoro può essere celebrato, ma non deve diventare potere popolare.<br />
Eppure, nonostante il sangue, Portella non è riuscita a spegnere quella domanda. L’ha consegnata alla storia.<br />
Oggi, guardando quei nomi, dovremmo chiederci non solo chi sparò, chi coprì, chi ordinò, chi tacque. Dovremmo chiederci anche che cosa abbiamo fatto della speranza di quelle persone. Perché se il lavoro oggi è ancora povero, se i giovani sono costretti a partire, se i braccianti sono ancora sfruttati, se la dignità viene spesso barattata con il bisogno, allora Portella non è finita. È cambiata la scena, ma la domanda resta.<br />
Che valore diamo alla vita di chi lavora?<br />
Quanto pesa la voce dei poveri nelle scelte del Paese?<br />
Quanta dignità riconosciamo a chi non ha potere, ma sostiene ogni giorno il mondo con le mani, con la schiena, con il tempo, con il sacrificio?<br />
Portella della Ginestra oggi non ci chiede soltanto memoria. Ci chiede prossimità.<br />
Ci chiede di avvicinarci a quei nomi senza usarli come simboli freddi. Ci chiede di riconoscere che dietro ogni nome c’era una storia. Dietro ogni età c’era una promessa. Dietro ogni corpo caduto c’era una relazione spezzata.<br />
Vincenzina non era “una vittima”: era una bambina.<br />
Giuseppe e Giovanni non erano “caduti”: erano ragazzi.<br />
Margherita non era “un nome inciso”: era una donna.<br />
Filippo non era “un numero della strage”: era un uomo, probabilmente con fatiche, legami, pensieri, responsabilità.<br />
La memoria vera comincia quando il monumento torna a respirare.<br />
Quando smettiamo di dire solo “i morti di Portella” e iniziamo a chiederci chi fossero, perché erano lì, cosa sognavano, cosa avevano lasciato a casa, cosa avrebbero voluto per i propri figli.<br />
Il 1° maggio dovrebbe servire anche a questo: non a pronunciare parole già dette, ma a restituire carne alla giustizia. Perché il lavoro, senza il volto delle persone, diventa statistica. E la memoria, senza il dolore concreto delle famiglie, diventa cerimonia.<br />
Portella invece ci chiede di non trasformare il dolore in rito vuoto.<br />
Ci chiede di ricordare che la democrazia nasce anche nei luoghi dove gli ultimi imparano a dire “noi”. Nasce quando una comunità povera si scopre degna. Nasce quando chi lavora la terra alza lo sguardo e capisce che il proprio sudore non può essere proprietà di altri. Nasce quando una festa diventa coscienza.<br />
Per questo quelle persone erano lì.<br />
Non per morire.<br />
Non per entrare nei libri.<br />
Non per diventare lapidi.<br />
Erano lì per vivere meglio.<br />
E forse questa è la verità più semplice e più insopportabile: furono uccisi mentre cercavano vita.<br />
Furono colpiti mentre celebravano il lavoro.<br />
Furono spezzati mentre chiedevano futuro.<br />
Furono trasformati in memoria mentre volevano soltanto essere cittadini.<br />
Oggi, se vogliamo davvero onorarli, non basta dire che non li dimentichiamo. Dobbiamo chiederci se siamo disposti a continuare ciò per cui erano lì: la difesa del lavoro dignitoso, della terra come bene comune, della giustizia sociale, della libertà dei poveri di non essere più ricattabili.<br />
Perché Portella della Ginestra non è solo il luogo in cui morirono undici persone.<br />
È il luogo in cui una comunità mostrò di voler nascere.<br />
E ogni volta che il lavoro viene umiliato, ogni volta che la povertà viene usata come strumento di controllo, ogni volta che i giovani vengono costretti a scegliere tra partire o piegarsi, ogni volta che una famiglia non riesce a vivere del proprio lavoro, quei nomi tornano a parlarci.<br />
Non chiedono vendetta.<br />
Chiedono che la loro speranza non venga uccisa una seconda volta.<br />
Chiedono che la memoria diventi responsabilità.<br />
Che la commozione diventi scelta.<br />
Che il 1° maggio non sia solo una data, ma una promessa mantenuta.<br />
Portella della Ginestra, allora, non è soltanto passato.<br />
È una domanda rivolta a noi:<br />
siamo ancora capaci di stare dalla parte di chi si mette in cammino per chiedere dignità?<br />
Perché quei morti non appartengono solo alla storia della Sicilia. Appartengono alla coscienza del Paese. E ci ricordano che ogni volta che una persona povera trova il coraggio di alzare la testa, la democrazia deve proteggerla. Non lasciarla sola nella valle.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/01/120949/">Portella della Ginestra: erano lì per vivere, non per morire</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>IL GRIDO DI VIA LI MULI: PERCHÉ LA MAFIA NON HA VINTO</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/04/30/il-grido-di-via-li-muli-perche-la-mafia-non-ha-vinto/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-grido-di-via-li-muli-perche-la-mafia-non-ha-vinto</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 16:01:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3401.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3401.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3401-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3401-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>di Domenica Puleio Via Li Muli, Palermo. Ore 9:20. Pio La Torre è alla guida, Rosario Di Salvo gli siede accanto. Non sono scortati, sono soli con le loro idee&#8230;</p>
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<p>Via Li Muli, Palermo. Ore 9:20. Pio La Torre è alla guida, Rosario Di Salvo gli siede accanto. Non sono scortati, sono soli con le loro idee in una città che puzza di polvere da sparo e complicità. Una macchina taglia la strada, i killer scendono e scaricano trenta colpi di Kalashnikov. Pio muore subito, Rosario prova a rispondere al fuoco, prova a difendere l’amico e la dignità, ma non c’è scampo. I boss festeggiano, convinti di aver eliminato il problema. Ma avevano fatto i conti senza la rabbia di chi resta.</p>
<p>Pio La Torre, dirigente del Partito Comunista Italiano e parlamentare, fu tra i primi a comprendere la natura economica e militare della mafia; Rosario Di Salvo, sindacalista e suo fidato collaboratore, ne condivideva quotidianamente l’impegno e la battaglia civile. Insieme incarnavano una politica radicata nel territorio e capace di sfidare apertamente Cosa Nostra.</p>
<p>Pio La Torre non è stato ucciso per un discorso in piazza. È stato giustiziato perché aveva scritto tre numeri che ancora oggi fanno tremare i polsi ai latitanti: 416-bis. Prima di lui, la mafia per lo Stato era un fantasma, un’invenzione di romanzieri. Pio le ha dato un nome, un cognome e una pena. Ma soprattutto, ha capito che il mafioso teme la povertà più della galera. Confiscare i beni significa strappargli la pelle di dosso, umiliarlo davanti ai suoi stessi “soldati”, dimostrare che quel potere costruito sul sangue è un castello di carte che lo Stato può e deve abbattere.</p>
<p>Peppino Impastato aveva ragione: la mafia è una montagna di merda. E oggi, 30 aprile 2026, quella montagna la stiamo spalando via con i fatti. Non c’è più il silenzio di piombo degli anni ’80. Oggi ci sono i nomi dei boss sulle testate dei giornali, ci sono i patrimoni miliardari sequestrati che diventano cooperative, scuole, caserme. La precisione della lotta oggi sta nei flussi finanziari tracciati, nella tecnologia che scova i bunker, nella schiena dritta di chi a Messina non abbassa lo sguardo. Tenere duro non è uno slogan, è una postura quotidiana.</p>
<p>La verità è che Pio La Torre vive nel rigore di chi non accetta compromessi, ma la sua battaglia è tutt’altro che vinta. Non lasciamoci ingannare dalla calma apparente: se oggi non si spara più, è perché la mafia non ne ha bisogno. Quel “permesso” sociale e politico non è stato affatto revocato; si è semplicemente perfezionato. Si è fatto capillare, invisibile, trasformandosi in un intreccio endemico tra politica, imprenditoria e criminalità che soffoca l’economia reale molto più dei Kalashnikov.</p>
<p>Quella raffica di quarantatré anni fa voleva chiudere una bocca, ma oggi il pericolo è un altro: che i nostri occhi, pur aperti, non riescano a distinguere il colletto bianco dal mafioso. La mafia oggi è un parassita che siede nei consigli di amministrazione e decide le sorti degli appalti senza sporcarsi le mani di polvere da sparo. Tenere duro significa avere il coraggio di denunciare questo cancro silenzioso che si è fatto sistema, consapevoli che la nostra terra è ancora sotto scacco, svenduta pezzo dopo pezzo in uffici che sembrano puliti, ma che non restare in silenzio e, soprattutto, non lasciarsi condizionare da un sistema che ci vuole accomodanti e statici, significa continuare a portare avanti una battaglia che dobbiamo vincere.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
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		<title>Letizia Battaglia, la forza di uno sguardo che ha scelto di non fuggire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 19:53:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Letizia Battaglia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Palermo]]></category>
