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	<title>Mario Narducci Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Il mondo che va, in uscita il libro di Goffredo Palmerini. Prefazione di Mario Narducci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Nov 2022 06:47:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="354" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/10C5B262-A739-48F1-9D86-40D301E039C9.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/10C5B262-A739-48F1-9D86-40D301E039C9.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/10C5B262-A739-48F1-9D86-40D301E039C9-300x157.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/11/10C5B262-A739-48F1-9D86-40D301E039C9-585x305.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Con la prefazione curata da Mario Narducci giornalista insigne e finissimo poeta, è imminente l&#8217;uscita per la One Group Edizioni, il libro di Goffredo Palmerini. L&#8217;ultimo di dodici scritti dal&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Con la prefazione curata da Mario Narducci giornalista insigne e finissimo poeta, è imminente l&#8217;uscita per la One Group Edizioni, il libro di Goffredo Palmerini. L&#8217;ultimo di dodici scritti dal poliedrico scrittore e giornalista, insignito di prestigiosi riconoscimenti, studioso di immigrazione, da lunghi anni impegnato in intense attività culturali legate alle comunità degli italiani nel mondo </em></p>
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<p>L’AQUILA, 23 novembre 2022 – E’ in corso di pubblicazione “<strong><em>Il mondo che va</em></strong>“, dodicesimo libro di <strong>Goffredo Palmerini</strong>, che uscirà per le <strong>Edizioni One Group</strong> nei primi giorni di dicembre. Con il consenso dell’editore, si anticipa la <strong>Presentazione</strong>di <strong>Mario Narducci</strong>, che apre il volume, con l’immagine di copertina.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-medium"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-33450" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/04/Goffredo-Palmerini.b-298x300.jpg" sizes="(max-width: 298px) 100vw, 298px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/04/Goffredo-Palmerini.b-298x300.jpg 298w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/04/Goffredo-Palmerini.b-150x150.jpg 150w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/04/Goffredo-Palmerini.b.jpg 555w" alt="" width="298" height="300" /><figcaption><em>Goffredo Palmerini </em></figcaption></figure>
</div>
<p><strong>Goffredo Palmerini</strong>, giornalista e scrittore, ha pubblicato i volumi <em>“Oltre confine”</em> (2007), <em>“Abruzzo Gran Riserva”</em> (2008), <em>“L’Aquila nel Mondo”</em> (2010), <em>“L’Altra Italia”</em> (2012), <em>“L’Italia dei sogni”</em> (2014), <em>“Le radici e le ali”</em> (2016), <em>“L’Italia nel cuore”</em> (2017), <em>“Grand Tour a volo d’Aquila”</em> (2018), <em>“Italia ante Covid”</em> (2020), <em>“Mario Daniele, il sogno americano”</em>(2021), tradotto e pubblicato anche negli Stati Uniti, <em>“Mosaico di Voci”</em> (2021).</p>
<p>Nel 2008 gli è stato tributato il Premio Internazionale “Guerriero di Capestrano” per il contributo reso alla diffusione della cultura abruzzese nel mondo. Conferiti nel 2014 il Premio Roccamorice e a Lecce il Premio Speciale “Nelson Mandela” per i Diritti Umani. Gli sono inoltre stati conferiti Premi alla Cultura a Galatone (2016), Spoleto e Montefiore Conca (2019). Nel 2020 il Premio Nazionale Pratola per la Letteratura e dall’India il riconoscimento di “Scrittore d’eccellenza” dal World Pictorial Poetry Forum. Nel 2021 il Premio internazionale Città di Firenze per la Cultura.</p>
<p>Nell’attività giornalistica <strong>Palmerini</strong> ha vinto nel 2007 il XXXI Premio Internazionale Emigrazione. Gli sono poi stati tributati, sempre per il Giornalismo: lo Zirè d’Oro nel 2008, il Premio internazionale “Gaetano Scardocchia” (2017) il Premio Nazionale “Maria Grazia Cutuli” (2017), il Premio Giornalistico 2017 dall’Associazione Stampa italiana in Brasile, il Premio internazionale “Fontane di Roma” (2018). Nel 2021, per il Giornalismo sulla stampa italiana nel mondo, gli sono stati conferiti a Spoleto il Premio “I Grandi Dialoghi”, a Rimini il Premio alla Carriera dalla Universum International Academy, a Roma il Premio Eccellenza Italiana alla Carriera, a Cefalù il Premio internazionale Federico II, a Erice il Premio internazionale alla Carriera “L’Anfora di Calliope”.</p>
<p>Da molti anni svolge un’intensa attività con le comunità italiane nel mondo. Studioso di emigrazione, è membro del Comitato scientifico del “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo”, per la quale opera è anche uno degli Autori. E’ membro di prestigiose istituzioni culturali internazionali, sia in Italia che all’estero.</p>
<p><em>***</em></p>
<p><strong>PRESENTAZIONE</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Mario Narducci</strong></p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-medium is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-49560" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2022/11/cover-Il-mondo-che-va-215x300.png" sizes="(max-width: 327px) 100vw, 327px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2022/11/cover-Il-mondo-che-va-215x300.png 215w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2022/11/cover-Il-mondo-che-va-733x1024.png 733w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2022/11/cover-Il-mondo-che-va-768x1073.png 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2022/11/cover-Il-mondo-che-va-1099x1536.png 1099w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2022/11/cover-Il-mondo-che-va.png 1340w" alt="" width="327" height="457" /></figure>
</div>
<p>Coincidenza vuole che questa dodicesima fatica editoriale di <strong>Goffredo Palmerini</strong>, giornalista e scrittore di riconosciuta e consolidata fama, veda la luce dopo il suo ritorno dalla missione americana in occasione del <strong>Columbus Day</strong>, che dopo la costrizione impostagli dall’imperversare del Covid, ha segnato la ripresa dei suoi viaggi nel mondo dell’emigrazione dove la sua presenza non solo è ambita dai nostri connazionali all’estero, ma è elemento saldante dei rapporti che intercorrono tra due realtà che, per suo merito, sono andate avvicinandosi, nel tempo, sempre di più. I volumi di Palmerini sono oramai un appuntamento irrinunciabile. Sono la sintesi di un’attività frenetica che la sua vivacità culturale e il suo amore per una storia di amarezze e di glorie, quale quella dell’emigrazione, hanno saputo tessere con capacità organizzative rare e risultati positivi acclarati.</p>
<p><strong>Goffredo Palmerini</strong>, già membro del CRAM, l’organo istituito dalla Regione Abruzzo per mantenere saldi i rapporti tra gli emigranti e la loro Patria d’origine, è riuscito negli anni con destrezza e puntiglio là dove le istituzioni s’erano sempre arrestate. Dalle conferenze annuali di partenza, Palmerini aveva tratto l’idea di intessere veri e propri rapporti stabili, utilizzando un mezzo, quello della stampa in particolare, fino ad allora pressoché ignorato. Lasciato il suo pluridecennale impegno nella politica attiva, quasi fosse naturale sbocco, <strong>Palmerini</strong> ha impugnato la penna diventando firma dei maggiori quotidiani e periodici editi dagli italiani all’estero. E’ iniziato così quello scambio di notizie tra due mondi solo apparentemente così distanti, ma in realtà sempre vicini per via degli affetti che hanno sempre tenuto legati i nostri emigranti ai luoghi d’origine.</p>
<p><strong>Palmerini</strong> dedica a questa sua attività giornalistica buona parte della giornata. I suoi servizi toccano tutti i continenti ampliando il raggio di conoscenza del nostro <strong>Abruzzo</strong> e del nostro <strong>Paese</strong> e rilanciando notizie e servizi che giungono dall’estero. Per questa sua preziosissima attività ha ricevuto riconoscimenti unanimi e premi di grande prestigio. La sua scrittura, sempre appropriata, profonda, esaustiva, sta tra il giornalismo militante e la saggistica breve. Egli non si accontenta di “riportare” o “narrare”. Scrive invece per “dire” cose che altrimenti resterebbero sconosciute ai più perché date per scontate mentre scontate non sono.</p>
<p>La sua scrittura, dunque, non è mai scontata e sempre rivela la sua personale scelta di campo che lo porta quotidianamente, anche nella vita privata, a stare con gli ultimi e in  particolare con un mondo, quello dell’emigrazione, la cui storia, vestita di fame e di tragedie, ha segnato il nostro passato mentre inorgoglisce il presente per le figure di connazionali all’estero che attraverso una personale affermazione, hanno contribuito spesso in maniera determinante a fare grande il Paese ospite. Questo dodicesimo volume “<strong><em>Il mondo che va</em></strong>” non fa eccezione, sia pure nella forzata assenza di reportage dall’estero a causa del covid. Ma la traccia resta pressocché identica, dipanandosi essa tra il privilegio della memoria, gli eventi culturali, i servizi dalle città, i contributi di amici prestigiosi.</p>
