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	<title>mafia Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Morto Nitto Santapaola, storico capo di Cosa Nostra catanese protagonista della stagione stragista e delle guerre di mafia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 09:23:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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		<category><![CDATA[Nitto Santapaola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="659" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-300x168.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-1024x572.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-768x429.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-1170x654.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/03/IMG_2741-585x327.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>Dai salotti d&#8217;élite come snodo centrale di un modello organizzativo capace di coniugare controllo militare del territorio e penetrazione nei circuiti economico-finanziari, alla lunga latitanza tra Catania e la fascia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dai salotti d&#8217;élite come snodo centrale di un modello organizzativo capace di coniugare controllo militare del territorio e penetrazione nei circuiti economico-finanziari, alla lunga latitanza tra Catania e la fascia tirrenica messinese all’arresto del 1993, dai rapporti con i corleonesi alle condanne per le stragi di Capaci e via D’Amelio: si chiude a 87 anni la parabola criminale di Benedetto &#8220;Nitto&#8221; Santapaola, detenuto al 41-bis nel Carcere di Opera, figura centrale di Cosa Nostra e riferimento storico del clan Santapaola-Ercolano</em></p>
<p>È morto il 2 marzo 2026, a 87 anni, Benedetto “<strong>Nitto” Santapaola</strong>, storico capo della mafia etnea e figura apicale di <strong>Cosa Nostra</strong>durante la stagione più sanguinaria dello scontro tra mafia e Stato. Era detenuto al <strong>41-bis</strong>nel Carcere di Opera e negli ultimi giorni era stato trasferito nel reparto detentivo dell’Ospedale San Paolo per l’aggravarsi delle condizioni cliniche. La magistratura ha disposto gli accertamenti sanitari previsti in questi casi.<br />
Nato a Catania il 4 giugno 1938 e cresciuto nel quartiere di <strong>San Cristoforo</strong>, Santapaola iniziò la propria ascesa criminale negli anni Sessanta, consolidando progressivamente la propria influenza nella famiglia mafiosa catanese. Dopo l’uccisione del boss <strong>Giuseppe Calderone</strong> nel 1978, assunse la guida del gruppo stringendo un’alleanza strategica con i corleonesi guidati da <strong>Totò Riina,</strong> inserendo Catania nel nuovo asse dominante di Cosa Nostra durante la seconda guerra di mafia.</p>
<p><strong>Negli anni Ottanta il clan Santapaola-Ercolano</strong>consolidò un controllo capillare sul territorio etneo, con un radicamento documentato nei traffici di stupefacenti, nelle estorsioni, nel condizionamento degli appalti pubblici e nell’infiltrazione in settori strategici dell’economia locale.<br />
<strong>La sua latitanza iniziò nei primi anni Ottanta</strong> e si protrasse per undici anni, durante i quali riuscì a sottrarsi a numerosi blitz e operazioni di polizia. <strong>Venne arrestato il 18 maggio 1993 a Catania</strong>, in un appartamento dove si nascondeva sotto falsa identità, al termine di un’intensa attività investigativa coordinata dalla <strong>Direzione Distrettuale Antimafia</strong>.</p>
<p>La cattura avvenne <strong>pochi mesi dopo l’arresto di Riina</strong> e rappresentò un passaggio decisivo nella strategia di smantellamento dei vertici storici di Cosa Nostra. Le immagini dell’arresto e il trasferimento in carcere segnarono simbolicamente la fine della lunga invisibilità del boss etneo.<br />
<strong>Nel corso della latitanza,</strong> secondo ricostruzioni investigative e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, <strong>Santapaola</strong> avrebbe trovato <strong>rifugio anche nell’area tirrenica della provincia di Messina</strong>, in particolare nella zona di <strong>Portorosa</strong>, complesso turistico situato nel territorio di Furnari, a ridosso di Falcone. <strong>L’area</strong>, insieme al vicino centro di <strong>Barcellona Pozzo di Gotto</strong>, è stata più volte indicata dagli inquirenti come <strong>territorio strategico </strong>per gli <strong>equilibri mafiosi</strong>della f<strong>ascia tirrenica messinese.</strong> Le indagini hanno evidenziato nel tempo rapporti e sinergie tra esponenti riconducibili al clan Santapaola-Ercolano e gruppi criminali operanti nell’area barcellonese, delineando un sistema di alleanze e interessi comuni che avrebbe garantito protezione logistica e coperture durante la latitanza del boss.<br />
Negli anni successivi Santapaola è stato condannato a diversi ergastoli per associazione mafiosa, <strong>omicidi</strong> e <strong>stragi</strong>. Le sentenze definitive lo hanno riconosciuto tra i vertici coinvolti nella strategia che <strong>portò alle stragi del 1992,</strong> tra cui la <strong>Strage di Capaci</strong>, in cui furono assassinati il giudice <strong>Giovanni Falcone,</strong> <strong>Francesca Morvillo</strong> e tre agenti della scorta, e la <strong>Strage di via D’Amelio,</strong> in cui perse la vita il magistrato <strong>Paolo Borsellino </strong>insieme ai cinque agenti della scorta. Il suo nome compare inoltre in numerosi procedimenti legati a omicidi eccellenti e a fatti di sangue che hanno segnato la storia criminale della Sicilia orientale.</p>
<p><strong>Prima dell’arresto, </strong>avvenuto nel 1993 dopo un periodo di latitanza, <strong>Santapaola</strong> <strong>conduceva una vita</strong> che gli inquirenti hanno descritto come apparentemente “normale” e perfino <strong>mondana</strong>. <strong>Frequentava ambienti imprenditoriali e salotti cittadini</strong>, curava relazioni con professionisti e uomini d’affari, e si muoveva in contesti che contribuivano ad alimentarne l’immagine di imprenditore di successo più che di capo mafioso. Questa dimensione pubblica, fatta di presenze in locali e incontri riservati, si intrecciava con una fitta rete di protezioni e complicità.<br />
<strong>Proprio su questo intreccio tra potere mafioso ed élite economica</strong> si era concentrata l’inchiesta giornalistica di <strong>Giuseppe “Pippo” Fava</strong>, che dalle pagine del mensile<strong> I Siciliani</strong> denunciò l’esistenza dei cosiddetti “<strong>cavalieri del lavoro</strong>” catanesi — grandi imprenditori insigniti di onorificenze ufficiali ma, secondo le sue ricostruzioni, contigui agli interessi di Cosa Nostra.</p>
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<figure class="alignright size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-104040" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--779x1024.jpg" sizes="(max-width: 779px) 100vw, 779px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--779x1024.jpg 779w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--228x300.jpg 228w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava--768x1009.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/I-siciliani-giornale-di-Pippo-fava-.jpg 1080w" alt="" width="779" height="1024" /></figure>
</div>
<p><strong>Fava indicava in Santapaola </strong>il perno di un sistema di <strong>relazioni che saldava mafia, politica e finanza.</strong> Il <strong>giornalista</strong>venne <strong>assassinato il 5 gennaio 1984 a Catania; </strong>per quell’omicidio la <strong>magistratura ha individuato in Santapaola il mandante</strong>, nell’ambito delle responsabilità attribuite alla mafia catanese.</p>
<p>Sul piano familiare, la moglie di Nitto Santapaola era <b>Carmela Grazia Minniti</b>, assassinata nel 1995 a San Gregorio di Catania. La sua morte segnò un evento eclatante nella storia della mafia catanese, poiché violava le regole non scritte secondo cui donne e bambini non dovevano essere colpiti. Grazia Minniti non era direttamente coinvolta nelle attività criminali del marito, ma la sua posizione di moglie del capo clan la rese un obiettivo nelle faide interne. Ha condiviso con lui gli anni precedenti e i due successivi alla cattura, segnati da processi e detenzione al regime di 41 bis. La vicenda ha avuto risonanza anche nei processi e negli articoli di cronaca che documentano le dinamiche interne a Cosa Nostra a Catania.</p>
<p>I <strong>figli</strong> sono stati oggetto di attenzione investigativa nel corso degli anni, in particolare per presunti tentativi di mantenere rapporti e interessi economici collegati al contesto familiare, pur in assenza di condanne definitive equiparabili a quelle del padre. <strong>La dimensione familiare</strong> ha rappresentato <strong>per il boss un elemento centrale</strong> di protezione e continuità, come spesso accade nelle strutture mafiose tradizionali.<br />
Un ruolo rilevante <strong>nella galassia criminale</strong>collegata al clan è stato attribuito al fratello Aldo <strong>Santapaola, </strong>ritenuto dagli inquirenti uno dei referenti del gruppo in fasi diverse della sua evoluzione. Le inchieste degli ultimi anni hanno inoltre evidenziato l’influenza di soggetti legati al nucleo familiare allargato, compresi nipoti e parenti, in <strong>attività criminali operanti tra Catania e la provincia di Messina.</strong> In particolare, alcune operazioni antimafia hanno documentato l’esistenza di <strong>articolazioni territoriali collegate al clan Santapaola-Ercolano</strong> con interessi anche nell’area messinese, confermando la capacità di proiezione interprovinciale dell’organizzazione e la storica rilevanza strategica della <strong>fascia tirrenica tra Falcone e Barcellona Pozzo di Gotto</strong>.</p>
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<figure class="alignright size-full is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-97878" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/11/sebastiano-ardita-magistrato-sostituto-procurato-a-catania.jpg" alt="" width="275" height="183" /></figure>
</div>
<p><strong>Su questa zona grigia tra mafia e colletti bianchi</strong> si è soffermato anche il <strong>magistrato antimafia </strong>catanese <strong>Sebastiano Ardita</strong>,sostituto procuratore  presso la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA)  della Procura della Repubblica  del Tribunale  di Catania, autore di numerosi saggi, fra i quali  <strong>Catania bene</strong> e <strong>Cosa Nostra S.p.A..</strong></p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" class="wp-image-104037" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-656x1024.jpg" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-656x1024.jpg 656w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-192x300.jpg 192w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-768x1198.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita-985x1536.jpg 985w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Cosa-Nostra-SPA-di-Sebastiano-Ardita.jpg 1000w" alt="" width="656" height="1024" data-id="104037" /></figure>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-104038" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Catania-Bene-libro-Sebastiano-Ardita--777x1024.jpg" sizes="(max-width: 777px) 100vw, 777px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Catania-Bene-libro-Sebastiano-Ardita--777x1024.jpg 777w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Catania-Bene-libro-Sebastiano-Ardita--228x300.jpg 228w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Catania-Bene-libro-Sebastiano-Ardita--768x1013.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Catania-Bene-libro-Sebastiano-Ardita-.jpg 1077w" alt="" width="777" height="1024" data-id="104038" /></figure>