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<p>La bellezza del suo sguardo, la professionalità di una grande fotografa, il peso umano delle ferite attraversate in una vita vissuta sempre dentro la verità Ci sono donne che non&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_3355-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>La bellezza del suo sguardo, la professionalità di una grande fotografa, il peso umano delle ferite attraversate in una vita vissuta sempre dentro la verità</em></p>
<div class="mh-meta entry-meta">
<p>Ci sono donne che non passano nella storia solo per ciò che hanno fatto, ma per il modo in cui hanno scelto di stare nel mondo. Letizia Battaglia è stata una di queste. Non soltanto una fotografa. Non soltanto una testimone. Ma una coscienza viva, inquieta, libera, capace di attraversare il dolore senza trasformarlo in spettacolo e di cercare la bellezza perfino dentro le crepe più dure della realtà.</p>
<p>Raccontare Letizia Battaglia significa raccontare una donna che ha saputo unire arte e responsabilità, sensibilità e rigore, passione e ferita. Una donna che ha fatto del proprio sguardo un luogo di verità. E la verità, quasi sempre, ha un prezzo.</p>
<p>La sua storia professionale è nota, ma non sempre viene compresa fino in fondo. Letizia Battaglia non è stata soltanto la fotografa che ha documentato la Palermo insanguinata dalla mafia. È stata molto di più. È stata una professionista capace di trasformare la fotografia in linguaggio civile, in presa di posizione, in memoria collettiva. I suoi scatti non cercavano il sensazionale. Cercavano il reale. Ed è una differenza enorme. Perché fotografare il reale, soprattutto quando il reale è violenza, sangue, lutto, paura, significa assumersi un peso che non tutti riescono a sostenere.</p>
<p>Lei questo peso lo ha sostenuto per anni. Lo ha sostenuto entrando nelle scene del crimine, arrivando davanti ai corpi, incrociando lo sguardo di familiari distrutti, respirando il clima cupo di una città spesso ostaggio del potere mafioso. Non era semplice cronaca. Era immersione continua nel dolore. Era la scelta quotidiana di non voltarsi. E dentro quella scelta c’era tutta la sua professionalità: la prontezza, il coraggio, la lucidità, la capacità di esserci nel momento esatto in cui la storia mostrava il suo volto più duro.</p>
<p>Ma sarebbe ingiusto fermarsi qui. Perché Letizia Battaglia non è stata solo la fotografa della morte. È stata anche la fotografa della vita che resiste. Delle bambine di Palermo con gli occhi pieni di mondo. Dei volti delle donne. Delle strade ferite eppure ancora abitate da una umanità ostinata. Nei suoi scatti c’è sempre stato qualcosa che andava oltre il fatto. C’era una tensione profonda verso la dignità delle persone. C’era un desiderio quasi testardo di salvare, almeno in immagine, ciò che la realtà rischiava di calpestare.</p>
<div>“Non una bellezza decorativa, ma una bellezza scomoda, vera, a volte persino dolorosa.”</div>
<p>Ed è qui che emerge la bellezza del suo lavoro. Non una bellezza decorativa, patinata, addomesticata. Ma una bellezza scomoda, vera, a volte persino dolorosa. La bellezza di uno sguardo che non usa la macchina fotografica per proteggersi dal mondo, ma per entrarci dentro. La bellezza di una donna che non ha avuto paura di farsi attraversare da ciò che vedeva. La bellezza di un linguaggio artistico che non separava mai l’estetica dall’etica.</p>
<p>Naturalmente, una vita così non poteva essere senza ferite. E infatti le ferite ci sono state, profonde, personali, esistenziali. Letizia Battaglia ha dovuto affrontare difficoltà che non riguardavano solo il contesto professionale, già di per sé durissimo, ma anche il proprio mondo interiore. Il contatto continuo con la violenza, il dolore accumulato, il peso di immagini impossibili da dimenticare hanno lasciato segni. Non si può stare per anni davanti alla morte senza che qualcosa, dentro, ne porti le conseguenze.</p>
<p>La sua vita personale è stata segnata da passaggi complessi, da tensioni, da fragilità, da un percorso di libertà che non sempre è stato compreso. E forse proprio qui si coglie una delle verità più profonde della sua vicenda: dietro la fotografa forte, coraggiosa, pubblicamente riconosciuta, c’era una donna che conosceva anche la fatica, il dolore, la solitudine, il bisogno di ricomporre continuamente se stessa. Non era una figura mitologica, irraggiungibile. Era una donna vera. E proprio per questo ancora più grande.</p>
<p>In un tempo che ama trasformare le persone in icone semplificate, Letizia Battaglia ci obbliga a fare il contrario. Ci chiede di accettare la complessità. La complessità di una professionista straordinaria e insieme di una persona attraversata dalle proprie ombre. La complessità di una donna capace di esporsi pubblicamente e, nello stesso tempo, di portare ferite intime difficili da nominare. La complessità di una voce che ha saputo denunciare la mafia senza lasciarsi definire solo da essa.</p>
<p>Forse il punto più alto della sua eredità sta proprio qui. Nel fatto che il suo lavoro non parla soltanto di Palermo, di mafia o di fotografia. Parla del modo in cui si guarda il mondo. Oggi siamo sommersi da immagini, ma vediamo sempre meno. Consumiamo dolore a scorrimento rapido, lo trasformiamo in flusso, lo lasciamo evaporare in pochi secondi. Letizia Battaglia, invece, ci restituisce il peso dello sguardo. Ci ricorda che vedere davvero è un atto umano profondo. È un atto che coinvolge la coscienza. È un atto che chiede responsabilità.</p>
<p>Per questo la sua figura resta attuale. Non solo come memoria di una stagione terribile della storia italiana, ma come provocazione viva per il nostro presente. Di fronte a una società che spesso si abitua a tutto, il suo lavoro continua a dirci che non tutto può diventare normale. Che il male va chiamato per nome. Che la dignità delle persone merita uno sguardo pieno, mai superficiale. Che la bellezza non è evasione, ma resistenza.</p>
<p>Letizia Battaglia è stata tutto questo: una fotografa immensa, una professionista rigorosa, una donna coraggiosa, una persona ferita e per questo ancora più vera. La sua grandezza non sta nell’aver mostrato solo l’orrore, ma nell’aver saputo custodire, dentro l’orrore, una fedeltà ostinata all’umano.</p>
<p>E forse è proprio questa la sua lezione più importante. Non basta raccontare la realtà. Bisogna restarle accanto. Non basta denunciare il buio. Bisogna continuare a cercare, anche lì dentro, un frammento di luce. Letizia Battaglia lo ha fatto per tutta la vita. E per questo il suo sguardo, ancora oggi, non ci lascia tranquilli. Ma ci rende più veri.</p>
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<p><strong>@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella</strong></p>
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		<title>Morto Nitto Santapaola, storico capo di Cosa Nostra catanese protagonista della stagione stragista e delle guerre di mafia</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/02/morto-nitto-santapaola-storico-capo-di-cosa-nostra-catanese-protagonista-della-stagione-stragista-e-delle-guerre-di-mafia/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=morto-nitto-santapaola-storico-capo-di-cosa-nostra-catanese-protagonista-della-stagione-stragista-e-delle-guerre-di-mafia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 09:23:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[cosa nostra]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Nitto Santapaola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="659" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-300x168.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-1024x572.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-768x429.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-1170x654.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-585x327.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>Dai salotti d&#8217;élite come snodo centrale di un modello organizzativo capace di coniugare controllo militare del territorio e penetrazione nei circuiti economico-finanziari, alla lunga latitanza tra Catania e la fascia&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/03/02/morto-nitto-santapaola-storico-capo-di-cosa-nostra-catanese-protagonista-della-stagione-stragista-e-delle-guerre-di-mafia/">Morto Nitto Santapaola, storico capo di Cosa Nostra catanese protagonista della stagione stragista e delle guerre di mafia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dai salotti d&#8217;élite come snodo centrale di un modello organizzativo capace di coniugare controllo militare del territorio e penetrazione nei circuiti economico-finanziari, alla lunga latitanza tra Catania e la fascia tirrenica messinese all’arresto del 1993, dai rapporti con i corleonesi alle condanne per le stragi di Capaci e via D’Amelio: si chiude a 87 anni la parabola criminale di Benedetto &#8220;Nitto&#8221; Santapaola, detenuto al 41-bis nel Carcere di Opera, figura centrale di Cosa Nostra e riferimento storico del clan Santapaola-Ercolano</em></p>