<p>Nutrito è il campo della memoria ove si propone il ricordo di personalità che ci hanno lasciato e che in qualche modo hanno fatto la storia della nostra Regione, in Italia e all’estero. Citiamo per tutti <strong>Franco Marini</strong> e <strong>Antonio Falconio</strong>, politici di razza, l’avvocato <strong>Attilio Cecchini</strong> e l’ingegner <strong>Marcello Vittorini</strong>, la poetessa <strong>Anna Ventura</strong>, della quale Palmerini presentò il libro sul terremoto “<em>Tra domenica e lunedì</em>”, il <strong>Mario Daniele</strong> del sogno americano. Palmerini riserva sempre un posto d’onore alla memoria di personaggi illustri, nella certezza che la pedagogia del ricordo mantiene sempre intatto il suo valore presso le nuove generazioni.</p>
<p>Assai vasto è il campo culturale, con <strong>Omero Sabatini</strong>, l’aquilano che ha svelato <em>i Promessi Sposi</em>agli americani, i “Grandi dialoghi” di <strong>Anna Manna</strong> a Spoleto, con premio alla carriera giornalistica proprio a Goffredo Palmerini, il decennale del Premio Pratola, il Premio d’eccellenza Città del Galateo e la presentazione della <strong>Perdonanza celestiniana</strong> dell’Aquila con il suo riconoscimento UNESCO a Patrimonio immateriale dell’umanità, nonché la presentazione del <strong>Gran Duo Italiano</strong> e – ma la citazione di eventi sarebbe troppo lunga – le due mostre dedicate a <strong>Santa Francesca Saverio Cabrini</strong>, la madre degli emigranti, vera antesignana di solidale accoglienza, infine la Cittadinanza onoraria al Presidente Emerito dell’Accademia della Crusca <strong>Francesco Sabatini</strong>, che nel suo discorso candida <strong>L’Aquila</strong> a <strong>Capitale degli Appennini</strong>. Quanto alle città promosse da Palmerini nel mondo, ecco figurare per tutte <strong>Erice</strong>, “brillante perla della Sicilia Occidentale”, dove il nostro ha ricevuto il prestigioso premio alla carriera per la stampa estera.</p>
<p>Significativa la dedica posta da Palmerini al volume: <strong><em>a Papa Francesco: dopo Celestino V, ha fatto all’Aquila il dono più grande</em></strong>. Una dedica, questa, che fa storia, come il volume intero, del resto, che è un vero e proprio documento di un lasso di tempo in cui l’autore, se pure rinunciando ai suoi viaggi all’estero causa Covid, non ha rinunciato a proporci gli aspetti salienti di un mondo, quello dell’emigrazione, che fa parte della nostra pelle e della nostra identità.</p>
<div class="wp-block-image is-style-default">
<figure class="alignleft size-medium"><img decoding="async" class="wp-image-49559" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2022/11/Mario-Narducci-209x300.jpg" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2022/11/Mario-Narducci-209x300.jpg 209w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2022/11/Mario-Narducci.jpg 363w" alt="" width="209" height="300" /><figcaption><em>Mario Narducc</em>i</figcaption></figure>
</div>
<p>***</p>
<p><strong>Mario Narducci</strong> è nato all’Aquila il 23 febbraio 1938. Giornalista professionista, ha lavorato per <em>Il resto del Carlino</em>, <em>La Gazzetta del Popolo</em>, <em>Avvenire</em> e <em>Il Popolo</em>, seguendo per quest’ultimo quotidiano, come Vaticanista e inviato speciale, i viaggi apostolici dell’ultimo scorcio del pontificato di Paolo VI e per 10 anni quelli del pontificato di Giovanni Paolo II, raccontati poi nel volume, esaurito, <em>Le ragioni dell’anima</em> (Calderini, Bologna, 1989). Ha fondato e dirige il periodico di Lettere, Arti e Presenza culturale <em>Novanta9</em>, al quale collaborano docenti dell’Università dell’Aquila e di Urbino e personalità insigni della cultura nazionale. E’ stato Direttore responsabile di TVUno; Direttore responsabile del mensile <em>L’Eco di San Gabriele</em> (200 mila copie di tiratura); Responsabile cultura dell’ANSA Abruzzo, Direttore responsabile del settimanale satirico dell’Aquila<em> Ju Zirè</em>. Attualmente conduce, per l’emittente abruzzese Laqtv, la trasmissione culturale del sabato sera, “Novanta9”. E’ presidente dell’Istituto di Abruzzesistica e Dialettologia, con il quale promuove iniziative culturali a largo raggio e i Premi L’Aquila “Zirè d’oro”, giunti alla 25esima edizione, intitolati ad Angelo Narducci, direttore storico di Avvenire, poeta, Parlamentare europeo nella prima legislatura. E’ stato membro di Commissione negli esami di iscrizione all’Ordine Nazionale dei Giornalisti ed è conferenziere in varie regioni d’Italia, soprattutto per quanto attiene ai temi di cultura religiosa e della pace. E’ stato Presidente regionale delle Acli abruzzesi, Delegato provinciale dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, di cui è Commendatore, nonché per due legislature Vice Presidente del Crei (Consiglio Regionale Emigrazione e Immigrazione).</p>
<p>Ha pubblicato, per la poesia, <em>La ragazza di un mese</em>(Ceti, Teramo, 1965), Prefazione di Luigi Marra e Giuseppe Porto; <em>Se insiste la speranza</em> (Cannarsa, Lanciano, 1991), Prefazione di Vito Moretti; <em>Sdrucciolo dei Poeti</em> (Lo Zirè, L’Aquila, 1992), Prefazione di ValerioVolpini; <em>Il deserto e i giorni – Poesie per il tempo quaresimale</em> (L’Arca, L’Aquila, 2003),  con saggi e contributi critici di Alda Merini, Paolo Giuntella, Pasquale Maffeo, Claudio Bottini, Giuseppe Molinari; <em>Le offese stagioni</em> (Confronto, Fondi, 2007), Presentazione di Anna Maria Giancarli, contributo critico di Pasquale Maffeo, libro vincitore del Premio Nazionale Libero De Libero 1998; <em>Tempo di Passione – Lamento per L’Aquila ferita</em> ( Iaed Edizioni, L’Aquila 2010), con saggi e contributi critici di Liliana Biondi, Anna Maria Lenti, Gastone Mosci,  Angelo Paoluzi, Fabio Maria Serpilli e disegni originali di Domenico Colantoni, Teofilo Masulli, Maria Giovanna Narducci, Augusto Pelliccione, Massimina Pesce, Vincenzo Tiboni; <em>L’Amore che resta </em>(Calderini, Bologna, 2012); <em>Quando piovono i cieli</em> (Iaed, 2015); <em>Poesie per l’Avvento</em>, con saggi introduttivi di Pio Cerocchi, P. Claudio Bottini, Gastone Mosci, la Badessa delle Clarisse dell’Aquila Madre Rosa Maria Tufaro; <em>I giorni che sconvolsero l’Europa dell’Est</em> – <em>Il primo viaggio in Polonia di Papa Wojtyla</em> (Iaed, 2020), Prefazione di Goffredo Palmerini; <em>Via delle Bone Novelle -Racconti in tempo di quarantena</em> (Iaed 2021). E’ Presidente e componente di Giuria di prestigiosi premi letterari nazionali. Nel 2013 gli è stato assegnato il premio Polidoro di Giornalismo alla carriera, promosso dall’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo. Nell’aprile 2018 gli è stato assegnato all’Università La Sapienza di Roma, Centro Altiero Spinelli, il Premio “Il poeta per un nuovo umanesimo” e nel 2019, presso il Libero Sindacato Scrittori in Roma, il Premio “Il poeta ebbro”, promossi dalla poetessa e scrittrice Manna Manna. In occasione della Perdonanza 2022 gli è stato conferito all’Aquila, per il suo impegno culturale e professionale, il Premio “La Croce di Celestino” promosso ogni anno dal Lions International Club.</p>
</div>
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		<title>POESIA: IL PRIVILEGIO DELLA NUDITA’ DELL’ANIMA. INTERVISTA A MARIO NARDUCCI</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2021/10/02/poesia-il-privilegio-della-nudita-dellanima-intervista-a-mario-narducci/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=poesia-il-privilegio-della-nudita-dellanima-intervista-a-mario-narducci</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Oct 2021 10:55:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-scaled.jpg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-300x200.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-1024x683.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-768x512.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-1536x1024.jpg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-2048x1366.jpg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-1920x1280.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-1170x780.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-585x390.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/nard-263x175.jpg 263w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>L&#8217;intervista di  Mario Narducci rilasciata alla scrittrice  romana Anna Manna,  operatrice culturale e ideatrice dell&#8217;importante  Premio  &#8220;Il Poeta Ebbro&#8221;. ROMA – Mario Narducci, poeta e giornalista aquilano, è tra le&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2021/10/02/poesia-il-privilegio-della-nudita-dellanima-intervista-a-mario-narducci/">POESIA: IL PRIVILEGIO DELLA NUDITA’ DELL’ANIMA. INTERVISTA A MARIO NARDUCCI</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p>ROMA – Mario Narducci, poeta e giornalista aquilano, è tra le penne finissime e più feconde della Poesia italiana. Promotore culturale di grande valore, presidente e componente di Giurie in premi di poesia italiani ed internazionali, dalla sua bella casa esposta su un dolce declivio a mezzogiorno d’un borgo alle porte dell’Aquila, risponde volentieri alle nostre domande, con la sensibilità e il garbo che da anni accompagna il nostro rapporto culturale e d’amicizia. L’intervista è di un paio di giorni fa. Abbiamo rivolto a Mario alcune domande “ebbre”, un poco fuori gli schemi tradizionali, che egli ha trovato assai stimolanti. Così si farà con altri poeti, una specie di tavola rotonda con interviste, nelle quali le domande sono fuori da ogni limite. Ecco quanto ci ha risposto Mario Narducci.</p>