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<p>Nei suoi lavori <strong>Ardita ricostruisce il sistema di relazioni </strong>che per anni avrebbe <strong>consentito alla mafia catanese di consolidare il proprio potere </strong>attraverso il sostegno e la complicità di segmenti dell’imprenditoria e delle professioni. In particolare, viene analizzato <strong>il ruolo del clan Santapaola come snodo centrale di un modello organizzativo</strong> capace di coniugare <strong>controllo militare</strong> del territorio e <strong>penetrazione nei circuiti economico-finanziari,</strong> evidenziando come la forza dell’organizzazione non risiedesse soltanto nella violenza, ma nella capacità di intrecciare affari, politica e istituzioni.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-104045" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--770x1024.jpg" sizes="(max-width: 770px) 100vw, 770px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--770x1024.jpg 770w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--226x300.jpg 226w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola--768x1021.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/03/Nitto-Santapaola-.jpg 963w" alt="" width="770" height="1024" /></figure>
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<p>La <strong>morte di Santapaola</strong>segna la scomparsa di uno degli <strong>ultimi protagonisti diretti della stagione stragista</strong> e di una fase in cui <strong>Cosa Nostra scelse lo scontro frontale con lo Stato.</strong> La sua parabola criminale attraversa oltre mezzo secolo di storia mafiosa, dalla fase delle guerre interne alla strategia delle bombe, fino alla successiva riorganizzazione orientata verso una minore esposizione mediatica e una maggiore attenzione agli interessi economico-finanziari. La vicenda personale del boss si conclude oggi, mentre resta aperta <strong>l’analisi storica e giudiziaria </strong>su un sistema di potere che <strong>ha inciso </strong>profondamente <strong>sulla Sicilia orientale e sull’intero Paese.</strong>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Mafia, sbarco e compromessi: la guerra sporca che nessuno vuole ricordare</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2025/07/17/mafia-sbarco-e-compromessi-la-guerra-sporca-che-nessuno-vuole-ricordare/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=mafia-sbarco-e-compromessi-la-guerra-sporca-che-nessuno-vuole-ricordare</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Reina]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2025 15:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Sbarco alleati]]></category>
		<category><![CDATA[seconda guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>&#8220;Per combattere il male peggiore, ci si affidò a quello minore. Il problema è che, dopo, il male minore restò. E cominciò a comandare.&#8221; di Massimo Reina, per Giornalisti Senza&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/07/17/mafia-sbarco-e-compromessi-la-guerra-sporca-che-nessuno-vuole-ricordare/">Mafia, sbarco e compromessi: la guerra sporca che nessuno vuole ricordare</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009.jpeg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_0009-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>&#8220;Per combattere il male peggiore, ci si affidò a quello minore. Il problema è che, dopo, il male minore restò. E cominciò a comandare.&#8221;</em></p>
<p>di <strong>Massimo Reina</strong>, per <em>Giornalisti Senza Frontiere</em></p>
<p>C’è una storia che non troverete nei libri di testo scolastici. Una storia che <strong>non nega la Liberazione</strong>, non disonora i soldati alleati, né i partigiani, né i cittadini italiani che hanno pagato con la vita. Ma una storia che – se davvero siamo una democrazia matura – va raccontata. Anche se sporca. Anche se fa male.<br />
È la storia dell’<strong>Operazione Underworld</strong>, della <strong>collaborazione tra governo USA e mafia americana</strong> durante la Seconda Guerra Mondiale, e della sua evoluzione.<br />
Una collaborazione non scritta che, col tempo, <strong>si allargò anche all’Italia</strong>. In particolare <strong>alla Sicilia</strong>, diventata pedina strategica durante l’Operazione Husky, il famoso sbarco angloamericano del 1943 dove Cosa Nostra non aiutò gli Alleati ad approdare sulle spiagge dell’isola,  ma fornì appoggi locali utili per stabilizzare e “pacificare” l’isola dopo la caduta del regime.<br />
<strong>Luciano, il patriota. O forse no.</strong><br />
Il protagonista ha un nome da gangster hollywoodiano: <strong>Lucky Luciano</strong>. Il re di Cosa Nostra newyorkese, boss della famiglia Genovese,all’epoca in galera per sfruttamento della prostituzione. Ma anche uno che – <strong>secondo fonti ufficiali dell’OSS</strong>, l’Office of Strategic Services (antenato della CIA) – <strong>poteva garantire l’ordine nei porti americani</strong>, dove il governo temeva sabotaggi dai simpatizzanti nazisti o da qualche temerario U-boot.<br />
In tal senso, la <strong>U.S. Navy</strong>, allarmata dopo l’incendio della nave Normandie nel porto di New York nel febbraio del 1942 – avvenuto probabilmente per negligenza durante i lavori di conversione a imbarcazione da guerra, ma scambiato per un atto doloso – chiese aiuto ad <strong>Albert Anastasia</strong> e Meyer Lansky,  che si fecero quindi intermediari tra mafia e governo (U.S. National Archives – Navy Records – Office of Naval Intelligence (ONI) reports)). I vertici della Marina ottennero così che <strong>Joseph “Socks” Lanza</strong>, legato a <strong>Lucky Luciano</strong>, <strong>usasse la sua influenza sul sindacato dei pescatori e dei portuali</strong>.<br />
<strong>Tim Newark</strong>, nel suo documentatissimo <em>“Mafia Allies: The True Story of America’s Secret Alliance with the Mob in World War II”</em> (2010), spiega che fu proprio grazie a <strong>Charles “Lucky” Luciano</strong> se <strong>i moli di New York e i lavoratori portuali rimasero “tranquilli” e collaborativi</strong>. In cambio, Luciano ottenne <strong>la scarcerazione anticipata</strong> e, soprattutto, <strong>l’esilio in Italia</strong> nel 1946. Patria d’origine. E paradiso mafioso.<br />
<strong>Sicilia, la chiave. E il patto col diavolo.</strong><br />
Secondo lo <strong>storico Salvatore Lupo</strong>, uno dei massimi esperti di storia della mafia, <strong>non ci fu mai un “patto scritto” tra OSS e mafia siciliana</strong>. Ma esistono <strong>numerose evidenze che dimostrano una convergenza di interessi</strong>.<br />
Lo stesso Newark spiega che, quando l’Operazione Husky fu lanciata (10 luglio 1943), gli alleati avevano bisogno di tre cose: <strong>strade sicure, popolazione non ostile, canali di informazione sul territorio. </strong>Chi meglio della mafia locale poteva offrirli, <strong>conosceva i percorsi di montagna, i sentieri, i capi villaggio e i “silenzi” giusti da pagare</strong>?<br />
<strong>Calogero Vizzini</strong>, boss di Villalba e amico di fiducia di Lucky Luciano, noto anche come “don Calò”, <strong>fu messo a capo della polizia locale</strong> nel dopoguerra dagli stessi americani. Lo irportano documenti d’epoca e perfino <strong>John Dickie</strong> nel su “<em>Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana”</em>. Come se Al Capone fosse stato nominato sindaco di Chicago. <strong>Giuseppe Genco Russo</strong>, altro uomo di fiducia del potente boss della famiglia Genovese, divenne sindaco di Mussomeli.<br />
Il <strong>rapporto segreto dell’OSS</strong> (Office of Strategic Services), desecretato negli anni ’70 e riportato in parte nel volume <em>“The Mafia and the Allies”</em> di Charles H. Brower, parla chiaro: <strong>“Don Calò fu utile nel garantire la stabilità a Villalba e nel mantenere l’ordine”</strong>. Documenti relativi all’amministrazione alleata in Sicilia (AMGOT) e alla riorganizzazione dei municipi siciliani nel ’43–’44 confermano che diversi mafiosi furono nominati sindaci o incaricati nei Comitati di Liberazione.<br />
Ma fu utile solo quello? O fu anche un <strong>uomo di fiducia per assicurarsi che l’occupazione fosse digerita dalla popolazione locale</strong>, stremata da bombardamenti e miseria?<br />
<strong>Il silenzio degli innocenti</strong><br />
Nessuno lo dice mai, ma <strong>l’occupazione alleata non fu un pic-nic per tutti</strong>. I rapporti dell’epoca – compresi alcuni cablogrammi interni dell’Allied Military Government of Occupied Territories (AMGOT) – <strong>parlano di saccheggi, stupri, esecuzioni sommarie, violenze</strong>. Non ovunque, certo. Ma abbastanza da <strong>alimentare rabbia, sfiducia, e nostalgia per il regime appena crollato</strong>. In molti paesi siciliani, la mafia fu <strong>la chiave per “sedare” questa rabbia</strong>, per gestire la fame, i bisogni, la paura.<br />
Come scrive lo storico <strong>Alfio Caruso</strong> in <em>“Arrivano i nostri”</em> (Longanesi, 2003), l’alleanza con la mafia <strong>fu una scorciatoia</strong>, usata dagli americani anche per “evitare problemi inutili in un territorio sconosciuto e ostile”. Il risultato? La mafia, <strong>che il regime fascista aveva in parte ridotto con l’opera repressiva di Mori</strong>, tornò più forte, più protetta, e – soprattutto – <strong>più legittimata</strong>.<br />
Diciamolo chiaro: <strong>nessuno vuole negare la gratitudine per chi ci ha liberati dal nazifascismo</strong>. Ma tra liberatori e santi c’è di mezzo l’oceano. Letteralmente. <strong>Gli eserciti agiscono per strategia, non per sentimentalismo.</strong> E quando la strategia prevede il controllo di un territorio in fretta e senza opposizione, <strong>il fine giustifica i mezzi</strong>. Anche quando i mezzi si chiamano <strong>Luciano, Russo, o “don Calò”</strong>.</p>
<p><em><strong>POSTILLA FINALE: </strong>Chi scrive </em><strong><em>non mette in discussione la Liberazione</em></strong><em>, né disonora la memoria dei soldati alleati, dei partigiani, degli italiani che hanno perso la vita </em><strong><em>per la libertà</em></strong><em>. Questo articolo </em><strong><em>non è contro di loro</em></strong><em>. È contro </em><strong><em>le scorciatoie, le complicità, le ipocrisie</em></strong><em>.</em><br />