<p>È morto il 2 marzo 2026, a 87 anni, Benedetto “<strong>Nitto” Santapaola</strong>, storico capo della mafia etnea e figura apicale di <strong>Cosa Nostra</strong>durante la stagione più sanguinaria dello scontro tra mafia e Stato. Era detenuto al <strong>41-bis</strong>nel Carcere di Opera e negli ultimi giorni era stato trasferito nel reparto detentivo dell’Ospedale San Paolo per l’aggravarsi delle condizioni cliniche. La magistratura ha disposto gli accertamenti sanitari previsti in questi casi.<br />
Nato a Catania il 4 giugno 1938 e cresciuto nel quartiere di <strong>San Cristoforo</strong>, Santapaola iniziò la propria ascesa criminale negli anni Sessanta, consolidando progressivamente la propria influenza nella famiglia mafiosa catanese. Dopo l’uccisione del boss <strong>Giuseppe Calderone</strong> nel 1978, assunse la guida del gruppo stringendo un’alleanza strategica con i corleonesi guidati da <strong>Totò Riina,</strong> inserendo Catania nel nuovo asse dominante di Cosa Nostra durante la seconda guerra di mafia.</p>
<p><strong>Negli anni Ottanta il clan Santapaola-Ercolano</strong>consolidò un controllo capillare sul territorio etneo, con un radicamento documentato nei traffici di stupefacenti, nelle estorsioni, nel condizionamento degli appalti pubblici e nell’infiltrazione in settori strategici dell’economia locale.<br />
<strong>La sua latitanza iniziò nei primi anni Ottanta</strong> e si protrasse per undici anni, durante i quali riuscì a sottrarsi a numerosi blitz e operazioni di polizia. <strong>Venne arrestato il 18 maggio 1993 a Catania</strong>, in un appartamento dove si nascondeva sotto falsa identità, al termine di un’intensa attività investigativa coordinata dalla <strong>Direzione Distrettuale Antimafia</strong>.</p>
<p>La cattura avvenne <strong>pochi mesi dopo l’arresto di Riina</strong> e rappresentò un passaggio decisivo nella strategia di smantellamento dei vertici storici di Cosa Nostra. Le immagini dell’arresto e il trasferimento in carcere segnarono simbolicamente la fine della lunga invisibilità del boss etneo.<br />
<strong>Nel corso della latitanza,</strong> secondo ricostruzioni investigative e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, <strong>Santapaola</strong> avrebbe trovato <strong>rifugio anche nell’area tirrenica della provincia di Messina</strong>, in particolare nella zona di <strong>Portorosa</strong>, complesso turistico situato nel territorio di Furnari, a ridosso di Falcone. <strong>L’area</strong>, insieme al vicino centro di <strong>Barcellona Pozzo di Gotto</strong>, è stata più volte indicata dagli inquirenti come <strong>territorio strategico </strong>per gli <strong>equilibri mafiosi</strong>della f<strong>ascia tirrenica messinese.</strong> Le indagini hanno evidenziato nel tempo rapporti e sinergie tra esponenti riconducibili al clan Santapaola-Ercolano e gruppi criminali operanti nell’area barcellonese, delineando un sistema di alleanze e interessi comuni che avrebbe garantito protezione logistica e coperture durante la latitanza del boss.<br />
Negli anni successivi Santapaola è stato condannato a diversi ergastoli per associazione mafiosa, <strong>omicidi</strong> e <strong>stragi</strong>. Le sentenze definitive lo hanno riconosciuto tra i vertici coinvolti nella strategia che <strong>portò alle stragi del 1992,</strong> tra cui la <strong>Strage di Capaci</strong>, in cui furono assassinati il giudice <strong>Giovanni Falcone,</strong> <strong>Francesca Morvillo</strong> e tre agenti della scorta, e la <strong>Strage di via D’Amelio,</strong> in cui perse la vita il magistrato <strong>Paolo Borsellino </strong>insieme ai cinque agenti della scorta. Il suo nome compare inoltre in numerosi procedimenti legati a omicidi eccellenti e a fatti di sangue che hanno segnato la storia criminale della Sicilia orientale.</p>
<p><strong>Prima dell’arresto, </strong>avvenuto nel 1993 dopo un periodo di latitanza, <strong>Santapaola</strong> <strong>conduceva una vita</strong> che gli inquirenti hanno descritto come apparentemente “normale” e perfino <strong>mondana</strong>. <strong>Frequentava ambienti imprenditoriali e salotti cittadini</strong>, curava relazioni con professionisti e uomini d’affari, e si muoveva in contesti che contribuivano ad alimentarne l’immagine di imprenditore di successo più che di capo mafioso. Questa dimensione pubblica, fatta di presenze in locali e incontri riservati, si intrecciava con una fitta rete di protezioni e complicità.<br />
<strong>Proprio su questo intreccio tra potere mafioso ed élite economica</strong> si era concentrata l’inchiesta giornalistica di <strong>Giuseppe “Pippo” Fava</strong>, che dalle pagine del mensile<strong> I Siciliani</strong> denunciò l’esistenza dei cosiddetti “<strong>cavalieri del lavoro</strong>” catanesi — grandi imprenditori insigniti di onorificenze ufficiali ma, secondo le sue ricostruzioni, contigui agli interessi di Cosa Nostra.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-104040" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--779x1024.jpg" sizes="(max-width: 779px) 100vw, 779px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--779x1024.jpg 779w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--228x300.jpg 228w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--768x1009.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava-.jpg 1080w" alt="" width="779" height="1024" /></figure>
</div>
<p><strong>Fava indicava in Santapaola </strong>il perno di un sistema di <strong>relazioni che saldava mafia, politica e finanza.</strong> Il <strong>giornalista</strong>venne <strong>assassinato il 5 gennaio 1984 a Catania; </strong>per quell’omicidio la <strong>magistratura ha individuato in Santapaola il mandante</strong>, nell’ambito delle responsabilità attribuite alla mafia catanese.</p>
<p>Sul piano familiare, la moglie di Nitto Santapaola era <b>Carmela Grazia Minniti</b>, assassinata nel 1995 a San Gregorio di Catania. La sua morte segnò un evento eclatante nella storia della mafia catanese, poiché violava le regole non scritte secondo cui donne e bambini non dovevano essere colpiti. Grazia Minniti non era direttamente coinvolta nelle attività criminali del marito, ma la sua posizione di moglie del capo clan la rese un obiettivo nelle faide interne. Ha condiviso con lui gli anni precedenti e i due successivi alla cattura, segnati da processi e detenzione al regime di 41 bis. La vicenda ha avuto risonanza anche nei processi e negli articoli di cronaca che documentano le dinamiche interne a Cosa Nostra a Catania.</p>
<p>I <strong>figli</strong> sono stati oggetto di attenzione investigativa nel corso degli anni, in particolare per presunti tentativi di mantenere rapporti e interessi economici collegati al contesto familiare, pur in assenza di condanne definitive equiparabili a quelle del padre. <strong>La dimensione familiare</strong> ha rappresentato <strong>per il boss un elemento centrale</strong> di protezione e continuità, come spesso accade nelle strutture mafiose tradizionali.<br />
Un ruolo rilevante <strong>nella galassia criminale</strong>collegata al clan è stato attribuito al fratello Aldo <strong>Santapaola, </strong>ritenuto dagli inquirenti uno dei referenti del gruppo in fasi diverse della sua evoluzione. Le inchieste degli ultimi anni hanno inoltre evidenziato l’influenza di soggetti legati al nucleo familiare allargato, compresi nipoti e parenti, in <strong>attività criminali operanti tra Catania e la provincia di Messina.</strong> In particolare, alcune operazioni antimafia hanno documentato l’esistenza di <strong>articolazioni territoriali collegate al clan Santapaola-Ercolano</strong> con interessi anche nell’area messinese, confermando la capacità di proiezione interprovinciale dell’organizzazione e la storica rilevanza strategica della <strong>fascia tirrenica tra Falcone e Barcellona Pozzo di Gotto</strong>.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-97878" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/sebastiano-ardita-magistrato-sostituto-procurato-a-catania.jpg" alt="" width="275" height="183" /></figure>
</div>
<p><strong>Su questa zona grigia tra mafia e colletti bianchi</strong> si è soffermato anche il <strong>magistrato antimafia </strong>catanese <strong>Sebastiano Ardita</strong>,sostituto procuratore  presso la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA)  della Procura della Repubblica  del Tribunale  di Catania, autore di numerosi saggi, fra i quali  <strong>Catania bene</strong> e <strong>Cosa Nostra S.p.A..</strong></p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-104037" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-656x1024.jpg" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-656x1024.jpg 656w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-192x300.jpg 192w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-768x1198.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-985x1536.jpg 985w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita.jpg 1000w" alt="" width="656" height="1024" data-id="104037" /></figure>