<p><strong> </strong><strong>Sei un poeta del 2021. Ti senti fuori tempo, fortunato, necessario, nel vento o nella scrivania?</strong></p>
<p><strong> </strong>Anagraficamente dovrei sentirmi fuori tempo, invece non sono stato mai così nel tempo giusto come adesso che sono in età avanzata. Questo perché credo che essere nel tempo giusto sia il risultato non solo di un percorso coerente, ma anche di una severa attenzione a quanto ci circonda, nel tessuto sociale, negli accadimenti temporali, alle persone, alla natura, alle cose, a tutto ciò che ha un suo linguaggio e si propone a noi come interlocutore privilegiato. Essere contemporanei, insomma, non è questione di metrica o di rima, ma di far proprio un linguaggio che sia alla portata di tutti, nel privilegio della parola che deve risultare leggibile ed univoca, senza fraintendimenti. Io sostengo sempre che la poesia non va spiegata ma letta e gustata, perché va spiegato, nella poesia, il dato storico o il personaggio, mai ciò che si vuol dire e che fa parte della poetica personale. Quanto all’essere fortunato lo sono perché non mi sono mai sentito né mi sento estraneo al mio tempo e sono attento a cogliere ogni sua parola. Se mi sento necessario? Posso sentirmi necessario io che sono un atomo infinitesimale del nostro panorama letterario? L’ultimo dei verseggiatori e forse il più insignificante? Se mai mi sento necessario a me stesso, non perché senza poesia non potrei vivere ma perché attraverso la poesia realizzo una parte importante della mia vita di cui la poesia è componente viva, sintesi. Tutto questo discorso per dire in definitiva che mi sento nel vento, immerso nel mio tempo, non un animale da scrivania.</p>
<p><strong>Chi ti legge perché secondo te lo fa? Perché è tuo amico, perché cerca risposte dagli sconosciuti, perché gli manca qualcosa?</strong></p>
<p>Intanto è per me una continua sorpresa il constatare di avere dei lettori. Non riesco a capacitarmi, infatti, che possa esistere qualcuno a cui piacciano le mie cose e che possa ritrovarsi in esse. Che tra costoro ci siano amici dell’anima è un fatto che mi consola e mi rincuora perché è segno che c’è gente che mi vuole bene. Ma gli amici potrebbero anche tacere e non interessarsi alla mia poesia: resterebbero, per me, sempre amici. Ci deve essere allora qualcosa di più ed è la stessa cosa che, attraverso Facebook e non solo, li accomuna agli sconosciuti che dimostrano di apprezzare le mie cose. E questo qualcosa credo sia il linguaggio del cuore che io penso di avere, lo stesso che verbalmente mi fa diventare confidente di molti che cercano risposte che io cerco di dare, più che verbalmente, con i miei comportamenti. Si, molti mi leggono perché manca loro qualcosa ma non credo sia soltanto un mio privilegio. Ogni lettura, in prosa o in poesia, è far scendere in fondo all’anima qualcosa di cui si è privi. Io leggo altri per lo stesso motivo.</p>
<p><strong>Se tu fossi giovane oggi rifaresti il tuo percorso culturale?</strong></p>
<p>Guardando ai risultati francamente direi di sì. Non parlo in termini di successo ma di elaborazione culturale che mi porta ad essere quel che sono. Starei come ho fatto, sui libri a mandare poesie e brani di prosa a memoria. Ho avuto un insegnante al ginnasio, un frate per dirla tutta, che declamava poesia come un attore spingendoci a fare altrettanto. Quando si abbandonava a declamare i versi del Foscolo “<em>O bella musa ove sei tu, non sento/ spirar l’ambrosia indizio del tuo nume/ tra queste piante ov’io siedo e sospiro/il mio tetto materno</em>”… ci trasmetteva una scarica elettrica emozionale che avverto tutt’ora. Bisogna essere fortunati, certo, io lo sono stato perché il mio amore per la poesia risale a quel tempo, così come la mia scrittura poetica. Qualcuno ha detto che non è poeta chi scrive poesie a vent’anni, ma chi continua a scriverle anche in età avanzata. Io sono in questa età, anche se definirmi poeta è una esagerazione.</p>
<p><strong>Mentre scrivi lo fai per te, per i lettori, per cercare in te risposte, per confessarti, per il successo, perché è un tarlo che ti divora?</strong></p>
<p>Grazie a Dio non ho tarli che mi divorano, si chiamino anche poesia. Se fosse un tarlo sarebbe una malattia e ciò comporterebbe una instabilità mentale che non ho. Nemmeno posso dire di farlo per i lettori o per il successo, anche se non posso negare di rimanere lusingato ogni qualvolta ho riscontri positivi in premi letterari (partecipo pochissimo per la verità) o su Facebook dove ho una presenza assidua. Resta che scrivo per me stesso anche se non come necessità impellente. Ecco, scrivo per confessarmi ed è la prima volta che lo confesso anche a me stesso. Scrivo per cogliere attimi, per riflettere, per mettermi a nudo. Ripeto sempre che non credo nell’ispirazione intesa come qualcosa che cala dall’alto e della quale tu resti in attesa. Se non ti metti a scrivere la poesia non esce. Quindi l’ispirazione altro non è che uno stato d’animo, un’attenzione alle cose ed a ciò che ci circonda, che noi siamo pronti a cogliere. Come una mela su un albero, se non la cogli non la farai mai tua. Io ho studiato in un istituto religioso e sono abituato a quella che un tempo si chiamava meditazione, vale a dire a guardare dentro di me per migliorarmi in una sorta di serena competizione con me stesso. Del resto San Paolo accosta il cristiano ad un atleta che vola verso il traguardo. Scrivere come luogo privilegiato di meditazione. Questa è la poesia, che nessuno esclude dei temi cogenti che riguardano la vita dell’uomo in una prospettiva, nel mio caso, di grande speranza.</p>
<p><strong>La memoria fa parte della poesia? La esalta, la cancella, riporta i sentimenti alla tua sfera personale, oppure innalza la gioia ed il dolore al di sopra delle parti?</strong></p>
<p><strong> </strong>Io sono convinto che senza memoria non ci sarebbe poesia perché è nella memoria che essa affonda le sue radici più robuste. Senza confondere memoria con nostalgia, perché la prima è atto positivo mentre la seconda è atto deleterio che esalta qualcosa che non torna, come i valori ad esempio. La memoria è come la tradizione senza la quale non c’è futuro. La memoria vivifica il presente. La memoria non è, come asseriva Chateaubriand, “attributo della stupidità”, ma gesto di anime nobili. La memoria e la poesia si esaltano vicendevolmente e tanto più si penetra nella sfera personale, tanto più si incrocia quella altrui. Quando ci si riconosce anche in un solo verso di una poesia, avviene infondo questo miracolo relazionale. Ecco perché nella poesia gioia e dolore hanno parte dominante, perché non solo ne sono l’anima, ma ne escono purificati. “Un dolore puro e completo è impossibile, come è impossibile una gioia pura e perfetta”, diceva Tolstoj. Bene, nella poesia è possibile anche questo miracolo.</p>
<p><strong>Ce la faremo a mantenere viva la poesia?</strong></p>
<p>La poesia sarà viva fino a che ci sarà qualcuno che scriverà l’ultimo verso. Vale a dire che sarà viva per sempre. E non mi riferisco solo ai grandi poeti ma a tutti coloro che avvertono nell’intimo l’urgenza della buona poesia. Questo perché la poesia è parte integrante della vita dell’uomo. Aristotele diceva che la poesia è più filosofica e di più alto valore che la storia. Ne consegue che se la storia non sempre insegna qualcosa, sicuramente lo farà sempre la poesia. Ecco perché la poesia non morirà mai.</p>
<p><em>Photo cover:  Mario Narducci, Anna Manna, Il logo del premio Il poeta ebbro, realizzato dalla pittrice poetessa Milena Petrarca</em></p>
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		<title>Racconti in quarantena – IL PRIMO MARE NON SI SCORDA MAI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Narducci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 08:47:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
		<category><![CDATA[racconti in quarantena]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="277" height="289" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/06/4FC95D0D-2517-4431-823A-BC6E9FD0EF39.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>L’AQUILA – La prima volta che vidi il mare fu uno stordimento. Sensazione analoga avevo provato solo con le influenze stagionali che mi coglievano, con febbri altissime, all’improvviso, così come&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’AQUILA –</strong> La prima volta che vidi il mare fu uno stordimento. Sensazione analoga avevo provato solo con le influenze stagionali che mi coglievano, con febbri altissime, all’improvviso, così come all’improvviso sparivano lasciandomi in uno stato di deliquio estatico, una sorta di euforia sottile, lo sguardo fisso al soffitto bianco che s’animava di ronzii come un alveare e di immagini fatte di segmenti e macchie che diventavano volti d’uomini e di animali e paesaggi sconosciuti.</p>