<em>Perché la verità, come la libertà, </em><strong><em>non si negozia</em></strong><em>.</em><br />
Nemmeno <strong>con una lupara</strong>.</p>
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		<title>Paolo Borsellino era uno di noi. Era il 1992. Quanti ricordi!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 19:22:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/Untitled-design-4.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/Untitled-design-4.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/Untitled-design-4-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Affiorano ricordi che sono ormai entrati nella memoria. Sono quei ricordi che mi costringono a pensare, a ripensare, a ripercorrere i silenzi che hanno accompagnato passaggi di vita. Era uno&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: left;">Affiorano ricordi che sono ormai entrati nella memoria. Sono quei ricordi che mi costringono a pensare, a ripensare, a ripercorrere i silenzi che hanno accompagnato passaggi di vita. Era uno di noi. PAOLO BORSELLINO. Tradizionalista e cattolico. 19 luglio 1992, era di domenica. Sono trascorsi anni lunghi. La storia non fa mai sconti e le voci del destino sono, a volte, voci urlate in un deserto la cui sabbia è uno strappo di vento.</p>
<p style="padding-left: 120px;">Pierfranco Bruni</p>
</blockquote>
<p class="p2"><span class="s1"><br />
Ci sono ricordi antichi e condivisioni che non si dimenticano. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Se “&#8230;la paura è umana&#8221;, bisogna<span class="Apple-converted-space">  </span>&#8220;combatterla con il coraggio” disse Paolo Borsellino. Grande uomo. Grande magistrato. Sono passati anni. Era di maggio di un anno che tutti ricordano.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Strage di via D’Amelio. Palermo. Tragedia. Paolo Borsellino e tutta la scorta. Dopo Falcone, 23 maggio, e il dramma nella morte di esistenze tra salti di auto e schegge di vite il tempo si fermò sino al 19 luglio.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Era uno di noi. PAOLO BORSELLINO. Tradizionalista e cattolico. 19 luglio 1992, era di domenica. Sono trascorsi anni lunghi. La storia non fa mai sconti e le voci del destino sono, a volte, voci urlate in un deserto la cui sabbia è uno strappo di vento. Affiorano ricordi che sono ormai entrati nella memoria. Sono quei ricordi che mi costringono a pensare, a ripensare, a ripercorrere i silenzi che hanno accompagnato passaggi di vita.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Ho incontrato Paolo Borsellino al Sindacato Libero Scrittori. Era uno di noi. Molto amico di Francesco Grisi, di Giuseppe Tricoli, storico rappresentante della Fuan e più volte deputato regionale eletto nel MSI, di Tommaso Romano. Paolo è cresciuto in questo mondo. Un gruppo nella destra storica, tradizionalista e cattolica. Paolo aveva avuto radici nel movimento sociale italiano, quello di Giorgio Almirante e di Romualdi.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Diceva dopo la morte di Falcone: “Non sono né un eroe né un Kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento… Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno.”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Era l’estate del 1992. Tra ritagli di articoli, mucchi di libri, pagine strappate mi imponevo di scrivere un romanzo saggio, ma più tomanzgeromanze che saggio, su un personaggio meta-invenzione di nome Cecilio Lutri. Un magistrato che cercava di ricostruire tutto il suo viaggio riassumendolo in una notte. Nelle ore brevi della notte. Di una sola notte. L’ultima. Una vita.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Perché in una notte? Perché era convinto che all’indomani sarebbe stato ucciso. E tra le vite e le storie che rimbalzavano nel mio immaginario c’erano tre nomi che non mi abbandonavano: Cesare Terranova, Rosario Livatino, il giudice ragazzino, e Giovanni Falcone, ucciso nel maggio di quell’anno.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il mio romanzo aveva già un titolo ben stabilito dal mio editore. Quindi partivo da una traccia. Cosa che non ho mai fatto nella mia vita di scrittore. Avere già impostato il titolo e lavorare con i capitoli intorno a quel titolo mi rendeva tutto complicato. Ebbene il romanzo, che ebbe più edizioni negli anni, si doveva intitolare: “L’ultima notte di un magistrato”. Così si intitolò.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Tante interviste lette, tanti articoli che tagliavano a fette la mia formazione: da Enzo Biagi (nella sua intervista con il boss dei boss) a Sciascia (quel cattivo o incompreso articolo di uno scrittore come Sciascia che scivolò nell’ideologia di pessimo gusto: “I professionisti dell’antimafia”, pubblicato sul “Corriere della Sera”, uno Sciascia che non condivisi e che tuttora mi lascia perplesso.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">In quel luglio di tanti anni fa scrivevo, dunque, un romanzo che doveva avere come filo conduttore la riflessione di un magistrato nella sua ultima notte. Il dibattito, intorno al tema dei rapporti tra politica e magistratura e politica e mafia, era molto pesante, soprattutto dopo la strage di Capaci. Anni lunghi, dicevo. Sì. E sono anni che ci separano dalla morte di Paolo Borsellino. Mio figlio aveva appena un anno e mia figlia soltanto nove. Con la mia Olivetti scrivevo pagine che poi cancellavo e riscrivevo. Mi dicevo: ci riuscirò prima o poi a dare un senso a Cecilio Lutri. Al personaggio del mio romanzo che doveva sintetizzare tanti percorsi e paesaggi umani.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Di Paolo Borsellino mi aveva parlato Giuseppe Tricoli, un docente universitario e un politico nel mondo del tradizionalismo di destra. Siciliano e conosciuto al Sindacato Libero Scrittori al quale era iscritto. Più volte ho incontrato Tricoli. Il 18 luglio del 1992 il mio libro era quasi a metà e cercavo di scriverlo come se fossero puntate da pubblicare su un quotidiano. Anzi, a dire il vero, nacque proprio così. Nacque, inizialmente, come idea di un lungo racconto da pubblicare nei mesi estivi su un quotidiano nazionale e doveva riempire un paginone settimanale. Mi trovavo in una villetta a Sibari, nel centro di quella che è stata la Magna Grecia. Mi trovavo nella mia terra, con il mio mare di fronte e il mio paese a pochi chilometri. Ma tutto il percorso di scrittura stentava.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Dopo tante e tante letture e appunti su quaderni dalla copertina nera le parole cominciavano a scivolare e tra un immaginario fatto di percezioni, una fantasia che colmava i vuoti numerosi nel legare la mia scrittura onirica ad un realismo, al quale dovevo attenermi, la realtà di quei giorni mi dava una visione e una conoscenza che ha inquadrato subito la storia. “L’ultima notte di un magistrato”. Ma avevo sempre davanti a me le immagini di Livatino e Falcone.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il 19 luglio fu fatale nella tragedia che stavamo già vivendo anche sul piano politico. La strage di Via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino segnavano il disfacimento di storie. In quel momento compresi subito che dovevo snodare i miei nodi poetici ed entrare nel quotidiano, nella tragedia del quotidiano.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Borsellino l’ho sempre sentito vicino. Con la sua formazione culturale, con la sua forza da cristiano, con il suo coraggio e la sua lealtà. La sua morte cambiò il registro che mi ero imposto nello scrivere il romanzo. Anche se si sottolinea che personaggi ed eventi e riferimenti sono puramente casuali il tempo di quei giorni è nella realtà delle parole incise come solchi nella coscienza.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Davanti a quelle immagini viste in televisione e con le pagine che stavo scrivendo il mio sentire venne completamente lacerato. L’orologio aveva ormai le lancette spezzate. Il mio libro non uscì subito perché avevo la necessità di ripensare e di viaggiare tra i luoghi della Sicilia. In quella Sicilia dei mercati e delle strade invase da auto parcheggiate a spina, come in via D’Amelio.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Sono stato più volte a Palermo. Comunque diedi le pagine al giornale ma come articolazione narrante dovevo vivere e rivivere sensazioni, emozioni, incastrare destini. Di Paolo Borsellino mi parlò qualche mese dopo, in più occasioni, Giuseppe Tricoli, il quale scrisse una lunghissima recensione al mio romanzo pubblicato in prima edizione nel 1993, come testo complessivo e completo, e poi successivamente arricchito di altri capitoli. Quella tragedia ferì il mio non impegno degli anni precedenti e forse cambiò anche la mia vita di scrittore e di uomo. Sono passati anni lunghi e la foto di Paolo Borsellino mi accompagna, le parole di Paolo mi inseguono, i dialoghi con Tricoli ancora si intrecciano tra i miei anni. La sua morte è l’offesa alla civiltà dell’uomo. La Sicilia, la geografia del pianto, le mafie, i poteri che fanno rabbia e strappano umanità, le notti che seguono i giorni, le cicche delle sigarette lasciate a metà e consumatesi lentamente sono in quel mio tempo. In quel tempo che conobbi Paolo.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Cosa raccogliere dopo anni? Ci sono stati giorni di impazzimento, di spazi mai colmati, di stanchezze ma l’insegnamento di Paolo è sempre vivo nel nostro essere e nel nostro quotidiano: avere coraggio sempre e mai arretrare, non temere il rischio quando la vita è oltre il rischio.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Tra i libri che Paolo amava leggere c’era la “Storia di Cristo e delle origini del cristianesimo” di Pietro Cristiano Drago. Sono ritornato sui passi del mio romanzo “L’ultima notte di un magistrato” (edito da Il Coscile) e vi ho ritrovato una profonda malinconia. Non rileggo mai i miei libri. Ma questa volta l’ho fatto. E quegli uomini dei quali ho cercato di tratteggiare un segno, oggi più di ieri, sono la testimonianza vera di una umanità travolta dal sangue, sono i testimoni di un coraggio che non tutti hanno avuto e hanno, sono la fede non solo in uno Stato astratto ma la fede nella vita.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">E Paolo Borsellino, cristiano aveva sempre come esempio, me ne parlava spesso Tricoli, ma anche lui stesso in quelle stanze del Sindacato in via IV Novembre, ma capivo profondamente Tricoli anche dai nostri incontri, (scomparso poi nel dicembre del 1995), la Croce e la Maddalena. In Borsellino c’è il tracciato della fede e dell’amore. Anni lunghi, dunque, nei quali ritrovo i segmenti di un pazientare e la forza di una rappresentazione in cui la volontà scava le rocce e il coraggio penetra gli animi.