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<p>Nei suoi lavori <strong>Ardita ricostruisce il sistema di relazioni </strong>che per anni avrebbe <strong>consentito alla mafia catanese di consolidare il proprio potere </strong>attraverso il sostegno e la complicità di segmenti dell’imprenditoria e delle professioni. In particolare, viene analizzato <strong>il ruolo del clan Santapaola come snodo centrale di un modello organizzativo</strong> capace di coniugare <strong>controllo militare</strong> del territorio e <strong>penetrazione nei circuiti economico-finanziari,</strong> evidenziando come la forza dell’organizzazione non risiedesse soltanto nella violenza, ma nella capacità di intrecciare affari, politica e istituzioni.</p>
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<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-104045" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--770x1024.jpg" sizes="(max-width: 770px) 100vw, 770px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--770x1024.jpg 770w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--226x300.jpg 226w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--768x1021.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola-.jpg 963w" alt="" width="770" height="1024" /></figure>
</div>
<p>La <strong>morte di Santapaola</strong>segna la scomparsa di uno degli <strong>ultimi protagonisti diretti della stagione stragista</strong> e di una fase in cui <strong>Cosa Nostra scelse lo scontro frontale con lo Stato.</strong> La sua parabola criminale attraversa oltre mezzo secolo di storia mafiosa, dalla fase delle guerre interne alla strategia delle bombe, fino alla successiva riorganizzazione orientata verso una minore esposizione mediatica e una maggiore attenzione agli interessi economico-finanziari. La vicenda personale del boss si conclude oggi, mentre resta aperta <strong>l’analisi storica e giudiziaria </strong>su un sistema di potere che <strong>ha inciso </strong>profondamente <strong>sulla Sicilia orientale e sull’intero Paese.</strong>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Mafia, sbarco e compromessi: la guerra sporca che nessuno vuole ricordare</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2025/07/17/mafia-sbarco-e-compromessi-la-guerra-sporca-che-nessuno-vuole-ricordare/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=mafia-sbarco-e-compromessi-la-guerra-sporca-che-nessuno-vuole-ricordare</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2025 15:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Sbarco alleati]]></category>
		<category><![CDATA[seconda guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>&#8220;Per combattere il male peggiore, ci si affidò a quello minore. Il problema è che, dopo, il male minore restò. E cominciò a comandare.&#8221; di Massimo Reina, per Giornalisti Senza&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/07/17/mafia-sbarco-e-compromessi-la-guerra-sporca-che-nessuno-vuole-ricordare/">Mafia, sbarco e compromessi: la guerra sporca che nessuno vuole ricordare</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>&#8220;Per combattere il male peggiore, ci si affidò a quello minore. Il problema è che, dopo, il male minore restò. E cominciò a comandare.&#8221;</em></p>
<p>di <strong>Massimo Reina</strong>, per <em>Giornalisti Senza Frontiere</em></p>
<p>C’è una storia che non troverete nei libri di testo scolastici. Una storia che <strong>non nega la Liberazione</strong>, non disonora i soldati alleati, né i partigiani, né i cittadini italiani che hanno pagato con la vita. Ma una storia che – se davvero siamo una democrazia matura – va raccontata. Anche se sporca. Anche se fa male.<br />
È la storia dell’<strong>Operazione Underworld</strong>, della <strong>collaborazione tra governo USA e mafia americana</strong> durante la Seconda Guerra Mondiale, e della sua evoluzione.<br />
Una collaborazione non scritta che, col tempo, <strong>si allargò anche all’Italia</strong>. In particolare <strong>alla Sicilia</strong>, diventata pedina strategica durante l’Operazione Husky, il famoso sbarco angloamericano del 1943 dove Cosa Nostra non aiutò gli Alleati ad approdare sulle spiagge dell’isola,  ma fornì appoggi locali utili per stabilizzare e “pacificare” l’isola dopo la caduta del regime.<br />
<strong>Luciano, il patriota. O forse no.</strong><br />
Il protagonista ha un nome da gangster hollywoodiano: <strong>Lucky Luciano</strong>. Il re di Cosa Nostra newyorkese, boss della famiglia Genovese,all’epoca in galera per sfruttamento della prostituzione. Ma anche uno che – <strong>secondo fonti ufficiali dell’OSS</strong>, l’Office of Strategic Services (antenato della CIA) – <strong>poteva garantire l’ordine nei porti americani</strong>, dove il governo temeva sabotaggi dai simpatizzanti nazisti o da qualche temerario U-boot.<br />
In tal senso, la <strong>U.S. Navy</strong>, allarmata dopo l’incendio della nave Normandie nel porto di New York nel febbraio del 1942 – avvenuto probabilmente per negligenza durante i lavori di conversione a imbarcazione da guerra, ma scambiato per un atto doloso – chiese aiuto ad <strong>Albert Anastasia</strong> e Meyer Lansky,  che si fecero quindi intermediari tra mafia e governo (U.S. National Archives – Navy Records – Office of Naval Intelligence (ONI) reports)). I vertici della Marina ottennero così che <strong>Joseph “Socks” Lanza</strong>, legato a <strong>Lucky Luciano</strong>, <strong>usasse la sua influenza sul sindacato dei pescatori e dei portuali</strong>.<br />
<strong>Tim Newark</strong>, nel suo documentatissimo <em>“Mafia Allies: The True Story of America’s Secret Alliance with the Mob in World War II”</em> (2010), spiega che fu proprio grazie a <strong>Charles “Lucky” Luciano</strong> se <strong>i moli di New York e i lavoratori portuali rimasero “tranquilli” e collaborativi</strong>. In cambio, Luciano ottenne <strong>la scarcerazione anticipata</strong> e, soprattutto, <strong>l’esilio in Italia</strong> nel 1946. Patria d’origine. E paradiso mafioso.<br />
<strong>Sicilia, la chiave. E il patto col diavolo.</strong><br />
Secondo lo <strong>storico Salvatore Lupo</strong>, uno dei massimi esperti di storia della mafia, <strong>non ci fu mai un “patto scritto” tra OSS e mafia siciliana</strong>. Ma esistono <strong>numerose evidenze che dimostrano una convergenza di interessi</strong>.<br />
Lo stesso Newark spiega che, quando l’Operazione Husky fu lanciata (10 luglio 1943), gli alleati avevano bisogno di tre cose: <strong>strade sicure, popolazione non ostile, canali di informazione sul territorio. </strong>Chi meglio della mafia locale poteva offrirli, <strong>conosceva i percorsi di montagna, i sentieri, i capi villaggio e i “silenzi” giusti da pagare</strong>?<br />
<strong>Calogero Vizzini</strong>, boss di Villalba e amico di fiducia di Lucky Luciano, noto anche come “don Calò”, <strong>fu messo a capo della polizia locale</strong> nel dopoguerra dagli stessi americani. Lo irportano documenti d’epoca e perfino <strong>John Dickie</strong> nel su “<em>Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana”</em>. Come se Al Capone fosse stato nominato sindaco di Chicago. <strong>Giuseppe Genco Russo</strong>, altro uomo di fiducia del potente boss della famiglia Genovese, divenne sindaco di Mussomeli.<br />
Il <strong>rapporto segreto dell’OSS</strong> (Office of Strategic Services), desecretato negli anni ’70 e riportato in parte nel volume <em>“The Mafia and the Allies”</em> di Charles H. Brower, parla chiaro: <strong>“Don Calò fu utile nel garantire la stabilità a Villalba e nel mantenere l’ordine”</strong>. Documenti relativi all’amministrazione alleata in Sicilia (AMGOT) e alla riorganizzazione dei municipi siciliani nel ’43–’44 confermano che diversi mafiosi furono nominati sindaci o incaricati nei Comitati di Liberazione.<br />
Ma fu utile solo quello? O fu anche un <strong>uomo di fiducia per assicurarsi che l’occupazione fosse digerita dalla popolazione locale</strong>, stremata da bombardamenti e miseria?<br />
<strong>Il silenzio degli innocenti</strong><br />
Nessuno lo dice mai, ma <strong>l’occupazione alleata non fu un pic-nic per tutti</strong>. I rapporti dell’epoca – compresi alcuni cablogrammi interni dell’Allied Military Government of Occupied Territories (AMGOT) – <strong>parlano di saccheggi, stupri, esecuzioni sommarie, violenze</strong>. Non ovunque, certo. Ma abbastanza da <strong>alimentare rabbia, sfiducia, e nostalgia per il regime appena crollato</strong>. In molti paesi siciliani, la mafia fu <strong>la chiave per “sedare” questa rabbia</strong>, per gestire la fame, i bisogni, la paura.<br />
Come scrive lo storico <strong>Alfio Caruso</strong> in <em>“Arrivano i nostri”</em> (Longanesi, 2003), l’alleanza con la mafia <strong>fu una scorciatoia</strong>, usata dagli americani anche per “evitare problemi inutili in un territorio sconosciuto e ostile”. Il risultato? La mafia, <strong>che il regime fascista aveva in parte ridotto con l’opera repressiva di Mori</strong>, tornò più forte, più protetta, e – soprattutto – <strong>più legittimata</strong>.<br />