<p>Avevo sentito nominare il mare da mia madre, che lo attraversò per un mese a dieci anni, di ritorno dall’America, dove era nata insieme ad altri quattro fratelli da genitori emigrati. Ma quello era un oceano, vasto da paura, le onde altissime sollevate da raffiche di vento poderose che s’acquietavano al ritorno della bonaccia. Sole da fornace in coperta dove stavano ammassati come chicchi di melagrana, ma senza il colore dell’ottimismo perché il ritorno, per molti, altro non era che una denuncia di fallimento.</p>
<p>Avevo otto anni, forse nove ma non di più. Allora s’andava al mare con le colonie della POA, la pontificia opera di assistenza che subito dopo la guerra soccorreva i meno abbienti e organizzava colonie marine perché il sole rincorasse anche i bambini gracili e il respiro dello iodio alleviasse l’asma incipiente. La rivelazione mi colpì a <strong>Francavilla a mare</strong>. Stordimento come da febbre alta. Il fruscio dell’acqua che giungeva a riva e se ne tornava via con la risacca.</p>
<p>Io me ne stavo ritto sulla sabbia a contemplare l’immenso, là fino a dove la linea d’orizzonte del mare si congiungeva con quella del cielo, in un subisso di sole accecante che mi riportò il ronzio di un alveare nella testa, tra piccole vele lontane, opposte alle instabili telature della colonia che ci facevano da riparo nell’ora della più forte calura, sulla spiaggia libera. “<em>Noce di cocco, cocco fresco</em>” si udì, sottile come bisbiglio, una voce lontana, sempre più robusta mano a mano che ci veniva incontro.</p>
<p>“<em>Cocco fresco</em>”, ripeté invitante e forte l’omino che ci si parò davanti, con un secchio d’acqua in una mano ricolmo di liste di cocco, e noci intere di riserva in un borsone. Era l&#8217;unico venditore di allora quando erano lontanissimi i tempi dei &#8220;<em>vu cumbrà</em>&#8221; carichi di accendini, pareo e bigiotteria. Qualche spicciolo lo avevamo un po’ tutti. “<em>Non si sa mai, potrebbero servire</em>”, m’aveva detto mio padre alla partenza facendomi scivolare in tasca poche lire.</p>
<p>Lo sguardo accondiscendente delle giovani assistenti ci permise gli arditi acquisti, anche se ci fu possibile gustare ogni cosa solo dopo il bagno che, dentro un costumino di lana che appena in acqua si sbrillentava tutto, poteva aver luogo nelle ore rituali, prima della merendina delle undici: pane e formaggino di rigore, un profumo ed un desiderio che ancora mi porto dentro al punto da gustarne ancora quando voglio reimmergermi con voluttà nel sole dell’infanzia.</p>
<p>Con l’omino del cocco un giorno passò sulla spiaggia anche un piccolo coro folcloristico diffondendo una canzone che ancora mi porto dentro: “<em>E’ Francavilla le più belle site</em>”. E&#8217; Francavilla il posto più bello del mondo. E per noi lo era davvero, anche se non si alloggiava in un villaggio turistico, ma in una chiesa sconsacrata dove erano state disposte brandine militari per la notte e tavoli con sedie per la refezione. Tra le attese del bagno che avveniva sotto l’occhio vigile delle assistenti, canti e giochi di gruppo per occupare il tempo. Gli animatori dei villaggi turistici sono stati un’invenzione successiva perché il mestiere lo avevano già creato le giovani assistenti di allora.</p>
<p>Seppi anni dopo l’importanza della cittadina che ci aveva accolto, del Conventino di <strong>Michetti</strong>, pittore e fotografo, grande amico di <strong>D’Annunzio</strong>, dove si riunivano in cenacolo i più bei nomi della cultura dell’epoca, da <strong>Francesco Paolo Tosti</strong> a <strong>Edoardo Scarfoglio</strong> e <strong>Matilde Serao</strong>. Non si tratta di soli ricordi, per quanto profondi possano essere e per quanto terreno abbiano dato ai miei sogni. Si tratta di molto di più, di uno spazio immenso che si apriva nella mente di un ragazzo pronto a cogliere gli stupori della vita e a lasciarsene trasportare, come vela bianca da vento leggero sulla calma piatta di acque insondabili.</p>
<p>Verranno altre spiagge e verranno anche gli oceani, non più solcati da bastimenti come quello che riportò in patria mia madre, ma sorvolati in poche ore, il tempo di un pasto e di un film, nella frenesia di un mestiere che ha avuto la ventura di farmi stringere il mondo tra le mani.<br />
Ma il primo mare non si scorda mai e ne sento le onde nell’anima, oggi, solo a riascoltare un cammeo poetico e musicale come quello di Tosti e D’Annunzio nella dolcissima “<em>A vucchella</em>”, che per me, decenni più tardi, prese volto d&#8217;amore: “<em>Sì, comm&#8217;a nu sciorillo/ Tu tiene na vucchella/ Nu poco pocorillo appassuliatella./ Dammillo e pigliatillo/ Nu vaso piccerillo/ Comm&#8217;a chesta vucchella/ Che pare na rusella/ Nu poco pocorillo appassuliatella</em>”.</p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" src="http://www.paeseitaliapress.it/img/articoli/11452902665671" alt="" width="338" height="230" />Mario Narducci </strong>è nato nel 1938 a L&#8217;Aquila. Giornalista professionista, ha lavorato per Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo, Avvenire e Il Popolo, seguendo per quest&#8217;ultimo, come vaticanista, i viaggi apostolici di <strong>Paolo VI</strong> nell&#8217;ultimo scorcio del pontificato e, per dieci anni, quelli di <strong>Giovanni Paolo II</strong>, poi raccontati nel volume, esaurito, <em><strong>Le ragioni dell&#8217;anima </strong></em>(Calderini, Bologna, 1989). Ha fondato e dirige <em><strong>Novanta9</strong></em>, periodico di lettere, arti e presenza culturale. E&#8217; presidente dell&#8217;<strong>Istituto di Abruzzesistica e Dialettologia </strong>e promotore del <strong>Premio L&#8217;Aquila</strong> intitolato ad <strong>Angelo Narducci</strong>, direttore storico del quotidiano Avvenire. E&#8217; componente di numerosi Premi letterari. Ha pubblicato tra l&#8217;altro i seguenti testi di poesia: <em><strong>La Ragazza di un mese</strong></em> (Ceti, Teramo), <em><strong>Se insiste la speranza</strong></em> (Cannarsa, Lanciano), <em><strong>Il deserto e i giorni</strong></em> (IAED, L&#8217;Aquila) con un contributo critico di Alda Merini, <em><strong>Le offese stagioni</strong></em> (Confronto, Fondi), <strong><em>Tempo di Passione</em></strong> (IAED, L&#8217;Aquila).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2020%2F06%2F15%2Fracconti-in-quarantena-il-primo-mare-non-si-scorda-mai%2F&amp;linkname=Racconti%20in%20quarantena%20%E2%80%93%20IL%20PRIMO%20MARE%20NON%20SI%20SCORDA%20MAI" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2020%2F06%2F15%2Fracconti-in-quarantena-il-primo-mare-non-si-scorda-mai%2F&#038;title=Racconti%20in%20quarantena%20%E2%80%93%20IL%20PRIMO%20MARE%20NON%20SI%20SCORDA%20MAI" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2020/06/15/racconti-in-quarantena-il-primo-mare-non-si-scorda-mai/" data-a2a-title="Racconti in quarantena – IL PRIMO MARE NON SI SCORDA MAI"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2020/06/15/racconti-in-quarantena-il-primo-mare-non-si-scorda-mai/">Racconti in quarantena – IL PRIMO MARE NON SI SCORDA MAI</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Racconti in quarantena – CENTO ANNI DI WOJTYLA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Narducci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2020 19:23:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti in quarantena – CENTO ANNI DI WOJTYLA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="512" height="288" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/5540CBE7-6AAF-453C-B008-4D5532E304D8.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/5540CBE7-6AAF-453C-B008-4D5532E304D8.png 512w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/5540CBE7-6AAF-453C-B008-4D5532E304D8-300x169.png 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></p>
<p>A cura di Mario Narducci &#8211; Giornalista professionista, ha lavorato per Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo, Avvenire e Il Popolo, seguendo per quest&#8217;ultimo, come vaticanista, i viaggi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><i>A cura di Mario Narducci &#8211; Giornalista professionista, ha lavorato per Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo, Avvenire e Il Popolo, seguendo per quest&#8217;ultimo, come vaticanista, i viaggi apostolici di Paolo VI nell&#8217;ultimo scorcio del pontificato e, per dieci anni, quelli di Giovanni Paolo II, poi raccontati nel volume, esaurito, Le ragioni dell&#8217;anima (Calderini, Bologna, 1989)</i></p>
<p>A raccontarla così, mentre si celebrano i cento anni della nascita, viene da sorridere pensando ad uno dei grandi scherzi che ogni tanto la Provvidenza si diverte a fare. Uno dei tre Papi che ha regnato più a lungo in tutta la storia della Chiesa, dopo San Pietro e Pio IX, ha rischiato infatti di non entrare nemmeno nel Conclave che lo avrebbe eletto. Era il <strong>14 ottobre del 1978</strong>. Il pomeriggio romano respirava ancora il fiato caldo della bella stagione e sul lungotevere si affacciavano i turisti a contemplare il fiume scorrere copioso fra i due argini, tra i barconi-ristoranti ancorati e in attesa delle cene al lume di candela di innamorati in cerca di segretezza.</p>