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Volontà e coraggio per Borsellino. In quei giorni, nel ricordo di quei giorni il mio camminare tra le parole è diventato possedere le parole. Non ho terminato il mio libro nella villetta di Sibari. Sono ritornato al mio paese dell’infanzia, nella grande casa della mia giovinezza che non dimentico, e lì ho cercato di fermare il silenzio e di dare voce alla tempesta che agitava la mia esistenza.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">In quel mio romanzo Paolo Borsellino non è una tregua e non è neppure la pausa del “se” questo è un uomo, ma la fede che fa dire a Robert Brasillach, conosciuto e amato da Borsellino, proprio per la sua formazione culturale “… di conservare le due sole virtù alle quali io credo: la fierezza e la speranza”. Brasillach ritornava spesso nel suo pensiero e lo si nota in un suo appunto come questo: “È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Sono simile alle parole doloranti di Tricoli che mi confessava nel dicembre del 1992 che in un suo diario aveva annotato delle riflessioni di Paolo che dicevano: “… la criminalità mafiosa… E sono ottimista perché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e non, hanno oggi una attenzione diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni fino ai quarant’anni. Quando questi saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e le mie generazioni ne abbiamo avuta”.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Ecco. Sono passati anni lunghi. Più antichi, più stanchi, più tristi? Ma la speranza è l’unica verità che potrà accompagnarci. Dal 19 luglio del 1992 altre generazioni hanno tagliato il tempo ma noi non siamo stati soltanto ad osservare. Dobbiamo continuare in una sfida quotidiana oltre il dolorante esodo. E Paolo che conosceva bene i valori e la dignità e le parole di Cristo ha depositato nei nostri cuori un testamento di lealtà e di amore nel coraggio di vincere sempre il male. “Non ho mai lasciato il mio impegno…” scriveva in una lettera ad un professoressa. L’impegno di essere uomini fino in fondo in una civiltà che ha bisogno di uomini veri.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Come tanti anni fa il giardino di casa ha le rose di luglio e i limoni hanno l’odore del Mediterraneo. I figli sono diventati adulti, i miei capelli sono brizzolati e quasi cadenti, il mio sguardo ha assenze tra il vento e la sabbia. Ho sfogliato appunti lasciati ai lati dei quaderni. Dopo la pubblicazione del mio romanzo sono stato chiamato in molte città e scuole a parlare di questo personaggio di nome Cecilio Lutri. Ho raccontato storie, ho inventato storie ma la forza di Borsellino è l’esempio che continua nella testimonianza di una vita. Una testimonianza che non si ferma. È diventata una immagine come testamento. La morte ci accompagna vivendo. Quella di Paolo è il testamento che si fa memoria e destino.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">In quell’estate la mia Micol aveva 9 anni. Il mio Virgilio soltanto un anno. Ho scritto quel mio libro, il più delle volte, scrivendo tenendo sulle gambe Virgilio e raccontando la storia del giudice ragazzino a Micol. Sono passati anni. Annilunghi. Era di luglio. In quel luglio anche la politica e lo Stato, già agonizzanti, sono morti.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Paolo era uno di noi! Era nato il 19 gennaio del 1940. Ci univa anche il mese di gennaio nel compleanno.</span></p>
<p>…..</p>
<div class="wp-block-image"></div>
<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-106560 size-thumbnail alignright" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_4277-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_4277-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_4277-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/07/IMG_4277-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Pierfranco </strong><strong>Bruni</strong> è nato in Calabria. Vive tra Roma e la Puglia.<br />
Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, presidente del Centro Studi “ Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.<br />
Nel 2024 Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.<br />
Incarichi in capo al  Ministero della Cultura</p>
<p>• presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;</p>
<p>• presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;</p>
<p>• segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.<br />
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse”, presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.</p>
<p>Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.<br />
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra linguaggio poetico e musica. Un tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.</p>
<p>@<strong>Riproduzione riservata</strong></p>
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		<title>Gaza, America e l’Occidente: il silenzio che uccide</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jun 2025 20:17:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/06/30CBF0D5-0F93-4770-981E-06B409E5EAAC-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Mentre i bambini muoiono e le città diventano cenere, si muovono ombre, accordi segreti e complicità insospettabili. Cosa fa l’America? Dove guarda l’Europa? E le mafie… sono già lì. C’è&#8230;</p>
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<p>C’è un odore acre che si alza dalla Striscia di Gaza. Non è solo quello della polvere e della carne bruciata. È l’odore dell’indifferenza del mondo, della diplomazia che ha dimenticato l’umanità, delle alleanze scritte col sangue e mai con l’inchiostro. In questo teatro di guerra che non ha mai conosciuto pace, il ruolo degli Stati Uniti è centrale, eppure avvolto da un’ambiguità spessa come il fumo delle bombe che cadono su Rafah. Parlano di equilibrio, di diritto alla difesa, di necessità strategica. Ma a ogni dichiarazione pubblica, corrisponde un silenzio pesante nei corridoi dei servizi segreti, dove si muove una rete di interessi che con la giustizia e la pace ha ben poco a che fare. L’America ufficiale, quella dei comunicati stampa e delle visite diplomatiche, continua a sostenere Israele. Fornisce armi, tecnologie di sorveglianza, intelligence. Lo fa apertamente, invocando un’alleanza storica e il dovere di combattere il terrorismo. Ma l’America reale è più profonda e contorta. Nei suoi apparati di sicurezza, nella CIA, nel NSA, nei contractor privati che agiscono nelle zone grigie della geopolitica, si muove qualcosa che ha il volto della strategia e il cuore dell’avidità. Gaza non è solo un conflitto: è un laboratorio di controllo, una vetrina di nuove tecnologie militari, un’occasione per riposizionare poteri nell’area mediorientale dopo la ritirata afghana, il crollo siriano e l’ambiguità dell’accordo con l’Iran. Non c’è solo l’America. Ma c’è soprattutto lei. Perché è ancora l’unica nazione in grado di condizionare in modo massiccio il flusso degli eventi. Ogni veto, ogni “no” al Consiglio di Sicurezza ONU è una condanna a morte per centinaia di civili. Ogni fornitura di armamenti è un prolungamento del massacro. Ma c’è di più. Ci sono operazioni sotto traccia. Colloqui mai registrati tra vertici militari e aziende belliche. Compagnie americane che vendono strumenti di sorveglianza a Tel Aviv, mentre Washington si professa mediatrice di pace. Rapporti della CIA che indicano movimenti di cellule radicali dentro e fuori Gaza, ma che vengono usati per giustificare l’attacco totale, mai per costruire una via d’uscita politica.</p>
<p>E in tutto questo, l’Europa? Dove siamo noi? Dove sono le capitali europee che si professano custodi dei diritti umani? Berlino, Parigi, Roma, Bruxelles… tutte impegnate in un equilibrio ipocrita: parlare di “cessate il fuoco umanitario” mentre continuano a commerciare, a siglare intese economiche, a evitare sanzioni. L’Europa è assente, o peggio: complice. Troppo impaurita dall’antisemitismo per dire la verità, troppo legata a Israele per osare metterne in discussione le scelte militari, troppo distratta dai suoi confini interni per comprendere che una guerra come quella a Gaza riscrive l’equilibrio del mondo. L’Europa ha smarrito la sua voce. Parla con la lingua della burocrazia, non con quella del coraggio. E nel vuoto della politica si infilano altri attori, più pericolosi. Le mafie, ad esempio, sono già lì. Non nei talk show. Non nei commenti diplomatici. Ma nei porti, nelle forniture, nel traffico di armi e tecnologie. Si muovono sotto la superficie. I clan che controllano il traffico di droga e armi nel Mediterraneo vedono in Gaza una nuova opportunità: il caos. E nel caos, si fa affari. Ci sono già movimenti che collegano le coste del sud Italia, la Libia, il Sinai e poi Gaza. Scambi di armi con beni di prima necessità, contatti tra gruppi jihadisti e narcomafie. Non è un’ipotesi: è una realtà. Le mafie sono sempre là dove lo Stato si ritira, e oggi a Gaza ci sono solo milizie e interessi privati. I tunnel sotterranei non trasportano più solo armi per Hamas, ma anche tecnologia, denaro sporco, organi umani. Il mercato nero esplode quando esplodono le bombe. E chi ha il monopolio dell’illecito sa fiutare il momento. Intanto i bambini muoiono. Non solo sotto le macerie. Muoiono anche nelle menti. Muoiono nei sogni. Crescono nel rancore, nella sete di vendetta, nella disperazione. Sono la prossima generazione di combattenti, o la prossima generazione di morti. Ma in ogni caso, sono già segnati. Gaza è diventata il luogo più denso di dolore del nostro tempo. Ma anche il più dimenticato. Perché non conviene. Perché una verità troppo dolorosa ci costringerebbe a cambiare. L’America continua a giocare a fare il gendarme del mondo, ma è sempre più simile a un mercante d’armi. Non tutela la democrazia, la vende. Non difende i deboli, li seleziona. Gaza è lo specchio rovesciato del sogno americano: non più la terra della libertà, ma il rifugio delle contraddizioni. Ogni missile sganciato ha un codice, una provenienza, un committente. E troppo spesso quel committente parla inglese, sorride nei summit e firma contratti con mani insanguinate. Eppure, nessun tribunale internazionale sembra accorgersene. Perché la verità è scomoda. Perché smaschererebbe troppi alleati, troppi equilibri di potere. E allora si finge neutralità. Si invoca la “complessità della situazione”. Ma non c’è niente di complesso nel vedere bambini morire di fame, donne partorire tra le bombe, medici uccisi mentre salvano vite. Quella non è complessità. È barbarie. Nel silenzio, nei dossier secretati, nei cablogrammi cifrati, si sta giocando una partita che non riguarda solo Gaza. Riguarda l’intero assetto del Medio Oriente. L’asse tra Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita è più vivo che mai, alimentato da promesse economiche, pipeline del gas, controllo sui mercati energetici. L’Iran è lo spauracchio, il nemico da addomesticare. E Gaza è il pretesto. Come sempre, il popolo palestinese viene usato, non ascoltato. È merce di scambio. Viene evocato