Diciamolo chiaro: <strong>nessuno vuole negare la gratitudine per chi ci ha liberati dal nazifascismo</strong>. Ma tra liberatori e santi c’è di mezzo l’oceano. Letteralmente. <strong>Gli eserciti agiscono per strategia, non per sentimentalismo.</strong> E quando la strategia prevede il controllo di un territorio in fretta e senza opposizione, <strong>il fine giustifica i mezzi</strong>. Anche quando i mezzi si chiamano <strong>Luciano, Russo, o “don Calò”</strong>.</p>
<p><em><strong>POSTILLA FINALE: </strong>Chi scrive </em><strong><em>non mette in discussione la Liberazione</em></strong><em>, né disonora la memoria dei soldati alleati, dei partigiani, degli italiani che hanno perso la vita </em><strong><em>per la libertà</em></strong><em>. Questo articolo </em><strong><em>non è contro di loro</em></strong><em>. È contro </em><strong><em>le scorciatoie, le complicità, le ipocrisie</em></strong><em>.</em><br />
<em>Perché la verità, come la libertà, </em><strong><em>non si negozia</em></strong><em>.</em><br />
Nemmeno <strong>con una lupara</strong>.</p>
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		<title>Paolo Borsellino era uno di noi. Era il 1992. Quanti ricordi!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 19:22:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[impegno]]></category>
		<category><![CDATA[legalità]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/Untitled-design-4.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/Untitled-design-4.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/Untitled-design-4-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Affiorano ricordi che sono ormai entrati nella memoria. Sono quei ricordi che mi costringono a pensare, a ripensare, a ripercorrere i silenzi che hanno accompagnato passaggi di vita. Era uno&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: left;">Affiorano ricordi che sono ormai entrati nella memoria. Sono quei ricordi che mi costringono a pensare, a ripensare, a ripercorrere i silenzi che hanno accompagnato passaggi di vita. Era uno di noi. PAOLO BORSELLINO. Tradizionalista e cattolico. 19 luglio 1992, era di domenica. Sono trascorsi anni lunghi. La storia non fa mai sconti e le voci del destino sono, a volte, voci urlate in un deserto la cui sabbia è uno strappo di vento.</p>
<p style="padding-left: 120px;">Pierfranco Bruni</p>
</blockquote>
<p class="p2"><span class="s1"><br />
Ci sono ricordi antichi e condivisioni che non si dimenticano. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Se “&#8230;la paura è umana&#8221;, bisogna<span class="Apple-converted-space">  </span>&#8220;combatterla con il coraggio” disse Paolo Borsellino. Grande uomo. Grande magistrato. Sono passati anni. Era di maggio di un anno che tutti ricordano.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Strage di via D’Amelio. Palermo. Tragedia. Paolo Borsellino e tutta la scorta. Dopo Falcone, 23 maggio, e il dramma nella morte di esistenze tra salti di auto e schegge di vite il tempo si fermò sino al 19 luglio.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Era uno di noi. PAOLO BORSELLINO. Tradizionalista e cattolico. 19 luglio 1992, era di domenica. Sono trascorsi anni lunghi. La storia non fa mai sconti e le voci del destino sono, a volte, voci urlate in un deserto la cui sabbia è uno strappo di vento. Affiorano ricordi che sono ormai entrati nella memoria. Sono quei ricordi che mi costringono a pensare, a ripensare, a ripercorrere i silenzi che hanno accompagnato passaggi di vita.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Ho incontrato Paolo Borsellino al Sindacato Libero Scrittori. Era uno di noi. Molto amico di Francesco Grisi, di Giuseppe Tricoli, storico rappresentante della Fuan e più volte deputato regionale eletto nel MSI, di Tommaso Romano. Paolo è cresciuto in questo mondo. Un gruppo nella destra storica, tradizionalista e cattolica. Paolo aveva avuto radici nel movimento sociale italiano, quello di Giorgio Almirante e di Romualdi.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Diceva dopo la morte di Falcone: “Non sono né un eroe né un Kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento… Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno.”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Era l’estate del 1992. Tra ritagli di articoli, mucchi di libri, pagine strappate mi imponevo di scrivere un romanzo saggio, ma più tomanzgeromanze che saggio, su un personaggio meta-invenzione di nome Cecilio Lutri. Un magistrato che cercava di ricostruire tutto il suo viaggio riassumendolo in una notte. Nelle ore brevi della notte. Di una sola notte. L’ultima. Una vita.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Perché in una notte? Perché era convinto che all’indomani sarebbe stato ucciso. E tra le vite e le storie che rimbalzavano nel mio immaginario c’erano tre nomi che non mi abbandonavano: Cesare Terranova, Rosario Livatino, il giudice ragazzino, e Giovanni Falcone, ucciso nel maggio di quell’anno.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il mio romanzo aveva già un titolo ben stabilito dal mio editore. Quindi partivo da una traccia. Cosa che non ho mai fatto nella mia vita di scrittore. Avere già impostato il titolo e lavorare con i capitoli intorno a quel titolo mi rendeva tutto complicato. Ebbene il romanzo, che ebbe più edizioni negli anni, si doveva intitolare: “L’ultima notte di un magistrato”. Così si intitolò.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Tante interviste lette, tanti articoli che tagliavano a fette la mia formazione: da Enzo Biagi (nella sua intervista con il boss dei boss) a Sciascia (quel cattivo o incompreso articolo di uno scrittore come Sciascia che scivolò nell’ideologia di pessimo gusto: “I professionisti dell’antimafia”, pubblicato sul “Corriere della Sera”, uno Sciascia che non condivisi e che tuttora mi lascia perplesso.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">In quel luglio di tanti anni fa scrivevo, dunque, un romanzo che doveva avere come filo conduttore la riflessione di un magistrato nella sua ultima notte. Il dibattito, intorno al tema dei rapporti tra politica e magistratura e politica e mafia, era molto pesante, soprattutto dopo la strage di Capaci. Anni lunghi, dicevo. Sì. E sono anni che ci separano dalla morte di Paolo Borsellino. Mio figlio aveva appena un anno e mia figlia soltanto nove. Con la mia Olivetti scrivevo pagine che poi cancellavo e riscrivevo. Mi dicevo: ci riuscirò prima o poi a dare un senso a Cecilio Lutri. Al personaggio del mio romanzo che doveva sintetizzare tanti percorsi e paesaggi umani.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Di Paolo Borsellino mi aveva parlato Giuseppe Tricoli, un docente universitario e un politico nel mondo del tradizionalismo di destra. Siciliano e conosciuto al Sindacato Libero Scrittori al quale era iscritto. Più volte ho incontrato Tricoli. Il 18 luglio del 1992 il mio libro era quasi a metà e cercavo di scriverlo come se fossero puntate da pubblicare su un quotidiano. Anzi, a dire il vero, nacque proprio così. Nacque, inizialmente, come idea di un lungo racconto da pubblicare nei mesi estivi su un quotidiano nazionale e doveva riempire un paginone settimanale. Mi trovavo in una villetta a Sibari, nel centro di quella che è stata la Magna Grecia. Mi trovavo nella mia terra, con il mio mare di fronte e il mio paese a pochi chilometri. Ma tutto il percorso di scrittura stentava.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Dopo tante e tante letture e appunti su quaderni dalla copertina nera le parole cominciavano a scivolare e tra un immaginario fatto di percezioni, una fantasia che colmava i vuoti numerosi nel legare la mia scrittura onirica ad un realismo, al quale dovevo attenermi, la realtà di quei giorni mi dava una visione e una conoscenza che ha inquadrato subito la storia. “L’ultima notte di un magistrato”. Ma avevo sempre davanti a me le immagini di Livatino e Falcone.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il 19 luglio fu fatale nella tragedia che stavamo già vivendo anche sul piano politico. La strage di Via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino segnavano il disfacimento di storie. In quel momento compresi subito che dovevo snodare i miei nodi poetici ed entrare nel quotidiano, nella tragedia del quotidiano.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Borsellino l’ho sempre sentito vicino. Con la sua formazione culturale, con la sua forza da cristiano, con il suo coraggio e la sua lealtà. La sua morte cambiò il registro che mi ero imposto nello scrivere il romanzo. Anche se si sottolinea che personaggi ed eventi e riferimenti sono puramente casuali il tempo di quei giorni è nella realtà delle parole incise come solchi nella coscienza.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Davanti a quelle immagini viste in televisione e con le pagine che stavo scrivendo il mio sentire venne completamente lacerato. L’orologio aveva ormai le lancette spezzate. Il mio libro non uscì subito perché avevo la necessità di ripensare e di viaggiare tra i luoghi della Sicilia. In quella Sicilia dei mercati e delle strade invase da auto parcheggiate a spina, come in via D’Amelio.