<p>In Vaticano i cardinali giunti a <strong>Roma</strong> da tutto il mondo per partecipare al secondo Conclave nel giro di pochi mesi, dopo il breve pontificato di <strong>Papa Luciani</strong>, si apprestavano ad entrare nella <strong>Cappella Sistina</strong>, che avrebbe chiuso i battenti alle loro spalle alle diciassette in punto, per eleggere il suo successore. Al <strong>cardinale Wojtyla</strong>, venuto da <strong>Cracovia</strong>, non parve vero di approfittare della giornata di sole per tornare pellegrino al Santuario mariano della Mentorella, oltre mille metri a picco su una rupe del versante orientale del <strong>Monte Guadagnolo</strong>, tra Tivoli e Palestrina. Lo faceva sempre quando capitava a Roma, tanto più avrebbe dovuto farlo allora, per chiedere alla Vergine delle Grazie il papa che alla Chiesa in quel momento serviva. Pranzo veloce con i Padri polacchi nel refettorio comune, quindi la discesa a bordo della vecchia utilitaria che appena imboccata la statale, prese a singhiozzare e si arrestò.</p>
<p>Qualche inutile tentativo per farla ripartire, poche centinaia di metri a piedi nelle scarpe grosse e sformate, brevi soste con il pollice alzato nel gergo degli autostoppisti, fino a che non si fermò un camionista a prenderlo a bordo, e deviando dal suo itinerario, alle preghiere del cardinale, andò a depositarlo a <strong>Piazza San Pietro</strong>, giusto in tempo per fargli guadagnare, trafelato e sudato, il portone della Sistina che gli si chiudeva alle spalle alla fatidica ingiunzione dell’<strong><em>Extra omnes</em></strong>: come a dire chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro. E lui fu davvero l’ultimo ad entrare.</p>
<p>Ne uscì all’imbrunire di due giorni dopo, vestito di bianco, la mozzetta rossa e la stola, per affacciarsi alla loggia della basilica, confessare la sua paura per il peso di tanto incarico, scusarsi quasi per essere venuto “di lontano”, per non parlare bene “la vostra, nostra lingua” e aggiungere un accattivante “se sbaglio mi corrigerete” che per i romani fu amore a prima vista. Aveva 58 anni. Era il primo Papa non italiano dopo quattro secoli e mezzo.</p>
<p>A scorrere anche velocemente la biografia, la sua vita appare tutta un romanzo. Che si dipana fra tragedie private (a poco più di vent’anni resta solo al mondo) e pubbliche, lotte per la libertà del suo popolo, impegno culturale nella clandestinità, duro lavoro nella cava della Solvay, scelta religiosa irremovibile, ascesa al sacerdozio, all’episcopato, al Pontificato, viaggi apostolici nel mondo intero, a quelli che lui chiamava i “santuari dell’uomo”; un poderoso magistero fatto di encicliche e discorsi innovativi, revisione di momenti storici della Chiesa segnati da comportamenti poco evangelici, progressi nell’ecumenismo e nel dialogo con i non credenti, lavoro incessante quale contributo ai mutamenti della geopolitica internazionale.</p>
<p>Fu il primo papa della storia a mettere piede in una <strong>Sinagoga</strong>, cancellando antichi rancori e contrapposizioni con gli ebrei che definì “fratelli maggiori” dei cristiani; il primo a vedere nei popoli terzomondiali il futuro del cristianesimo, il primo a parlare di “teologia del corpo” in oltre cento catechesi del mercoledì sull’amore sponsale, il primo a riunire ad <strong>Assisi </strong>le religioni del mondo per una preghiera comune, il primo a promuovere le giornate mondiali della gioventù. Il primo Papa a inginocchiarsi ai piedi dei martiri dei campi di sterminio a <strong>Czestochowa</strong> e a quelli di <strong>Hiroshima</strong> e <strong>Nagasaki</strong> rase al suolo dalla bomba atomica sul finire della seconda guerra mondiale. Io che lo seguivo per il mio giornale ero là, per testimoniarne i grido di dolore, l’anatema contro guerre e dittature, l’appello veemente perché certi orrori non si ripetessero più.</p>
<p>Il papa poeta, una delle voci più sensibili della poesia contemporanea (basta leggere “La bottega dell’orefice” e “Trittico romano” per rendersene conto), il papa che in gioventù era stato tra i fondatori del teatro jagellionico d&#8217;avanguardia, il papa sciatore che amava i suoi <strong>monti Tatra</strong>, come le <strong>Alpi </strong>e il <strong>Gran Sasso</strong>; che scendeva i torrenti con il kajaki; il papa che si affacciava al balcone dell’Episcopio di Cracovia per intrattenersi con parole e canti con i giovani che lo pregavano di restare, il Papa che dovunque andava, nel mondo, segnava la fine delle dittature, da quella di <strong>Marcos</strong> a quella di <strong>Pinochet</strong> a quella di <strong>Mobutu</strong> o di <strong>Jaruzelski</strong> nella sua Polonia, era anche il Papa che sollevava a sé i bambini lanciandoli in aria come un papà qualunque, che camminava sorretto da un anziano Fidel, a <strong>Cuba</strong>; che prendeva dolcemente per mano <strong>Madre Teresa di Calcutta</strong> per chinarsi sugli ultimi nei lebbrosari d’Africa e del Brasile e baciarne le piaghe fetide con dolcezza serafica.</p>
<p>Ricordo l’attentato di piazza san Pietro, i due colpi di pistola del turco <strong>Alì Agca </strong>che lo resero prossimo alla morte e che ne minarono per sempre la prestanza fisica. E quel proiettile portato quale ex voto a <strong>Fatima</strong>, l’anno dopo, insieme ad una rosa d’oro. Per tutti i ventisette anni di pontificato si portò dietro le stimmate di quell’attentato, fino alla <strong>Domenica delle Palme del 2005</strong>, quando comparve per l’ultima volta alla finestra di Piazza San Pietro senza poter dir parola, ché tutte gli restarono nella gola tracheotomizzata. “Lasciatemi andare” fece intendere a chi ancora una volta voleva ricoverarlo al Gemelli. E se ne andò il <strong>2 aprile</strong>, vigilia della festa della Misericordia che egli aveva voluto aggiungere nel calendario. Oltre due milioni di pellegrini pregarono davanti alla salma composta in <strong>San Pietro</strong> e un mare di folla partecipò ai funerali, tra capi di stato di tutto il mondo e il libro del Vangelo posato sulla triplice bara e il vento che ne sfogliava le pagine come la mano invisibile di Dio.</p>
<p><strong>Kaduna</strong>, secondo viaggio in Africa di <strong>Wojtyla</strong>. Messa solenne dell’addio. Il Papa Polacco si lascia andare e racconta un sogno. “Mi ritrovai alle porte del Paradiso e feci per entrare ma San Pietro mi fermò per chiedere chi fossi”. “Sono il papa”, risposi, ma San Pietro non volle credermi. “Sono in Nigeria, e ho incontrato i giovani a Onitsha”, nemmeno questa volta Pietro volle credermi. “E poi sono stato a Kaduna, nel Benin, nel Gabon e nella Guinea Equatoriale&#8230;” Anche questa volta san Pietro non volle credermi. Sconsolato, allora, gli dissi: “Guarda la mia veste bianca, come è sporca della polvere rossa delle strade che ho percorso”. Questa volta, finalmente, Pietro mi riconobbe. Perché il papa è prima di tutto un Apostolo che ha per casa il mondo.</p>
<p>Quel ragazzo che aveva per compagni di giochi i coetanei del <strong>ghetto di Varsavia</strong>, quel pontefice che ha testimoniato il Vangelo negli angoli più remoti del mondo, nacque cento anni fa ed oggi è Santo. E alla <strong>Jenca</strong>, alle falde del <strong>Gran Sasso aquilano</strong>, dove più volte da papa veniva a pregare e a riposare, gli è stato dedicato un <strong>Santuario</strong> che ricorda la Casa di Nazaret, tanto è piccolo. Ma è il primo al mondo.</p>
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alt="" />Mario Narducci </strong>è nato nel 1938 a L&#8217;Aquila. Giornalista professionista, ha lavorato per Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo, Avvenire e Il Popolo, seguendo per quest&#8217;ultimo, come vaticanista, i viaggi apostolici di <strong>Paolo VI</strong> nell&#8217;ultimo scorcio del pontificato e, per dieci anni, quelli di <strong>Giovanni Paolo II</strong>, poi raccontati nel volume, esaurito, <em><strong>Le ragioni dell&#8217;anima </strong></em>(Calderini, Bologna, 1989). Ha fondato e dirige <em><strong>Novanta9</strong></em>, periodico di lettere, arti e presenza culturale. E&#8217; presidente dell&#8217;<strong>Istituto di Abruzzesistica e Dialettologia </strong>e promotore del <strong>Premio L&#8217;Aquila</strong> intitolato ad <strong>Angelo Narducci</strong>, direttore storico del quotidiano Avvenire. E&#8217; componente di numerosi Premi letterari. Ha pubblicato tra l&#8217;altro i seguenti testi di poesia: <em><strong>La Ragazza di un mese</strong></em> (Ceti, Teramo), <em><strong>Se insiste la speranza</strong></em> (Cannarsa, Lanciano), <em><strong>Il deserto e i giorni</strong></em> (IAED, L&#8217;Aquila) con un contributo critico di Alda Merini, <em><strong>Le offese stagioni</strong></em> (Confronto, Fondi), <strong><em>Tempo di Passione</em></strong> (IAED, L&#8217;Aquila).