nei discorsi ma mai realmente difeso. E anche quando si invocano “due popoli, due Stati”, lo si fa con la stessa sincerità con cui si saluta un vecchio nemico: a denti stretti, senza guardarlo negli occhi. Il mondo, intanto, si ristruttura. Cina e Russia osservano, si muovono sullo scacchiere. Le milizie di Hezbollah nel nord, le trame di destabilizzazione nel Mar Rosso, i nuovi scenari africani: tutto si tiene. E gli Stati Uniti continuano a giocare su più tavoli, con l’illusione di poter controllare ogni mossa. Ma Gaza è l’emblema del limite. Il punto oltre il quale la potenza non è più controllo, ma solo distruzione. E se il mondo libero non saprà dirlo, allora non sarà più un mondo libero. L’Europa dovrebbe essere la voce della coscienza. Ma tace. Oppure balbetta. La Francia è troppo coinvolta nelle sue ex colonie africane. La Germania è imprigionata nel suo passato e nei suoi sensi di colpa. L’Italia osserva, commenta, si emoziona a intermittenza. Ma nessuno osa fermare davvero la macchina della morte. Nessuno impone condizioni per la pace. Nessuno taglia i fondi a chi bombarda ospedali. Nessuno chiama le cose con il loro nome. Si parla di “errori”. Ma qui non ci sono errori. C’è un disegno. E quel disegno è fatto di denaro, geopolitica, potere. Eppure, ci sarebbe un’altra strada. Quella dell’ascolto, della mediazione, della giustizia vera. Ma non si percorre. Perché non porta voti. Perché non muove capitali. Perché non conviene. E così restano solo i morti. Le case sventrate. I corpi senza nome. Le immagini che non arrivano nei TG. I messaggi che si perdono nei blackout. E in mezzo a tutto questo, si muovono le ombre. Le agenzie. Gli agenti. Le mafie. I trader di morte. Tutto ciò che vive e prospera nell’assenza di umanità.</p>
<p>Se oggi vogliamo dirci uomini e donne di pace, dobbiamo guardare Gaza non come un conflitto lontano, ma come il cuore pulsante della nostra ipocrisia. E se vogliamo davvero costruire un futuro, dobbiamo iniziare col dire la verità. Anche quando fa male. Anche quando svela che quelli che chiamavamo “alleati” sono, forse, i primi responsabili. Perché la pace non si costruisce con il silenzio. Si costruisce con il coraggio.</p>
<p>E oggi, il coraggio è tutto ciò che ci manca.</p>
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		<title>La lezione di Mario Francese: il giornalista d’inchiesta ucciso dalla mafia. Il ricordo a Palermo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Sole Stancampiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2025 15:03:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-premio-2025-a-cento-anni-nascita-678x381-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-premio-2025-a-cento-anni-nascita-678x381-1.jpg 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-premio-2025-a-cento-anni-nascita-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-premio-2025-a-cento-anni-nascita-678x381-1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>A Palermo il Premio Mario e Giuseppe Francese. Al Teatro Politeama la Cerimonia del riconoscimento edizione speciale 2025, dedicata ai cento anni dalla nascita del cronista e al figlio scomparso&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2025/02/08/la-lezione-di-mario-francese-il-giornalista-dinchiesta-ucciso-dalla-mafia-il-ricordo-a-palermo/">La lezione di Mario Francese: il giornalista d’inchiesta ucciso dalla mafia. Il ricordo a Palermo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A Palermo il Premio Mario e Giuseppe Francese. Al Teatro Politeama la Cerimonia del riconoscimento edizione speciale 2025, dedicata ai cento anni dalla nascita del cronista e al figlio scomparso a soli 36 anni nel 2002 </em></p>
<p>di Maria Sole Stancampiano</p>
<p>“Guarda le carte e parla con la gente”. Si può sintetizzare con questa frase la lezione di giornalismo di Mario Francese, il cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia ucciso dalla mafia il 26 gennaio 1979, sotto casa sua in via Campania a Palermo.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83157" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-giornalista-ucciso-mafia--638x1024.jpg" sizes="(max-width: 638px) 100vw, 638px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-giornalista-ucciso-mafia--638x1024.jpg 638w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-giornalista-ucciso-mafia--187x300.jpg 187w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-giornalista-ucciso-mafia--768x1233.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Mario-Francese-giornalista-ucciso-mafia-.jpg 869w" alt="" width="319" height="512" /><figcaption class="wp-element-caption">Mario Francese</figcaption></figure>
</div>
<p>Francese studiava tutti i documenti che riguardavano i casi di cui si occupava e verificava tutte le fonti. Inoltre aveva l’abitudine, un vero e proprio “sistema professionale”, di parlare con tutti. Interloquiva con gli umili e con i potenti, con politici, magistrati e mafiosi. Mario Francese frequentava i marciapiedi di quella “fabbrica <em>du pititto</em>,” ovvero “la fabbrica della fame” che sono i quartieri abitati dal sottoproletariato di Palermo. Aveva un approccio umano con la gente. Era un professionista serio, ma anche un uomo allegro. La sera, quando usciva dal giornale aveva l’abitudine di salutare i suoi colleghi sempre con la stessa frase: “Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83169" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-1024x729.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-1024x729.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-300x214.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-768x547.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-1536x1094.jpg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Teatro-2048x1458.jpg 2048w" alt="" width="541" height="385" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>La cerimonia del Premio al Teatro Politeama a Palermo </em></figcaption></figure>
</div>
<p>A cento anni dalla nascita, avvenuta a Siracusa il 6 febbraio 1925, la figura di Mario Francese è stata ricordata al Teatro Politeama di Palermo, durante un’edizione speciale del premio intitolato a lui e al figlio Giuseppe.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83179" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--998x1024.jpg" sizes="(max-width: 998px) 100vw, 998px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--998x1024.jpg 998w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--292x300.jpg 292w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--768x788.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--1497x1536.jpg 1497w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Roberto-Lagalla-incontro-Mario-Francese--1996x2048.jpg 1996w" alt="" width="537" height="551" /><figcaption class="wp-element-caption">Roberto La Galla Sindaco di Palermo</figcaption></figure>
</div>
<p>Numerose le testimonianze nel teatro gremito di pubblico. C’era il figlio Giulio, giornalista anche lui, i fratelli e la famiglia, il sindaco di Palermo Roberto La Galla, vertici militari, magistrati, moltissimi studenti e tanti giornalisti a cominciare dal presidente dell’Ordine regionale.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83159" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Salvo-Lo-Piparo-incontro-Mario-Francese--768x1024.jpg" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Salvo-Lo-Piparo-incontro-Mario-Francese--768x1024.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Salvo-Lo-Piparo-incontro-Mario-Francese--225x300.jpg 225w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/Salvo-Lo-Piparo-incontro-Mario-Francese-.jpg 1086w" alt="" width="408" height="544" /><figcaption class="wp-element-caption">Salvo Piparo</figcaption></figure>
</div>
<p>Tutti si sono alternati sul palco, assieme ad alcuni attori e <em>cuntastorie</em> come Salvo Piparo per delineare Mario Francese, uomo e giornalista che cominciò la carriera come telescriventista dell’Ansa. Poi, iniziò a scrivere per La Sicilia, quotidiano di Catania.</p>
<p>Nel 1958 venne assunto presso l’ufficio stampa dell’assessorato ai Lavori pubblici della Regione siciliana. Lo stesso anno si sposò con Maria Sagona, da cui ebbe quattro figli: Giulio, Fabio, Massimo e Giuseppe. Nel frattempo iniziò a collaborare con il Giornale di Sicilia, quotidiano di Palermo. Nel 1968 si licenziò dalla Regione per lavorare a tempo pieno al Giornale di Sicilia come cronista di giudiziaria.  Capì prima degli altri l’avvento dei corleonesi. Si occupò della strage di Ciaculli, dell’omicidio del colonnello Giuseppe Russo e fu l’unico a intervistare Antonietta Bagarella, moglie del capomafia Totò Riina.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83161" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/mario-francese-.jpg" sizes="(max-width: 396px) 100vw, 396px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/mario-francese-.jpg 396w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/mario-francese--280x300.jpg 280w" alt="" width="338" height="363" /><figcaption class="wp-element-caption">Mario Francese</figcaption></figure>
</div>
<p>Dalle sue inchieste ancora oggi emerge un’analisi accurata dell’organizzazione mafiosa, delle famiglie e dei capi, specie di quella corleonese all’epoca “vincente”, quella parte di mafia legata a Luciano Liggio e Totò Riina. Capì con grande anticipo il giro di affari e di malaffare legato alla progettazione e alla costruzione della diga Garcia, un’opera “faraonica”. Com’era suo costume, Mario Francese si mise a indagare, annotare e scrivere. Fu il primo a rivelare l’ascesa dei corleonesi e a chiamare “commissione” il vertice della cupola mafiosa. Francese pagò con la vita, ad appena 54 anni, il suo coraggio e il suo fiuto di cronista.</p>
<p>Le motivazioni della condanna nella sentenza d’appello furono: “Il movente dell’omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un’approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni ’70”.</p>
<p>Durante la cerimonia del premio Francese è stata ricordata anche la figura del figlio più piccolo Giuseppe, il quale aveva 12 anni nel 1979, quando vide il corpo del padre crivellato dal piombo mafioso.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-83164" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/giuseppe-francese-figlio-di-Mario-Francese-giornal.jpg" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/giuseppe-francese-figlio-di-Mario-Francese-giornal.jpg 586w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/02/giuseppe-francese-figlio-di-Mario-Francese-giornal-270x300.jpg 270w" alt="" width="388" height="431" /><figcaption class="wp-element-caption">Giuseppe Francese</figcaption></figure>
</div>
<p>Giuseppe Francese perseguì per tutta la sua breve vita la ricerca della verità sul delitto. Si tolse la vita nella notte tra il 2 e il 3 settembre 2002, nella sua abitazione a Bagheria.</p>