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Sono stato più volte a Palermo. Comunque diedi le pagine al giornale ma come articolazione narrante dovevo vivere e rivivere sensazioni, emozioni, incastrare destini. Di Paolo Borsellino mi parlò qualche mese dopo, in più occasioni, Giuseppe Tricoli, il quale scrisse una lunghissima recensione al mio romanzo pubblicato in prima edizione nel 1993, come testo complessivo e completo, e poi successivamente arricchito di altri capitoli. Quella tragedia ferì il mio non impegno degli anni precedenti e forse cambiò anche la mia vita di scrittore e di uomo. Sono passati anni lunghi e la foto di Paolo Borsellino mi accompagna, le parole di Paolo mi inseguono, i dialoghi con Tricoli ancora si intrecciano tra i miei anni. La sua morte è l’offesa alla civiltà dell’uomo. La Sicilia, la geografia del pianto, le mafie, i poteri che fanno rabbia e strappano umanità, le notti che seguono i giorni, le cicche delle sigarette lasciate a metà e consumatesi lentamente sono in quel mio tempo. In quel tempo che conobbi Paolo.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Cosa raccogliere dopo anni? Ci sono stati giorni di impazzimento, di spazi mai colmati, di stanchezze ma l’insegnamento di Paolo è sempre vivo nel nostro essere e nel nostro quotidiano: avere coraggio sempre e mai arretrare, non temere il rischio quando la vita è oltre il rischio.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Tra i libri che Paolo amava leggere c’era la “Storia di Cristo e delle origini del cristianesimo” di Pietro Cristiano Drago. Sono ritornato sui passi del mio romanzo “L’ultima notte di un magistrato” (edito da Il Coscile) e vi ho ritrovato una profonda malinconia. Non rileggo mai i miei libri. Ma questa volta l’ho fatto. E quegli uomini dei quali ho cercato di tratteggiare un segno, oggi più di ieri, sono la testimonianza vera di una umanità travolta dal sangue, sono i testimoni di un coraggio che non tutti hanno avuto e hanno, sono la fede non solo in uno Stato astratto ma la fede nella vita.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">E Paolo Borsellino, cristiano aveva sempre come esempio, me ne parlava spesso Tricoli, ma anche lui stesso in quelle stanze del Sindacato in via IV Novembre, ma capivo profondamente Tricoli anche dai nostri incontri, (scomparso poi nel dicembre del 1995), la Croce e la Maddalena. In Borsellino c’è il tracciato della fede e dell’amore. Anni lunghi, dunque, nei quali ritrovo i segmenti di un pazientare e la forza di una rappresentazione in cui la volontà scava le rocce e il coraggio penetra gli animi.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Volontà e coraggio per Borsellino. In quei giorni, nel ricordo di quei giorni il mio camminare tra le parole è diventato possedere le parole. Non ho terminato il mio libro nella villetta di Sibari. Sono ritornato al mio paese dell’infanzia, nella grande casa della mia giovinezza che non dimentico, e lì ho cercato di fermare il silenzio e di dare voce alla tempesta che agitava la mia esistenza.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">In quel mio romanzo Paolo Borsellino non è una tregua e non è neppure la pausa del “se” questo è un uomo, ma la fede che fa dire a Robert Brasillach, conosciuto e amato da Borsellino, proprio per la sua formazione culturale “… di conservare le due sole virtù alle quali io credo: la fierezza e la speranza”. Brasillach ritornava spesso nel suo pensiero e lo si nota in un suo appunto come questo: “È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Sono simile alle parole doloranti di Tricoli che mi confessava nel dicembre del 1992 che in un suo diario aveva annotato delle riflessioni di Paolo che dicevano: “… la criminalità mafiosa… E sono ottimista perché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e non, hanno oggi una attenzione diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni fino ai quarant’anni. Quando questi saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e le mie generazioni ne abbiamo avuta”.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Ecco. Sono passati anni lunghi. Più antichi, più stanchi, più tristi? Ma la speranza è l’unica verità che potrà accompagnarci. Dal 19 luglio del 1992 altre generazioni hanno tagliato il tempo ma noi non siamo stati soltanto ad osservare. Dobbiamo continuare in una sfida quotidiana oltre il dolorante esodo. E Paolo che conosceva bene i valori e la dignità e le parole di Cristo ha depositato nei nostri cuori un testamento di lealtà e di amore nel coraggio di vincere sempre il male. “Non ho mai lasciato il mio impegno…” scriveva in una lettera ad un professoressa. L’impegno di essere uomini fino in fondo in una civiltà che ha bisogno di uomini veri.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Come tanti anni fa il giardino di casa ha le rose di luglio e i limoni hanno l’odore del Mediterraneo. I figli sono diventati adulti, i miei capelli sono brizzolati e quasi cadenti, il mio sguardo ha assenze tra il vento e la sabbia. Ho sfogliato appunti lasciati ai lati dei quaderni. Dopo la pubblicazione del mio romanzo sono stato chiamato in molte città e scuole a parlare di questo personaggio di nome Cecilio Lutri. Ho raccontato storie, ho inventato storie ma la forza di Borsellino è l’esempio che continua nella testimonianza di una vita. Una testimonianza che non si ferma. È diventata una immagine come testamento. La morte ci accompagna vivendo. Quella di Paolo è il testamento che si fa memoria e destino.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">In quell’estate la mia Micol aveva 9 anni. Il mio Virgilio soltanto un anno. Ho scritto quel mio libro, il più delle volte, scrivendo tenendo sulle gambe Virgilio e raccontando la storia del giudice ragazzino a Micol. Sono passati anni. Annilunghi. Era di luglio. In quel luglio anche la politica e lo Stato, già agonizzanti, sono morti.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Paolo era uno di noi! Era nato il 19 gennaio del 1940. Ci univa anche il mese di gennaio nel compleanno.</span></p>
<p>…..</p>
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<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106560 size-thumbnail alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_4277-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_4277-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_4277-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_4277-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Pierfranco </strong><strong>Bruni</strong> è nato in Calabria. Vive tra Roma e la Puglia.<br />
Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, presidente del Centro Studi “ Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.<br />
Nel 2024 Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.<br />
Incarichi in capo al  Ministero della Cultura</p>
<p>• presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>• presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>• segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.<br />
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse”, presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.<br />
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra linguaggio poetico e musica. Un tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Gaza, America e l’Occidente: il silenzio che uccide</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jun 2025 20:17:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Scenari]]></category>
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		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Mentre i bambini muoiono e le città diventano cenere, si muovono ombre, accordi segreti e complicità insospettabili. Cosa fa l’America? Dove guarda l’Europa? E le mafie… sono già lì. C’è&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p><p><em>Mentre i bambini muoiono e le città diventano cenere, si muovono ombre, accordi segreti e complicità insospettabili. Cosa fa l’America? Dove guarda l’Europa? E le mafie… sono già lì.</em></p>