</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2020%2F05%2F17%2Fracconti-in-quarantena-cento-anni-di-wojtyla%2F&amp;linkname=Racconti%20in%20quarantena%20%E2%80%93%20CENTO%20ANNI%20DI%20WOJTYLA" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.lafrecciaweb.it%2F2020%2F05%2F17%2Fracconti-in-quarantena-cento-anni-di-wojtyla%2F&#038;title=Racconti%20in%20quarantena%20%E2%80%93%20CENTO%20ANNI%20DI%20WOJTYLA" data-a2a-url="https://www.lafrecciaweb.it/2020/05/17/racconti-in-quarantena-cento-anni-di-wojtyla/" data-a2a-title="Racconti in quarantena – CENTO ANNI DI WOJTYLA"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2020/05/17/racconti-in-quarantena-cento-anni-di-wojtyla/">Racconti in quarantena – CENTO ANNI DI WOJTYLA</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Racconti in quarantena – MASTRU  PEPPE PAZZO&#8217;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Narducci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2020 06:50:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="968" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-scaled.jpeg 2560w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-300x113.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-1024x387.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-768x290.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-1536x581.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-2048x774.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-1170x442.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-1920x726.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/B0884AC2-D383-48FA-B97B-93B96D29245D-585x221.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>La prima cosa che si avvertiva di lui, era il calpestio pesante degli scarponi chiodati e sciabordanti, che si trascinavano dietro stringhe luride, mai allacciate per inettitudine più che per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2020/05/02/racconti-in-quarantena-mastru-peppe-pazzo/">Racconti in quarantena – MASTRU  PEPPE PAZZO&#8217;</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s8" style="text-align: left;"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">La prima cosa che si avvertiva di lui, era il calpestio pesante degli scarponi chiodati e sciabordanti, che si trascinavano dietro stringhe luride, mai allacciate per inettitudine più che per comodità, insieme a una muta di ragazzi che gli facevano allegramente il verso. Era un rumore secco e strisciante, effetto di un passo pesante e traballante per dimestichezza di vino. Con quel passo e con quell’odore addosso, come un orso marsicano, egli aveva marcato il proprio territorio, circoscritto nel </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">quarto di Santa Giusta</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, con puntate a </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Piazza del Duomo</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, al </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Grand</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Hotel</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> e a </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Via Venti Settembre</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, come per dire: questa è casa mia.<img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-5539 alignleft" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/1C909864-B710-4537-AB5B-EDA779C3F4B9-300x200.jpeg" alt="" width="222" height="148" /></span></span></p>
<p class="s8" style="text-align: center;"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Ed in realtà altra casa sembrava non avere, se non quella che lo vedeva, assai di rado, nella bottega del fratello maniscalco a reggere le zampe delle bestie da ferrare. Perché </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, che mutuava un titolo improprio, visto che egli era solo un garzone di bottega, un lavoro ce l’aveva, anche se <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-5542" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/F1AC82F3-846F-4D67-957B-CB7FE75A2886-300x225.jpeg" alt="" width="238" height="179" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/F1AC82F3-846F-4D67-957B-CB7FE75A2886-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/F1AC82F3-846F-4D67-957B-CB7FE75A2886-585x438.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/F1AC82F3-846F-4D67-957B-CB7FE75A2886.jpeg 640w" sizes="(max-width: 238px) 100vw, 238px" />l’occupazione sua principale era quella di fare il giro delle cantine, con un fiasco in mano che svuotava e riempiva a piacimento, fino a che qualche anima buona non lo riportava all’ovile. Tra sbornie e smaltimenti, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> trascorreva i suoi giorni, passando dal vino al vino senza soluzione di continuità, come una giostra che si arresta appena il tempo di scaricare e ricaricare i cavalli fermi e dondolanti. Per riprendersi almeno un po’ dalle sbornie, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> si ubriacava d’acqua al pilone della fontana addossata al lato destro della facciata di Santa Giusta, poi si allontanava giurando a se stesso di andare in latteria, mentre in realtà andava a riempire nuovamente il fiasco di vino che, con arguzia non comune, chiamava “latte bruciato” con l’intenzione di rassicurare chi lo commiserava.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Il risultato era che tra latte bruciato e vino, l’abbondante sorsata d’acqua al fontanile non gli era mai sufficiente a ristabilirlo in un minimo d’e</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">quilibrio. Donde l’aggiunta di </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Pazzo&#8217;</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> al nome che ne dichiarava il lavoro. Il fiasco era il suo compagno pe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">rmanente, u</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">na bustina grigioverde sempre calcata sul capo, con le bande laterali sulle orecchie come un cocker, un pastrano d’inverno, la sola </span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">parnanza</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> di cuoio unta e bisunta nella buona stagione, </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> vagava entro il recinto del suo territorio nella tranquillità che gli assicuravano tutti coloro che lo conoscevano e per i quali era diventato più che un famigliare, anche se da tenere non proprio in dimestichezza</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Era il tempo in cui al </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Grand</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Hotel dell’Aquila</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> s’erano stabiliti gli occupanti americani che si vedevano a spasso per la città in compagnia di signorine compiacenti dalla gonna sopra al ginocchio, la blusa svolazzante e i sandali altissimi di sughero.</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">Era anche il tempo in cui il comando alleato, per agevolare la circolazione di moneta in un momento di lira inesistente, aveva diffuso le </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Am</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">-lire</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, una moneta stampata con carta di poco pregio, che dopo qualche passaggio di mano si sciupava fino a lacerarsi. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> aveva escogitato un metodo tutto suo per venirne in possesso. Si avvicinava alla gente e biascicando per vino profferiva la sua formula magica: </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Té</span></span> <span class="s11"><span class="bumpedFont15">gnende</span></span> <span class="s11"><span class="bumpedFont15">ruttu</span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">?</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">(Hai niente rotto? &#8211; in senso figurato </span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">Hai qualche spicciolo?).</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Una richiesta che non andava delusa</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> tanto che a sera poteva contare sempre su un discreto gruzzolo. Accadde una mattina, sul tardi, che rivolgesse la stessa domanda a una signora al braccio di un facoltoso romano all’Aquila per diporto, il quale prese la richiesta per offesa grave alla moglie e lo portò in Pretura. Non ci volle molto al magistrato per rendersi conto di che pasta fosse l’imputato e dell’equivoco che s’era generato. Anche la coppia di romani comprese e dovette farsi forza per non profanare l’aula con grasse risate. L’udienza si chiuse con la raccomandazione a </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> di non ripetere mai più l’espressione equivoca. </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> assentì, voltò le spalle al magistrato e strascinando gli scarponi chiodati si avviò verso l’uscita. Prima di guadagnarla, tuttavia, si girò verso il banco dei giudicanti, tese la mano senza pudore alcuno e dalla sua bocca partì la domanda inesorabile tra una risata generale che rischiò di tirar giù il soffitto: “</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">Signor </span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">Preto</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">’, </span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">t</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">é</span></span><span class="s10"><span class="bumpedFont15">gnente</span></span> <span class="s10"><span class="bumpedFont15">ruttu</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">?”</span></span></p>