<p><strong>A vincere l’edizione 2025 per il giornalismo sono stati: </strong>Salvo Palazzolo, cronista di giudiziaria di La Repubblica, oggi sotto scorta per aver subito minacce mafiose, ed ex aequo due figure emergenti del giornalismo d’inchiesta come la napoletana Luciana Esposito e il siciliano Filippo Passantino. Luciana Esposito è una freelance, fondatrice e direttrice di Napolitan.it e autrice del libro di racconti “Nell’inferno della camorra di Ponticelli-Napolitan”. Filippo Passantino è giornalista per AgenSir, ed è impegnato con il progetto editoriale e sociale de Il Mediterraneo 24. Questa edizione del Premio Mario e Giuseppe Francese è stato presentato dalle giornaliste Rai-Sicilia, Lidia Tilotta e Tiziana Martorana.</p>
<p>Sono otto, infine, le scuole approdate alla selezione finale riguardante la sezione del Premio riservata agli elaborati degli istituti scolastici. Sono l’Itc Carlo Alberto Dalla Chiesa di Partinico, l’istituto San Francesco di Sales-Don Bosco di Catania, l’istituto tecnico Vittorio Emanuele III di Palermo, il liceo scientifico Galileo Galilei di Palermo, il liceo classico e musicale Empedocle di Agrigento, il liceo Tommaso Gargallo di Siracusa, il liceo scientifico Lorenzo Mascheroni d Bergamo, il liceo scientifico Lussana di Bergamo. Formidabile il tifo dei ragazzi in platea e sui palchi del Teatro Politeama. Ad aggiudicarsi il premio Francese 2025 per le scuole sono stati gli studenti dell’istituto tecnico Vittorio Emanuele III di Palermo. Un riconoscimento è stato assegnato anche al liceo scientifico Galileo Galilei di Palermo.</p>
<p>L’edizione 2025 del Premio Mario e Giuseppe Francese è stato organizzato con la collaborazione dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, del Comune di Palermo, del Giornale di Sicilia, dell’Associazione Uomini del Colorado e con il patrocinio del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti.</p>
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<p>@riptoduzione riservata</p>
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		<title>Le Infiltrazioni delle Mafie nella Politica Italiana ed Europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Oct 2024 07:51:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1039" height="596" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253.jpeg 1039w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253-300x172.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253-1024x587.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253-768x441.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253-585x336.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1039px) 100vw, 1039px" /></p>
<p>Negli ultimi vent’anni, le mafie italiane hanno dimostrato una straordinaria capacità di infiltrarsi non solo nel tessuto sociale ed economico del Paese, ma anche nelle istituzioni politiche. Questo fenomeno, che&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1039" height="596" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253.jpeg 1039w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253-300x172.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253-1024x587.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253-768x441.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_4253-585x336.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1039px) 100vw, 1039px" /></p><p>Negli ultimi vent’anni, le mafie italiane hanno dimostrato una straordinaria capacità di infiltrarsi non solo nel tessuto sociale ed economico del Paese, ma anche nelle istituzioni politiche. Questo fenomeno, che inizialmente sembrava concentrato a livello locale, ha progressivamente raggiunto le più alte sfere della politica nazionale ed europea. Il problema delle infiltrazioni mafiose nella politica non riguarda soltanto l’Italia, ma sta emergendo anche in vari Paesi europei, dove le organizzazioni criminali italiane come la ’Ndrangheta, Cosa Nostra e la Camorra hanno esteso la loro rete di influenze.</p>
<p>In questo articolo d’inchiesta, esamineremo come le mafie sono riuscite a penetrare la politica a livello italiano ed europeo, citando casi concreti e indagini in corso, svelando le dinamiche con cui queste organizzazioni operano per ottenere controllo, potere e risorse.</p>
<p>Il Modus Operandi delle Mafie nelle Istituzioni</p>
<p>Le organizzazioni criminali italiane, in particolare la ’Ndrangheta, hanno affinato tecniche sempre più sofisticate per infiltrarsi nel mondo politico, spesso sfruttando la corruzione, la clientela e l’intimidazione. Il principale obiettivo delle mafie è quello di accaparrarsi appalti pubblici, ottenere finanziamenti per opere infrastrutturali o per settori strategici come la sanità, l’ambiente e i rifiuti. Questo permette alle organizzazioni di lavare denaro sporco e consolidare il proprio potere economico e sociale.</p>
<p>Uno degli strumenti principali di infiltrazione è il voto di scambio, un fenomeno che in alcune regioni italiane è così radicato da condizionare pesantemente i risultati elettorali. La mafia, in cambio di voti, garantisce protezione e favori economici ai candidati politici, che una volta eletti restituiscono il favore, assegnando appalti o agevolando determinate imprese legate alla criminalità organizzata. Questo tipo di accordi è stato documentato in diverse regioni italiane, soprattutto al Sud, ma anche in altre aree del Paese.</p>
<p>Casi Esemplari: Le Infiltrazioni in Italia</p>
<p>Un caso particolarmente noto di infiltrazioni mafiose nella politica italiana è quello di Marcello Dell’Utri, ex senatore e co-fondatore di Forza Italia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri è stato accusato di aver fatto da tramite tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra negli anni ’90, garantendo appoggi e voti in cambio di protezione e vantaggi economici. Questo caso ha dimostrato come le mafie fossero in grado di stringere rapporti diretti con la politica nazionale, condizionando scelte politiche ed economiche su vasta scala.</p>
<p>Anche in Calabria, roccaforte della ‘Ndrangheta, la penetrazione politica è radicata. L’operazione “Rinascita-Scott”, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri nel 2019, ha rivelato un vasto sistema di collusione tra la politica e la ‘Ndrangheta. L’inchiesta ha portato all’arresto di oltre 330 persone, tra cui politici, funzionari pubblici, avvocati e imprenditori. La rete di relazioni emersa ha dimostrato come la ’Ndrangheta fosse in grado di infiltrarsi nelle amministrazioni locali e regionali, controllando appalti pubblici, finanziamenti e nomine politiche.</p>
<p>Un altro caso emblematico è quello del sindaco di Reggio Calabria, Domenico Lucano, coinvolto nell’inchiesta “Xenia” sul sistema di accoglienza dei migranti. Sebbene Lucano sia stato condannato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, gli investigatori hanno rivelato come la ‘Ndrangheta abbia tentato di influenzare le politiche di gestione dei migranti, considerato un settore estremamente redditizio, per accaparrarsi fondi pubblici destinati all’accoglienza.</p>
<p>Le Infiltrazioni delle Mafie in Europa: La ‘Ndrangheta e la Camorra all’Estero</p>
<p>Il fenomeno delle infiltrazioni mafiose non si limita ai confini italiani. Negli ultimi anni, la ‘Ndrangheta, considerata la mafia più potente e ricca d’Europa, ha esteso la sua influenza in diversi Paesi dell’Unione Europea. L’organizzazione è particolarmente attiva in Germania, Belgio e Paesi Bassi, dove gestisce attività legate al traffico di droga e al riciclaggio di denaro. La ’Ndrangheta ha stabilito contatti con politici e funzionari locali, utilizzando società di copertura per infiltrarsi nei settori immobiliari, turistici e della ristorazione.</p>
<p>In Germania, un caso emblematico è quello dell’operazione “Stige”, che nel 2018 ha portato all’arresto di oltre 170 affiliati alla ‘Ndrangheta tra Italia e Germania. L’inchiesta ha rivelato come l’organizzazione criminale fosse riuscita a penetrare il tessuto economico e politico locale, ottenendo il controllo di attività commerciali e influenzando amministrazioni comunali.</p>
<p>Anche la Camorra ha esteso la sua influenza fuori dai confini italiani. Nel 2017, l’inchiesta “Lavasciuga” ha svelato come il clan dei Casalesi avesse stabilito basi operative nei Paesi Bassi per gestire il traffico internazionale di rifiuti e droga. La collaborazione tra politici locali e la criminalità organizzata campana ha permesso alla Camorra di infiltrarsi nel settore dello smaltimento dei rifiuti in diversi Paesi europei, sfruttando le normative ambientali poco stringenti e le falle nei sistemi di controllo.</p>
<p>Indagini in Corso: La Reazione dello Stato e dell’UE</p>
<p>Negli ultimi anni, l’Italia ha intensificato le operazioni per contrastare le infiltrazioni mafiose nelle istituzioni. Le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA) stanno portando avanti inchieste su vasta scala, coordinate a livello europeo attraverso Eurojust e Europol, con l’obiettivo di smantellare le reti criminali transnazionali.</p>
<p>Una delle inchieste più importanti in corso è “Rinascita-Scott”, che ha rivelato la portata del potere della ’Ndrangheta, non solo in Calabria ma anche a livello nazionale e internazionale. L’inchiesta ha coinvolto personalità politiche di primo piano, imprenditori e professionisti, dimostrando quanto sia diffuso il fenomeno delle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni italiane.</p>
<p>A livello europeo, il Parlamento dell’Unione Europea ha recentemente istituito la Commissione speciale sulle infiltrazioni mafiose e la criminalità organizzata (CRIM), che ha il compito di monitorare e contrastare l’espansione delle mafie all’interno dell’Unione. La commissione ha segnalato la necessità di una maggiore collaborazione tra gli Stati membri per contrastare il riciclaggio di denaro e il traffico illecito gestiti dalle organizzazioni criminali italiane.</p>
<p>Conclusioni: La Politica come Strumento di Potere per le Mafie</p>
<p>L’infiltrazione delle mafie nella politica, sia a livello nazionale che europeo, rappresenta una minaccia alla democrazia e allo stato di diritto. Le indagini in corso rivelano come le organizzazioni criminali siano in grado di penetrare le istituzioni e influenzare le decisioni politiche attraverso corruzione, voto di scambio e collusione. Le mafie non si limitano più al controllo di attività illecite tradizionali come il traffico di droga o di armi, ma hanno esteso il loro raggio d’azione alle istituzioni pubbliche, sfruttando i finanziamenti pubblici e gli appalti come principali fonti di arricchimento.</p>
<p>La lotta contro queste infiltrazioni richiede uno sforzo congiunto da parte delle istituzioni italiane ed europee, oltre a un impegno costante da parte della magistratura e delle forze dell’ordine. Solo con una maggiore trasparenza nei processi politici e una rigorosa applicazione delle leggi antimafia si potrà limitare l’influenza delle organizzazioni criminali sulle istituzioni democratiche.</p>