<p>C’è un odore acre che si alza dalla Striscia di Gaza. Non è solo quello della polvere e della carne bruciata. È l’odore dell’indifferenza del mondo, della diplomazia che ha dimenticato l’umanità, delle alleanze scritte col sangue e mai con l’inchiostro. In questo teatro di guerra che non ha mai conosciuto pace, il ruolo degli Stati Uniti è centrale, eppure avvolto da un’ambiguità spessa come il fumo delle bombe che cadono su Rafah. Parlano di equilibrio, di diritto alla difesa, di necessità strategica. Ma a ogni dichiarazione pubblica, corrisponde un silenzio pesante nei corridoi dei servizi segreti, dove si muove una rete di interessi che con la giustizia e la pace ha ben poco a che fare. L’America ufficiale, quella dei comunicati stampa e delle visite diplomatiche, continua a sostenere Israele. Fornisce armi, tecnologie di sorveglianza, intelligence. Lo fa apertamente, invocando un’alleanza storica e il dovere di combattere il terrorismo. Ma l’America reale è più profonda e contorta. Nei suoi apparati di sicurezza, nella CIA, nel NSA, nei contractor privati che agiscono nelle zone grigie della geopolitica, si muove qualcosa che ha il volto della strategia e il cuore dell’avidità. Gaza non è solo un conflitto: è un laboratorio di controllo, una vetrina di nuove tecnologie militari, un’occasione per riposizionare poteri nell’area mediorientale dopo la ritirata afghana, il crollo siriano e l’ambiguità dell’accordo con l’Iran. Non c’è solo l’America. Ma c’è soprattutto lei. Perché è ancora l’unica nazione in grado di condizionare in modo massiccio il flusso degli eventi. Ogni veto, ogni “no” al Consiglio di Sicurezza ONU è una condanna a morte per centinaia di civili. Ogni fornitura di armamenti è un prolungamento del massacro. Ma c’è di più. Ci sono operazioni sotto traccia. Colloqui mai registrati tra vertici militari e aziende belliche. Compagnie americane che vendono strumenti di sorveglianza a Tel Aviv, mentre Washington si professa mediatrice di pace. Rapporti della CIA che indicano movimenti di cellule radicali dentro e fuori Gaza, ma che vengono usati per giustificare l’attacco totale, mai per costruire una via d’uscita politica.</p>
<p>E in tutto questo, l’Europa? Dove siamo noi? Dove sono le capitali europee che si professano custodi dei diritti umani? Berlino, Parigi, Roma, Bruxelles… tutte impegnate in un equilibrio ipocrita: parlare di “cessate il fuoco umanitario” mentre continuano a commerciare, a siglare intese economiche, a evitare sanzioni. L’Europa è assente, o peggio: complice. Troppo impaurita dall’antisemitismo per dire la verità, troppo legata a Israele per osare metterne in discussione le scelte militari, troppo distratta dai suoi confini interni per comprendere che una guerra come quella a Gaza riscrive l’equilibrio del mondo. L’Europa ha smarrito la sua voce. Parla con la lingua della burocrazia, non con quella del coraggio. E nel vuoto della politica si infilano altri attori, più pericolosi. Le mafie, ad esempio, sono già lì. Non nei talk show. Non nei commenti diplomatici. Ma nei porti, nelle forniture, nel traffico di armi e tecnologie. Si muovono sotto la superficie. I clan che controllano il traffico di droga e armi nel Mediterraneo vedono in Gaza una nuova opportunità: il caos. E nel caos, si fa affari. Ci sono già movimenti che collegano le coste del sud Italia, la Libia, il Sinai e poi Gaza. Scambi di armi con beni di prima necessità, contatti tra gruppi jihadisti e narcomafie. Non è un’ipotesi: è una realtà. Le mafie sono sempre là dove lo Stato si ritira, e oggi a Gaza ci sono solo milizie e interessi privati. I tunnel sotterranei non trasportano più solo armi per Hamas, ma anche tecnologia, denaro sporco, organi umani. Il mercato nero esplode quando esplodono le bombe. E chi ha il monopolio dell’illecito sa fiutare il momento. Intanto i bambini muoiono. Non solo sotto le macerie. Muoiono anche nelle menti. Muoiono nei sogni. Crescono nel rancore, nella sete di vendetta, nella disperazione. Sono la prossima generazione di combattenti, o la prossima generazione di morti. Ma in ogni caso, sono già segnati. Gaza è diventata il luogo più denso di dolore del nostro tempo. Ma anche il più dimenticato. Perché non conviene. Perché una verità troppo dolorosa ci costringerebbe a cambiare. L’America continua a giocare a fare il gendarme del mondo, ma è sempre più simile a un mercante d’armi. Non tutela la democrazia, la vende. Non difende i deboli, li seleziona. Gaza è lo specchio rovesciato del sogno americano: non più la terra della libertà, ma il rifugio delle contraddizioni. Ogni missile sganciato ha un codice, una provenienza, un committente. E troppo spesso quel committente parla inglese, sorride nei summit e firma contratti con mani insanguinate. Eppure, nessun tribunale internazionale sembra accorgersene. Perché la verità è scomoda. Perché smaschererebbe troppi alleati, troppi equilibri di potere. E allora si finge neutralità. Si invoca la “complessità della situazione”. Ma non c’è niente di complesso nel vedere bambini morire di fame, donne partorire tra le bombe, medici uccisi mentre salvano vite. Quella non è complessità. È barbarie. Nel silenzio, nei dossier secretati, nei cablogrammi cifrati, si sta giocando una partita che non riguarda solo Gaza. Riguarda l’intero assetto del Medio Oriente. L’asse tra Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita è più vivo che mai, alimentato da promesse economiche, pipeline del gas, controllo sui mercati energetici. L’Iran è lo spauracchio, il nemico da addomesticare. E Gaza è il pretesto. Come sempre, il popolo palestinese viene usato, non ascoltato. È merce di scambio. Viene evocato nei discorsi ma mai realmente difeso. E anche quando si invocano “due popoli, due Stati”, lo si fa con la stessa sincerità con cui si saluta un vecchio nemico: a denti stretti, senza guardarlo negli occhi. Il mondo, intanto, si ristruttura. Cina e Russia osservano, si muovono sullo scacchiere. Le milizie di Hezbollah nel nord, le trame di destabilizzazione nel Mar Rosso, i nuovi scenari africani: tutto si tiene. E gli Stati Uniti continuano a giocare su più tavoli, con l’illusione di poter controllare ogni mossa. Ma Gaza è l’emblema del limite. Il punto oltre il quale la potenza non è più controllo, ma solo distruzione. E se il mondo libero non saprà dirlo, allora non sarà più un mondo libero. L’Europa dovrebbe essere la voce della coscienza. Ma tace. Oppure balbetta. La Francia è troppo coinvolta nelle sue ex colonie africane. La Germania è imprigionata nel suo passato e nei suoi sensi di colpa. L’Italia osserva, commenta, si emoziona a intermittenza. Ma nessuno osa fermare davvero la macchina della morte. Nessuno impone condizioni per la pace. Nessuno taglia i fondi a chi bombarda ospedali. Nessuno chiama le cose con il loro nome. Si parla di “errori”. Ma qui non ci sono errori. C’è un disegno. E quel disegno è fatto di denaro, geopolitica, potere. Eppure, ci sarebbe un’altra strada. Quella dell’ascolto, della mediazione, della giustizia vera. Ma non si percorre. Perché non porta voti. Perché non muove capitali. Perché non conviene. E così restano solo i morti. Le case sventrate. I corpi senza nome. Le immagini che non arrivano nei TG. I messaggi che si perdono nei blackout. E in mezzo a tutto questo, si muovono le ombre. Le agenzie. Gli agenti. Le mafie. I trader di morte. Tutto ciò che vive e prospera nell’assenza di umanità.</p>
<p>Se oggi vogliamo dirci uomini e donne di pace, dobbiamo guardare Gaza non come un conflitto lontano, ma come il cuore pulsante della nostra ipocrisia. E se vogliamo davvero costruire un futuro, dobbiamo iniziare col dire la verità. Anche quando fa male. Anche quando svela che quelli che chiamavamo “alleati” sono, forse, i primi responsabili. Perché la pace non si costruisce con il silenzio. Si costruisce con il coraggio.</p>
<p>E oggi, il coraggio è tutto ciò che ci manca.</p>
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		<title>La lezione di Mario Francese: il giornalista d’inchiesta ucciso dalla mafia. Il ricordo a Palermo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Sole Stancampiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2025 15:03:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario francese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-premio-2025-a-cento-anni-nascita-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-premio-2025-a-cento-anni-nascita-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-premio-2025-a-cento-anni-nascita-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-premio-2025-a-cento-anni-nascita-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>A Palermo il Premio Mario e Giuseppe Francese. Al Teatro Politeama la Cerimonia del riconoscimento edizione speciale 2025, dedicata ai cento anni dalla nascita del cronista e al figlio scomparso&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/02/08/la-lezione-di-mario-francese-il-giornalista-dinchiesta-ucciso-dalla-mafia-il-ricordo-a-palermo/">La lezione di Mario Francese: il giornalista d’inchiesta ucciso dalla mafia. Il ricordo a Palermo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A Palermo il Premio Mario e Giuseppe Francese. Al Teatro Politeama la Cerimonia del riconoscimento edizione speciale 2025, dedicata ai cento anni dalla nascita del cronista e al figlio scomparso a soli 36 anni nel 2002 </em></p>
<p>di Maria Sole Stancampiano</p>
<p>“Guarda le carte e parla con la gente”. Si può sintetizzare con questa frase la lezione di giornalismo di Mario Francese, il cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia ucciso dalla mafia il 26 gennaio 1979, sotto casa sua in via Campania a Palermo.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83157" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-giornalista-ucciso-mafia--638x1024.jpg" sizes="(max-width: 638px) 100vw, 638px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-giornalista-ucciso-mafia--638x1024.jpg 638w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-giornalista-ucciso-mafia--187x300.jpg 187w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-giornalista-ucciso-mafia--768x1233.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-giornalista-ucciso-mafia-.jpg 869w" alt="" width="319" height="512" /><figcaption class="wp-element-caption">Mario Francese</figcaption></figure>