<p class="s8"><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Quando tornai all’Aquila, dopo anni di “esilio”</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> tra i primi luoghi della mia infanzia che andai a riscoprire ci fu, manco a dirlo, la </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Piazzetta di Santa Giusta</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> con il pilone rettangolare addossato alla facciata della chiesa. Quante volte, nei giorni di calura, avevo atteso che se ne distaccasse </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, nelle sue rade sbornie d’acqua, per salirvi cauto e abbeverarmi alla cannella tra una partita e l’altra di </span></span><span class="s11"><span class="bumpedFont15">Zirè</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">, sotto il muro della canonica di </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">don Ernesto</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">. Ma </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> non comparve, come non comparve più nel resto del suo territorio marcato a scarponi e a vino. Anche la bottega di maniscalco era diventata un buco cieco, né c’erano più ragazzi nella piazzetta occupata da auto in sosta. Con </span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15">Mastru</span></span><span class="s6"><span class="bumpedFont15"> Peppe</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> era scomparso tutto un mondo</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15"> le cui tracce nessuno mai dovrebbe mettersi a cercare. Perché il cuore frantuma nel saperlo sparito per sempre.</span></span></p>
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		<title>Racconti in quarantena – LIBERO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Narducci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 17:01:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
		<category><![CDATA[racconti in quarantena]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="526" height="651" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/25F7C4BC-9687-4B94-8264-5884847D2C86.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/25F7C4BC-9687-4B94-8264-5884847D2C86.jpeg 526w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/25F7C4BC-9687-4B94-8264-5884847D2C86-242x300.jpeg 242w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /></p>
<p>Fosse stato il vento, lo avremmo detto di tramontana. Come quello si annunciava, soffiando, ancor prima di apparire, asciutto fisicamente e portatore di sereno, qualunque fosse il cielo. Non veniva&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="526" height="651" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/25F7C4BC-9687-4B94-8264-5884847D2C86.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/25F7C4BC-9687-4B94-8264-5884847D2C86.jpeg 526w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/04/25F7C4BC-9687-4B94-8264-5884847D2C86-242x300.jpeg 242w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /></p><p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Fosse stato il vento, lo avremmo detto di tramontana. Come quello si annunciava, soffiando, ancor prima di apparire, asciutto fisicamente e portatore di sereno, qualunque fosse il cielo. Non veniva neanche dal mare ma da un’altura di periferia, macinando chilometri a piedi come un maratoneta. Chi, come me, lo ricorda da quando portavo il grembiulino nero delle elementari, lo vedeva sempre uguale, anche se erano passati decenni e le tante primavere gli avevano appena appena incanutito il capo. Si chiamava semplicemente </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Libero</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">. Senza cognome</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Giungeva sbuffando dunque, di primo pomeriggio, giusto in tempo per l’apertura dei cinema che allora, all’Aquila, erano quattro e tutti in centro: il </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Rex</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> ai Q</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">uattro cantoni, dove confluiscono, nella direttrice più lunga, Corso Federico II e Corso Vittorio Emanuele e nel segmento più breve Via San Bernardino e Corso Umberto, che costeggia i portici del Liceo per</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> raggiungere Piazza Palazzo; l’</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Imperiale</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> a Via tre Marie, inondato dagli odori del ristorante omonimo e dei bignè alla crema di </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Cullù</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, il pasticcere venuto dal teramano; l’Olimpia verso la Fontana Luminosa, a fianco alla Standa dove i ragazzi delle Superiori andavano ad ammirare le belle commesse in camice turchese; il </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Massimo</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> da ultimo, l’unico a resistere all’insidia delle multisale di periferia e spodestato infine dal disastroso terremoto del 2009, Domenica delle Palme, come si conviene ad una Città già rasa al suolo dal terremoto del 1703, o della Candelora.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Libero</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> era insieme una presenza discreta ed invasiva, galante e “saggio”, sensibile al fascino femminile come solo possono esserlo i bambini che si innamorano della maestra e se ne fanno un sogno. Le ragazze che non lo conoscevano ancora avrebbero potuto anche spaventarsi al suo approccio brusco e innocente, come accadde a mia sorella che uscita dal Rex dove proiettavano “</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Biraghin</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">,</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> un film anni quaranta, protagonisti un industriale milanese, un giornalista e una ballerina di famiglia povera, si sentì gridare in uno slancio di ammirazione, il fiato sul collo, “che bella”. </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Quelle che invece sapevano chi era, si limitavano a sorridergli, anche perché lui, dopo la galanteria, volgeva loro subito le spalle.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Segaligno, perso in un completo grigio di taglia generosa, leggermente curvo in avanti come chi va sempre di corsa, bocca serrata e macinante sotto il taglio dei baffi che lo facevano sembrare malinconicamente arcigno nel volto rugoso e scavato, </span></span><span class="s5"><span class="bumpedFont15">Libero</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"> era nei fatti un solitario che, le palpebre a fessura, osservava tutto senza vedere nulla, per poi lanciare, scuotendo il capo, il suo giudizio icastico che era una sentenza inappellabile: “</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">C</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">he mondo</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”! Non aggiungeva di più. E quello che era un intercalare inconsapevole, nel sentimento comune diventava una profezia, come spesso accade ai profeti veri e non solo biblici, che prefigurano sciagure e mutamenti epocali senza nemmeno, a volte, rendersene conto.</span></span> <span class="s5"><span class="bumpedFont15">Libero</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">, in fondo, apparteneva a questa categoria, anche se con una infinita innocenza in più.</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Incominciava dunque la visione dei film dall’Olimpia, il cinema la cui mastodontica macchina di proiezione era collocata in uno sgabuzzino che dava sul Corso e che l’operatore teneva sempre aperto per dargli aria. Poi faceva il giro degli altri, fino al Rex, dove assisteva all’ultimo spettacolo, per uscirne a mezzanotte scotendo a commento il capo con il suo immancabile “</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Che mondo</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">”. Sostava un poco davanti al bar a lato, incurvava ancor più la schiena, sbuffava e mimava la messa in moto di un motorino che solo lui vedeva, dava gas ruotando la mano sull’inesistente manubrio, e partiva di volata verso la periferia donde era </span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">venuto, per rinchiudersi in casa fino al pomeriggio del giorno successivo. &#8220;</span></span><span class="s7"><span class="bumpedFont15">Vaio de fretta</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">&#8220;, rispondeva rifiutando a chi, pensoso della notte, gli offriva un passaggio in auto. Gli bastava un baleno per sparire sopra quelle gambe magre e veloci come il vento libero che era, mentre il rumore del “motorino” si affievoliva lontano fino a naufragare nella notte.</span></span></p>
<p class="s6"><span class="s4"><span class="bumpedFont15"><br />