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		<title>Palermo, 31 anni dopo Padre Puglisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Sep 2024 21:24:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento]]></category>
		<category><![CDATA[Lotta alla mafia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[padre Puglisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="225" height="225" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3983.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3983.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/09/IMG_3983-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p>Il silenzio, la resistenza e il cambiamento che non arriva Sono trascorsi 31 anni dall’assassinio di Padre Pino Puglisi, il sacerdote che sfidò la mafia a Brancaccio, uno dei quartieri&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il silenzio, la resistenza e il cambiamento che non arriva</em></p>
<p>Sono trascorsi 31 anni dall’assassinio di Padre Pino Puglisi, il sacerdote che sfidò la mafia a Brancaccio, uno dei quartieri più difficili di Palermo. Era il 15 settembre 1993 quando la mafia lo uccise davanti alla sua casa parrocchiale, un gesto che rimane uno dei simboli più tragici della resistenza contro Cosa Nostra. Oggi, guardando a quei fatti con oltre tre decenni di prospettiva, Palermo continua a combattere con i fantasmi del passato, ma anche con le contraddizioni del presente.</p>
<p>Padre Puglisi e la sfida alla mafia</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-74470" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/09/2Unknown.jpeg" alt="" width="275" height="183" /></figure>
</div>
<p>Padre Puglisi non era un uomo di potere né un politico. Era un prete di strada, che aveva fatto della sua missione quella di dare speranza ai giovani di Brancaccio. In un quartiere dominato dalla criminalità organizzata, si era messo di traverso, sottraendo alla mafia una delle sue risorse più preziose: i ragazzi. Attraverso la chiesa e le attività educative, Puglisi insegnava ai giovani che c’era un’alternativa alla vita di criminalità, che era possibile scegliere il bene anche in un ambiente di miseria.</p>
<p>La sua uccisione fu un segnale chiaro. La mafia lo considerava pericoloso non perché avesse un potere economico o politico, ma perché sfidava il sistema di controllo psicologico e sociale che Cosa Nostra aveva costruito attorno ai giovani. La sua morte non fu solo un atto di violenza fisica, ma un tentativo di spegnere la speranza.</p>
<p>Il cambiamento mancato</p>
<p>Oggi, Palermo si presenta come una città con un piede nel futuro e uno incastrato in un passato che sembra difficile da superare. Il ricordo di Padre Puglisi è vivo: strade e piazze portano il suo nome, le commemorazioni si susseguono ogni anno e la sua figura è stata beatificata dalla Chiesa cattolica. Ma al di là della memoria e dei simboli, cosa è cambiato veramente?</p>
<p>Brancaccio, come molti altri quartieri della città, rimane una zona di grande disagio sociale. La criminalità organizzata è meno visibile di un tempo, ma la mafia si è adattata, spostandosi verso settori più sofisticati come l’economia legale e l’infiltrazione negli appalti pubblici. I clan continuano a esercitare il loro potere, in modo più subdolo ma altrettanto efficace. Il controllo sociale non passa più solo attraverso la violenza diretta, ma attraverso meccanismi economici e politici, che rimangono complessi da smantellare.</p>
<p>Il ruolo dello Stato e della Chiesa</p>
<p>Uno degli aspetti più dolorosi della vicenda di Padre Puglisi è la lentezza con cui le istituzioni hanno reagito. Negli anni ’90, la Chiesa era spesso divisa tra chi voleva affrontare apertamente il problema della mafia e chi preferiva mantenere un atteggiamento di silenzio. La beatificazione di Puglisi nel 2013 ha rappresentato un importante segnale di condanna da parte della Chiesa, ma molti si chiedono se questo sia sufficiente.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-74471" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/09/3Unknown.jpeg" sizes="(max-width: 312px) 100vw, 312px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/09/3Unknown.jpeg 312w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2024/09/3Unknown-300x156.jpeg 300w" alt="" width="312" height="162" /></figure>
</div>
<p>Anche lo Stato ha avuto difficoltà a essere presente. Brancaccio, come molte altre periferie italiane, rimane una zona in cui lo Stato sembra spesso assente. Le forze dell’ordine lavorano incessantemente, ma il tessuto sociale non è mai stato ricostruito a sufficienza. Mancano infrastrutture adeguate, mancano opportunità economiche, mancano scuole che possano davvero offrire un’alternativa.</p>
<p>La nuova resistenza</p>
<p>Nonostante tutto, a Palermo c’è ancora chi lotta. Le associazioni antimafia, le scuole, e alcuni settori della Chiesa continuano l’opera di Puglisi. I giovani sono di nuovo al centro del dibattito. Progetti di educazione civica, iniziative sociali e culturali cercano di sottrarre le nuove generazioni al destino di povertà e criminalità.</p>
<p>Tuttavia, il cambiamento reale sembra ancora lontano. La crisi economica, la disoccupazione e la pandemia hanno aggravato situazioni già fragili. La mafia, intanto, non si ferma. Si adatta ai tempi, sfruttando ogni occasione per infiltrarsi dove ci sono vuoti istituzionali e sociali.</p>
<p>Conclusione: un’eredità che chiede ancora risposte</p>
<p>A 31 anni dalla morte di Padre Puglisi, Palermo rimane una città divisa tra la voglia di cambiamento e l’incapacità di liberarsi del tutto dal controllo della mafia. Il sacrificio di Puglisi è stato un segnale potente di resistenza, ma da solo non è bastato. Il ricordo di quel prete coraggioso ci ricorda che la lotta non è finita, e che la vera vittoria arriverà solo quando i quartieri come Brancaccio saranno finalmente liberi dalla paura e dall’indifferenza.</p>
<p>Il cammino è ancora lungo, ma la speranza che Padre Puglisi ha seminato continua a germogliare, anche se timidamente, tra le strade di una città che aspetta ancora il suo riscatto.</p>
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		<item>
		<title>Il ricordo di Giuseppe Fava: il giornalista siciliano che difendeva la verità</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2022/01/05/il-ricordo-di-giuseppe-fava-il-giornalista-siciliano-che-difendeva-la-verita/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-ricordo-di-giuseppe-fava-il-giornalista-siciliano-che-difendeva-la-verita</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Lammardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Jan 2022 10:39:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoria/Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[giornalista]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Fava]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="297" height="170" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/5A71C2BF-7012-45B8-B4F9-73C5AAEDF219.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>Ricorre oggi il 38esimo anniversario dell’omicidio di stampo mafioso del giornalista siciliano Giuseppe Fava, morto la sera del 5 gennaio del 1984. “Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2022/01/05/il-ricordo-di-giuseppe-fava-il-giornalista-siciliano-che-difendeva-la-verita/">Il ricordo di Giuseppe Fava: il giornalista siciliano che difendeva la verità</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="297" height="170" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/01/5A71C2BF-7012-45B8-B4F9-73C5AAEDF219.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p><p><em>Ricorre oggi il 38esimo anniversario dell’omicidio di stampo mafioso del giornalista siciliano Giuseppe Fava, morto la sera del 5 gennaio del 1984.</em></p>
<p>“Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante…” (Giuseppe Fava).</p>
<p>Un enorme coraggio distingueva il giornalista siciliano, che, proprio nella sua ultima intervista concessa ad Enzo Biagi, rilasciò queste importanti dichiarazioni elargendo un vero e proprio attacco agli “intoccabili” coloro “che erano ai vertici” e che nessuno mai avrebbe pensato e potuto attaccare pubblicamente. <em> </em></p>
<p>Gli costò cara questa intervista, ma la verità è che Giuseppe Fava da sempre fu considerato un personaggio “scomodo”, un intellettuale che non aveva paura di raccontare la verità e di condannare malversazione e criminalità. Un giornalista a 360 gradi, un vero e proprio professionista dell’informazione, che nemmeno la cacciata dal suo giornale di esordio Il Giornale del Sud gli fece smettere di praticare egregiamente il suo mestiere. Sollevare il dubbio, esercitando il libero pensiero o invitando al dialogo, o proporre percorsi alternativi alle opinioni dominanti: questo era l’obiettivo di Giuseppe Fava, che lo rendeva un libero pensatore e dunque “meritevole”, per Cosa Nostra, di una fine tragica che lo trasportasse in una damnatio memoriae.</p>
<p>Dunque, nel giorno dell’anniversario della sua morte, lo ricordiamo come colui che ebbe il coraggio di denunciare il malaffare pagando con la vita il suo impegno antimafia. Inoltre, su iniziativa della Fondazione Giuseppe Fava, il giornalista e scrittore siciliano verrà ricordato con l’assegnazione del Premio Nazionale Giornalistico a lui intitolato “Nient’altro che la verità. Scritture e immagini contro le mafie”.</p>
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		<title>“Per Amore!”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Piero Corso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jul 2021 17:41:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category>
		<category><![CDATA[ricorrenza morte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/700898D5-43FE-4B8E-B6BB-5F55EFB73DC4.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/700898D5-43FE-4B8E-B6BB-5F55EFB73DC4.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/700898D5-43FE-4B8E-B6BB-5F55EFB73DC4-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/700898D5-43FE-4B8E-B6BB-5F55EFB73DC4-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Il ricordo di quella tragica domenica pomeriggio di ventinove anni fa PALERMO, 19 luglio 2021 – Sono passati ben 29 anni da quel terribile 19 luglio. Era una calda domenica&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2021/07/19/per-amore/">“Per Amore!”</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/700898D5-43FE-4B8E-B6BB-5F55EFB73DC4.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/700898D5-43FE-4B8E-B6BB-5F55EFB73DC4.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/700898D5-43FE-4B8E-B6BB-5F55EFB73DC4-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/07/700898D5-43FE-4B8E-B6BB-5F55EFB73DC4-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p><p><em>Il ricordo di quella tragica domenica pomeriggio di ventinove anni fa</em></p>