</div>
<p>Francese studiava tutti i documenti che riguardavano i casi di cui si occupava e verificava tutte le fonti. Inoltre aveva l’abitudine, un vero e proprio “sistema professionale”, di parlare con tutti. Interloquiva con gli umili e con i potenti, con politici, magistrati e mafiosi. Mario Francese frequentava i marciapiedi di quella “fabbrica <em>du pititto</em>,” ovvero “la fabbrica della fame” che sono i quartieri abitati dal sottoproletariato di Palermo. Aveva un approccio umano con la gente. Era un professionista serio, ma anche un uomo allegro. La sera, quando usciva dal giornale aveva l’abitudine di salutare i suoi colleghi sempre con la stessa frase: “Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83169" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-1024x729.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-1024x729.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-300x214.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-768x547.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-1536x1094.jpg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-2048x1458.jpg 2048w" alt="" width="541" height="385" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>La cerimonia del Premio al Teatro Politeama a Palermo </em></figcaption></figure>
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<p>A cento anni dalla nascita, avvenuta a Siracusa il 6 febbraio 1925, la figura di Mario Francese è stata ricordata al Teatro Politeama di Palermo, durante un’edizione speciale del premio intitolato a lui e al figlio Giuseppe.</p>
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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83179" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--998x1024.jpg" sizes="(max-width: 998px) 100vw, 998px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--998x1024.jpg 998w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--292x300.jpg 292w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--768x788.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--1497x1536.jpg 1497w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--1996x2048.jpg 1996w" alt="" width="537" height="551" /><figcaption class="wp-element-caption">Roberto La Galla Sindaco di Palermo</figcaption></figure>
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<p>Numerose le testimonianze nel teatro gremito di pubblico. C’era il figlio Giulio, giornalista anche lui, i fratelli e la famiglia, il sindaco di Palermo Roberto La Galla, vertici militari, magistrati, moltissimi studenti e tanti giornalisti a cominciare dal presidente dell’Ordine regionale.</p>
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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83159" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Salvo-Lo-Piparo-incontro-Mario-Francese--768x1024.jpg" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Salvo-Lo-Piparo-incontro-Mario-Francese--768x1024.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Salvo-Lo-Piparo-incontro-Mario-Francese--225x300.jpg 225w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Salvo-Lo-Piparo-incontro-Mario-Francese-.jpg 1086w" alt="" width="408" height="544" /><figcaption class="wp-element-caption">Salvo Piparo</figcaption></figure>
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<p>Tutti si sono alternati sul palco, assieme ad alcuni attori e <em>cuntastorie</em> come Salvo Piparo per delineare Mario Francese, uomo e giornalista che cominciò la carriera come telescriventista dell’Ansa. Poi, iniziò a scrivere per La Sicilia, quotidiano di Catania.</p>
<p>Nel 1958 venne assunto presso l’ufficio stampa dell’assessorato ai Lavori pubblici della Regione siciliana. Lo stesso anno si sposò con Maria Sagona, da cui ebbe quattro figli: Giulio, Fabio, Massimo e Giuseppe. Nel frattempo iniziò a collaborare con il Giornale di Sicilia, quotidiano di Palermo. Nel 1968 si licenziò dalla Regione per lavorare a tempo pieno al Giornale di Sicilia come cronista di giudiziaria.  Capì prima degli altri l’avvento dei corleonesi. Si occupò della strage di Ciaculli, dell’omicidio del colonnello Giuseppe Russo e fu l’unico a intervistare Antonietta Bagarella, moglie del capomafia Totò Riina.</p>
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<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83161" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/mario-francese-.jpg" sizes="(max-width: 396px) 100vw, 396px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/mario-francese-.jpg 396w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/mario-francese--280x300.jpg 280w" alt="" width="338" height="363" /><figcaption class="wp-element-caption">Mario Francese</figcaption></figure>
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<p>Dalle sue inchieste ancora oggi emerge un’analisi accurata dell’organizzazione mafiosa, delle famiglie e dei capi, specie di quella corleonese all’epoca “vincente”, quella parte di mafia legata a Luciano Liggio e Totò Riina. Capì con grande anticipo il giro di affari e di malaffare legato alla progettazione e alla costruzione della diga Garcia, un’opera “faraonica”. Com’era suo costume, Mario Francese si mise a indagare, annotare e scrivere. Fu il primo a rivelare l’ascesa dei corleonesi e a chiamare “commissione” il vertice della cupola mafiosa. Francese pagò con la vita, ad appena 54 anni, il suo coraggio e il suo fiuto di cronista.</p>
<p>Le motivazioni della condanna nella sentenza d’appello furono: “Il movente dell’omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un’approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni ’70”.</p>
<p>Durante la cerimonia del premio Francese è stata ricordata anche la figura del figlio più piccolo Giuseppe, il quale aveva 12 anni nel 1979, quando vide il corpo del padre crivellato dal piombo mafioso.</p>
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<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83164" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/giuseppe-francese-figlio-di-Mario-Francese-giornal.jpg" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/giuseppe-francese-figlio-di-Mario-Francese-giornal.jpg 586w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/giuseppe-francese-figlio-di-Mario-Francese-giornal-270x300.jpg 270w" alt="" width="388" height="431" /><figcaption class="wp-element-caption">Giuseppe Francese</figcaption></figure>
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<p>Giuseppe Francese perseguì per tutta la sua breve vita la ricerca della verità sul delitto. Si tolse la vita nella notte tra il 2 e il 3 settembre 2002, nella sua abitazione a Bagheria.</p>
<p><strong>A vincere l’edizione 2025 per il giornalismo sono stati: </strong>Salvo Palazzolo, cronista di giudiziaria di La Repubblica, oggi sotto scorta per aver subito minacce mafiose, ed ex aequo due figure emergenti del giornalismo d’inchiesta come la napoletana Luciana Esposito e il siciliano Filippo Passantino. Luciana Esposito è una freelance, fondatrice e direttrice di Napolitan.it e autrice del libro di racconti “Nell’inferno della camorra di Ponticelli-Napolitan”. Filippo Passantino è giornalista per AgenSir, ed è impegnato con il progetto editoriale e sociale de Il Mediterraneo 24. Questa edizione del Premio Mario e Giuseppe Francese è stato presentato dalle giornaliste Rai-Sicilia, Lidia Tilotta e Tiziana Martorana.</p>
<p>Sono otto, infine, le scuole approdate alla selezione finale riguardante la sezione del Premio riservata agli elaborati degli istituti scolastici. Sono l’Itc Carlo Alberto Dalla Chiesa di Partinico, l’istituto San Francesco di Sales-Don Bosco di Catania, l’istituto tecnico Vittorio Emanuele III di Palermo, il liceo scientifico Galileo Galilei di Palermo, il liceo classico e musicale Empedocle di Agrigento, il liceo Tommaso Gargallo di Siracusa, il liceo scientifico Lorenzo Mascheroni d Bergamo, il liceo scientifico Lussana di Bergamo. Formidabile il tifo dei ragazzi in platea e sui palchi del Teatro Politeama. Ad aggiudicarsi il premio Francese 2025 per le scuole sono stati gli studenti dell’istituto tecnico Vittorio Emanuele III di Palermo. Un riconoscimento è stato assegnato anche al liceo scientifico Galileo Galilei di Palermo.</p>
<p>L’edizione 2025 del Premio Mario e Giuseppe Francese è stato organizzato con la collaborazione dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, del Comune di Palermo, del Giornale di Sicilia, dell’Associazione Uomini del Colorado e con il patrocinio del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti.</p>
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<p>@riptoduzione riservata</p>
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