</span></span><span class="s4"><span class="bumpedFont15">Mi chiedo, oggi, che fine avrebbe fatto la sua libertà, il suo essere vento che nessuno può fermare, la sua saggezza insana che ne fece un profeta innocente e inconsapevole, mentre imperversa questa pandemia che ha fatto del mondo un grande reclusorio, un bagno penale dal quale è impossibile evadere, o forse, a stento, solo con la fantasia, i cui orizzonti, malati di malinconia, vanno restringendosi sempre di più. Ma i profeti, anche minimi, hanno un tempo per esserci e poi scomparire a missione conclusa. Per cui ogni risposta è inutile, se non quella dettata dall’assenza. Perché in fondo le città le costruiscono i potenti, ma vivono assai spesso di gente che conta poco o punto, e che le fertilizza con il calore tenue di un’eterna primavera.</span></span></p>
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		<title>RACCONTI IN QUARANTENA.IL VECCHIO PAPA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Narducci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2020 20:45:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Narducci]]></category>
		<category><![CDATA[racconti in quarantena]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="627" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/75741F76-F984-4852-ADE0-E793777F2FC3.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/75741F76-F984-4852-ADE0-E793777F2FC3.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/75741F76-F984-4852-ADE0-E793777F2FC3-300x294.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/75741F76-F984-4852-ADE0-E793777F2FC3-585x573.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Il vecchio Papa attraversò il selciato livido di San Pietro come fosse una sua personale Via Crucis, sotto un cielo di piombo che pioveva a scroscio. Era barcollante a tratti,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Il vecchio Papa attraversò il selciato livido di San Pietro come fosse una sua personale Via Crucis, sotto un cielo di piombo che pioveva a scroscio. Era barcollante a tratti, per la zoppia che lo affliggeva da tempo. Non un ombrello pietoso a ripararlo, non vestiva mantelli rubei che pure gli spettavano, non camauri sul capo che pativa il freddo della sera inoltrata. Procedette malfermo ma deciso verso la scalinata della Basilica, e la salì solitario, appena sorretto da un improvviso cireneo, come fosse il suo Calvario. Sedette esausto, il volto dolente e smarrito come mai, e fu come si distendesse sulla Croce. </span></span></p>
<p class="s9">La Piazza era vuota. La gente se ne stava rintanata nelle case come se da un momento all’altro dovessero passare i caccia a bombardare la città. Non un cardinale a fargli corona. Si è sempre soli nell’ora del patibolo. E Lui si stava offrendo per l’umanità intera, invisibile davanti agli schermi dei continenti. Sopra la piazza ora la pioggia diluviava. Il selciato ed il cielo diventavano sempre più neri. Poi al termine di una lunga e silenziosa immobilità, Lui si scosse per riemergere al tempo come da abissi di interiore, spirituale angoscia.</p>
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Io ripensavo, guardandolo, a papa Montini, quando le Brigate Rosse uccisero Aldo Moro. Egli aveva pregato fortemente per la sua salvezza, senza averne risposta. “Tu o Dio non mi hai ascoltato”, gridò al cielo e sulle sue labbra apparve come un rimprovero disperato, un pianto irrefrenabile, singhiozzi che squarciavano il petto.</span></span> <span class="s8"><span class="bumpedFont15">No, non veniva meno la fede, se a vincere fu allora la delusione. Non si crede in Dio perché egli ci sovviene nelle nostre urgenze, si crede in lui perché si è consapevoli del suo amore, i cui percorsi non sempre seguono i nostri.</span></span></p>
<p class="s9">Il vecchio papa ora si alzava a parlare. E sulla sua bocca, come fosse una fioritura di speranza, comparve la barca di Pietro e di altri apostoli in preda alla tempesta, mentre Gesù dormiva. La tempesta cresceva e cresceva la paura dei discepoli che se ne uscirono nel grido che ciclicamente ripete l’umanità di ogni tempo di fronte al dolore: Signore salvaci. E il Signore si levò, e gridò alla tempesta di placarsi e quando la bonaccia tornò, con dolce rimprovero disse loro: perché avete avuto paura? Non avete ancora la fede?</p>
<p class="s9">Ma la fede non toglie la paura. La paura è nella natura umana. Egli stesso in preda alla paura sudò sangue tra gli ulivi del Getsemani e pregò il Padre perché non gli facesse bere il calice amaro della crocifissione. Anche la paura è un diritto. Quando però Cristo si avvicina agli uomini, la paura si tramuta in affidata speranza. Che è frutto del suo amore.</p>
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Il vecchio papa levò l’ostensorio sopra gli invisibili quattro angoli della terra. E tornai bambino al tempo delle “rogazioni” di primavera, quando, tra i campi attorno alle pievi, parroci in cotta e stola lanciavano benedizioni sopra le messi in divenire perché abbondante fosse il raccolto. E quando i contadini erigevano croci di sterpi tra le distese ancora acerbe di grano perché non venissero compromesse da nembi tumultuosi. Allora </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">c’era il sole, sulle messi, e attorno al prete si affollavano i contadini lieti di mettersi nelle mani di Dio.</span></span></p>
<p class="s9"><span class="s8"><span class="bumpedFont15">Il vecchio papa, invece, era solo. Si avvertiva l’assillo dell’invisibile che aveva fatto chiudere gli usci delle case e </span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15">azzeppare</span></span><span class="s8"><span class="bumpedFont15"> gli ospedali, che aveva serrato le fabbriche, chiuso gli uffici e i negozi, rese deserte le piazze ed i vicoli, inutili le fontane dei parchi se non c’erano più ragazzi a bere alle cannelle, che aveva fatto sciogliere le nevi, senza prima vederle solcare da frotte di sciatori.</span></span> <span class="s8"><span class="bumpedFont15">La pioggia anziché cessare veniva ora giù a raffica. I lampioni della piazza sembravano inariditi e bui. Il selciato si confondeva con il cielo. La primavera sembrava essersi mutata in tregenda. I getti della fontana erano una sola cosa con il diluvio.</span></span></p>
<p class="s9">Poi, mentre il vecchio papa si allontanava per il ritorno a casa, improvvisamente uno spiraglio piccolissimo di cielo si aprì e prese forma umana. Come un refolo bianco con le braccia aperte ad accogliere le pene degli uomini e del tempo. La piazza deserta parve trasalire dei battiti di una folla enorme e invisibile che raccoglieva il soffio angoscioso delle case. In basso, sul sagrato, era rimasto solo il Cristo Crocifisso di San Marcello al Corso, che aveva salvato i romani dalla peste del millecinquecento.</p>
<p>***<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-thumbnail wp-image-5025" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/10E31D8A-3C62-4D2E-B445-339E5BFA1000-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/10E31D8A-3C62-4D2E-B445-339E5BFA1000-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/03/10E31D8A-3C62-4D2E-B445-339E5BFA1000-480x480.jpeg 480w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
<p class="s16"><span class="s11">Mario Narducci</span><span class="s12"> </span><span class="s13">è</span><span class="s13"> nato nel 1938 all&#8217;Aquila. Giornalista professionista, ha lavorato per Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo, Avvenire e Il Popolo, seguendo per quest&#8217;ultimo, come vaticanista, i viaggi apostolici di </span><span class="s12">Paolo VI</span><span class="s13"> nell&#8217;ultimo scorcio del pontificato e, per dieci anni, quelli di </span><span class="s12">Giovanni Paolo II</span><span class="s13">, poi raccontati nel volume, esaurito, </span><span class="s14">Le ragioni dell&#8217;anima </span><span class="s13">(Calderini, Bologna, 1989). Ha fondato e dirige </span><span class="s14">Novanta9</span><span class="s13">, periodico di lettere, arti e presenza culturale. E&#8217; presidente dell&#8217;</span><span class="s12">Istituto di </span><span class="s12">Abruzzesistica</span><span class="s12"> e Dialettologia </span><span class="s13">e promotore del </span><span class="s12">Premio L&#8217;Aquila</span><span class="s13"> intitolato ad </span><span class="s12">Angelo Narducci</span><span class="s13">, direttore storico del quotidiano Avvenire. E&#8217; componente di numerosi Premi letterari. Ha pubblicato tra l&#8217;altro i seguenti testi di poesia: </span><span class="s14">La Ragazza di un mese</span><span class="s13"> (Ceti, Teramo), </span><span class="s14">Se insiste la speranza</span><span class="s13"> (</span><span class="s13">Cannarsa</span><span class="s13">, Lanciano), </span><span class="s14">Il deserto e i giorni</span><span class="s13"> (IAED, L&#8217;Aquila) con un contributo critico di Alda Merini, </span><span class="s14">Le offese stagioni</span><span class="s13"> (Confronto, Fondi), </span><span class="s15">Tempo di Passione</span><span class="s13"> (IAED, L&#8217;Aquila).</span></p>
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