<p>PALERMO, 19 luglio 2021 – Sono passati ben <strong>29 anni</strong> da quel terribile <strong>19 luglio</strong>. Era una calda domenica del <strong>1992</strong>, ricordo perfettamente la giornata, anche perché certe giornate rimangono scolpite nel cuore, nella mente, nell’anima in maniera indelebile. I miei genitori di buon mattino mi avevano espresso il desiderio di andare a passare una domenica di relax in campagna, nella nostra casetta di campagna dove trascorrevo fino a qualche tempo fa momenti di serenità spesso anche in solitudine, per ritemprarmi, per riflettere.</p>
<p>“<em>Ok </em>– dissi – <em>oggi in campagna</em>”. Giornata meravigliosa, con i miei genitori, mia moglie e soprattutto il mio <em>cucciolo</em> che avrebbe compiuto un anno tra un mese.</p>
<p>Verso le cinque del pomeriggio decido di tornare a casa, rinfrescarmi e prepararmi per la messa. A casa accendo il condizionatore – che caldo quel giorno! – e accendo anche la tv. Vado nell’altra stanza ma le notizie che escono dalla televisione mi confondono, non comprendo bene, “<strong>adesso la linea a Palermo</strong>”, “<strong>siamo qui, sul luogo della strage</strong>”… Strage? Ma che ca…volo è successo? Mi fermo davanti a quelle terribili immagini, fuoco, fumo nero, distruzione dovunque, le prime concitate notizie… Hanno ucciso il <strong>Giudice Paolo Borsellino</strong> e gli uomini e la coraggiosa donna della scorta. Sono impietrito. Arriva mia moglie e mi trova singhiozzante, si, non ho vergogna non si può avere vergogna a piangere davanti a quello scempio. Un forte dolore a petto, al cuore, più di quando fu, qualche settimana prima per il <strong>Giudice Giovanni Falcone</strong>. Questa volta si sommavano i due dolori. Che momenti. Che tristezza. Nessuna forza, solo lacrime a cui si erano accompagnate quelle di mia moglie. Squilla il telefono, dall’altro capo mia mamma che nel frattempo aveva appreso la notizia: “<strong>hai sentito?</strong>”.</p>
<p>Ricordare quei momenti è doloroso, se pensi che qualche giorno prima avevi visto il Giudice alle manifestazioni per il suo grande amico Falcone, avevi visto e sentito le ultime sue interviste, le sue parole gravi e cariche di “morte”. Terribile. Non avevo più voglia di vestirmi e andare a messa, non avevo le forze. Ma proprio per la speranza e nella fede in colui che solo può darci la Vita e la Resurrezione, andai con grande tristezza a messa; eravamo tutti lì, presi da un dolore indicibile ma tutti uniti nella comune preghiera per Paolo, il giudice che avevamo cominciato a voler bene in quelle ultime tragiche settimane, per Paolo e per quei giovani coraggiosi uomini e donna della scorta, nomi rimasti impressi nei nostri cuori.</p>
<p><strong>L’uomo</strong></p>
<p>Paolo Emanuele Borsellino era nato a Palermo il 19 gennaio del 1940, aveva appena 52 anni quando cadde vittima di Cosa Nostra nella strage di Via D’Amelio insieme ad<strong> Agostino Catalano, Emanuela Lio, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina</strong>. Vissero insieme con Giovanni Falcone, erano nati nello stesso quartiere e giocavano insieme da piccoli. Che fatalità, insieme dalla nascita alla morte passando dalla stessa esperienza di lotta alla mafia.</p>
<p><strong>Il magistrato</strong></p>
<p>Fu chiamato dal <strong>Giudice Rocco Chinnici </strong>nel cosiddetto “pool antimafia”, un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso e, “lavorando in gruppo, essi avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso e, di conseguenza, la possibilità di combatterlo più efficacemente”.</p>
<p>Chinnici chiamò Borsellino a fare parte del pool insieme con <strong>Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta</strong>. Ma il 29 luglio del 1983 – altro giorno che non dimenticherò più – Chinnici rimase ucciso nell’esplosione di un’autobomba insieme a due agenti di scorta e al portiere del suo condominio. Altra strage, altro dolore.</p>
<p>“Per ragioni di sicurezza, nell’estate del 1985 Falcone e Borsellino furono trasferiti insieme con le loro famiglie nella foresteria del carcere dell’Asinara per scrivere l’ordinanza-sentenza di 8000 pagine che rinviava a giudizio 475 indagati in base alle indagini del pool – riporta la storia –. Per tale periodo, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria italiana richiese poi ai due magistrati un rimborso spese e un indennizzo per il soggiorno trascorso. Intanto il maxi processo di palermo che scaturì dagli sforzi del pool cominciò in primo grado il 10 febbraio del 1986, presso un’aula bunker appositamente costruita all’interno del carcere dell?ucciardone di Palermo per accogliere i numerosi imputati e numerosi avvocati, concludendosi il 16 dicembre del 1987 con 342 condanne, tra cui 19 ergastoli”.</p>
<p><strong>Le ultime interviste</strong></p>
<p>Vale la pena rileggere il discorso che fece il 25 giugno, pochi giorni prima di essere assassinato, Borsellino tenne il suo ultimo discorso nell’atrio della Biblioteca di “Casa Professa” nel corso di un dibattito organizzato dalla rivista “Micromega”, un discorso interrotto più volte da lunghi appalusi e carico di grande forza:</p>
<p><em>«Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? <strong>Per amore!</strong> La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria cui essa appartiene. Per lui la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: <strong>“La gente fa il tifo per noi”»</strong>.</em></p>
<p>Ecco, a distanza di 29 anni è ancora tempo di tifare per loro, per Giovanni, per Francesca, per Paolo, per tutti i magistrati caduti e per tutti quei meravigliosi ragazzi che hanno perso la vita “<strong>Per amore!</strong>”. Grazie a loro!</p>
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		<title>Giovanni Falcone, deflagrato nel corpo vive nello spirito delle azioni</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2021/05/23/giovanni-falcone-deflagrato-nel-corpo-vive-nello-spirito-delle-azioni/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=giovanni-falcone-deflagrato-nel-corpo-vive-nello-spirito-delle-azioni</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mimma Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 May 2021 19:45:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Strage di Capaci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="655" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/D427A478-7BF7-49AC-A168-6275E2D5FBAF.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/D427A478-7BF7-49AC-A168-6275E2D5FBAF.png 655w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/D427A478-7BF7-49AC-A168-6275E2D5FBAF-300x175.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/05/D427A478-7BF7-49AC-A168-6275E2D5FBAF-585x340.png 585w" sizes="(max-width: 655px) 100vw, 655px" /></p>
<p>Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, 29 anni dopo. Cinquecento chili di tritolo non sono bastati a cancellarne la memoria, proprio come disse Giovanni Falcone, qualche&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, 29 anni dopo. Cinquecento chili di tritolo non sono bastati a cancellarne la memoria, proprio come disse Giovanni Falcone, qualche tempo prima la strage che lo uccise ‘’Gli uomini passano, le idee restano’’</em></p>
<div class="mh-meta entry-meta">
<p><em>23 maggio 2021, <strong>Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani,</strong> 29 anni dopo. La deflagrazione del corpo non ha impedito al perpetuarsi vitale della forza delle azioni del magistrato imploso insieme alla moglie pure lei giudice e i tre poliziotti della scorta, tutti servitori dello Stato. Cinque volti scolpiti nell’animo di tanti che, fuori dal palcoscenico rituale di questi giorni proseguiranno a testimoniarne il sacrificio. Cinquecento chili di tritolo non sono bastati a cancellarne la memoria, proprio come disse Giovanni Falcone, qualche tempo prima la strage che lo uccise</em><em><strong> ‘</strong></em><em><strong>’</strong></em><strong><em>Gli uomini passano, le idee restano’’</em></strong><strong>. 29 anni dopo</strong> quel giorno di inaudita violenza per la storia d’Italia, ricordiamo il sangue versato di cinque persone, vittime sacrificali di un terrificante attacco ordito per minare la legalità dello Stato e indebolirne strutturalmente le fondamenta.</p>
<p>Nel mezzo di un primaverile pomeriggio del 23 maggio 1992 alle 17, 57, mentre Giovanni Falcone la moglie e i cinque uomini della scorta del magistrato, attraversavano la A29, un sovraccarico di esplosivo faceva saltare quel tratto autostradale in località Capaci che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, dilaniandone i loro corpi. Le immagini choc di quella strage lasciarono attoniti, fecero il giro del mondo. Le orribili trame ordite contro la rappresentanza specchiata e limpida dello Stato non si sarebbero però concluse con Capaci. Un altro devastante attacco mafioso sarebbe accaduto da lì a poco. Nella palermitana via D’Amelio il 19 luglio 1992 assieme ai cinque agenti della sua scorta, <strong>Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina</strong>, sarebbe stato trucidato <strong>Paolo Borsellino.</strong></p>
<div class="wp-block-image is-style-rounded">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-34460" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/05/falcone_borsellino.jpg" sizes="(max-width: 496px) 100vw, 496px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/05/falcone_borsellino.jpg 310w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/05/falcone_borsellino-300x157.jpg 300w" alt="" width="496" height="259" /></figure>
</div>
<p>In poco meno di due mesi due magistrati di elevato profilo etico e investigativo morivano barbaramente con la loro scorta. A soli 57 giorni di distanza i loro destini  intrecciati nella vita, da amicizia e professione, fortemente legati dal comune denominatore dell’alto senso dello Stato, avrebbero proseguito a rimanere intessuti dalla medesima sorte anche nella morte.</p>
<p>Le due stragi del ‘92 seguivano a un altro emblematico fatto di sangue consumato nella spiaggia di Mondello a Palermo. L’assassinio di Salvo Lima il 12 marzo capo della corrente democristiana di ispirazione andreottiana, stabilito dal vertice della cupola mafiosa dei corleonesi. Totò Riina uscito sconfitto nel maxi-processo decretò vendetta verso chi non aveva garantito l’impunità e stava contribuendo al vacillamento dell’impalcatura mafiosa.</p>
<p>Il 23 maggio 1992 è una data penetrata cruentemente nella Storia italiana. Lacerante , perennemente dolente, la morte di Giovanni Falcone non è e non deve considerarsi essere avvenuta invano. Lascia una eredità profondamente morale, un patrimonio di incommensurabile valore etico. Principi assoluti di legalità da cui trarre ispirazione intensa viva e lucente nell’andamento della vita di ognuno di noi.</p>
<p>“<em>La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni</em>”.  Così Giovanni Falcone in un pensiero che rende eterni i suoi valori e la fiducia nelle istituzioni a servizio della Legalità.</p>
</div>
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